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mercoledì 2 dicembre 2015

Rischio Vesuvio e crisi vulcanica... di Malko



Il Vesuvio visto dal Torre del Greco


Non pochi navigatori inseriscono nella finestra di ricerca di Google, i termini Vesuvio e previsione... Migliaia di titoli escono così dal fondo della rete. Dalle varie pagine visualizzate emergono titoli classici dell’informazione giornalistica, istituzionale, governativa e scientifica, e poi tanti blog con le più svariate analisi del rischio vulcanico, che vanno dalla congiura del silenzio alle profezie di Nostradamus.
Purtroppo da nessun sito si riesce a estrapolare quando il vulcano più famoso del mondo metterà fine alla sua quiescenza e con quanta energia. Gli equilibri che regolano i moti del magma astenosferico infatti, giostrano su differenti valori come temperature e densità e viscosità in un contesto di interazioni continue e di mescola e metamorfosi dei prodotti incandescenti all’interno del grande e inarrestabile giroscopio terrestre: in siffatte condizioni, si riesce ben poco a prevedere.   

Gli scienziati ripetono continuamente che le eruzioni diversamente dai terremoti generalmente presentano una serie di fenomeni pre eruttivi che consentono un margine utile di previsione dell’eruzione: nel caso del Vesuvio questo margine è stato certificato in tre giorni. Questo non è un dato buttato lì tanto per dire qualcosa: è il preavviso ufficiale di 72 ore su cui dovranno ruotare e concludersi le operazioni di evacuazione dell’area vesuviana in caso di necessità. Circa 10.000 persone da evacuare diuturnamente ogni ora…

D’altra parte gli esperti affermano che il problema che potrebbe presentarsi è inverso, cioè le fenomenologie vulcaniche che indicherebbero un cambiamento dello stato di quiete del Vesuvio, comparirebbero molto tempo prima dell’eruzione. In tal caso avremmo una crisi vulcanica dalla durata imponderabile e aperta a tutte le forme di risoluzione.

Una crisi vulcanica può essere lunghissima e snervante, comportando col passare del tempo una condizione di stallo, di rilassamento dei servizi di soccorso e dell’attenzione della popolazione, ma anche un nervosismo crescente dei cittadini vesuviani che rimarrebbero ingessati in una situazione di incertezza che si ripercuoterebbe negativamente e in modo crescente sulla vita quotidiana sociale e lavorativa.
Viceversa, la crisi potrebbe essere talmente corta nella sua escalation, da rendere problematiche le operazioni di evacuazione, soprattutto col crescere della percezione fisica del fenomeno che condurrebbe molto rapidamente a una condizione pericolosissima di panico diffuso. Sarebbe il caos…
Un’altra possibilità ancora,è che una crisi vulcanica anche acuta si ridimensioni presto o tardi per poi riposizionarsi su valori strumentali di assoluta quiete vulcanica. In questo caso, il ritorno a un livello base di allerta non sarebbe automatico ma richiederebbe comunque un bel po’ di tempo di permanenza nella fase di attenzione, che è una sorta di quarantena scientifica…

Livelli di allerta vulcanica e l'autorità che lo dichiara.

Con questo excursus vogliamo dire che pure con le più importanti e sofisticate tecnologie atte a carpire con un anticipo straordinario tutti i micro segnali che inducono a ritenere che ci sia una variazione di uno o più parametri controllati del Vesuvio, bisognerà necessariamente attendere un certo  tempo per avere ragionevoli evidenze scientifiche circa il fatto che le variazione geofisiche e geochimiche osservate e registrate siano avvisaglie pre eruttive, piuttosto che segnali innocui di riequilibrio del sistema vulcanico.

Quindi, in un certo qual senso l’eccezionale sensibilità delle strumentazioni di monitoraggio vulcanico, potranno solo anticipare i tempi della crisi vulcanica ma non potranno offrire la previsione dell’evento vulcanico che richiede i suoi imprevedibili tempi. Per arrivare a una diagnosi di previsione dell’evento vulcanico, ovvero che siamo prossimi all’eruzione, bisognerà attendere il trend al rialzo dei valori, così come le riflessioni e i confronti scientifici degli scienziati che affolleranno le camere del dipartimento, il cui referente dovrà aggiornare e avvertire il presidente del consiglio a cui spetta l’onere politico di dichiarare lo stato di allarme vulcanico e il via alle operazioni di evacuazione della popolazione.

In realtà la certezza eruttiva la può dare solo l’eruzione che ovviamente non possiamo aspettare come segnale incontrovertibile per evacuare il vesuviano. Ecco perché bisogna comprendere che esiste la possibilità che si dia corso a un’evacuazione senza eruzione…e anche su questa eventualità che sembra innocua bisogna andarci coi piedi di piombo, perché sarebbe un evento tutt’altro che privo di conseguenze.

La cautela sull’evacuazione è data dall’eccessivo numero di abitanti della zona rossa, specialmente della fascia costiera che conta i due terzi del totale con densità abitative di tipo asiatico, tra l’altro in una condizione di costipazione tra mare e vulcano con un’unica via di esodo a disposizione.
Un’evacuazione non seguita da un’eruzione allora, potrebbe comportare danni anche fisici agli evacuati non giustificati dall’imminenza di un pericolo, e quindi, l’operazione sarebbe fortemente criticata dalle masse e dai media con ripercussioni future sull’obbedienza civile.

Per questo motivo la capacità della scienza dovrà essere particolarmente equilibrata in modo da diffondere un pre allarme nel momento in cui i parametri controllati del vulcano lasceranno ritenere un’eruzione probabile magari prossima al 25%. L’allarme invece, secondo le nostre congetture, dovrebbe essere diramato non oltre una percentuale di probabilità eruttiva vicina o uguale al 50%. Attendere oltre sarebbe un vero azzardo… Ovviamente queste percentuali possono oscillare in modo inversamente proporzionale ai tempi di evacuazione. Le nostre però, sono solo congetture argomentative e analitiche che servono per far notare che oggi sussiste sia l’incognita percentuale sulla probabilità eruttiva (incognita naturale), sia l’incognita sui tempi di evacuazione (incognita antropica), perché non ci sono piani specifici. In queste condizioni il rischio è tecnicamente inaccettabile…

Il piano di emergenza messo a punto dalle autorità competenti (Dipartimento Protezione Civile; Regione Campania) sulla scorta di scenari offerti dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) con il placet della Commissione Grandi Rischi (CGR-RV), contiene tutti gli elementi per gestire la crisi vulcanica, come ad esempio l’organizzazione da mettere in campo, la catena di comando, gli enti coinvolti nelle varie fasi operative e le strutture di coordinamento e controllo di quello che potrebbe essere il più grande piano di evacuazione del mondo in tempo di pace. Un piano di evacuazione che oggi ancora non c'è, nonostante siano passati dall'instaurazione di apposite commissioni e gruppi di lavoro, un numero di anni superiori a quelli che caratterizzarono il mito omerico della tela di Penelope…

L’unico modo per mitigare un po’ la situazione è quello di favorire l’allontanamento spontaneo del maggior numero possibile di persone nella fase di preallarme: prevalentemente di chi ha seconde case a disposizione. In tal caso le famiglie che si trasferirebbero altrove riceverebbero il contributo di autonoma sistemazione (C.A.S). Occorre quindi che questa possibilità sia assicurata attraverso atti governativi anche ai cittadini dei Campi Flegrei e di Ischia.

Le disquisizioni  fatte in questo articolo circa la difficile interpretazione da dare a una possibile crisi vulcanica che non racchiude con certezza l’ineluttabilità di un’eruzione, serve a mettere in evidenza quanto siano importanti le politiche di prevenzione e i piani di evacuazione e tutte le opere capaci di favorire il flusso veicolare degli sfollati che sarebbe particolarmente utile sfoltire come numero all’origine, attraverso politiche serie di delocalizzazione e di vincoli di inedificabilità residenziale in tutti quei territori che una legge dello Stato, e non noi, ha classificato zona rossa da evacuare.

Anche sulla zona rossa la politica comunque è stata capace di incredibili interpretazioni: nella figura sottostante si vede appunto la red zone nella sua interezza. In alcuni di questi comuni (a est) ricadenti nel perimetro a rischio, si può ancora costruire con licenza edilizia sulla scorta di una logica offerta dalla Regione: è vero che devono scappare anche loro in caso di eruzione, ma per fenomenologie gravi e non gravissime…

La zona rossa da evacuare in caso di allarme vulcanico.


Al dirigente della protezione civile regionale campana, ing. Italo Giulivo, era stato chiesto quanti comuni hanno utilizzato i fondi europei per appaltare a professionisti esterni la redazione del piano comunale di protezione civile, notoriamente da consegnare entro il 31 dicembre 2015: nessuna risposta. 
Secondo il nostro punto di vista, se la Regione Campania insieme al Dipartimento della Protezione Civile e all’Osservatorio Vesuviano ha varato qualche anno fa corsi ad hoc per la formazione del personale comunale anche dell'area flegrea e vesuviana da impiegare nella redazione dei piani di protezione civile, sarebbe intollerabile che alcune di queste municipalità destinasse soldi a privati o a società o a Enti terzi, per ottenere  la compilazione  di piani per i quali hanno ricevuto fondi europei e sapere nazionale...


Tabella dei comuni ricadenti in zone rosse vulcaniche che hanno ricevuto i finanziamenti
rispetto ad altri maggiorati del 25% per la stesura dei piani comunali di protezione civile . Tutti i comuni campani sono stati comunque finanziati per un importo complessivo di 14.milioni e 624 mila euro.

domenica 22 novembre 2015

“Rischio Vesuvio, terremoto dell’Aquila e commissione grandi rischi: un unicum?... di MalKo



 


La cassazione il 20 novembre 2015 ha completamente e definitivamente scagionato non già la commissione grandi rischi, bensì il gruppo di accademici composto da Franco Barberi, Enzo Boschi, Giulio Selvaggi, Gian Michele Calvi, Claudio Eva e Mauro Dolce. Nella sostanza parliamo dell’equipe che si presentò all’Aquila il 31 marzo 2009 per discutere di rischio sismico e forse dell’indice di pericolosità incombente sulla cittadina abruzzese. Pur firmando in tempi diversi un verbale di riunione che sembrava da commissione, in realtà per il tribunale lo staff inviato da Guido Bertolaso era una cosa diversa dalla commissione grandi rischi, e quindi, probabilmente non aveva un particolare titolo giuridico responsabilizzante.

Gli scienziati escursionisti furono catapultati nel capoluogo abruzzese per rassicurare con la loro presenza e curriculum, gli abitanti in apprensione per gli incessanti eventi sismici a bassa intensità che da mesi toglievano il sonno. Non pochi invece pensarono e pensano ancora oggi, che forse gli esperti erano giunti fin lì anche e soprattutto per zittire un ricercatore locale, Giampaolo Giuliani, che profetizzava con previsioni al radon, l’imminenza di un terremoto distruttivo. In quel momento e in quel contesto politico, col dipartimento in tutt’altre faccende affaccendato, gli allarmi di Giuliani risultavano intollerabili per tutti gli uomini del presidente…

Bernardo De Bernardinis, vice capo Dipartimento della Protezione Civile, all’epoca dei fatti comandante di questa spedizione primaverile quale fido indiscusso del navigato Bertolaso, andò oltre nella missione elargitrice di sopore, offrendo alla stampa mediatici ottavini e tesi stupefacenti sugli scarichi energetici che a suo dire alleggerivano la tensione litosferica che non avrebbe così dato vita al micidiale colpo sismico che invece giunse puntuale una settimana dopo… le vittime furono 309.  Portavoce del gruppo, De Bernardinis si beccò la condanna senza menzione poi confermata nei vari gradi di giudizio a due anni di reclusione per negligenza e imprudenza. Parlò troppo e fu troppo in vista… Non sappiamo con quanta buona fede, ma riscatterebbe interamente la sua posizione di colpevole offrendo qualche verità recuperata dagli armadi delle quinte del potere.

La cassazione con la sentenza del 20 novembre 2015 ha allora prosciolto definitivamente da qualsiasi responsabilità il gruppo di esperti dichiaratosi tra l’altro ignaro delle rassicurazioni che improvvidamente il capo cordata dette alla popolazione aquilana quel giorno…

La faccenda non può ritenersi ancora conclusa però, perché rimane un appiglio giudiziario in danno a Guido Bertolaso in merito ad un’altra previsione che non ha nulla a che fare con la geologia, ma è tutta racchiusa in un’intercettazione telefonica in cui il potente Capo Dipartimento anticipa all’assessore regionale alla protezione civile, Daniela Stasi, che da quella riunione di esperti del 31 marzo 2009 usciranno solo rassicurazioni. Semplice preveggenza?

Da notare che nella settimana successiva al 31 marzo 2009, gli eventi sismici incominciarono a intensificarsi come le richieste di verifica statica ai fabbricati presentate ai Vigili del Fuoco. I pompieri in assenza di rassicurazioni avrebbero probabilmente accorpato i turni in modo da raddoppiare il personale disponibile in caso di necessità. Quando il terremoto colpì il 6 aprile 2009, il comando provinciale purtroppo era presidiato da un esiguo numero di soccorritori…

Questo processo, ma in realtà l’intera faccenda ha insegnato qualcosa: innanzitutto se a fronte di un rischio si riunisce la commissione grandi rischi in una qualsiasi delle sue branche specialistiche, bisogna chiedere il visto di certificazione istituzionale dell’adunata, per evitare che successivamente e a posteriori, si sancisca che non era affatto una riunione commissariale ufficiale. Chiedere sempre al portavoce poi, se le sue affermazioni sono state condivise con la commissione grandi rischi magari in quel momento distratta.
Il secondo elemento da cui trarre insegnamento è il ruolo di una certa parte della stampa particolarmente sbilanciata sulla difesa nel nostro caso degli imputati, al punto da creare ad arte la ridicola storia della scienza sotto processo. Si è gridato allo scandalo inquisitorio perché il tribunale dell’Aquila si permetteva, come i più classici tribunali dell’inquisizione, di processare la pseudo commissione grandi rischi per non aver previsto il terremoto. Il quarto potere in questo caso non è stato equidistante, forse per aiutare gli amici degli amici in un momento di difficoltà processuale: buttarla sul ridicolo funziona sempre.

Dopo questa storia aquilana, chi abita alle falde del Vesuvio dove il destino delle popolazioni potrebbe essere affidato come da programma a una decisione della commissione grandi rischi (ramo rischio vulcanico) che passerebbe poi alla politica la bandierina dello start evacuativo, quanto seguito avranno nei settecentomila abitanti le decisioni che si prenderanno? C’è ancora chi pensa sul serio di mandare i lettori vesuviani beatamente a letto sulla scorta dell’editoriale del direttore? Un dubbio amletico grava oramai sulla credibilità di una scienza forse concupiscente con la politica in un contesto di totale assenza di giornalismo investigativo…

Una scienza che ha applicato al Vesuvio la statistica nella definizione dell’eruzione massima da cui difenderci ridimensionandola *(VEI 4), in modo da mantenere fuori da una pliniana (VEI 5) dei territori su cui si costruiscono, ohibò, ancora case con licenza edilizia. I cittadini sono quindi alla mercé della probabilità statistica e delle politiche non dichiarate dei costi-benefici. L’ex assessore alla protezione civile della regione Campania, ing. Edoardo Cosenza, amava ripetere che nel vesuviano possiamo avere solo 4 matrici di possibilità: un’eruzione (VEI 4) senza evacuazione; un’eruzione (VEI 4) con evacuazione; un’evacuazione senza eruzione (VEI 4); un’evacuazione con eruzione (VEI 4). Il successo a suo dire era del 50%, concentrato sulle due possibilità favorevoli alla tutela, cioè eruzione con evacuazione e l’evacuazione con eruzione.

Già oggi e ancora di più col passare del tempo, stante la situazione attuale bisognerà aggiungere altre due matrici di probabilità: eruzione (VEI 5) con evacuazione; evacuazione con eruzione (VEI 5). Questo significa che se si dovesse verificare un’eruzione pliniana che nessun scienziato al mondo può escludere, anche in caso di successo evacuativo potremmo arrivare a settecentomila salvati e a un milione di morti.
Schema non in scala e semplicemente concettuale dei territori invadibili dai fenomeni 
eruttivi con differenti VEI. La linea nera è quella Gurioli...
Potrebbe anche essere un discorso drammaticamente valido quello dei costi benefici, cinicamente ineluttabile in un mondo dove il business ha il sopravvento su tutto, esseri umani compresi… Bisogna però dichiararlo questo cinismo, perché il cittadino non è un suddito e quindi bisogna dargli una possibilità di scelta attraverso l'informazione. D’altro canto non c’è nessuna moralità in queste criteri di realpolitik circa l’accettazione dell’ineluttabilità statistica…nessuna, se ancora oggi la politica si ostina e consente di costruire in quelle zone che potrebbero subire tutti gli effetti di un’eruzione pliniana, che può essere esclusa solo dalla politica ma non dalla scienza che avrebbe dovuto puntare il dito sulle facili costruzioni in zona rossa.

Per fronteggiare e sul serio il rischio vulcanico in Campania, bisogna sostenere le iniziative in corso circa la necessità di costituire una commissione d’inchiesta parlamentare, che faccia luce sui rapporti tra scienza e politica, a iniziare dai fatti legati al terremoto dell’Aquila, alla riunione del 31 marzo 2009, e anche e soprattutto cosa è successo e cosa si è fatto nella settimana che ha preceduto il sisma del 6 aprile 2009. Da queste risultanze bisognerà capire quale virata dare alle politiche di sicurezza nel loro insieme, ai compiti istituzionali dei vari corpi dello Stato comprensivi dei Prefetti, forse troppo sbilanciati sulle ragioni di Stato e sul principio di non allarmare… 

Terzigno-Poggiomarino : eruzione del Vesuvio 1944. I bombardieri americani non fecero 
in tempo  ad alzarsi in volo e furono "bombardati" dalla pioggia di cenere e lapillo.

Bisognerà rimettere il rischio Vesuvio e Campi Flegrei e anche Ischia di nuovo al centro dell’attenzione mediatica per varare delle serie politiche di prevenzione. Si proceda poi con l’analisi dei progetti di edilizia che gravano nel settore orientale e occidentale della città di Napoli, e sul piano urbanistico ischitano, onde evitare di accrescere il rischio vulcanico in queste aree già fortemente compromesse da una spiccata urbanizzazione mangia spazio. Lo sviluppo non è nelle pratiche cementizie di edilizia residenziale di cui non se ne sente francamente il bisogno in certi luoghi, esattamente come le trivellazioni in terreni che si gonfiano per la circolazione di fluidi caldi o per il magma che sale o da entrambe le cause all'origine di fenomeni bradisismici tutt'altro che rassicuranti...


* VEI: indice di esplosività vulcanica




sabato 24 ottobre 2015

Rischio Vesuvio: zona blu e lahar... di Malko

Colata di fango (1980) - Mount St. Helens - (fonte USGS)


lahar sono delle colate di fango che si formano soprattutto lungo i fianchi dei vulcani, quando le piogge intense che accompagnano di solito le eruzioni esplosive lasciano cadere molta acqua sui rilievi acclivi. Il prezioso liquido scorrendo prevalentemente lungo i valloni di erosione, si mischia ai prodotti piroclastici che incontra sul suo cammino formando una sorta di fiumara fangosa.
Le colate di fango diventano sovente inarrestabili ed hanno una densità sufficiente a trascinare verso il basso anche pietre e massi che hanno un effetto particolarmente abrasivo e distruttivo sulla vegetazione e sui manufatti che non rappresentano un ostacolo insormontabile al loro dilagare. 

Mount St. Helens - la corsa del fango ha segnato gli alberi

Le eruzioni vulcaniche esplosive che riguardano apparati montuosi ricoperti in cima da neve o ghiacciai, sono ancora più pericolose, perché i flussi piroclastici o anche altre fenomenologie vulcaniche roventi, liquefano velocemente la neve che diventa immediatamente una riserva idrica disponibile e dal grande potenziale energetico per effetto della quota.
Durante le eruzioni, cenere e lapilli possono essere depositati anche sui rilievi montuosi posti a distanza dal vulcano in attività: quindi, in presenza di piogge intense le colate di fango o detritiche torrentizie, possono prodursi pure altrove e dopo molti anni dal deposito. 

Colata di Sarno - Fonte Corriere mezzogiorno
Le colate rapide di fango che sconvolsero i territori del sarnese il 5 maggio del 1998 sono un esempio di lahar posdatati rispetto alle eruzioni del Vesuvio. Infatti, le persistenti piogge impregnarono totalmente le coltri di cenere e lapillo e pomici che giacevano da centinaia di anni su un sub strato calcareo nella zona montuosa di Pizzo D’Alvano (a est del Vesuvio), al punto che l’ammasso perse aderenza e fluidificò con furia nei valloni d’erosione e poi nelle strade di Sarno (Salerno) seminando morte e distruzione soprattutto nella frazione di Episcopio. Morirono 159 persone: nella sola Sarno se ne contarono 137, tra cui un vigile del fuoco, Marco Mattiucci, che rimase imprigionato durante le operazioni di soccorso all’interno del veicolo di servizio investito dal fango.

I lahar, sono il fenomeno vulcanico che ha prodotto il maggior numero di vittime nel mondo. Una delle colate di fango più micidiale che si annovera negli annali a tema, fu quella che caratterizzò l’eruzione del Nevado del Ruiz (Colombia) il 13 novembre del 1985. In questo caso i flussi piroclastici sciolsero il nevaio in cima al vulcano (5400 mt.), e tanta acqua si riversò verso il basso inglobando i prodotti piroclastici che intanto si erano accumulati al suolo. In poco tempo si animò un’enorme colata di fango che si abbatté inaspettata ancorché di notte sulla cittadina di Armero. Fu una strage…

L’immagine che vedete in basso fu scattata dal fotografo Frank Fournier è mostra una delle 23.000 vittime di quella notte: la piccola Omayra Sanchez travolta e poi imprigionata dal fango e dai detriti in una situazione apocalittica che durò sessanta ore. Minuti che segnarono l’impotenza dei soccorritori che nulla poterono fare per trarla in salvo da quella trappola mortale.
La foto fece il giro del mondo e tra mille polemiche perché si disse che non si poteva mostrare l’agonia di una bambina... L’autore dello scatto ha sempre affermato che Omayra è una vittima del Nevado del Ruiz, ma è soprattutto un simbolo di condanna del pressapochismo con cui il governo colombiano gestì quell’emergenza vulcanica…

La piccola Amyra Sanchez - Armero Guayabal 1985 - Foto F. Fournier
Il Vesuvio è uno strato vulcano che durante le eruzioni esplosive produce una gran quantità di ceneri e molto vapore acqueo che legandosi a corpuscoli di condensazione si trasforma in pioggia battente. Questo significa che anche da noi il problema dei lahar non è trascurabile in caso di eruzione. Le zone a maggior rischio sono quelle riportate nella figura sottostante corrispondente grosso modo alla zona rossa Vesuvio.

 
Apron Vesuvio - fonte INGV
Una delle caratteristiche della cenere vulcanica è quella di produrre un effetto di semi sigillatura dei suoli che diventano cattivi recettori dell’acqua piovana, che ristagna o si accumula e scorre in superficie in direzione delle depressioni plano altimetriche. 
Le cronache dell’eruzione del Vesuvio del 1631 (VEI4), riportano fenomeni alluvionali soprattutto per le acque corrive provenienti dal Monte Somma e che si riversarono nella piana di Nola, allagando cittadine come Saviano ed altre località ancora quali Marigliano, Cicciano e Cisterna, con altezza delle acque che raggiunsero e superarono largamente i 3 metri dal piano campagna.

Gli alluvionamenti possono presentarsi prevalentemente nei territori settentrionali dell’area vesuviana, nel settore tra Acerra e Nola, soprattutto, come dicevamo, se i terreni sono stati soggetti in ragione della direzione dei venti alla ricaduta di cenere vulcanica.

La conca di Nola è un settore geografico che per una serie di motivi di ordine altimetrico non è in grado di convogliare le acque meteoriche verso il mare secondo direttrici di percorso minimo (sud) come invece succede nel caso del fiume Sarno. La zona ove è ubicato il centro commerciale definito vulcano buono (Nola), dovrebbe corrispondere alla massima depressione areale. La morfologia dei luoghi costringe quindi le acque meteoriche a scorrere in direzione ovest passando sommessamente tra i comuni di Pomigliano d’Arco e Acerra.
  
Nel vesuviano settentrionale si potrebbero riversare torrenti di acqua e fango anche dalle valli del Clanio e di Quindici. Una situazione eruttiva con caduta di piroclastici concentrati a nord, indurrebbe velocemente un consistente alluvionamento non solo per l’effetto cenere sui terreni, ma anche per l’ostruzione dei canali e del sistema fognario dovuto ai detriti precipitati e mobilitati dalle acque.
L’eruzione massima di riferimento adottata dal dipartimento della protezione civile per la stesura dei piani d’emergenza e di quelli d’evacuazione ancora in itinere, è simile a quella del 1631 (VEI4). Quest’ultima cagionò oltre ai fenomeni dei flussi piroclastici e della pioggia di cenere e lapilli, anche inondazioni diffuse in alcune cittadine tra cui Marigliano e Cicciano che lamentarono vittime a causa dei circa tre metri d’acqua dilagante.

Zone Vesuvio (rossa,gialla e blu)
La zona blu che è una sovra perimetrazione di un settore già ricadente in zona gialla, ha quindi una sua correlazione con le ceneri e i lapilli aspersi dal vulcano, ma ha anche un ulteriore fattore di vulnerabilità rappresentato dalle alture circostanti che prevedono linee d’impluvio che scaricano anche indirettamente in direzione di Nola. Il fenomeno delle inondazioni dicevamo è particolarmente concentrato nella parte a nord, nord est del Somma - Vesuvio, ma nessun luogo del territorio che contorna il vulcano e per 360° può ritenersi esente dal fenomeno dei torrenti di fango (lahar), che andrebbero a caratterizzare soprattutto i canali d’impluvio (lave d’acqua) e i valloni erosivi attuali soprattutto del Somma. Anche alcune strade e tratturi possono essere portatori di fango, e tra l’altro possono essere già oggi rilevati perché spesso in caso di pioggia intensa si trasformano in alvei detritici.


Per avere qualche dettaglio in più sul fenomeno delle colate di fango, chiediamo al Professor Giuseppe Mastrolorenzo, primo ricercatore dell’Osservatorio Vesuviano (INGV), quali eruzioni del Vesuvio hanno prodotto lahar e quali sono state le zone o i paesi particolarmente colpiti.

Come in quasi tutti i vulcani esplosivi, anche al Somma-Vesuvio gli eventi eruttivi sono spesso associati a fenomeni particolari, quali precipitazioni eccezionali e generalmente colate, la cui definizione precisa è in funzione della concentrazione di particelle solide e dei processi di trasporto. In genere si parla di colate di fango o lahar, ma questi fenomeni spaziano in un più ampio spettro di proprietà fisiche e meccanismi di genesi, trasporto e deposizione dei materiali. I due estremi comprendono fenomenologie simili alle frane con prevalenza di materiale solido accumulato sui fianchi del vulcano e mobilizzato a causa di instabilità, sollecitazioni sismiche e riduzione dell'attrito interno per effetto di precipitazioni, ecc. C’è poi una tipologia di flussi simili a sovralluvionamenti, nella quale abbonda l'acqua, mentre il materiale solido trasportato è fortemente subordinato: in questo caso generalmente si parla di mass flow.

Molte eruzioni esplosive del Vesuvio sono state accompagnate e seguite da mass flow, talvolta devastanti, anche se in genere questi sono più frequenti in eruzioni di tipo pliniano o subpliniano.  Le aree interessate comprendono tutti i versanti del vulcano, con particolare concentrazione nelle aree di maggior accumulo di materiale piroclastico. I lahar, possono raggiungere distanze notevoli dal vulcano, e possono accumularsi con spessori anche superiori ai 10 metri in canali o pianure perivulcaniche; così come possono originarsi pure da altri rilievi montuosi sottovento e interessati da notevoli accumuli di materiale vulcanico, poi mobilizzato per effetto di instabilità legata ad elevata pendenza dei versanti e precipitazioni.
Ugualmente eruzioni di minore portata, quali stromboliane o vulcaniane, occasionalmente hanno generato lahar, per lo più localizzati sui versanti del Somma-Vesuvio con modesta mobilità.

L’eruzione del Vesuvio del 472 si caratterizzò tra l’altro anche per le colate di fango. Ma quest’eruzione è da ritenersi una pliniana, una sub pliniana o, energeticamente parlando, mediana tra le due?

L'eruzione del 472 A.D è una eruzione molto particolare che meriterebbe una più ampia trattazione. In base agli attuali criteri di classificazione è una sub-pliniana, ma per l'estensione degli effetti associati può essere considerata e alla stregua una pliniana. Le ricerche che ho condotto alla fine degli anni '90 hanno consentito di evidenziare proprio gli effetti secondari (lahar e mass flow), che in generale hanno conferito all'eruzione del 472 uno straordinario potere di devastazione e modificazione del territorio in un raggio di decine di km dal vulcano. L'eruzione avvenne quasi alla fine dell'Impero Romano, quando il territorio vesuviano era in progressivo abbandono. L'effetto combinato del carattere freatomagmatico di alcune fasi dell'eruzione e del degrado degli insediamenti umani, fecero sì che l'eruzione seppellendo le pianure intorno al Vesuvio sotto metri di pomici, ceneri e fango poi consolidato, assestasse un duro colpo in termini di vivibilità all'area nolana e sarnese in particolare.


Ringraziamo il Professor Giuseppe Mastrolorenzo per le risposte che ha assicurato ai nostri lettori su questo tema delle colate di fango spesso sottovalutato come fenomeno vulcanico complementare e dirompente.

Nelle conclusioni dobbiamo sottolineare che il fango composto da acqua e cenere vulcanica è una vera trappola mortale, perché pur riuscendo a respirare, un eventuale malcapitato sarebbe sottoposto suo malgrado a problemi di ipotermia e probabilmente da sindrome da schiacciamento soprattutto col progredire del processo di disseccamento.

In alcuni casi sono stati fatti esperimenti per valutare lo sforzo necessario a un uomo per liberarsi dal fango viscoso: ebbene, occorrerebbero centinai di chilogrammi... D’altra parte è anche il caso di ricordare che mentre sull’acqua si galleggia e sulle macerie si cammina, sul fango non si galleggia e non si cammina, e questo per un soccorritore è un grosso limite operativo.  

lunedì 5 ottobre 2015

Rischio Vesuvio: twitter ai comuni vesuviani...di MalKo







Gli impulsi che avete dato all’edilizia residenziale dimostrano una eccessiva sicurezza sul fatto che il vulcano Vesuvio mantenga il suo stato di quiescenza per moltissimo tempo ancora. Certamente è un auspicio condivisibile da tutti, ma è altrettanto certo che sono passati oltre settanta anni dall’ultima eruzione (1944) che l’ardente monte ha consegnato alla storia: può significare molto o niente.

Il vulcano rimugina ai margini della litosfera la sua condizione imperscrutabile di vulcano a condotto chiuso, con una calma solenne, e non è dato ad alcuno il privilegio di sapere quando la stizza coglierà il monte e in che misura.

I cittadini che amministrate dovrebbero essere già informati che l’eruzione di riferimento su cui si basano i piani di emergenza e quelli di evacuazione ancora da stilare, sono incentrati su un evento sub pliniano dall’indice di esplosività vulcanica VEI4. Lo hanno stabilito alcuni matematici del pericolo operando calcoli su basi statistiche. Generalmente i piani d’emergenza si tarano sull’evento massimo conosciuto che nel nostro caso corrisponde alla famosa eruzione pliniana di Pompei. La differenza tra un’eruzione VEI 4 (sub pliniana) e VEI 5 (pliniana), riguarda sicuramente l’intensità dei fenomeni e l’altezza della colonna eruttiva e con essa i territori su cui si spalmerebbero gli effetti più deleteri dell’eruzione.

Nel caso dovesse manifestarsi una eruzione pliniana, evento che solo la politica può escludere ma non la scienza, le inarrestabili colate piroclastiche scorrerebbero ben oltre la linea nera Gurioli che erroneamente la si interpreta come una sorta di limite di pericolo, soprattutto perché si è omesso di aggiungere che tale segmento asimmetrico è indicativo solo per eruzioni di media intensità.

Il dato statistico eruttivo che capeggia come preambolo nella incompiuta pianificazione d’emergenza, con molta scaltrezza è diventato deterministico, tant’è che grazie a un arzigogolo giuri-politico, nei territori di Poggiomarino e Scafati si rilasciano ancora licenze edilizie, mentre al contiguo comune di Boscoreale o a quello di Pompei  posti alla stessa distanza dal cratere, tale possibilità cementizia è assolutamente preclusa per gli effetti della legge regionale 21/2003, che vieta l’edilizia residenziale nelle zone ad alto rischio vulcanico. Quest’ultima definizione con le regole adottate dovrebbe valere solo per i territori o le porzioni comunali circoscritte dalla linea nera Gurioli. 


Il comune di Boscoreale ebbe ad opporsi a questa evidente sperequazione interpretativa della legge regionale 21/2003 innanzi al Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) che gli diede ragione. La Regione Campania si oppose alla favorevole sentenza ricorrendo al Consiglio di Stato che ha annullato il precedente giudizio con motivazioni incomprensibili che richiamano tra l’altro principi di prudenza in verità non applicati omogeneamente.



Il principio di precauzione non si capisce bene perché debba valere per la municipalità di Boscoreale e non per quelle di Poggiomarino e Scafati. La foglia di fico dietro cui si nasconde questa ipocrita differenziazione è dettata dalla introduzione della zona rossa 2 (figura in basso) contornata da una linea verde.


Vesuvio: classificazione delle varie zone a rischio: linea viola rossa 1 - linea verde rossa 2 -
linea nera Gurioli  (limiti di invasione dei flussi piroclastici per eruzioni VEI 4 (sub pliniane)


Dove termina la linea nera Gurioli infatti, secondo gli esperti cessa il rischio colate piroclastiche in seno ad eruzione di media intensità, ma ad est il problema statisticamente continua con la caduta massiccia di cenere e lapillo: una fenomenologia considerata pericolosa fino ai margini della linea verde e anche se in modo crescente per qualsiasi tipo di eruzione. Da questo punto di vista e a dirla tutta, non si capisce l’immunità di Striano… Il piano di emergenza prevede per la zona rossa 2 una evacuazione mirata con eruzione in corso e solo dalle zone poste sottovento lungo l’asse dei venti predominanti. In siffatte condizioni la respirazione potrebbe essere problematica, ma anche il transito dei veicoli che oltre a slittare sui materiali incoerenti potrebbero arrestarsi per occlusione dei filtri dell'aria in una innaturale notte vulcanica a causa della visibilità che risulterebbe particolarmente ridotta. Condizioni che si raggiungerebbero nel giro di ore e non di giorni...


La zona rossa da evacuare. In realtà nella zona rossa 2 l'evacuazione è settoriale e solo con eruzione in corso.

Con l’incremento dei depositi piroclastici poi, incomincerebbero a sprofondare tettoie e con l’aggravio del peso i solai meno resistenti e a seguire quelli non progettati per sostenere pesi accidentali come il carico da neve. Tra l’altro il problema della pioggia di cenere e di lapilli si presenterebbe già con eruzioni di tipo stromboliane (VEI3) …
Il grande problema è che il vostro territorio, egregi comuni, potrebbe essere travolto anche dalle nubi ardenti e non solo dalla pioggia di materiali incoerenti vulcanici. La linea nera Gurioli come dicevamo, è un limite indicativo d’invasione dei flussi piroclastici (VEI 4), e comunque non può considerarsi per le molteplici variabili in gioco un confine assoluto, una sorta di steccato oltre il quale si è certamente al sicuro anche a fronte di eruzioni mediamente intense. In caso di eruzioni pliniane invece, purtroppo i flussi roventi (circa 500°C.) percorrerebbero distanze ben oltre la linea nera Gurioli; e ad est in particolare, bisognerebbe aggiungere, sommare e affrontare contemporaneamente  pure il martellìo e l’accumulo di cenere e lapilli senza escludere problematiche di ordine alluvionale dettati dai corsi d’acqua colmati e sbarrati dai materiali piroclastici.
Con quale criterio allora rilasciate  licenze edilizie?  Qualcuno, rifletta: con questi presupposti il documento di proprietà è innanzitutto un documento di rischio con lo stemma della repubblica…Tra un pò di anni anche la buona novella statistica abbandonerà  questi territori, lasciando una grave ipoteca sul futuro dei giovani, che si chiederanno chi sono stati i padri costruendi...



martedì 29 settembre 2015

Rischio Vesuvio:quale prevenzione delle catastrofi?...di MalKo


Il Vesuvio : a sinistra l'orlo calderico del Monte Somma

Il rischio è la possibilità che persone o ambiente possano subire danni da un pericolo potenzialmente immanente. Quando il pericolo si manifesta però, non sempre c’è il tempo necessario per mettersi in salvo attraverso la fuga o proteggersi con determinate attrezzature o rifugiarsi in strutture atte allo scopo. Occorre quindi uno studio preliminare che, oltre a tracciare le caratteristiche del pericolo e i limiti geografici della sua propagazione, indichi anche le procedure di salvaguardia che dovranno essere attuate quando gli indicatori di rischio segnalano l’arrivo dell’avvenimento deleterio. Quest’analisi tecnica e scientifica si chiama nel suo insieme piano di emergenza.
Nella nostra società occidentale norme giuridiche e civiche impongono la redazione dei piani di emergenza per gli ambienti confinati e affollati come scuole, ospedali, fabbriche o anche mezzi di trasporto come treni, navi e aerei: su tutto capeggia per importanza il piano di evacuazione...quale annesso al primo.
I piani di emergenza sono una necessità anche in termini areali, per fronteggiare quei pericoli (terremoti; eruzioni; inondazioni ed altro) che le autorità scientifiche o tecniche segnalano alle autorità amministrative rappresentate nel nostro ordinamento in primis dal Sindaco. Non dimentichiamo infatti, che il Comune è l’istituzione più vicina ai bisogni sociali dei cittadini. Per pericoli che possono avere una rilevanza provinciale e regionale, la maglia delle competenze si allarga coinvolgendo altri organi amministrativi come la Regione o il Dipartimento della Protezione Civile. Quindi, a seconda della rilevanza del pericolo, ci sarà parimenti una scala gerarchica di competenze, ma senza mai escludere il primo cittadino che rimane il fulcro del sistema operativo locale.

I piani di emergenza contengono come primo e determinante capitolo un’analisi del pericolo e del suo raggio d’azione. A seguire gli indicatori di rischio, cioè i segnali premonitori del sopraggiungere del pericolo e poi i sistemi da utilizzare per la diffusione dell’allarme; e ancora la strategia difensiva e di soccorso; poi le procedure e le attrezzature e gli strumenti da mettere in campo e i comportamenti da adottare per annullare o minimizzare gli effetti dell’evento dannoso ipotizzato e atteso.
Certamente nella pianificazione delle grandi emergenze sono molte le istituzioni che concorrono sinergicamente alla risoluzione dell’evento calamitoso, e quindi è necessario che la strategia d’intervento di ogni singola struttura vada ad occupare una determinata casella (funzione), in quello che alla fine sarà il mosaico del soccorso.


I pericoli insiti nel nostro mondo roteante (la nostra analisi esula da quelli cosmici) sono veramente tanti e a quelli naturali si aggiungono altri dettati dalle attività antropiche industriali e belliche (difesa civile). Il campionario è veramente ampio... Alcune istituzioni pertinenti professano la filosofia dell’eludere dalle opere di difesa i pericoli estremi e dai lunghi tempi di ritorno.  Un modo di pensare che è anche del fare, tant’è che attualmente sono in auge le politiche anti catastrofe che si fondano sull’analisi   costi – benefici con la statistica alla base del sistema protettivo dei cittadini. Concettualità forse astruse che ritroviamo però già nell’analisi del rischio Vesuvio a proposito della scelta e l'adozione degli scenari eruttivi di riferimento. Invero, tecnicamente parlando, quando si analizza un pericolo bisognerebbe prendere in considerazione quello massimo conosciuto che tra l’altro potrebbe non essere quello massimo possibile. In Giappone ad esempio, l’11 marzo 2011 si registrò una scossa di terremoto del IX grado (Mw): la più forte mai registrata nel paese del Sol levante. Tsunami e incidente alla centrale nucleare di Fukushima hanno consegnato alla storia delle immani catastrofi questa tragica data che, per i motivi anzidetti, è anche un record sismico.

Linea nera Gurioli


Cosa è stato pronosticato per il Vesuvio: per chiarire e semplificare meglio il discorso scenari, approfittiamo ed accenniamo alle varie tipologie eruttive che hanno caratterizzato in un certo arco di tempo la storia geologica del famoso vulcano e con essa gli sconvolgimenti dei territori coinvolti. Lo facciamo adottando 4 date (anno) per altrettante eruzioni tra le più significative, con una chiamata in causa anche della linea nera Gurioli (mappa soprastante). Quest'ultimo è un segmento che circoscrive e chiude asimmetricamente un settore che da limite di deposito dei flussi piroclastici è diventato nella letteratura scientifica e a cura della commissione grandi rischi, un innaturale limite geografico di pericolo.


Ora guardiamo la tabella a colori: mostra le tipologie eruttive con una certa crescenza in termini di indice di esplosività vulcanica. Secondo le regole della prevenzione, bisognava prendere in esame quale scenario eruttivo di riferimento per la stesura dei piani di emergenza, l’evento massimo conosciuto, cioè un'eruzione pliniana. La linea nera Gurioli circoscrive quella parte di territorio soggetto al fenomeno più distruttivo in assoluto: il dilagamento delle colate piroclastiche. La linea nera vale quindi come limite di pericolo ma solo per le eruzioni inferiori o pari a un indice di esplosività vulcanica VEI 4.
Per le eruzioni VEI 5 questa traccia nera dovrebbe essere posta a distanza doppia rispetto alla bocca eruttiva...  Quindi, i piani di emergenza hanno scartato come scenario la possibilità che una futura eruzione possa essere di tipo pliniano. I maghi della statistica hanno consegnato al mondo della politica questo confortante dato (VEI4) tra l'altro come ipotesi peggiore, perché in effetti ritengono più probabile nel medio termine uno scenario eruttivo da VEI 3.

Il Vesuvio ricordiamolo, è un illustre sconosciuto che non consente di esplorare d’appieno le dinamiche e le profondità da cui trae linfa rovente quanto vitale... Quindi la prossima eruzione potrà essere uno sbuffo di cenere o un ombrello pliniano. Non conoscendo a priori lo stile eruttivo del prossimo evento, occorre necessariamente e all'occorrenza promuovere l’evacuazione della popolazione nella misura offertaci dagli esperti e dal loro dato statistico (VEI4) con la linea Gurioli che funge da steccato da superare per mettersi in salvo.
Che abbia un valore deterministco questo segmento lo dimostrano anche le alchimie e le iniziative amministrative messe in campo dallo strategico ex assessore regionale della protezione civile che, nella suddivisione della zona rossa 1 e rossa 2, ha proposto e varato una diversa applicazione della legge regionale 21/2003 sull'edificabilità ad uso residenziale nei vari comuni, con differenziazioni urbanistiche per niente eque da applicare ai territori a rischio vulcanico.

Guardate lo schema sottostante: a parità di distanza dal cratere e di posizione geografica sull’asse probabilistico di dispersione dei prodotti piroclastici eruttabili dal vulcano, esistono delle palesi difformità di trattamento. Al comune di Poggiomarino non si applicano i principi di inedificabilità ad uso residenziale sanciti dalla L. 21/2003 mentre a Boscoreale la legge si applica invece e sull’intero territorio. Il comune di Scafati è interamente fuori dai disposti normativi della L. 21/03 godendo di una speciale immunità: i confini comunali coincidono con la linea nera Gurioli. Al contiguo comune di Pompei intanto si applicano rigidamente i disposti di inedificabilità di questa famosa legge anti cemento. Qual è la logica discriminante?

Perché si è dovuto ricorrere a questo illogico sotterfugio amministrativo che è una vera iniquità giurisprudenziale? Perché se si liberavano per la parte eccedente la black line i territori di Boscoreale dai vincoli di inedificabilità totale, così come era stato chiesto inutilmente al Consiglio di Stato, tra l’altro intervenuto nella diatriba amministrativa richiamando i concetti del periculum in mora, si districavano dai lacciuoli anti edilizia pure altri comuni (Pompei, Somma Vesuviana, Torre Annunziata, ecc.), col risultato finale ed eclatante di una riduzione di fatto della zona rossa Vesuvio: in termini di immagine nazionale e internazionale sarebbe stato inaccettabile perché contrario alla pubblicità governativa che ancora oggi batte la grancassa  dell'allargamento della zona rossa in nome del garantismo…

La zona rossa 2, quella che vedete nel disegno soprastante, è interamente nel raggio di distruzione di un’eruzione pliniana e nel non meno pericoloso fenomeno della pioggia di cenere e lapilli per tutti i tipi di eruzione. Eppure si continua alacremente a costruire case e poi case e ancora case con licenza edilizia... Che dire: solo raccapriccio per una situazione che potrebbe far rimpiangere la mancata applicazione di politiche di prevenzione. 
Escludere un'eruzione pliniane tra i pericoli da affrontare può essere solo un atto politico ma non scientifico, e le argomentazioni inconfessabili che parlano di scelta dettata da un piano di evacuazione improponibile con i grossi numeri, non può essere una motivazione valida se non vengono dichiarati i limiti evacuativi. Un modus operandi che si chiama democrazia... 
L'indicazione di uno scenario da cui discende il piano di emergenza che si basa su fattori statistici accomodanti, offre stampelle e appigli a chi nel frattempo invece di proporre politiche di decentramento della popolazione imponendo vincoli anti catastrofe, non esita ad affollare ulteriormente un territorio (rossa 2) che ipocritamente è stato inserito nella zona da evacuare. Non subito però, ma in corso d'eruzione: una modalità che sa tanto di pudica foglia di fico...  Le pliniane avranno pure tempi lunghi di ritorno, ma ahimè come tutti i tempi anche questi verranno perchè l'inarrestabile clessidra alla fine lascerà cadere e conterà l'ultimo granello... 

In questo contesto scientifico, tecnico, amministrativo e giudiziario, bisogna ricordare un grande assente: il principio di precauzione. Largamente disatteso, altro non è che logica applicata all’esistenza. Cioè, visto che la vita umana è unica, ancorché non sanabile o replicabile quando finisce, bisognerebbe adottare anche nel dubbio ogni garanzia acchè non venga intaccata. Praticamente la filosofia di fondo è che le scuse a posteriori non valgono… 



venerdì 4 settembre 2015

Campi Flegrei: bradisismo, magma e ricerca scientifica... di MalKo



Bordo occidentale Vulcano Solfatara - Pozzuoli - Campi Flegrei

A leggere i resoconti delle situazione di rischio che caratterizzano nell’odierno i distretti vulcanici napoletani, per una serie di considerazioni i Campi Flegrei sono quelli che destano qualche preoccupazione in più. Lo dice lo stato di attenzione vulcanica a cui è sottoposta l’area calderica e principalmente la zona puteolana dove i valori geochimici e geofisici segnano mutamenti significativi e al rialzo.
Il Dott. Giovanni Chiodini, dirigente di ricerca dell’INGV – Osservatorio Vesuviano, in una interessantissima relazione chiarisce subito che i primi segnali di variazione dello stato di geo quiescenza dei Campi Flegrei si ebbero nel 2000 con una condizione di subsidenza dei suoli. Nel 2005 il fenomeno subisce un’inversione di tendenza e compare un bradisismo negativo che inizia a sollevare i terreni puteolani verso l’alto. L’area ad est della Solfatara comprendente i settori Pisciarelli e Scarfoglio, è sicuramente quella delle evidenze di questi cambiamenti con aumenti di temperatura e soprattutto di importanti emissioni di anidride carbonica dal sottosuolo.
Nel mese di Gennaio 2015 questa zona di degassamento emetteva circa 3000 tonnellate di anidride carbonica al giorno, collocandosi come sorgente naturale tra i primi dieci siti mondiali. Un valore che si registra di solito dai crateri attivi aggiunge Chiodini…
Il ricercatore conclude sottolineando che una eventuale trivellazione in questa zona sarebbe certamente una pratica che cozzerebbe frontalmente con il principio di precauzione, perché una tale portata di anidride carbonica a ridosso dei fabbricati non ha certamente bisogno di essere incrementata da interventi meccanici di fratturazione in un sottosuolo già ribollente e pregno di gas e vapori…

Con questa premessa introduciamo il recente studio a firma dei ricercatori dott. Luca D’Auria (INGV) e dott. Susi Pepe (CNR), che individuano in una sorta di iniezione magmatica il motivo del bradisismo flegreo, cioè l’innalzamento dei suoli, almeno nel periodo compreso da Gennaio 2012 a Giugno 2013. Secondo gli esperti, un filone di magma da una profondità di circa 8 chilometri, quota che localizza l’attuale ed estesa camera magmatica, si è diretto verso la superficie senza raggiungerla. Infatti, il magma in ascesa si è introdotto tra i vari strati crostali raggiungendo la quota di 3 chilometri per poi espandersi in senso orizzontale costituendo una sorta di lago magmatico sotterraneo (vedi disegno).
Schema (bozza) orientativo situazione del sottosuolo flegreo
La caldera vulcanica dei Campi Flegrei viene spesso citata quale sede di un super vulcano, tra l’altro dove dimorano migliaia e migliaia di persone. Una possibile eruzione potrebbe investire anche la città di Napoli, è questo spiega perché il sito è continuamente monitorato e genera apprensioni ad ogni piccolo mutamento.
Il Dott. Luca D’Auria, ricercatore dell’INGV, ha proprio la responsabilità della sala di monitoraggio dell’Osservatorio Vesuviano, ed ha condotto insieme a colleghi del CNR questa interessantissima ricerca che sembra fugare i dubbi circa l’origine del fenomeno bradisismico recente. Approfittiamo quindi di questa gentile disponibilità per approfondire l’argomento.

Dott. D’Auria, cosa hanno indicato i satelliti circa le deformazione del suolo ai Campi Flegrei?
Che tra il 2012 ed il 2013 all’interno dei Campi Flegrei c’è stato un aumento di volume di circa 4 milioni di metri cubi. Le nostre analisi hanno rivelato che questo incremento volumetrico è stato causato dall’espansione di una piccola camera magmatica superficiale, con una forma molto appiattita. Tecnicamente questo tipo di strutture geologiche è nota come sill.

E’ stata accertata l’intrusione magmatica all’origine del bradisismo recente? Esiste un punto d’iniezione preciso o la risalita del magma è diffusa seppur localizzata in una determinata zona flegrea?
Possiamo affermare che si tratta di magma anche attraverso il confronto con altre misure: ad esempio la composizione chimica delle fumarole. Dopo la crisi bradisismica del 1982-1984, anch’essa di origine prevalentemente magmatica, il movimento del suolo ai Campi Flegrei è stato causato essenzialmente dai fluidi idrotermali (acqua, gas e vapore) che permeano il sottosuolo calderico. Ogni volta che fluidi idrotermali vengono iniettati nelle rocce del sottosuolo flegreo, causano un piccolo sollevamento del suolo e, con mesi di ritardo, un cambiamento nella composizione chimica delle fumarole. In genere questi piccoli sollevamenti sono temporanei, perché il gas viene gradualmente disperso nell’atmosfera ed il suolo torna ad abbassarsi. Uno di questo episodi è accaduto ad esempio tra il 2006 ed il 2007.  Tra il 2012 ed il 2013, invece, il sollevamento del suolo non è stato seguito da importanti variazioni nella composizione delle fumarole e soprattutto il sollevamento è stato permanente. Tutte queste evidenze indicano abbastanza chiaramente che si è trattato principalmente di un’iniezione di magma.
Il punto da cui risale il magma è grossomodo localizzato al centro della caldera, ovvero al di sotto del Rione Terra a Pozzuoli. Quindi, arrivato a circa 3 chilometri di profondità, il magma ha smesso di salire e si è distribuito orizzontalmente in un raggio di pochi chilometri.

Rione Terra - Pozzuoli - Campi Flegrei
 Potremmo definire questa ascesa di magma una mancata eruzione?
E’ difficile rispondere a questa domanda. Ai Campi Flegrei, cosi come in altri vulcani simili, queste intrusioni superficiali di magma potrebbero essere molto più comuni delle eruzioni. Quindi, probabilmente è più corretto definire le eruzioni come “mancate intrusioni”.

I volumi di magma iniettati verso la superficie senza raggiungerla, sono inferiori a quelli che caratterizzarono l’eruzione del Monte Nuovo?
La quantità di magma iniettato (4 milioni di metri cubi) è piccola ma è dello stesso ordine di grandezza del magma emesso durante le eruzioni minori dei Campi Flegrei, come ad esempio quella di Monte Nuovo. C’è però da considerare che durante un’eruzione solo una piccola percentuale del magma presente nella camera magmatica viene effettivamente eruttata. Prima dell’eruzione di Monte Nuovo, infatti, il sollevamento del suolo ai Campi Flegrei fu molto rilevante, forse anche più di 10 metri.  Questo significa che l’iniezione di queste piccole quantità di magma, che tra l’altro si raffreddano e solidificano molto rapidamente, non dovrebbe essere particolarmente allarmante. Ogni episodio di sollevamento, comunque, viene attentamente seguito dai sistemi di monitoraggio.

Si ha l’impressione, anche valutando una serie di dati, che il processo ascendente del magma in questione, non abbia prodotto particolari dirompenze magari in termini di terremoti: è così?
Il processo fisico dell’intrusione del magma all’interno del sill è abbastanza “silenzioso”. Ciò non toglie che durante crisi violente, come quella bradisismica del 1982-84, la deformazione del suolo sia in grado da causare numerosi terremoti. Durante quella crisi, infatti, furono registrati ai Campi Flegrei circa 16000 terremoti, con magnitudo fino a 4. Nell’ultimo decennio, invece, ai Campi Flegrei ci sono in media solo un centinaio di piccoli terremoti ogni anno, con magnitudo sempre inferiori a 2.
Tuttavia, prima di una eventuale eruzione, il magma dovrà farsi strada attraverso circa 3 chilometri di rocce fragili. Sicuramente sarà un processo che non passerà inosservato e che consentirà di stimare l’avvicinarsi di una eventuale eruzione.

Il dato sismico fino a che punto può essere definito un precursore eruttivo in una zona calderica dove i sollevamenti si contano a metri e gli eventi sismici a migliaia in particolari periodi di crisi ad oggi sempre rientrate?
La previsione delle eruzioni, in particolar modo nelle caldere, si deve basare necessariamente sull’analisi contemporanea di diversi tipi di misure (terremoti, deformazioni, composizione chimica dei gas, etc…). Solo in questo modo è possibile avere una visione ragionevole di quello che accade all’interno del vulcano.
Inoltre, l’uso di tecniche di analisi avanzate, come quella che abbiamo recentemente proposto per i Campi Flegrei, aiuta a comprendere con maggiore chiarezza i processi che avvengono nel vulcano, e quindi a fornire uno strumento che non è solo di interesse scientifico, ma che può avere anche risvolti pratici in situazioni di emergenza.
Il vulcano Solfatara - Pozzuoli - Campi Flegrei


Secondo le sue conoscenze e studi effettuati sull’argomento, cosa sta succedendo al di sotto dei Campi Flegrei? Le trivellazioni in area calderica sono pericolose soprattutto alla luce della Sua recente scoperta?
I Campi Flegrei attraversano una fase di irrequietezza che si protrae probabilmente sin dagli anni ’50 del secolo scorso. In questo periodo i Campi Flegrei hanno alternato periodi di tranquillità a fasi di rapido sollevamento del suolo, verosimilmente causati dall’iniezione di magma a profondità più superficiali.
La quantità di magma iniettato ogni volta è stata di piccola entità e si è quindi già solidificato. La mia opinione è che in questo momento non vi siano rilevanti quantità di magma fuso a profondità superficiali (circa 3 chilometri).
Purtroppo non possiamo prevedere quello che succederà nei prossimi anni o decenni. Quello che facciamo è monitorare costantemente il vulcano alla ricerca anche di piccoli segnali che indichino un cambiamento nella sua attività.
Per quanto riguarda le trivellazioni a scopo scientifico, personalmente non ritengo comportino rischi significativi. Diverse trivellazioni profonde effettuate nei decenni scorsi ai Campi Flegrei non hanno prodotto alcun effetto particolare. Una perforazione avente lo scopo di studiare la struttura del vulcano, in particolare nell’area del Golfo di Pozzuoli che è ancora poco conosciuta, sarebbe sicuramente di utilità anche per interpretare meglio eventuali segnali precursori di una possibile futura eruzione.

La previsione degli eventi simici a che punto è?
Sfortunatamente la previsione dei terremoti, nonostante decenni di studi, non ha prodotto ancora risultati che possano essere di utilità. Al contrario sono stati fatti grossi passi avanti nella mitigazione del rischio sismico. Oggi esistono, almeno per l’area italiana, delle mappe del rischio molto accurate anche se, purtroppo, raramente vengono prese in giusta considerazione da chi dovrebbe amministrare il territorio. Inoltre, nell’ultimo decennio, sono stati sviluppati sistemi di Early Warning sismico, che forniscono tempestivamente un allarme appena inizia un forte terremoto.
Diverso è il discorso per la previsione delle eruzioni che, negli ultimi tempi ha fatto enormi passi in avanti. La maggior parte delle eruzioni avvenute negli ultimi decenni sono state previste ed è stato possibile evacuare la popolazione a rischio. Rimane ancora molto da imparare, ma il rapido sviluppo delle tecnologie di monitoraggio (satellitari e terrestri) e l’avanzamento delle conoscenze scientifiche per la sorveglianza dei vulcani, procedono speditamente.

Esprimiamo un particolare ringraziamento al Dott. Luca D’Auria per la importante intervista che ci ha rilasciato, tra l’altro con una chiarezza ideale per la diffusione scientifica di argomenti che riguardano aspetti particolarmente complessi del nostro territorio vulcanico.