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domenica 26 maggio 2013

Campi Flegrei: intervista al Prof. G. Mastrolorenzo.



Campi Flegrei

"Campi Flegrei: intervista al Prof. Giuseppe Mastrolorenzo" di MalKo
La provincia di Napoli si estende su di una superficie di 1171 Km2 annoverando 92 comuni e una popolazione di oltre 3.000.000 di abitanti, con una densità media abitativa che supera le 2600 unità per Km2.
Il dato che spaventa analizzando queste cifre, è il fatto tutt’altro secondario che ben tre distretti vulcanici si accalcano all’interno di questo misurato perimetro amministrativo. Tra l’altro tutti vulcani (VesuvioCampi Flegrei e Ischia), con indici di pericolosità non certo minimi.
Molti non addetti ai lavori affermano che l’allarmismo che sovente si alza sul rischio vulcanico campano è eccessivo, perché la storia stessa degli insediamenti dimostra una perdurante capacità della popolazione a coabitare con siffatto pericolo.
In realtà, quello che non è tenuto in debito conto, è la totale sproporzione in termini di densità abitativa tra quelli che erano gli agglomerati urbani di una volta rispetto a quelli attuali, superaffollati e senza strutture stradali idonee a sostenere i flussi di traffico, già in situazioni normali. Non dimentichiamoci che gli indici di affollamento sono una variabile fondamentale, che fanno innalzare inusitatamente i livelli di rischio a prescindere dal pericolo che si vuole prendere in esame.
I Campi Flegrei sono definiti il vero vulcano di Napoli, non solo per la contiguità territoriale, ma anche e soprattutto per il sottosuolo di tufo giallo su cui poggia buona parte della metropoli. Il tufo è un prodotto derivante dall’attività eruttiva esplosiva di alcuni vulcani ubicati nella caldera flegrea.
L’area flegrea è famosa per il bradisismo, cioè l’innalzamento e l’abbassamento periodico del suolo che, tra glia anni 70’ e 80’ in due distinte crisi, destò preoccupazione, allarme e polemiche, per lo sgombero del rione terra (quartiere storico-popolare di Pozzuoli) e altri quartieri puteolani, con la costruzione d’insediamenti alternativi da molti ritenuti inutili soprattutto per l’ubicazione. Infatti, l’area scelta per erigere i nuovi fabbricati (al rione Toiano e Monteruscello), rientra nel comprensorio della stessa Pozzuoli.
La solfatara è un altro cratere caratteristico dell’area, meta di tanti turisti che si soffermano a osservare le sue calde “effusioni”.
In questa terra di rara fertilità, sono ben visibili gli apparati esterni di alcuni dei circa 40 vulcani che costellano il distretto, tra cui Monte Nuovo che nacque in pochi giorni nel tutt’altro che lontano 1538, distruggendo il villaggio di Tripergole.
Al Prof. Giuseppe Mastrolorenzo, esperto vulcanologo, poniamo alcune domande:
a) Professore, l’indice di pericolosità vulcanica dei Campi Flegrei è simile al Vesuvio?
La caldera attiva dei Campi Flegrei è ritenuta a livello mondiale una delle aree a più alto rischio vulcanico. Il motivo è da ricercarsi nella probabilità che un eventuale evento eruttivo sia caratterizzato da un’elevata esplosività (indice di Esplosività Vulcanica -VEI- compreso tra 3 e 5), e ancora che tale evento possa avvenire nel breve o medio termine. Bisogna poi registrare un rilevante valore esposto (persone e beni), visto che una parte della città di Napoli si trova addirittura all’interno della caldera flegrea.
Per questo distretto quindi, il rischio potrebbe essere addirittura superiore a quello calcolabile per il Vesuvio. Una vera competizione tra i vulcani napoletani che si contendono il “titolo” di vulcano più pericoloso su scala mondiale. Inoltre, i campi Flegrei sono tra i pochissimi siti al mondo quali possibili sede di “super eruzioni”, cioè eventi esplosivi di straordinaria energia, che, oltre a devastazioni su scala regionale, possono indurre anche modificazioni climatiche su scala planetaria.
b) Dobbiamo temere l’area flegrea in sé, o ognuna delle bocche che caratterizzano questo distretto magari con indici di pericolosità diversi?
L’intera area calderica con un diametro di dodici chilometri può essere sede di bocche eruttive. Questa caratteristica, comune ad altre caldere vulcaniche attive, è uno dei fattori di rischio che rendono ancora più insidiosi i Campi Flegrei rispetto ai vulcani centrali come il Somma-Vesuvio.
Come dimostrato dalla distribuzione areale delle bocche eruttive negli ultimi 15.000 anni, le eruzioni possono avvenire da qualsiasi punto e in alcuni casi i centri eruttivi possono migrare o addirittura essere più di uno nel corso della stessa eruzione. Recenti simulazioni al computer, sviluppate in collaborazione con la dottoressa Pappalardo dell’Osservatorio Vesuviano, hanno consentito di esaminare i possibili scenari di un’eventuale eruzione futura, tenendo conto dell’intensità e della posizione della bocca eruttiva. I risultati dimostrano che in caso di eruzione, il rischio si estenderebbe per oltre venti chilometri dalla cittadina di Pozzuoli e in tutte le direzioni.
c) Il Golfo di Pozzuoli è l’altra semicirconferenza che manca alla caldera flegrea? Se sì con quali fenomeni sottomarini?
Il Golfo di Pozzuoli è la parte sommersa della caldera dei Campi Flegrei, ed è molto meno attiva rispetto a quella emersa e ancora in gran parte da studiare. Sono state rilevate alcune possibili strutture nei fondali, ma mancano dati precisi sulla tipologia di attività e sulla datazione degli eventi che qui sono avvenuti.
d) Il bradisismo flegreo, a prescindere dalla sua evoluzione, è legato a un vulcanesimo secondario o è da intendersi un sintomo pre-eruttivo?
Il bradisismo è un fenomeno tipico di caldere vulcaniche attive ed è connesso in modo diretto o indiretto alla presenza di un sistema magmatico in profondità. Nel caso dei Campi Flegrei, alcune ricerche condotte da me e da altri geofisici e vulcanologi, hanno rilevato come il fenomeno bradisismico sia stato una costante dell’area flegrea. Eventi di sollevamento e di subsidenza del suolo sono documentati dalle evidenze negli strati geologici così come nei segni lasciati sui resti archeologici, quali sommersione di ville di epoca romana o tracce di erosione marine su strutture oggi emerse.
Una prima ipotesi collegava il bradisismo a variazioni di pressione e volume all’interno della camera magmatica. Di recente invece, abbiamo dimostrato la compatibilità del fenomeno con complessi processi di espansione e contrazione volumetrica dello spesso strato di rocce porose che costituisce il sottosuolo della caldera, fino alla profondità di almeno quattro chilometri.
Queste modificazioni sarebbero comunque causate da variazioni di flusso di calore e/o fratturazioni in profondità riconducibili alle dinamiche del sistema magmatico. Pertanto, il bradisismo deve essere considerato un possibile precursore di un evento eruttivo, anche se, in alcuni casi, come durante le crisi che si registrarono tra gli anni ’70 e ’80, il fenomeno non fu seguito da un’eruzione. Al contrario, l’eruzione del Monte Nuovo del 1538, fu preceduta da un’intensa e prolungata crisi bradisismica, caratterizzata da sollevamento del suolo e sismicità.
e) L’epicentro del bradisismo si è spostato nel tempo?
Sulla base di ricerche geologiche, geofisiche e archeologiche, abbiamo evidenziato come, almeno negli ultimi millenni, i fenomeni bradisismici si siano concentrati proprio in prossimità del centro della caldera, in un raggio di alcuni chilometri. In un mio studio, ho dimostrato che, nel corso dei millenni, il bradisismo positivo, in altre parole il sollevamento del suolo, si è manifestato con crisi di anni e decenni, alternato, viceversa, da lunghi, e continui periodi di lenta subsidenza.
f) Il rione terra rappresenta o rappresentava un pericolo unicamente per la fatiscenza delle abitazioni?
La città di Pozzuoli si trova al centro della caldera dei Campi Flegrei, ed è certamente l’area a maggior rischio da eventi pre-eruttivi e/o eruttivi. Nel corso delle due ultime crisi bradisismiche dei periodi 1970-1972 e, 1982-1984, furono evacuati rispettivamente il Rione Terra e l’area di via Napoli di Pozzuoli. Nel caso della prima crisi, l’attività sismica fu relativamente modesta, mentre nella seconda fu intensa con oltre quindicimila eventi, molti dei quali avvertiti dalla popolazione. In entrambi i casi, l’evacuazione fu suggerita dal persistere dei fenomeni bradisismici e sismici e in particolare dalle condizioni fatiscenti degli edifici. In realtà, nella crisi degli anni ’80 e più ancora in quella precedente, le conoscenze sulle dinamiche dell’area calderica flegrea e sull’effettiva pericolosità della stessa erano modeste. Con le conoscenze attuali, si sarebbe resa necessaria per una maggior tutela, un’evacuazione molto più rapida degli abitanti, da una superficie territoriale più ampia di quella realmente evacuata. A supporto di tale valutazione, l’eruzione del 1994 della caldera di Rabual in Nuova Guinea, ha dimostrato come i precursori possano precedere anche solo di pochi giorni l’inizio dell’attività eruttiva.
g) Che cosa prevede il piano d’emergenza per i Campi Flegrei?
Il piano d’emergenza dei Campi Flegrei è di competenza del Dipartimento della Protezione Civile (Presidenza del Consiglio dei Ministri) ed è in corso di aggiornamento con la consulenza di una commissione scientifica nazionale (commissione grandi rischi – rischio vulcanico).
Sulla base dei risultati delle mie ricerche, ho più volte evidenziato sia in ambito scientifico-istituzionale sia attraverso i mass media, l’urgenza della stesura di un piano d’emergenza, che tenga conto della reale pericolosità dei Campi Flegrei, ampiamente riconosciuta dalla comunità scientifica nazionale e internazionale.
Nel corso dell’ultimo decennio ho prodotto le prime e uniche mappe vulcanologico-probabilistiche di pericolosità per tutti gli scenari possibili, che a fronte di un vasto interesse in ambito scientifico, ma anche da parte dei mass media col supporto di specifiche interrogazioni parlamentari, non sono ancora state trasferite nel piano di emergenza.
Resta il fatto che una crisi bradisismica potrebbe iniziare in qualsiasi momento e sfociare in un’eruzione che potrebbe rivelarsi catastrofica in assenza di un adeguato piano d’emergenza. Infatti, le attuali conoscenze vulcanologiche e le tecniche di monitoraggio esistenti, non consentono di prevedere quando e dove avverrà la prossima eruzione e quale sarà la sua entità. Dall’istante in cui dovessero manifestarsi i fenomeni precursori, l’unica soluzione possibile consisterebbe nell’allontanamento immediato della popolazione residente nell’area a rischio, comprendente anche interi settori della città di Napoli. Ovviamente con prassi successiva d’attesa fino all’evolversi in negativo o in positivo degli eventi.
In più contesti ho evidenziato come in assenza di un dettagliato piano d’emergenza, che preveda tutti gli scenari sismici e vulcanici, si renda praticamente impossibile qualsiasi pianificazione territoriale e qualsiasi intervento nell’area a rischio. Tra questi ad esempio, il progetto di perforazione del sottosuolo a scopo scientifico e industriale nel territorio di Bagnoli, per cui recentemente è stato sollevato un forte allarme da parte di colleghi vulcanologi e geofisici, autorità e popolazione.
(La redazione esprime un particolare  ringraziamento al Prof. Giuseppe Mastrolorenzo, per la cortese e preziosissima collaborazione scientifica che assicura ai lettori di Hyde ParK).
 
 

1 commento:

  1. articolo pubblicato su hyde park il 03 novembre 2010.
    http://www.rivistahydepark.org/rischio-vesuvio-campania/%E2%80%9Crischio-vulcanico-ai-campi-flegrei-intervista-al-prof-giuseppe-mastrolorenzo%E2%80%9D-di-malko/

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