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martedì 28 aprile 2026

Rischio eruttivo al Vesuvio: l'eruzione pliniana è da impatto generazionale.. di Malko

 

Napoli e il Vesuvio

Quando negli anni 80’ fu concretamente sollevato il problema dell’incolumità degli abitanti della plaga vesuviana in caso di eruzione del Vesuvio, venne evidenziato che nell’eventualità non c’erano rimedi capaci di offrire una adeguata protezione fisica ai residenti, a fronte di fenomeni altamente letali come le terribili colate piroclastiche. Composte da gas vulcanici e vapore acqueo, ceneri, pomici e frammenti di magma e roccia abrasa dal condotto, i flussi piroclastici si formano in seguito al collasso della colonna eruttiva che, dirompendo in alto nell’atmosfera anche per decine di chilometri, all’esaurirsi della spinta precipita originando valanghe ardenti che riescono a scorrere molto velocemente sui fianchi del monte vulcanico, percorrendo così notevoli distanze con un incedere turbolento e distruttivo.

Furono proprio i flussi piroclastici a caratterizzare la micidiale eruzione pliniana che coinvolse tragicamente nel 79 d.C. le cittadine di Pompei ed Ercolano. In questa eruzione l’indice di esplosività vulcanica (VEI) fu catastrofico, con la formazione di una colonna eruttiva che superò i trenta chilometri di altezza, per poi ricadere su sé stessa generando a più riprese e in tempi diversi colate piroclastiche che si riversarono a valle, investendo alcuni centri abitati localizzati alla base del vulcano. Ercolano risultò tra i primi ad essere raggiunto e distrutto, con temperature dei flussi che superarono i 400° Celsius, e velocità di scorrimento di oltre 100Km/h.

Le nubi ardenti che colpirono la città di Ercolano furono particolarmente micidiali, e quando investirono gli ercolanesi che tardarono ad allontanarsi rifugiandosi in riva al mare in spazi dove si riponevano le barche, portarono seco una morte istantanea. Su alcuni resti umani, infatti, si nota lo “scoppio” della calotta cranica dovuta alla repentina evaporazione dei fluidi biologici, così come in alcuni casi sono evidenti arti fratturati da shock termico e ossa rossastre la cui colorazione è stata dettata dalla decomposizione termica dell'emoglobina presente nel sangue…

I fornici dove si rifugiarono durante l'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. circa 350 ercolanesi poi investiti dai flussi piroclastici trovando così morte istantanea.


In un discorso più ampio di vivibilità in area vesuviana, occorre tener ben presente che non è possibile prevedere con un anticipo sicuramente utile l’insorgenza di un’eruzione, e neanche la potenza che la caratterizzerebbe e che viene misurata adottando un indice numerico (VEI) che, generalmente, è quantificabile con una buona precisione solo al termine dell’eruzione. 

A fronte di queste due grosse incertezze allora, inevitabilmente il valore del rischio che incombe sulle popolazioni vesuviane è tutt’altro che minimo, e ogni discorso sulla eroica resilienza delle popolazioni esposte, si basa in realtà sulla non percezione sensoriale del pericolo e sul convincimento che l’eruzione è possibile prevederla certamente almeno 72 ore prima, come recitava e recita  la campagna informativa governativa, anche se nell’attualità i toni di certezza predittoria sono diventati piuttosto timidi. 

Sono passati ottantadue anni dall’ultima eruzione (1944) del Vesuvio, e quindi ci apprestiamo a raggiungere il secolo di quiete. La quiescenza anche ultrasecolare del Vesuvio non aggraverebbe oltre misura i fattori di rischio già insiti nell’attuale zona rossa, ma certamente andrebbe a influenzare l’ampiezza dell’area pericolosa che potrebbe quadruplicarsi. La letteratura scientifica, infatti, afferma che l’indice di esplosività vulcanica ha una certa propensione al rialzo con l’aumentare dei tempi di quiete geologica. 

Gli scienziati della commissione grandi rischi, sulla base anche della relazione prodotta da un apposito gruppo di lavoro (2012), confermarono che al Vesuvio l’eruzione massima attesa da prendere come riferimento per la stesura dei piani di emergenza, doveva essere di tipo simil sub pliniano VEI4. Allora fu elaborata la zona rossa tenendo in debito conto il lavoro di una ricercatrice, Lucia Gurioli, che verificò sul campo e poi segnò su mappa (Linea nera), i punti di massimo scorrimento raggiunti dai flussi piroclastici che si formarono nell’ultima eruzione sub pliniana del 1631.  

Zona rossa Vesuvio e linea Gurioli


Questa linea curva di demarcazione, non tutti la conoscono e in tutti i casi la interpretano erroneamente come un limite di pericolo, ma in realtà è un limite di deposito che non tiene conto dell’avanzamento delle parti più leggere e gassose di una nube ardente. Deve essere poi chiaro che non esistono eruzioni fotocopie, e che le energie sprigionabili dal vulcano possono essere anche idealmente rappresentate da numeri con virgola: ad esempio VEI 4,2. In questo caso corrisponderebbe a un rilascio di energie 2 volte superiore a una eruzione VEI 4,0; un esempio di medietà dei valori di esplosività ci è offerto dal potente evento di Pollena nel 472 d.C. col suo stile eruttivo non inquadrabile con cifra tonda e collocabile tra il VEI 4 e 5… Da notare che l'eruzione di Pollena è avvenuta 383 anni dopo quella disastrosa di Pompei nel 79 d.C.

Qualora dovesse verificarsi una eruzione di tipo VEI 4, i flussi piroclastici potrebbero raggiungere i territori posti a distanza di circa 7-10 Km. dal cratere. Invece, semmai l’eruzione dovesse assumere caratteristiche energetiche da VEI 5 (pliniana), quindi 10 volte più forte dell’evento campione (VEI4), le colate piroclastiche potrebbero spingersi a distanze di 15/20 chilometri dal centro eruttivo. Questa congettura evidenzia che in tema di prevenzione della catastrofe vulcanica, con i criteri attuali ci sono delle criticità che andrebbero almeno palesate alla popolazione, soprattutto se non è possibile assicurare iniziative di tutela nell’immediato o nel medio termine.

In caso di allarme vulcanico, l’area che sarà soggetta ad evacuazione preventiva, di fatto è quella VEI4, quella rossa che vedete nella figura sottostante, che conta una superficie di circa 200 km². Invece, l’area della corona circolare che abbiamo colorato in verde per distinguerla nettamente, indica la superficie di circa 800 Km² invadibile dalle colate piroclastiche di una eruzione pliniana (VEI5). Quest’ultima tipologia eruttiva infatti, porta con sé la concreta probabilità che le nubi ardenti superino l’area VEI4, per poi spingersi oltre e fino a raggiungere, come detto, distanze di 15/20 chilometri...  

La zona rossa VEI4 comprende anche eruzioni VEI3 - La zona verde VEI5 indica i territori invadibili dalle colate piroclastiche in caso di eruzione pliniana VEI5


In poche parole, un’eruzione pliniana investirebbe complessivamente un territorio di oltre 1000/km² che conta alcuni milioni di abitanti. Eppure, l’eruzione pliniana è stata totalmente esclusa dagli eventi possibili… A essere maggiormente chiari, non c’è nessun piano di evacuazione o direttiva ad oggetto la zona verde VEI5. Quindi, i cittadini residenti in questo territorio, in caso di allarme rimarrebbero fermi sul posto ad osservare lo straordinario spettacolo della natura senza neanche comprendere che le loro vite sono affidate a calcoli statistici che tra l’altro mutano col passare del tempo e non in misura lineare.

Nelle filosofie del rischio vulcanico che si caratterizza per i molti fattori di indeterminatezza, inevitabilmente questa decisione di non prendere in considerazione una eruzione pliniana non è deontologicamente condivisibile e rimane in ogni caso un azzardo. L’imprescindibile diritto alla sicurezza comporterebbe che là dove non c’è tutela deve esserci almeno l’informazione corretta e puntuale che invece manca. Le autorità dovrebbero chiarire: Egregi cittadini; non c’è un piano di evacuazione a fronte di una eruzione pliniana che rimane statisticamente poco probabile. Purtuttavia non la si può escludere deterministicamente perché, secondo gli esperti, la possibilità statistica che possa materializzarsi un evento pliniano al Vesuvio va dall’1 all’11 % di probabilità, a seconda della tabella dei tempi che si adotta, e che sono entrambe basate su diversi periodi di quiescenza del vulcano. La tabella di riferimento che è stata scelta dalla commissione grandi rischi è la B.

Tabella A e B delle probabilità eruttive.


La commissione grandi rischi si è caricata dell’onere di adottare una eruzione di riferimento di bassa/media entità (VEI4), così come l’osservatorio vesuviano e il dipartimento della protezione civile si sono assunti il gravame della previsione dichiarando che i movimenti del magma sono monitorati costantemente e quindi l'eruzione non potrà coglierci di sorpresa… Ricordiamo alfine, che sarà sempre la presidenza del Consiglio dei ministri, sentito la commissione grandi rischi e il comitato operativo della protezione civile, a diramare all’occorrenza l’ordine di evacuazione della zona rossa Vesuvio. 

Per gli esperti dipartimentali e regionali bastano 72 ore, corrispondenti a tre giorni di anticipo sull’eruzione per garantire l’evacuazione dei 700.000 abitanti dalla zona rossa. Oggettivamente un tale numero di residenti non è facilmente gestibile, atteso che numericamente supera la popolazione di una grande città come Palermo. Anche da un punto di vista della densità abitativa, in alcuni comuni del vesuviano, soprattutto tra quelli costieri, si registrano numeri da record, come ad esempio quelli che si contano nel comune di Portici con i suoi circa 11.350 abitanti per chilometro quadrato: un affollamento che non aiuta… 

Le procedure evacuative prevedono che i 700.000 vesuviani vengano allocati, in caso di allarme vulcanico, in tutte le regioni e province d’Italia isole comprese. Le modalità di rapido allontanamento comprendono l’uso di navi, treni, bus e autovetture private. Occorre tener presente che per imbarcarsi su navi e treni, occorre raggiungere innanzitutto e per forza di cose scali marittimi e ferroviari con mezzi collettivi (Bus). 

Schema dei gemellaggi

Un’altra incognita che riguarda l’analisi del territorio vulcanico è quella che ci rimanda a un momento successivo all’eruzione: fenomeno quest’ultimo che può durare da pochi giorni a settimane. I 700.000 evacuati passata la fase acuta delle dirompenze vulcaniche, non è da escludere che in un modo o nell’altro vorranno tornare alle loro magioni abituali, per verificare l’entità dei danni ricevuti ed eventualmente capire in che modo lo Stato intenda risarcire chi ha subito danneggiamenti importanti o ha perso tutto: abusivi compresi (Ischia docet). In tutti i casi, anche se l’eruzione dovesse esaurirsi in pochi giorni, le rovine caratterizzerebbero il panorama vesuviano e darebbero spazio a tardive riflessioni circa gli errori che sono stati fatti nella gestione del territorio e sulle politiche di prevenzione attuate e soprattutto non attuate per evitare che un evento naturale si trasformi in catastrofe vulcanica. Secondo alcune logiche di buon senso, la prossima eruzione del Vesuvio traccerà in modo empirico la nuova zona rossa. I palazzi che verranno travolti dai flussi piroclastici o anche dalle colate laviche, molto probabilmente non dovrebbero essere riedificati, così come c’è da giurarci che nasceranno controversie sui limiti di confine poderali. Solo un'eruzione simile a quella del 1944 (VEI3) potrebbe consentire un moderato ottimismo sui tempi di ripresa economica e sociale dell'area vesuviana: ma non subito.  

Nel campo delle iniziative, c’è da registrare che negli ultimi mesi anche il Comune di Pompei ha aderito al protocollo d’intesa promosso dalla Fondazione Convivenza Vesuvio: un progetto che mira ad evacuare i vesuviani nei comuni della fascia appenninica e pre appenninica dell’Irpinia, qualora il vulcano dovesse dare segni di ripresa dell’attività eruttiva. Il principio di fondo è irrefutabile, perché consentirebbe ai cittadini sfollati dalla plaga vesuviana di non disperdersi nelle varie regioni italiane rimanendo in Campania. Nel progetto però, per quel poco che si conosce, ci sembra di cogliere più dichiarazione di principio che modalità operative. Trattandosi di argomenti di fondamentale importanza per i cittadini, occorrono chiarimenti e garanzie. 

Nelle zone appenniniche e preappenniniche di certo e dagli inizi degli anni '50 è in corso uno spopolamento causato da un mix di denatalità, mancanza di lavoro e di servizi e infrastrutture che hanno innescato da molto tempo processi di emigrazione verso le province costiere, o nel nord Italia se non all’estero, soprattutto da parte dei giovani non molto propensi ad accettare una vita con modeste opportunità di studio, svago e lavoro. La disponibilità abitativa necessaria al progetto convivenza, infatti, non è racchiuso nei grandi centri ma nei paesi di modesta estensione che caratterizzano la provincia avellinese e beneventana. L'iniziativa convivenza Vesuvio potrebbe racchiudere insuccessi, perché il cittadino vesuviano accetterebbe sicuramente una "tenda" in muratura, senza per questo considerarla una magione a permanenza o comunque di lungo periodo o comunque degna di investimenti personali. 

Alfine, vogliamo concludere mettendo in risalto due punti che consideriamo importanti: il primo riguarda l’area verde che nella figura precedente abbiamo chiamato VEI5. Ebbene, nel disegno si evidenzia con un colore che generalmente definisce la normalità, un territorio non proprio normalissimo, dove possono dilagare i flussi piroclastici in caso di eruzione pliniana. Un territorio tra l'altro non contemplato in nessuna pianificazione d’emergenza o di evacuazione. Purtuttavia questa zona destinata prima o poi a cogliere e per forza di cose interesse, non è destinataria di alcuna legge o norma o circolare o raccomandazione nazionale o regionale che richiami la sua particolarità di zona pliniana. Eppure il principio di precauzione pur in presenza di dubbi scientifici, richiede di privilegiare la prevenzione anche se a lunga scadenza, col fine di tutelare quei posteri che non hanno colpe programmatiche. Probabilmente la zona verde dovrebbe essere già oggi dichiarata zona gialla (attenzione).

Intanto l’area VEI5 d'interesse pliniano, è sede di notevole urbanizzazione e antropizzazione di livello diremmo incalzante, perché in questo sedime territoriale occorre soddisfare pure i bisogni abitativi della zona rossa classica, dove vige la norma di inedificabilità totale per scopi abitativi. Questo significa che quando gli esperti magari tireranno in ballo il rischio pliniana, vuoi per il tempo che è passato oppure per la rinnovata cultura della prevenzione  o anche per innovative scoperte scientifiche o nuovi calcoli statistici, ci troveremo di fronte una realtà fatta da una antropizzazione caotica oltre misura, con ben poche possibilità di riuscire ad adeguare il territorio strutturalmente secondo logiche di difesa passiva, larga viabilità e palazzi bassi e soprattutto spazi: tanti spazi senza i quali non si può fare fa protezione civile...

Sarebbe il caso che il presidente della Regione Campania, ma anche il dipartimento della protezione civile, mettano insieme esperti del settore scientifico e urbanistico, affinché si valutino le conseguenze di una eruzione VEI5, secondo i principi della precauzione e dell’impatto generazionale (VIG). Nella zona VEI 5 deve scattare la norma di zona regolamentata, in modo che in termini di governo del territorio dovranno essere considerate tutte le necessità pianificatorie e di gestione strategica del territorio. 

IL Presidente della Regione Campania dovrebbe altresì verificare e approfondire nella sua interezza, i presupposti di fattibilità contenuti nel progetto della fondazione convivenza Vesuvio, perché non si possono diffondere aspettative di permanenza in Campania in caso di allarme vulcanico, se questa possibilità non è verificata in tutti i suoi aspetti, a iniziare da quelli amministrativi ed economici passando per il computo delle risorse alloggiative disponibili.

                                                                                            Vincenzo Savarese



martedì 17 giugno 2025

Rischio Vesuvio: da qui a 119 anni... di Malko

 

Napoli e il Vesuvio

Per mettere a punto un piano di emergenza a fronte del rischio eruttivo dettato dal famosissimo Vesuvio, è necessario un’attenta analisi che riguardi innanzitutto la determinazione energetica del pericolo insito nelle viscere della montagna, indagando necessariamente nel passato secolare e millenario del vulcano, senza lesinare ogni sforzo scientifico mirato a comprendere le dinamiche magmatiche operanti nel sottosuolo.

La tipologia eruttiva che ha caratterizzato la storia geologica dell’area vesuviana, annovera stili eruttivi molto differenti tra loro, con eruzioni talvolta da richiamo turistico, mentre altre volte potenti al punto da sconvolgere l’intera plaga vesuviana: ne sono un esempio l’eruzione pliniana del 79 d.C. che distrusse Pompei ed Ercolano e quella sub pliniana del 1631. L’ultima dirompenza invece, è avvenuta nel 1944 a distanza di 38 anni da quella più dannosa del 1906, e fu prevalentemente effusiva con lava e caduta di cenere e lapilli. Ad oggi, sono quindi 81 anni che il Vesuvio è in uno stato di quiescenza…

Il gruppo di lavoro incaricato anni fa di stabilire quale tipologia eruttiva potrebbe caratterizzare la futura eruzione del Vesuvio, sintetizzò nelle conclusioni due percorsi che riconducono a una tabella A e a una tabella B. La differenza tra le due alternative è racchiusa in due intervalli di tempo diversi nel tetto ma non alla base, in quanto partono entrambe dai 60 anni di quiescenza dall’ultima eruzione. Ovviamente lo studio è di taglio statistico  probabilistico senza alcun risvolto deterministico.

Il prospetto A, come si vede nello schema sottostante, chiama in causa per lo stile eruttivo un intervallo di tempo a partire dai famosi 60 anni di quiete geologica ma senza un limite temporale superiore. Nella tabella B invece, la statistica riguarda un arco di tempo preciso che va sempre dai 60 anni di quiescenza ma fino ai 200 anni. In altre parole il percorso B indica le percentuali statistiche che caratterizzeranno nei prossimi 119 anni la possibilità che si manifesti un certo tipo di eruzione. 

Vesuvio: probabilità circa lo stile eruttivo della futura eruzione.

Il dipartimento della protezione civile, visto le conclusioni del gruppo di lavoro e, sentito la commissione grandi rischi,  decise di adottare il percorso B e con esso tutto ciò che ne consegue col successivo apporto della regione Campania per rifinire i contorni della zona rossa secondo logiche che dovevano essere probabilmente più garantiste. Gruppo e commissione avevano operato la scelta dell’eruzione di scenario optando per una VEI4,  obliando l’eruzione pliniana (VEI5) dal novero delle possibilità eruttive: non lo diciamo noi, ma lo dice il piano d’emergenza nazionale che perimetra di fatto l’estensione della zona rossa partendo dall'assunto eruttivo sub pliniano prestabilito dalle autorità.

Con questi numeri, in entrambi i casi, A o B, un evento di tipo stromboliano (VEI3) risulta essere l’eruzione più probabile, anche se, come sottolinea lo stesso lavoro degli esperti, le eruzioni stromboliane violente caratterizzano di solito un vulcano a condotto aperto. Questo dovrebbe indurre a ritenere che la prossima eruzione del Vesuvio possa presentarsi con una tipologia eruttiva di tipo esplosivo. Gli esperti concordarono che l’adozione di uno scenario di piano tarato su un evento massimo sub pliniano VEI4, avrebbe assicurato tutela ovviamente pure a fronte di un evento eruttivo VEI3, e sarebbe stato quindi statisticamente garantista per la popolazione vesuviana, coprendo il 99% delle dinamiche eruttive prospettate dagli indici probabilistici riportati nel percorso B.

Se il dipartimento della protezione civile avesse invece adottato la tabella A, i piani d’emergenza per forza di cose avrebbero dovuto contemplare l’eruzione pliniana (VEI5) come evento massimo di scenario, visto i valori probabilistici in questo caso non proprio minimi (11%). La grande novità di quest’ultima scelta, sarebbe stata l’inclusione di buona parte della città di Napoli nella zona rossa vulcanica: una possibilità che nessuno voleva e vuole, anche se la problematica non è risolvibile col diniego generale. 

La buona politica del governo del territorio, con implicazioni politiche locali, regionali e nazionali, avrebbe dovuto riflettere attentamente sul tempo offerto dal percorso B che, pur preso per oro colato, se da un lato ha ridimensionato in evento medio l'eruzione di riferimento massima attesa al Vesuvio per il prossimo secolo, ha stabilito in ogni caso un arco di tempo, un giro di boa oltre il quale occorrerà annoverare pure la possibilità che si materializzi un evento pliniano.

Un principio che dovrebbe essere faro del fare, e che dovrebbe guidare con molta convinzione gli strateghi della prevenzione, è quello che stabilisce il concetto che i piani di emergenza e di evacuazione non devono adeguarsi al territorio che evolve, soprattutto se in forma scoordinata, ma è il territorio che deve evolversi adeguandosi alle necessità di sicurezza, attraverso rinunce e ingegno, innanzitutto perchè il pericolo eruttivo non è delocalizzabile. Purtroppo assistiamo a politiche urbanistiche miopi, che badano più a quello che si costruisce che al dove lo si costruisce... Tra l'altro parliamo di un pericolo, quello vulcanico, non garantito deterministicamente dalle pratiche previsionali, né sul quando si presenterà, e neanche sul quanto sarà energetico il futuro evento, se non con azzardo statistico. 

Un armonico e coordinato sviluppo antropico, pratica assolutamente necessaria nell’area napoletana, dovrebbe essere regolamentato intorno al Vesuvio, seguendo le scie lasciate dai depositi piroclastici di tutte le eruzioni e i punti del fin dove si sono spinte. La pianificazione urbanistica dovrebbe guardare al futuro, per evitare le condizioni di una conurbazione disordinata, asfissiante, e senza politica degli spazi, tanto necessaria per fronteggiare un pericolo raro ma incontenibile. Purtroppo parlare di quello che succederà tra un secolo, una distanza temporale che non vedrà attori e decisori che operano nell'attualità, è quasi impossibile per chi non ha l'abito mentale di pensare pure al futuro e alla vivibilità provinciale che si tramanda. 

Le politiche di prevenzione della catastrofe vulcanica, avrebbero dovuto trarre spunto dalle parole del ministro Musumeci, che ha affermato a proposito dei Campi Flegrei, che sono decenni che non si è fatto niente per garantire sicurezza a questi territori. Una affermazione che dovrebbe essere all’origine di profonde riflessioni in capo all'inerzia di non pochi protagonisti istituzionali e amministrativi, che vivono dell’oggi e senza estendere i loro orizzonti garantisti a favore dei posteri, che saranno sempre più fragili per condizioni antropiche e per estrema dipendenza tecnologica. 

Si fa notare che l’inedificabilità sancita per la zona rossa VEI 4 (R1), di fatto ha incentivato la fame di case nel perimetro immediatamente contiguo alla zona ad alta pericolosità vulcanica, cioè quella attuale che chiamiamo VEI4. Per quanto esposto e in ossequio alle politiche di prevenzione, nel 2019 suggerimmo di delimitare anche una zona rossa pliniana (VEI5) intorno alla attuale zona rossa VEI4, dove non è necessario vietare in toto la realizzazione di manufatti ad uso residenziale come è stato fatto solo per la zona rossa 1 (R1), ma almeno di classificare tale corona circolare come zona regolamentata, in modo che sia possibile preventivamente procedere con la pianificazione delle misure di difesa passiva e attiva che richiedono impegno di urbanisti e ingegneri dell'ambiente e del territorio.

Disegno non in scala.


Per entrare nelle logiche discorsive a proposito della zona regolamentata, occorre un preambolo: le matrici di rischio che governano la coesistenza con un pericolo naturale come le eruzioni vulcaniche, prevedono nell’odierno e in genere tre possibilità:

  • 1.    Mancato allarme eruttivo;
  • 2.    Allarme eruttivo diramato in tempi utili;
  • 3.    Falso allarme eruttivo.

A voler forzare le statistiche da un punto di vista discorsivo, c’è il 33,33% di possibilità che si verifichi un mancato allarme eruttivo con conseguente disastro vulcanico. Nel 66,66% dei casi invece, la popolazione vesuviana sarebbe salva o perché non si verifica l’evento annunciato, o perché è stato previsto in tempo utile. Il problema grosso però, e che adottando una eruzione di taglia media (VEI4) nei piani di emergenza e non quella massima conosciuta (VEI5), si determinerebbe, per quanto misurata, un’ulteriore matrice di rischio dovuta alla possibilità che si possa presentare, magari pure prevista e annunciata dall’ente di sorveglianza, un evento eruttivo di taglia superiore a quello adottato dagli attuali piani di emergenza. Non va sottaciuto infatti, che non è possibile stabilire in anticipo che tipo di eruzione il Vesuvio ha in serbo per il futuro prossimo o lontano o lontanissimo; tra l’altro bisogna tenere in debito conto che l’eruzione pliniana di Pompei del 79 d.C., attinse materiale rovente direttamente dalla camera magmatica miriametrica, senza bisogno di accumulare nei primi chilometri il materiale da eruttare…

L’ulteriore matrice di rischio comporterebbe:

      4.   Allarme eruttivo diramato in tempo utile con eruzione    energicamente   Superiore a VEI 4.    

In quest’ultimo caso e premesso che le popolazioni ricadenti nella zona gialla devono attendere istruzioni con eruzione in corso, si creerebbe la condizione che non pochi vesuviani ancorchè non menzionati e non coinvolti dal piano d’emergenza, sentendosi garantiti proprio dall’esclusione evacuativa, rimarrebbero immoti e verrebbero quindi travolti dalle dirompenze vulcaniche di un’eruzione pliniana o simil pliniana, perché l’indice di esplosività vulcanica (VEI), potrebbe essere superiore alla cifra tonda, ma non fino a quella successiva, come nel caso dell’eruzione del 472 d.C. che nella letteratura scientifica viene classificata dai ricercatori come una sub pliniana vigorosa, e da altri come una pliniana appena minore...

La zona rossa vulcanica attualmente vigente nella plaga vesuviana, è una zona determinata in parte scientificamente, in parte amministrativamente e in parte politicamente. Molti amministratori e tecnici, hanno grattato risorse interpretative dal barile dei limiti, in modo da ridurre all'osso le distanze di sicurezza, magari in un contesto di controllori nel migliore dei casi distratti. Utilizzando multi criteri allora, è stata circoscritta la nuova zona rossa Vesuvio, adottando una eruzione media come eruzione di scenario su cui pianificare, e ancora è stato assunto il principio discutibile che l'orlo calderico del Monte Somma è un baluardo protettivo a fronte dei flussi piroclastici prodotti da un evento con indice di esplosività vulcanica VEI4. Questa convinzione ha fatto sì che il confine della zona rossa a ridosso delle municipalità napoletane (San Giovanni a Teduccio, Barra e Ponticelli) e fino a Volla compresa, è talmente esiguo da contravvenire a qualsiasi principio di precauzione, visto l'assenza di distanze di rispetto dalla linea di deposito dei flussi piroclastici. 

Il comune di Napoli che ha salvaguardato le aree ancora edificabili dalla mannaia della legge anti cemento 21/2003, non ha inteso estendere questi limiti in via precauzionale all'interezza territoriale delle tre municipalità orientali, rendendo inalterato e all'occorrenza, il pericolo rappresentato dalla parte meno densa e aerea delle correnti piroclastiche.

Lucia Gurioli: Pyroclastic flow hazard assessment at Somma–Vesuvius
based on the geological record

Nel disegno soprastante estrapolato dal lavoro scientifico della ricercatrice Lucia Gurioli si vedono nel campo giallo limitato da una linea verde, i limiti d'invasione dei flussi piroclastici nel corso di due eruzioni pliniane. L'area gialla orientata a sud est riguarda l'evento eruttivo di Pompei del 79 d.C. Quella a nord ovest con testa rotondeggiante, è afferente alla terribile eruzione delle pomici di Avellino verificatasi 3800 anni fa. La linea nera invece, così come già accennato in precedenza,  delimita, col metodo delle indagini campali, il limite di massimo scorrimento dei flussi piroclastici in seno ad eruzioni VEI4. In altre parole, la linea nera Gurioli dovrebbe essere la linea scientifica dell’attuale zona rossa ma non di quella futura, quando e nella migliore delle ipotesi,  si resetteranno da qui a un secolo gli orologi statistici. 

D’altra parte ed è utile ricordarlo, nella stessa relazione scientifica del 2012, si annota che la decisione di assumere una eruzione VEI 4 come evento di riferimento sui cui pianificare le misure protettive per la popolazione, è frutto pure di valutazioni da rischio accettabile: una formula che dovrebbe competere alle autorità politiche piuttosto che a quelle scientifiche...

Vesuvio: zona rossa 1, rossa 2, gialla e blu.

    
                                                          di Vincenzo Savarese       






venerdì 16 giugno 2023

Rischio Vesuvio: la zona gialla... di Malko


 

Per parlare della zona gialla Vesuvio, occorre premettere che l’eruzione massima adottata per la stesura dei piani di emergenza è di media intensità (sub pliniana), e che i venti in quota soffiano prevalentemente verso est. Con questi presupposti, è stato preventivato la possibilità che oltre alle municipalità della zona rossa 1 (R1), i comuni di San Gennaro Vesuviano, Palma Campania, Poggiomarino e Scafati, che insieme formano la zona rossa 2 (R2), possano essere investiti da una massiccia pioggia di cenere e lapilli con accumuli sui tetti piani anche di notevoli spessori. Con questa prospettiva di carichi accidentali tutt’altro che irrisori, non si può escludere, soprattutto se la pioggia imbibisce il materiale accumulatosi appesantendolo, che si verifichi lo sprofondamento dei solai di copertura, soprattutto in danno dei fabbricati più datati, che potrebbero cedere rovinosamente su quelli sottostanti che a loro volta e per somma dei carichi, sprofonderebbero ulteriormente e fino al piano terra.

La zona rossa 2 (R2), pur avendo come pericolo la pioggia di cenere e lapilli e presumibilmente non le micidiali colate piroclastiche associate invece alla R1, ha una colorazione rossa e non gialla, perché è soggetta alla stregua della zona rossa 1, all’evacuazione preventiva e totale degli abitanti, qualora dovesse palesarsi la minaccia eruttiva. 

Zona rossa 1, zona rossa 2, zona gialla



Il fall out di materiale piroclastico sciolto che andrebbe a ricadere come dicevamo, molto probabilmente e per ampio angolo a est del Vesuvio, avrebbe una intensità fenomenologica rapportata alla distanza dal centro eruttivo, alla velocità del vento che assottiglierebbe la scia dispersiva, oltre naturalmente alla quantità di materiale piroclastico eruttato. Quindi, oltre al pericolo di crollo dei tetti, nella rossa 2, occorre tener presente che potrebbe verificarsi oscurità, perdita di orientamento, probabile spegnimento dei motori, difficoltà di transito su gomme e a piedi, e il possibile blocco delle porte che aggettano sul piano stradale. Inoltre, la cenere aspersa in atmosfera, creerebbe fastidio alla respirazione con irritazione alla gola e agli occhi soprattutto in danno di vecchi e bambini, per la componente vetrosa e acida contenuta nelle polveri vulcaniche: Plinio il vecchio morì per questo motivo sulle spiagge di Stabia nel 79 d.C.  In siffatte condizioni sarebbe proibitivo qualsiasi intervento aereo di soccorso a mezzo elicotteri, perché in un ambiente pervaso dalla cenere, i motori (turbine) cesserebbero di funzionare, così come il forte potere abrasivo del prodotto siliceo strierebbe pure il plexiglas o anche altre trasparenze della cabina di pilotaggio dei velivoli, portando la visibilità a una condizione critica per la sicurezza del volo. Anche gli autoveicoli potrebbero subire il blocco dei motori per intasamento dei filtri, e in tutti i casi la circolazione su alcune diecine di centimetri di cenere e lapilli sarebbe ugualmente problematica soprattutto per i veicoli a dure ruote e per le auto e mezzi pesanti, ancor di  più in una condizione di traffico caotico e di insofferenza all'attesa.



Nella zona gialla, quella oltre zone rosse con estensione asimmetrica, così come si evidenzia facilmente dalla cartina, non è prevista all’occorrenza e in prima battuta una evacuazione preventiva, ma è una opzione quest'ultima che gli esperti intendono attuare dopo aver valutato con eruzione in corso i settori maggiormente vulnerabili su cui precipita la maggior parte dei lapilli e della cenere scagliati in aria dal vulcano e veicolata dal vento.  Le valutazioni che dovrebbero essere velocissime, perchè veloce è la velocità di deposito dei piroclasti,  verrebbero assicurate dal dipartimento della protezione civile, che si avvarrebbe della consulenza della commissione grandi rischi, e di una direzione di comando e controllo operativo (DiComac) per l'attuazione delle direttive. 

Tecnicamente parlando però, l’opzione di valutare con eruzione in corso i settori della zona gialla da evacuare, dovrebbe presupporre come condizione indispensabile che le popolazioni ubicate in zona rossa siano già state evacuate. Diversamente, l’organizzazione emergenziale potrebbe imballarsi immediatamente, per le diverse condizioni di urgenza e di strategia che caratterizzano i territori rossi e gialli della plaga vesuviana. Anche nel flegreo sussiste la stessa condizione strategica basata sulla certezza della previsione di eruzione, che scientificamente invece, rimane perlopiù incerta...

La zona gialla, composta da 63 comuni, è evincibile dalla mappa contenuta in questo articolo, che riporta i limiti territoriali delle varie comunità interessate. Nella stessa cartina è riportata pure la curva di isocarico, una curva chiusa che circoscrive l’area dove è possibile che sui tetti possa accumularsi un deposito di cenere e lapilli anche superiore ai 30 centimetri, e quindi prossimo o superiore al peso di 300 chilogrammi al metro quadrato. In caso di eruzione, il vulcano proietterebbe in alto i prodotti piroclastici per alcune decine di chilometri, con quelli meno pesanti che diverrebbero preda dei venti e trasportati per distanze anche di migliaia di chilometri. Le ceneri micrometriche infatti, permanendo in aria per lungo tempo, potrebbero provocare nei casi di massima diffusione del prodotto, transitorie variazioni climatiche.

Nella zona rossa 1, quella che circonda e racchiude il cratere sommitale del Vesuvio, tutte le manifestazioni vulcaniche possono concentrarsi a iniziare dalle micidiali nubi ardenti; ma anche lahar, lave e poi le intense precipitazioni di cenere e lapilli e altri tipi di scorie più o meno pesanti, tra le quali pure le bombe vulcaniche. Nella zona rossa 1 non è possibile portare soccorso con eruzione in corso.

Vesuvio: bomba vulcanica ricoperta dal lichene Stereocaulon vesuvianum

                                                               di Vincenzo Savarese
                                                             





martedì 15 febbraio 2022

Rischio Vesuvio e Campi Flegrei: la probabilità eruttiva... di Malko

 



La direttiva del presidente del consiglio dei ministri pubblicata in gazzetta il 12/02/2021, tratta anche il fondamentale argomento ad oggetto l’allertamento delle popolazioni in caso di pericolo. In questo documento si paventa la possibilità di inaugurare quanto prima e dopo un periodo di prova, un sistema di allarme pubblico con tecnologia Cell broadcast, che consentirebbe di far giungere su smartphone e tablet, un messaggio di allerta zonale. L’anonimo destinatario allertato, dovrebbe mettere in atto tutte le misure di autoprotezione presumibilmente già contenute in dettagliati piani di emergenza comunali, ad oggetto uno o più rischi con cui sta convivendo.

In questa direttiva anticipatrice di tecnologia e nuove linee guida, c’è anche un passaggio che va oltre la semplice raccomandazione, e riguarda la necessità, a proposito delle emergenze, di chiarire i limiti scientifici delle previsioni probabilistiche. E poi evidenziare semmai sussistessero le condizioni, i dubbi relativi alla indisponibilità di dati o di misure precise per quantificare e qualificare il pericolo. Non ultimo occorrerà valutare pure le incertezze statistiche e strumentali che bisognerà aggiungere eventualmente ai possibili errori derivanti dall’imprescindibile discrezionalità umana, in quelle che possono essere le valutazioni e le decisioni che si comunicherebbero alle popolazioni, a fronte di un pericolo potenziale, immanente o manifesto.

Anche sul sito web della protezione civile nazionale a proposito del rischio eruttivo è scritto che:<< è bene ricordare che le previsioni di tipo probabilistico, non sono sempre possibili e non per ogni tipologia di fenomeno. Inoltre, queste previsioni sono fortemente condizionate dalla disponibilità di adeguate e numerose serie storiche di osservazioni collegabili all’effettivo verificarsi di eventi. Applicazioni di tipo probabilistico sono possibili solo per alcune fenomenologie che caratterizzano i vulcani attivi in forma permanente, ad esempio l’Etna e lo Stromboli>>.

Che ci sia un’esigenza di fare chiarezza sulle prerogative decisorie della scienza e della tecnica, ci sembra una necessità scaturita all’indomani degli opinabili pronunciamenti della commissione grandi rischi, che nel 2009 ebbe a sottovalutare gli indizi di pericolosità sismica nell’aquilano. Infatti, una settimana dopo il raffazzonato consesso rassicuratorio degli esperti, inviati in loco più per zittire che per chiarire, il terremoto si presentò implacabile (6 aprile 2009) col suo carico di morti.

Nella direttiva richiamata all’inizio sugli allarmi da indirizzare alle popolazioni, viene sottolineata pure la necessità, ai fini della trasparenza, di conservare i documenti da cui si possa evincere il contesto in cui si è operato, ancorché il modus pensandi et operandi che ha determinato quelle scelte che hanno poi acceso le procedure di allarme pubblico. In altre parole, chi assume delle decisioni importanti per la collettività, ne deve dare meticolosamente conto. Il problema tutto italiano è quello che siamo pronti ad infervorarci e puntare il dito sulle défaillance operative, ma poco o niente ci interessa delle omissioni, in alcuni casi eclatanti, ad oggetto la mancata prevenzione delle catastrofi. La prevenzione non è amata dagli amministratori perché per sua natura non produce visibilità e voti...

Comunicare e ancora comunicare la conoscenza e lo stato dell’arte, è dichiarato come dogma dal coordinatore della commissione grandi rischi per il rischio vulcanico, Prof. Francesco Dellino. Il Luminare in un’intervista (gennaio/2021), ebbe a lanciare un accorato appello affinché con umiltà si comunichi moltissimo e a tutti i livelli, da quelli politici alla popolazione, senza nascondere quello che ancora non si conosce. Premessa diremmo importante e democratica, anche se poi l’accademico delude un poco, ma magari è la prassi, quando precisa che egli opera in contesti dove si accendono discussioni a porte aperte seguite poi da discussioni a porte chiuse. La commissione grandi rischi, conclude, comunica con i verbali che contengono le decisioni finali da comunicare all’esterno.

La commissione grandi rischi (CGR), ebbe a sancire proprio con un verbale, che la linea nera Gurioli rappresentava coerentemente i limiti d’invasione dei flussi piroclastici nel vesuviano, per eventi eruttivi sub pliniani (VEI4): tipologia eruttiva quest’ultima, che la stessa commissione aveva classificato come eruzione massima attesa nel breve - medio termine.

La delimitazione scientifica della zona rossa Vesuvio quindi, con i successivi ampliamenti e distinguo e incongruenze di taglio amministrativo made in Regione Campania, è quella tuttora vigente. Le eruzioni pliniane non sono entrate in nessun onere previsionale, letteralmente sparite dall'orizzonte del possibile, perché secondo la probabilità statistica INGV, condivisa dalla CGR, gli eventi VEI5 sono stati classificati improponibili nel computo degli accadimenti possibili al Vesuvio, e da oggi in saecula saeculorum...

In un consesso tenutosi il 10 aprile 2019 presso le strutture della regione Campania, avemmo a proporre alle massime autorità scientifiche e dipartimentali (DPC) settore emergenze, un invito a varare regole per il riordino territoriale nel vesuviano, in ossequio ai principi di prevenzione delle catastrofi. Questa necessità doveva trovare input nella semplice riflessione che, con l’avanzare del tempo secolare, il rischio che un’eruzione del Vesuvio potesse assumere tipologia sempre più potente e invadente, doveva essere tenuta in debito conto dalle autorità comunali e regionali nella pianificazione degli assetti urbanistici nel vesuviano e dintorni. Intervenire oggi per rendere sicuro il domani, doveva essere un atto di prevenzione moralmente dovuto ai posteri, perché col passare del tempo il rischio di una pliniana non potrà più sottacersi. Nella malaugurata ipotesi che tale possente evento dovesse materializzarsi, pure i residenti ubicati oltre l’attuale zona rossa verrebbero travolti dagli effetti deleteri di una eruzione esplosiva. 

Nel contesto urbanistico contiguo alla zona rossa, nella figura sottostante rappresentato come corona circolare di colore arancio, la densità abitativa è in aumento, perché i primi chilometri a ridosso della zona rossa, vengono ritenuti incautamente sicurissimi. Si tenga presente che la legge 21/2003 non consente nella zona rossa 1 la realizzazione di opere residenziali, quindi l'offerta di alloggi, proviene dalla zona rossa 2 e da quella appunto arancio. Col passare dei decenni questi due settori "ammorseranno" con l'edilizia abitativa la zona rossa1, a tutto svantaggio della politica degli spazi e delle prassi evacuative.   


Nel dibattito conseguente la taglia eruttiva futuribile, la direttrice dell'osservatorio vesuviano affermò che da nessuna parte è scritto che il passare dei secoli possa incidere sull’indice di esplosività vulcanica (VEI). Continuando, l’accademica precisò che l’eruzione di scenario (VEI4) sub pliniana, presa ad esame per la determinazione della zona rossa Vesuvio, può essere diversamente rivalutata al rialzo, solo se le ricerche scientifiche che si svilupperanno in futuro porteranno a conclusioni revisioniste. Il trascorrere del tempo (ultrasecolare), secondo l’esperta è da considerarsi ininfluente sulla qualificazione della futura taglia eruttiva…

Avemmo a precisare alla dirigente, che la teoria dell’intensità eruttiva assolutamente slegata dai tempi di quiescenza, imponeva un urgente aggiornamento della letteratura scientifica vulcanologica esistente, visto che nei libri si recita esattamente il contrario. In questa tavola rotonda erano presenti e silenti pure il direttore operativo per il coordinamento delle emergenze del dipartimento della protezione civile nazionale (DPC), e il dirigente coordinatore per le attività di protezione civile della Regione Campania.  

Alla base di una siffatta teoria rivoluzionaria sulla tempistica millenaria delle dinamiche vulcaniche pliniane, forse c'è il lavoro scientifico pubblicato su Science Advances - 12 gennaio 2022, Vol. 8, Numero 2: opera intellettuale di alcuni ricercatori svizzeri e italiani, finanziati dal politecnico di Zurigo. Nel merito, il 25 gennaio 2022 il giornale il Mattino ebbe a lanciare questo titolo: «Vesuvio, la prossima eruzione devastante tra mille anni». Alcuni ricercatori come Francesca Forni, al riguardo ebbe a precisare:<<Sulla base del comportamento del Vesuvio osservato attraverso l’occhio dei granati durante gli ultimi circa 9 mila anni di attività, ipotizziamo che una futura eruzione Pliniana o sub-Pliniana che coinvolge magmi fonolitici, necessiterebbe di almeno un migliaio di anni di quiescenza>>.

Sul giornale della protezione Civile.it del 26 gennaio 2022 viene fornito qualche chiarimento in più su questo argomento con un articolo intitolato: Il Vesuvio si sta facendo una lunga siesta? Al ricercatore italiano che ha partecipato al lavoro scientifico, Dott. Sulpizio dell’università di Bari, è stato chiesto a cosa hanno portato di concreto le ricerche sulla datazione dei granati:<<Visto che l’ultima grande eruzione del Vesuvio potrebbe essere quella del 472 d.C. o del 1631, quello che ci aspettiamo è che per avere una ricarica di questo tipo e quindi un’eruzione di grande volume e intensità devono passare almeno 1000/1500 anni. Quello che non diciamo è che lo stesso valga per le eruzioni di dimensioni inferiori, come ad esempio quella del 1944 è di un ordine di grandezza inferiore a quelle di cui stiamo parlando". C'è stata l’interpretazione sbagliata che alcuni hanno dato della nostra ricerca. Noi ci riferiamo alle eruzioni pliniane, su quelle minori non possiamo affermare nulla. E anche per quelle più grandi non diciamo che non possa avvenire prima un’eruzione, ma che se estrapoliamo il dato del passato sembrerebbe che abbiamo ancora tempo prima che avvenga una forte eruzione del Vesuvio".

Da un punto di vista tecnico e mediatico, se questa teoria della eruzione pliniana che fiorisce a ritmi più che millenari dovesse consolidarsi, diverse generazioni di napoletani che risiedono e risiederanno fuori dalla zona rossa, ovvero arancio nel disegno sopra, potranno tirare un grosso sospiro di sollievo anche per i mutui bancari accesi. 

In questo ragionamento complessivo sugli eventi naturali particolarmente energetici, qualche tempo fa pure l’ex assessore regionale della Campania per la protezione civile, profferì che non bisogna pianificare avendo come visione gli eventi peggiori, altrimenti per le alluvioni dovremmo valutare il diluvio universale, e sarebbe un problema per tutti quelli che non si chiamano Noè. In verità a noi risulta che il diluvio universale sia stato un evento mitologico, e in ogni caso e alla stregua, sono un problema pure le eruzioni vulcaniche per tutti quelli che non si chiamano Efesto…

Premesso che circa tre milioni di abitanti vivono affastellati a tre distretti vulcanici ubicati nella sola area metropolitana di Napoli, i calcoli statistici legati alla probabilità di eruzione andrebbero fatti magari pure su lunghi periodi di quiescenza, ma inevitabilmente su tre vulcani. Allora tutto ciò che riguarda la vulcanologia, acquista nel napoletano una valenza operativa e mediatica di tutto rispetto per le inevitabili ricadute che tali argomenti potrebbero avere sulla sicurezza dei cittadini. Nell’attualità i partenopei sono accompagnati da una quiescenza di 720 anni per Ischia, 484 per i Campi Flegrei e 78 anni per il Vesuvio. 


A dirla tutta e scientificamente parlando, lo stato dell’arte a  proposito del Vesuvio e dei Campi Flegrei è così riassumibile: con buona probabilità prevedono di prevedere 72 ore prima l’insorgenza delle dirompenze vulcaniche: tecnicamente parlando, la incognita probabilistica si raddoppia…

                                                                        di Vincenzo Savarese



lunedì 18 ottobre 2021

Rischio Vesuvio: un pericolo dimenticato... di MalKo

 


Foto aerea dell'interno del cono del Vesuvio

Il pericolo eruttivo dettato dal Vesuvio fu “scoperto” sul finire degli anni ’80 con interlocuzioni sull’argomento intercorse tra le principali istituzioni competenti in auge in quel periodo: la presidenza del consiglio col ministro delegato, la prefettura di Napoli, l’osservatorio vesuviano, i vigili del fuoco e la provincia di Napoli.

La prefettura in quegli anni aveva competenze notevoli sulla gestione delle emergenze, innanzitutto perché il pericolo vulcanico rientrava territorialmente nel piano provinciale d’intervento. Il problema della prefettura ieri come oggi, è che non ha una grande memoria storica se non generalista sui rischi naturali che tratta, perché cambiano i componenti che ruotano tra uffici e sedi, e ogni volta con le nuove nomine bisogna ricominciare tutto daccapo, in un contesto in cui le tematiche vulcaniche vengono troppo spesso sopraffatte da molte e più cogenti necessità quotidiane. La prima regola delle prefetture intanto è quella di non allarmare…

In quegli anni e su input del compianto ispettore regionale dei vigili del fuoco, ing. Alberto d’Errico, cercammo di capire che cosa avremmo potuto trovarci di fronte in caso di eruzione. Intanto c’erano alcuni punti fermi da cui partire per procedere a una disanima della situazione qui riassumibile:

  • non è possibile prevedere deterministicamente il momento delle dirompenze vulcaniche;
  • non è possibile valutare in anticipo la tipologia eruttiva della prossima eruzione al Vesuvio        che può avere carattere ultra stromboliano (VEI3), sub pliniano (VEI4) o pliniano (VEI5);
  • non c’è ombrello o barriera capace di proteggere le popolazioni ubicate in zona rossa dagli   effetti deleteri di un’eruzione esplosiva;
  • non è possibile garantire interventi delle squadre di soccorso con eruzione in corso.

Le chance, oggi come allora, in assenza di pratiche di prevenzione strutturali, sono tutte racchiuse in procedure meramente emergenziali: cioè, in caso di allarme vulcanico, occorrerà spostare in tempo rapidi e a una distanza di sicurezza (d), tutti i cittadini della zona rossa, onde sottrarli dal possibile dilagare delle micidiali colate piroclastiche.


by Malko

Nell’odierno la situazione è quella suggerita dalla prima immagine a sinistra (Fig. A): si noti la totale promiscuità della vita umana col pericolo vulcanico. La figura B illustra invece la tattica di salvaguardia vigente, consistente nell’interporre una distanza di sicurezza (d) tra popolazione e fenomeni eruttivi, ma solo nel momento in cui dovesse palesarsi l’approssimarsi di un’eruzione.

La commissione grandi rischi (CGR), sentito l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e valutata la relazione redatta da un consesso di esperti nominati, è stata chiamata un po’ di anni fa a indicare da quale tipologia eruttiva occorrerà difendersi in futuro: notizia indispensabile per definire i limiti della zona rossa e quindi il numero di cittadini da evacuare che dovranno essere spostati dal centro eruttivo alla distanza (d).

Ebbene, la CGR accettò l’indicazione probabilistica sponsorizzato da alcuni ricercatori dell’INGV, tra cui il Dott. Marzocchi, adottando un’eruzione di taglia VEI 4 come evento massimo alla base dei piani di emergenza. Occorre anche dire che i previsori hanno indicato come eruzione probabile un evento VEI3 (ultra stromboliano) mentre una pliniana VEI5 è stata completamente esclusa dal ventaglio delle possibilità. La Commissione Grandi Rischi con motu proprio ebbe ad assumere la linea nera della ricercatrice Lucia Gurioli, come limite scientifico d’invasione dei flussi piroclastici con energie VEI4. Il segmento curvilineo in questione, fu ricavato da rilievi campali.

Rispetto alla vecchia zona rossa formata da 18 comuni, sono state inserite nel perimetro a rischio piccole porzioni di territorio non prima contemplate, come ad esempio quelle orientali delle municipalità napoletane di Ponticelli, San Giovanni a Teduccio e Barra. Di contro ci sono vaste aree comunali che debordano oltre la linea nera Gurioli (mappa in basso) e che andavano liberate da vincoli di alta pericolosità come suggerì lo stesso consesso di esperti a proposito di Torre Annunziata.

Linea nera Gurioli: limite scientifico di scorrimento dei flussi piroclastici al Vesuvio

L’ex assessore alla protezione civile della regione Campania, Ing. Cosenza, in tutti i casi decise di mantenere i confini amministrativi precedenti della vecchia zona rossa (18 comuni) integrati da tutti i territori ricadenti nel perimetro Gurioli con estensione per le new entry fissata dai consigli comunali. L’innovazione che fu introdotta, fu l’instaurazione della zona rossa 2 da evacuare all’occorrenza con la stessa urgenza prevista per la zona rossa 1. La pubblicità battente fu quella che la regione aveva ampliato di molto la zona rossa da evacuare per motivi precauzionali. Pubblicità progresso diremmo…Nella realtà l’ampliamento è stato solo di taglio operativo (evacuazione), ma non preventivo atteso che i comuni di Poggiomarino e Scafati pur aggettandosi verso l’apparato vulcanico ben oltre i limiti orientali della cittadina di Boscoreale, non hanno controindicazioni all’edilizia residenziale, perché sono classificati a pericolosità vulcanica e non ad alta pericolosità vulcanica (legge regionale 21 del 2003).

In termini operativi occorre tener presente che non sono possibili interventi di soccorso con eruzione in corso: ne consegue, che tutto ciò che è possibile fare per salvaguardare i vesuviani, occorre farlo col supporto delle istituzioni competenti ma ben prima dell’evento eruttivo. Con eruzione in corso, qualora non sia stata completata l'evacuazione, eventuali necessità di soccorso dovrebbero confidare soprattutto nell’organizzazione comunale, che non deve essere passiva in un contesto emergenziale di questa portata. Inoltre, non è possibile durante l’eruzione l’impiego di elicotteri per evitare il blocco delle turbine e la ridotta visibilità dovuta alle abrasioni sui plexiglass della cabina di pilotaggio, causate dal silicio (cenere) in sospensione.

Sulla previsione dell’evento vulcanico in tempi più che utili per l’evacuazione, la direttrice dell’osservatorio vesuviano ha espresso il suo totale ottimismo confidando sul fatto che le attrezzature di monitoraggio di cui dispone, sono in grado di cogliere l’eventuale ascesa del magma verso la camera magmatica superficiale con largo anticipo. Il riempimento di questo serbatoio ubicato ad alcuni chilometri di profondità, è ritenuto dalla dirigente il vero indicatore di pericolosità vulcanica. Alla domanda circa la tipologia eruttiva correlabile ai tempi di quiescenza, la Dott.ssa Bianco ha affermato che il perdurare della pace vulcanica, finanche secolare, non incide sulla futura intensità eruttiva. Solo nuovi studi e ricerche possono modificare l’eruzione di riferimento (VEI4), tant'è che se la ricerca non farà passi in avanti, il parametro VEI 4 quale intensità eruttiva massima attesa è immutabile nei secoli…

La mappa sottostante offre una chiara visione della situazione attuale. Come si vede la zona rossa 1 è quella dove è possibile il dilagare di flussi piroclastici. La zona rossa 2 invece è particolarmente soggetta alla pioggia di piroclastiti che potrebbe far crollare i solai piatti e meno resistenti e rendere impossibile la permanenza in zona a causa della sospensione in aria delle ceneri vulcaniche. La zona rossa 1 e rossa 2 sono un unicum da evacuare prima dell’eruzione. La zona a nord del Vesuvio (zona Blu) invece, è quella allagabile dalle acque meteoriche che accompagnano l’eruzione, con ristagni che possono superare anche i due metri di altezza soprattutto nella conca di Nola.


Mappa della pericolosità vulcanica al Vesuvio con le tre zone

In termini di prevenzione siamo lontani dalle esigenze che dovrebbero accompagnare il rischio vulcanico, perché nella zona rossa ma anche nei comuni di Volla e Striano viciniori alla perimetrazione di alta pericolosità, è ancora possibile l’incremento abitativo con normale licenza edilizia. Chi compra casa nelle zone ad est del Vesuvio, deve tener presente che qualsiasi tipologia eruttiva comporterebbe statisticamente la necessità di salvaguardarsi dalla pioggia di cenere e lapilli.  

La cartina sottostante mostra la linea nera Gurioli e in giallo il dilagare dei flussi piroclastici in seno alle eruzioni pliniane (VEI5) di circa 4000 anni fa (Pomici di Avellino) e di circa 2000 anni fa (Pompei). Dalle superfici coinvolti s’intuisce la necessità che non vengano sottovalutate le pratiche di prevenzione delle catastrofi in favore delle generazioni future che popoleranno la plaga vesuviana. Nelle zone VEI 5 non c’è alcuna regola edilizia (non diciamo vincoli ma almeno regole). Di fatto, escludendo una maggiore intensità eruttiva dettata dallo scorrere del tempo, si sta offrendo sponda alla conurbazione nella zona rossa pliniana.


Mappa tratta dalla pubblicazione: Pyroclastic flow hazard assessment at
Somma-Vesuvius based on the geological record di Lucia Gurioli

Nei Campi Flegrei la situazione non è migliore: anzi. Innanzitutto perché vige uno stato di attenzione; poi non c’è un vincolo vulcanico capace di tenere a freno l’edilizia residenziale, e quindi il tempo giuoca doppiamente a sfavore. Di contro non è possibile stabilire in anticipo il centro o i centri eruttivi della futura eruzione. Un’altra nota che crea apprensione, è che bisogna fare i conti con un indice di pericolosità vulcanica che al momento possiamo dire che varia in ragione dell’incremento bradisismico; dato altalenante e vivace, ma soprattutto potrebbe repentinamente cambiare. Anche in questa zona i soccorsi con eruzione in corso non sono possibili.

                                                                 


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