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venerdì 23 ottobre 2020

Rischio Vesuvio: la zona rossa è di garanzia?

 


Per chi segue le vicende del rischio Vesuvio, occorre dire che nell’attualità il dibattito scientifico e giornalistico che ruota intorno al famoso vulcano è totalmente assente, perché tutta l’attenzione dei media è concentrata sul Covid 19, la pandemia che sta fustigando il mondo intero con le strutture sanitarie in ginocchio e la popolazione mondiale allarmata e disorientata.

L’apparato vulcanico del Vesuvio, come si evince dai tracciati sismici, di tanto in tanto subisce scuotimenti dovuti a terremoti a bassa e bassissima magnitudo con il rilascio di energia equivalente inferiore a una tonnellata di tritolo: valori, generalizzando, che non cagionano danni. Di contro però, attestano ineluttabilmente che il Vesuvio è ubicato su una vasta camera magmatica che ricordiamo non è un bacino chiuso. Questo significa che i contenuti di magma incassati nelle profondità chilometriche dell’apparato vulcanico, presumibilmente dovrebbero variare con il tempo. Intanto nessuna ricerca fino ad oggi è riuscita a dare un preciso rilievo tridimensionale alle sostanze incandescenti presenti nelle viscere del monte, onde consentire con precisione di valutare con quanti chilometri cubici di materiale magmatico potremmo avere a che fare un domani. Questo significa che non è possibile pronunciarsi sulla misura energetica della prossima eruzione, che non sappiamo se sarà esplosiva e soprattutto quanto esplosiva; e poi non sappiamo se riusciremo a cogliere con netto anticipo i prodromi pre eruttivi che non siano un falso allarme, e se il traffico stradale ci consentirà di allontanarci velocemente dal pericolo. Ed ancora non sappiamo se il piano di evacuazione quando sarà completato riuscirà a soddisfare d’appieno le necessità di sicurezza dell’area vesuviana. Queste sono solo alcune delle domande che un giorno cattureranno la nostra attenzione o quella dei posteri, che si scontreranno, statene certi, contro un muro di dubbi a fronte delle impellenti necessità del sopravvivere.

Riallacciandoci con qualche analogia alle problematiche da Covid 19, sembra che nessun governo nazionale e mondiale abbia mai stilato un piano per fronteggiare una pandemia seria come questa. Il Covid 19, dopo una prima ondata di aggressività sugli anziani, ha diviso gli scienziati che si sono espressi sulla letalità dell’epidemia. Alle porte dell’estate, secondo alcuni luminari il virus era morto e sepolto; altri lo definivano oramai cambiato e quindi innocuo come un raffreddore, ma c’è stato pure chi ha avvertito di una recrudescenza dei contagi con modalità particolarmente pervasive da attendersi in autunno. In effetti mentre il mondo cinematografico aveva largamente previsto la drammaticità di una minaccia pandemica, il mondo reale, quello fatto di politici e scienziati ed esperti e opinion leader, neanche avevano lontanamente immaginato che potesse verificarsi un incubo simile: da ciò ne è derivato una impreparazione pressochè totale. 

Un’esplosione pliniana del Vesuvio, evento raro ma non escludibile dagli annali del possibile, è un argomento in questo caso poco dibattuto fra gli scienziati, con prese di posizione fatte di farfugliamenti a bassissima voce. La classe degli esperti istituzionali preferisce infatti parlare a voce alta per esprimersi sui sistemi di monitoraggio sempre più tecnologici e da finanziare, e sui piani di emergenza e di evacuazione, dando in pasto all’opinione pubblica indizi di certezze sulla previsione dell’evento, offrendo poi esercitazioni di protezione civile che hanno la stessa utilità di una lampada abbronzante ai tropici.  I dati geologici ci provengono dall’organo istituzionalmente competente che è senza ombra di dubbio l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), mentre per la parte tecnica e politica le indicazioni sono tutte del Dipartimento della Protezione Civile e della Regione Campania. L’INGV, anche attraverso la sua diramazione scientifica costituita dall’Osservatorio Vesuviano, ha concluso che la massima eruzione attendibile al Vesuvio è tuttalpiù di taglia sub pliniana, mentre quella più probabile è di tipo ultra stromboliana (VEI3). La pliniana è innominabile, perché, sussurrano, ha un indice di probabilità di accadimento praticamente zero. Stranamente un documento firmato da due ex direttori dell'Osservatorio Vesuviano davano una probabilità eruttiva VEI 5 all'11%.


Per quanto riguarda la possibilità che con i decenni e poi con le decine di decenni e poi secoli, il Vesuvio possa aumentare la sua latente energia eruttiva e distruttiva, la direttrice dell’Osservatorio Vesuviano (INGV) ebbe a precisare qualche anno fa, che non è il trascorrere del tempo che rende più pericoloso un vulcano come il Vesuvio, bensì solo nuove scoperte capaci di modificare quelle conoscenze scientifiche che hanno consentito nell’odierno di classificare l’eruzione  di tipo sub pliniana (VEI4) come l’eruzione massima di riferimento per i piani di emergenza.  Se per nuove scoperte s'intende la precisa calibrazione della massa magmatica in aspettativa nell'omonima camera, come già anticipato prima, non c'è una tale inappuntabile quantificazione, ma di certo l'eruzione pliniana del 79 d.C. pescò magma dalla camera superficiale (4-5 Km.), ma soprattutto da quella profonda (8-10 Km.) poco perscrutabile... Il dibattito scientifico dovrebbe incominciare a chiarire l’importanza di queste due camere nelle dinamiche magmatiche esplosive, che forse hanno ruoli diversi nelle diverse tipologie eruttive.

È nella normalità delle cose che se il mondo scientifico certifica addirittura come deterministica una previsione di eruzione massima attesa non superiore a un indice di esplosività vulcanica VEI 4, i tecnici del dipartimento della protezione civile e della Regione Campania hanno impostato le bozze dei piani di emergenza, tenendo in debito conto questa discutibile classificazione per circoscrivere la zona rossa da evacuare. Per meglio inquadrare il problema, si tenga presente che l’estensione della zona rossa ha un raggio correlato all’indice di esplosività vulcanica. Quindi: circa 10 chilometri per una VEI 4, e quasi 20 per una eruzione pliniana VEI5. Occorre anche comprendere che, come i termometri, anche le energie eruttive possono manifestarsi con valori intermedi che nel nostro caso creerebbero problemi, soprattutto se la zona rossa non ha un contorno maggiorato di sicurezza. Da questo punto di vista il caso di Volla è emblematico.


Assumendo per il Vesuvio una zona rossa VEI 4, in pratica si è tenuto fuori dai piani di evacuazione buona parte della città di Napoli ad eccezione dei quartieri orientali (Barra, Ponticelli, San Giovanni a Teduccio). Questa storia di Napoli centro storico invulnerabile alle dinamiche eruttive vesuviane e flegree ci lascia perplessi. Infatti, la zona rossa del super vulcano non comprende come è stato fatto col Vesuvio una zona rossa 2 (R2).  La zona rossa 2 ricordiamolo, è quella parte di territorio che per lontananza sarebbe risparmiata dalle colate piroclastiche sub pliniane ma non dalla massiccia pioggia di cenere e lapilli. La caduta di materiale piroclastico renderebbe impossibile la permanenza in loco per l’immediatezza dell’insorgere dei problemi alla respirazione. E poi ci sarebbero dopo qualche ora criticità alla circolazione dei veicoli, e poi serie complicanze statiche alle coperture dei fabbricati per il sovrappeso di cenere e pomici e lapilli. Questo significa che la zona rossa 2 ha le stesse regole e tempi di evacuazione della zona rossa ordinaria, e che intanto non è stata indicata per la zona rossa flegrea.

Considerato che i venti predominanti soffiano prevalentemente verso est, pur comprendendo che non c’è l’indicazione di un preciso centro eruttivo nella caldera dei Campi Flegrei, riteniamo che una media mediata non possa non comprendere la necessità, all’occorrenza, di un allontanamento preventivo di tutti gli abitanti che affollano il centro storico di Napoli. 

I rischi che si corrono col Vesuvio è quello che anche una riuscitissima previsione dell’evento vulcanico con una efficace evacuazione della zona rossa, possa comportare una catastrofe se l’intensità eruttiva che non è possibile cogliere in anticipo, vada ad assumere i caratteri di una pliniana o similmente pliniana, con le colate piroclastiche che andrebbero ad espandersi ben oltre i limiti attuali della zona rossa cogliendo non pochi spettatori immoti. Anche nel flegreo persiste un problema, e anche qui in caso di allarme, pur se si dovesse raggiungere l’auspicato successo evacuativo, il centro storico di Napoli rischierebbe di essere bombardato dai prodotti piroclastici di caduta che renderebbero dopo qualche ora inutilizzabile la stazione centrale, mentre i marittimi dovrebbero spalare cenere dai ponti dei traghetti e gli snodi stradali e autostradali rischierebbero dopo qualche ora il blocco totale della circolazione.

Alcune diatribe interne all’Osservatorio Vesuviano, così come la querelle sull’epicentro del terremoto di Casamicciola del 21 agosto 2017, la cui localizzazione venne fatta a distanza di giorni; ed ancora il gioco del sapevo e non sapevo sulla trivellazione operata nella zona di Agnano nel giugno 2020, portano a ritenere che la richiesta di alcuni senatori sull’opportunità di commissariare l’INGV per riorganizzare i vertici, sia un'assoluta necessità per riportare il ruolo della scienza lontano dai bisogni non confessati della politica. Le istituzioni non sono meno responsabili però, soprattutto quando si arrogano il diritto di nascondere la verità per non allarmare, mentre in realtà la cautela serve esclusivamente per non rispondere...





domenica 26 luglio 2020

Rischio Vesuvio e Campi Flegrei: il difficile governo dei territori vulcanici… di MalKo

VESUVIO


L’area vesuviana è caratterizzata e prende il nome, dalla massiccia presenza dell’arcinoto strato vulcano Vesuvio. Trattandosi di un apparato che nella sua lunga storia eruttiva ha prodotto eruzioni dissimili per intensità e fenomenologia, inquadrarlo in tutta la sua pericolosità è compito arduo. Come più volte sintetizzato, non è possibile prevedere con quale tipologia eruttiva il vulcano romperà nel futuro la sua annosa quiescenza che dura da 76 anni. L’assunzione dello scenario medio sub pliniano (VEI4) come eruzione massima di riferimento per la stesura dei piani di emergenza, ha dato vita all’attuale zona rossa i cui limiti scientifici sono dettati dalla linea nera Gurioli, mentre quelli amministrativi dalla Regione Campania.


In una interlocuzione avvenuta nei primi mesi del 2019 con le autorità di Protezione Civile Nazionale e Regionale e con l’Osservatorio Vesuviano (INGV), fu portato all’attenzione dei dirigenti intervenuti, la necessità di varare strumenti urbanistici graduali, per non determinare una stroncatura netta tra i limiti della zona rossa e quella verde contigua: quest’ultima per intenderci con vincoli edilizi ordinari. Una corona circolare che fungesse come un intercalare territoriale di tutta precauzione e non di evacuazione, sarebbe stato assolutamente necessario per dare spazio alle politiche lungimiranti di prevenzione, sulla scorta della consapevolezza che il pericolo eruttivo non è una costante invariabile col tempo.  

Esempio di organizzazione del territorio vulcanico


Se si adotta così com’è stato fatto uno scenario eruttivo medio e non quello massimo conosciuto, occorre anche comprendere che con il passare del tempo ciò che oggi è zona verde un domani, magari anche lontano, diventerà zona rossa VEI5 o prossima a questa intensità. Si tenga presente infatti, che l’indice di intensità vulcanica (VEI), è una scala che segue dei gradini che offrono energie 10 volte superiori ad ogni alzata: i processi energetici possono invece avere alla stregua di una scala termometrica, valori intermedi, con logiche al rialzo da piano inclinato. Un’amplificazione della probabilità eruttiva pliniana o similmente pliniana, col trascorrere dei decenni e poi dei secoli, verosimilmente rientrerà nel calcolo delle probabilità future di accadimento difficilmente contestabili. Una constatazione questa dell’intensità eruttiva, che trova una sua correlazione non misurabile con certezza con i tempi di quiescenza, che nella quasi totalità delle pubblicazioni di vulcanologia, viene indicato come fattore importante per le valutazioni al rialzo del pericolo eruttivo. In ogni caso l’imprevedibilità del sistema vulcanico che trae la sua energia dalle diramazioni con l’astenosfera, racchiude limiti di insondabilità insuperabili alla luce delle conoscenze attuali.

Ragionando sui documenti esistenti, si desume una possibilità non trascurabile che l’eruzione possa essere pliniana al giro di boa dei 200 anni di quiescenza. Superato questo limite bisecolare, la casistica introdurrà in modo non residuale la più famosa delle eruzioni, imponendo modifiche all’estensione della zona rossa per adeguarla al mutato indice di esplosività vulcanica (VEI5). Un mutamento che in assenza di regole urbanistiche, imporrebbe di fare i conti col consumo del territorio che sembra inarrestabile nel comprensorio metropolitano…

 
Area Vesuviana: zona rosso 1, zona rossa 2, zona blu, zona gialla.



Il problema grosso di protezione civile, è che nessuno al mondo può escludere la possibilità che già oggi una eruzione di questo tipo possa materializzarsi. L’altro elemento da brividi, è la previsione del fenomeno eruttivo, che per sua natura si presta ai falsi allarmi e ai mancati allarmi. Nessuno dice però, che c’è una terza possibilità: un infallibile successo previsionale di un’eruzione che poi potrebbe anche remotamente rivelarsi energeticamente superiore alle aspettative o maggiormente sbilanciata in una direzione, con effetti dirompenti capaci di superare i limiti amministrativi della zona rossa. In questo malaugurato ipotesi, migliaia di persone resterebbero immobili e impreparati come birilli...

Nella zona rossa Vesuvio sussiste il vincolo dell’inedificabilità totale per uso residenziale, e quindi va da sé che la domanda di alloggi fuori dalla zona rossa 1 (nella zona rossa 2 vige cemento libero) è fortemente aumentata. Per rispondere alle necessità immobiliari, alcuni comuni come quello di Volla, hanno incrementato la cementificazione del territorio per dare al mercato i vani richiesti.  

Articolo giornalistico ad oggetto la cementificazione di Volla.  Valutate la distanza del comune
dalla zona rossa nella mappa dell'area vesuviana riportata in alto.



La necessità di regolare senza vietare, i processi di urbanizzazione nell’area contigua alla zona rossa e per alcuni chilometri, dovrebbe spronare le autorità di governo del territorio metropolitano, a darsi regole di sviluppo sostenibile, utilizzando schemi di insediamenti abitativi capaci di favorire la politica degli spazi e una più agevole mobilità delle popolazioni su ruote. D’altro canto occorre anche prestare attenzione alle particolarità costruttive dei manufatti, in modo che siano maggiormente rispondenti alle esigenze di affrontare staticamente i fenomeni dinamici, verticali e orizzontali, insiti nelle grandi eruzioni. 

Secondo la maggior parte dei libri di vulcanologia, pedissequamente viene riportato il dato che quanto maggiore sarà il tempo di quiescenza di un vulcano, tanto maggiore sarà l’energia con cui l’apparato porrà fine al suo letargo geologico. La direttrice dell’Osservatorio Vesuviano stranamente escluse pubblicamente questa regola, sostenendo che la misura del tempo non cambia l’intensità eruttiva massima attesa al Vesuvio, che sarà in ogni caso di media intensità e fino a prova contraria. 

L'enigmatica scienziata forse voleva riferirsi agli esami tomografici sismici o muonici che potrebbero già aver quantificato i volumi di magma presenti nella camera magmatica profonda. Il concetto allora potrebbe essere quello che si valuteranno in futuro e con indagini indirette le masse di materiale rovente insinuatesi nella camera magmatica, e le comparazione "radiografiche" potrebbero consentire di mutare il quadro predittivo dell'intensità eruttiva.Temo però, che al momento non abbiamo questa precisione analitica...

Il monte St. Helen negli USA, è molto simile al Vesuvio e nel 1980 produsse una spaventosa eruzione. In realtà e spinti dalla curiosità e dalla necessità di chiarezza, abbiamo chiesto al servizio geologico americano,se è vero che l’intensità eruttiva non è legata ai tempi di quiescenza del vulcano. La risposta è stata lapidaria: that is not true (questo non è vero). Dal nostro punto di vista riteniamo che se l'indagine sismica avesse elementi tridimensionali di determinatezza assoluta, sapremmo con precisione cosa succede pure nel sottosuolo dei Campi Flegrei, assegnando con accettabile approssimazione l’indice di pericolosità vulcanica...

Campi Flegrei . Zona rossa e gialla.


L’affermazione della predetta assegnò un endorsment ai rappresentanti delle pregevoli istituzioni governative presenti, che uscirono dall’incontro  giustificati per la loro ingessatura evcuativa sull'argomento, che nulla porta però al contribuito strutturale della prevenzione del rischio vulcanico oltre i margini temporali della loro esistenza. Tecnici dell’oggi insomma e non del domani. Diversamente costoro avrebbero dovuto impegnarsi per costringere la politica a prendere contezza della realtà, suggerendo azioni di pianificazione urbanistica (Puc) con la mente concentrata sulle prerogative di sicurezza della società futura, che non merita che si lasci una bomba naturale in un contesto metropolitano di serrata e crescente e caotica e avviluppante conurbazione.

Intanto i sindaci della zona rossa che hanno costituito un cartello per mettere in discussione gli insopportabili divieti anti cemento vigenti nel vesuviano, chiedono a gran voce di abbattere e riscrivere la legge 21/2003 e nel contempo lamentano la necessità di trovare soluzioni agli abusi edilizi attraverso le sanatorie. Queste pretese degli amministratori locali che sanno un tantino di campagna elettorale, possono incidere fortemente sulle politiche della sicurezza areale, quale territori fortemente antropizzati e minacciati dall’imprevedibilità vulcanica, che da oriente a occidente stringe nella morsa del rischio eruttivo l’area metropolitana napoletana. 

Se i primi cittadini con i loro esperti riusciranno a convincere l’assessore Bruno Discepolo ad aprire il borsone dell’edilizia nel comprensorio vesuviano, anche per i Campi Flegrei si prospetterà una legge di latta, per dirla alla Cordova, che proclamerà di bloccare ogni ulteriore insediamento abitativo nel settore a maggior rischio vulcanico, ma con molte postille, distinguo e scappatoie ad esempio su Bagnoli, che invece di diventare un hub di protezione civile diventerà probabilmente un distinto agglomerato urbano.

Per quanto ne sappiamo, l’unica azione amministrativa che va nella direzione di strutturare sul serio le pratiche di mitigazione del rischio vulcanico nei Campi Flegrei, è quella di varare una legge capace di bloccare qualsiasi ulteriore insediamento abitativo nella zona rossa, fermando così nuove esposizioni dei cittadini al pericolo, alla stregua di quanto è stato fatto nel vesuviano con la norma regionale,  risultata di una certa efficacia al netto degli abusi edilizi perpetrati su un territorio francamente senza controlli.

L’ipotesi di disegno di legge presentato nel 2016 dalla consigliera regionale Maria Muscarà :<< Norme urbanistiche per i comuni rientranti nelle zone a rischio vulcanico dell’area flegrea>>, affronta quindi il problema. L’iter della buona proposta, si è arricchito dei pareri espressi in alcune sedute dai rappresentanti delle municipalità del flegreo e del napoletano, in verità poco entusiasti del rigore normativo proposto. La tessitura di questa legge è particolarmente importante, perché i governi locali, che sembra che badino più a quello che si costruisce piuttosto che al dove lo si costruisce, fanno squadra e premono ridimensionando con le loro pretese il rischio vulcanico in nome di esigenze sociali e del progresso economico.


E’ di questi giorni una pubblicazione (Invited perspectives: The volcanoes of Naples: how can the highestvolcanic risk in the world be effectively mitigated?) del Dott. De Natale dell’INGV (OV) che affronta il tema di una discussione sulla prevenzione basata solo sulla previsione dell’evento vulcanico, accennando alla fallibilità della pratica. Poi individua altri elementi come i limiti dei piani di emergenza e la necessità di intraprendere il cammino del decentramento abitativo per mitigare il rischio vulcanico.



martedì 21 luglio 2020

Campi Flegrei: pericolo, prevenzione e battaglie... di MalKo


I Campi Flegrei

Circa un mese fa ad Agnano (Campi Flegrei), a ridosso delle grandi concessionarie di auto di via Antiniana, è stato trivellato un pozzo che ha preoccupato non poco gli abitanti della zona per la fumarola che si è sprigionata dalla perforazione, tra l’altro poco profonda. L’operazione ha presentato e presenta dei retroscena per niente convincenti su quello che sembra essere un progetto sperimentale (Geogrid) legato al geotermico in una zona che si caratterizza per dei fluidi idrotermali molto caldi già a bassa profondità nel sottosuolo. Come tutti i fallimenti del mondo, anche questa trivellazione risulta orfana di responsabili, nonostante la Regione Campania abbia speso una cifra considerevole per vestire questa creatura oggi politicamente innominabile, ma ben conosciuta agli uffici regionali per le attività produttive e ricerca scientifica. Al grido delle opposizioni “riprendiamoci i soldi”, l’assessore al ramo si giustifica, almeno così ci è sembrato di capire, dicendo più o meno che il finanziamento è stato in gran parte consumato nel cantiere della metropolitana di piazza Municipio, e non è quindi possibile chiedere la restituzione delle cifre anticipate per il Geogrid…

I politici, quelli che vivono il territorio, si sono subito allertati manifestando grande interesse e compartecipazione alla preoccupazione collettiva dei cittadini e soprattutto dei gruppi organizzati, per quel buco fumarolico che emetteva vapore portando seco un carico di idrogeno solforato e anidride carbonica ed altri elementi salini. Esposti e denunce sono partiti a raffica e si sono sovrapposti accendendo l’interesse della magistratura. Intanto a fronte del pericolo dettato dalle emissioni gassose, si è adottata la cautelativa risoluzione di chiudere minerariamente il buco: cosa che è stata fatta attraverso l’installazione di un “tappo” con valvola sommitale.

Agnano: pozzo chiuso.

Tale intervento di chiusura non sappiamo se può dirsi risolutivo: solo il tempo potrà dirlo, e si spera che i fluidi riescano ad interallacciarsi alle linee di frattura preesistenti nel sottosuolo, favorendo così il ripristino similmente naturale della circolazione dei prodotti liquidi e gassosi, in modo che in ogni caso si stabilizzi, circolo o non circolo, una pressione nel condotto verticale sotto ai limiti di resistenza della copertura. 

La trivellazione è stata un po’ maldestra perché è stata effettuata in un territorio dove le rocce sono già pregne di vapori termali, che a ondate periodiche trasudano e sbuffano gas, che viene rilasciato in alcuni punti della conca, dando origine all'inconfondibile odore di uova marce. Non era affatto imprevedibile che scavando pur a profondità contenute si favorisse la fuoriuscita dei vapori, e quindi non è chiaro perché si è proceduto…

Intanto e a corredo della faccenda, occorre essere chiari e dire che è abbastanza facile intestarsi una battaglia contro gli organizzatori della improvvida operazione di perforazione nel comprensorio flegreo, soprattutto quando si condensa una comunanza fra i cittadini, favorita dalle indesiderate volute di vapore. Tutt’altra cosa invece, è incidere fortemente sui più complessi temi della sicurezza e della prevenzione del rischio vulcanico, con argomenti che generalmente sfuggono all'attenzione delle masse. Non ci risulta infatti, una pari convergenza dei cittadini, dei movimenti, della politica e degli amministratori contro l’accidia con la quale il governo nazionale e soprattutto regionale e locale stanno palleggiando la necessità di porre fine a nuovi insediamenti residenziali nella zona rossa calderica dei Campi Flegrei, attraverso norme ad hoc, alla stregua di quanto è stato fatto per il Vesuvio con la legge regionale numero 21 del 2003.  

Questa necessità di grande ambizione preventiva, dovrebbe andare nella direzione di una coerente legislazione atta a fronteggiare o mitigare qualsiasi ipotesi di catastrofe vulcanica: gli esperti anche istituzionali, sfuggono questo ambito discorsivo, perché significa mettersi contro il potere politico che, generalizzando, in queste come in altre zone, a volte sfrutta la cementificazione per favorire addirittura il consenso elettorale. 
Il mondo degli amministratori e dei politicanti, allora evita nelle conferenze pubbliche e con grande abilità questo tema, per evitare imbarazzi e distinguo difendendo l'indifendibile. Non c’è volontà politica di introdurre nella zona rossa flegrea, sic et simpliciter, una legge anti cemento che vieti qualsiasi nuovo insediamento residenziale in un settore territoriale definito dallo stesso Stato ad alta pericolosità vulcanica. È urgente attivarsi, ed è appena il caso di ricordare che problematiche residenziali riguardano l’area metropolitana di Bagnoli quale esempio del controsenso: un sito questo, ubicato in zona rossa, dove è previsto sì la bonifica, ma anche un carico urbanistico di tutto rispetto. 

I sindacati e le organizzazioni di categoria poi e in genere, sono contrarie alle limitazioni dell’edilizia, perché il settore dei lavoratori edili è in crisi: chi va a spiegare a costoro che in nome dell’economia non si può mettere fuori sicurezza una zona ad alto rischio vulcanico, addirittura favorendo una antropizzazione già dai numeri spropositati, che oggi conta nella depressione calderica del super vulcano un numero di residenti doppio rispetto alla città di Venezia, o quasi pari al numero di abitanti di Genova…

A leggere i resoconti (2019) delle audizioni ad oggetto problematiche relative alla definizione delle istanze di condono edilizio legge regionale 21/2003 appare molto chiaro il pensiero dei sindaci del vesuviano e degli esperti chiamati a supportare i primi cittadini: l’eloquio degli oratori è intraprendente e ridondante. Il Vesuvio e la zona rossa è un problema di protezione civile affermano, che non va confuso con i piani di urbanizzazione comunale! Ovvero, dovranno essere i comuni a decidere dove possono ancora sorgere dimore e bisogna magari abrogare la legge 21 del 2003 e riscriverla velocemente e di sana pianta. Innanzitutto però, i sindaci chiedono il condono edilizio per le migliaia di pratiche che stipano gli uffici tecnici, perché non si può fare la traversata del deserto (audizione in commissione regionale) e tornare a mani vuote dai concittadini, e tra questi pure gli abusivi, che andrebbero invece ristorati amministrativamente, pena il risarcimento degli oneri di urbanizzazione già anticipati.

Invocare una legge contro l’edilizia residenziale in area vulcanica flegrea dicevamo è problematico, e gli amministratori pubblici hanno recepito tutte le acuzie che hanno individuato gli strategici colleghi del vesuviano, e non vogliono fare lo stesso “errore”. Costoro auspicano il varo di una legge per i Campi Flegrei che abbia possibilmente il ventre flaccido, e quindi consenta di coniugare il divieto di cementificare con la velata possibilità di poter manovrare senza enfasi e propaganda, direttamente sulle licenze edilizie, magari favorendo l'edificato in quelle zone cittadine che gli stessi comuni pretendono di accamparsi il diritto di classificarle come luoghi compatibili con il rischio vulcanico. Non a caso la municipalità di Pozzuoli non esclude di decentrare la zona abitata del Rione Terra a favore di altri siti periferici, secondo la personalissima visione che basta essere lontani dai fenomeni acuti del bradisismo per ritenersi al sicuro…

zona rossa Campi Flegrei
Su questo argomento il panorama politico regionale individua la sola consigliera  Maria Muscarà dei cinque stelle, come propositrice della legge ad oggetto:<< Norme urbanistiche per i comuni rientranti nelle zone a rischio vulcanico dell’area flegrea>>, depositata il 29 giugno 2016. I disposti contenuti in questa proposta, sono senza tentennamenti ed escludono a chiari lettere qualsiasi nuovo insediamento abitativo nella caldera flegrea, proibendo anche i cambi di destinazione d'uso da commerciale a residenziale, favorendo invece il processo inverso, cioè da dimora a struttura turistica o commerciale. Da esperti della sicurezza e del rischio vulcanico, non possiamo che condividere questa proposta che per essere efficace non può essere assolutamente portatrice di postille e comma che in qualche modo aprano una breccia nello stop al cemento, in quanto una possibile eruzione vulcanica può avvenire in un punto qualsiasi del pavimento calderico, e le possibili colate piroclastiche così come i prodotti piroclastici, possono colpire a chilometri di distanza dal centro o dai centri eruttivi. Insediare nuove costruzioni magari sui bordi calderici, non offre nessuna garanzia di sicurezza... 

Noi abbiamo il dovere morale di lasciare ai posteri un habitat migliore di come lo abbiamo trovato, magari maggiormente congeniale a una più sicura vivibilità morale e fisica, secondo politiche che possono andare solo nella direzione della salvaguardia e del recupero degli spazi. Non si vada però nella direzione suggerita da un ex sindaco del vesuviano, che si professò attento a certe necessità, e quindi affermò che avrebbe favorito la realizzazione di mansarde a spiovente col duplice scopo di scongiurare l’accumulo di cenere e lapilli e consentire l’abitabilità nelle nuove volumetrie sopraelevate senza consumare un solo centimetro di terreno… 

Il pericolo vulcanico nel flegreo è inquantificabile: non c’è alcuno che possa definire con certezza il livello di rischio che incombe sugli abitanti del super vulcano. È possibile stimare il rischio in senso concettuale, partendo da fatti un po' azzardati, come quello che un evento vulcanico può avere un indice di esplosività nella migliore delle ipotesi non eccedente VEI4: e poi conosciamo l’ammontare del valore esposto (550.000 ab.). Nella classica e semplificata formula del rischio (R= PxVe), occorre dire che l’uomo non potendo incidere sulla pericolosità vulcanica, può solo architettarsi per variare il valore esposto al ribasso, cioè il numero di abitanti. Se pensate che il capillare monitoraggio che caratterizza quest’area sia sufficiente a far assurgere il problema della sicurezza ai soli beni materiali siete fuori strada. La geologia non è una disciplina in tutti i casi esatta e ampiamente prevedibile nelle sue manifestazioni energetiche, neanche utilizzando un monitoraggio super tecnologico, soprattutto se il pericolo proviene dal profondo. Quindi, le politiche di sicurezza sono strettamente connesse con le politiche degli spazi. Senza spazi si è più vulnerabili: allora se più abitanti confluiscono nella caldera flegrea, tanto maggiore sarà il rischio e tanto minore le capacità di resilienza dei residenti che, in tutti i casi e a iniziare da Pozzuoli,il più popolato dei paesi flegrei,  devono avere o progettare vie di fuga orientate a nord, e non sul centro storico di Napoli. Quest’ultimo è in zona rossa 2, anche se si tituba a certificarlo e a definirne i contorni… 




martedì 7 luglio 2020

Campi Flegrei: trivellazioni e distinguo...di MalKo


Pozzuoli - Scarfoglio: stato attuale sito trivellazione


La trivellazione iniziata nella zona di Scarfoglio (Pozzuoli) nella prima decade di giugno, pare si prefiggesse l’obiettivo di raggiungere fluidi idrotermali con una temperatura superiore ai 100°C, onde sperimentare nuovi sistemi e tecnologie per lo sfruttamento di energie a bassa e media entalpia per produrre caldo, freddo e corrente elettrica. Se il prototipo d’impianto avesse risposto alle aspettative, probabilmente sarebbe stato piazzato sul mercato interno e internazionale.

La popolazione del posto, appena ha notato che la perforazione aveva dato vita a una nuova fumarola e ha percepito per quanto possibile un odore ancora più forte di zolfo, si è allarmata allertando il municipio con in testa il sindaco di Pozzuoli, che ha bloccato i lavori interessando per le valutazioni del caso l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e la struttura regionale e poi nazionale di protezione civile. Successivamente una squadra di geochimici dell’Osservatorio Vesuviano (INGV) si è recata sul cantiere ed ha effettuato un sopralluogo e il campionamento dei fluidi dispersi nell’aria, rilevando nel contempo che il foro praticato non era condizionato e provvisto di congegni capaci di bloccare la fuoriuscita dei fluidi. L’istituto di vulcanologia ha quindi rappresentato la difficoltà nel fornire una valutazione sugli sviluppi di questa improvvida trivellazione, così come gli eventuali effetti del degassamento sulle vicine strutture commerciali e abitative.

L’INGV pur comparendo col suo logo e a pieno titolo sul tabellone degli enti coinvolti nel progetto di trivellazione e sperimentazione industriale del geotermico (Geogrid), ha precisato che tale iniziativa di scavo è stata portata avanti all’insaputa dell’attuale amministrazione che non aveva tra le sue carte neanche l’allegato tecnico che prevedeva la perforazione. Purtuttavia appena saputo della problematica fumarolica, l’INGV ha invitato la protezione civile regionale e il responsabile del progetto ad attivarsi per l’immediata chiusura mineraria del pozzo, e il ripristino ambientale dei luoghi.

Scarfoglio - Cartello di cantiere

Intanto nell’ambito della riunione periodica della commissione grandi rischi per il rischio vulcanico ai Campi Flegrei, è stato affrontato pure il profilo di pericolosità di questa nuova fumarola di Agnano – Pisciarelli. Le conclusioni dell’altissimo consesso scientifico, hanno rimarcato la impossibilità a fornire nell’attualità un parere esaustivo sullo scavo, in quanto mancano ai loro uffici le relazioni e i carteggi progettuali del Geogrid. D’altro canto però, gli esperti hanno convenuto sul fatto che tale trivellazione potrebbe avere un impatto sull’ambiente circostante, raccomandando di monitorare i luoghi interessati per poter cogliere tempestivamente l’emergere di qualsiasi elemento di criticità nell’evoluzione del sistema fumarolico artificialmente innescato, col fine di garantire la salute e la sicurezza dei cittadini.

La popolazione metropolitana flegrea, ha seguito con preoccupazione le disquisizioni sulle trivellazioni del Prof. Giuseppe Mastrolorenzo, primo ricercatore dell’Osservatorio Vesuviano (INGV), che ha parlato a titolo personale, anche se sostanzialmente il suo istituto di appartenenza parimenti si è dovuto porre il problema della pericolosità delle trivellazioni in area vulcanica. Tra l’altro occorre dire che le disquisizioni scientifiche addotte da Mastrolorenzo, in tutti i casi contribuiscono a pubblicizzare certi argomenti che forse passerebbero in sordina, rinnovando nei cittadini un senso civico di custodia e tutela del territorio.

I problemi connessi alle trivellazioni nascono dal fatto che il sottosuolo vulcanico racchiude anche prodotti di varia natura che possono fuoriuscire per effetto delle trivellazioni, pure con una certa irruenza perché c’è molto calore nelle viscere flegree. Gli imprevisti non sono una rarità e le conseguenze a volte possono essere di un certo rilievo. D’altra parte pure le stratificazioni che caratterizzano e separano i vari strati del sottosuolo, una volta bucherellate potrebbero generare rimescolamenti dei fluidi a diversa composizione chimica e a diverse quote. Ovviamente il rischio ha una sua proporzionalità legata alla profondità di scavo, ma non in maniera assoluta se s’inquadra il sottosuolo come un insieme di elementi in equilibrio.

In tutti i casi riteniamo che il progetto Geogrid non possa essere demonizzato, così come la ditta esecutrice, ancorché le varie rappresentanze degli atenei campani che partecipano presumibilmente come consulenti tecnologici e non geologici del progetto. Questo significa che un ruolo centrale avrebbe dovuto averlo proprio l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). L’Ente scientifico o chi per esso, probabilmente non ha valutato appieno la reazione dei cittadini alle volute di vapore pressoché inevitabili in una zona caratterizzata ma non abituata al ribollire delle acque idrotermali che in alcuni punti si spingono in superficie (Pisciarelli). D’altra parte sembra strano che non si sia valutato che la perforazione e il successivo getto fumarolico potrebbe scompensare gli equilibri di una zona sottoposta a monitoraggio geochimico e geofisico, come attività primaria di previsione vulcanica che procede con la comparazione annosa e in continuo dei dati rilevati.

L’area di Scarfoglio oggetto della recente perforazione e a proposito della pericolosità, lascia ritenere che lo scalpello rotante pur avendo raggiunto la modesta profondità di quasi cento metri, ha consentito al condotto verticale così realizzato di assumere una sorta di ruolo da collettore della circolazione dei fluidi che soprattutto nella loro componente acquosa e gassosa ora sbuffano in superficie. La presenza di una cavità ancorché colma d’acqua, favorisce l’accelerazione dei liquidi e dei gas dagli interstizi rocciosi che lì confluiscono trovando minore resistenza da vincere rispetto al terreno. Il geyser progressivamente potrebbe incrementarsi fino a quando gli equilibri non raggiungono la fase di stabilizzazione. Questo spiegherebbe un certo aumento delle emissioni così come lo slargamento del foro in superficie per effetto dilavante dei fluidi ricchi di acque saline che colmano il pertugio. Non avendo contezza dei luoghi le nostre osservazioni sono di taglio analitico...

Discorso a parte meritano le emanazioni gassose e liquide che non sono state completamente classificate, e che presumiamo siano costituite prevalentemente da idrogeno solforato e anidride carbonica e vapore e precipitati salini che si collocano per condensazione nelle vicinanze del pozzo.  Ovviamente in questo caso ed è lapalissiano, maggiore sarà la distanza di esposizione dalla sorgente, e tanto minore sarà il grado di concentrazione dei gas che sfuggono dal sottosuolo. L’abbronzatura o l’annerimento di alcuni metalli esposti a questo elemento (H2S), come possono essere le monete ramate o l’argento che annerisce, avviene anche a basse concentrazioni. Per esperienza su altre zone soggette a simili emissioni, percentuali anche minime che generano effetto sui metalli, non sembrano immediatamente pericolose per l’uomo: occorre però dire, che l’esposizione prolungata può causare problematiche alla salute pure in concentrazioni inizialmente ben tollerate. Presumibilmente, l’officina e la rivendita auto dove sembra indirizzarsi il flusso a causa dei venti predominanti, dovrà valutare l’elemento gassoso come possibile rischio per la salute dei lavoratori esposti, sia all’aperto che all’interno dei locali.

Qualsiasi valutazione sulla salute dei cittadini che dimorano intorno alla sorgente gassosa, non può prescindere da un puntuale riconoscimento dei gas, che ancora non è stato fatto, e dalla loro concentrazione nell’aria a varie quote dal piano campagna e a distanza e più volte per evidenziare eventuali picchi. Per avere garanzie occorre che qualche qualificata istituzione non riportata come logo nel cartello di cantiere, in ossequio alla trasparenza, effettui tutte le analisi e le verifiche del caso. D’altra parte già nel documento di analisi del rischio associato alle attività lavorative di trivellazione, doveva prospettarsi una tale eventualità con relativa procedura d’intervento. Operativamente e con dati alla mano, se ad esempio la concentrazione massima di idrogeno solforato non deve superare i 7 mg. /m3, occorre che si tracci e si segnali una sorta di curva chiusa, chiamiamola magari isogas, intorno al foro di emissione con misure effettuate sottovento, anche se il limite dovesse poi risultare di appena pochi metri dal buco atteso che vi si può accedere. Sarà poi quello il perimetro da monitorare con una certa costanza, in attesa della chiusura definitiva del pozzo.

Anche l’anidride carbonica è altamente pericolosa, e proprio nella conca di Agnano si rilevano già naturalmente emissioni dal sottosuolo, tant’è che anticamente era famosa la grotta del cane, un luogo dove le genti del posto  introducevano per meravigliare i turisti, gli amici (?) a quattro zampe che stramazzavano al suolo, per poi tirarli per la coda all’esterno lasciandoli “resuscitare” con l’aria fresca. La respirazione di questo gas asfissiante a certe concentrazioni produce fame d’aria, svenimento e in una condizione di saturazione alla morte. Trattandosi di un gas pesante che ristagna al suolo, la geomorfologia dei luoghi può fornire più precisi indizi di pericolosità. In prossimità della trivellazione sarebbe opportuno tenere a distanza animali di bassa taglia e soprattutto bambini prossimi al mezzo metro di altezza. La misura della concentrazione verticale dell’anidride carbonica dal piano campagna è quindi molto importante. Se il sindaco di Pozzuoli stabilisce che ai limiti della recinzione di cantiere le percentuali di entrambi i gas misurati nell’aria non sono pericolose, può adottare tale perimetrazione esistente come limite di pericolo perchè in tutti i casi c'è uno scavo aperto, apponendo sulla rete il divieto di accesso all’area, con tanto di cartellonistica di pericolo corredate da numeri di telefono delle autorità da allarmare in caso si registrassero pericolose anomalie.

Su questa faccenda del Geogrid il presidente dell’INGV ha messo le mani avanti dichiarando che lui non ne sapeva niente. Probabilmente la direttrice dell’Osservatorio Vesuviano dovrà spiegare qualcosa in più, perché c’è un decreto di nomina di alcuni ricercatori deputati a seguire il progetto. Riteniamo che tutti questi referenti scientifici a vario titolo siano meno responsabili rispetto alla classe politica che ebbe a sancire con leggi ad hoc, che il nostro Paese doveva tirare fuori tutti i potenziali energetici esistenti, sia in mare che in terra, sopra e sotto la crosta terrestre, per raggiungere un profilo di bassa dipendenza energetica dall’estero.

D’altra parte pure all’interno della caldera flegrea, tra emanazioni e sollevamento del suolo e intrusioni magmatiche e zona rossa e stato di attenzione vulcanica, occorrerebbe che i politici che subito si sono attivati a fronte dell’'incauta trivellazione, facessero parimenti adoperandosi per far completare l'iter finalizzato al varo della legge “Norme Urbanistiche per i Comuni rientranti nelle zone a rischio vulcanico dell’area flegrea”. Questo obiettivo legislativo di taglio assolutamente preventivo per mitigare il rischio vulcanico nel flegreo, non trascina tantissimo gli amministratori pubblici, ma servirebbe ad assegnare anche ai Campi Flegrei, linee guide per bloccare nuovi insediamenti abitativi, alla stregua di quanto è stato già fatto per la zona rossa Vesuvio con la legge 21/2003.

Il rappresentante del Comune di Pozzuoli, in seno alle audizioni in commissione urbanistica, ad oggetto appunto il disegno di legge sopra accennato, ebbe a riferire che nel territorio puteolano risultava utile assestare l’edilizia esistente, per alleggerire urbanisticamente l’area del Rione Terra e zone limitrofe, magari realizzando manufatti compensativi ben lontani da queste zone dove il bradisismo è in una fase acuta e la circolazione è problematica. Altri comuni del Flegreo hanno rappresentato, invece, la necessità di condonare gli abusi edilizi, così come altre amministrazione ancora lamentano scarse vie di comunicazione e altre problemi economici derivanti dai mancati introiti rappresentati dagli oneri di urbanizzazione che si perderebbero con siffatta legge se approvata. Ovviamente il Comune di Napoli vive la faccenda della possibile contrazione totale dell’urbanizzazione residenziale in area vulcanica con una certa titubanza dettata dall’affaire Bagnoli, dove anche il documento di Valutazione d’Impatto Ambientale (VIA) ad oggetto la riqualificazione di quell’area assolutamente appetitosa al business, nota e lamenta l’assenza nei documenti di precisazioni sul carico urbanistico che la "cabina di regia" intende abbattere su quei territori magnifici da riqualificare.

Campi Flegrei - Bagnoli


Nei disposti di legge anti cemento mirati alla zona rossa flegrea, si potrebbero inserire disposizioni precise riguardanti il geotermico e gli scavi in genere, fissando un limite nella profondità oltre la quale occorre un parere geologico proveniente da strutture pubbliche come l’INGV. D’altro canto eventuali anomalie che dovessero registrarsi sui fronti di scavo, dovrebbero essere segnalate immediatamente alla stregua di quello che si fa nel caso del rinvenimento di reperti archeologici. Se non si vogliono generalizzare queste precauzioni, si possono indicare le zone dove tale procedura è assolutamente necessaria.

Al di là del bailamme politico, la direzione generale dell’INGV deve capire che occorre mettere ordine in certe faccende, perché è davvero sconfortante sentire un sindaco del flegreo che riferisce, intervenendo sulle trivellazioni, che all'interno dell'Osservatorio Vesuviano ci sono posizioni differenti e che a lui le guerre di bande non gli interessano, perché la sua bussola sono le istituzioni competenti come appunto L’INGV e la Protezione Civile. A fronte di questo pubblico riconoscimento, è un po’ contraddittoria la decisione del primo cittadino puteolano di assicurarsi un comitato tecnico scientifico di supporto che affiancherà gli uffici comunali quale:<< organo che tutelerà maggiormente la nostra comunità, supportando le decisioni in materia di programmazione e prevenzione>>.


sabato 20 giugno 2020

Campi Flegrei: la geotermia d'assalto... di MalKo



Foto tratta dal Corriere del Mezzogiorno web- 2020 - Perforazione a Scarfoglio (Pozzuoli).


Le operazioni di trivellazione che stavano interessando qualche giorno fa la cittadina di Pozzuoli in località Scarfoglio, pur nel dichiarato impegno degli autori di limitarsi a perforare solo per alcune centinaia di metri, non hanno evitato un certo allarmismo tra la popolazione, atteso che la zona è vulcanica e come tutto il comprensorio è in una condizione di livello di allerta tarato sullo stato di attenzione.

Gli scopi di questa attività di scavo meccanico, pare siano legati a sperimentazioni sull’utilizzo della risorsa geotermica in una misura residenziale, che in quel determinato punto si avvale di temperature dei fluidi già produttivi a bassa profondità. La società che gestisce l’operazione usufruisce della consulenza dell’INGV e delle maggiori università campane, che sono interessate a nuove tecnologie e sistemi non convenzionali per sfruttare la risorsa geotermica onde produrre elettricità e calore. Presumibilmente, secondo le convinzioni dei progettisti, lo scavo poco profondo ancorché supportato scientificamente da molte rinomate strutture statali come l’Osservatorio Vesuviano, necessitava della sola autorizzazione della Regione Campania, ente erogante incentivi, senza bisogno di procedere a valutazioni più ampie circa l’impatto ambientale e le perturbazioni eventualmente che si sarebbero cagionate agli equilibri complessivi e puntiformi in quel sito. In una zona calderica ancorché soggetta a bradisismo e allerta gialla, non coinvolgere l’autorità comunale è stato un errore, e bene ha fatto il sindaco di Pozzuoli a bloccare i lavori, a prescindere dalla bontà del progetto che andava in ogni caso pubblicizzato e approvato.

Ben pochi sanno che un grande progetto di trivellazione prevedeva nel 2011 di carpire la risorsa geotermica ad alta entalpia, direttamente dai fianchi del vulcano sommerso Marsili. Se l’iniziativa supportata da un cast scientifico di tutto rispetto (INGV) fosse andata avanti, l’Italia avrebbe forse potuto vantare la più grande centrale geotermica offshore del mondo, in mare aperto ma a ciclo aperto, e lontana decine di miglia dai centri abitati. Un progetto francamente affascinante, ma che partiva col piede sbagliato, in quanto i proponenti ritenevano che i circa 80 chilometri che separavano il vulcano dal centro abitato più vicino, fosse una distanza garantista per l’incolumità delle genti, e quindi da non necessitare di una procedura di valutazione d’impatto ambientale (VIA) a cura della commissione del Ministero dell’Ambiente.

Il vulcano Marsili

La società proponente ebbe a scrivere che il rischio geologico vulcanologico connesso alla perforazione, dai dati acquisiti non sembra presentare livelli di rischio importanti. La commissione ritenne che la parola sembra non poteva essere accettata nella definizione di un rischio. Il problema serio infatti, era rappresentato dai materiali poco coesi in deposito sui versanti acclivati del Sea Mount tirrenico che potevano franare. Le operazioni di trivellazioni che avrebbero potuto cagionare sollecitazioni ma anche esplosioni di vapore, potevano causare disequilibri e vibrazioni forse sufficienti per innescare un massiccio movimento franoso dai pendii. In tal caso si sarebbe generato uno tsunami molto pericoloso per le isole Eolie e la terraferma peninsulare interessando più regioni. Il progetto Marsili in assenza di certezze fu dichiarato assoggettabile alla procedura ministeriale di valutazione d’impatto ambientale (VIA): da allora non è stato più ripresentato. L’elemento importante di questo iter, è racchiuso nella necessità di valutare a cura delle società votate all’energetico, ogni conseguenza diretta o indiretta che possa discendere dalla manomissione del territorio, anche in tempi diversi e a notevole distanza dal centro produttivo.

Il progetto “Campi Flegrei Deep Drilling Project”, prevedeva che lo scalpello rotante doveva raggiungere da Bagnoli e verso il porto di Pozzuoli, i 4 Km. di profondità, per fungere da “periscopio” nel sottosuolo calderico più ingobbito della zona. Il sindaco di Napoli Iervolino si oppose bloccando i lavori. Sarebbe il caso che lo Stato pretendesse e applicasse anche agli organismi scientifici (INGV) che intendono trivellare, la necessità di assoggettarsi a una completa valutazione d’impatto ambientale (VIA), in modo che la salute e la sicurezza pubblica dei cittadini siano in tutti i casi assicurati da soggetti terzi. Occorre aggiungere che non è la finalità del progetto o la natura pubblica o privata del richiedente a rendere immuni pericoli e processi di alterazione del territorio, bensì la rinuncia a procedere, quando sussistono elementi d’incertezza che dovrebbero suggerire ampi margini di precauzione.

Nella valutazione d’impatto ambientale del progetto geotermico di Serrara Fontana (Ischia), nonostante le assicurazioni basate sul supporto scientifico dell’INGV, rimaneva concretamente e di fatto la scarsa conoscenza del sottosuolo ischitano. Un vero azzardo allora presentare un piano di scavo capace di apportare modifiche o inquinamento alle collaudate acque idrotermali di superficie, che da secoli garantiscono una rinomata attività termale fondamentale per l’economia dell’isola. Pure la notevole moltitudine di massi che costellano il Monte Epomeo potevano trasformarsi in pericolo a seguito delle attività di trivellazione e reiniezione dei liquidi emunti dal profondo. Nel caso di Ischia quindi, l’impossibilità di classificare adeguatamente il rischio sismico indotto e le sollecitazioni al sistema vulcanico in un quadro di notevoli criticità idrogeologiche anche subacquee, alla stregua del Marsili, hanno convinto la commissione tecnica del Ministero dell’Ambiente ad esprimersi negativamente per l’industria del geotermico sull’isola.

Un business interessante fu individuato da una società operante nel geotermico, in località Scarfoglio a Pozzuoli, dove in loco le temperature dei fluidi idrotermali che schizzano anche dal sottosuolo sono industrialmente molto interessanti. Il problema è che tale centrale pilota si pensava di realizzarla a ridosso della Solfatara, in un settore dove le quantità di emanazioni gassose che si riversano in atmosfera sono veramente tante, in un contesto di allerta gialla e un bradisismo areale che sta mettendo a secco alcune zone del porto puteolano. Pure nel caso di Scarfoglio, le perplessità sul rischio sismico naturale e indotto e le possibili sollecitazioni al sottosuolo vulcanico saturo di gas, hanno fatto propendere la commissione tecnica ministeriale, a chiedere analisi e documentazione supplementari alquanto complesse, che non sono arrivate, comportando di conseguenza l’archiviazione del progetto.
    
Nella Tuscia e lungo i territori del lago di Bolsena e dei monti Vulsinii invece, un’autorizzazione a procedere col geotermico è già arrivata a Castel Giorgio. Un gruppo di sindaci sta cercando di far revocare tale autorizzazioni facendo ricorso al TAR: il pronunciamento potrà risultare deludente, perché non essendo una struttura tecnica, l’analisi dei giudici amministrativi verterà praticamente sui documenti esistenti. D’altro canto pare che alcuni primi cittadini si siano rivolti pure al Dipartimento della Protezione Civile, secondo logiche di prevenzione delle catastrofi, perché l’attività perforativa e di reiniezione dei fluidi idrotermali, proprio non li rassicura. D’altro canto neanche la scienza ha ancora elementi per dare certezze conclusive sulla possibilità di danno derivanti dalle attività invasive proprie del geotermico. La Protezione Civile in seguito a questa richiesta, dovrà presumibilmente assumere il parere della commissione grandi rischi congiunta per il rischio sismico e vulcanico, che probabilmente dovrà fare un grosso lavoro pure di distinguo sulle zone dov’è possibile lo sfruttamento geotermico.

La produzione di energia elettrica sfruttando i fluidi idrotermali profondi ovviamente, è il fine delle progettualità pilota in itinere, che intendono operare col metodo binario. Rispetto alle più vecchie centrali che rilasciano vapori nell’atmosfera ma non solo, i sistemi di nuova concezione risultano meno inquinanti per la parte atmosferica, ma più problematici per la parte sotterranea. Detti impianti emungono fluidi termali fino alla superficie, carpendone il calore che viene ceduto a un altro liquido organico (scambiatore di calore) che opera direttamente nel sistema di produzione dell’elettricità.  

I liquidi idrotermali raffreddatisi nei processi di scambio, vengono reiniettati nel sottosuolo a distanza dal punto di captazione, per consentire attraverso un percorso pseudo orizzontale negli interstizi del sottosuolo, il reriscaldamento del geo fluido che ripeterà daccapo il ciclo iniziale: il sistema rinnovabile andrebbe avanti finché sono assicurati acqua e calore. Il tutto avverrebbe secondo logiche da circuito chiuso, alla stregua di un impianto di raffreddamento utilizzato negli autoveicoli. Purtuttavia occorre precisare che il sottosuolo non è un radiatore, e quindi non è confinato dalla lamiera metallica in nessuna direzione.

Il problema di fondo del geotermico binario, pare sia dettato dal fatto che le operazioni di trivellazione e quindi di emungimento e poi di reiniezione dei fluidi, possono generare una sismicità indotta e anche subsidenza e sovrappressioni nei pozzi. Occorre poi dire che in ogni caso le perforazioni chilometriche trapasserebbero gli strati contenenti i giacimenti idrici potabili, che semmai e malauguratamente dovessero inquinarsi per effetto di quegli elementi tossici che la natura ha ritenuto necessario stipare nel profondo sottosuolo, causerebbero un grande danno per la salute pubblica e per le attività irrigue.

Ritornando alla questione iniziale della trivellazione a Scarfoglio, ricordiamo per offrire analogie, che nella località salernitana di Oliveto Citra, da una buca ubicata in mezzo alla campagna, fuoriusciva e fuoriesce a permanenza un flusso di gas freddo visibilmente deleterio per la vegetazione limitrofa, ma anche per gli animali di bassa taglia che stramazzano se si avvicinano troppo al pertugio, e certamente anche per gli esseri umani se si chinano sui bordi del fosso. La nostra investigazione campale con kit chimici, consolidò l’ipotesi iniziale che da quel buco fuoriusciva anidride carbonica (CO2) e idrogeno solforato (H2S) e tracce di altri elementi tossici. L’anidride carbonica è un gas asfissiante più pesante dell’aria, che diventa particolarmente pericoloso soprattutto in assenza di vento e con temperature fredde che ne aumentano la densità, dando al prodotto gassoso un comportamento simile alle sostanze liquide, stagnando così sul terreno avvallato o riversandosi in buche e anfratti. L’idrogeno solforato invece, è un elemento tossico più leggero dell'anidride carbonica ma un po' più pesante dell'aria, che produce effetti irritanti alla gola inducendo tosse, e agli occhi la lacrimazione, già a concentrazioni minime di 50/100 parti per milione. In quantità dieci volte superiore è letale.

Oliveto Citra - Emissioni mefitiche (Il drappo è spinto in alto dal flusso gassoso).


Nel caso di Oliveto Citra, ritenemmo necessario relazionare al sindaco il potenziale pericolo della sorgente mefitica, e questi provvide a recintarla con transenne e cartelli che avvisavano del rischio rappresentato dalle emissioni gassose. Alcuni coloni ci dissero pure che a più riprese tentarono il riempimento a terriccio dell'anfratto, ma senza nessun esito risolutivo. Alla stregua, anche nel caso di questa trivellazione estemporanea a Scarfoglio, il sindaco dovrebbe intervenire, cosa che sicuramente avrà già fatto, facendo analizzare i gas, valutandone poi le concentrazioni anche a quote prossime al piano di campagna per poi decidere in qualità di autorità locale di protezione civile il da farsi. Con risultati alla mano potrà assumere decisioni protettive, imponendo ai misurati trivellatori l’obbligo di eliminare il pericolo qualora lo si accertasse, anche perché i gas insiti nei vapori che fuoriescono dal foro, possono variare la loro concentrazione nel tempo o in seno a sommovimenti sismici e rimescolamento dei fluidi idrotermali, e non sono per loro natura contenibili dalla recinzione del cantiere…

Dal punto di vista della sicurezza, il geotermico, fino a quando non si accerterà l’assenza di correlazione con la sismicità, dovrebbe essere non demonizzato o bandito ma posto in stand by, in attesa che la scienza chiarisca i rischi e la tecnologia individui strumenti per procedere con sempre maggiore sicurezza e controllo in un ambiente che non ha un orizzonte visibile. Tra l’altro parliamo del geotermico quale risorsa rinnovabile, e quindi non c’è l’urgenza dettata dalla possibilità che il “business” scappi di mano, a meno che il business non lo si inquadri nell'incentivo statale: questo sì che può variare con un nuovo quadro politico. Ci sono   giacimenti di petrolio che vengono congelati in attesa di un mercato più redditizio o sistemi di captazione più economici: niente di strano quindi a ritardare certi sfruttamenti, soprattutto in assenza di condizioni da fame energetica che potrebbero condizionare fortemente le scelte politiche.   

D’altra parte il progetto TAP (Trans Adriatic Pipeline) consolida l’utilizzo del metano in Italia, magari rendendolo meno costoso e più usufruibile e sicuro, così da convertire a gas pure le centrali elettriche di Brindisi e Civitavecchia i cui impianti funzionano ancora a carbone, e almeno fino al 2025. Il fotovoltaico non sostituisce ancora la lattina di benzina, mentre l’eolico deturpa il paesaggio e annienta l’avifauna e soprattutto i rapaci notturni. L’idroelettrico è fenomenale ma limitato a poche stazioni sul territorio nazionale. L’energia dalle onde è ancora sperimentale e il nucleare è troppo pericoloso. I biocarburanti pare che tolgano troppo spazio all’agricoltura per fini alimentari… Esiste poi un'altra energia che è quella degli incentivi statali, capace di mettere insieme e movimentare progetti e promesse per trarre elettricità finanche dalle cozze…


Il sottosuolo è un ambiente sconosciuto, e in alcune località del mondo le perforazioni in qualche caso hanno causato danni catastrofici, come quelle che nel 2010 caratterizzarono l’inquinamento nel Golfo del Messico. Fuoriuscirono dal fondo marino 8000 barili al giorno, perché la valvola di sicurezza non riuscì a entrare in funzione: occorsero cinque mesi per tappare la falla in testa di pozzo e le richieste di risarcimento furono 390.000.
Anche in Italia si annoverano incidenti, come quello che si verificò nel 1994 nel novarese, a causa di un’eruzione di petrolio dal pozzo di Tricate con violenta fuoriuscita di gas e greggio per due giorni. L’inconveniente fu arginato da una fortuita frana che si verificò all’interno del pozzo. Il 13 ottobre del 1991 invece, durante la fase di perforazione del pozzo Agip nel tenimento di Policoro in Basilicata, si ebbe un’eruzione di fango dalle aste senza che si potesse intervenire in qualche modo, poi seguita da emissioni gassose che presero fuoco con un boato che asperse petrolio tutt’intorno: la cronaca racconta del ribollire di pozzi d’acqua nelle vicinanze evidentemente perché i gas in pressione avevano raggiunto attraverso fratturazioni e interstizi delle rocce, i siti d’accumulo del prezioso e vitale liquido. A Giava una banale trivellazione (2006) fu all’origine di inarrestabili eruzioni di fango che fanno temere oggi fenomeni di subsidenza particolarmente accentuati dell’ordine delle decine di metri. Problemi sismici indotti si sono avuti pure alle Canarie e in Svizzera e in California e in Emilia Romagna e in altri siti che contano gli effetti diretti e indiretti provocati dalle trivellazioni e dalla pratica di reiniezione dei liquidi in profondità.  

Per concludere, i Campi Flegrei sono un territorio calderico caratterizzato da un sottosuolo in perenne metamorfosi, con un calore che si diffonde in superficie insieme a una gran quantità di acqua che circola dissipando quei gas che sono propri dei distretti vulcanici. Il passato della zona tra l’altro lo conferma, tant’è che il Lago d’Averno ha questo nome che sottintende senza uccelli. I volatili evidentemente morivano quando passavano sulla superficie del lago per imbeccare insetti, in una condizione di forti emanazioni mefitiche che creavano strati assolutamente irrespirabili. D’altra parte anche il tragico incidente che capitò alla Solfatara nel 2017, causò, purtroppo, la morte accidentale di tre turisti, scivolati in un buco saturo di anidride carbonica: una vera trappola mortale.

Dal giornale online La Repubblica . Solfatara di Pozzuoli: la micidiale buca.


Nei Campi Flegrei c’è “irrequietezza” nel sottosuolo, e questo consiglia di muoversi con prudenza, evitando di interessare con trivellazioni una zona dove persiste la possibilità di eruzioni freatiche e quella di emissioni di anidride carbonica in un settore territoriale che già ne produce naturalmente una quantità industriale.
Per le attività geotermiche, i comuni che cercano di battersi per evitare insediamenti intesi a sfruttare le acque calde idrotermali, come quelli della Tuscia e dei territori dei Monti Vulsini che ricadono a ridosso del lago di Bolsena, sarebbe opportuno che le loro osservazioni vadano in una direzione diversa, e formulate anche al Ministero dell’Ambiente, per conoscere se il rischio sismico ed eruttivo freatico e inquinante che accompagna i progetti geotermici, devono essere inseriti nell'analisi dei rischi che incombono sui territori comunali. Chiedere ad esempio che vengano fornite  pure le istruzioni per intervenire in caso di inquinamento delle falde di acqua potabile, è un modo per evidenziare i rischi connessi a una insostituibile risorsa per la vita ordinaria e per le attività produttive agricole.

D’altra parte ed è intuitivo che la risorsa idrica potabile ha una indiscutibile priorità conservativa, e non può essere minacciata nella sua salubrità da una pratica perforativa ed estrattiva dei fluidi idrotermali per produrre elettricità e calore in presenza di alternative accettabili come il metano, fonte purtroppo o per fortuna non rinnovabile, ma certamente nell’attualità meno inquinante dei confratelli liquidi e solidi. 

Il Prof. Giuseppe Mastrolorenzo, primo ricercatore dell’INGV, Osservatorio Vesuviano, conosce benissimo sia le problematiche delle trivellazioni in area vulcanica che quelle che si prefigurano nei territori toscani e del Lazio per lo sfruttamento del geotermico.

Prof. Mastrolorenzo, questa recentissima trivellazione a Scarfoglio e più in generale quelle che si volevano realizzare nei Campi Flegrei, presentano delle criticità insuperabili?

Certamente lo zona della Solfatara nel suo bordo orientale è quella a massima fragilità e criticità, perché è ubicata al centro della zona rossa dove ci sono le più forti manifestazioni termiche e sismiche con epicentri sufficientemente localizzati e associati al fenomeno bradisismico. Un fenomeno quest’ultimo in atto e che ha avuto diverse fasi a partire dagli anni ‘70. Nella zona ad est della Solfatara, vengono rilasciate naturalmente dal sottosuolo, alcune migliaia di tonnellate di anidride carbonica al giorno, insieme a una enorme quantità di vapore acqueo. Negli ultimi anni si è assistito tra l’altro in questa zona, a un notevole aumento della temperatura delle fumarole, e l’insieme dei fenomeni ha portato ad elevare da diversi anni il livello di allerta vulcanica che è passato nel 2012 da base ad attenzione. Prospezioni geofisiche hanno rivelato che l’area è interessata da forti discontinuità superficiali e profonde che interessano le varie falde idrotermali a diverse profondità che nella zona si sovrappongono fino alla superficie. Questa è anche l’area che in diversi modelli sviluppati dai vari gruppi di ricerca risulta a maggiore probabilità di aperture di bocche eruttive in caso di ripresa dell’attività vulcanica. Una ulteriore criticità è data dalla morfologia del territorio: infatti, l‘estesa piana di Agnano si estende proprio al di sotto del bordo orientale della Solfatara prolungandosi fino all’area densamente popolata di Bagnoli e Fuorigrotta. Questo implica che in caso di fenomenologie esplosive o di drastiche modificazioni del campo fumarolico con dati quantitativi al rialzo, la conca di Agnano potrebbe essere interessata da concentrazioni anomale di anidride carbonica e altre sostanze nocive, soprattutto nelle condizioni di prevalente circolazione dei venti verso i quadranti orientali. Le modificazioni dei parametri geofisici e geochimici hanno fatto ritenere a molti ricercatori che sia in atto una possibile evoluzione verso uno stato critico e potenzialmente eruttivo. Per tutte queste motivazioni ebbi a denunciare in passato contrarietà alla realizzazione di una centrale geotermica a Scarfoglio. Qualsiasi attività di trivellazione anche superficiale nell’area indicata soprattutto se caratterizzata dalle pratiche di estrazione e reiniezione dei liquidi idrotermali, può innescare terremoti oltre che favorire la dispersione in atmosfera di gas e altre sostanze nocive, senza escludere il rischio di eruzioni freatiche che causerebbero danni a centinaia di metri di distanza dai siti di perforazioni. Le trivellazioni sono processi intrinsecamente irreversibili e dagli effetti imprevedibili che possono alterare l’equilibrio del sistema crostale zonale, con innesco di processi non lineari e di natura caotica tali da trasformare piccole perturbazioni in drastiche modificazioni del sistema in profondità. Essendo l’area sede di siti cruciali nel sistema di monitoraggio, le modificazioni artificiali potrebbero comportare significative alterazioni dei parametri monitorati, non discriminabili rispetto all’azione antropica dell’uomo.

Nella cosiddetta Tuscia e nel territorio dei Monti Vulsini che si affacciano sul lago Bolsena, vogliono realizzare alcune centrali geotermiche per la produzione di elettricità, attraverso sistemi binari che necessitano di pozzi profondi per l’emungimento e la reiniezione di fluidi idrotermali. Lei è contrario a questa pratica almeno in questi luoghi?

L’esteso territorio che comprende il distretto vulcanico Vulsino e il lago di Bolsena, e caratterizzato da un rischio sismico medio alto con magnitudo max attesa prossima al 6° grado della scala Richter. Geologicamente parlando, i vulcani non più attivi del distretto Vulsino e più a nord dell’Amiata, si sviluppano all’interno di una estesa struttura tettonica, in un bacino tettonico definito il graben di Siena-Radicofani. Questo come altri bacini tettonici che sono intercalati ai rilievi della catena appenninica, sono dovuti a processi distensivi attivi controllati da faglie dirette che bordano la catena appenninica. L’attivazione di queste faglie storicamente ha generato forti terremoti che, data la bassa profondità ipocentrale, in genere compresa entro i 10 chilometri,  hanno creato non pochi danni ai centri storici. Oltre a queste importanti strutture tettoniche, più in superficie, nei primi chilometri, sono presenti poi, strutture vulcano tettoniche associate all’evoluzione di apparati vulcanici tra i quali i più rilevanti sono la vasta caldera che ingloba il lago di Bolsena, e il complesso vulcanico del monte Amiata.

Il Lago di Bolsena - Foto Mastrolorenzo

Come ho rilevato nelle mie osservazioni alla Regione Toscana relativamente a un progetto geotermico da 10 MW in Val di Paglia, le centrali geotermiche in questo contesto geologico sono assolutamente da evitare, perché i processi di trivellazione estrazione e reiniezione di fluidi geotermici, a tassi dell’ordine di centinaia di tonnellate l’ora, possono indurre terremoti anche di magnitudo superiore al 4° grado Richter in prossimità dei pozzi, e addirittura innescare terremoti della max magnitudo attesa nelle faglie attive a maggiore profondità. Tali effetti dell’attività geotermica, sono stati ampiamente documentati a livello mondiale, e anche in Italia la commissione Ichese, costituita a seguito della sequenza sismica in Emilia nel 2012, non escluse la possibilità che i terremoti di elevata magnitudo fossero stati innescati da attività antropiche. L’elevata discontinuità difficilmente indagabile nei dettagli, del sottosuolo e in particolare delle estese falde idrotermali, può comportare induzione e innesco di terremoti, così come non si può escludere il mescolamento delle falde a diversa quota, con conseguente risalita in superficie di fluidi geotermici carichi di sostanze nocive come l’arsenico e l’anidride carbonica. Il rischio più temuto e che tali sostanze possano disperdersi all’interno delle falde idropotabili superficiali e nello stesso lago di Bolsena con gravi conseguenze per le popolazione e l’ambiente. A tali criticità va aggiunto il rischio esplosione sempre presente in perforazioni che attraversano orizzonti ad alta pressione e temperatura, quali eventi che già si sono manifestati in passato per effetto di trivellazioni nel settore nord del Bolsena. Altre problematiche denunciate riguardano i danni alla cultura artistica, storica e paesaggistica, in un’area che conta tremila anni di storia.

Ringraziamo il Prof. Giuseppe Mastrolorenzo, noto vulcanologo e ricercatore, per averci consentito di conoscere il suo parere personale ancorchè scientifico su aspetti attuali e molto rilevanti che interessano i territori del nostro impareggiabile Paese. Il suo istituto di appartenenza (INGV) ha ricevuto in ogni caso relazioni su questo argomento, essendo tra l'altro centro di competenza della Protezione Civile nazionale.