Translate

mercoledì 13 maggio 2020

Rischio Campi Flegrei: le incognite e il sopravvivere... di MalKo



Campi Flegrei

Il 26 aprile nel distretto vulcanico dei Campi Flegrei, a ridosso del punto strategico di Pisciarelli, si è manifestato uno sciame sismico misurato in 41 eventi localizzati a profondità oscillanti tra 1.0 e 2.7 km. L'evento delle ore 02:59 di Md. 3.3, è stato il più forte mai registrato dal 1985 (dati Osservatorio Vesuviano). In contemporanea la notte del 27 una serie di sismi a bassa magnitudo ha interessato il Vesuvio. Il 10/05/2020, un ulteriore sciame sismico ha colpito la zona dei Campi Flegrei, con scosse protrattesi per una decina di minuti, non intense ma continue, con i diagrammi che suggerivano una sorta di tremore litosferico localizzato… 
Essere un abitante dei Campi Flegrei ci rendiamo conto che non è semplice. Fino a quando il problema tellurico lo si associava al solo fenomeno bradisismico, vivere lontano dal rione Terra poteva sembrare una misura sufficiente per ritenersi al sicuro dal dissesto dei fabbricati collocati sulla gobba litosferica. Successivamente ci si è resi conto che tutta l’area flegrea è sottoposta a un rischio ben maggiore che è quello vulcanico: una scoperta un po’ tardiva. D’altra parte se avessero riflettuto bene sul dato geologico, non avrebbero costruito complessi residenziali per spostare la popolazione dalla zona rossa bradisismica alla zona rossa vulcanica. Così come non avrebbero collocato la sede dell’Osservatorio Vesuviano all’interno del recinto calderico.
Le operazioni di messa in sicurezza dei Campi Flegrei hanno richiesto la necessità di stabilire un’eruzione massima di riferimento da cui difendersi. A tal proposito alcuni ricercatori dell’INGV hanno elaborato un prospetto statistico assegnando percentuali probabilistiche ad ogni specifica tipologia eruttiva: da questa tabella gli scienziati della commissione grandi rischi hanno concluso che una eruzione sub pliniana (VEI4), alla stregua di quanto è stato deciso per il Vesuvio, è l’eruzione massima di riferimento.
Statistica tipologia eruttiva Campi Flegrei

Sull’ipotesi di pericolo appena formulata, è stata quindi circoscritta la zona rossa flegrea e sono stati elaborati i piani di emergenza e di evacuazione. Un evento vulcanico VEI 4 in ogni caso non è una passeggiata e comporterebbe la produzione di colate piroclastiche che potrebbero colpire entro un raggio di 7 - 10 chilometri dal centro eruttivo, con qualche rallentamento offerto dalla barriera di fabbricati e orli collinari. Quale sia questo centro eruttivo non è dato saperlo, e non si può neanche escludere matematicamente che possano essere più di uno. Sempre nel campo delle incognite, precisiamo ancora una volta che non si sa quando si verificherà la prossima eruzione e con quale intensità si presenterà.  
In tutti i casi l’Osservatorio Vesuviano prevede di prevedere l’approssimarsi di una eruzione con almeno 72 ore di anticipo, anche se non ci sono elementi deterministici su cui fondare questa certezza. In controtendenza, un articolo pubblicato sulla rivista focus il 30 settembre del 2015 aveva questo titolo: Eruzioni vulcaniche: i Campi Flegrei non "avvisano".  Nel lavoro alla base di questa affermazione, in linea generale c’è il concetto che un’eruzione può essere il frutto di combinazioni chimiche dettate da differenti magmi che s’incontrano, e che danno vita a quelle reazioni che promuovono in poche ore spinte in alto della massa incandescente.
Il fatto che non ci sia un apparato montuoso che sovrasti il magma e che la superficie crostale flegrea sia in qualche modo e nei secoli provata nella compattezza dalle intrusioni magmatiche, dai sismi, dai moti bradisismici e ancora dall’azione chimica degli acquiferi surriscaldati, se non da tutti questi elementi messi insieme, potrebbe essere un fattore importante che si offrirebbe a diverse interpretazioni. Alcune pubblicazioni accennano a questi elementi snervanti che cagionerebbero una minore resistenza del coperchio calderico. Non è chiaro però, cosa comporti questa condizione, in quanto tutti gli studi raccontano di questi processi, ma senza riportare nel merito alcuna conclusione.
Nei Campi Flegrei un’eruzione manca da circa 500 anni: un periodo sufficientemente lungo da rendere probabilmente possibile qualsiasi congettura sul pericolo vulcanico. D’altra parte quello che ci sembra fondamentale nei processi eruttivi, è quello che succede nel dinamico sottosuolo chilometrico: luogo madre di tutte le eruzioni. Riuscire a cogliere nel futuro prossimo una immagine tridimensionale della camera magmatica flegrea, consentirebbe di avanzare ipotesi maggiormente corrispondenti alla realtà geologica di questa particolare area calderica.  
La buona riuscita di un piano di emergenza comprende due fattori fondamentali: il primo è senz’altro la previsione dell’evento vulcanico. Si raggiunge questo risultato in genere facendo affidamento sulle notizie che ci pervengono dagli annali delle eruzioni precedenti, soprattutto per la parte prodromica degli eventi. Un database contenente la misura fisica e chimica di tutti i fenomeni pre eruttivi del passato aiuterebbe moltissimo, perché sarebbe maggiormente agevole la comparazione e l’intreccio dei dati: in una parola il processo si chiamerebbe esperienza... Al superamento di quelli che si ritengono misure strumentali limite, scatterebbe un crescente allarme che non è mai meccanico ma umano, ancorché frutto delle interpretazioni e dei consulti che nel nostro sistema operativo avvengono all’interno della commissione grandi rischi. L'allarme scientifico non corrisponde all'allarme civico, perchè il pulsante dell'evacuazione è nelle sole competenze del Presidente del Consiglio.
In realtà per i Campi Flegrei non c’è un database pregresso, e la caldera presenta diecine di bocche eruttive monogeniche, con l’ultima eruzione datata 1538, cioè 250 anni prima della rivoluzione francese. Si comprende bene allora, che gli elementi su cui basare proiezioni predittive non ci sono, o quantomeno sono estrapolate da altre realtà calderiche esistenti sul Pianeta, ma non da quella che abbiamo sotto i piedi.
Il secondo elemento fondamentale per la pratica di salvaguardia della popolazione è l’organizzazione nazionale, regionale e comunale di protezione civile, che, in caso di pericolo, deve essere capace di allontanare il più presto possibile gli abitanti del flegreo dalla zona rossa. I piani di emergenza che servono nel nostro caso a definire modi e mezzi di trasporto per evacuare in 72 ore i circa 550.000 residenti dei Campi Flegrei, presentano ad oggi strategie molto discutibili, che sembrano frutto di un mero esercizio aritmetico piuttosto che una reale formula per assicurare nel concreto la salvaguardia dei cittadini.
A titolo esemplificativo e non esaustivo, in un contesto di allarme vulcanico pensare di organizzare un servizio navetta che dalle aree di attesa del centro di Pozzuoli trasferisca circa la metà della popolazione puteolana alla stazione di Napoli per prendere posto sui treni freccia rossa, è una strategia non impossibile ma decisamente traballante. Infatti, dal caos allarmistico comunale si procederebbe verso il caos urbanistico napoletano, soprattutto se tale movimentazione di genti avverrebbe in un contesto di prodromi pre eruttivi come quelli sismici. Riteniamo probabile una rivisitazione di questo piano, dove la metropoli napoletana si vedrà collocata in buona parte nella zona rossa, comprendente anche la stazione ferroviaria di Piazza Garibaldi che non può essere un punto d’incontro ma solo di attesa per i partenopei che orbitano in quella zona. Quindi, la strategia oggetto dell’esercitazione Exe Flegrei 2019 a nostro avviso è più che discutibile…
Zona Rossa Campi Flegrei
Pozzuoli è il comune flegreo più popolato ed è anche quello soggetto alle manifestazioni di vulcanesimo più evidenti. Escludere come è stato fatto per Torre del Greco nel vesuviano, l’utilizzo dei mezzi marittimi a basso pescaggio come i catamarani e le monocarene per evacuare la zona porto e il circondario, è una scelta operativa francamente incomprensibile. L’ipotesi di un rigonfiamento del fondale marino diverso dal bradisismo, che è un fenomeno lento, qualora dovesse presentarsi non sarebbe così repentino da cogliere alla sprovvista il sistema di sorveglianza scientifica. Diversamente, l’Osservatorio Vesuviano dovrebbe restituire le apparecchiature super tecnologiche disseminate in ogni dove in terra e nel mare calderico, perché promettevano con questi strumenti anche spaziali, precisioni estreme, tali da rilevare le sollecitazioni dovute al passaggio dei Paguro Bernardo sui fondali di Bacoli. Quindi è molto difficile, si presume, essere colti alla sprovvista.
La caldera flegrea ha un raggio medio tra i 12 e i 15 chilometri. Premesso che un’eruzione dalla potenzialità sub pliniana (VEI4) può creare problemi seri entro i 7 -10 chilometri dal centro eruttivo e sottovento ad esso, tutta la circonferenza flegrea a questo punto è da considerarsi a rischio ed è quindi zona rossa.  Per spostare la popolazione dal pericolo vulcanico, i tecnici delle emergenze generalmente preferiscono tenere aperti tutti i possibili canali di trasporto senza stroncature preventive. Le orme che lasciarono circa quattromila anni fa i nostri avi del bronzo antico sulla cenere appena depositatasi nella zona a nord del Vesuvio, lasciano intendere quale sia l’ultima risorsa disponibile per allontanarsi dalla minaccia vulcanica. Migliaia di anni fa, essere runners era l’unica, e non l’ultima risorsa disponibile per mettersi al sicuro…  
Un uomo in discrete condizioni fisiche riesce a percorrere una distanza di circa 5 chilometri ogni ora. Ne consegue e come ultima ratio ai sistemi di mobilità previsti, che in 2 ore…diciamo 3, dovrebbe essere possibile porsi in salvo.  Ovviamente per i vecchi e i bambini, e gli allettati e i malati, questa opzione non è perseguibile. Questo spiega perché, semmai la fase di attenzione dovesse acuirsi, spostare le persone più deboli in luogo sicuro fuori area calderica, è la premessa necessaria per garantirsi una maggiore possibilità di manovra. La seconda è di non curarsi dei beni materiali. La lapide posizionata nel 1632 sulla strada principale di Portici, esattamente l’anno successivo alla devastante eruzione VEI4 del Vesuvio, recita appunto questo salutare principio…

sabato 9 maggio 2020

Rischio Vesuvio: l'eruzione vista da Miseno... di MalKo

Campi Flegrei - Bacoli

Probabilmente gli stranieri ma anche i connazionali di altre regioni che conoscono l’arcinoto Vesuvio, si chiederanno spesso come si faccia a vivere nel raggio d’azione del vulcano esplosivo più famoso della storia. D’altra parte nonostante si sappia che la situazione intorno a questo apparato è alquanto caotica e antropizzata, si dà per scontato che molto è stato fatto per la salvaguardia delle popolazioni, perché la nostra civiltà occidentale garantisce salute e sicurezza, grazie anche a regole che dovrebbero affondare nei principi della elementare prudenza. Quindi, avere per il vesuviano un collaudato piano di emergenza è il minimo auspicabile.

In realtà il piano di evacuazione che è l’allegato più importante del piano di emergenza, è un documento in itinere, mancando ancora di indicazioni operative da parte di alcune ritardatarie municipalità della zona rossa. Quando sarà pronto questo documento che in tutti i casi ha previsto misure di protezione solo per eruzioni medie VEI 4, dovrà poi essere ben conosciuto e diffuso alle popolazioni esposte, in modo che le azioni di salvaguardia consentiranno all’occorrenza di porsi con la distanza guadagnata con l’evacuazione (d), fuori dalla portata dell’eruzione.


L’ipotesi che il Vesuvio possa produrre un’eruzione pliniana (VEI5), alla stregua di quella che si materializzò nel 79 d. C. è stata letteralmente obliata dalla scienza e dai media e dalla politica. I ricercatori hanno generalmente e sostanzialmente annullato la precedente e annosa tesi, che quanto maggiore sarà il tempo di quiescenza tanto maggiore sarà l’intensità eruttiva che verrà. Questa affermazione se non poggia su consolidate basi scientifiche porterà con sé conseguenze dannose per i posteri, che erediteranno da noi risorse e pericoli in un territorio antropizzato oltre misura. Nell’odierno, tale concetto passato per deterministico, intanto offre riparo alle omissive scelte politiche e amministrative che avrebbero dovuto contemplare la necessità di estendere la zona rossa. L'iniziativa avrebbe consentito di dare maggiore spazio alla prevenzione del rischio vulcanico, per evitare di farsi cogliere impreparati dalle imprevedibili energie esplosive del sottosuolo chilometrico.

D’altra parte l’attuale assenza di direttive che vadano nel senso della prevenzione delle catastrofi, sono un elemento che dimostra con gli strumenti della logica che questa teoria della: indifferenza temporale sulla intensità eruttiva al Vesuvio, sia di fatto e nei fatti quella seguita dagli organi preposti. In realtà è talmente formidabile questa notizia, che i giornalisti divulgatori della scienza dovrebbero interessarsene, magari scrivendo sulle riviste specializzate la novella. Una novità che offre una miracolosa e inaspettata  liceità a quanti disattendendo a tutti i livelli l’attuazione di misure di prevenzione del rischio vulcanico, perseverano nel ritenere l'edilizia residenziale il volano inalienabile per la rinascita dell'economia nel vesuviano, anche ai limiti della modesta zona rossa.

Il Vesuvio è un vulcano che ha dato origine nel corso dei millenni ad eruzioni di varia intensità e portata, come quelle minimamente stromboliane che potevano semplicemente dare vita a un fenomeno turisticamente avvincente, ed altre altamente pericolose come quelle pliniane, che pur nella loro rarità hanno letteralmente sconquassato i territori ubicati intorno al vulcano per un raggio di decine di chilometri.

L’eruzione esplosiva del Vesuvio del 79 d.C., un evento di taglia VEI5, fu narrato da un giovane spettatore comasco, che ammirò lo spettacolo dell’eruzione da un’altra area vulcanica non meno pericolosa della prima come quella dei Campi Flegrei. Plinio il Giovane dimorava nella zona di Bacoli, essendo nipote di Plinio il Vecchio, ammiraglio della flotta navale romana stanziata a Miseno. Il giovane scrittore su richiesta dello storico Tacito, narrò dello zio e dell’eruzione, in due epistole: lettera VI 16 - VI 20.

L’eruzione in questione avvenne durante l’impero di Tito. Plinio il Vecchio, ammiraglio della flotta romana a Miseno, stava rielaborando i suoi appunti dopo essersi esposto al Sole e poi bagnato e ristorato. Nel mentre il nipote Plinio il Giovane leggeva alcuni passi di Tito Livio, la madre di quest’ultimo ebbe a segnalare ai due scrittori che una nube insolita scura gravava in direzione est. Plinio il Vecchio notò questa nuvola a forma di pino e decise, da buon naturalista, che occorreva andare in quei luoghi per verificare il fenomeno da vicino. Chiese che si preparasse una liburna, e nel mentre arrivò un biglietto della nobildonna Rectina che implorava il suo aiuto per essere tirata fuori dal lungomare vesuviano devastato dall’eruzione. L’ammiraglio allora, fece mettere in armo alcune quadriremi per portare soccorso alle popolazioni.   



Durante la navigazione, più le navi si avvicinavano al traverso di Ercolano, più sulle tolde cadevano i prodotti dell'eruzione. Alcuni bassofondi non consentirono l’approdo nella cittadina votata ad Ercole: Plinio allora, spronando l’equipaggio che non si sentiva al sicuro, ordinò di procedere senza indugi per la villa di Pomponiano ubicata a Stabia. Su questa riva il naturalista sbarcò e abbracciò il suo amico che attendeva venti favorevoli per prendere il largo con la sua barca già carica. In attesa che le condizioni meteorologiche mutassero, andarono nella villa del senatore dove cenarono e si riposarono in una condizione di terremoti frequenti. La pausa non durò a lungo, perché la pioggia di cenere e lapilli stava bloccando le porte col rischio di intrappolarli. Il gruppetto riparatosi la testa con dei cuscini fissati al meglio con delle fettucce, si allontanò in un contesto di buio vulcanico martellati dai piroclastici di caduta. Aiutati da torce, giunsero in prossimità del mare: l’ammiraglio si distese su un lenzuolo poggiato da un servo sulla coltre di cenere chiedendo acqua. Il terzo giorno dall’approdò, lo rinvennero come dormiente tra i lapilli vulcanici ma era morto. Probabilmente la causa del decesso doveva addebitarsi alla cenere inalata che ricordiamo ha una componente vetrosa e acida molto irritante, e alcuni gas vulcanici che in genere, come l’anidride carbonica e l’anidride solforosa ristagnano al suolo.

Plinio il Vecchio sulla spiaggia di Stabia (dal sito Asciacatascia)

Intanto il giovane Plinio rimasto a Miseno con la madre, dormì poco a causa dei terremoti che poi divennero particolarmente intensi. Madre e figlio titubavano a prendere decisioni e s’interrogarono sul da farsi. Sopraggiunse intanto un amico dello zio che li rimproverò perché tardavano a mettersi in salvo. Alle prime ore del giorno, l’atmosfera opaca che gravava sulla casa tremolante, li spinse ad allontanarsi dal caseggiato dove i carri pur fermi su terreno piano venivano sballottati a destra e a sinistra dai terremoti, addirittura mettendosi in moto. Il mare si ritrasse abbastanza da mettere al secco dei pesci sulla spiaggia oramai più estesa. Dalla parte opposta invece, videro una grande nube nera percorsa da saette che, dopo aver percorso la terra, si adagiò sul mare. Madre e figlio furono invitati ancora una volta a correre per mettersi al sicuro. Usciti dalla casa, lasciarono la strada principale per evitare schiacciamenti e resse. Poco dopo si sedettero per riposare, e a quel punto la cenere li avvolse e con essa la più nera delle notti. La gente che scappava si chiamava tra loro a gran voce essendosi persa in quel buio vulcanico. Il fuoco sembrò correre da lontano nella loro direzione ma poi si arrestò, in un turbinio di polveri cineree che sopravanzarono imbrattandoli, e quindi cercarono di scuotersela di dosso: l’idea che si faceva largo era che sarebbero presto periti. Ritornati nella casa di Miseno, nonostante i sussulti decisero di restare in quel luogo familiare in attesa di notizie dello zio che poi funeste arrivarono...

L’eruzione pliniana del 79 d.C. che devastò il vesuviano, è stata valutata con un indice di esplosività VEI 5. In quei frangenti drammatici, come si evince dagli scritti di Plinio il Giovane, una nuvola di cenere raggiunse anche la zona di Miseno portando una profonda oscurità che accrebbe la paura tra gli abitanti. Occorre dire che tra il centro eruttivo del Vesuvio e Miseno corre una distanza di circa 30 chilometri. I residenti dell’agglomerato urbano localizzato nei pressi della flotta navale romana, fuggirono per sottrarsi all’avanzata di questa nuvola scura che si avvicinava e che scatenò il panico anche per i sismi che scuotevano la terra. I fuochi che sembravano avvicinarsi, ma che poi si fermarono come narra Plinio, potrebbero essere stati degli incendi nelle case distanti causati dai terremoti: le fiamme a seconda dell’intensità della cenere, diventavano più o meno visibili dando l’idea del movimento che in realtà non c’era. Tra i principali effetti del terremoto, quello degli incendi è un danno collaterale abbastanza frequente.

Rimane il dato che a 30 chilometri di distanza è arrivata cenere vulcanica nella direzione opposta  a quella che ha favorito l’introduzione della zona rossa 2 (Est - Sud- Est): quale fenomeno l’ha portata lì? E i terremoti vulcanici al Vesuvio potevano risultare copiosi e intensi anche a 30 chilometri di distanza dal centro eruttivo? Per risolvere questi dubbi ricorriamo alle competenze del Prof. Giuseppe Mastrolorenzo, noto vulcanologo dell’Osservatorio Vesuviano (INGV) che qui chiarisce:

<< Nelle due lettere di Plinio il Giovane a Tacito, è riportata senz’altro la prima descrizione dettagliata di un’eruzione esplosiva di grande portata. Il termine eruzione pliniana, è stato assunto nella letteratura vulcanologica per descrivere gli eventi esplosivi analoghi a quello narrato da Plinio il Giovane, ed è stato utilizzato per descrivere eventi come quello del Monte St. Helens, avvenuto nel 1980 o del Pinatubo del 1991.

Le ricerche vulcanologiche hanno rivelato come la descrizione dell’eruzione del 79 A.D. fosse adeguatamente dettagliata e priva di forzature letterarie. Ciò nonostante resta impossibile verificare con grande attendibilità scientifica alcuni elementi rilevanti dell’eruzione, quali ad esempio la durata e la tipologia degli eventuali fenomeni precursori, nonché l’entità della sismicità associata all’evento eruttivo. Resta inoltre non verificabile l’orario di inizio e la durata dell’eruzione.  
Circa la sismicità in fase sin-eruttiva non esistono evidenze oggettive, ma si può fare riferimento ad eruzioni pliniane analoghe, avvenute in tempi recenti a livello mondiale. In tali casi si è osservata un’attività sismica di magnitudo media, in genere non molto superiore al quinto grado Richter, e solo molto raramente associata a effetti al suolo di grande portata, se non nelle aree immediatamente prossime al centro eruttivo.

Quanto descritto da Plinio il Giovane relativamente al centro abitato di Miseno che sarebbe stato interessato da scosse di notevole intensità (come indicato dallo spostamento di carri), sembrano non compatibili con quelle potenzialmente associate a una possibile crisi sismica con magnitudo non elevate e ipocentri a distanze di circa trenta chilometri.

Per quanto riguarda il passaggio di una fitta nube alla fine dell’evento eruttivo sull’abitato di Miseno, questa è compatibile con l’ultima fase eruttiva del Vesuvio, caratterizzata dalla generazione di flussi piroclastici a bassa concentrazione con fronti di grande spessore e con elevata mobilità che ne consentiva l’espansione radiale fino a distanza dell’ordine di alcune decine di chilometri dalla bocca eruttiva.

Per la bassa densità, la scarsa concentrazione di particelle, la bassa temperatura e la bassa velocità di avanzamento, queste ultime nubi piroclastiche, a parte lo spavento non erano in grado di causare danni o mettere a rischio le comunità nell’abitato di Miseno. Cosa diversa invece, hanno appurato le mie ricerche negli abitati di Ercolano, Oplonti e Pompei, dove i residenti che si attardarono nella fuga morirono all’istante per effetto di temperature comprese fra 300° e 500° Celsius.  A fronte delle numerose ricerche pubblicate sull’eruzione del 79 A.D., restano ancora molte incognite, in particolare proprio sulla sua durata totale e sui precursori che hanno preceduto a medio e a lungo termine l’evento>>.


Ringraziamo il Professor Giuseppe Mastrolorenzo primo ricercatore dell’Osservatorio Vesuviano (INGV) per i preziosi chiarimenti che ci ha fornito.







domenica 5 gennaio 2020

Rischio Vesuvio: fino a prova contraria... di MalKo




Occorre dire che per anni tutte le componenti che s’interessano di protezione civile, hanno ripetuto come mantra che i piani di emergenza erano una realtà operativa pronta a garantire la sicurezza dei vesuviani. C’è voluto molto tempo e impegno per spiegare dalle nostre pagine che il piano d’emergenza esistente è ancora orfano del piano di evacuazione. Trattandosi di un piano di emergenza che tratta un solo grande pericolo (l’eruzione), con una sola grande risposta operativa (l’evacuazione), in assenza di strumenti pianificatori atti a garantire un ordinato e rapido allontanamento dal vulcano, non possiamo definirci a tutt'oggi tutelati.

Il 2020 può darsi che sarà l’anno della svolta, anche se bisogna annotare che la prima bozza del piano di emergenza Vesuvio risale al 1995. Quest’anno ricorre quindi il venticinquennale del chiacchierato e monco documento…

Per rendere maggiormente intuitivo il discorso, si tenga conto che il comune di Boscoreale pur essendo una delle municipalità maggiormente esposte al pericolo vulcanico, solo qualche giorno fa, il 27 dicembre 2019, ha  definito e approvato l'individuazione delle aree di attesa, anche se manca il piano complessivo entro cui inserire questa informazione e che in ogni caso non è stato pubblicato…

Il Comune di Scafati invece, mentalmente si ritiene fuori dal problema e, nonostante un lungo periodo di transazione con i commissari prefettizi e un finanziamento mirato e approvato nel 2015, non ha ancora un piano di evacuazione quale parte integrante di un serio piano di emergenza che, alla stregua di Boscoreale, non sembra sia stato pubblicato.

Il limitrofo Comune di Pompei pur non avendo ancora realizzato e pubblicato il piano di emergenza corredato da quello di evacuazione a fronte del rischio Vesuvio, è stato scelto come capofila per le politiche internazionali di resilienza ai cambiamenti climatici avviato dalle Nazioni Unite. Nel merito il rappresentate della protezione civile pompeiana, ebbe a dichiarare proprio presso il Dipartimento della Protezione Civile e in seno ad un ampio consesso di esperti e amministratori, che la cittadina mariana aveva problemi per accedere ai finanziamenti regionali necessari per l’aggiornamento del piano di emergenza comunale. Il 25 maggio 2019 anche il Comune di Pompei ha finalmente ricevuto 74.225 euro per procedere con la pianificazione che probabilmente e nella migliore ipotesi oggi sarà in itinere.

Il Dipartimento è ben visto dalla stampa e dall’opinione pubblica in genere, grazie anche alla simpatia che inducono i volontari. In qualche occasione però, i vertici del dicastero si sono tolti la veste buonista e hanno minacciato denunce per procurato allarme indirizzate a chi manifestava opinioni diverse da quelle governative.  È stato questo il caso del Prof. Mastrolorenzo, che dalle pagine del prestigioso National Geographic, ebbe a pubblicare un articolo che segnalava dal suo punto di vista una sottostima dello scenario eruttivo adottato al Vesuvio. 

Anche gli allarmi al radon del tecnico Giuliani che preannunciò un forte sisma all'Aquila nel 2009, fu motivo di denuncia e successivamente di assoluzione soprattutto perché il terremoto si presentò ahimè e per davvero il 6 aprile del 2009, schernendo la commissione e salvando il tecnico da una condanna. 

Il Dipartimento difese a spada tratta le conclusioni della cosiddetta commissione grandi rischi, riunitasi nel capoluogo abruzzese una settimana prima del rovinoso terremoto; un conclave scientifico che profferì conclusioni o micidiali silenzi che non valsero a scongiurare al vice capo dipartimento una condanna penale a due anni per negligenza e imprudenza. 

In termini di previsione dell’evento vulcanico, l’Osservatorio Vesuviano continua a ripetere che nell’area vesuviana e flegrea ci sono imponenti sistemi di sorveglianza che sono una garanzia predittiva. Appare allora strano che con cotanta tecnica lo stesso Osservatorio non fu in grado di assegnare un epicentro al terremoto di Ischia del 21 agosto 2017. In quel caso non bisognava predire ma classificare geograficamente un evento già avvenuto. Occorsero circa quattro giorni per arrivare a una precisa collocazione del fuoco sismico.... Può succedere certo, ma i piani di evacuazione si basano su un preavviso eruttivo di appena tre giorni.

Anche nelle pagine web del Dipartimento alla voce dossier dettaglio ad oggetto il rischio Vesuvio, si registra un refuso di una certa importanza. Questo:

La nuova zona rossa, a differenza di quella individuata nel Piano del 2001, comprende oltre a un’area esposta all’invasione di flussi piroclastici (zona rossa 1) anche un’area soggetta ad elevato rischio di crollo delle coperture degli edifici per l’accumulo di depositi piroclastici (zona rossa 2). La ridefinizione di quest’area ha previsto anche il coinvolgimento di alcuni Comuni che hanno potuto indicare, d’intesa con la Regione, quale parte del proprio territorio far ricadere nella zona da evacuare preventivamente. 


Senza entrare nei dettagli, in realtà la zona rossa 2 alla stregua della zona rossa 1 è totalmente da evacuare in caso di allarme vulcanico. In questo caso i cittadini di San Gennaro Vesuviano, Palma Campania, Poggiomarino e Scafati, dovranno lasciare immediatamente i propri territori e recarsi rispettivamente nelle regioni Umbria, Friuli Venezia Giulia, Marche e Sicilia secondo le modalità previste dai rispettivi piani di evacuazione. 



Nella zona gialla invece, le attuali indicazioni prevedono che nel corso dell’eruzione possa presentarsi la necessità che alcune porzione del territorio poste sottovento al vulcano e sottoposte alla pioggia di cenere e lapilli, precauzionalmente potrebbero essere  temporaneamente evacuate.Modalità per fronteggiare le problematiche della zona blu non sono ancora all'ordine del giorno regionale. 


Il dovere di produrre ogni utile azione capace di favorire il riordino dei territori e quindi di ridurre la vulnerabilità del tessuto abitativo e produttivo del vesuviano, doveva essere un atto di lungimiranza politica dovuta ai posteri. Il problema grosso però, è che i posteri non votano…

Le logiche di prevenzione, come abbiamo avuto più volte modo di scrivere, avrebbero voluto che i territori vulcanici fossero diversamente e urbanisticamente meglio organizzati e meno abitati, evitando così gli errori del passato, perché un’auspicata e lunga quiescenza potrebbe introdurre il pericolo pliniano (VEI5), e quindi una diversa e più estesa perimetrazione della zona rossa sarebbe risultata fondamentale per frenare la spinta antropica residenziale. 

Lo scenario di riferimento adottato per la determinazione della zona rossa invece è sub pliniano con un indice di esplosività vulcanica VEI4. Secondo le indicazioni riportate a supporto di questa tesi nella pagina web del Dipartimento si legge: 
  1. sulla base degli studi statistici, per il Vesuvio risulterebbe più probabile (di poco superiore al 70%) l’evento di minore energia (VEI=3), tuttavia gli esperti hanno ritenuto che lo scenario di riferimento da assumere dovesse essere un’eruzione esplosiva sub-Pliniana con VEI=4 per le seguenti motivazioni:
  2. ha una probabilità condizionata di accadimento piuttosto elevata (di poco inferiore al 30%);
  3. corrisponde ad una scelta ragionevole di “rischio accettabile” considerato che la probabilità che questo evento venga superato da un’eruzione Pliniana con VEI=5 è di solo l'1%;
  4. dati geofisici non rivelano la presenza di una camera magmatica superficiale con volume sufficiente a generare un’eruzione di tipo Pliniano.
In realtà la commissione incaricata di produrre gli scenari eruttivi di riferimento, ha offerto due tabelle da cui evincere statisticamente la probabilità che possa manifestarsi un'eruzione di una certa intensità, in base a due archi di tempo così come riportato nella legenda sottostante che vi invitiamo a vagliare.


Gli esperti non hanno tirato delle conclusioni univoche per la definizione dello scenario eruttivo, altrimenti non avrebbero riportato due possibilità statistiche, ma hanno rimandato al Dipartimento della Protezione Civile la scelta maggiormente garantista per le popolazioni. Sono state indicati dicevamo, indici probabilistici lasciando all'organo dipartimentale la decisione di scegliere l'arco di tempo da adottare, e quindi gli stili eruttivi da fronteggiare: la tabella B è stata ritenuta più adatta con l'1% di possibilità pliniana a differenza della tabella A col suo ragguardevole 11%. 
Dobbiamo quindi concludere che l'incertezza scientifica si è avvalsa delle decisioni politiche, alla stregua del concetto di rischio accettabile che non può essere una valutazione scientifica ma anch'essa squisitamente politica.

Anche il concetto di camera magmatica superficiale con poco magma che è stato chiamato in causa dal gruppo di lavoro per sostenere la scelta dello scenario sub pliniano è fumoso, perché il magma dell’eruzione pliniana del 79 d.C., l’eruzione di Pompei per intenderci, è saltato fuori dalle profondità e non dalle superficialità del sottosuolo.  

Quando nei primi mesi del 2019 ci è stata offerta la possibilità di interloquire con i vertici della Protezione Civile nazionale e regionale ed ancora con la direttrice dell’Osservatorio Vesuviano, abbiamo rimarcato il concetto che forse circoscrivere anche un'area oltre la zona rossa dove applicare nel tempo le regole della prevenzione, sarebbe stata una iniziativa saggia. La letteratura scientifica infatti, afferma che quanto maggiore sarà la quiescenza del Vesuvio, tanto maggiore sarà l’energia dell’eruzione che verrà, e quindi pianificare azioni volte a mitigare la vulnerabilità dei territori, ci sembra e ci sembrava un atto dovuto a quelli che verranno dopo di noi.

La direttrice dell'Osservatorio in quella sede lasciò intendere che non c’era una correlazione tra i tempi di quiescenza e l'intensità eruttiva. In verità rimanemmo interdetti perchè il rapporto tra tempo di quiescenza e potenza dell'eruzione ci sembrava addirittura un luogo comune particolarmente diffuso nella letteratura scientifica vulcanologica... Evidentemente non è così.

Ebbene recentemente ci è capitato di leggere un’intervista al prof. Luongo che nel merito degli scenari eruttivi  ha detto ancora di più, cioè che questi non cambiano col passar del tempo, ma si modificano solo con l’avvento di nuove scoperte scientifiche. In altre parole le cose rimangono così come sono e fino a prova contraria. Del resto anche la commissione grandi rischi nel verbale del 27 giugno 2012 auspicava che lo scenario di riferimento venisse rimodellato con l'acquisizione di nuove scoperte scientifiche senza citare alcuna criticità dovuta al passare del tempo. Il problema di fondo però, rimane la coerenza tra interviste, relazioni scientifiche, video, eloqui pubblici e pubblicazioni di servizio e stampa, dove si dice tutto e il contrario di tutto. 

In tutti i casi occorre anche che si capisca che i territori vulcanici devono essere sede di pianificazione della prevenzione delle catastrofi. La scienza non può dopo un certo numero di anni continuare a ridisegnare i confini delle zone rosse perchè non si è ritenuto opportuno adottare l'eruzione massima conosciuta come eruzione di riferimento. 
  
Se fosse vero che la protratta quiescenza ci porta verso un’eruzione sempre più energetica, avremmo forse il tempo necessario anche se secolare  per riqualificare i territori vulcanici. Se il tempo non ha nessuna incidenza sull'intensità eruttiva invece, allora bisogna resettare tutte le nostre considerazioni sul pericolo vulcanico, focalizzando gli interventi all’interno della linea nera Gurioli, (vedi figura sottostante), cioè quella linea che definisce i limiti di scorrimento delle colate piroclastiche in seno ad eruzioni non eccedenti l'indice di esplosività vulcanica prescelto che è VEI4.


In realtà ai comuni della vecchia zona rossa, soprattutto quelli costieri, interessa poco la scelta dello scenario eruttivo, perchè i loro problemi non cambiano con la potenza eruttiva sub pliniana o pliniana: in entrambi i casi sarebbero coinvolti. Certamente ci sono altre municipalità che non possono ritenersi al sicuro da una pliniana, come ad esempio le tre municipalità di Napoli, oppure Volla o anche Poggiomarino e Scafati e Striano e Saviano. 
Tra l'altro si è anche in presenza di una situazione paradossale dove, in caso di un evento vulcanico VEI 3, cioè il più basso auspicabile, Poggiomarino e Scafati e Striano sarebbero statisticamente quelli più svantaggiati al di là della linea Gurioli.

Riteniamo che il motivo principale che ha caratterizzato la scelta dipartimentale e regionale, di una eruzione di riferimento medio bassa in luogo di quella massima conosciuta, ha avuto probabilmente come riferimento guida la mediazione tutta politica e non dichiarata basata sulla formula dei costi benefici. In linea di principio il concetto potrebbe avere una sua logica anche se poco condivisibile, ma bisogna dichiararlo e chiarirlo, perché è un atto dovuto ai cittadini soprattutto a quelli che vivono ai limiti della zona rossa e che si ritengono mentalmente al sicuro da un'eruzione a prescindere dalla potenza. 

In conclusione vorremmo chiarire che nel campo delle emergenze va da sé che non si può aprire un dibattito nazionale su cosa è meglio fare perchè sarebbe dispersivo e inconcludente e non si riuscirebbe a mettere un punto fermo ai discorsi e alle congetture. Però, neanche si può ridurre la questione a un così è se vi pare...  

Il concetto che a fronte di un mastodontico piano di evacuazione tarato su alcuni milioni di abitanti per fronteggiare un evento pliniano che qualcuno si è assunto la responsabilità di minimizzarlo al punto da estinguerlo, potrebbe avere anche motivazioni di ordine territoriale e sociale.Occorre in ogni caso tenere aperti i canali dell'informazione corretta e puntuale, in modo da consentire l'autodeterminazione ai cittadini che in tutta autonomia potrebbero decidere di lasciare questi luoghi per sottrarsi ai rischi. Argomentare darebbe trasparenza a un pericolo naturale tra i più energetici e rischiosi al mondo. In tutti i casi la diatriba sullo scenario scientifico intanto non giustifica il lassismo e il pressapochismo delle amministrazioni coinvolte, che allo stato attuale non sono in grado neanche di fronteggiare un incendio della pineta sul Vesuvio... 

Il Dipartimento della Protezione Civile forse dovrebbe evitare di dare l'idea dei men in black, calando da Roma per raggiungere il vesuviano o il flegreo organizzando e dirigendo magari le esercitazioni per poi ritornare alla base senza neanche la necessità di far scattare la penna anti ricordo, perchè il giorno dopo le amministrazioni hanno già dimenticato tutto…

L'Osservatorio Vesuviano destinatario della clausola di riservatezza che è visto con sfavore dall’opinione pubblica informata sull'argomento, è auspicabile che mantenga alto un profilo operativo senza sentire il dovere non contrattuale di puntellare altre strutture dello Stato. Alle Prefetture andrebbe completamente tolta ogni forma di competenza sull'organizzazione e sulla pianificazione dei soccorsi, perchè questa struttura periferica dello Stato vive di affanni già sull'oggi con i problemi diuturnamente fuori dalla porta; quindi, è lontana mille miglia dalle tematiche preventive ancorchè futuribili dell'eruzione che verrà. 

Ovviamente i Campi Flegrei rientrano interamente nelle logiche complessive che abbiamo appena esposto.

















mercoledì 6 novembre 2019

Rischio Vesuvio e Campi Flegrei: si suona il trombone... di MalKo



Vesuvio - visto da San Giovanni a Teduccio


Sono molti anni che cerchiamo di capire quali dinamiche tanto istituzionali quanto politiche ci sono o dovrebbero esserci per mitigare il rischio vulcanico, sia nel vesuviano che nel flegreo, in modo da assicurare ai cittadini l’imprescindibile diritto alla sicurezza, attraverso una incisiva azione di prevenzione e preparazione al governo dell’emergenza, in modo da evitare che un evento assolutamente naturale come quello eruttivo, qualora dovesse presentarsi, possa trasformarsi in catastrofe.

Col tempo abbiamo constatato, generalizzando, che in tutte le istituzioni il settore protezione civile è affidato generalmente e con le dovute eccezioni, a miti esecutori avvezzi al compromesso surrettizio e all’accodamento acritico con le altre strutture preposte alla risoluzione delle emergenze. In ogni caso agli uffici di protezione civile comunale non è consentito di mettere becco nelle faccende di altri settori, e segnatamente nell’ufficio tecnico che rimane un tabù.

La protezione civile è un campo a volte mediatico dove spesso si pubblicizza il prodotto sicurezza che non c’è, alla stregua di quello che facevano per la redenzione delle anime gli eserciti della salvezza suonando la grancassa e il trombone. Ecco allora il proliferare di iniziative basate soprattutto sul pourparler e sullo spiegamento del variopinto quanto emerito volontariato… I volontari non lo sanno, ma a volte sono la cortina fumogena di un sistema che fa acqua da tutte le parti: un sistema che dovrebbe innanzitutto puntare sulla prevenzione delle catastrofi, ma che in realtà mira solo all’interventistica post evento dove le certezze sono assicurate dalle macerie.

Per lavorare di prevenzione infatti, occorrerebbe una multidisciplinarietà di conoscenze e d’intenti e d’interventi che molto spesso manca completamente al panorama comunale, regionale e nazionale, con un gravame che apparentemente a volte sembra cadere solo sulla parte scientifica del Paese. In realtà e per contratto di tutoraggio da parte del Dipartimento, la scienza balbetta risposte vaghe se si parla di previsione delle eruzioni… Sull’argomento l’onnipresente Osservatorio Vesuviano ripete che il Vesuvio e i Campi Flegrei sono monitorati dal più vecchio osservatorio vulcanologico del mondo, in una misura tale che appena ci si muove in quelle zone s’inciampa in qualche strumento. Il che non aggiunge un grammo alla previsione deterministica dell’evento eruttivo… La prevenzione invece, è una disciplina che per sua natura è invisibile e per questo poco amata dai politici, ma che diventa platealmente visibile quando fallisce.

Il corriere del mezzogiorno qualche giorno fa ha rilanciato notizie ad oggetto una relazione riservata sui Campi Flegrei, messa a punto da uno staff scientifico nel 2012. In realtà tale lavoro lo si conosce da anni, e ha nelle conclusioni aspetti che andavano sicuramente riportati in premessa, cioè che la materia vulcanologica è talmente complessa, che qualsiasi analisi può risultare fallace, e quindi i membri estensori del documento non si assumono responsabilità sull’utilizzo delle notizie riportate. Quindi lo staff scientifico offre solo pareri non vincolanti, rimandando all’autorità dipartimentale (DPC) qualsiasi decisione nel merito delle tutele…

La Protezione Civile allora, con queste premesse seguite dall’incapacità di incidere sulle amministrazioni comunali e regionali, è costretta a suonare il trombone delle esercitazioni per rassicurare. Queste manifestazioni, come exe flegreo 2019, sono state giudicate dalla parte proponente ampiamente riuscite perché si sono attivate sale operative nazionali, regionali, comunali e prefettizie e di comando e controllo, con gazebo, punti attesa e d’incontro e una moltitudine di volontari collocati su tutte le strade: è mancato solo il pubblico, che pur invitato ha preferito disertare e attingere come sempre qualche informazione rigorosamente dai social, postando like e preoccupazioni e commenti di ogni specie e acutezza…

Comitato Operativo DPC . Exe Flegreo 2019

Il Dipartimento della Protezione Civile dovrebbe veicolare direttive che abbiano una grande capacità propositiva verso le amministrazioni comunali e regionali, affinchè scelgano convintamente percorsi di prevenzione dei rischi per mitigare le conseguenze di fenomeni naturali molto energetici come le eruzioni vulcaniche. Un compito arduo che il Dipartimento in ogni caso dovrebbe provare a svolgere senza mai perdere la strada della competenza, magari evitando pure di mantenere sul sito web alla voce dossier Vesuvio informazioni inesatte.

Dalla pagina web del Dipartimento infatti, si legge che la nuova zona rossa comprende un’area esposta all’invasione di colate piroclastiche definita zona rossa 1. Vero. E poi un’area soggetta ad elevato rischio di crollo delle coperture per accumulo di prodotti piroclastici (zona rossa 2). Vero. La ridefinizione di quest’area, recita ancora il dossier dipartimentale, ha previsto anche il coinvolgimento di alcuni Comuni che hanno potuto indicare, d’intesa con la Regione Campania, quale parte del proprio territorio far ricadere nella zona da evacuare preventivamente. Inesatto. A titolo informativo questi comuni sono: San Gennaro Vesuviano, Palma Campania, Poggiomarino e Scafati.

Vesuvio  eruzione 1944 - (Terzigno - Poggiomarino). Il campo d'aviazione americano
 bombardato da cenere e lapilli  che resero in brevissimo tempo inutilizzabile pista e aerei.

Ebbene la notizia è imprecisa, perché i comuni appena indicati furono effettivamente chiamati in causa dall’ex assessore regionale Ing. Edoardo Cosenza, ma solo per verificare se c’era la volontà comunale di classificare parte dei loro territori come zona rossa 1, in modo che venissero adottati limiti preventivi all’edilizia residenziale.

La zona rossa 2 costituita dai Comuni citati in precedenza, in caso di allarme vulcanico deve essere evacuata totalmente a prescindere dall’ubicazione puntiforme nell’ambito comunale e dalle caratteristiche tipologiche dell’edificio in cui si risiede. In realtà gli strateghi del piano Vesuvio volevano inizialmente optare per una evacuazione della zona rossa 2 a settori da definire con eruzione in corso, in ragione dell’intensità della pioggia di cenere e lapilli da cui bisognava difendersi, e fortemente dipendente dalla direzione dei venti dominanti non individuabile in anticipo. Ipotesi che non ebbe un seguito pianificatorio.

Di questo argomento avemmo a discutere anche dalle nostre pagine segnalando che durante l’eruzione del 1944, obiettivamente modesta, dal campo d’aviazione degli americani ubicato tra il territorio di Terzigno e Poggiomarino, i bombardieri non ebbero il tempo di sollevarsi in volo, e furono letteralmente bombardati da una pioggia di cenere e lapilli che in pochissimo tempo rese la pista e gli aerei inutilizzabili.

Vesuvio eruzione  1944 - (Terzigno - Poggiomarino). Il campo d'aviazione americano bombardato da
cenere e lapilli  che resero in brevissimo tempo inutilizzabile pista e aerei
Quindi il nostro pensiero era quello di non ritenere operativamente percorribile la strada del mantenere la popolazione della zona 2 sul posto in attesa di disposizioni evacuative con la pioggia di piroclastiti in atto, quale fenomeno subitaneo all’eruzione. Un’attesa che poteva rendere la respirazione estremamente difficoltosa, soprattutto a vecchi e bambini, con grosse problematiche agli occhi e alla gola le cui mucose sono facilmente irritabili dai minuscoli prodotti acidi e vetrosi dispersi nell’aria. Questo fenomeno della cenere poi, porta seco il possibile blocco dei motori, e poi difficoltà d’orientamento dovuto alla omogenea coltre di cenere che si deposita in ogni loco e  alla sopraggiunta oscurità vulcanica.

I motivi del perché il Dipartimento della Protezione Civile, pur invitato a farlo, non abbia corretto questa nota sulla zona rossa 2 Vesuvio non è dato saperlo. Presumiamo che comprendere le politiche alla base delle classificazioni delle zone a rischio vulcanico con tutte le possibilità e i limiti e le intenzioni palesi e nascoste che le contraddistinguono, richiede un grosso sforzo documentale. Quindi, certi argomenti non sono chiari neanche a coloro che lavorano alla pianificazione delle emergenze, e che avrebbero fatto bene a mettere insieme una sorta di testo coordinato sulle caratteristiche zonali vulcaniche, fatte da differenze scientifiche e incongruenze amministrative che caratterizzano tanto il vesuviano quanto il flegreo.

La pioggia di cenere e lapilli in seno ad un’eruzione esplosiva soprattutto d’intensità notevole non è uno scherzo; infatti, ancora non si sa quale debba essere la cosiddetta zona rossa 2 flegrea che, alla stregua della 1, è parimenti necessario evacuare preventivamente per garantire la sicurezza delle popolazioni. Il video che segue rappresenta la modestissima pioggia di cenere e lapilli manifestatasi a Stromboli susseguentemente all'eruzione parossistica del 3 luglio 2019.


Purtroppo temiamo che il centro storico di Napoli contenente la macro cefalica direzione metropolitana, dovrà rientrare nelle logiche evacuative preventive riservate alle zone rosse 2, con tutto ciò che ne consegue in termini di emergenza ed evacuazione. Tra l’altro un tale contesto ambientale non dovrebbe comprendere strategicamente parlando, un trasferimento massivo di migliaia di puteolani da Pozzuoli a Napoli Piazza Garibaldi, cioè da zona rossa a zona rossa, in quella che è una importante stazione ferroviaria ubicata tra i quartieri Pendino, Mercato, San Lorenzo e Vicaria, perchè zone  probabilmente soccombenti in caso di eruzione, al rischio ceneri e per questo zone rosse da evacuare.