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domenica 5 gennaio 2020

Rischio Vesuvio: fino a prova contraria... di MalKo




Occorre dire che per anni tutte le componenti che s’interessano di protezione civile, hanno ripetuto come mantra che i piani di emergenza erano una realtà operativa pronta a garantire la sicurezza dei vesuviani. C’è voluto molto tempo e impegno per spiegare dalle nostre pagine che il piano d’emergenza esistente è ancora orfano del piano di evacuazione. Trattandosi di un piano di emergenza che tratta un solo grande pericolo (l’eruzione), con una sola grande risposta operativa (l’evacuazione), in assenza di strumenti pianificatori atti a garantire un ordinato e rapido allontanamento dal vulcano, non possiamo definirci a tutt'oggi tutelati.

Il 2020 può darsi che sarà l’anno della svolta, anche se bisogna annotare che la prima bozza del piano di emergenza Vesuvio risale al 1995. Quest’anno ricorre quindi il venticinquennale del chiacchierato e monco documento…

Per rendere maggiormente intuitivo il discorso, si tenga conto che il comune di Boscoreale pur essendo una delle municipalità maggiormente esposte al pericolo vulcanico, solo qualche giorno fa, il 27 dicembre 2019, ha  definito e approvato l'individuazione delle aree di attesa, anche se manca il piano complessivo entro cui inserire questa informazione e che in ogni caso non è stato pubblicato…

Il Comune di Scafati invece, mentalmente si ritiene fuori dal problema e, nonostante un lungo periodo di transazione con i commissari prefettizi e un finanziamento mirato e approvato nel 2015, non ha ancora un piano di evacuazione quale parte integrante di un serio piano di emergenza che, alla stregua di Boscoreale, non sembra sia stato pubblicato.

Il limitrofo Comune di Pompei pur non avendo ancora realizzato e pubblicato il piano di emergenza corredato da quello di evacuazione a fronte del rischio Vesuvio, è stato scelto come capofila per le politiche internazionali di resilienza ai cambiamenti climatici avviato dalle Nazioni Unite. Nel merito il rappresentate della protezione civile pompeiana, ebbe a dichiarare proprio presso il Dipartimento della Protezione Civile e in seno ad un ampio consesso di esperti e amministratori, che la cittadina mariana aveva problemi per accedere ai finanziamenti regionali necessari per l’aggiornamento del piano di emergenza comunale. Il 25 maggio 2019 anche il Comune di Pompei ha finalmente ricevuto 74.225 euro per procedere con la pianificazione che probabilmente e nella migliore ipotesi oggi sarà in itinere.

Il Dipartimento è ben visto dalla stampa e dall’opinione pubblica in genere, grazie anche alla simpatia che inducono i volontari. In qualche occasione però, i vertici del dicastero si sono tolti la veste buonista e hanno minacciato denunce per procurato allarme indirizzate a chi manifestava opinioni diverse da quelle governative.  È stato questo il caso del Prof. Mastrolorenzo, che dalle pagine del prestigioso National Geographic, ebbe a pubblicare un articolo che segnalava dal suo punto di vista una sottostima dello scenario eruttivo adottato al Vesuvio. 

Anche gli allarmi al radon del tecnico Giuliani che preannunciò un forte sisma all'Aquila nel 2009, fu motivo di denuncia e successivamente di assoluzione soprattutto perché il terremoto si presentò ahimè e per davvero il 6 aprile del 2009, schernendo la commissione e salvando il tecnico da una condanna. 

Il Dipartimento difese a spada tratta le conclusioni della cosiddetta commissione grandi rischi, riunitasi nel capoluogo abruzzese una settimana prima del rovinoso terremoto; un conclave scientifico che profferì conclusioni o micidiali silenzi che non valsero a scongiurare al vice capo dipartimento una condanna penale a due anni per negligenza e imprudenza. 

In termini di previsione dell’evento vulcanico, l’Osservatorio Vesuviano continua a ripetere che nell’area vesuviana e flegrea ci sono imponenti sistemi di sorveglianza che sono una garanzia predittiva. Appare allora strano che con cotanta tecnica lo stesso Osservatorio non fu in grado di assegnare un epicentro al terremoto di Ischia del 21 agosto 2017. In quel caso non bisognava predire ma classificare geograficamente un evento già avvenuto. Occorsero circa quattro giorni per arrivare a una precisa collocazione del fuoco sismico.... Può succedere certo, ma i piani di evacuazione si basano su un preavviso eruttivo di appena tre giorni.

Anche nelle pagine web del Dipartimento alla voce dossier dettaglio ad oggetto il rischio Vesuvio, si registra un refuso di una certa importanza. Questo:

La nuova zona rossa, a differenza di quella individuata nel Piano del 2001, comprende oltre a un’area esposta all’invasione di flussi piroclastici (zona rossa 1) anche un’area soggetta ad elevato rischio di crollo delle coperture degli edifici per l’accumulo di depositi piroclastici (zona rossa 2). La ridefinizione di quest’area ha previsto anche il coinvolgimento di alcuni Comuni che hanno potuto indicare, d’intesa con la Regione, quale parte del proprio territorio far ricadere nella zona da evacuare preventivamente. 


Senza entrare nei dettagli, in realtà la zona rossa 2 alla stregua della zona rossa 1 è totalmente da evacuare in caso di allarme vulcanico. In questo caso i cittadini di San Gennaro Vesuviano, Palma Campania, Poggiomarino e Scafati, dovranno lasciare immediatamente i propri territori e recarsi rispettivamente nelle regioni Umbria, Friuli Venezia Giulia, Marche e Sicilia secondo le modalità previste dai rispettivi piani di evacuazione. 



Nella zona gialla invece, le attuali indicazioni prevedono che nel corso dell’eruzione possa presentarsi la necessità che alcune porzione del territorio poste sottovento al vulcano e sottoposte alla pioggia di cenere e lapilli, precauzionalmente potrebbero essere  temporaneamente evacuate.Modalità per fronteggiare le problematiche della zona blu non sono ancora all'ordine del giorno regionale. 


Il dovere di produrre ogni utile azione capace di favorire il riordino dei territori e quindi di ridurre la vulnerabilità del tessuto abitativo e produttivo del vesuviano, doveva essere un atto di lungimiranza politica dovuta ai posteri. Il problema grosso però, è che i posteri non votano…

Le logiche di prevenzione, come abbiamo avuto più volte modo di scrivere, avrebbero voluto che i territori vulcanici fossero diversamente e urbanisticamente meglio organizzati e meno abitati, evitando così gli errori del passato, perché un’auspicata e lunga quiescenza potrebbe introdurre il pericolo pliniano (VEI5), e quindi una diversa e più estesa perimetrazione della zona rossa sarebbe risultata fondamentale per frenare la spinta antropica residenziale. 

Lo scenario di riferimento adottato per la determinazione della zona rossa invece è sub pliniano con un indice di esplosività vulcanica VEI4. Secondo le indicazioni riportate a supporto di questa tesi nella pagina web del Dipartimento si legge: 
  1. sulla base degli studi statistici, per il Vesuvio risulterebbe più probabile (di poco superiore al 70%) l’evento di minore energia (VEI=3), tuttavia gli esperti hanno ritenuto che lo scenario di riferimento da assumere dovesse essere un’eruzione esplosiva sub-Pliniana con VEI=4 per le seguenti motivazioni:
  2. ha una probabilità condizionata di accadimento piuttosto elevata (di poco inferiore al 30%);
  3. corrisponde ad una scelta ragionevole di “rischio accettabile” considerato che la probabilità che questo evento venga superato da un’eruzione Pliniana con VEI=5 è di solo l'1%;
  4. dati geofisici non rivelano la presenza di una camera magmatica superficiale con volume sufficiente a generare un’eruzione di tipo Pliniano.
In realtà la commissione incaricata di produrre gli scenari eruttivi di riferimento, ha offerto due tabelle da cui evincere statisticamente la probabilità che possa manifestarsi un'eruzione di una certa intensità, in base a due archi di tempo così come riportato nella legenda sottostante che vi invitiamo a vagliare.


Gli esperti non hanno tirato delle conclusioni univoche per la definizione dello scenario eruttivo, altrimenti non avrebbero riportato due possibilità statistiche, ma hanno rimandato al Dipartimento della Protezione Civile la scelta maggiormente garantista per le popolazioni. Sono state indicati dicevamo, indici probabilistici lasciando all'organo dipartimentale la decisione di scegliere l'arco di tempo da adottare, e quindi gli stili eruttivi da fronteggiare: la tabella B è stata ritenuta più adatta con l'1% di possibilità pliniana a differenza della tabella A col suo ragguardevole 11%. 
Dobbiamo quindi concludere che l'incertezza scientifica si è avvalsa delle decisioni politiche, alla stregua del concetto di rischio accettabile che non può essere una valutazione scientifica ma anch'essa squisitamente politica.

Anche il concetto di camera magmatica superficiale con poco magma che è stato chiamato in causa dal gruppo di lavoro per sostenere la scelta dello scenario sub pliniano è fumoso, perché il magma dell’eruzione pliniana del 79 d.C., l’eruzione di Pompei per intenderci, è saltato fuori dalle profondità e non dalle superficialità del sottosuolo.  

Quando nei primi mesi del 2019 ci è stata offerta la possibilità di interloquire con i vertici della Protezione Civile nazionale e regionale ed ancora con la direttrice dell’Osservatorio Vesuviano, abbiamo rimarcato il concetto che forse circoscrivere anche un'area oltre la zona rossa dove applicare nel tempo le regole della prevenzione, sarebbe stata una iniziativa saggia. La letteratura scientifica infatti, afferma che quanto maggiore sarà la quiescenza del Vesuvio, tanto maggiore sarà l’energia dell’eruzione che verrà, e quindi pianificare azioni volte a mitigare la vulnerabilità dei territori, ci sembra e ci sembrava un atto dovuto a quelli che verranno dopo di noi.

La direttrice dell'Osservatorio in quella sede lasciò intendere che non c’era una correlazione tra i tempi di quiescenza e l'intensità eruttiva. In verità rimanemmo interdetti perchè il rapporto tra tempo di quiescenza e potenza dell'eruzione ci sembrava addirittura un luogo comune particolarmente diffuso nella letteratura scientifica vulcanologica... Evidentemente non è così.

Ebbene recentemente ci è capitato di leggere un’intervista al prof. Luongo che nel merito degli scenari eruttivi  ha detto ancora di più, cioè che questi non cambiano col passar del tempo, ma si modificano solo con l’avvento di nuove scoperte scientifiche. In altre parole le cose rimangono così come sono e fino a prova contraria. Del resto anche la commissione grandi rischi nel verbale del 27 giugno 2012 auspicava che lo scenario di riferimento venisse rimodellato con l'acquisizione di nuove scoperte scientifiche senza citare alcuna criticità dovuta al passare del tempo. Il problema di fondo però, rimane la coerenza tra interviste, relazioni scientifiche, video, eloqui pubblici e pubblicazioni di servizio e stampa, dove si dice tutto e il contrario di tutto. 

In tutti i casi occorre anche che si capisca che i territori vulcanici devono essere sede di pianificazione della prevenzione delle catastrofi. La scienza non può dopo un certo numero di anni continuare a ridisegnare i confini delle zone rosse perchè non si è ritenuto opportuno adottare l'eruzione massima conosciuta come eruzione di riferimento. 
  
Se fosse vero che la protratta quiescenza ci porta verso un’eruzione sempre più energetica, avremmo forse il tempo necessario anche se secolare  per riqualificare i territori vulcanici. Se il tempo non ha nessuna incidenza sull'intensità eruttiva invece, allora bisogna resettare tutte le nostre considerazioni sul pericolo vulcanico, focalizzando gli interventi all’interno della linea nera Gurioli, (vedi figura sottostante), cioè quella linea che definisce i limiti di scorrimento delle colate piroclastiche in seno ad eruzioni non eccedenti l'indice di esplosività vulcanica prescelto che è VEI4.


In realtà ai comuni della vecchia zona rossa, soprattutto quelli costieri, interessa poco la scelta dello scenario eruttivo, perchè i loro problemi non cambiano con la potenza eruttiva sub pliniana o pliniana: in entrambi i casi sarebbero coinvolti. Certamente ci sono altre municipalità che non possono ritenersi al sicuro da una pliniana, come ad esempio le tre municipalità di Napoli, oppure Volla o anche Poggiomarino e Scafati e Striano e Saviano. 
Tra l'altro si è anche in presenza di una situazione paradossale dove, in caso di un evento vulcanico VEI 3, cioè il più basso auspicabile, Poggiomarino e Scafati e Striano sarebbero statisticamente quelli più svantaggiati al di là della linea Gurioli.

Riteniamo che il motivo principale che ha caratterizzato la scelta dipartimentale e regionale, di una eruzione di riferimento medio bassa in luogo di quella massima conosciuta, ha avuto probabilmente come riferimento guida la mediazione tutta politica e non dichiarata basata sulla formula dei costi benefici. In linea di principio il concetto potrebbe avere una sua logica anche se poco condivisibile, ma bisogna dichiararlo e chiarirlo, perché è un atto dovuto ai cittadini soprattutto a quelli che vivono ai limiti della zona rossa e che si ritengono mentalmente al sicuro da un'eruzione a prescindere dalla potenza. 

In conclusione vorremmo chiarire che nel campo delle emergenze va da sé che non si può aprire un dibattito nazionale su cosa è meglio fare perchè sarebbe dispersivo e inconcludente e non si riuscirebbe a mettere un punto fermo ai discorsi e alle congetture. Però, neanche si può ridurre la questione a un così è se vi pare...  

Il concetto che a fronte di un mastodontico piano di evacuazione tarato su alcuni milioni di abitanti per fronteggiare un evento pliniano che qualcuno si è assunto la responsabilità di minimizzarlo al punto da estinguerlo, potrebbe avere anche motivazioni di ordine territoriale e sociale.Occorre in ogni caso tenere aperti i canali dell'informazione corretta e puntuale, in modo da consentire l'autodeterminazione ai cittadini che in tutta autonomia potrebbero decidere di lasciare questi luoghi per sottrarsi ai rischi. Argomentare darebbe trasparenza a un pericolo naturale tra i più energetici e rischiosi al mondo. In tutti i casi la diatriba sullo scenario scientifico intanto non giustifica il lassismo e il pressapochismo delle amministrazioni coinvolte, che allo stato attuale non sono in grado neanche di fronteggiare un incendio della pineta sul Vesuvio... 

Il Dipartimento della Protezione Civile forse dovrebbe evitare di dare l'idea dei men in black, calando da Roma per raggiungere il vesuviano o il flegreo organizzando e dirigendo magari le esercitazioni per poi ritornare alla base senza neanche la necessità di far scattare la penna anti ricordo, perchè il giorno dopo le amministrazioni hanno già dimenticato tutto…

L'Osservatorio Vesuviano destinatario della clausola di riservatezza che è visto con sfavore dall’opinione pubblica informata sull'argomento, è auspicabile che mantenga alto un profilo operativo senza sentire il dovere non contrattuale di puntellare altre strutture dello Stato. Alle Prefetture andrebbe completamente tolta ogni forma di competenza sull'organizzazione e sulla pianificazione dei soccorsi, perchè questa struttura periferica dello Stato vive di affanni già sull'oggi con i problemi diuturnamente fuori dalla porta; quindi, è lontana mille miglia dalle tematiche preventive ancorchè futuribili dell'eruzione che verrà. 

Ovviamente i Campi Flegrei rientrano interamente nelle logiche complessive che abbiamo appena esposto.

















mercoledì 6 novembre 2019

Rischio Vesuvio e Campi Flegrei: si suona il trombone... di MalKo



Vesuvio - visto da San Giovanni a Teduccio


Sono molti anni che cerchiamo di capire quali dinamiche tanto istituzionali quanto politiche ci sono o dovrebbero esserci per mitigare il rischio vulcanico, sia nel vesuviano che nel flegreo, in modo da assicurare ai cittadini l’imprescindibile diritto alla sicurezza, attraverso una incisiva azione di prevenzione e preparazione al governo dell’emergenza, in modo da evitare che un evento assolutamente naturale come quello eruttivo, qualora dovesse presentarsi, possa trasformarsi in catastrofe.

Col tempo abbiamo constatato, generalizzando, che in tutte le istituzioni il settore protezione civile è affidato generalmente e con le dovute eccezioni, a miti esecutori avvezzi al compromesso surrettizio e all’accodamento acritico con le altre strutture preposte alla risoluzione delle emergenze. In ogni caso agli uffici di protezione civile comunale non è consentito di mettere becco nelle faccende di altri settori, e segnatamente nell’ufficio tecnico che rimane un tabù.

La protezione civile è un campo a volte mediatico dove spesso si pubblicizza il prodotto sicurezza che non c’è, alla stregua di quello che facevano per la redenzione delle anime gli eserciti della salvezza suonando la grancassa e il trombone. Ecco allora il proliferare di iniziative basate soprattutto sul pourparler e sullo spiegamento del variopinto quanto emerito volontariato… I volontari non lo sanno, ma a volte sono la cortina fumogena di un sistema che fa acqua da tutte le parti: un sistema che dovrebbe innanzitutto puntare sulla prevenzione delle catastrofi, ma che in realtà mira solo all’interventistica post evento dove le certezze sono assicurate dalle macerie.

Per lavorare di prevenzione infatti, occorrerebbe una multidisciplinarietà di conoscenze e d’intenti e d’interventi che molto spesso manca completamente al panorama comunale, regionale e nazionale, con un gravame che apparentemente a volte sembra cadere solo sulla parte scientifica del Paese. In realtà e per contratto di tutoraggio da parte del Dipartimento, la scienza balbetta risposte vaghe se si parla di previsione delle eruzioni… Sull’argomento l’onnipresente Osservatorio Vesuviano ripete che il Vesuvio e i Campi Flegrei sono monitorati dal più vecchio osservatorio vulcanologico del mondo, in una misura tale che appena ci si muove in quelle zone s’inciampa in qualche strumento. Il che non aggiunge un grammo alla previsione deterministica dell’evento eruttivo… La prevenzione invece, è una disciplina che per sua natura è invisibile e per questo poco amata dai politici, ma che diventa platealmente visibile quando fallisce.

Il corriere del mezzogiorno qualche giorno fa ha rilanciato notizie ad oggetto una relazione riservata sui Campi Flegrei, messa a punto da uno staff scientifico nel 2012. In realtà tale lavoro lo si conosce da anni, e ha nelle conclusioni aspetti che andavano sicuramente riportati in premessa, cioè che la materia vulcanologica è talmente complessa, che qualsiasi analisi può risultare fallace, e quindi i membri estensori del documento non si assumono responsabilità sull’utilizzo delle notizie riportate. Quindi lo staff scientifico offre solo pareri non vincolanti, rimandando all’autorità dipartimentale (DPC) qualsiasi decisione nel merito delle tutele…

La Protezione Civile allora, con queste premesse seguite dall’incapacità di incidere sulle amministrazioni comunali e regionali, è costretta a suonare il trombone delle esercitazioni per rassicurare. Queste manifestazioni, come exe flegreo 2019, sono state giudicate dalla parte proponente ampiamente riuscite perché si sono attivate sale operative nazionali, regionali, comunali e prefettizie e di comando e controllo, con gazebo, punti attesa e d’incontro e una moltitudine di volontari collocati su tutte le strade: è mancato solo il pubblico, che pur invitato ha preferito disertare e attingere come sempre qualche informazione rigorosamente dai social, postando like e preoccupazioni e commenti di ogni specie e acutezza…

Comitato Operativo DPC . Exe Flegreo 2019

Il Dipartimento della Protezione Civile dovrebbe veicolare direttive che abbiano una grande capacità propositiva verso le amministrazioni comunali e regionali, affinchè scelgano convintamente percorsi di prevenzione dei rischi per mitigare le conseguenze di fenomeni naturali molto energetici come le eruzioni vulcaniche. Un compito arduo che il Dipartimento in ogni caso dovrebbe provare a svolgere senza mai perdere la strada della competenza, magari evitando pure di mantenere sul sito web alla voce dossier Vesuvio informazioni inesatte.

Dalla pagina web del Dipartimento infatti, si legge che la nuova zona rossa comprende un’area esposta all’invasione di colate piroclastiche definita zona rossa 1. Vero. E poi un’area soggetta ad elevato rischio di crollo delle coperture per accumulo di prodotti piroclastici (zona rossa 2). Vero. La ridefinizione di quest’area, recita ancora il dossier dipartimentale, ha previsto anche il coinvolgimento di alcuni Comuni che hanno potuto indicare, d’intesa con la Regione Campania, quale parte del proprio territorio far ricadere nella zona da evacuare preventivamente. Inesatto. A titolo informativo questi comuni sono: San Gennaro Vesuviano, Palma Campania, Poggiomarino e Scafati.

Vesuvio  eruzione 1944 - (Terzigno - Poggiomarino). Il campo d'aviazione americano
 bombardato da cenere e lapilli  che resero in brevissimo tempo inutilizzabile pista e aerei.

Ebbene la notizia è imprecisa, perché i comuni appena indicati furono effettivamente chiamati in causa dall’ex assessore regionale Ing. Edoardo Cosenza, ma solo per verificare se c’era la volontà comunale di classificare parte dei loro territori come zona rossa 1, in modo che venissero adottati limiti preventivi all’edilizia residenziale.

La zona rossa 2 costituita dai Comuni citati in precedenza, in caso di allarme vulcanico deve essere evacuata totalmente a prescindere dall’ubicazione puntiforme nell’ambito comunale e dalle caratteristiche tipologiche dell’edificio in cui si risiede. In realtà gli strateghi del piano Vesuvio volevano inizialmente optare per una evacuazione della zona rossa 2 a settori da definire con eruzione in corso, in ragione dell’intensità della pioggia di cenere e lapilli da cui bisognava difendersi, e fortemente dipendente dalla direzione dei venti dominanti non individuabile in anticipo. Ipotesi che non ebbe un seguito pianificatorio.

Di questo argomento avemmo a discutere anche dalle nostre pagine segnalando che durante l’eruzione del 1944, obiettivamente modesta, dal campo d’aviazione degli americani ubicato tra il territorio di Terzigno e Poggiomarino, i bombardieri non ebbero il tempo di sollevarsi in volo, e furono letteralmente bombardati da una pioggia di cenere e lapilli che in pochissimo tempo rese la pista e gli aerei inutilizzabili.

Vesuvio eruzione  1944 - (Terzigno - Poggiomarino). Il campo d'aviazione americano bombardato da
cenere e lapilli  che resero in brevissimo tempo inutilizzabile pista e aerei
Quindi il nostro pensiero era quello di non ritenere operativamente percorribile la strada del mantenere la popolazione della zona 2 sul posto in attesa di disposizioni evacuative con la pioggia di piroclastiti in atto, quale fenomeno subitaneo all’eruzione. Un’attesa che poteva rendere la respirazione estremamente difficoltosa, soprattutto a vecchi e bambini, con grosse problematiche agli occhi e alla gola le cui mucose sono facilmente irritabili dai minuscoli prodotti acidi e vetrosi dispersi nell’aria. Questo fenomeno della cenere poi, porta seco il possibile blocco dei motori, e poi difficoltà d’orientamento dovuto alla omogenea coltre di cenere che si deposita in ogni loco e  alla sopraggiunta oscurità vulcanica.

I motivi del perché il Dipartimento della Protezione Civile, pur invitato a farlo, non abbia corretto questa nota sulla zona rossa 2 Vesuvio non è dato saperlo. Presumiamo che comprendere le politiche alla base delle classificazioni delle zone a rischio vulcanico con tutte le possibilità e i limiti e le intenzioni palesi e nascoste che le contraddistinguono, richiede un grosso sforzo documentale. Quindi, certi argomenti non sono chiari neanche a coloro che lavorano alla pianificazione delle emergenze, e che avrebbero fatto bene a mettere insieme una sorta di testo coordinato sulle caratteristiche zonali vulcaniche, fatte da differenze scientifiche e incongruenze amministrative che caratterizzano tanto il vesuviano quanto il flegreo.

La pioggia di cenere e lapilli in seno ad un’eruzione esplosiva soprattutto d’intensità notevole non è uno scherzo; infatti, ancora non si sa quale debba essere la cosiddetta zona rossa 2 flegrea che, alla stregua della 1, è parimenti necessario evacuare preventivamente per garantire la sicurezza delle popolazioni. Il video che segue rappresenta la modestissima pioggia di cenere e lapilli manifestatasi a Stromboli susseguentemente all'eruzione parossistica del 3 luglio 2019.


Purtroppo temiamo che il centro storico di Napoli contenente la macro cefalica direzione metropolitana, dovrà rientrare nelle logiche evacuative preventive riservate alle zone rosse 2, con tutto ciò che ne consegue in termini di emergenza ed evacuazione. Tra l’altro un tale contesto ambientale non dovrebbe comprendere strategicamente parlando, un trasferimento massivo di migliaia di puteolani da Pozzuoli a Napoli Piazza Garibaldi, cioè da zona rossa a zona rossa, in quella che è una importante stazione ferroviaria ubicata tra i quartieri Pendino, Mercato, San Lorenzo e Vicaria, perchè zone  probabilmente soccombenti in caso di eruzione, al rischio ceneri e per questo zone rosse da evacuare.




sabato 26 ottobre 2019

Rischio Vesuvio e Campi Flegrei: 72 ore per evacuare... di MalKo

Vesuvio


Nel post precedente abbiamo sottolineato, in totale assenza di affiliazione e simpatia politica, l’importanza delle dichiarazioni del presidente regionale della Campania, che ha avuto il merito di dire la verità sulla previsione del pericolo vulcanico, nell’ambito della presentazione dell’esercitazione di protezione civile EXE Flegrei 2019, tra l'altro alla presenza di esperti e rappresentanti istituzionali e del mondo scientifico di altissimo livello.

Come oramai è noto, tutto il sistema dell’evacuazione cautelativa per mettersi al sicuro dagli effetti di un’eruzione vulcanica è tarato su 72 ore: tanto nel Flegreo quanto nel Vesuviano. Dodici ore per dispiegare i soccorritori. Quarantotto ore per evacuare la popolazione e far retrocedere in coda i reparti intervenuti. Dodici ore per affrontare possibili imprevisti.

Con le 72 ore a disposizione, dicono che si riuscirebbe ad evacuare il territorio flegreo con le modalità di trasporto che hanno immaginato gli strateghi dell’aritmetica. Secondo il nostro punto di vista invece, all’occorrenza l’evacuazione massiva della popolazione avverrebbe attraverso l’utilizzo delle autovetture, alla stregua degli estenuanti esodi estivi che avvenivano negli anni del benessere economico. Diversamente a piedi come fecero nell’età del bronzo antico gli indigeni che dimoravano nella piana vesuviana, per scampare alla più potente delle eruzioni del Vesuvio che si ebbe nel 1850 a.C., come testimoniano le orme dei piedi lasciate dalla popolazione in fuga dai villaggi, impresse nei primi strati di cenere vulcanica millenni fa.

Ebbene il governatore della Campania ha detto con onestà che queste 72 ore potrebbero esserci ma potrebbero anche non esserci… e quindi nella peggiore delle ipotesi tutto si evolverebbe direttamente sul campo, secondo le decisioni del momento adottabili con immediatezza dalla direzione di comando e controllo (Dicomac), se già insediata a San Marco Evangelista (Caserta) o, in assenza dei tempi necessari per la logistica, da indicazioni provenienti presumibilmente dalla sala operativa unificata (SOU) della regione Campania, con una prevalenza di comando da parte dei Vigili del Fuoco che nell’immediatezza delle catastrofi hanno il compito istituzionale di assicurare i soccorsi e il coordinamento interforze deputate al salvataggio...

Nella malaugurata ipotesi che non dovessero esserci le 72 ore a disposizione per scappare, si dovrebbero fronteggiare comportamenti del tutto imprevedibili e irregolari, che cagionerebbero caos nel sistema di evacuazione che si bloccherebbe inesorabilmente: i deboli risulterebbero ancora più deboli, e i forti reclamerebbero ancora più spazio in quella che si profilerebbe come una vera corsa per la vita, tra l’altro carica d’incertezza eruttiva fino all’ultimo secondo, e in un contesto indisciplinato assolutamente non mitigabile dalle forze dell'ordine.

Per la maggior parte dei lettori l’affermazione del presidente De Luca dice poco; per chi ha seguito sul nascere l’attività di pianificazione delle emergenze vulcaniche invece, vuol dire tantissimo. Si pensi che nelle prime bozze di piano Vesuvio che non risalgono alla preistoria, l’autorità scientifica stimò in 20 giorni il tempo intercorrente tra un’attendibile previsione dell’eruzione e l’eruzione stessa. Con questi intervalli a disposizione, l’evacuazione poteva realizzarsi attraverso il sistema delle prenotazioni, con la regia regionale alla consolle, alla stregua di una moderna agenzia di viaggi. Da qui il disinteresse per i piani di evacuazione che perdura...

Nel 2001 i tempi di attesa eruzione dalla proclamazione dello stato di allarme, erano stimati in alcune settimane con la precisazione che lo spostamento della popolazione si sarebbe dovuto effettuare comunque in 7 giorni.  Ulteriore riduzione dei tempi pre eruttivi sono stati indicati nell’attualità dal mondo tecnico presumibilmente su suggerimento scientifico, che nelle varie ipotesi previsionistiche hanno mostrato maggiore prudenza, indicando in appena 72 ore il tempo a disposizione per l’evacuazione. Settantadue ore che potrebbero esserci e potrebbero non esserci dicevamo…

Si è da poco conclusa l’esercitazione EXE flegrei 2019, passata inopinatamente, grazie a una forzatura mediatica, come manifestazione nazionale.  In realtà la più grande esercitazione di livello nazionale mai fatta in Italia è stata quella di Portici denominata Vesuvio 2001. Tale evento esercitativo non ebbe la prevalente regia mediatica del Dipartimento, perché l’amministrazione di Portici col sindaco Leopoldo Spedaliere, pretese ed ebbe parte attiva diretta nelle decisioni e nell’operatività e nella buona riuscita dell’intera operazione.

Per dare un metro di misura ai cittadini flegrei, con Vesuvio 2001 si testarono contemporaneamente le modalità evacuative con treno e poi stradale con autovetture private e finanche con mezzo navale (Catamarano) della società Alilauro, procurato direttamente dal sindaco perché il Dipartimento non prevedeva, esattamente come oggi, questa modalità di trasporto alternativo in emergenza.

Il treno in quel periodo venne considerato la chiave di volta dell’evacuazione, perché la strada ferrata attraversa ancora oggi e contiguamente al mare, tutta la zona rossa Vesuvio ad occidente, che è anche quella parte di territorio vulcanico maggiormente e più densamente popolato. Anche in quel caso, gli strateghi come oggi esclusero la via marittima affermando che i fondali portuali potevano gonfiarsi in una fase preeruttiva rendendo inutilizzabile il porto. Facemmo notare che la strada ferrata che attraversa la zona rossa Vesuvio passa praticamente a pochi metri dagli scogli e dal mare e soprattutto a Portici si snoda quasi sulla banchina del porto. Una deformazione del fondo marino avrebbe riguardato anche la linea ferroviaria tra l’altro bloccabile pure susseguentemente a terremoti con magnitudo maggiori di 4.

L’evacuazione a mezzo treno nell’ambito esercitativo Vesuvio 2001, fu in tutti i casi assicurato da un convoglio che trasportò da Portici a Bellaria Igea Marina (Rimini) circa 650 porticesi con una durata del viaggio di circa 6 ore. Proprio in virtù dell'esercitazione si capì che la lunghezza della stazione d'arrivo non era adeguata alla lunghezza del treno.

Vesuvio 2001 - tracciato ferroviario da Portici a Bellaria Igea Marina (Rimini)

L’evacuazione stradale invece, richiese l’impegno di oltre 250 autovetture per un totale di circa 1000 cittadini che da Portici e con percorsi assistiti raggiunsero anch’essi Bellaria Igea Marina dopo un tragitto di circa 560 chilometri. Ogni autovettura era contraddistinta dal logo esercitativo e monitorata ai check point.

Vesuvio 2001 - Tracciato stradale da Portici a Bellaria Igea Marina


L’evacuazione a mezzo naviglio fu il classico esperimento, anche per testare la manovrabilità in un porto dalle ridotte dimensioni: la nuova strategia impegnò un catamarano per il trasporto di oltre 350 porticesi dal porto borbonico del Granatello fino allo scalo marittimo di Pozzuoli, dove all’approdo i partecipanti furono accompagnati da bus e volontari in una visita guidata alla Solfatara per fare gemellaggio vulcanico e contemporaneamente informazione sul rischio eruttivo a cura dell’Osservatorio Vesuviano.

L’esercitazione durò quattro giorni (27,28,29 e 30 settembre 2001); in quel di Bellaria Igea Marina, quale comune deputato al gemellaggio tra Emilia Romagna e Portici (oggi  è il Piemonte), fu concentrata e assicurata l'accoglienza (29/09/2001), consistente nel censimento e la successiva collocazione dei partecipanti nelle varie strutture ricettive per passare la notte e fino alla giornata successiva 30/09/2001, data del rientro pomeridiano del treno e delle autovetture e della nave. 

La sera del 29 fu fatta la festa dell'accoglienza a Bellaria, nel palasport locale con esibizione di artisti napoletani; spettacolo in favore tanto degli evacuati porticesi quanto dei cittadini bellariesi in un contesto ordinato che vide la partecipazione attiva di politici di entrambe i comuni.

Tutti i percorsi evacuativi furono continuamente e completamente assistiti con l’impiego di radioamatori locali che, basati al Centro Operastivo Misto di Portici, assicurarono ogni forma di collegamento radio di livello provinciale, regionale e nazionale. Nell’ambito esercitativo fu per la prima volta instaurata ex novo pure la funzione 15, secondo le logiche del metodo Augustus, per la tutela dei beni culturali, con attività pratiche di imballaggio sul campo e a seguire il successivo trasporto con mezzi VVF dei preziosi reperti fuori provincia (Caserta), con la scorta delle forze dell’ordine.

Furono organizzati posti medici avanzati nei punti strategici, e sul treno fu particolarmente efficace la collaborazione dei gruppi scout che intrattennero i bambini durante il tragitto: una funzione molto utile in percorsi così lunghi. La Polizia ferroviaria seguì di stazione in stazione il convoglio, offrendo notizie al Centro operativo porticese. Il Dipartimento della Protezione Civile curò soprattutto i Check Point lungo il tragitto stradale con i vari servizi assistenziali assicurati dai volontari.

Occorre dire che per garantire la partecipazione dei cittadini fu necessario offrire agli evacuati trasportati dal treno in modalità assistita e a quelli arrivati autonomamente a Bellaria in auto, il vitto e il pernottamento. D’altra parte il viaggio di andata e ritorno senza sosta intermedia era impensabile anche per motivi di sicurezza legati alla stanchezza dei guidatori. Per coloro che aderirono alla simulazione stradale, fu quindi necessaria l’erogazione di buoni carburante e fogli di transito gratuito ai caselli autostradali: anche in questo caso era improponibile far accollare ai cittadini le spese di trasporto. Ci fossero stati più fondi disponibili, le adesioni sarebbero state ancora più numerose.

Quell’esercitazione ha prodotto molti insegnamenti, innanzitutto a proposito dell’informazione e della pubblicità che si fa dell'evento, che in queste circostanze per la maggior parte è in capo al Dipartimento… Vesuvio 2001 per una serie di motivi intuibili, è stata oggetto di dannatio memoriae mediatica.

Il secondo elemento riflessivo è questo: se si pensa di fare le esercitazioni con il coinvolgimento della popolazione, è necessario munirsi di idee e di fondi per le spese e avere un minimo di fantasia per incentivare la partecipazione dei cittadini senza aspettare la calata dei funzionari dipartimentali che non risolverebbero il problema. Dire andate all’area di incontro e poi tornatevene a casa è a dir poco squallido…Oppure salite sul treno freccia rossa, riscaldate il posto e poi scendete potrebbe essere un non senso esercitativo… per non parlare dell'evacuazione da Pozzuoli alla stazione di piazza Garibaldi con servizio navetta. Pure dal punto di vista dei gemellaggi si è fatto pochissimo, atteso che in EXE flegreo 2019 è stata assicurata semplicemente la presenza di una delegazione della Lombardia che si è recata alla stazione di Napoli a guardare l'immoto treno.

Il terzo elemento di riflessione riguarda l'informazione: il momento meno ideale per fornire notizie sul rischio vulcanico è quello immediatamente esercitativo perché si è presi da altro. Se si vuole la collaborazione dei cittadini bisogna lavorare per anni in un contesto di concretezza sulla sicurezza che non può incentrarsi continuamente e unicamente sull'emerito Osservatorio Vesuviano e solo sul rischio vulcanico. Da anni questa struttura dell'INGV copre ruoli che non gli competono direttamente, come la sicurezza delle zone rosse e l'evacuazione dalle stesse, che dovrebbero invece essere argomento di diretta competenza dell'amministrazione comunale e poi dei rappresentanti politici nazionali e anche di quelli istituzionali deputati alla prevenzione e al soccorso delle popolazioni. 
Il Comune è in ogni caso l’istituzione più vicina ai cittadini e le risposte in prima battuta devono arrivare da lì. I cittadini dei Campi Flegrei così come quelli del vesuviano, devono essere destinatari di messaggi innanzitutto veri e non edulcorati dal principio del non allarmare. L’informazione di sicurezza deve essere di ampio respiro e a step, partendo dai luoghi confinati fino a quelli sconfinati areali ancorchè vulcanici.

I gruppi che sorgono su facebook per scambiarsi pareri e notizie, possono svolgere un ruolo molto importante nell'informazione e nella formazione della coscienza civica di cittadini così intimamente connessi con le realtà del territorio: in tutti i casi però, occorre sviluppare un senso critico sulle notizie da dare,a prescindere dalla provenienza, perchè anche le fonti più autorevoli a volte enunciano una verità assolutamente parziale, che fornisce alibi ma non soluzioni, in un contesto dove vige il principio non dichiarato, che anche sui rischi bisogna operare scelte dettate dal disumano calcolo dei costi benefici. Scenario eruttivo docet...

In altre democrazie l'attività di controllo sulla politica e sulle istituzioni è svolta dal giornalismo investigativo, ma molto possiamo fare anche noi riflettendo sui termini che si utilizzano ma soprattutto analizzando e comparando le notizie diffuse da tutte le fonti. Ad esempio, la citazione mediatica molto usata che il Vesuvio è tenuto sotto controllo è assolutamente irreale. Il controllo lo si esercita se si ha un interruttore fra le mani con on e off...  Questa diapositiva sottostante è stata proposta a un seminario dell'ordine degli ingegneri di Napoli nel dicembre del 2016 :

Il Vesuvio logicamente non è un combustibile che si accende e si spegne ma non è in questa citazione il problema. L'Osservatorio Vesuviano esercita attività di monitoraggio consistente in rilevazioni continue dei parametri fisici e chimici del vulcano, ma non controlla affatto il magma e quindi le eruzioni, perchè il controllo prevede la capacità di governare qualcosa o disporre a piacimento di qualcosa. Nessuno poi, è in grado di prevedere un'eruzione con notevole anticipo, neanche se mettiamo tutti gli scienziati del mondo uno sull'altro impilati nel loro sapere,arriveremmo a una anticipazione deterministica dell'eruzione. A smentire la prevedibilità dell'evento vulcanico in controtendenza con la storica dialettica dei compartecipanti all'inaugurazione di exe 2019, ci ha pensato il presidente De Luca col suo pragmatismo: 72 ore per evacuare potrebbero esserci ma potrebbero anche non esserci... Ecco: proiettate questo!





lunedì 14 ottobre 2019

Rischio Vulcanico: la verità del Presidente De Luca... di MalKo


Regione Campania - 10/10/2019 - Presentazione EXE Flegrei 2019

Tra le due zone dei Campi Flegrei e il Vesuvio, si contano quasi 2.000.000 di abitanti che sono esposti a un pericolo tutt’altro che secondario, rappresentato dalle due aree vulcaniche quiescenti, che saranno prima o poi sede di un’eruzione dall’intensità assolutamente incerta.

I piani di emergenza ovvero di evacuazione sono tarati su 72 ore. In questo arco di tempo contato dalla dichiarazione dello stato di allarme vulcanico, la popolazione del vesuviano o del flegreo, all'occorrenza dovrà lasciare il perimetro della zona rossa secondo le regole previste dalle autorità nazionali e regionali e comunali.

La più formidabile delle conferenze stampe sul rischio vulcanico è stata quella di presentazione dell’esercitazione EXE Flegrei 2019, dove oltre a tutti gli attori istituzionali, dal Capo Dipartimento della Protezione Civile alla Direttrice dell’Osservatorio Vesuviano, dal Prefetto di Napoli al Direttore Generale dell’INGV, c’era anche il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca che ha profferito queste testuali parole:<< …dobbiamo dire con grande onestà, ovviamente che parliamo di eventi in qualche misura prevedibili ma che rispetto ai quali nessuno è in grado di dare delle certezze. Noi facciamo delle simulazioni a 72 ore. Seguiamo in questo caso il modello teorico: l’allerta, il preallarme poi l’allarme, ma dobbiamo sapere che ci può essere il tempo per organizzare con qualche respiro l’evacuazione, ci può essere anche un evento che non ci dà le 72 ore per organizzarci al meglio; dobbiamo quindi prevedere sul campo decisioni che poi sarà il coordinamento generale di tutta l’operazione a valutare…>>.