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martedì 3 settembre 2019

Vulcano Stromboli: l'isola dei parossismi e dei maremoti... di MalKo





Lo Stromboli è un vulcano dove fino a qualche mese fa prevalevano i soli aspetti attrattivi dettati dalla pacata geologia dei luoghi, dalla bellezza del mare e del panorama e anche da una mitica vocazione cinematografica di posti selvaggi come alcuni animi umani... In realtà è un apparato che è riuscito a crearsi una struttura poi emersa nelle acque del Tirreno meridionale, senza mai dismettere un assetto ordinariamente eruttivo, tanto da essere appellato fin dall’antichità come faro del Mediterraneo.

Il vulcano Stromboli che si erge dal mare per circa 926 metri, ha dato origine a un territorio pari a quello della città di Pompei, lasciando però poco spazio all’antropizzazione, in ragione dell’acclività dello strato vulcano, e quindi solo in due zone a nord est e a sud ovest dell’isola vulcanica sono sorti nuclei abitati che contano complessivamente un massimo di 750 residenti, divisi tra gli agglomerati di Ginostra e San Vincenzo. Nella stagione estiva il flusso turistico incrementa la popolazione di alcune migliaia di abitanti a cui si aggiunge un sostenuto pendolarismo balneare.

La storia di questo vulcano narra di eventi parossistici frequenti, favoriti da una condizione di condotto aperto ben alimentato, che non offre particolare ostacolo al magma ricco di gas che dal profondo si spinge in alto, e che in realtà deve vincere nella sua ascesa prevalentemente la sola resistenza offerta dal peso della colonna magmatica, che a volte in superficie risulta più fredda e degassata costituendo una sorta di ostacolo che genera poi e con l’aumentare delle pressioni dirompenze.

Senza andare troppo a ritroso nella cronaca geologica dello Stromboli, annoveriamo una violenta eruzione nel 1910 che mise fine a qualche anno di gradita quiescenza. Pare che la costruzione del faro sull’isola di Strombolicchio risalga a questo periodo e fu una diretta conseguenza della pace vulcanica che fece venir meno la fiaccola magmatica particolarmente utile ai naviganti.



Un’altra eruzione di forte intensità si ebbe nel 1912 e poi il 22 maggio del 1919 con annesso maremoto che non di rado accompagna la franosità del versante nord occidentale noto come Sciara del Fuoco. L’eruzione dell’11 settembre 1930 è quella ricordata come la più violenta dell’ultimo secolo. Oltre a colonne eruttive di oltre 1500 metri, si ebbero fenomeni di lancio di bombe vulcaniche superiori ai 100 chili cadauna e poi cenere e lapilli e brandelli di lava e valanghe ardenti e maremoti. Il calore estremo dettato da nubi ardenti fece diverse vittime, così come le improvvise mareggiate.

Si ebbero eruzioni pure nel 1941, 1943, 1944, e nel 1945; e poi ancora nell’anno 1948, e 1949, 1950,1952,1953,1954. Nel 1955 si registrò un’eruzione sottomarina a poca distanza dalla Sciara del Fuoco: lo scoglio dello Strombolicchio è ciò che resta di un’intrusione magmatica all’interno di un condotto vulcanico eroso dagli elementi.
Sui fondali, specialmente quelli che guardano a Panarea, si registrano ogni tanto fenomeni di degassamento da fratture subacquee che generano un certo ribollire della superficie marina accompagnato da un forte odore di zolfo.

Eruzioni hanno caratterizzato anche gli anni 1956, 1958 e 1959. E poi il 1966, 1967, 1971, 1972, 1973, 1974, 1975, 1985, 1986, 1988, 1989, 1990, 1993, 1994, 1995, 1996, 1998,1999,2001,2002,2003. L’elenco continua e annovera altri eventi parossistici come quelli del recente passato, tra questi quelli del 2007 e del 2012, ed altri ancora che hanno segnato la vita sull’isola che in verità non è mai stata di totale pace vulcanica…


Il 3 luglio 2019 un forte boato è rimbombato su tutta l’isola accompagnato da un’eruzione parossistica, la più intensa rispetto a quelle ordinarie e maggiori a cui la popolazione in un certo qual senso è abituata. Questa volta però non si è trattato di una fenomenologia vulcanica dal taglio turistico: oltre allo sviluppo di una colonna eruttiva alta quasi 2000 metri e quindi visibile pure a grande distanza, sull’isola si sono dovuti fare i conti con la pioggia di cenere e lapillo e con gli incendi della vegetazione attivati da brandelli di lava incandescente spruzzati dal vulcano in ogni direzione.


Occorre fare un passo indietro per rappresentare un altro fenomeno non meno pericoloso delle eruzioni stromboliane: il maremoto. Il 30 dicembre del 2002 le zone costiere dell’isola di Stromboli vennero investite da onde alte fino a 10 metri innescate da fenomeni franosi localizzati proprio sul versante della Sciara del Fuoco: frane in parte sottomarine e a seguire subaeree. La zona isolana di Nord Ovest infatti, è luogo privilegiato dove s’incanalano dalla terrazza craterica i prodotti lavici del vulcano. Questo significa apporto di materiale che va a sovraccaricare altri depositi preesistenti, che a volte mandano in disequilibrio statico gli ammassi litoidei sulla scorta delle sollecitazioni sismico vulcaniche favorite anche da processi erosivi dettati dagli elementi meteomarini.

Il 28 agosto 2019 un nuovo evento parossistico ha scosso di nuovo il vulcano: particolarmente drammatiche le immagini di una colata piroclastica che scivola nel mare avanzando sull’acqua grazie ad una sorta di cuscino d’aria e vapore che ne ha favorito lo scorrimento. I turisti su una barca troppo vicina alla Sciara del Fuoco, sono scappati via giusto in tempo per evitare una brutta fine all’interno di quella sorta di nuvola nera costituita non già da fuliggine ma da materiale vulcanico ad altissima temperatura.


Nel mese di maggio 2019 il livello di allerta vulcanica per lo Stromboli era posizionato sul verde (vedi tabella sottostante). Dopo l’evento del 3 luglio 2019 l’allerta è stata innalzato a giallo. Ed ancora dopo l’evento eruttivo del 30 agosto 2019, il livello è passato all’arancione.

Livelli allerta per lo Stromboli

Diversamente da altri vulcani come il Vesuvio o i Campi Flegrei, qui allo Stromboli anche se si dovesse raggiungere il livello di allerta rosso, non è automatica l’evacuazione totale o parziale della popolazione strombolana.

D’altra parte lo si capisce anche dall’attualità, dove con uno stato di preallarme (arancione) in atto, i turisti possono ancora arrivare sull’isola con i traghetti di linea, e il divieto di attracco vale solo per imbarcazioni che superano i 200 passeggeri. I natanti tra l’altro devono mantenersi a 2 miglia dalla Sciara del Fuoco mentre il turismo appiedato non può spingersi sul vulcano oltre quota 290 metri o da Ginostra.

Evacuazione o non evacuazione dell’isola sarà una decisione che sarà presa dall’autorità nazionale di protezione civile, che nel merito sentirà la commissione grandi rischi, il presidente della Regione Sicilia e il sindaco di Lipari. Questo significa che le autorità regionali e comunali avranno sicuramente già predisposto un piano di evacuazione per allontanare all’occorrenza l’intera popolazione di Stromboli, soprattutto se si dovessero temere cedimenti strutturali alla parete vulcanica nord occidentale con risvolti pericolosissimi. 


Questa evacuazione dovrebbe avvenire, semmai se ne presentasse la necessità, attraverso le zone di atterraggio elicotteri o presso i pontili d’imbarco dei traghetti o entrambi i siti. Da un punto di vista tecnico, l’evacuazione massiva con elicotteri non è l'ideale quando ci sono tempi stretti e molte unità da evacuare. L’elicottero inoltre ha un grosso limite di azione dettato dalla cenere vulcanica, tant’è che difficilmente potrebbe operare troppo vicino a una colonna eruttiva o su superfici ammantate di cenere e lapilli. 

L’evacuazione via mare magari necessaria per trasportare gli strombolani sull’isola di Lipari o comunque a Milazzo, non porrebbe particolari difficoltà perché oltre ai traghetti c’è il naviglio veloce ordinariamente presente in quel settore geografico e che può imbarcare centinaia di passeggeri. Come tutte le piccole isole però, non dotate di porti veri e propri ma di attracchi, le condizioni meteomarine possono vanificare per giorni l’efficacia e la prontezza operativa delle navi a prescindere dal tonnellaggio, dettando l'isolamento della comunità isolana soprattutto nella stagione invernale. 

Il problema dell'imprevedibilità dei parossismi del vulcano Stromboli, certamente pongono gli isolani nella condizione di dover valutare una serie di cose che riguardano la sopravvivenza economica ma senza potersi discostare troppo dalle esigenze di tutela fisica dei residenti.
Occorre dire che le case non sembrano possedere quei requisiti di difesa passiva auspicabili in una zona vulcanica attiva, quali potrebbero essere i tetti a volta e porte e finestre ubicate prevalentemente nelle mura perimetrali opposte al vulcano.
In un contesto dove tra i fenomeni occorre annoverare l'aspersione di brandelli di lava incandescente, i tetti dovrebbero essere ignifughi e non di cannucce; magari coperture rotondeggianti e resistenti alla pioggia di pietre e lapilli aiuterebbe. Un discorso a parte meriterebbe la questione incendi d'interfaccia...
Ovviamente la realizzazione di rapidi percorsi che offrano velocemente quota a chi percepisce l'allarme maremoto, sono nelle cose da farsi con urgenza anche sulla vicina Penisola.

Un'attenta analisi del rischio offerto da lucide e oggettive valutazioni scientifiche, potrebbe favorire una serie di riflessioni ed eventualmente una discriminazione circa la condizione di maggior rischio per l'abitato di Ginostra, che dal carteggio ci sembra più esposto alle fenomenologie balistiche o di scorrimento. Occorre poi dire che tale comunità è isolata dagli altri e più estesi nuclei urbanizzati localizzati a est dell'isola: questo operativamente crea problemi aggiuntivi. Tutti aspetti da approfondire...

Le rilevanze scientifiche potrebbero quindi offrire una soluzione a quella che dovrà essere necessariamente la pianificazione e la rivisitazione dell'urbanizzazione dell'isola vulcanica per scongiurare politiche di abbandono o vivecersa di affollamento. D'altra parte l'imprevedibilità dei fenomeni e l'isolamento geografico ordinario, devono spingere le autorità e le popolazioni a trovare delle soluzioni attive e passive capaci di guadagnare tempo nelle situazioni critiche e mitigare l'indice di rischio che oggi sull'isola è abbastanza elevato. 

Tecnicamente per energie in gioco e territori coinvolti l'emergenza Stromboli dovrebbe essere nelle prerogative di diretto coordinamento regionale e non nazionale. Purtuttavia il rischio maremoti potrebbe riguardare ampi territori e più regioni e quindi potrebbe essere giustificato l'intervento del dipartimento della protezione civile che rimarca all'uopo competenze anche in assenza della dichiarazione dello stato di emergenza in forza dell'imprevedibilità e della repentinità del pericolo parossistico che incorpora tra l'altro il rischio maremoto. Valutazioni condivisibili purchè le altre amministrazioni competenti non facciano gli spettatori in tribuna limitandosi a formulare unicamente richieste di ristoro economico.

L'affaire Stromboli è da seguire amministrativamente, tecnicamente e scientificamente con molta attenzione, soprattutto dal punto di vista della prevenzione delle catastrofi, perchè come la cronaca ci rimanda, la repentinità e la imprevedibilità dei parossismi e delle frane, non lasciano grande spazio alla fuga come difesa immediata da un'isola che sarebbe cara a Jules Verne...




mercoledì 14 agosto 2019

Campi Flegrei e Vesuvio: il nocciolo è la previsione corta d'eruzione vulcanica...di MalKo


Napoli - Lungomare Caracciolo con vista Vesuvio

Il piano di evacuazione a fronte di un’emergenza vulcanica scaturibile dall’arcinoto Vesuvio non è ancora pronto. Diciamo che sono stati fatti passi in avanti nella burocrazia del piano, che è andato progredendo nell’assoluto disinteresse generale delle popolazioni vesuviane. Dubbi rimangono sulle strategie di allontanamento e di gestione della popolazione in condizione di stress…

Dobbiamo poi registrare che ci sono ancora alcune municipalità inadempienti alle disposizioni in materia emanate dalla Regione Campania, se non dal Dipartimento della Protezione Civile che rimane il principale responsabile dei piani di emergenza legati ai vulcani campani, perché in caso di allarme sarebbero necessari interventi e movimentazione di livello nazionale.

Pure la struttura europea evocata qualche tempo fa da una forza politica per dare accelerazioni alla stesura dei piani di emergenza e alla organizzazione dei soccorsi in area vesuviana, ebbe a precisare che l’intervento comunitario può essere richiesto dal governo solo successivamente alla futura eruzione, e non prevede a livello europeo una organizzazione operativa di taglio preventivo e né tantomeno all’Europa spetta la redazione dei piani di salvataggio a fronte del pericolo Vesuvio.

In caso di eruzione del Vesuvio o dei Campi Flegrei, semmai dovesse presentarsi l’esigenza di implementare i soccorsi o di disporre di ulteriori risorse non disponibili in quel momento su scala nazionale, l’emergenza potrebbe essere condivisa con l’unione europea, attraverso l’interscambio di notizie con Bruxelles. Il coordinamento delle operazioni di soccorso rimarrebbe in ogni caso in capo allo stato soggetto all’evento catastrofico.

La tutela delle popolazioni esposte al rischio vulcanico, è tutta racchiusa nella prevenzione che avrebbe dovuto comportare l’adozione di tutte quelle misure capaci di limitare il numero di abitanti nella zona rossa, e nel contempo migliorare la viabilità per consentire ai vesuviani di evacuare nel più breve tempo possibile i territori invadibili dai micidiali flussi piroclastici. 

Con queste necessità preventive di fondo, s’intuisce che neanche l’impegno coordinato di tutti gli stati dell’unione europea è in grado di offrire una soluzione al problema demografico e strutturale dell'edificato, e di viabilità primaria e secondaria che richiede politiche forse secolari di riordino del territorio vesuviano e flegreo.

Il problema mai chiaramente sviscerato dall’autorità scientifica che dice e non dice, rimane la previsione corta e cortissima dell’eruzione, in quanto pur nell’ottimismo generale delle istituzioni che assicurano in caso di allarme una organizzazione capace di evacuare in 72 ore tutti gli abitanti della zona rossa Vesuvio, rimane pur sempre la necessità di fondo di riuscire a cogliere di rimando almeno tre giorni prima l’inconfutabile approssimarsi di un’eruzione. 
Quindi, il sistema di salvaguardia è prevalentemente riposto sulla “precoce” previsione dell’evento vulcanico quale unica arma possibile per sottrarre assolutamente in anticipo le popolazioni vesuviane o anche flegree dalle dirompenze vulcaniche inarginabili…

Il progetto Preserve: Rafforzamento dei sistemi di monitoraggio dei vulcani attivi dell'area Napoletana (Vesuvio - Campi Flegrei - Isola d’Ischia) proposto dall’Osservatorio Vesuviano, potrebbe andare in questa direzione. Questo protocollo d’intesa che sarà stilato tra la Regione Campania e L’INGV - Osservatorio Vesuviano, prevede l’impegno economico di €4.069.550,00 finalizzati, si legge, ai sistemi di prevenzione multirischio anche attraverso reti digitali interoperabili di coordinamento operativo precoce…

Elicottero Vigili del Fuoco con personale SAF in esercitazione

Il coordinamento operativo precoce è un concetto che francamente mancava alla vecchia cultura operativa legata alle emergenze. Ipotizziamo che questo termine voglia indicare di muovere e posizionare in anticipo i soccorsi, perché la strumentazione digitale legata alla super tecnologia anche aerospaziale, potrebbe rilanciare valori geofisici o, rimanendo sulla Terra, geochimici, come segnali inconfutabili di catastrofe imminente.

In realtà l’auspicio di tutti e che prima o poi si arrivi a una sorta di previsione dei fenomeni geologici alla stregua di quanto succede con le previsioni meteorologiche. Purtroppo un tale traguardo pur con tutto l’impegno della classe scientifica è ancora lontano, perché, e tanto per rimanere sul meteorologico, alle normali condizioni dell’atmosfera bisogna inserire una infinità di variabili oggi legate pure ai cambiamenti climatici e alle variazioni climatiche la cui origine è ancora incerta anche dal punto di vista delle dimensione del fenomeno e della temporalità degli stessi. Il cielo in ogni caso lo vediamo e lo monitoriamo da sotto e da sopra e dal mezzo con i palloni sonda e i satelliti. Il sottosuolo a pochi centimetri di profondità invece, ci offre un orizzonte cieco e i mezzi di prospezione profonda ci presentano spettri chilometrici generali che non ci offrono precise informazioni statiche e dinamiche utili per azzardare una previsione deterministica di fenomeni altamente energetici come i terremoti e le eruzioni vulcaniche.

Si tenga presente poi, che anche nelle collaudate previsioni meteorologiche, si può avere un elevato indice di affidabilità solo nelle prime 24 ore con una precisione che decade se si superano le 72 ore, anche perché ci sono più elementi meteo da valutare non racchiudibili in un unico parametro. Esiste infatti il dato sulle temperature, sui millimetri di pioggia, l’insolazione, lo zero termico, il vento ecc…

Solfatara di Pozzuoli - strumentazione di monitoraggio

Se ad esempio con le previsioni meteorologiche è possibile formulare una anticipazione su quelle che saranno le zone soggette a freddo intenso magari per attivare i centri di accoglienza per i senzatetto, dire che ci sarà lo zero termico in pianura non sarà poi uno scandalo se in realtà si riscontreranno differenze dell'ordine di un grado Celsius in più o in meno. Per la previsione corta d’eruzione invece, il numero di ore è fondamentale per la buona riuscita del piano di evacuazione. Si tenga presente che per il mondo scientifico prevedere un'eruzione con 24 ore di differenza in più o in meno è un successo pieno. Operativamente potrebbe essere una catastrofe. S'intuisce quindi che non si possono certamente interpolare i tempi d'attesa eruzione che devono essere necessariamente entro certi limiti prudenti. Questo significa che la previsione d’eruzione potrà avere inesorabilmente un margine d’inaffidabilità che lascia aperti tre scenari possibili:
  1. Mancato allarme.  
  2. Falso allarme. 
  3. Successo previsionale in linea con le esigenze del piano di evacuazione.



Ovviamente tutto quello che vale per il Vesuvio vale anche per i Campi Flegrei. Con la differenza che nel flegreo non è possibile conoscere in anticipo neanche dove potrebbe aprirsi la bocca eruttiva che può essere pure più di una. Questo dovrebbe suggerire ai politici che credono in un futuro pianificabile, che forse invece di perorare cabine di regia su Bagnoli coi suoi suoli che allettano i cementificatori, di prodigarsi per instaurare nella caldera del super vulcano piuttosto il divieto permanente a costruire nel senso residenziale. Nessun divieto attualmente impone questa restrizione e non basta la definizione di zona rossa per rendere impossibile costruire palazzi di pregio che a prescindere dalla fattura andrebbero ad incrementare il valore esposto nel bagnolese.

zona rossa Campi Flegrei

La caldera flegrea statisticamente ha una maggiore possibilità di produrre un’eruzione vulcanica di tipo pliniano, perché dall’ultima eruzione del 1538 sono trascorsi 481 anni di pace geologica. Una quiescenza abbastanza lunga rispetto ai 75 anni del Vesuvio che in ogni caso non è oggetto di un concordato ad excludendum. Occorre poi dire che al di là della statistica, molti segnali di irrequietezza litosferica come il bradisismo e altri fenomeni di vulcanesimo secondario, non possono tranquillizzare i residenti ma neanche allarmarli oltre misura, visto che negli anni ’80 i suoli del centro urbano di Pozzuoli sembravano avere raggiunto i limiti estremi di deformazione e si attendeva solo il botto della bolla litosferica. In quella occasione di reale scampato pericolo, furono evacuati cittadini dalla zona rossa alla…zona rossa, evidentemente perché non ci fu una immediata corrispondenza analogica tra bradisismo e pericolo vulcanico: fattore testimoniato dall’assenza di strumentazioni di monitoraggio in loco.

La stampa ci ha informato che molti protocolli d’intesa sui gemellaggi sono stati firmati. Non sappiamo se la procedura è da ritenersi completata per tutti i comuni e per le municipalità napoletane.

Sappiamo però che dal 16 al 20 ottobre 2019, nei Campi Flegrei si terrà una esercitazione di Protezione Civile a fronte di un ipotetico allarme vulcanico. Sarà interessante, anzi molto interessante valutare l’azione dell’Osservatorio Vesuviano e i dati geofisici e geochimici che saranno esercitativamente e fittiziamente rilevati e adottati per dichiarare lo stato di preallarme e poi l’allarme. L'esercitazione per essere completa dovrebbe prevedere anche l'insediamento della commissione grandi rischi e il comitato operativo nazionale presieduto dal presidente del consiglio dei ministri. Chissà se l’INGV azzarderà la determinazione pure dell’ipotetico centro eruttivo nell'ambito zonale dei 15 chilometri diametrali calderici…

L’esercitazione potrà testare presumiamo, una sola ipotesi sulle 3 disponibili e prima indicate: quella di falso allarme. In teoria significa verificare solo un terzo dei problemi e in assenza di stress…




sabato 15 giugno 2019

Rischio Vesuvio: Ercolano peggio di Pompei... di MalKo



Ercolano

La città di Pompei rappresenta un caso interessante dal punto di vista del rischio vulcanico, perché pur essendo la cittadina emblema della furia eruttiva del Vesuvio, in realtà il suo territorio risulta poco coinvolgibile dai flussi piroclastici di quella che gli esperti chiamano l’eruzione massima di riferimento, cioè quella nell’odierno adottata per la stesura dei piani d’emergenza. Trattasi di un evento sub pliniano dall’indice di esplosività vulcanica VEI 4: un evento simile a quello che si manifestò nel 1631. Sugli effetti di questo tipo di eruzione dovrebbero forgiarsi le politiche di sicurezza delle popolazioni vesuviane.…


Per capire l’assunto, dobbiamo partire dal presupposto che il Vesuvio nella sua ultra millenaria storia geologica annovera eruzioni a diversa intensità e frequenza di accadimento, con fenomeni minimi che fungevano da attrattori turistici, fino ad eventi rari ma immani come le eruzioni pliniane, che hanno sconquassato nel 1850 a.C. i territori a nord del Vesuvio, costringendo a precipitosa fuga gli abitanti dei villaggi dell’età del bronzo antico che hanno lasciato nelle prime coltre di cenere le loro orme dei piedi. Nel 79 d.C. invece, un’ulteriore esplosione pliniana colpì duramente i territori a sud del vulcano, investendo le cittadine di Pompei, Ercolano e Oplonti che furono completamente distrutte e sepolte.

Eruzioni tipo e indice di esplosività vulcanica (VEI)

A optare per politiche di sicurezza areali basate sul presupposto già accennato che la prossima eruzione sarà nella peggiore delle ipotesi di bassa - media intensità e non quella massima conosciuta, è stato il Dipartimento della Protezione Civile, organo decisore per il rischio Vesuvio, che ha fatto proprie le congetture prospettate dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). D’altra parte premesso che la scelta dell’eruzione di riferimento porta seco la perimetrazione della zona rossa, la condivisione è stata concertata anche con la Regione Campania e poi con i comuni del vesuviano più o meno interessati alla zonazione di pericolo.

Per meglio spiegare come si è giunti a questa decisione che contiene dal punto di vista delle garanzie dei vulnus macroscopici, occorre mettere in evidenza la statistica che ha presentato l’INGV, e che qui riproponiamo riassuntivamente in tabella.

Indice probabilistico dello stile eruttivo che verrà

La probabilità che si manifesti una certa tipologia eruttiva è presentata su due differenti archi di tempo: nella tabella A l’intervallo comprende come base di riferimento un periodo di quiescenza del Vesuvio di 60 anni, ma senza un limite superiore. Nella Tabella B invece, la base di riferimento prevede sempre un tempo di quiescenza minima di 60 anni, ma con un tetto temporale massimo fissato a 200 anni. I risultati sono che nel caso A la possibilità che si verifichi una pliniana è dell’11%, mentre nell’ipotesi B è dell’1%. 

La scelta proposta dal mondo scientifico è caduta sulla tabella B, anche sulla scorta di alcune disgressioni a proposito della quantità di magma contenuto nella camera magmatica superficiale del Vesuvio: secondo gli esperti non c’è n’é a sufficienza per una pliniana… Secondo altri ricercatori invece, l’eruzione di Pompei del 79 d.C. attinse magma direttamente dalla camera magmatica più profonda. Questo significa che le eruzioni del Vesuvio possono avvenire attraverso l’espulsione di magmi incamerati tanto superficialmente (~3 Km.) quanto nel sottosuolo a 8 – 10 km. di profondità. In altre parole il magma non dovrebbe avere necessariamente un comportamento da subacqueo, con obbligo di fermata sub superficiale atta alla decompressione prima di dirompere all’aria… D’altra parte non essendoci la possibilità di dare un valore tridimensionale alle camere magmatiche, la stima della quantità di magma presente nel sottosuolo vesuviano a prescindere dalla profondità è alquanto aleatoria e quindi congetturalmente i valori non dovrebbero prestarsi a previsioni deterministiche.  

Gli esperti dell’INGV hanno poi affermato che la loro indicazione di un evento VEI4 similmente sub pliniano, come quello di riferimento per la stesura dei piani di emergenza, rappresenta una mediazione di rischio accettabile per le comunità locali…

In realtà non è un rischio accettabile ma un vero azzardo a cui inconsapevolmente potrebbe essere sottoposta quella parte di popolazione vesuviana che si ritiene al sicuro. La grande incognita è tutta racchiusa nel dato statistico elaborato dall’INGV, secondo il quale per i prossimi 125 anni non dovrebbe esserci un’eruzione pliniana. Ergo, solo tra 125 anni sapremo se le congetture istituzionali si riveleranno fondate come ci auguriamo. In assenza di eruzioni però, in ogni caso il giro di boa statistico imporrà di prendere in considerazione anche gli eventi pliniani fin qui obliati.


Un ex direttore dell’Osservatorio Vesuviano (INGV), ripeteva che è inutile pianificare a fronte dell’eruzione massima conosciuta (pliniana), perchè richiederebbe una pianificazione emergenziale ed evacuativa talmente estesa da risultare praticamente inattuabile, mentre è preferibile pianificare su eventi piccoli e medi, cioè quelli più gestibili e anche a maggiore probabilità di accadimento. In pratica è lo stesso modus pensandi dell’ex assessore alla protezione civile della Regione Campania, che amava ripetere che se volessimo prendere come riferimento per i piani di emergenza i massimi eventi conosciuti, nel caso delle alluvioni ci sarebbero grossi problemi per tutti coloro che non si chiamano Noè… Certamente aggiungiamo noi, con le pliniane ci sarebbe qualche problema anche per tutti coloro che non si chiamano Efesto...

Le istituzioni pertinenti hanno quindi sposato questa filosofia operativa sfociata poi di fatto nell’assunzione di un’eruzione di media intensità (VEI4) come evento massimo di riferimento su cui basare i piani di emergenza. L’eruzione massima conosciuta che è quella pliniana (VEI5), alla stregua di quella verificatasi nel 79 d.C. è stata scartata dal calcolo delle probabilità senza alcuna citazione per i media. Un evento quest’ultimo dieci volte superiore a una VEI 4 e maggiore di cento volte un’eruzione VEI3. Ovviamente il fenomeno maggiormente temibile che potrebbe svilupparsi in seno a eruzioni tanto VEI 4 quanto VEI 5 sono i flussi piroclastici.
Indice esplosività vulcanica (VEI) e fenomeni maggiormente pericolosi attesi
I flussi o anche colate piroclastiche, sono costituiti da materiale magmatico di svariate dimensioni, misto a gas e vapore acqueo ad elevata temperatura, che si stacca dalla colonna eruttiva scorrendo lungo i fianchi del vulcano per gravità, inoltrandosi poi nella plaga vesuviana per un certo numero di chilometri dipendente dalla forza cinetica ancora posseduta dall’ammasso surriscaldato e dagli ostacoli che si frapporrebbero durante il travolgente cammino.

In base ai modelli utilizzati, lo spazio che si ipotizza che possano percorrere le colate piroclastiche qualora si verifichi un'eruzione del Vesuvio nei prossimi 125 anni, ha consentito di determinare i limiti della zona (rossa) ad alta pericolosità vulcanica, intesa a questo punto come area invadibile e quindi da evacuare prima dell’evento.

Nel nostro caso, premesso che l’eruzione massima di riferimento per i piani di salvaguardia è di intensità media, cioè con indice di esplosività vulcanica non eccedente VEI4, su input della Commissione Grandi Rischi  si è utilizzato un lavoro scientifico della ricercatrice Lucia Gurioli et altri, che attraverso un lavoro campale ebbe a geo referenziare i limiti di massimo scorrimento delle correnti piroclastiche ascrivibili ad eventi VEI4.  La linea nera riportata nella mappa che vi proponiamo più avanti circoscrive la zona rossa scientifica ad alta pericolosità vulcanica, zona poi ampliata fino ai confini della vecchia zona rossa (R1) attraverso un’azione amministrativa  evincibile nel disegno dal segmento chiuso di colore rosso.
Ebbene, in questo perimetro (R1) vigono misure atte ad inibire la realizzazione di manufatti ad uso residenziale (legge regionale Campania 21/2003) per non insediare altri esseri umani in un settore caratterizzato da un rischio vulcanico di tutto rispetto assoggettabile a fenomeni assolutamente letali. Questa legge risponde alle necessità della prevenzione delle catastrofi, ma le incongruenze della politica sempre a caccia di consensi, hanno ridisegnato nell’attualità una zona rossa che non si offre pienamente a meccanismi di tutela, e pecca di nessuna considerazione per i posteri.


Le discrasie nella zonazione della zona rossa rese operative dalle precedenti amministrazioni dipartimentali e regionali, si notano lungo il confine napoletano con le circoscrizioni di San Giovanni a TeduccioBarra e Ponticelli, e con le cittadine di VollaPoggiomarino e Scafati, dove a ridosso della linea nera Gurioli che impropriamente viene utilizzata come limite di pericolo e non di deposito, è possibile edificare palazzi addirittura con regolare licenza edilizia…

La linea nera Gurioli indica il limite di massimo scorrimento della colate piroclastiche
che possono formarsi in seno ad eruzioni non eccedenti l'indice VEI4. 

Il segmento rosso indica la zona R1. Il segmento verde circoscrive la zona R2.

La zona R2 invece, quella asimmetrica a est (tratteggio verde), è il settore dove a causa della massiva pioggia di cenere e lapilli, l’evacuazione della popolazione in caso di allarme vulcanico è imprescindibile: eppure qui è ancora possibile costruire case con licenza edilizia.
Occorre dire, a proposito della prevenzione della catastrofe vulcanica, che nei Campi Flegrei dove è in vigore lo stato di attenzione vulcanica, la situazione è peggiore dal punto di vista della prevenzione rispetto al Vesuvio, perché non è stata varata alcuna norma che proibisca la costruzione di insediamenti residenziali, come in parte è stato fatto pur con certi limiti nel vesuviano…

E allora giocoforza e rifacendoci alle tabelle predittive dell’INGV, i 125 anni di azzardo vulcanico che caratterizzeranno la partita vitale da qui in avanti tra uomo e natura, possono essere obtorto collo accettabili solo se le popolazioni verranno informate dettagliatamente. Non è vero che non c'è possibilità di difendersi da un evento pliniano che nessun scienziato al mondo può escludere, perché domani ci si può spostare sull’antimeridiano in una posizione diametralmente opposta al Vesuvio. E’ vero invece che a distanza di alcuni decenni non ci sono piani di evacuazione e semmai si ultimeranno e funzioneranno davvero grazie a una previsione utile dell’evento, ci sarà oltre un milione di persone immobili e ignare protette solamente dalla statistica dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.

Nel vesuviano occorrono serie politiche di prevenzione, soprattutto in favore delle generazioni che verranno, i posteri, attraverso la riorganizzazione dei territori che dovranno offrirsi alle politiche degli spazi migliorando le difese passive degli edifici e ampliando in maniera debordante una viabilità che dovrà essere capace di drenare dalla zona rossa e all'occorrenza, tutti gli abitanti esposti alla furia del vulcano a prescindere dalla tipologia eruttiva.

Per ritornare al titolo dell’articolo, con le ipotesi introdotte dall’INGV a proposito dell’eruzione massima attesa (VEI4), Pompei è meno esposta al pericolo derivante dai flussi piroclastici anche grazie all’effetto barriera garantito dall’edificato di Boscoreale. Non si può dire la stessa cosa di PorticiErcolano e Torre del Greco e Trecase e Boscotrecase, dove anche in caso di evento sub pliniano, tutto il territorio pertinente può essere interamente attraversato e distrutto dai flussi piroclastici che si spingeranno in pochi minuti fino al mare. Con la situazione attuale degli alberi pietrificati dagli incendi del 2017, eventuali flussi non avrebbero alcun freno, ma solo ulteriore materiale ligneo da rigettare con violenza a valle.

In altri comuni, come le tre municipalità di Napoli, Volla, Poggiomarino e Scafati, non affannatevi a comprar casa a ridosso della linea nera Gurioli, perché nell’attualità si è troppo vicini ai limiti di deposito dei flussi piroclastici, e per il futuro vi ritrovereste ben all'interno del perimetro a maggior rischio vulcanico per le eruzioni pliniane, che nessuno scienziato può cancellare dal calcolo delle probabilità.

Certamente ci sono ottimi auspici che la futura eruzione del Vesuvio venga colta in anticipo e in tempi utili per la salvaguardia delle popolazioni esposte, ma non c’è certezza matematica circa la previsione dell’evento e neanche sull’entità dello stesso.  Quindi i problemi di tutela sono tuttora irrisolti...

La pianificazione delle emergenze è un elemento che richiede scelte molto precise e coraggiose e forse impopolari: purtroppo esiste il non dichiarato presupposto dei costi benefici mitigato dalle politiche del non allarmare; un modus pensandi, vivendi e operandi, che caratterizza la nostra società del pensiero unico che lascia a casa, in nome dell’economia e del consenso politico,  qualche diritto fondamentale come quello di accedere alla corretta informazione quale prodromo fondamentale di democrazia e di libero arbitrio dei popoli nel rispetto delle regole.




sabato 1 giugno 2019

Vesuvio: Pompei città resiliente? ... di MalKo




Il Vesuvio visto dagli scavi di Pompei


Il comune di Pompei è inserito in una campagna di sensibilizzazione avviata su scala internazionale dall’ufficio delle Nazioni Unite UNISDR, (United Nations International Strategy for Disaster Reduction), il cui fine è appunto la riduzione delle catastrofi nel senso più ampio del termine. La città degli Scavi che ricade nella zona rossa Vesuvio, fa parte di una rete di municipalità che si propongono l’obiettivo di migliorare la loro capacità di mitigare le calamità, magari in chiave preventiva, e anche di rafforzare la resilienza delle città alle post avversità naturali e antropiche derivanti pure dagli aspetti collaterali e attualissimi delle variazioni e i cambiamenti climatici che incidono sulla sopravvivenza degli uomini.

I rappresentanti delle amministrazioni civiche coinvolte nel progetto, si sono incontrate al tavolo del Dipartimento della Protezione Civile, organo della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che rappresenta l’ufficio centrale di riferimento per la diffusione dei concetti protettivi emersi dai lavori programmatici di Hyogo Framework for Action 2005-2015 in Giappone, che continuano col Sendai Framework 2015 -2030. Le finalità di questi progetti riguardano la capacità di resilienza delle città, che dovranno adattarsi e organizzarsi per resistere alle avversità naturali classiche, ma anche alle implicazioni legate al riscaldamento globale, portatore di effetti estremi che si ripercuoterebbero sulla sicurezza dei cittadini.
A rappresentare l’amministrazione comunale pompeiana per i temi della protezione civile è stato il vicecomandante della Polizia Municipale Ferdinando Fontanella, che ha precisato che il comune svolge tutte le attività che gli competono, pur disponendo di soli due addetti e pochi mezzi e niente risorse economiche per l’elaborazione del piano di emergenza comunale. È notizia di questi giorni che la Regione Campania ha assegnato 74.000 euro alle necessità di pianificazione del Comune di Pompei, anche per elaborare un piano di evacuazione a fronte del rischio Vesuvio…
I danni derivanti dall’ambiente naturale dicevamo, certamente sono quelli mediamente più individuabili e comprensibili dalle popolazioni, ma la capacità di sopravvivere deve fare i conti anche con le metamorfosi dettate da altri fattori di rischio su scala planetaria, che oltre a produrre fenomeni estremi come le alluvioni e le siccità, possono comportare effetti collaterali di tutto rispetto, come i rischi legati al cambiamento delle condizioni sociali, economiche, ambientali e dall’uso del suolo.  Si potrebbero avere necessità di affrontare, per esempio, problematiche ad oggetto il mancato approvvigionamento di prodotti primari come l’acqua potabile e addirittura il pane.
Un altro elemento che bisogna tenere in debita considerazione, è il possibile crollo della tecnologia, soprattutto quella che ci offre i servizi in rete: se interrotti infatti, potrebbe scatenarsi il panico più assoluto, perché crollerebbero i servizi finanziari e informativi e organizzativi, oltre naturalmente a una certa solitudine sociale che, per molti individui, è insopportabile. D’altro canto in una globalizzazione a “pensiero unico” incentrata sugli aspetti finanziari e sulle politiche dei costi benefici, i rischi aumentano sensibilmente soprattutto per una certa fascia di popolazione, che in genere è quella povera e quella definita paria della società.
A Hyogo si è discusso sulla necessità di garantire che la riduzione del rischio di catastrofi sia una priorità delle nazioni e una priorità delle amministrazioni locali, forgiando una solida base istituzionale per l'attuazione dei programmi vertenti sul come utilizzare la conoscenza, l'innovazione e l'istruzione per costruire una cultura della sicurezza e della resilienza a tutti i livelli.
Occorre allora formare le comunità su quelle che sono le vulnerabilità dettate dai sistemi energetici naturali e in prospettiva sociali (finanza), che possono tradursi in rischi per le popolazioni. In un’ottica più grande e globale del pericolo del vivere in un mondo di interazioni e di rapide evoluzioni, occorre che i cittadini imparino ad acquisire il potere dell’adattabilità per rispondere alle necessità della sopravvivenza, a fronte delle possibili inclemenze che potrebbe riservarci il futuro. Essendo che ogni processo formativo parte innanzitutto dalla comprensione dei fenomeni da cui difendersi, forse è il caso di iniziare a formarci, magari anche come gioco per i giovani, in modo che la resilienza fisica e psicologica diventi intanto una disciplina da approfondire…
Per una problematica ad alta complessità come quella della resilienza delle comunità, occorre che i governi mondiali e centrali, aiutino i governi periferici, nel nostro caso spiccatamente i comuni, che rappresentano l’amministrazione più vicina ai bisogni di sicurezza dei cittadini. Per questo motivo, sarebbe auspicabile che si aprano finestre di reale dialogo tra le popolazioni e le municipalità anche in rete fra di loro, accomunati da fattori di rischio omogenei, pure per individuare innanzitutto i punti deboli dei territori che possono inficiare potenzialmente la resilienza delle comunità esposte.
Gli obiettivi che si prefiggono le organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite, sono quello di proseguire il percorso già avviato con le iniziative di Hyogo Framework for Action (2005/2015), incentrate sulla gestione delle catastrofi, con altri obiettivi previsti successivamente dai protocolli di Sendai Framework 2015/2030, quest'ultimi maggiormente volti alla gestione del rischio di catastrofe (prevenzione). In tutte e due i casi comunque, occorre dare diretta importanza alla capacità preventiva di mitigare le avversità naturali con tutti gli aspetti evolutivi dei cambiamenti climatici, ma anche quelle derivanti dalla tecnologia e dalla biologia che interesseranno per il futuro, nel breve e medio e lungo termine, tutta l’umanità. Il mondo non è statico e non è un comparto chiuso, e noi occupiamo quella parte superficiale del Pianeta dove tutti gli elementi a differente densità (aria, acqua, suolo), si toccano, si confrontano e si agitano grazie a due grandi motori: il calore solare e quello insito all’interno della massa terrestre…
La capacità di resilienza delle popolazioni che devono districarsi fra questi tre elementi tra l’altro in un contesto di conflittualità umana, deve essere accompagnato da una concreta attenzione delle classi governative ai più svariati livelli decisionali nazionali e internazionali, anche per garantire un’azione coordinata degli aiuti in favore delle comunità più deboli. Politiche che richiedono impegni finanziari notevoli, ma anche capacità di programmazione con approccio multidisciplinare su quello che generalmente viene definito lo sviluppo sostenibile e aggiungeremmo sicuro ed equo.
Il forum europeo sulla riduzione dei rischi da catastrofe naturale e antropica e climatica, ha acceso una particolare attenzione alla cosiddetta resilienza ai disastri delle città. I competenti uffici delle Nazioni Unite, su questi grandi temi hanno elaborato una Score card, cioè una sorta di check - list per aiutare i comuni anche italiani che aderiscono al progetto, a monitorare al meglio i progressi della loro azione mitigatrice dei pericoli e di capacità alla resilienza a fronte delle catastrofi, attraverso la sinergia tra le attività di prevenzione strutturale, di protezione civile e di costruzione di una cultura del rischio.
La card indica in 10 punti le azioni fondamentali a cui ogni comune deve o dovrebbe tendere per raggiungere i risultati anzidetti e così riassumibili:

  1. Organizzarsi per la resilienza ai disastri.
  2. Identificare, comprendere e utilizzare gli scenari di rischio presenti e futuri.
  3. Rafforzare le capacità finanziarie per la resilienza.
  4.  Perseguire uno sviluppo umano resiliente.
  5.  Salvaguardare le interfacce naturali per migliorare le funzioni protettive offerte     dagli ecosistemi naturali.
  6.  Rafforzare la capacità istituzionale alla resilienza.
  7.  Comprendere e rafforzare la capacità della società alla resilienza.
  8.  Aumentare la resilienza delle infrastrutture.
  9.  Garantire una risposta efficace ai disastri.
  10. Accelerare il recupero e garantire una migliore ricostruzione. 
      Di questa score card, possiamo offrire il nostro punto di vista sull’attuale stato dell’arte con una disanima critica dei punti appena proposti, che al momento rimangono traguardi da raggiungere. Speriamo che il comune di Pompei diventi battistrada di un pensiero e di un'azione  volta innanzitutto alla mitigazione delle catatrofi in tutte i loro aspetti, forme e intensità.

  1.            Ovviamente la città di Pompei che fa parte di una più grande zona rossa composta da 25 municipalità, non ha ancora una progettualità di resilienza, così come non ha una pianificazione adeguatamente operativa per fronteggiare il pericolo eruttivo dettato dal Vesuvio.
  2.           Gli scenari di rischio a fronte del rischio Vesuvio sono stati elaborati sulla scorta dell’eruzione media di riferimento e non su quella massima conosciuta. Operazione decisionale proposta dall’INGV su basi statistiche… Questo significa un vulnus permanente anche in caso di successo evacuativo di quella che sarà la futura pianificazione d’emergenza e di evacuazione dell’area vesuviana.
  3.       I circa 74.000 euro che ha ricevuto il comune di Pompei dalla Regione Campania, non sono soldi integrativi per la causa della resilienza della città: una resilienza che ricordiamo comporterebbe di affrontare anche le variazioni e i cambiamenti climatici con tutte le conseguenze. In realtà tale cifra fa parte dei fondi europei di qualche anno fa finalizzati all’elaborazione di un piano di protezione civile comunale omnicomprensivo dei rischi e segnatamente quello vulcanico.
  4.       Lo sviluppo umano resiliente nella città di Pompei può riguardare solo il miglioramento delle vie di fuga e un adeguamento statico degli edifici alle sollecitazioni sismiche e ai depositi piroclastici. Ovviamente nella speranza che le correnti piroclastiche non vadano oltre il limite degli scavi archeologici…
  5.       A Pompei non ci sono particolari interfacce naturali capaci di migliorare la difesa passiva della cittadina mariana alle eruzioni. L’unica interfaccia utile a Pompei, è triste dirlo, è quella rappresentata dall’edificato dei Comuni di Boscotrecase e Boscoreale che s’interpongono fisicamente ad eventuali correnti piroclastiche che si staccherebbero dalla colonna eruttiva scorrendo lungo le pendici del vulcano verso sud sud est.
  6.       Non ci sono istituzioni che comprendono spiccatamente nei loro statuti il perseguimento delle politiche di rafforzamento della resilienza delle città. In Italia la risposta alle avversità è  prevalentemente post catastrofe. All’Aquila col terremoto del 6 aprile 2009, il modello d’intervento operativo è stato di tipo verticale senza concessioni particolari per la popolazione che non deve interferire con l’autorità costituita…
  7.       La società dell’area vesuviana, nella sua complessità e interezza, non ha dimostrato alcuna predisposizione alla resilienza bensì al business cementizio, buttandosi alle spalle qualsiasi avvertimento di pericolo sulla pericolosità dell'area vulcanica.
  8.       Le infrastrutture vesuviane, come tante altre, non hanno grande capacità di resilienza soprattutto perché i terreni vulcanici possono subire deformazioni che inficerebbero la rete dell’acqua, del gas e anche dell’elettricità, posto che i tralicci passano anche nella zona pedemontana del Vesuvio. Le reti fognarie e gli alvei e i canali sarebbero rapidamente invasi dai materiali piroclastici creando alluvionamenti dovuti alle precipitazioni copiose che accompagnano sovente le eruzioni. La viabilità è ai limiti della decenza. La cittadina di Pompei tra l’altro ricade in un quadrante statisticamente soggetto alla ricaduta dei prodotti piroclastici quale fenomeno susseguente qualsiasi tipo d'eruzione.
  9.       La risposta istituzionale ai disastri di bassa entità energetica è sufficientemente assicurata dalle istituzioni competenti (Vigili del Fuoco) in via ordinaria, ma anche dal sistema nazionale della protezione civile in un momento successivo all’emergenza. Per i grandi rischi invece, come può essere un’eruzione vulcanica, il sistema di aiuti è impreparato per una molteplicità di fattori, tra cui la mancata esperienza del mondo scientifico e istituzionale a un cotale evento naturale molto energetico. La possibilità di fronteggiare l’eruzione sul posto  al suo insorgere è inesistente. La difesa dalla catastrofe vulcanica quindi, con tutte le indeterminatezze che porta seco, può essere solo in chiave preventiva, evacuando la plaga vesuviana prima dell’eruzione. Questo vale per Pompei ma anche e soprattutto per i comuni costieri.
  10.       In caso di evento vulcanico non è possibile garantire una rapida ricostruzione e il rispristino della vita sociale in tempi brevi. Bisognerà allora e dopo la catastrofe, valutare col senno del poi il tessuto urbano compromesso, decidendo dove poter riedificare o recuperare o obliare…  Una interlocuzione chiara in tutti i suoi aspetti con le regioni deputate ad ospitare gli sfollati del Vesuvio poi, dovrà essere fatta adesso con il pieno coinvolgimento delle municipalità a rischio. In caso di evento vulcanico, la convivenza che non sarà brevissima, non sarà neanche facile: homo homini lupus
I piani di evacuazione a fronte del rischio Vesuvio, sono ancora incompleti e quindi la plaga vesuviana in caso di pericolo sarà molto probabilmente e nell’attualità alla mercé dell’approssimazione e dei disordini. I piani di evacuazione sono in una condizione permanentemente di aggiornamento: una sorta di saga della rivisitazione programmatica, che dura da ben 24 anni ininterrottamente, segnando così un tempo ben più lungo dei limiti imposti da Penelope per la realizzazione della famosa tela… e i Proci bivaccano ancora...