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sabato 14 marzo 2020

Rischio Vesuvio e Rischio Coronavirus: di MalKo



Il Vesuvio è un apparato vulcanico che ha la capacità di eruttare in forme diverse, come quella effusiva, esplosiva o anche mista secondo intervalli poco quantificabili. Ovviamente nel primo caso la produzione e quindi lo scorrere della lava non genera pericolo per le popolazioni: è lenta nel suo incedere e si ha tutto il tempo necessario per allontanarsi. Nelle eruzioni esplosive pliniane e sub pliniane invece, la pericolosità per le genti esposte è veramente alta a causa della formazione delle colate piroclastiche.
Questo fenomeno particolarmente distruttivo, deriva in genere dal collasso della colonna eruttiva che, rovinando sui fianchi del vulcano da notevole altezza, forma delle valanghe di materiale piroclastico decisamente ardente (circa 500° C.). Questi ammassi vorticosi che scorrono e rotolano dal pendio montuoso a velocità molto elevata, acquistano energia cinetica capace di spazzare via qualsiasi ostacolo incontrino sul proprio cammino per non pochi chilometri.

Le colate piroclastiche distrussero Pompei nel 79 d.C. e la pioggia di cenere e lapilli seppellì la ridente cittadina romana che fu poi riscoperta a tratti e solo nel 1748. In questi luoghi ma anche ad Ercolano, sono stati ritrovati scheletri di uomini e animali in alcuni casi con i crani esplosi letteralmente per effetto dell’evaporazione repentina della massa biologica.

Alcune tecniche consistenti nel colare gesso nei vuoti rinvenuti negli ammassi di cenere e lapilli del pompeiano, hanno restituite forme umane (vedi copertina) nella loro interezza espressiva nel momento della morte. Fisionomie che danno ancora oggi il polso della tragedia vulcanica che si consumò quasi duemila anni fa, suscitando un sentimento di pìetas nei visitatori del parco archeologico di Pompei.

La storia geologica dell’area vulcanica vesuviana parte da molto lontano, mentre quella che caratterizza il complesso del Somma – Vesuvio è ascrivibile a circa 25.000 anni fa. 
Cosa sia avvenuto negli ultimi 20.000 anni ce lo dice questa scaletta pubblicata sul sito dell’Osservatorio Vesuviano. Come si vede l’ultima eruzione pliniana è quella di Pompei nel 79 d.C. mentre la più recente sub pliniana si ebbe nel 1631. Nel 1906 la più vivace eruzione mista del secolo, e nel 1944 l’ultima stromboliana che ha riportato l’apparato vulcanico del Vesuvio in una condizione di quiescenza che dura tutt’oggi.


La prossima eruzione non è possibile datarla, così com’è impossibile stabilire l’intensità eruttiva che la caratterizzerà.  Di fronte ai limiti della previsione dell’evento vulcanico, per evitare una catastrofe occorrerebbe dare ampio spazio alla prevenzione del rischio vulcanico almeno fino a quando la previsione non acquisirà valore deterministico. Occorrerebbero allora interventi strutturali e non strutturali, capaci di mitigare le possibili conseguenze del fenomeno eruttivo che un giorno si manifesterà e che sarà pieno di incognite. 

La logica avrebbe voluto che si fosse adottato come riferimento per i piani d’emergenza un’eruzione pliniana, che è la massima intensità conosciuta, per dare un limite perimetrico garantista alla zona rossa da evacuare 
all’occorrenza e preventivamente. La protezione civile ha preferito assumere un’eruzione intermedia come massimo stile eruttivo futuribile, e quindi la zona rossa risultando più piccola genera qualche apprensione in più, di contro offrendo facilitazioni alla stesura dei piani di evacuazione, più contenuti territorialmente, e che in ogni caso tardano a completarsi.

Nell’attualità il rischio di una catastrofe vulcanica è l’ultimo dei problemi nazionali, perché l’emergenza epidemiologica causata dal coronavirus covid 19 in tutte le regioni italiane, ha catturato totalmente l’attenzione istituzionale e popolare.

La cosa che turba del pericolo epidemiologico, sono le dimensioni impalpabili e invisibili del virus, ma anche gli effetti che determina sul soggetto contaminato che sono molto variabili da individuo a individuo in ragione della carica virale e dalle condizione di salute di base: ergo più a rischio gli anziani. Se contagiati si può essere totalmente asintomatici o anche gravemente ammalati. Il numero dei sintomatici guariti è alto e la mortalità è bassa, ma non tanto da rassicurare chicchessia…quì i numeri.

Il coronavirus in ogni caso è contagioso abbastanza da poter mettere in crisi il sistema di accoglienza ospedaliero nazionale che non ha risorse illimitate nel campo della terapia intensiva, sia in termini di personale specializzato che di posti letto con tecnologie dedicate. Quindi, a fronte di ristrettezze di postazioni, per i numeri in gioco le politiche di contenimento della diffusione del virus diventano una assoluta necessità per mantenere almeno un circolo virtuoso di alternanza, che garantisca un saldo di pareggio tra ammalati bisognosi della terapia intensiva e i guariti o gli stabilizzati che lasciano il posto ad altri.



L’allarme è altissimo perché non ci sono cure e vaccini specifici in un contesto come dicevamo di carenza di apparecchiature per l'aiuto respiratorio.  Addirittura si biascica tra smentite e qualche conferma, che si potrebbe essere costretti se lievitano i numeri dei contagiati gravi, a mettere in discussione il diritto alla salute a favore dei giovani che hanno maggiori chance di guarigione e una maggiore aspettativa di vita rispetto ai vecchi che si avvicinano al declino. Qualche intervistato esprimeva con enfasi questo concetto da Dio, dimenticandosi che c’è sempre qualcuno più giovane di un altro a prescindere… Occorre poi dire che lungo lo stivale la qualità e la quantità dei servizi ospedalieri, ahimè e generalizzando, dipendono un po’ dalla latitudine con tutto quello che ne concerne in termini di quantificazione del rischio che a parità di virus aumenta...

Da un punto di vista tecnico, il rischio da coronavirus è alto perché gli effetti del microscopico ospite potenzialmente non cambiano in ragione della posizione geografica, tant'è che tutto il territorio nazionale è stato classificato come zona rossa onde limitare le attività, gli spostamenti e la vita sociale di gruppo perchè facilitano i contagi.


Il discorso è puramente analitico perché nel nostro mondo globalizzato esistono spostamenti e interazioni anche al di la dei confini nazionali che non possono essere off limits in entrata e uscita per lungo tempo. Quindi determinate azioni per contenere e confinare ai limiti dell’estinzione il dannoso virus, hanno valore solo se l’impegno è su scala continentale e quindi globale. Non è pensabile isolarsi da un sistema planetario aperto, e quindi bisogna tenere alta la guardia fino a quando nel mondo non si spegneranno tutti i focolai epidemici. Si teme molto l’Africa perché è un continente eterogeneo difficile da classificare, dove potrebbe essere molto difficile determinare finanche le zone rosse epidemiche, con una popolazione che per mille motivi tenterà di migrare per sfuggire alla fame, alle guerre e perché no, anche al democratico coronavirus, che in condizione di precariato igienico sanitario troverebbe terreno fertile per diffondersi.

Il rischio vulcanico è puntiforme, lo si conosce e la sua pericolosità è inversamente proporzionale alla distanza che sussiste dalla sorgente eruttiva. Questa caratteristica lo rende meno catastrofico del rischio epidemico. Il coronavirus è un potenziale pericolo che mantiene inalterata la sua capacità di generare sintomi a prescindere dal luogo geografico in cui si esprime. Per capire concetto e differenze, il Vesuvio possiamo rappresentarlo come un unico grande ordigno i cui effetti meccanici sono rapportati alla distanza di esposizione. Il coronavirus invece, è una sorta di campo minato dove tra i primi passi e gli ultimi, nonostante le differenze chilometriche, non c’è differenza in termini di pericolosità potenziale. Ovviamente e per rimanere nel solco di questo esempio, l’isolamento sociale aumenta le maglie libere del campo minato, e quindi diminuisce le possibilità di incappare nella mina virale i cui effetti in alcuni casi sono preoccupanti.

Nei comitati scientifici della commissione grandi rischi non sembra che sia stato previsto un rischio epidemiologico pandemico: c'è da scommettere che qualcosa cambierà per il futuro, e che nelle politiche di resilienza e sopravvivenza si contempleranno oltre alle variazioni e ai cambiamenti climatici, anche rischi rarissimi ma non alienabili…  

Quando sarà passato l’emergenza coronavirus, bisognerà riaprire con molto serietà il capitolo della sanità dimenticata che ha caratterizzato le politiche dell'ultimo decennio, per capire quali settori sono stati privilegiati economicamente in danno dei presupposti dell’articolo 32 della costituzione, che teoricamente prevede il diritto alla salute senza nessuna menzione sull'età dei bisognosi… La democrazia e i diritti non sono scontati in questa società del business, ma se i cittadini e i partiti politici e i movimenti d'opinione perdono la capacità di analisi e la forza di indignarsi, saremo alla mercé degli eventi troppo spesso valutati a monte secondo le regole dei costi benefici che hanno un senso solo in assenza di alternative. 

Le conclusioni sono che il rischio epidemico è superiore al rischio vulcanico innanzitutto perché il primo è sconosciuto mentre il secondo è noto pur se disatteso nelle soluzioni.
Il peggio che ci può capitare oggi? Un accavallamento tra emergenza epidemica e sismica o vulcanica. Soprattutto quella vulcanica che metterebbe in cammino centinaia di migliaia di persone pure su mezzi collettivi, senza neanche una utilissima mascherina che stentano ad ammettere che servirebbe ma non ce ne sono. L'equipe cinese sbarcata a Fiumicino indossava mascherine oronasali e ovviamente non perchè sono tutti contagiati...

ilriformista.it




venerdì 6 marzo 2020

Rischio Vesuvio al tempo del Coronavirus Covid 19... di MalKo



Le tipologie di rischi che comportano l’interessamento diretto del Dipartimento della Protezione Civile, comprendono quelli maggiormente noti come il rischio sismico, vulcanico, da maremoto, idrogeologico, da fenomeni meteorici intensi, da siccità dilagante o anche da incendi boschivi estesi. 

L'azione   del dipartimento della protezione civile può esplicarsi pure nell’ambito del rischio chimico, nucleare, radiologico, tecnologico, industriale, da trasporti ma anche ambientale, igienico-sanitario e ancora da rientro incontrollato di oggetti e detriti spaziali.
Il Dipartimento è preposto pure a interallacciarsi con la comunità europea qualora dovesse rendersi necessaria una risposta operativa comunitaria su larga scala e su richiesta degli stati membri in difficoltà. Come si vede una competenza veramente enorme e diversificata quella dipartimentale, che trovò la sua massima espansività funzionale a cavallo del governo Berlusconi che ampliò le competenze anche all'organizzazione dei grandi eventi.
Ovviamente il Dipartimento operativamente non ha risorse in termini di braccia, ma ha dalla sua la competenza di coordinamento delle istituzioni e dei servizi anche di volontariato che fanno parte del sistema operativo nazionale della protezione civile. Per esercitare al meglio questo compito, il dicastero dipartimentale usufruisce del consulto assicurato dalla commissione grandi rischi, nelle sue diramazioni per disciplina, anche se, le decisioni finali devono passare per il vaglio politico del presidente del consiglio che ha l’ultima parola sulle decisioni da prendere.
Le decisioni assunte in seno al comitato della protezione civile, organo collegiale presieduto dal capo dipartimento della Protezione Civile (art. 3 del dl 245/02 convertito nella legge 286/02), è formato dai rappresentanti delle componenti e delle strutture operative del Servizio Nazionale della Protezione Civile. Le determinazioni del comitato, si traducono poi in indicazioni operative per i servizi d’emergenza ma anche per quelli complementari e logistici.
Un altro elemento di non secondaria importanza che si verifica nelle calamità naturali e situazioni similari, è che alla dichiarazione dello stato di emergenza corrisponde spesso uno stanziamento immediato di risorse spendibili in modo molto più veloce rispetto all'ordinarietà degli appalti, grazie all'abbattimento delle zavorre burocratiche che ovviamente non sono compatibili con i tempi delle emergenze ovvero dello stato di necessità da affrontare.
Questa singolarità di spesa, se ricordiamo bene negli anni scorsi fu all'origine di polemiche nel momento in cui tale procedure venne applicata in alcuni casi a eventi non emergenziali.
Nel 2003 per cogliere gli obiettivi di tutela individuati dalla task force ministeriale per fronteggiare l'epidemia legata alla SARS, si sancì una stretta collaborazione con il Dipartimento emergenze della Protezione Civile, con la nomina di Guido Bertolaso a commissario governativo. Inoltre, l'Istituto Superiore della Sanità (ISS) venne identificato come centro di riferimento per la validazione dei test diagnostici.
Nell'epidemia attuale legata al Coronavirus, ovvero al Covid 19, il Capo Dipartimento della Protezione Civile, Angelo Borrelli, ha assunto su proposta del Ministro della Salute il ruolo di commissario responsabile del coordinamento degli interventi necessari per fronteggiare l'epidemia. Ed ancora l'Istituto Superiore della Sanità come centro di convalida dei test diagnostici e di screening effettuati sul territorio nazionale.
Da notare però, che il Capo Dipartimento presenzia alle conferenze stampa giornaliere insieme a un virologo di riferimento per soddisfare le domande di taglio epidemiologico formulate dai giornalisti. Probabilmente l'assunzione diretta del Ministero della Salute delle operazioni di coordinamento della Sanità attraverso comitati o centri elettivi che avrebbero visto la partecipazione dei rappresentanti delle Regioni e del capo dipartimento Borrelli, sarebbe stato meno impattante mediaticamente sull’opinione pubblica, e maggiormente attagliata alla disciplina sanitaria di emergenza visto che il settore virologico è basato sul micro e non sulle macerie.
Questa riflessione deve condurne a un’altra, cioè quella che deterministicamente non si può escludere che un’emergenza geologica possa sovrapporsi all’emergenza epidemiologica. Rimanendo ai fatti, con queste condizioni d'impegno attuale del Dipartimento della Protezione Civile, ci si chiede se si riuscirebbe a gestire una eventuale situazione generata da un terremoto o da un’eruzione vulcanica dettata dal Vesuvio e dai Campi Flegrei.
Tra l’altro, i comuni del vesuviano ma anche quelli del flegreo, in caso di prodromica emergenza vulcanica, contano sul "contratto" quinquennale stilato con le altre regioni per vedersi garantito il trasporto dei propri cittadini in fuga dalle aree d'incontro a quelle di prima assistenza secondo le regole dei gemellaggi stilati e firmati nei protocolli d'intesa.

Ad esempio, nel caso dei cittadini di Torre del Greco e di Somma Vesuviana o di quelli puteolani di Pozzuoli, la Regione Lombardia in seguito agli accordi siglati, dovrebbe poter garantire il trasporto dalle aree di incontro ubicate fuori zona rossa vulcanica, a quelle di prima accoglienza individuate sul territorio di competenza amministrativa: individuate dove? Nella fattispecie del discorso, parliamo di circa 60.000 cittadini dell'area metropolitana di Napoli.
Ci lascia perplessi nell'attualità un eventuale allontanamento assistito da zona rossa vulcanica a zona rossa epidemica. Eppure le procedure evacuative previste dai piani di evacuazione prevedono proprio questo e occorrerebbe quindi una parola sull'argomento, visto che l'emergenza da coronavirus durerà ancora per un bel po' di tempo. Ovviamente la possibilità statistica che la quiescenza vulcanica s’interrompa proprio in questo periodo o che la terra tremi violentemente è molto bassa ma non assente.
Sarebbe possibile perseguire questa strategia operativa evacuativa in tempi da coronavirus? Se si fossero sapute le destinazioni provinciali lombarde in anticipo e già nei protocolli d'intesa, le valutazioni potevano essere fatte in ragione della definizione delle zone epidemiche rosse e gialle. Abbiamo accennato alla Lombardia, ma lo stesso discorso vale per il Veneto e per l'Emilia Romagna... e forse a seguire per tutte le altre regioni, nessuna esclusa dalle regole del gemellaggio.

Trattandosi di un’emergenza, quella del coronavirus, che si dipana soprattutto nel settore sanitario, il Dipartimento della Protezione Civile deve mantenere strategicamente un alto profilo operativo di riserva semmai dovesse presentarsi la necessità di coordinare interventi classici, diciamo di taglio fisico - energetico, come le alluvioni e i terremoti e le eruzioni, perché sono manifestazioni meno subdole di un virus sconosciuto, ma di forte impatto distruttivo immediato.

Forse nominare commissario per l’emergenza coronavirus un virologo magari dell’Istituto Superiore della Sanità, che operando all’interno di una task force ministeriale e interregionale, avrebbe potuto alleggerire l’organizzazione dipartimentale da una somma d’impegni sarebbe stato l'ideale.

Il Dipartimento della Protezione Civile si muove sulla scorta delle indicazioni provenienti dai vari settori in cui si dirama la commissione grandi rischi di seguito elencati:
- rischio sismico;
- rischio vulcanico;
- rischi meteo-idrologico, idraulico e di frana;
- rischi chimico, nucleare, industriale e trasporti;
- rischio ambientale e degli incendi boschivi.

Come si vede non c’è un settore afferente al rischio epidemiologico, quindi saettare il Dipartimento della Protezione Civile in questa faccenda del coronavirus a nostro avviso è stata una forzatura dei primi momenti, atteso che non ci sono strutture deputate a fronteggiare l’emergenza da virus diverse da quelle sanitarie composte da centri di eccellenza e dall’Istituto Superiore della Sanità. Anche in termini di operatività gli ospedali e le loro organizzazioni fatte di medici e paramedici e ausiliari, sono per analogia i Vigili del Fuoco anti virus. Quindi, un più diretto coinvolgimento del Ministero della Sanità sarebbe stato adeguato anche in termini di commissario delegato all’emergenza, fermo restante il supporto logistico del Dipartimento che in ogni caso sarebbe stato assicurato. Il Dipartimento senz’altro tenta di fare del suo meglio in questa emergenza nazionale, ma francamente ci sembra che risulti un po’ impacciato per difetto di competenza e conoscenza di una disciplina virologica.

Alla luce dell'assenza di politiche di prevenzione del rischio vulcanico e di incompletezza dei piani di evacuazione per il vesuviano e il flegreo, un impegno a questo punto molto serio del Dipartimento sul sanitario, tra l'altro di non breve durata, potrebbe prestare il fianco a un certo vulnus operativo su altri tipi di calamità latenti che costellano ogni angolo della nostra giovane Penisola, a partire da quello sismico e come detto a quello vulcanico tra l'altro in assenza di una efficace pianificazione evacuativa. 



domenica 5 gennaio 2020

Rischio Vesuvio: fino a prova contraria... di MalKo




Occorre dire che per anni tutte le componenti che s’interessano di protezione civile, hanno ripetuto come mantra che i piani di emergenza erano una realtà operativa pronta a garantire la sicurezza dei vesuviani. C’è voluto molto tempo e impegno per spiegare dalle nostre pagine che il piano d’emergenza esistente è ancora orfano del piano di evacuazione. Trattandosi di un piano di emergenza che tratta un solo grande pericolo (l’eruzione), con una sola grande risposta operativa (l’evacuazione), in assenza di strumenti pianificatori atti a garantire un ordinato e rapido allontanamento dal vulcano, non possiamo definirci a tutt'oggi tutelati.

Il 2020 può darsi che sarà l’anno della svolta, anche se bisogna annotare che la prima bozza del piano di emergenza Vesuvio risale al 1995. Quest’anno ricorre quindi il venticinquennale del chiacchierato e monco documento…

Per rendere maggiormente intuitivo il discorso, si tenga conto che il comune di Boscoreale pur essendo una delle municipalità maggiormente esposte al pericolo vulcanico, solo qualche giorno fa, il 27 dicembre 2019, ha  definito e approvato l'individuazione delle aree di attesa, anche se manca il piano complessivo entro cui inserire questa informazione e che in ogni caso non è stato pubblicato…

Il Comune di Scafati invece, mentalmente si ritiene fuori dal problema e, nonostante un lungo periodo di transazione con i commissari prefettizi e un finanziamento mirato e approvato nel 2015, non ha ancora un piano di evacuazione quale parte integrante di un serio piano di emergenza che, alla stregua di Boscoreale, non sembra sia stato pubblicato.

Il limitrofo Comune di Pompei pur non avendo ancora realizzato e pubblicato il piano di emergenza corredato da quello di evacuazione a fronte del rischio Vesuvio, è stato scelto come capofila per le politiche internazionali di resilienza ai cambiamenti climatici avviato dalle Nazioni Unite. Nel merito il rappresentate della protezione civile pompeiana, ebbe a dichiarare proprio presso il Dipartimento della Protezione Civile e in seno ad un ampio consesso di esperti e amministratori, che la cittadina mariana aveva problemi per accedere ai finanziamenti regionali necessari per l’aggiornamento del piano di emergenza comunale. Il 25 maggio 2019 anche il Comune di Pompei ha finalmente ricevuto 74.225 euro per procedere con la pianificazione che probabilmente e nella migliore ipotesi oggi sarà in itinere.

Il Dipartimento è ben visto dalla stampa e dall’opinione pubblica in genere, grazie anche alla simpatia che inducono i volontari. In qualche occasione però, i vertici del dicastero si sono tolti la veste buonista e hanno minacciato denunce per procurato allarme indirizzate a chi manifestava opinioni diverse da quelle governative.  È stato questo il caso del Prof. Mastrolorenzo, che dalle pagine del prestigioso National Geographic, ebbe a pubblicare un articolo che segnalava dal suo punto di vista una sottostima dello scenario eruttivo adottato al Vesuvio. 

Anche gli allarmi al radon del tecnico Giuliani che preannunciò un forte sisma all'Aquila nel 2009, fu motivo di denuncia e successivamente di assoluzione soprattutto perché il terremoto si presentò ahimè e per davvero il 6 aprile del 2009, schernendo la commissione e salvando il tecnico da una condanna. 

Il Dipartimento difese a spada tratta le conclusioni della cosiddetta commissione grandi rischi, riunitasi nel capoluogo abruzzese una settimana prima del rovinoso terremoto; un conclave scientifico che profferì conclusioni o micidiali silenzi che non valsero a scongiurare al vice capo dipartimento una condanna penale a due anni per negligenza e imprudenza. 

In termini di previsione dell’evento vulcanico, l’Osservatorio Vesuviano continua a ripetere che nell’area vesuviana e flegrea ci sono imponenti sistemi di sorveglianza che sono una garanzia predittiva. Appare allora strano che con cotanta tecnica lo stesso Osservatorio non fu in grado di assegnare un epicentro al terremoto di Ischia del 21 agosto 2017. In quel caso non bisognava predire ma classificare geograficamente un evento già avvenuto. Occorsero circa quattro giorni per arrivare a una precisa collocazione del fuoco sismico.... Può succedere certo, ma i piani di evacuazione si basano su un preavviso eruttivo di appena tre giorni.

Anche nelle pagine web del Dipartimento alla voce dossier dettaglio ad oggetto il rischio Vesuvio, si registra un refuso di una certa importanza. Questo:

La nuova zona rossa, a differenza di quella individuata nel Piano del 2001, comprende oltre a un’area esposta all’invasione di flussi piroclastici (zona rossa 1) anche un’area soggetta ad elevato rischio di crollo delle coperture degli edifici per l’accumulo di depositi piroclastici (zona rossa 2). La ridefinizione di quest’area ha previsto anche il coinvolgimento di alcuni Comuni che hanno potuto indicare, d’intesa con la Regione, quale parte del proprio territorio far ricadere nella zona da evacuare preventivamente. 


Senza entrare nei dettagli, in realtà la zona rossa 2 alla stregua della zona rossa 1 è totalmente da evacuare in caso di allarme vulcanico. In questo caso i cittadini di San Gennaro Vesuviano, Palma Campania, Poggiomarino e Scafati, dovranno lasciare immediatamente i propri territori e recarsi rispettivamente nelle regioni Umbria, Friuli Venezia Giulia, Marche e Sicilia secondo le modalità previste dai rispettivi piani di evacuazione. 



Nella zona gialla invece, le attuali indicazioni prevedono che nel corso dell’eruzione possa presentarsi la necessità che alcune porzione del territorio poste sottovento al vulcano e sottoposte alla pioggia di cenere e lapilli, precauzionalmente potrebbero essere  temporaneamente evacuate.Modalità per fronteggiare le problematiche della zona blu non sono ancora all'ordine del giorno regionale. 


Il dovere di produrre ogni utile azione capace di favorire il riordino dei territori e quindi di ridurre la vulnerabilità del tessuto abitativo e produttivo del vesuviano, doveva essere un atto di lungimiranza politica dovuta ai posteri. Il problema grosso però, è che i posteri non votano…

Le logiche di prevenzione, come abbiamo avuto più volte modo di scrivere, avrebbero voluto che i territori vulcanici fossero diversamente e urbanisticamente meglio organizzati e meno abitati, evitando così gli errori del passato, perché un’auspicata e lunga quiescenza potrebbe introdurre il pericolo pliniano (VEI5), e quindi una diversa e più estesa perimetrazione della zona rossa sarebbe risultata fondamentale per frenare la spinta antropica residenziale. 

Lo scenario di riferimento adottato per la determinazione della zona rossa invece è sub pliniano con un indice di esplosività vulcanica VEI4. Secondo le indicazioni riportate a supporto di questa tesi nella pagina web del Dipartimento si legge: 
  1. sulla base degli studi statistici, per il Vesuvio risulterebbe più probabile (di poco superiore al 70%) l’evento di minore energia (VEI=3), tuttavia gli esperti hanno ritenuto che lo scenario di riferimento da assumere dovesse essere un’eruzione esplosiva sub-Pliniana con VEI=4 per le seguenti motivazioni:
  2. ha una probabilità condizionata di accadimento piuttosto elevata (di poco inferiore al 30%);
  3. corrisponde ad una scelta ragionevole di “rischio accettabile” considerato che la probabilità che questo evento venga superato da un’eruzione Pliniana con VEI=5 è di solo l'1%;
  4. dati geofisici non rivelano la presenza di una camera magmatica superficiale con volume sufficiente a generare un’eruzione di tipo Pliniano.
In realtà la commissione incaricata di produrre gli scenari eruttivi di riferimento, ha offerto due tabelle da cui evincere statisticamente la probabilità che possa manifestarsi un'eruzione di una certa intensità, in base a due archi di tempo così come riportato nella legenda sottostante che vi invitiamo a vagliare.


Gli esperti non hanno tirato delle conclusioni univoche per la definizione dello scenario eruttivo, altrimenti non avrebbero riportato due possibilità statistiche, ma hanno rimandato al Dipartimento della Protezione Civile la scelta maggiormente garantista per le popolazioni. Sono state indicati dicevamo, indici probabilistici lasciando all'organo dipartimentale la decisione di scegliere l'arco di tempo da adottare, e quindi gli stili eruttivi da fronteggiare: la tabella B è stata ritenuta più adatta con l'1% di possibilità pliniana a differenza della tabella A col suo ragguardevole 11%. 
Dobbiamo quindi concludere che l'incertezza scientifica si è avvalsa delle decisioni politiche, alla stregua del concetto di rischio accettabile che non può essere una valutazione scientifica ma anch'essa squisitamente politica.

Anche il concetto di camera magmatica superficiale con poco magma che è stato chiamato in causa dal gruppo di lavoro per sostenere la scelta dello scenario sub pliniano è fumoso, perché il magma dell’eruzione pliniana del 79 d.C., l’eruzione di Pompei per intenderci, è saltato fuori dalle profondità e non dalle superficialità del sottosuolo.  

Quando nei primi mesi del 2019 ci è stata offerta la possibilità di interloquire con i vertici della Protezione Civile nazionale e regionale ed ancora con la direttrice dell’Osservatorio Vesuviano, abbiamo rimarcato il concetto che forse circoscrivere anche un'area oltre la zona rossa dove applicare nel tempo le regole della prevenzione, sarebbe stata una iniziativa saggia. La letteratura scientifica infatti, afferma che quanto maggiore sarà la quiescenza del Vesuvio, tanto maggiore sarà l’energia dell’eruzione che verrà, e quindi pianificare azioni volte a mitigare la vulnerabilità dei territori, ci sembra e ci sembrava un atto dovuto a quelli che verranno dopo di noi.

La direttrice dell'Osservatorio in quella sede lasciò intendere che non c’era una correlazione tra i tempi di quiescenza e l'intensità eruttiva. In verità rimanemmo interdetti perchè il rapporto tra tempo di quiescenza e potenza dell'eruzione ci sembrava addirittura un luogo comune particolarmente diffuso nella letteratura scientifica vulcanologica... Evidentemente non è così.

Ebbene recentemente ci è capitato di leggere un’intervista al prof. Luongo che nel merito degli scenari eruttivi  ha detto ancora di più, cioè che questi non cambiano col passar del tempo, ma si modificano solo con l’avvento di nuove scoperte scientifiche. In altre parole le cose rimangono così come sono e fino a prova contraria. Del resto anche la commissione grandi rischi nel verbale del 27 giugno 2012 auspicava che lo scenario di riferimento venisse rimodellato con l'acquisizione di nuove scoperte scientifiche senza citare alcuna criticità dovuta al passare del tempo. Il problema di fondo però, rimane la coerenza tra interviste, relazioni scientifiche, video, eloqui pubblici e pubblicazioni di servizio e stampa, dove si dice tutto e il contrario di tutto. 

In tutti i casi occorre anche che si capisca che i territori vulcanici devono essere sede di pianificazione della prevenzione delle catastrofi. La scienza non può dopo un certo numero di anni continuare a ridisegnare i confini delle zone rosse perchè non si è ritenuto opportuno adottare l'eruzione massima conosciuta come eruzione di riferimento. 
  
Se fosse vero che la protratta quiescenza ci porta verso un’eruzione sempre più energetica, avremmo forse il tempo necessario anche se secolare  per riqualificare i territori vulcanici. Se il tempo non ha nessuna incidenza sull'intensità eruttiva invece, allora bisogna resettare tutte le nostre considerazioni sul pericolo vulcanico, focalizzando gli interventi all’interno della linea nera Gurioli, (vedi figura sottostante), cioè quella linea che definisce i limiti di scorrimento delle colate piroclastiche in seno ad eruzioni non eccedenti l'indice di esplosività vulcanica prescelto che è VEI4.


In realtà ai comuni della vecchia zona rossa, soprattutto quelli costieri, interessa poco la scelta dello scenario eruttivo, perchè i loro problemi non cambiano con la potenza eruttiva sub pliniana o pliniana: in entrambi i casi sarebbero coinvolti. Certamente ci sono altre municipalità che non possono ritenersi al sicuro da una pliniana, come ad esempio le tre municipalità di Napoli, oppure Volla o anche Poggiomarino e Scafati e Striano e Saviano. 
Tra l'altro si è anche in presenza di una situazione paradossale dove, in caso di un evento vulcanico VEI 3, cioè il più basso auspicabile, Poggiomarino e Scafati e Striano sarebbero statisticamente quelli più svantaggiati al di là della linea Gurioli.

Riteniamo che il motivo principale che ha caratterizzato la scelta dipartimentale e regionale, di una eruzione di riferimento medio bassa in luogo di quella massima conosciuta, ha avuto probabilmente come riferimento guida la mediazione tutta politica e non dichiarata basata sulla formula dei costi benefici. In linea di principio il concetto potrebbe avere una sua logica anche se poco condivisibile, ma bisogna dichiararlo e chiarirlo, perché è un atto dovuto ai cittadini soprattutto a quelli che vivono ai limiti della zona rossa e che si ritengono mentalmente al sicuro da un'eruzione a prescindere dalla potenza. 

In conclusione vorremmo chiarire che nel campo delle emergenze va da sé che non si può aprire un dibattito nazionale su cosa è meglio fare perchè sarebbe dispersivo e inconcludente e non si riuscirebbe a mettere un punto fermo ai discorsi e alle congetture. Però, neanche si può ridurre la questione a un così è se vi pare...  

Il concetto che a fronte di un mastodontico piano di evacuazione tarato su alcuni milioni di abitanti per fronteggiare un evento pliniano che qualcuno si è assunto la responsabilità di minimizzarlo al punto da estinguerlo, potrebbe avere anche motivazioni di ordine territoriale e sociale.Occorre in ogni caso tenere aperti i canali dell'informazione corretta e puntuale, in modo da consentire l'autodeterminazione ai cittadini che in tutta autonomia potrebbero decidere di lasciare questi luoghi per sottrarsi ai rischi. Argomentare darebbe trasparenza a un pericolo naturale tra i più energetici e rischiosi al mondo. In tutti i casi la diatriba sullo scenario scientifico intanto non giustifica il lassismo e il pressapochismo delle amministrazioni coinvolte, che allo stato attuale non sono in grado neanche di fronteggiare un incendio della pineta sul Vesuvio... 

Il Dipartimento della Protezione Civile forse dovrebbe evitare di dare l'idea dei men in black, calando da Roma per raggiungere il vesuviano o il flegreo organizzando e dirigendo magari le esercitazioni per poi ritornare alla base senza neanche la necessità di far scattare la penna anti ricordo, perchè il giorno dopo le amministrazioni hanno già dimenticato tutto…

L'Osservatorio Vesuviano destinatario della clausola di riservatezza che è visto con sfavore dall’opinione pubblica informata sull'argomento, è auspicabile che mantenga alto un profilo operativo senza sentire il dovere non contrattuale di puntellare altre strutture dello Stato. Alle Prefetture andrebbe completamente tolta ogni forma di competenza sull'organizzazione e sulla pianificazione dei soccorsi, perchè questa struttura periferica dello Stato vive di affanni già sull'oggi con i problemi diuturnamente fuori dalla porta; quindi, è lontana mille miglia dalle tematiche preventive ancorchè futuribili dell'eruzione che verrà. 

Ovviamente i Campi Flegrei rientrano interamente nelle logiche complessive che abbiamo appena esposto.

















mercoledì 6 novembre 2019

Rischio Vesuvio e Campi Flegrei: si suona il trombone... di MalKo



Vesuvio - visto da San Giovanni a Teduccio


Sono molti anni che cerchiamo di capire quali dinamiche tanto istituzionali quanto politiche ci sono o dovrebbero esserci per mitigare il rischio vulcanico, sia nel vesuviano che nel flegreo, in modo da assicurare ai cittadini l’imprescindibile diritto alla sicurezza, attraverso una incisiva azione di prevenzione e preparazione al governo dell’emergenza, in modo da evitare che un evento assolutamente naturale come quello eruttivo, qualora dovesse presentarsi, possa trasformarsi in catastrofe.

Col tempo abbiamo constatato, generalizzando, che in tutte le istituzioni il settore protezione civile è affidato generalmente e con le dovute eccezioni, a miti esecutori avvezzi al compromesso surrettizio e all’accodamento acritico con le altre strutture preposte alla risoluzione delle emergenze. In ogni caso agli uffici di protezione civile comunale non è consentito di mettere becco nelle faccende di altri settori, e segnatamente nell’ufficio tecnico che rimane un tabù.

La protezione civile è un campo a volte mediatico dove spesso si pubblicizza il prodotto sicurezza che non c’è, alla stregua di quello che facevano per la redenzione delle anime gli eserciti della salvezza suonando la grancassa e il trombone. Ecco allora il proliferare di iniziative basate soprattutto sul pourparler e sullo spiegamento del variopinto quanto emerito volontariato… I volontari non lo sanno, ma a volte sono la cortina fumogena di un sistema che fa acqua da tutte le parti: un sistema che dovrebbe innanzitutto puntare sulla prevenzione delle catastrofi, ma che in realtà mira solo all’interventistica post evento dove le certezze sono assicurate dalle macerie.

Per lavorare di prevenzione infatti, occorrerebbe una multidisciplinarietà di conoscenze e d’intenti e d’interventi che molto spesso manca completamente al panorama comunale, regionale e nazionale, con un gravame che apparentemente a volte sembra cadere solo sulla parte scientifica del Paese. In realtà e per contratto di tutoraggio da parte del Dipartimento, la scienza balbetta risposte vaghe se si parla di previsione delle eruzioni… Sull’argomento l’onnipresente Osservatorio Vesuviano ripete che il Vesuvio e i Campi Flegrei sono monitorati dal più vecchio osservatorio vulcanologico del mondo, in una misura tale che appena ci si muove in quelle zone s’inciampa in qualche strumento. Il che non aggiunge un grammo alla previsione deterministica dell’evento eruttivo… La prevenzione invece, è una disciplina che per sua natura è invisibile e per questo poco amata dai politici, ma che diventa platealmente visibile quando fallisce.

Il corriere del mezzogiorno qualche giorno fa ha rilanciato notizie ad oggetto una relazione riservata sui Campi Flegrei, messa a punto da uno staff scientifico nel 2012. In realtà tale lavoro lo si conosce da anni, e ha nelle conclusioni aspetti che andavano sicuramente riportati in premessa, cioè che la materia vulcanologica è talmente complessa, che qualsiasi analisi può risultare fallace, e quindi i membri estensori del documento non si assumono responsabilità sull’utilizzo delle notizie riportate. Quindi lo staff scientifico offre solo pareri non vincolanti, rimandando all’autorità dipartimentale (DPC) qualsiasi decisione nel merito delle tutele…

La Protezione Civile allora, con queste premesse seguite dall’incapacità di incidere sulle amministrazioni comunali e regionali, è costretta a suonare il trombone delle esercitazioni per rassicurare. Queste manifestazioni, come exe flegreo 2019, sono state giudicate dalla parte proponente ampiamente riuscite perché si sono attivate sale operative nazionali, regionali, comunali e prefettizie e di comando e controllo, con gazebo, punti attesa e d’incontro e una moltitudine di volontari collocati su tutte le strade: è mancato solo il pubblico, che pur invitato ha preferito disertare e attingere come sempre qualche informazione rigorosamente dai social, postando like e preoccupazioni e commenti di ogni specie e acutezza…

Comitato Operativo DPC . Exe Flegreo 2019

Il Dipartimento della Protezione Civile dovrebbe veicolare direttive che abbiano una grande capacità propositiva verso le amministrazioni comunali e regionali, affinchè scelgano convintamente percorsi di prevenzione dei rischi per mitigare le conseguenze di fenomeni naturali molto energetici come le eruzioni vulcaniche. Un compito arduo che il Dipartimento in ogni caso dovrebbe provare a svolgere senza mai perdere la strada della competenza, magari evitando pure di mantenere sul sito web alla voce dossier Vesuvio informazioni inesatte.

Dalla pagina web del Dipartimento infatti, si legge che la nuova zona rossa comprende un’area esposta all’invasione di colate piroclastiche definita zona rossa 1. Vero. E poi un’area soggetta ad elevato rischio di crollo delle coperture per accumulo di prodotti piroclastici (zona rossa 2). Vero. La ridefinizione di quest’area, recita ancora il dossier dipartimentale, ha previsto anche il coinvolgimento di alcuni Comuni che hanno potuto indicare, d’intesa con la Regione Campania, quale parte del proprio territorio far ricadere nella zona da evacuare preventivamente. Inesatto. A titolo informativo questi comuni sono: San Gennaro Vesuviano, Palma Campania, Poggiomarino e Scafati.

Vesuvio  eruzione 1944 - (Terzigno - Poggiomarino). Il campo d'aviazione americano
 bombardato da cenere e lapilli  che resero in brevissimo tempo inutilizzabile pista e aerei.

Ebbene la notizia è imprecisa, perché i comuni appena indicati furono effettivamente chiamati in causa dall’ex assessore regionale Ing. Edoardo Cosenza, ma solo per verificare se c’era la volontà comunale di classificare parte dei loro territori come zona rossa 1, in modo che venissero adottati limiti preventivi all’edilizia residenziale.

La zona rossa 2 costituita dai Comuni citati in precedenza, in caso di allarme vulcanico deve essere evacuata totalmente a prescindere dall’ubicazione puntiforme nell’ambito comunale e dalle caratteristiche tipologiche dell’edificio in cui si risiede. In realtà gli strateghi del piano Vesuvio volevano inizialmente optare per una evacuazione della zona rossa 2 a settori da definire con eruzione in corso, in ragione dell’intensità della pioggia di cenere e lapilli da cui bisognava difendersi, e fortemente dipendente dalla direzione dei venti dominanti non individuabile in anticipo. Ipotesi che non ebbe un seguito pianificatorio.

Di questo argomento avemmo a discutere anche dalle nostre pagine segnalando che durante l’eruzione del 1944, obiettivamente modesta, dal campo d’aviazione degli americani ubicato tra il territorio di Terzigno e Poggiomarino, i bombardieri non ebbero il tempo di sollevarsi in volo, e furono letteralmente bombardati da una pioggia di cenere e lapilli che in pochissimo tempo rese la pista e gli aerei inutilizzabili.

Vesuvio eruzione  1944 - (Terzigno - Poggiomarino). Il campo d'aviazione americano bombardato da
cenere e lapilli  che resero in brevissimo tempo inutilizzabile pista e aerei
Quindi il nostro pensiero era quello di non ritenere operativamente percorribile la strada del mantenere la popolazione della zona 2 sul posto in attesa di disposizioni evacuative con la pioggia di piroclastiti in atto, quale fenomeno subitaneo all’eruzione. Un’attesa che poteva rendere la respirazione estremamente difficoltosa, soprattutto a vecchi e bambini, con grosse problematiche agli occhi e alla gola le cui mucose sono facilmente irritabili dai minuscoli prodotti acidi e vetrosi dispersi nell’aria. Questo fenomeno della cenere poi, porta seco il possibile blocco dei motori, e poi difficoltà d’orientamento dovuto alla omogenea coltre di cenere che si deposita in ogni loco e  alla sopraggiunta oscurità vulcanica.

I motivi del perché il Dipartimento della Protezione Civile, pur invitato a farlo, non abbia corretto questa nota sulla zona rossa 2 Vesuvio non è dato saperlo. Presumiamo che comprendere le politiche alla base delle classificazioni delle zone a rischio vulcanico con tutte le possibilità e i limiti e le intenzioni palesi e nascoste che le contraddistinguono, richiede un grosso sforzo documentale. Quindi, certi argomenti non sono chiari neanche a coloro che lavorano alla pianificazione delle emergenze, e che avrebbero fatto bene a mettere insieme una sorta di testo coordinato sulle caratteristiche zonali vulcaniche, fatte da differenze scientifiche e incongruenze amministrative che caratterizzano tanto il vesuviano quanto il flegreo.

La pioggia di cenere e lapilli in seno ad un’eruzione esplosiva soprattutto d’intensità notevole non è uno scherzo; infatti, ancora non si sa quale debba essere la cosiddetta zona rossa 2 flegrea che, alla stregua della 1, è parimenti necessario evacuare preventivamente per garantire la sicurezza delle popolazioni. Il video che segue rappresenta la modestissima pioggia di cenere e lapilli manifestatasi a Stromboli susseguentemente all'eruzione parossistica del 3 luglio 2019.


Purtroppo temiamo che il centro storico di Napoli contenente la macro cefalica direzione metropolitana, dovrà rientrare nelle logiche evacuative preventive riservate alle zone rosse 2, con tutto ciò che ne consegue in termini di emergenza ed evacuazione. Tra l’altro un tale contesto ambientale non dovrebbe comprendere strategicamente parlando, un trasferimento massivo di migliaia di puteolani da Pozzuoli a Napoli Piazza Garibaldi, cioè da zona rossa a zona rossa, in quella che è una importante stazione ferroviaria ubicata tra i quartieri Pendino, Mercato, San Lorenzo e Vicaria, perchè zone  probabilmente soccombenti in caso di eruzione, al rischio ceneri e per questo zone rosse da evacuare.