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martedì 7 luglio 2020

Campi Flegrei: trivellazioni e distinguo...di MalKo


Pozzuoli - Scarfoglio: stato attuale sito trivellazione


La trivellazione iniziata nella zona di Scarfoglio (Pozzuoli) nella prima decade di giugno, pare si prefiggesse l’obiettivo di raggiungere fluidi idrotermali con una temperatura superiore ai 100°C, onde sperimentare nuovi sistemi e tecnologie per lo sfruttamento di energie a bassa e media entalpia per produrre caldo, freddo e corrente elettrica. Se il prototipo d’impianto avesse risposto alle aspettative, probabilmente sarebbe stato piazzato sul mercato interno e internazionale.

La popolazione del posto, appena ha notato che la perforazione aveva dato vita a una nuova fumarola e ha percepito per quanto possibile un odore ancora più forte di zolfo, si è allarmata allertando il municipio con in testa il sindaco di Pozzuoli, che ha bloccato i lavori interessando per le valutazioni del caso l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e la struttura regionale e poi nazionale di protezione civile. Successivamente una squadra di geochimici dell’Osservatorio Vesuviano (INGV) si è recata sul cantiere ed ha effettuato un sopralluogo e il campionamento dei fluidi dispersi nell’aria, rilevando nel contempo che il foro praticato non era condizionato e provvisto di congegni capaci di bloccare la fuoriuscita dei fluidi. L’istituto di vulcanologia ha quindi rappresentato la difficoltà nel fornire una valutazione sugli sviluppi di questa improvvida trivellazione, così come gli eventuali effetti del degassamento sulle vicine strutture commerciali e abitative.

L’INGV pur comparendo col suo logo e a pieno titolo sul tabellone degli enti coinvolti nel progetto di trivellazione e sperimentazione industriale del geotermico (Geogrid), ha precisato che tale iniziativa di scavo è stata portata avanti all’insaputa dell’attuale amministrazione che non aveva tra le sue carte neanche l’allegato tecnico che prevedeva la perforazione. Purtuttavia appena saputo della problematica fumarolica, l’INGV ha invitato la protezione civile regionale e il responsabile del progetto ad attivarsi per l’immediata chiusura mineraria del pozzo, e il ripristino ambientale dei luoghi.

Scarfoglio - Cartello di cantiere

Intanto nell’ambito della riunione periodica della commissione grandi rischi per il rischio vulcanico ai Campi Flegrei, è stato affrontato pure il profilo di pericolosità di questa nuova fumarola di Agnano – Pisciarelli. Le conclusioni dell’altissimo consesso scientifico, hanno rimarcato la impossibilità a fornire nell’attualità un parere esaustivo sullo scavo, in quanto mancano ai loro uffici le relazioni e i carteggi progettuali del Geogrid. D’altro canto però, gli esperti hanno convenuto sul fatto che tale trivellazione potrebbe avere un impatto sull’ambiente circostante, raccomandando di monitorare i luoghi interessati per poter cogliere tempestivamente l’emergere di qualsiasi elemento di criticità nell’evoluzione del sistema fumarolico artificialmente innescato, col fine di garantire la salute e la sicurezza dei cittadini.

La popolazione metropolitana flegrea, ha seguito con preoccupazione le disquisizioni sulle trivellazioni del Prof. Giuseppe Mastrolorenzo, primo ricercatore dell’Osservatorio Vesuviano (INGV), che ha parlato a titolo personale, anche se sostanzialmente il suo istituto di appartenenza parimenti si è dovuto porre il problema della pericolosità delle trivellazioni in area vulcanica. Tra l’altro occorre dire che le disquisizioni scientifiche addotte da Mastrolorenzo, in tutti i casi contribuiscono a pubblicizzare certi argomenti che forse passerebbero in sordina, rinnovando nei cittadini un senso civico di custodia e tutela del territorio.

I problemi connessi alle trivellazioni nascono dal fatto che il sottosuolo vulcanico racchiude anche prodotti di varia natura che possono fuoriuscire per effetto delle trivellazioni, pure con una certa irruenza perché c’è molto calore nelle viscere flegree. Gli imprevisti non sono una rarità e le conseguenze a volte possono essere di un certo rilievo. D’altra parte pure le stratificazioni che caratterizzano e separano i vari strati del sottosuolo, una volta bucherellate potrebbero generare rimescolamenti dei fluidi a diversa composizione chimica e a diverse quote. Ovviamente il rischio ha una sua proporzionalità legata alla profondità di scavo, ma non in maniera assoluta se s’inquadra il sottosuolo come un insieme di elementi in equilibrio.

In tutti i casi riteniamo che il progetto Geogrid non possa essere demonizzato, così come la ditta esecutrice, ancorché le varie rappresentanze degli atenei campani che partecipano presumibilmente come consulenti tecnologici e non geologici del progetto. Questo significa che un ruolo centrale avrebbe dovuto averlo proprio l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). L’Ente scientifico o chi per esso, probabilmente non ha valutato appieno la reazione dei cittadini alle volute di vapore pressoché inevitabili in una zona caratterizzata ma non abituata al ribollire delle acque idrotermali che in alcuni punti si spingono in superficie (Pisciarelli). D’altra parte sembra strano che non si sia valutato che la perforazione e il successivo getto fumarolico potrebbe scompensare gli equilibri di una zona sottoposta a monitoraggio geochimico e geofisico, come attività primaria di previsione vulcanica che procede con la comparazione annosa e in continuo dei dati rilevati.

L’area di Scarfoglio oggetto della recente perforazione e a proposito della pericolosità, lascia ritenere che lo scalpello rotante pur avendo raggiunto la modesta profondità di quasi cento metri, ha consentito al condotto verticale così realizzato di assumere una sorta di ruolo da collettore della circolazione dei fluidi che soprattutto nella loro componente acquosa e gassosa ora sbuffano in superficie. La presenza di una cavità ancorché colma d’acqua, favorisce l’accelerazione dei liquidi e dei gas dagli interstizi rocciosi che lì confluiscono trovando minore resistenza da vincere rispetto al terreno. Il geyser progressivamente potrebbe incrementarsi fino a quando gli equilibri non raggiungono la fase di stabilizzazione. Questo spiegherebbe un certo aumento delle emissioni così come lo slargamento del foro in superficie per effetto dilavante dei fluidi ricchi di acque saline che colmano il pertugio. Non avendo contezza dei luoghi le nostre osservazioni sono di taglio analitico...

Discorso a parte meritano le emanazioni gassose e liquide che non sono state completamente classificate, e che presumiamo siano costituite prevalentemente da idrogeno solforato e anidride carbonica e vapore e precipitati salini che si collocano per condensazione nelle vicinanze del pozzo.  Ovviamente in questo caso ed è lapalissiano, maggiore sarà la distanza di esposizione dalla sorgente, e tanto minore sarà il grado di concentrazione dei gas che sfuggono dal sottosuolo. L’abbronzatura o l’annerimento di alcuni metalli esposti a questo elemento (H2S), come possono essere le monete ramate o l’argento che annerisce, avviene anche a basse concentrazioni. Per esperienza su altre zone soggette a simili emissioni, percentuali anche minime che generano effetto sui metalli, non sembrano immediatamente pericolose per l’uomo: occorre però dire, che l’esposizione prolungata può causare problematiche alla salute pure in concentrazioni inizialmente ben tollerate. Presumibilmente, l’officina e la rivendita auto dove sembra indirizzarsi il flusso a causa dei venti predominanti, dovrà valutare l’elemento gassoso come possibile rischio per la salute dei lavoratori esposti, sia all’aperto che all’interno dei locali.

Qualsiasi valutazione sulla salute dei cittadini che dimorano intorno alla sorgente gassosa, non può prescindere da un puntuale riconoscimento dei gas, che ancora non è stato fatto, e dalla loro concentrazione nell’aria a varie quote dal piano campagna e a distanza e più volte per evidenziare eventuali picchi. Per avere garanzie occorre che qualche qualificata istituzione non riportata come logo nel cartello di cantiere, in ossequio alla trasparenza, effettui tutte le analisi e le verifiche del caso. D’altra parte già nel documento di analisi del rischio associato alle attività lavorative di trivellazione, doveva prospettarsi una tale eventualità con relativa procedura d’intervento. Operativamente e con dati alla mano, se ad esempio la concentrazione massima di idrogeno solforato non deve superare i 7 mg. /m3, occorre che si tracci e si segnali una sorta di curva chiusa, chiamiamola magari isogas, intorno al foro di emissione con misure effettuate sottovento, anche se il limite dovesse poi risultare di appena pochi metri dal buco atteso che vi si può accedere. Sarà poi quello il perimetro da monitorare con una certa costanza, in attesa della chiusura definitiva del pozzo.

Anche l’anidride carbonica è altamente pericolosa, e proprio nella conca di Agnano si rilevano già naturalmente emissioni dal sottosuolo, tant’è che anticamente era famosa la grotta del cane, un luogo dove le genti del posto  introducevano per meravigliare i turisti, gli amici (?) a quattro zampe che stramazzavano al suolo, per poi tirarli per la coda all’esterno lasciandoli “resuscitare” con l’aria fresca. La respirazione di questo gas asfissiante a certe concentrazioni produce fame d’aria, svenimento e in una condizione di saturazione alla morte. Trattandosi di un gas pesante che ristagna al suolo, la geomorfologia dei luoghi può fornire più precisi indizi di pericolosità. In prossimità della trivellazione sarebbe opportuno tenere a distanza animali di bassa taglia e soprattutto bambini prossimi al mezzo metro di altezza. La misura della concentrazione verticale dell’anidride carbonica dal piano campagna è quindi molto importante. Se il sindaco di Pozzuoli stabilisce che ai limiti della recinzione di cantiere le percentuali di entrambi i gas misurati nell’aria non sono pericolose, può adottare tale perimetrazione esistente come limite di pericolo perchè in tutti i casi c'è uno scavo aperto, apponendo sulla rete il divieto di accesso all’area, con tanto di cartellonistica di pericolo corredate da numeri di telefono delle autorità da allarmare in caso si registrassero pericolose anomalie.

Su questa faccenda del Geogrid il presidente dell’INGV ha messo le mani avanti dichiarando che lui non ne sapeva niente. Probabilmente la direttrice dell’Osservatorio Vesuviano dovrà spiegare qualcosa in più, perché c’è un decreto di nomina di alcuni ricercatori deputati a seguire il progetto. Riteniamo che tutti questi referenti scientifici a vario titolo siano meno responsabili rispetto alla classe politica che ebbe a sancire con leggi ad hoc, che il nostro Paese doveva tirare fuori tutti i potenziali energetici esistenti, sia in mare che in terra, sopra e sotto la crosta terrestre, per raggiungere un profilo di bassa dipendenza energetica dall’estero.

D’altra parte pure all’interno della caldera flegrea, tra emanazioni e sollevamento del suolo e intrusioni magmatiche e zona rossa e stato di attenzione vulcanica, occorrerebbe che i politici che subito si sono attivati a fronte dell’'incauta trivellazione, facessero parimenti adoperandosi per far completare l'iter finalizzato al varo della legge “Norme Urbanistiche per i Comuni rientranti nelle zone a rischio vulcanico dell’area flegrea”. Questo obiettivo legislativo di taglio assolutamente preventivo per mitigare il rischio vulcanico nel flegreo, non trascina tantissimo gli amministratori pubblici, ma servirebbe ad assegnare anche ai Campi Flegrei, linee guide per bloccare nuovi insediamenti abitativi, alla stregua di quanto è stato già fatto per la zona rossa Vesuvio con la legge 21/2003.

Il rappresentante del Comune di Pozzuoli, in seno alle audizioni in commissione urbanistica, ad oggetto appunto il disegno di legge sopra accennato, ebbe a riferire che nel territorio puteolano risultava utile assestare l’edilizia esistente, per alleggerire urbanisticamente l’area del Rione Terra e zone limitrofe, magari realizzando manufatti compensativi ben lontani da queste zone dove il bradisismo è in una fase acuta e la circolazione è problematica. Altri comuni del Flegreo hanno rappresentato, invece, la necessità di condonare gli abusi edilizi, così come altre amministrazione ancora lamentano scarse vie di comunicazione e altre problemi economici derivanti dai mancati introiti rappresentati dagli oneri di urbanizzazione che si perderebbero con siffatta legge se approvata. Ovviamente il Comune di Napoli vive la faccenda della possibile contrazione totale dell’urbanizzazione residenziale in area vulcanica con una certa titubanza dettata dall’affaire Bagnoli, dove anche il documento di Valutazione d’Impatto Ambientale (VIA) ad oggetto la riqualificazione di quell’area assolutamente appetitosa al business, nota e lamenta l’assenza nei documenti di precisazioni sul carico urbanistico che la "cabina di regia" intende abbattere su quei territori magnifici da riqualificare.

Campi Flegrei - Bagnoli


Nei disposti di legge anti cemento mirati alla zona rossa flegrea, si potrebbero inserire disposizioni precise riguardanti il geotermico e gli scavi in genere, fissando un limite nella profondità oltre la quale occorre un parere geologico proveniente da strutture pubbliche come l’INGV. D’altro canto eventuali anomalie che dovessero registrarsi sui fronti di scavo, dovrebbero essere segnalate immediatamente alla stregua di quello che si fa nel caso del rinvenimento di reperti archeologici. Se non si vogliono generalizzare queste precauzioni, si possono indicare le zone dove tale procedura è assolutamente necessaria.

Al di là del bailamme politico, la direzione generale dell’INGV deve capire che occorre mettere ordine in certe faccende, perché è davvero sconfortante sentire un sindaco del flegreo che riferisce, intervenendo sulle trivellazioni, che all'interno dell'Osservatorio Vesuviano ci sono posizioni differenti e che a lui le guerre di bande non gli interessano, perché la sua bussola sono le istituzioni competenti come appunto L’INGV e la Protezione Civile. A fronte di questo pubblico riconoscimento, è un po’ contraddittoria la decisione del primo cittadino puteolano di assicurarsi un comitato tecnico scientifico di supporto che affiancherà gli uffici comunali quale:<< organo che tutelerà maggiormente la nostra comunità, supportando le decisioni in materia di programmazione e prevenzione>>.


sabato 20 giugno 2020

Campi Flegrei: la geotermia d'assalto... di MalKo



Foto tratta dal Corriere del Mezzogiorno web- 2020 - Perforazione a Scarfoglio (Pozzuoli).


Le operazioni di trivellazione che stavano interessando qualche giorno fa la cittadina di Pozzuoli in località Scarfoglio, pur nel dichiarato impegno degli autori di limitarsi a perforare solo per alcune centinaia di metri, non hanno evitato un certo allarmismo tra la popolazione, atteso che la zona è vulcanica e come tutto il comprensorio è in una condizione di livello di allerta tarato sullo stato di attenzione.

Gli scopi di questa attività di scavo meccanico, pare siano legati a sperimentazioni sull’utilizzo della risorsa geotermica in una misura residenziale, che in quel determinato punto si avvale di temperature dei fluidi già produttivi a bassa profondità. La società che gestisce l’operazione usufruisce della consulenza dell’INGV e delle maggiori università campane, che sono interessate a nuove tecnologie e sistemi non convenzionali per sfruttare la risorsa geotermica onde produrre elettricità e calore. Presumibilmente, secondo le convinzioni dei progettisti, lo scavo poco profondo ancorché supportato scientificamente da molte rinomate strutture statali come l’Osservatorio Vesuviano, necessitava della sola autorizzazione della Regione Campania, ente erogante incentivi, senza bisogno di procedere a valutazioni più ampie circa l’impatto ambientale e le perturbazioni eventualmente che si sarebbero cagionate agli equilibri complessivi e puntiformi in quel sito. In una zona calderica ancorché soggetta a bradisismo e allerta gialla, non coinvolgere l’autorità comunale è stato un errore, e bene ha fatto il sindaco di Pozzuoli a bloccare i lavori, a prescindere dalla bontà del progetto che andava in ogni caso pubblicizzato e approvato.

Ben pochi sanno che un grande progetto di trivellazione prevedeva nel 2011 di carpire la risorsa geotermica ad alta entalpia, direttamente dai fianchi del vulcano sommerso Marsili. Se l’iniziativa supportata da un cast scientifico di tutto rispetto (INGV) fosse andata avanti, l’Italia avrebbe forse potuto vantare la più grande centrale geotermica offshore del mondo, in mare aperto ma a ciclo aperto, e lontana decine di miglia dai centri abitati. Un progetto francamente affascinante, ma che partiva col piede sbagliato, in quanto i proponenti ritenevano che i circa 80 chilometri che separavano il vulcano dal centro abitato più vicino, fosse una distanza garantista per l’incolumità delle genti, e quindi da non necessitare di una procedura di valutazione d’impatto ambientale (VIA) a cura della commissione del Ministero dell’Ambiente.

Il vulcano Marsili

La società proponente ebbe a scrivere che il rischio geologico vulcanologico connesso alla perforazione, dai dati acquisiti non sembra presentare livelli di rischio importanti. La commissione ritenne che la parola sembra non poteva essere accettata nella definizione di un rischio. Il problema serio infatti, era rappresentato dai materiali poco coesi in deposito sui versanti acclivati del Sea Mount tirrenico che potevano franare. Le operazioni di trivellazioni che avrebbero potuto cagionare sollecitazioni ma anche esplosioni di vapore, potevano causare disequilibri e vibrazioni forse sufficienti per innescare un massiccio movimento franoso dai pendii. In tal caso si sarebbe generato uno tsunami molto pericoloso per le isole Eolie e la terraferma peninsulare interessando più regioni. Il progetto Marsili in assenza di certezze fu dichiarato assoggettabile alla procedura ministeriale di valutazione d’impatto ambientale (VIA): da allora non è stato più ripresentato. L’elemento importante di questo iter, è racchiuso nella necessità di valutare a cura delle società votate all’energetico, ogni conseguenza diretta o indiretta che possa discendere dalla manomissione del territorio, anche in tempi diversi e a notevole distanza dal centro produttivo.

Il progetto “Campi Flegrei Deep Drilling Project”, prevedeva che lo scalpello rotante doveva raggiungere da Bagnoli e verso il porto di Pozzuoli, i 4 Km. di profondità, per fungere da “periscopio” nel sottosuolo calderico più ingobbito della zona. Il sindaco di Napoli Iervolino si oppose bloccando i lavori. Sarebbe il caso che lo Stato pretendesse e applicasse anche agli organismi scientifici (INGV) che intendono trivellare, la necessità di assoggettarsi a una completa valutazione d’impatto ambientale (VIA), in modo che la salute e la sicurezza pubblica dei cittadini siano in tutti i casi assicurati da soggetti terzi. Occorre aggiungere che non è la finalità del progetto o la natura pubblica o privata del richiedente a rendere immuni pericoli e processi di alterazione del territorio, bensì la rinuncia a procedere, quando sussistono elementi d’incertezza che dovrebbero suggerire ampi margini di precauzione.

Nella valutazione d’impatto ambientale del progetto geotermico di Serrara Fontana (Ischia), nonostante le assicurazioni basate sul supporto scientifico dell’INGV, rimaneva concretamente e di fatto la scarsa conoscenza del sottosuolo ischitano. Un vero azzardo allora presentare un piano di scavo capace di apportare modifiche o inquinamento alle collaudate acque idrotermali di superficie, che da secoli garantiscono una rinomata attività termale fondamentale per l’economia dell’isola. Pure la notevole moltitudine di massi che costellano il Monte Epomeo potevano trasformarsi in pericolo a seguito delle attività di trivellazione e reiniezione dei liquidi emunti dal profondo. Nel caso di Ischia quindi, l’impossibilità di classificare adeguatamente il rischio sismico indotto e le sollecitazioni al sistema vulcanico in un quadro di notevoli criticità idrogeologiche anche subacquee, alla stregua del Marsili, hanno convinto la commissione tecnica del Ministero dell’Ambiente ad esprimersi negativamente per l’industria del geotermico sull’isola.

Un business interessante fu individuato da una società operante nel geotermico, in località Scarfoglio a Pozzuoli, dove in loco le temperature dei fluidi idrotermali che schizzano anche dal sottosuolo sono industrialmente molto interessanti. Il problema è che tale centrale pilota si pensava di realizzarla a ridosso della Solfatara, in un settore dove le quantità di emanazioni gassose che si riversano in atmosfera sono veramente tante, in un contesto di allerta gialla e un bradisismo areale che sta mettendo a secco alcune zone del porto puteolano. Pure nel caso di Scarfoglio, le perplessità sul rischio sismico naturale e indotto e le possibili sollecitazioni al sottosuolo vulcanico saturo di gas, hanno fatto propendere la commissione tecnica ministeriale, a chiedere analisi e documentazione supplementari alquanto complesse, che non sono arrivate, comportando di conseguenza l’archiviazione del progetto.
    
Nella Tuscia e lungo i territori del lago di Bolsena e dei monti Vulsinii invece, un’autorizzazione a procedere col geotermico è già arrivata a Castel Giorgio. Un gruppo di sindaci sta cercando di far revocare tale autorizzazioni facendo ricorso al TAR: il pronunciamento potrà risultare deludente, perché non essendo una struttura tecnica, l’analisi dei giudici amministrativi verterà praticamente sui documenti esistenti. D’altro canto pare che alcuni primi cittadini si siano rivolti pure al Dipartimento della Protezione Civile, secondo logiche di prevenzione delle catastrofi, perché l’attività perforativa e di reiniezione dei fluidi idrotermali, proprio non li rassicura. D’altro canto neanche la scienza ha ancora elementi per dare certezze conclusive sulla possibilità di danno derivanti dalle attività invasive proprie del geotermico. La Protezione Civile in seguito a questa richiesta, dovrà presumibilmente assumere il parere della commissione grandi rischi congiunta per il rischio sismico e vulcanico, che probabilmente dovrà fare un grosso lavoro pure di distinguo sulle zone dov’è possibile lo sfruttamento geotermico.

La produzione di energia elettrica sfruttando i fluidi idrotermali profondi ovviamente, è il fine delle progettualità pilota in itinere, che intendono operare col metodo binario. Rispetto alle più vecchie centrali che rilasciano vapori nell’atmosfera ma non solo, i sistemi di nuova concezione risultano meno inquinanti per la parte atmosferica, ma più problematici per la parte sotterranea. Detti impianti emungono fluidi termali fino alla superficie, carpendone il calore che viene ceduto a un altro liquido organico (scambiatore di calore) che opera direttamente nel sistema di produzione dell’elettricità.  

I liquidi idrotermali raffreddatisi nei processi di scambio, vengono reiniettati nel sottosuolo a distanza dal punto di captazione, per consentire attraverso un percorso pseudo orizzontale negli interstizi del sottosuolo, il reriscaldamento del geo fluido che ripeterà daccapo il ciclo iniziale: il sistema rinnovabile andrebbe avanti finché sono assicurati acqua e calore. Il tutto avverrebbe secondo logiche da circuito chiuso, alla stregua di un impianto di raffreddamento utilizzato negli autoveicoli. Purtuttavia occorre precisare che il sottosuolo non è un radiatore, e quindi non è confinato dalla lamiera metallica in nessuna direzione.

Il problema di fondo del geotermico binario, pare sia dettato dal fatto che le operazioni di trivellazione e quindi di emungimento e poi di reiniezione dei fluidi, possono generare una sismicità indotta e anche subsidenza e sovrappressioni nei pozzi. Occorre poi dire che in ogni caso le perforazioni chilometriche trapasserebbero gli strati contenenti i giacimenti idrici potabili, che semmai e malauguratamente dovessero inquinarsi per effetto di quegli elementi tossici che la natura ha ritenuto necessario stipare nel profondo sottosuolo, causerebbero un grande danno per la salute pubblica e per le attività irrigue.

Ritornando alla questione iniziale della trivellazione a Scarfoglio, ricordiamo per offrire analogie, che nella località salernitana di Oliveto Citra, da una buca ubicata in mezzo alla campagna, fuoriusciva e fuoriesce a permanenza un flusso di gas freddo visibilmente deleterio per la vegetazione limitrofa, ma anche per gli animali di bassa taglia che stramazzano se si avvicinano troppo al pertugio, e certamente anche per gli esseri umani se si chinano sui bordi del fosso. La nostra investigazione campale con kit chimici, consolidò l’ipotesi iniziale che da quel buco fuoriusciva anidride carbonica (CO2) e idrogeno solforato (H2S) e tracce di altri elementi tossici. L’anidride carbonica è un gas asfissiante più pesante dell’aria, che diventa particolarmente pericoloso soprattutto in assenza di vento e con temperature fredde che ne aumentano la densità, dando al prodotto gassoso un comportamento simile alle sostanze liquide, stagnando così sul terreno avvallato o riversandosi in buche e anfratti. L’idrogeno solforato invece, è un elemento tossico più leggero dell'anidride carbonica ma un po' più pesante dell'aria, che produce effetti irritanti alla gola inducendo tosse, e agli occhi la lacrimazione, già a concentrazioni minime di 50/100 parti per milione. In quantità dieci volte superiore è letale.

Oliveto Citra - Emissioni mefitiche (Il drappo è spinto in alto dal flusso gassoso).


Nel caso di Oliveto Citra, ritenemmo necessario relazionare al sindaco il potenziale pericolo della sorgente mefitica, e questi provvide a recintarla con transenne e cartelli che avvisavano del rischio rappresentato dalle emissioni gassose. Alcuni coloni ci dissero pure che a più riprese tentarono il riempimento a terriccio dell'anfratto, ma senza nessun esito risolutivo. Alla stregua, anche nel caso di questa trivellazione estemporanea a Scarfoglio, il sindaco dovrebbe intervenire, cosa che sicuramente avrà già fatto, facendo analizzare i gas, valutandone poi le concentrazioni anche a quote prossime al piano di campagna per poi decidere in qualità di autorità locale di protezione civile il da farsi. Con risultati alla mano potrà assumere decisioni protettive, imponendo ai misurati trivellatori l’obbligo di eliminare il pericolo qualora lo si accertasse, anche perché i gas insiti nei vapori che fuoriescono dal foro, possono variare la loro concentrazione nel tempo o in seno a sommovimenti sismici e rimescolamento dei fluidi idrotermali, e non sono per loro natura contenibili dalla recinzione del cantiere…

Dal punto di vista della sicurezza, il geotermico, fino a quando non si accerterà l’assenza di correlazione con la sismicità, dovrebbe essere non demonizzato o bandito ma posto in stand by, in attesa che la scienza chiarisca i rischi e la tecnologia individui strumenti per procedere con sempre maggiore sicurezza e controllo in un ambiente che non ha un orizzonte visibile. Tra l’altro parliamo del geotermico quale risorsa rinnovabile, e quindi non c’è l’urgenza dettata dalla possibilità che il “business” scappi di mano, a meno che il business non lo si inquadri nell'incentivo statale: questo sì che può variare con un nuovo quadro politico. Ci sono   giacimenti di petrolio che vengono congelati in attesa di un mercato più redditizio o sistemi di captazione più economici: niente di strano quindi a ritardare certi sfruttamenti, soprattutto in assenza di condizioni da fame energetica che potrebbero condizionare fortemente le scelte politiche.   

D’altra parte il progetto TAP (Trans Adriatic Pipeline) consolida l’utilizzo del metano in Italia, magari rendendolo meno costoso e più usufruibile e sicuro, così da convertire a gas pure le centrali elettriche di Brindisi e Civitavecchia i cui impianti funzionano ancora a carbone, e almeno fino al 2025. Il fotovoltaico non sostituisce ancora la lattina di benzina, mentre l’eolico deturpa il paesaggio e annienta l’avifauna e soprattutto i rapaci notturni. L’idroelettrico è fenomenale ma limitato a poche stazioni sul territorio nazionale. L’energia dalle onde è ancora sperimentale e il nucleare è troppo pericoloso. I biocarburanti pare che tolgano troppo spazio all’agricoltura per fini alimentari… Esiste poi un'altra energia che è quella degli incentivi statali, capace di mettere insieme e movimentare progetti e promesse per trarre elettricità finanche dalle cozze…


Il sottosuolo è un ambiente sconosciuto, e in alcune località del mondo le perforazioni in qualche caso hanno causato danni catastrofici, come quelle che nel 2010 caratterizzarono l’inquinamento nel Golfo del Messico. Fuoriuscirono dal fondo marino 8000 barili al giorno, perché la valvola di sicurezza non riuscì a entrare in funzione: occorsero cinque mesi per tappare la falla in testa di pozzo e le richieste di risarcimento furono 390.000.
Anche in Italia si annoverano incidenti, come quello che si verificò nel 1994 nel novarese, a causa di un’eruzione di petrolio dal pozzo di Tricate con violenta fuoriuscita di gas e greggio per due giorni. L’inconveniente fu arginato da una fortuita frana che si verificò all’interno del pozzo. Il 13 ottobre del 1991 invece, durante la fase di perforazione del pozzo Agip nel tenimento di Policoro in Basilicata, si ebbe un’eruzione di fango dalle aste senza che si potesse intervenire in qualche modo, poi seguita da emissioni gassose che presero fuoco con un boato che asperse petrolio tutt’intorno: la cronaca racconta del ribollire di pozzi d’acqua nelle vicinanze evidentemente perché i gas in pressione avevano raggiunto attraverso fratturazioni e interstizi delle rocce, i siti d’accumulo del prezioso e vitale liquido. A Giava una banale trivellazione (2006) fu all’origine di inarrestabili eruzioni di fango che fanno temere oggi fenomeni di subsidenza particolarmente accentuati dell’ordine delle decine di metri. Problemi sismici indotti si sono avuti pure alle Canarie e in Svizzera e in California e in Emilia Romagna e in altri siti che contano gli effetti diretti e indiretti provocati dalle trivellazioni e dalla pratica di reiniezione dei liquidi in profondità.  

Per concludere, i Campi Flegrei sono un territorio calderico caratterizzato da un sottosuolo in perenne metamorfosi, con un calore che si diffonde in superficie insieme a una gran quantità di acqua che circola dissipando quei gas che sono propri dei distretti vulcanici. Il passato della zona tra l’altro lo conferma, tant’è che il Lago d’Averno ha questo nome che sottintende senza uccelli. I volatili evidentemente morivano quando passavano sulla superficie del lago per imbeccare insetti, in una condizione di forti emanazioni mefitiche che creavano strati assolutamente irrespirabili. D’altra parte anche il tragico incidente che capitò alla Solfatara nel 2017, causò, purtroppo, la morte accidentale di tre turisti, scivolati in un buco saturo di anidride carbonica: una vera trappola mortale.

Dal giornale online La Repubblica . Solfatara di Pozzuoli: la micidiale buca.


Nei Campi Flegrei c’è “irrequietezza” nel sottosuolo, e questo consiglia di muoversi con prudenza, evitando di interessare con trivellazioni una zona dove persiste la possibilità di eruzioni freatiche e quella di emissioni di anidride carbonica in un settore territoriale che già ne produce naturalmente una quantità industriale.
Per le attività geotermiche, i comuni che cercano di battersi per evitare insediamenti intesi a sfruttare le acque calde idrotermali, come quelli della Tuscia e dei territori dei Monti Vulsini che ricadono a ridosso del lago di Bolsena, sarebbe opportuno che le loro osservazioni vadano in una direzione diversa, e formulate anche al Ministero dell’Ambiente, per conoscere se il rischio sismico ed eruttivo freatico e inquinante che accompagna i progetti geotermici, devono essere inseriti nell'analisi dei rischi che incombono sui territori comunali. Chiedere ad esempio che vengano fornite  pure le istruzioni per intervenire in caso di inquinamento delle falde di acqua potabile, è un modo per evidenziare i rischi connessi a una insostituibile risorsa per la vita ordinaria e per le attività produttive agricole.

D’altra parte ed è intuitivo che la risorsa idrica potabile ha una indiscutibile priorità conservativa, e non può essere minacciata nella sua salubrità da una pratica perforativa ed estrattiva dei fluidi idrotermali per produrre elettricità e calore in presenza di alternative accettabili come il metano, fonte purtroppo o per fortuna non rinnovabile, ma certamente nell’attualità meno inquinante dei confratelli liquidi e solidi. 

Il Prof. Giuseppe Mastrolorenzo, primo ricercatore dell’INGV, Osservatorio Vesuviano, conosce benissimo sia le problematiche delle trivellazioni in area vulcanica che quelle che si prefigurano nei territori toscani e del Lazio per lo sfruttamento del geotermico.

Prof. Mastrolorenzo, questa recentissima trivellazione a Scarfoglio e più in generale quelle che si volevano realizzare nei Campi Flegrei, presentano delle criticità insuperabili?

Certamente lo zona della Solfatara nel suo bordo orientale è quella a massima fragilità e criticità, perché è ubicata al centro della zona rossa dove ci sono le più forti manifestazioni termiche e sismiche con epicentri sufficientemente localizzati e associati al fenomeno bradisismico. Un fenomeno quest’ultimo in atto e che ha avuto diverse fasi a partire dagli anni ‘70. Nella zona ad est della Solfatara, vengono rilasciate naturalmente dal sottosuolo, alcune migliaia di tonnellate di anidride carbonica al giorno, insieme a una enorme quantità di vapore acqueo. Negli ultimi anni si è assistito tra l’altro in questa zona, a un notevole aumento della temperatura delle fumarole, e l’insieme dei fenomeni ha portato ad elevare da diversi anni il livello di allerta vulcanica che è passato nel 2012 da base ad attenzione. Prospezioni geofisiche hanno rivelato che l’area è interessata da forti discontinuità superficiali e profonde che interessano le varie falde idrotermali a diverse profondità che nella zona si sovrappongono fino alla superficie. Questa è anche l’area che in diversi modelli sviluppati dai vari gruppi di ricerca risulta a maggiore probabilità di aperture di bocche eruttive in caso di ripresa dell’attività vulcanica. Una ulteriore criticità è data dalla morfologia del territorio: infatti, l‘estesa piana di Agnano si estende proprio al di sotto del bordo orientale della Solfatara prolungandosi fino all’area densamente popolata di Bagnoli e Fuorigrotta. Questo implica che in caso di fenomenologie esplosive o di drastiche modificazioni del campo fumarolico con dati quantitativi al rialzo, la conca di Agnano potrebbe essere interessata da concentrazioni anomale di anidride carbonica e altre sostanze nocive, soprattutto nelle condizioni di prevalente circolazione dei venti verso i quadranti orientali. Le modificazioni dei parametri geofisici e geochimici hanno fatto ritenere a molti ricercatori che sia in atto una possibile evoluzione verso uno stato critico e potenzialmente eruttivo. Per tutte queste motivazioni ebbi a denunciare in passato contrarietà alla realizzazione di una centrale geotermica a Scarfoglio. Qualsiasi attività di trivellazione anche superficiale nell’area indicata soprattutto se caratterizzata dalle pratiche di estrazione e reiniezione dei liquidi idrotermali, può innescare terremoti oltre che favorire la dispersione in atmosfera di gas e altre sostanze nocive, senza escludere il rischio di eruzioni freatiche che causerebbero danni a centinaia di metri di distanza dai siti di perforazioni. Le trivellazioni sono processi intrinsecamente irreversibili e dagli effetti imprevedibili che possono alterare l’equilibrio del sistema crostale zonale, con innesco di processi non lineari e di natura caotica tali da trasformare piccole perturbazioni in drastiche modificazioni del sistema in profondità. Essendo l’area sede di siti cruciali nel sistema di monitoraggio, le modificazioni artificiali potrebbero comportare significative alterazioni dei parametri monitorati, non discriminabili rispetto all’azione antropica dell’uomo.

Nella cosiddetta Tuscia e nel territorio dei Monti Vulsini che si affacciano sul lago Bolsena, vogliono realizzare alcune centrali geotermiche per la produzione di elettricità, attraverso sistemi binari che necessitano di pozzi profondi per l’emungimento e la reiniezione di fluidi idrotermali. Lei è contrario a questa pratica almeno in questi luoghi?

L’esteso territorio che comprende il distretto vulcanico Vulsino e il lago di Bolsena, e caratterizzato da un rischio sismico medio alto con magnitudo max attesa prossima al 6° grado della scala Richter. Geologicamente parlando, i vulcani non più attivi del distretto Vulsino e più a nord dell’Amiata, si sviluppano all’interno di una estesa struttura tettonica, in un bacino tettonico definito il graben di Siena-Radicofani. Questo come altri bacini tettonici che sono intercalati ai rilievi della catena appenninica, sono dovuti a processi distensivi attivi controllati da faglie dirette che bordano la catena appenninica. L’attivazione di queste faglie storicamente ha generato forti terremoti che, data la bassa profondità ipocentrale, in genere compresa entro i 10 chilometri,  hanno creato non pochi danni ai centri storici. Oltre a queste importanti strutture tettoniche, più in superficie, nei primi chilometri, sono presenti poi, strutture vulcano tettoniche associate all’evoluzione di apparati vulcanici tra i quali i più rilevanti sono la vasta caldera che ingloba il lago di Bolsena, e il complesso vulcanico del monte Amiata.

Il Lago di Bolsena - Foto Mastrolorenzo

Come ho rilevato nelle mie osservazioni alla Regione Toscana relativamente a un progetto geotermico da 10 MW in Val di Paglia, le centrali geotermiche in questo contesto geologico sono assolutamente da evitare, perché i processi di trivellazione estrazione e reiniezione di fluidi geotermici, a tassi dell’ordine di centinaia di tonnellate l’ora, possono indurre terremoti anche di magnitudo superiore al 4° grado Richter in prossimità dei pozzi, e addirittura innescare terremoti della max magnitudo attesa nelle faglie attive a maggiore profondità. Tali effetti dell’attività geotermica, sono stati ampiamente documentati a livello mondiale, e anche in Italia la commissione Ichese, costituita a seguito della sequenza sismica in Emilia nel 2012, non escluse la possibilità che i terremoti di elevata magnitudo fossero stati innescati da attività antropiche. L’elevata discontinuità difficilmente indagabile nei dettagli, del sottosuolo e in particolare delle estese falde idrotermali, può comportare induzione e innesco di terremoti, così come non si può escludere il mescolamento delle falde a diversa quota, con conseguente risalita in superficie di fluidi geotermici carichi di sostanze nocive come l’arsenico e l’anidride carbonica. Il rischio più temuto e che tali sostanze possano disperdersi all’interno delle falde idropotabili superficiali e nello stesso lago di Bolsena con gravi conseguenze per le popolazione e l’ambiente. A tali criticità va aggiunto il rischio esplosione sempre presente in perforazioni che attraversano orizzonti ad alta pressione e temperatura, quali eventi che già si sono manifestati in passato per effetto di trivellazioni nel settore nord del Bolsena. Altre problematiche denunciate riguardano i danni alla cultura artistica, storica e paesaggistica, in un’area che conta tremila anni di storia.

Ringraziamo il Prof. Giuseppe Mastrolorenzo, noto vulcanologo e ricercatore, per averci consentito di conoscere il suo parere personale ancorchè scientifico su aspetti attuali e molto rilevanti che interessano i territori del nostro impareggiabile Paese. Il suo istituto di appartenenza (INGV) ha ricevuto in ogni caso relazioni su questo argomento, essendo tra l'altro centro di competenza della Protezione Civile nazionale.




mercoledì 13 maggio 2020

Rischio Campi Flegrei: le incognite e il sopravvivere... di MalKo



Campi Flegrei

Il 26 aprile nel distretto vulcanico dei Campi Flegrei, a ridosso del punto strategico di Pisciarelli, si è manifestato uno sciame sismico misurato in 41 eventi localizzati a profondità oscillanti tra 1.0 e 2.7 km. L'evento delle ore 02:59 di Md. 3.3, è stato il più forte mai registrato dal 1985 (dati Osservatorio Vesuviano). In contemporanea la notte del 27 una serie di sismi a bassa magnitudo ha interessato il Vesuvio. Il 10/05/2020, un ulteriore sciame sismico ha colpito la zona dei Campi Flegrei, con scosse protrattesi per una decina di minuti, non intense ma continue, con i diagrammi che suggerivano una sorta di tremore litosferico localizzato… 
Essere un abitante dei Campi Flegrei ci rendiamo conto che non è semplice. Fino a quando il problema tellurico lo si associava al solo fenomeno bradisismico, vivere lontano dal rione Terra poteva sembrare una misura sufficiente per ritenersi al sicuro dal dissesto dei fabbricati collocati sulla gobba litosferica. Successivamente ci si è resi conto che tutta l’area flegrea è sottoposta a un rischio ben maggiore che è quello vulcanico: una scoperta un po’ tardiva. D’altra parte se avessero riflettuto bene sul dato geologico, non avrebbero costruito complessi residenziali per spostare la popolazione dalla zona rossa bradisismica alla zona rossa vulcanica. Così come non avrebbero collocato la sede dell’Osservatorio Vesuviano all’interno del recinto calderico.
Le operazioni di messa in sicurezza dei Campi Flegrei hanno richiesto la necessità di stabilire un’eruzione massima di riferimento da cui difendersi. A tal proposito alcuni ricercatori dell’INGV hanno elaborato un prospetto statistico assegnando percentuali probabilistiche ad ogni specifica tipologia eruttiva: da questa tabella gli scienziati della commissione grandi rischi hanno concluso che una eruzione sub pliniana (VEI4), alla stregua di quanto è stato deciso per il Vesuvio, è l’eruzione massima di riferimento.
Statistica tipologia eruttiva Campi Flegrei

Sull’ipotesi di pericolo appena formulata, è stata quindi circoscritta la zona rossa flegrea e sono stati elaborati i piani di emergenza e di evacuazione. Un evento vulcanico VEI 4 in ogni caso non è una passeggiata e comporterebbe la produzione di colate piroclastiche che potrebbero colpire entro un raggio di 7 - 10 chilometri dal centro eruttivo, con qualche rallentamento offerto dalla barriera di fabbricati e orli collinari. Quale sia questo centro eruttivo non è dato saperlo, e non si può neanche escludere matematicamente che possano essere più di uno. Sempre nel campo delle incognite, precisiamo ancora una volta che non si sa quando si verificherà la prossima eruzione e con quale intensità si presenterà.  
In tutti i casi l’Osservatorio Vesuviano prevede di prevedere l’approssimarsi di una eruzione con almeno 72 ore di anticipo, anche se non ci sono elementi deterministici su cui fondare questa certezza. In controtendenza, un articolo pubblicato sulla rivista focus il 30 settembre del 2015 aveva questo titolo: Eruzioni vulcaniche: i Campi Flegrei non "avvisano".  Nel lavoro alla base di questa affermazione, in linea generale c’è il concetto che un’eruzione può essere il frutto di combinazioni chimiche dettate da differenti magmi che s’incontrano, e che danno vita a quelle reazioni che promuovono in poche ore spinte in alto della massa incandescente.
Il fatto che non ci sia un apparato montuoso che sovrasti il magma e che la superficie crostale flegrea sia in qualche modo e nei secoli provata nella compattezza dalle intrusioni magmatiche, dai sismi, dai moti bradisismici e ancora dall’azione chimica degli acquiferi surriscaldati, se non da tutti questi elementi messi insieme, potrebbe essere un fattore importante che si offrirebbe a diverse interpretazioni. Alcune pubblicazioni accennano a questi elementi snervanti che cagionerebbero una minore resistenza del coperchio calderico. Non è chiaro però, cosa comporti questa condizione, in quanto tutti gli studi raccontano di questi processi, ma senza riportare nel merito alcuna conclusione.
Nei Campi Flegrei un’eruzione manca da circa 500 anni: un periodo sufficientemente lungo da rendere probabilmente possibile qualsiasi congettura sul pericolo vulcanico. D’altra parte quello che ci sembra fondamentale nei processi eruttivi, è quello che succede nel dinamico sottosuolo chilometrico: luogo madre di tutte le eruzioni. Riuscire a cogliere nel futuro prossimo una immagine tridimensionale della camera magmatica flegrea, consentirebbe di avanzare ipotesi maggiormente corrispondenti alla realtà geologica di questa particolare area calderica.  
La buona riuscita di un piano di emergenza comprende due fattori fondamentali: il primo è senz’altro la previsione dell’evento vulcanico. Si raggiunge questo risultato in genere facendo affidamento sulle notizie che ci pervengono dagli annali delle eruzioni precedenti, soprattutto per la parte prodromica degli eventi. Un database contenente la misura fisica e chimica di tutti i fenomeni pre eruttivi del passato aiuterebbe moltissimo, perché sarebbe maggiormente agevole la comparazione e l’intreccio dei dati: in una parola il processo si chiamerebbe esperienza... Al superamento di quelli che si ritengono misure strumentali limite, scatterebbe un crescente allarme che non è mai meccanico ma umano, ancorché frutto delle interpretazioni e dei consulti che nel nostro sistema operativo avvengono all’interno della commissione grandi rischi. L'allarme scientifico non corrisponde all'allarme civico, perchè il pulsante dell'evacuazione è nelle sole competenze del Presidente del Consiglio.
In realtà per i Campi Flegrei non c’è un database pregresso, e la caldera presenta diecine di bocche eruttive monogeniche, con l’ultima eruzione datata 1538, cioè 250 anni prima della rivoluzione francese. Si comprende bene allora, che gli elementi su cui basare proiezioni predittive non ci sono, o quantomeno sono estrapolate da altre realtà calderiche esistenti sul Pianeta, ma non da quella che abbiamo sotto i piedi.
Il secondo elemento fondamentale per la pratica di salvaguardia della popolazione è l’organizzazione nazionale, regionale e comunale di protezione civile, che, in caso di pericolo, deve essere capace di allontanare il più presto possibile gli abitanti del flegreo dalla zona rossa. I piani di emergenza che servono nel nostro caso a definire modi e mezzi di trasporto per evacuare in 72 ore i circa 550.000 residenti dei Campi Flegrei, presentano ad oggi strategie molto discutibili, che sembrano frutto di un mero esercizio aritmetico piuttosto che una reale formula per assicurare nel concreto la salvaguardia dei cittadini.
A titolo esemplificativo e non esaustivo, in un contesto di allarme vulcanico pensare di organizzare un servizio navetta che dalle aree di attesa del centro di Pozzuoli trasferisca circa la metà della popolazione puteolana alla stazione di Napoli per prendere posto sui treni freccia rossa, è una strategia non impossibile ma decisamente traballante. Infatti, dal caos allarmistico comunale si procederebbe verso il caos urbanistico napoletano, soprattutto se tale movimentazione di genti avverrebbe in un contesto di prodromi pre eruttivi come quelli sismici. Riteniamo probabile una rivisitazione di questo piano, dove la metropoli napoletana si vedrà collocata in buona parte nella zona rossa, comprendente anche la stazione ferroviaria di Piazza Garibaldi che non può essere un punto d’incontro ma solo di attesa per i partenopei che orbitano in quella zona. Quindi, la strategia oggetto dell’esercitazione Exe Flegrei 2019 a nostro avviso è più che discutibile…
Zona Rossa Campi Flegrei
Pozzuoli è il comune flegreo più popolato ed è anche quello soggetto alle manifestazioni di vulcanesimo più evidenti. Escludere come è stato fatto per Torre del Greco nel vesuviano, l’utilizzo dei mezzi marittimi a basso pescaggio come i catamarani e le monocarene per evacuare la zona porto e il circondario, è una scelta operativa francamente incomprensibile. L’ipotesi di un rigonfiamento del fondale marino diverso dal bradisismo, che è un fenomeno lento, qualora dovesse presentarsi non sarebbe così repentino da cogliere alla sprovvista il sistema di sorveglianza scientifica. Diversamente, l’Osservatorio Vesuviano dovrebbe restituire le apparecchiature super tecnologiche disseminate in ogni dove in terra e nel mare calderico, perché promettevano con questi strumenti anche spaziali, precisioni estreme, tali da rilevare le sollecitazioni dovute al passaggio dei Paguro Bernardo sui fondali di Bacoli. Quindi è molto difficile, si presume, essere colti alla sprovvista.
La caldera flegrea ha un raggio medio tra i 12 e i 15 chilometri. Premesso che un’eruzione dalla potenzialità sub pliniana (VEI4) può creare problemi seri entro i 7 -10 chilometri dal centro eruttivo e sottovento ad esso, tutta la circonferenza flegrea a questo punto è da considerarsi a rischio ed è quindi zona rossa.  Per spostare la popolazione dal pericolo vulcanico, i tecnici delle emergenze generalmente preferiscono tenere aperti tutti i possibili canali di trasporto senza stroncature preventive. Le orme che lasciarono circa quattromila anni fa i nostri avi del bronzo antico sulla cenere appena depositatasi nella zona a nord del Vesuvio, lasciano intendere quale sia l’ultima risorsa disponibile per allontanarsi dalla minaccia vulcanica. Migliaia di anni fa, essere runners era l’unica, e non l’ultima risorsa disponibile per mettersi al sicuro…  
Un uomo in discrete condizioni fisiche riesce a percorrere una distanza di circa 5 chilometri ogni ora. Ne consegue e come ultima ratio ai sistemi di mobilità previsti, che in 2 ore…diciamo 3, dovrebbe essere possibile porsi in salvo.  Ovviamente per i vecchi e i bambini, e gli allettati e i malati, questa opzione non è perseguibile. Questo spiega perché, semmai la fase di attenzione dovesse acuirsi, spostare le persone più deboli in luogo sicuro fuori area calderica, è la premessa necessaria per garantirsi una maggiore possibilità di manovra. La seconda è di non curarsi dei beni materiali. La lapide posizionata nel 1632 sulla strada principale di Portici, esattamente l’anno successivo alla devastante eruzione VEI4 del Vesuvio, recita appunto questo salutare principio…

sabato 9 maggio 2020

Rischio Vesuvio: l'eruzione vista da Miseno... di MalKo

Campi Flegrei - Bacoli

Probabilmente gli stranieri ma anche i connazionali di altre regioni che conoscono l’arcinoto Vesuvio, si chiederanno spesso come si faccia a vivere nel raggio d’azione del vulcano esplosivo più famoso della storia. D’altra parte nonostante si sappia che la situazione intorno a questo apparato è alquanto caotica e antropizzata, si dà per scontato che molto è stato fatto per la salvaguardia delle popolazioni, perché la nostra civiltà occidentale garantisce salute e sicurezza, grazie anche a regole che dovrebbero affondare nei principi della elementare prudenza. Quindi, avere per il vesuviano un collaudato piano di emergenza è il minimo auspicabile.

In realtà il piano di evacuazione che è l’allegato più importante del piano di emergenza, è un documento in itinere, mancando ancora di indicazioni operative da parte di alcune ritardatarie municipalità della zona rossa. Quando sarà pronto questo documento che in tutti i casi ha previsto misure di protezione solo per eruzioni medie VEI 4, dovrà poi essere ben conosciuto e diffuso alle popolazioni esposte, in modo che le azioni di salvaguardia consentiranno all’occorrenza di porsi con la distanza guadagnata con l’evacuazione (d), fuori dalla portata dell’eruzione.


L’ipotesi che il Vesuvio possa produrre un’eruzione pliniana (VEI5), alla stregua di quella che si materializzò nel 79 d. C. è stata letteralmente obliata dalla scienza e dai media e dalla politica. I ricercatori hanno generalmente e sostanzialmente annullato la precedente e annosa tesi, che quanto maggiore sarà il tempo di quiescenza tanto maggiore sarà l’intensità eruttiva che verrà. Questa affermazione se non poggia su consolidate basi scientifiche porterà con sé conseguenze dannose per i posteri, che erediteranno da noi risorse e pericoli in un territorio antropizzato oltre misura. Nell’odierno, tale concetto passato per deterministico, intanto offre riparo alle omissive scelte politiche e amministrative che avrebbero dovuto contemplare la necessità di estendere la zona rossa. L'iniziativa avrebbe consentito di dare maggiore spazio alla prevenzione del rischio vulcanico, per evitare di farsi cogliere impreparati dalle imprevedibili energie esplosive del sottosuolo chilometrico.

D’altra parte l’attuale assenza di direttive che vadano nel senso della prevenzione delle catastrofi, sono un elemento che dimostra con gli strumenti della logica che questa teoria della: indifferenza temporale sulla intensità eruttiva al Vesuvio, sia di fatto e nei fatti quella seguita dagli organi preposti. In realtà è talmente formidabile questa notizia, che i giornalisti divulgatori della scienza dovrebbero interessarsene, magari scrivendo sulle riviste specializzate la novella. Una novità che offre una miracolosa e inaspettata  liceità a quanti disattendendo a tutti i livelli l’attuazione di misure di prevenzione del rischio vulcanico, perseverano nel ritenere l'edilizia residenziale il volano inalienabile per la rinascita dell'economia nel vesuviano, anche ai limiti della modesta zona rossa.

Il Vesuvio è un vulcano che ha dato origine nel corso dei millenni ad eruzioni di varia intensità e portata, come quelle minimamente stromboliane che potevano semplicemente dare vita a un fenomeno turisticamente avvincente, ed altre altamente pericolose come quelle pliniane, che pur nella loro rarità hanno letteralmente sconquassato i territori ubicati intorno al vulcano per un raggio di decine di chilometri.

L’eruzione esplosiva del Vesuvio del 79 d.C., un evento di taglia VEI5, fu narrato da un giovane spettatore comasco, che ammirò lo spettacolo dell’eruzione da un’altra area vulcanica non meno pericolosa della prima come quella dei Campi Flegrei. Plinio il Giovane dimorava nella zona di Bacoli, essendo nipote di Plinio il Vecchio, ammiraglio della flotta navale romana stanziata a Miseno. Il giovane scrittore su richiesta dello storico Tacito, narrò dello zio e dell’eruzione, in due epistole: lettera VI 16 - VI 20.

L’eruzione in questione avvenne durante l’impero di Tito. Plinio il Vecchio, ammiraglio della flotta romana a Miseno, stava rielaborando i suoi appunti dopo essersi esposto al Sole e poi bagnato e ristorato. Nel mentre il nipote Plinio il Giovane leggeva alcuni passi di Tito Livio, la madre di quest’ultimo ebbe a segnalare ai due scrittori che una nube insolita scura gravava in direzione est. Plinio il Vecchio notò questa nuvola a forma di pino e decise, da buon naturalista, che occorreva andare in quei luoghi per verificare il fenomeno da vicino. Chiese che si preparasse una liburna, e nel mentre arrivò un biglietto della nobildonna Rectina che implorava il suo aiuto per essere tirata fuori dal lungomare vesuviano devastato dall’eruzione. L’ammiraglio allora, fece mettere in armo alcune quadriremi per portare soccorso alle popolazioni.   



Durante la navigazione, più le navi si avvicinavano al traverso di Ercolano, più sulle tolde cadevano i prodotti dell'eruzione. Alcuni bassofondi non consentirono l’approdo nella cittadina votata ad Ercole: Plinio allora, spronando l’equipaggio che non si sentiva al sicuro, ordinò di procedere senza indugi per la villa di Pomponiano ubicata a Stabia. Su questa riva il naturalista sbarcò e abbracciò il suo amico che attendeva venti favorevoli per prendere il largo con la sua barca già carica. In attesa che le condizioni meteorologiche mutassero, andarono nella villa del senatore dove cenarono e si riposarono in una condizione di terremoti frequenti. La pausa non durò a lungo, perché la pioggia di cenere e lapilli stava bloccando le porte col rischio di intrappolarli. Il gruppetto riparatosi la testa con dei cuscini fissati al meglio con delle fettucce, si allontanò in un contesto di buio vulcanico martellati dai piroclastici di caduta. Aiutati da torce, giunsero in prossimità del mare: l’ammiraglio si distese su un lenzuolo poggiato da un servo sulla coltre di cenere chiedendo acqua. Il terzo giorno dall’approdò, lo rinvennero come dormiente tra i lapilli vulcanici ma era morto. Probabilmente la causa del decesso doveva addebitarsi alla cenere inalata che ricordiamo ha una componente vetrosa e acida molto irritante, e alcuni gas vulcanici che in genere, come l’anidride carbonica e l’anidride solforosa ristagnano al suolo.

Plinio il Vecchio sulla spiaggia di Stabia (dal sito Asciacatascia)

Intanto il giovane Plinio rimasto a Miseno con la madre, dormì poco a causa dei terremoti che poi divennero particolarmente intensi. Madre e figlio titubavano a prendere decisioni e s’interrogarono sul da farsi. Sopraggiunse intanto un amico dello zio che li rimproverò perché tardavano a mettersi in salvo. Alle prime ore del giorno, l’atmosfera opaca che gravava sulla casa tremolante, li spinse ad allontanarsi dal caseggiato dove i carri pur fermi su terreno piano venivano sballottati a destra e a sinistra dai terremoti, addirittura mettendosi in moto. Il mare si ritrasse abbastanza da mettere al secco dei pesci sulla spiaggia oramai più estesa. Dalla parte opposta invece, videro una grande nube nera percorsa da saette che, dopo aver percorso la terra, si adagiò sul mare. Madre e figlio furono invitati ancora una volta a correre per mettersi al sicuro. Usciti dalla casa, lasciarono la strada principale per evitare schiacciamenti e resse. Poco dopo si sedettero per riposare, e a quel punto la cenere li avvolse e con essa la più nera delle notti. La gente che scappava si chiamava tra loro a gran voce essendosi persa in quel buio vulcanico. Il fuoco sembrò correre da lontano nella loro direzione ma poi si arrestò, in un turbinio di polveri cineree che sopravanzarono imbrattandoli, e quindi cercarono di scuotersela di dosso: l’idea che si faceva largo era che sarebbero presto periti. Ritornati nella casa di Miseno, nonostante i sussulti decisero di restare in quel luogo familiare in attesa di notizie dello zio che poi funeste arrivarono...

L’eruzione pliniana del 79 d.C. che devastò il vesuviano, è stata valutata con un indice di esplosività VEI 5. In quei frangenti drammatici, come si evince dagli scritti di Plinio il Giovane, una nuvola di cenere raggiunse anche la zona di Miseno portando una profonda oscurità che accrebbe la paura tra gli abitanti. Occorre dire che tra il centro eruttivo del Vesuvio e Miseno corre una distanza di circa 30 chilometri. I residenti dell’agglomerato urbano localizzato nei pressi della flotta navale romana, fuggirono per sottrarsi all’avanzata di questa nuvola scura che si avvicinava e che scatenò il panico anche per i sismi che scuotevano la terra. I fuochi che sembravano avvicinarsi, ma che poi si fermarono come narra Plinio, potrebbero essere stati degli incendi nelle case distanti causati dai terremoti: le fiamme a seconda dell’intensità della cenere, diventavano più o meno visibili dando l’idea del movimento che in realtà non c’era. Tra i principali effetti del terremoto, quello degli incendi è un danno collaterale abbastanza frequente.

Rimane il dato che a 30 chilometri di distanza è arrivata cenere vulcanica nella direzione opposta  a quella che ha favorito l’introduzione della zona rossa 2 (Est - Sud- Est): quale fenomeno l’ha portata lì? E i terremoti vulcanici al Vesuvio potevano risultare copiosi e intensi anche a 30 chilometri di distanza dal centro eruttivo? Per risolvere questi dubbi ricorriamo alle competenze del Prof. Giuseppe Mastrolorenzo, noto vulcanologo dell’Osservatorio Vesuviano (INGV) che qui chiarisce:

<< Nelle due lettere di Plinio il Giovane a Tacito, è riportata senz’altro la prima descrizione dettagliata di un’eruzione esplosiva di grande portata. Il termine eruzione pliniana, è stato assunto nella letteratura vulcanologica per descrivere gli eventi esplosivi analoghi a quello narrato da Plinio il Giovane, ed è stato utilizzato per descrivere eventi come quello del Monte St. Helens, avvenuto nel 1980 o del Pinatubo del 1991.

Le ricerche vulcanologiche hanno rivelato come la descrizione dell’eruzione del 79 A.D. fosse adeguatamente dettagliata e priva di forzature letterarie. Ciò nonostante resta impossibile verificare con grande attendibilità scientifica alcuni elementi rilevanti dell’eruzione, quali ad esempio la durata e la tipologia degli eventuali fenomeni precursori, nonché l’entità della sismicità associata all’evento eruttivo. Resta inoltre non verificabile l’orario di inizio e la durata dell’eruzione.  
Circa la sismicità in fase sin-eruttiva non esistono evidenze oggettive, ma si può fare riferimento ad eruzioni pliniane analoghe, avvenute in tempi recenti a livello mondiale. In tali casi si è osservata un’attività sismica di magnitudo media, in genere non molto superiore al quinto grado Richter, e solo molto raramente associata a effetti al suolo di grande portata, se non nelle aree immediatamente prossime al centro eruttivo.

Quanto descritto da Plinio il Giovane relativamente al centro abitato di Miseno che sarebbe stato interessato da scosse di notevole intensità (come indicato dallo spostamento di carri), sembrano non compatibili con quelle potenzialmente associate a una possibile crisi sismica con magnitudo non elevate e ipocentri a distanze di circa trenta chilometri.

Per quanto riguarda il passaggio di una fitta nube alla fine dell’evento eruttivo sull’abitato di Miseno, questa è compatibile con l’ultima fase eruttiva del Vesuvio, caratterizzata dalla generazione di flussi piroclastici a bassa concentrazione con fronti di grande spessore e con elevata mobilità che ne consentiva l’espansione radiale fino a distanza dell’ordine di alcune decine di chilometri dalla bocca eruttiva.

Per la bassa densità, la scarsa concentrazione di particelle, la bassa temperatura e la bassa velocità di avanzamento, queste ultime nubi piroclastiche, a parte lo spavento non erano in grado di causare danni o mettere a rischio le comunità nell’abitato di Miseno. Cosa diversa invece, hanno appurato le mie ricerche negli abitati di Ercolano, Oplonti e Pompei, dove i residenti che si attardarono nella fuga morirono all’istante per effetto di temperature comprese fra 300° e 500° Celsius.  A fronte delle numerose ricerche pubblicate sull’eruzione del 79 A.D., restano ancora molte incognite, in particolare proprio sulla sua durata totale e sui precursori che hanno preceduto a medio e a lungo termine l’evento>>.


Ringraziamo il Professor Giuseppe Mastrolorenzo primo ricercatore dell’Osservatorio Vesuviano (INGV) per i preziosi chiarimenti che ci ha fornito.