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domenica 21 dicembre 2014

Il Vulcano Marsili e il deepwater drilling.



“Il vulcano sottomarino Marsili e il deepwater drilling” di MalKo

Il Marsili è un seamount vulcanico dalle mastodontiche dimensioni che riposa disteso sui fondali tirrenici meridionali, ad alcune migliaia di metri di profondità e a circa 45 miglia a Nord Ovest delle isole Eolie. Il dorso del vulcano si spinge verso l’alto mantenendosi comunque al di sotto del livello del mare a una profondità di circa cinquecento metri. Bastava veramente poco per svettare in superficie come i suoi confratelli Eoliani… Il Marsili è il più grande vulcano mediterraneo ed europeo. Fino a non molto tempo fa lo si considerava estinto, ma alcune recenti campionature hanno consentito di individuare prodotti eruttivi databili al di sotto dei 5000 anni di età.
La sismicità che si denota in quest’area tirrenica e il rilascio di gas magmatici congiuntamente all’osservazione della buona conservazione di alcuni coni vulcanici sommitali, lasciano ritenere il Marsili ancora attivo, anche se non è chiaro lo stato di pericolosità… Molto probabilmente occorreranno nuove prospezioni profonde per capire meglio di quanta vitalità intrinseca goda, ma dubitiamo che si focalizzeranno certezze, visto che neanche per i vulcani emersi come il Vesuvio è possibile sbilanciarsi con la previsione del fenomeno eruttivo che rimane tutt’oggi un’incognita geologica…
I dati fin qui raccolti sul possente apparato sommerso lasciano intendere un’attività eruttiva passata prevalentemente di taglio effusivo e forse modicamente esplosiva. Risulta quindi particolarmente importante continuare le campagne esplorative dei fondali marini tirrenici, onde reperire altri dati geochimici e geofisici capaci di chiarire con qualche certezza in più non solo lo stato attuale del Marsili, ma anche quello degli altri vulcani meno noti che pure costellano e per largo raggio la piana abissale.

Le acque calde con temperature oscillanti fra i 300° e i 500° C. che circolano con una forte pressione e come linfa vitale nella parte medio alta del Marsili dando origine pure a qualche geyser, hanno catturato l’attenzione della Eurobuilding spa che intende sfruttare i caldissimi acquiferi per la produzione di energia elettrica attraverso uno o più impianti   galleggianti posizionati sulla verticale del vulcano. Un progetto sicuramente originale e futuristico che dovrà superare perplessità inerenti l’impatto ambientale.

Uno studio preliminare forse in corso di attuazione o da attuarsi (filtrano poche notizie), si prefigge innanzitutto di “fissare” i parametri geofisici e geochimici del Marsili e delle acque che lo circondano e dell’aria che lo sovrasta in superficie prima di procedere con la perforazione. Tutti dati che serviranno a fornire elementi di base utili per le comparazioni future a proposito della salvaguardia dell’ambiente che le attività geotermiche nel loro complesso potrebbero minare.  Nelle note introduttive la Eurobuilding chiarisce che l’area oggetto della perforazione e quindi dello sfruttamento geotermico non ha vincoli particolari di tutela biologica o archeologica o di ripopolamento ittico, e che la costa più vicina è rappresentata appunto dalle isole Eolie che distano circa 80 chilometri dalla nave che effettuerà il pozzo esplorativo.
I metodi di screening iniziali sono stati ritenuti non invasivi e senza effetti collaterali sull’ambiente, tanto che lo stesso Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, ha deciso di non applicare le disposizioni sulla Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), almeno in questa fase.

Il progetto della Eurobuilding contiene elementi particolarmente avveniristici e affascinanti. Produrre energia direttamente sulla verticale di un gigantesco vulcano sommerso richiede tecnologia e un forte spirito imprenditoriale. I costi ovviamente sono elevati come le incognite che sono di gran lunga superiori a un impianto di pari tipo ma terrestre. I fluidi caldi idrotermali infatti, contrariamente a quanto si pensi, non sono totalmente innocui perché in genere contengono sostanze molto pericolose come l’arsenico e i metalli pesanti che certo non sono un toccasana per la salute. Infatti, la captazione di queste acque richiede attenzione. In un sistema aperto il pompaggio delle acque prelevate e deriscaldate dall’uso geotermico e poi condensate e immesse direttamente nella sorgente di prelevamento dovrebbe garantire in buona parte il contenimento degli inquinanti.
Nello studio preliminare relativo alle operazioni di screening, è stato dato molto spazio alla caratterizzazione dei campioni d’acqua e dei suoli intorno al sito di perforazione. Si è largheggiato anche sull’inquinamento acustico che potrebbe danneggiare gli organi sensoriali dei cetacei, stabilendo poi una soglia limite per la possibile intrusione in superficie dell’idrogeno solforato. Quello che manca però, è la disamina dei rischi correlati direttamente alla perforazione del vulcano attivo. Da questo punto di vista l’argomento non è nuovissimo, perché è stato già oggetto di accesi dibattiti legati a un’altra nota perforazione: quella del super vulcano flegreo nell’ambito del Campi Flegrei deep drilling project (CFDDP). Una iniziativa scientifica da più parti ritenuta un azzardo. Lo scalpello rotante in questo caso si è fermato a 500 metri di profondità, con una battuta di arresto che perdura da due anni senza nessun segnale di ripresa dell’attività di scavo. Sorge forte il dubbio allora, che il deepwater abbia una corsia preferenziale per la sua posizione in alto mare. Mancando la popolazione infatti, manca il rischio…ma solo apparentemente. Se le attività di perforazione direttamente o indirettamente dovessero attivare seppur remotamente una frana, gli effetti di un’onda di maremoto si ripercuoterebbero sulla costa e non sul sito di perforazione. Il riversamento in mare degli inquinanti idrotermali produrrebbe invece effetti deleteri in ragione delle quantità e delle concentrazioni disperse…
Nel comitato scientifico della Eurobuilding ci sono scienziati dell’INGV che possono sicuramente argomentare meglio l’innocuità della trivellazione, ovvero i rischi che essa può determinare nell’equilibrio di una struttura litica, dai fianchi acclivi e flaccidi, di differente coesione e a strati e internamente dinamica. Argomentazioni che avrebbero dovuto arricchire lo studio preliminare ambientale relativo alla perforazione del pozzo esplorativo offshore chiamato Marsili 1.
Probabilmente la perforazione del vulcano Marsili ci offre lo spunto per una riflessione più grande che bisognerà fare, meglio prima che dopo, sulle trivellazioni, a prescindere se inseguono petrolio e gas e fluidi caldi. Gli studi a tema sono oggi alquanto controversi… Come dobbiamo inquadrare questa pratica poco gradita alle popolazioni che vogliono al bando le trivelle (il sud della Sicilia ne sarà invaso), come un’occasione di sviluppo in più o come un azzardo?

Abbiamo provato a battere a varie porte istituzionali e politiche per introdurre l’argomento e avere delle risposte, ma senza alcun successo. Se la scelta di trivellare il Marsili non è discutibile perché trattasi  di una irrinunciabile risorsa strategica nazionale, vorremmo che si chiariscano meglio questi aspetti in modo che l’esposizione a un rischio sia consapevolmente accettato dai cittadini, così  che abbiano libertà di decisione a proposito della dipendenza energetica dall’estero. Per il nucleare fu fatto un referendum...Un tema come si vede a forte valenza politica e scientifica, che vorremmo avere certezze sia immune da quel bubbone appena scoperto da mafia capitale. 

lunedì 8 dicembre 2014

Vesuvius Risk: Operative Instruction.



“Vesuvius Risk: operative instruction …”  by MalKo

There are about seventy thousand people living around the Vesuvius of whom several thousand are foreigners who come from diverse nations and continents. One presumes they have heard of the emergency plans for the area at risk but do not clearly underhand the situation and what they should do in the event of alarm. Here is some brief information on the civil protection plans in case of an alarm.
First of all we should point out that our present knowledge does not permit us to predict how soon there will be a volcanic eruption or how violent it will be. The Vesuvius Observatory, however, with its highly sophisticated network of instruments, continuously monitors the volcanoes of Vesuvius,the Phlaegraean Fields and Ischia and is ready to launch the alarm in case of danger.
Each district in the Vesuvius area and the Phlegraean Fields is preparing emergency plans to prepare for a future reawakening of the volcanoes. At the moment, the situation is tranquil. By December 31 2015, the districts will publish civil protection plans online giving useful information for the population.
The mayor, the local authority of the civil protection department, has the duty of guaranteeing the safety of everyone, whether resident or in transit on the territory administered by him, irrespective of nationality or legal status.

It is necessary, however, for each citizen to understand both the basic organisation of the civil protection department and the levels of volcanic alert established by the scientific authorities:


Each alert level corresponds to an operative phase indicating the action to be taken. The base level is the present state. If it should pass to phase 1 Alert (yellow), people are only required to organise themselves should the danger from the volcano increase. The alert could also regress. At Phase 2 of pre-alarm (orange), those with their own transport and access to lodging outside the risk area may choose to leave.

In case of alarm (phase 3) everyone must leave red zones 1 and 2. Those without vehicles must go to the communal district meeting area. Those with their own vehicle but without lodging outside the risk area are required to go to the reception areas outside the risk zone. Both the district meeting areas and the reception areas will soon be indicated in the new civil protection plans.





Translation: by Lisa Norall

domenica 7 dicembre 2014

Rischio Vesuvio: l'informazione comunale che manca...



La linea rossa circoscrive i 25 comuni vesuviani da evacuare totalmente in caso di allarme vulcanico.

“Rischio Vesuvio: istruzioni operative… “  di MalKo

Intorno al Vesuvio si contano circa settecentomila abitanti, tra cui alcune migliaia di stranieri provenienti da diverse nazioni e continenti, che sentono parlare di area a rischio e piani d’emergenza, magari senza capire perfettamente la situazione e quali cose bisogna sapere e cosa fare in caso allarme.
Innanzitutto precisiamo che non è possibile allo stato attuale delle conoscenze riuscire a prevedere tra quanto tempo potrà verificarsi un’eruzione vulcanica e quanto possa essere violenta. Di certo c’è una struttura scientifica chiamata Osservatorio Vesuviano, che effettua il monitoraggio continuo dei vulcani (Vesuvio, Campi Flegrei e Ischia) ed è pronta a lanciare l’allarme in caso di pericolo.
Ogni comune dell’area vesuviana e dell’area flegrea sta preparando per precauzione i piani d’emergenza comunale per affrontare l’eventuale futuro risveglio dei vulcani. Al momento la situazione è tranquilla. Entro il 31 dicembre 2015 i comuni pubblicheranno i piani di protezione civile anche online dove saranno riportati alcuni dati utili per la popolazione.

Il sindaco è l’autorità locale di protezione civile ed ha il compito di garantire la sicurezza ad ogni cittadino residente o di transito sul territorio amministrato a prescindere dalla nazionalità e dallo stato giuridico.
E necessario però, che ogni cittadino conosca una serie di notizie che riguardano l’organizzazione di protezione civile, come ad esempio i livelli di allerta vulcanica stabiliti dall’autorità scientifica che sono :
I 4 livelli di allerta vulcanica.
Ad ogni livello di allerta vulcanica corrisponde una fase operativa che indica cosa fare. Per il Vesuvio il livello base (verde) è quello attuale. Se si dovesse passare alla fase 1 di attenzione (gialla), non è richiesta alla popolazione un’azione particolare se non quella di organizzare le proprie cose se l’indice di pericolosità vulcanica dovesse aumentare. L’allerta potrebbe anche regredire. La fase 2 di pre allarme (arancione) consente ai cittadini che hanno un proprio mezzo di trasferimento e la possibilità di una sistemazione autonoma fuori dal settore a rischio, di potersi già allontanare se lo desiderano.
In caso di allarme (fase 3) tutti gli abitanti e i soccorritori devono necessariamente allontanarsi dalle zone rossa 1 e rossa 2. Chi non ha un proprio mezzo di trasferimento deve portarsi nell’area d’incontro comunale. Chi ha un proprio mezzo di trasferimento ma non un alloggio autonomo, deve raggiungere le aree di accoglienza al di fuori della zona a rischio. Sia le aree d’incontro comunale che le aree di accoglienza, saranno prossimamente indicate nei piani di protezione civile che sono in corso di redazione.

Le 4 fasi operative.
L’autorita’ regionale di protezione civile ha definito tre diverse categorie di appartenenza corrispondenti alle esigenze di ogni singolo cittadino. Queste categorie potrebbero essere oggetto di censimento comunale ai fini organizzativi.

Classificazione (A,B,C) delle esigenze dei cittadini da evacuare in caso di allarme vulcanico,
Di seguito riportiamo la tabella dei gemellaggi prevista per i 25 comuni dell’area vesuviana con le regioni italiane. La procedura dei gemellaggi sarà attuata prossimamente anche per i comuni dell’area flegrea.


                                                     

venerdì 21 novembre 2014

Rischio Vesuvio: vivere in zona rossa porta dei vantaggi?






Il Vesuvio visto da sud

“Rischio Vesuvio: vivere in zona rossa porta dei vantaggi?” di MalKo

L’assessore alla protezione civile della regione Campania, Edoardo Cosenza, ha chiesto ai sindaci dei comuni vesuviani di assumere ogni utile iniziativa per informare i cittadini dei rischi a cui è sottoposto il territorio in caso di allarme vulcanico.
L’iniziativa del Prof. Cosenza è assolutamente condivisibile perché i sindaci troppo spesso assumono un atteggiamento terzo rispetto ai grandi problemi di sicurezza, dimenticando che la norma prevede per i primi cittadini il ruolo tutt’altro marginale di autorità locale di protezione civile. Quello dell’assessore in realtà è un ulteriore pungolo perché già esistono dei disposti legislativi (Legge 3 agosto 1999, n. 265 art.12) che hanno da tempo passato l’onere dell’informazione sui rischi territoriali dal prefetto al sindaco.
L’informazione da dare ai cittadini sul rischio vulcanico deve essere chiara ed efficace in modo che ogni singolo abitante possa decidere in piena autonomia se accettare o meno un’esposizione a un pericolo non ancora mitigato dalle tecniche di previsione e da quelle organizzative attraverso l’adozione di un piano di evacuazione purtroppo ancora in itinere.
In termini di previsione, anche se la nostra scienza avveniristica e super tecnologica ci ha consentito di inviare un lander su di una cometa, ancora non siamo in grado di prevedere un’eruzione, sia in termini di quando (t) si verificherà l’evento sia con quanta energia (VEI) balzerà fuori dalle viscere della Terra.
Il dato che possiamo mettere sulla bilancia nel piatto dell’ottimismo, è che le eruzioni catastrofiche non si verificano con una certa frequenza e quasi sempre e in generale queste presentano sovente dei sintomi che lasciano presagire con un certo anticipo l’evento. Ma non v’è certezza…  Nessun ottimismo è possibile riporre nella salvaguardia delle case invece, che a causa della loro inamovibilità sono esposte alle manifestazioni energetiche e meno energetiche di un’eventuale eruzione vulcanica, comprese quelle a bassa velocità di propagazione come le lave.

Il mondo scientifico ha definito quattro livelli di allerta vulcanica corrispondenti in termini operativi ad altrettanti fasi che dettano il da farsi all’occorrenza. Le fasi potremmo quindi interpretarle come azioni codificate che i cittadini e le istituzioni attuano ogni qualvolta si registrano variazioni di rilievo dello stato di pericolo del vulcano sancite da un atto dipartimentale o governativo.
Ancora una volta pubblichiamo i livelli di allerta:

I livelli di allerta vulcanica
Il livello di allerta base è anche quello che caratterizza ad oggi lo stato di quiete del complesso vulcanico del Somma Vesuvio. In sintesi significa che non c’è nulla da temere o da segnalare nell’odierno a proposito del pericolo eruttivo.
La quiete del vulcano però, comporta non la passività operativa e programmatica (il dolce far niente), ma l’elaborazione a cura delle istituzioni competenti di progetti di difesa attiva e passiva per proteggere la comunità vesuviana da un’eruzione quando questa verrà. L’informazione troverebbe spazio nelle logiche di prevenzione…
Il secondo livello di allerta vulcanica è quello di attenzione. Significa che uno o più dati (fisici e chimici) presentano delle anomalie di cui non è chiaro il trend, e quindi viene richiesta all’autorità scientifica e di vigilanza (Osservatorio Vesuviano), un’accentuazione delle osservazioni e una maggiore frequenza nella diramazione dei bollettini informativi. Se dovessero aumentare quantitativamente e qualitativamente le anomalie rilevate dalle stazioni di monitoraggio del vulcano si passerebbe a uno stato di pre-allarme. Il superamento di certi parametri oltre una determinata soglia di rischio, anche per effetto di una percezione valutativa a cura degli esperti della commissione grandi rischi, segnerebbe una condizione sintomatica pre-eruttiva del vulcano, che farebbe scattare lo stato di allarme eruzione in tutto il comprensorio vulcanico.
Ovviamente ad ognuna di queste allerte dovrebbe corrispondere una fase operativa di pari grado. I piani comunali d’emergenza a fronte del rischio Vesuvio e flegreo, servono appunto a riempire queste caselle che oggi sono irresponsabilmente vuote (????). 

Le fasi operative
Per capire appieno il senso di quanto appena detto, prendiamo l’esempio dei Campi Flegrei. Nei Campi Flegrei è stato dichiarato lo stato di attenzione vulcanica nel dicembre 2012: condizione che permane ancora… Sono passati due anni ma non ci risulta che i comuni di Napoli, Pozzuoli, Quarto, Bacoli e Monte di Procida, per rimanere nella prima classificazione della zona rossa flegrea, abbiano mai riempito quelle caselle bianche a fronte del rischio eruzione nella caldera del super vulcano flegreo. Ogni casella (fase), prevede tra le azioni da compiere quelle necessarie e preparatorie per l’ingresso nella fase successiva. Il Comune di Pozzuoli ha dichiarato lo stato di attenzione, ma non può rodare l’organizzazione per la fase successiva (preallarme) perché non ha il piano d’emergenza a fronte di una possibile escalation dei livelli di allerta vulcanica, che prevedono nella fase 2 l’esodo spontaneo della popolazione verso le regioni gemellate, ancora non definite per l’area flegrea, e che rientrano in termini di competenza e risoluzione in capo all’autorità statale. Come si vede allora, la responsabilità e i ritardi sono equamente divisi tra il Dipartimento della Protezione Civile e i Comuni che non si sono mai presi la briga di segnalare lo stallo del percorso strategico operativo. In assenza di manifestazioni percepibili del pericolo infatti, l’allarmismo non rende politicamente quanto  il cemento ristoratore e i condoni edilizi e il recupero statico di rustici e ruderi che portano voti e consensi…In questo modo però, è lo Stato a produrre rischio.
L’urbanistica territoriale dovrebbe seguire le necessità del piano d’emergenza e di evacuazione e non viceversa come spesso accade. Il piano deve essere uno strumento sicuramente aggiornabile, ma non deve rincorrere di continuo le metamorfosi dettate dall’edilizia abusiva o gli stravolgimenti proposti da concetti di sviluppo che non rispettano le logiche che ci pervengono da un’attenta analisi territoriale, che nel caso della plaga vesuviana vanno tutte in direzione della decrescenza demografica. Da questo punto di vista le dichiarazioni novembrine del Prefetto Gabrielli rilasciate all’inaugurazione del Centro Operativo Comunale di Pozzuoli lasciano un tantino perplessi, ad iniziare da quella che :<< vivere su di un territorio a rischio porta pure dei vantaggi…>> ed ancora continuando : <<è vero che questi territori (vulcanici N.d.R.) non possono avere ulteriori forme accentuate di antropizzazione, ma va seguita comunque la logica di dare servizi e prospettive di sviluppo alla comunità >>.

A voler sintetizzare il pensiero, nel primo caso rifuggiamo dall’idea che il vantaggio consisterebbe nel contributo di sfollamento... La seconda affermazione ci sembra che vada nella direzione del consenso alla modica quantità cementizia in un territorio drogato dalla conurbazione selvaggia. Concentrasse la sua attenzione il Prefetto Gabrielli sui ruoli precipui della protezione civile, che attengono alle pratiche di previsione, prevenzione, interventistica e superamento dell’emergenza. Gabrielli deve occuparsi di portare in salvo in caso di necessità e fuori dalla zona rossa i settecentomila abitanti del vesuviano e i circa cinquecentomila dell’area flegrea. Per quanto riguarda lo sviluppo modicamente antropico del territorio, lasciamo i proclami al mondo della politica maggiormente avvezzo alla propaganda. Il dipartimento della protezione civile quale struttura di coordinamento dell’unico piano d’emergenza di taglio nazionale che è appunto quello del Vesuvio, vigili e sia parte diligente anche sulle attività di coordinamento dei piani comunali che ancora non saltano fuori dai famosi cassetti incasellati nel “comò regionale” campano, e al momento pieni solo di banconote provenienti dai fondi europei in attesa di trasformazione in bond sulla sicurezza (piani d’emergenza).
I livelli di responsabilità decisionale
Consigliamo ai comuni interessati da massici piani di evacuazione della popolazione, come quelli ricadenti in area vulcanica (Vesuvio e Campi Flegrei), di emanare a scopo precauzionale, un decreto sindacale che vieti con la dichiarazione dello stato di allarme (fase 3), la circolazione sul territorio comunale di autoveicoli commerciali che superano le 3,5 tonnellate, per non intasare il traffico e soprattutto per non correre il rischio che questi mezzi pesanti, per avaria, incidente o altro, blocchino la viabilità comunale o le rampe d’accesso in autostrada. Il piano d'emergenza Vesuvio non deve assolutamente prevedere il recupero di masserizie nella fase di evacuazione...

sabato 8 novembre 2014

Rischio Vesuvio e lo strategico assessore regionale...




“Rischio Vesuvio e lo strategico assessore regionale...”

Il primo problema per gli strateghi del piano d’emergenza Vesuvio dovrebbe essere l’impossibilità di definire con certezza il territorio su cui potrebbero abbattersi gli effetti di una possibile eruzione vulcanica. La Commissione Grandi Rischi e il parterre della Protezione Civile Nazionale guidata dal prefetto Franco Gabrielli, hanno ufficializzato la linea nera Gurioli come limite di pericolo per marcare la zona a massima pericolosità corrispondente a quella invadibile dai flussi piroclastici per eruzioni non eccedenti un indice energetico VEI 4. Ovviamente queste certezze confluite nell’adozione di una linea geo referenziata sono discutibili, perché un tale decisionismo non è supportato da elementi concreti di valutazioni che consentano un fare deterministico. Parliamo di una struttura vulcanica emersa e sommersa che ad ogni eruzione muore e risorge senza nessun rapporto gemellare con la miscela magmatica precedente.

Le eruzioni pliniane (VEI 5) di fatto sono state scartate nella scenografia del pericolo, perché secondo gli esperti statistici e la commissione grandi rischi, la possibilità di una siffatta tipologia eruttiva è solo dell’1%. L’assessore regionale alla protezione civile, Ing. Edoardo Cosenza, ha aggiunto in alcune dotte disquisizioni che il rischio di essere colpiti da un meteorite supera la possibilità che ci colga una pliniana. Secondo la tabella statistica allo scopo adoperata, tra 130 anni la probabilità che una futura eruzione del Vesuvio assuma carattere da pliniana salirà secondo le stime all’11%, e forse bisognerà ridisegnare la nuova zona rossa Vesuvio che oggi già ricade nei limiti per niente periferici della metropoli partenopea.
L’assessore Ingegnere Edoardo Cosenza è stato il vero protagonista del consesso di geologi riunitisi a Napoli il 14 ottobre 2014 per discutere di rischio Vulcanico. Con fare deciso, il responsabile della protezione civile regionale Campania ha spiegato alla platea che i tempi di ritorno di un’eruzione pliniana sono di 23.000 anni, quelli sismici di 475 anni e quelli alluvionali legati al fiume Sarno di appena 100 anni.   Secondo il relatore, in zona rossa Vesuvio bisogna quindi occuparsi in primis della robustezza delle case che vanno riattate, adeguate in senso antisismico e dotate di tetto a spiovente per evitare pesanti accumuli di cenere e lapilli sulle coperture. Questa posizione è condivisa anche dal Prefetto Franco Gabrielli. Non ci hanno spiegato i due dirigenti però, i ruderi e gli spiccati che non contemplano oggi e per degrado alcun abitante, una volta ripristinati con quale legge se ne vieterà l’utilizzo a uso abitativo per non incrementare il valore esposto nel sedime a rischio. Diversamente perchè spendere? Non c’è tempo per una risposta, perché nelle attenzioni dell’ingegnere c’è già il fiume Sarno che dovrà essere dotato di una procedura o di un sistema di rapida ripulitura degli alvei dagli accumuli di piroclastiti per evitare fastidiosi alluvionamenti…

Il secondo elemento su cui ugualmente non si possono riporre certezze è il numero di abitanti che deciderà autonomamente di andare via, con o senza supporto economico dell’amministrazione statale, dalle zone prossime a quelle rosse ufficializzate, semplicemente per motivi precauzionali magari perché non si condividono le meteoritiche certezze… Un caso potrebbe offrirlo la cittadina di Striano che pur incastrata geograficamente tra Palma Campania e Poggiomarino non è stata contemplata nel settore da evacuare preventivamente in caso di allarme. In compenso però, nell’ultimo consiglio comunale strianese sono state approvate le linee regionali per la prevenzione del rischio sismico.

Zona rossa Vesuvio 1 e 2

Il terzo elemento che è di riflessione, riguarda la possibilità offerta agli abitanti ubicati a oriente del vulcano (Poggiomarino e Scafati), di continuare a costruire con licenza edilizia saturando metro dopo metro un territorio che con il passare degli anni ricadrà per intero nel settore dei flussi piroclastici pliniani. Questi comuni fanno parte della zona rossa 2 (R2), quella cioè, dove la ricaduta di prodotti piroclastici potrebbe creare fin dai primi momenti eruttivi problemi seri alla respirazione. Inoltre, la statica dei solai di copertura potrebbe essere compromessa dall’accumulo dei prodotti cinerei espulsi dal vulcano.  Una decisione miope la mancata prevenzione in quest’area, con disposti normativi che non vietano l’implemento della popolazione ma stabiliscono la fuga a gambe levate in caso di allarme vulcanico. Non vogliono comprendere gli amministratori che i decenni non sono eternità, e quindi non dovrebbero consentire ulteriori insediamenti nella plaga vesuviana, con cittadini che possono ritrovarsi esposti come birilli su un tracciato di bowling…

Il quarto elemento di incertezza riguarda i tempi a disposizione per evacuare all’occorrenza l’area vesuviana e che dovranno essere utili e di anticipo sull’evento eruttivo. L’autorità scientifica ci ricorda che lo start lo dovrà dare l’autorità politica su cui si faranno confluire tutti i dati rilevati dalle stazioni di monitoraggio. Sarebbe interessante capire qual è la percentuale di rischio che potrà essere assorbita dalle spalle della Presidenza del Consiglio e dalla commissione grandi rischi riunita, in caso di emergenza, in seno al dipartimento della protezione civile, e quale valore percentuale invece dovrà dare origine inevitabilmente all’evacuazione della plaga vesuviana. Ovviamente e condividiamo, in ultima analisi è preferibile un falso allarme piuttosto che uno tardivo… L’indice probabilistico eruttivo per far scattare l’evacuazione totale dovrebbe essere del 50% + 1. Purtroppo c'è un'assenza di riferimenti utili per indicizzare trend e percentuale statistica... La percezione degli scienziati allora, rimarrà quindi di fondamentale importanza.

Il quinto elemento di incertezza riguarda i Comuni che stanno lavorando con i fondi europei ai piani di emergenza nel rispetto delle linee guide ricevute. Come abbiamo accennato altre volte, speriamo che i municipi non affidino in toto ad esperti esterni la redazione dei piani di protezione civile, perché verrebbe meno il processo auto formativo degli addetti locali, particolarmente importante per la gestione delle emergenze e per l’aggiornamento degli elaborati tecnici.

Il Vesuvio nel frattempo è pregato di mantenere il suo stato di quiete almeno fino al 31 dicembre del 2015, che pare sia la data limite per la consegna e la pubblicazione dei piani comunali di protezione civile anche online. Nella tabella che segue sono riportati i livelli di allerta, le fasi operative e le autorità politiche che decideranno i vari passaggi. 



Il sesto elemento di perplessità riguarda le affermazioni rilasciate  dall’assessore regionale Edoardo Cosenza a proposito dei tempi di ritorno delle eruzioni pliniane misurate a 23.000 anni.  Trattasi di una colossale inesattezza…I maggiori organismi scientifici infatti, e fra tutti l’Osservatorio Vesuviano, rifuggono da una tale interpretazione perché non è possibile oggi definire i tempi di ritorno di una qualsivoglia tipologia di eruzione per tutti i vulcani in generale e in particolare per le eruzione pliniane del Vesuvio.   C’è allora da riflettere sul perché di certe affermazioni…

In realtà se fosse passato il principio che i piani d’emergenza devono contemplare l’evento massimo conosciuto e non quello maggiormente probabile, per prassi normativa all’intera metropoli partenopea segnata da tre distretti vulcanici, bisognava applicare il divieto di edificare in senso residenziale. Principi stabiliti dalla legge regionale numero 21 del 2003. Con tale modus operandi si avrebbe avuto l’indiscutibile vantaggio di una stabilizzazione del numero di abitanti della metropoli vulcanica. Di conseguenza si sarebbe dovuto pianificare lo sviluppo sostenibile in altre province campane che possono assorbire agilmente un certo numero di abitanti e, quindi, partire dalla progettazione di nuove vie di comunicazioni che si andrebbero a scostare da quelle tradizionali e parallele alla linea di costa. I nastri d’asfalto e le linee ferrate punterebbero verso gli appennini… L’edificato nascente comprenderebbe palazzi costruiti con criteri antisismici, in un contesto urbanistico più equilibrato, con ampi spazi e a misura d'uomo. Nel frattempo e auspicabilmente sarebbe iniziato il secolo del riordino territoriale, una sorta di primavera napoletana, con ambiziosi traguardi di rivalutazione del patrimonio paesaggistico e archeologico e storico della metropoli vulcanica, oggi sopraffatta dalla politica e dal cemento quali elementi per niente disgiunti fra di loro.

Vorremmo salutare al più presto il primo piano d’emergenza pubblicato online da qualche virtuoso comune campano per capire come si sta procedendo nel fronteggiare il rischio vulcanico vesuviano, calderico flegreo e ischitano. Sono soldi europei tra l’altro spesi su un argomento che dovrebbe essere nelle attenzioni della corte europea di Strasburgo sui diritti dell'uomo, a proposito delle azioni volte a difendere i vesuviani dal rischio vulcanico. Una problematica oggi nelle mani di un assessore talmente sicuro del fatto suo, che non ha avuto difficoltà ad affermare che ricostruirebbe di nuovo e in zona rossa il più grande e antisismico ospedale del sud Italia... Ipse dixit!

Ospedale del mare - Napoli -




domenica 26 ottobre 2014

Campi Flegrei: attenzione scientifica e mediatica.




Macellum Pozzuoli:simbolo del bradisismo flegreo


“Campi Flegrei: il super vulcano napoletano, tra attenzione
scientifica e mediatica.” di MalKo

Entro il 30 novembre 2014 dovrebbe esserci una riunione tra il Dipartimento della Protezione Civile, la Regione Campania e i sindaci i cui territori sono compresi nella nuovissima mappatura della zona rossa dei Campi Flegrei. Un sedime a rischio allargato rispetto al passato, i cui contorni ricalcano e inseguono i maggiori depositi di tufo grigio e giallo. Era naturale quindi che la città di Napoli venisse in parte compresa in questa zonazione, perché poggia per la quasi totalità sui suoli originatisi proprio dai prodotti espulsi dai vulcani flegrei, sia sotto forma di depositi da nubi ardenti che da foll out piroclastico. I venti predominanti infatti, sono prevalentemente occidentali e indirizzarono e indirizzerebbero il più delle volte verso il centro della metropoli le ceneri asperse nell’atmosfera dai vulcani flegrei.
Rispetto al Vesuvio che ha un condotto e una bocca sommitale che s’erge a 1281 metri di altezza, ed è quindi ben visibile e riconoscibile a distanza, il super vulcano Campi Flegrei avendo caratteristiche da caldera non ha un cono e neanche un condotto, ma poggia direttamente su una camera magmatica. In più punti si riconosce l’orlo calderico segnato da un rilievo ora digradante sul piano, a tratti depresso che poi diventa sottomarino e invisibile, lasciando finanche qualche incertezza sui reali confini calderici nascosti dalle profondità marine. Tant’è che se si conoscessero bene questi limiti, sarebbe stato necessario tracciarli per motivi operativi e anche perché nell’ultimo convegno sul rischio vulcanico tenutosi a Napoli, il Direttore dell'Osservatorio Vesuviano (INGV) ha accennato a una rivalutazione del rischio vulcanico sub marino nel Golfo di Pozzuoli. All’interno di questa notevole superficie calderica circolare di circa 12 chilometri di diametro, potrebbe aprirsi la futura bocca eruttiva…Per il passato se ne sono contate circa 40 monogeniche.
Anche nei Campi Flegrei pensiamo che verrà seguito un percorso di condivisione strategico dei settori a rischio con i comuni, che in questo caso sono tutti new entry grazie a un atto ufficiale di nomina in corso di perfezionamento. Alla stregua di quanto è stato fatto con l’area vesuviana, le amministrazioni comunali chiamate in causa dalla nuova mappatura, cioè Pozzuoli, Quarto, Bacoli, Monte di Procida, Marano, Giugliano e Napoli con i quartieri di Bagnoli, Fuorigrotta, Pianura, Soccavo, Posillipo, Arenella, Vomero, Chiaiano, Chiaia e San Ferdinando, probabilmente vedranno i loro territori soggetti ai limiti di edificabilità residenziale previsti dalla legge regionale 21 del 2003. Ciò che vale per il Vesuvio infatti, dovrebbe valere anche per i Campi Flegrei…
Campi Flegrei - Mappa della zona rossa

Non sappiamo le conclusioni del Dipartimento della Protezione Civile e della Regione Campania a proposito delle aree a maggiore pericolosità. La cartina pubblicata forse sarà rivisitata con maggiori dettagli in cui si identificheranno le zone a invasione dei flussi piroclastici (rossa 1) e quelle di ricaduta della cenere (rossa 2). In questo caso, ma procediamo sempre per ipotesi, si avrebbero due zone distinte e da concordare anche politicamente, dove la prima conterrebbe norme come detto contrarie a nuovi insediamenti abitativi e la seconda solo prescrizioni evacuative e possibilità di adeguamento antisismico e anti cenere coi tetti a spiovente.
Sarà interessante conoscere la classificazione che verrà data ai suoli di Bagnoli business che ricadono per intero nell’alveo delle colate piroclastiche…

Una volta ufficializzate le zone, si procederà con i gemellaggi e la ratifica da parte del Presidente del Consiglio di quanto concordato per le necessarie coperture economiche. Il Prefetto Franco Gabrielli a margine della riunione di presentazione della zona rossa flegrea, ha chiarito che non è stato presentato nulla a scatola chiusa.  
Di seguito vogliamo riportare la stima della percentuale probabilistica che è stata assegnata ai Campi Flegrei a proposito del (VEI) Volcanic Explosivity Index, ovvero dell’indice di esplosività vulcanica che potrebbe caratterizzare la prossima eruzione nel medio termine. Di fianco le probabilità assegnate invece al Vesuvio.

Indici probabilistici (VEI)  eruttivi del  Vesuvio e dei Campi Flegrei
Occorre precisare che nei piani d’emergenza generalmente, ed è norma comune, si utilizza come base di riferimento l’evento massimo conosciuto e non quello probabilistico ai fini della redazione dei piani di sicurezza. Purtuttavia è anche vero che a fronte di eventi altamente energetici, la superficie e il valore esposto da proteggere potrebbe diventare talmente grande da rendere vana qualsiasi forma di tutela.
L’esempio classico è quello della nave e della scialuppa. Se il mezzo di salvataggio è tarato per il galleggiamento di 100 persone, e noi ne imbarchiamo 500, probabilmente periranno tutti. In questi casi si da precedenza a donne e bambini perché il loro indice di autoprotezione in ambienti ostili è basso rispetto agli uomini dalla maggiore prestanza fisica. Si opera quindi una scelta che comunque non può essere in termini di peso e ingombro superiore alle capacità di galleggiamento e di manovra dell’imbarcazione di salvataggio.
La politica quindi, potrebbe assumere uno scenario di pericolo diverso da quello massimo conosciuto, magari prendendo come hanno fatto per il Vesuvio quello maggiormente probabile, sulla scorta di un’analisi strategica che tiene conto innanzitutto delle scialuppe a disposizione. Sarebbe strategia ad altissimo livello…ammirevole:  in altre parole realpolitik.

L’altissimo livello purtroppo non c’è e ci rimane solo una mediocrità casereccia perché un profilo da governante illuminato non continuerebbe a ingrossare le file dei passeggeri del Titanic dopo aver contato le scialuppe e assunto il pericolo probabile invece del massimo conosciuto come base dei piani di salvataggio. Nell’area vesuviana la storia dei condoni e del ripristino statico di ruderi e spiccati e conosciuta da tutti. Così come le piccole furberie che decantano una zona rossa Vesuvio ampliata che a conti fatti si è invece ristretta portando seco una serie di strascichi di ordine amministrativo. Anche l’adozione della linea Gurioli che demarca impropriamente la zona rossa a invasione dei flussi piroclastici, ha un piglio deterministico e non probabilistico, inducendo quindi false sicurezze negli abitanti limitrofi e finanche nel giudizio delle corti. E intanto i comuni aspettano con ansia e pronti alla firma, la decisione del Consiglio di Stato sulla riapertura dei termini di vaglio delle domande di condono a tutto il 31 dicembre 2015...
Il vero tallone di Achille della metropoli vulcanica allora è il valore esposto che aumenta inesorabilmente. Il problema è politico e delle istituzioni che non lanciano il grido d’allarme. Occorrerebbe una legge ad hoc: prima di pensare all’ergastolo della patente, i  ministeri competenti dovrebbero pensare all’ergastolo del condono edilizio…  ma voto non olet!

Un evento probabilistico, ritornando alla tabella pubblicata, può essere il prodotto di un calcolo oggettivo e soggettivo. Nel caso del Vesuvio ad esempio, a seconda dell’arco temporale che si assume come base di calcolo, salta fuori una probabilità dell’11% di pliniana se si prende in esame un intervallo di quiescenza da 60 anni in poi, che scende all’1% se l’arco temporale di riferimento è un range compreso tra i 60 e i 200 anni. Il dato da prendere in esame quindi, con tutte le incertezze del caso doveva essere una media ponderata tra i due periodi analizzati. E’ inutile dirvi che il Dipartimento della Protezione Civile, sentita la commissione grandi rischi, ha optato per l’1% probabilistico…
Come avrete intuito nessun calcolo statistico probabilistico può garantire la totale sicurezza delle popolazioni esposte al rischio vulcanico, perché non c’è una casistica molto lunga di dati a disposizione. Tra l’altro bisogna tenere in debita considerazione che ogni evento eruttivo è un elemento di novità che non ha nulla in comune con le altre eruzioni i cui contenuti di casualità sono assolutamente sconosciuti e imponderabili.



La classificazione del rischio è allora un elemento politico prima ancora che un fattore scientifico… Lasciano veramente perplessi al riguardo disquisizioni probabilistiche che accomunano un evento vulcanico catastrofico alla caduta di un meteorite. Affermazioni di questo tipo devono preoccupare seriamente le popolazioni, perché il politico che le adopera è pericoloso, in quanto non può avocare a se una decisione che spetta unicamente al singolo cittadino ancorchè se il medesimo ha un’alternativa.
L’autorità democratica  ha il dovere di fornire informazioni complete e puntuali, poi sarà l’auto decisionismo del singolo uomo o donna a valutare le notizie e scegliere liberamente quale sia la migliore soluzione per il personalissimo universo che caratterizza ognuno di noi col suo carico di paure e speranze. Nei consessi scientifici e tecnici le autorità non stiano a dire che è più facile che ci piombi in testa un meteorite che un’eruzione catastrofica, perché cala poco. Spifferino numeri e statistiche e soprattutto quanto ci sono costati oltre 20 anni di commissioni, sotto commissioni, e studi e incarichi per la stesura di piani d’emergenza monchi e inconcludenti.

A fronte di un meteorite, ci siamo stancati di dirlo, non c’è un luogo del Pianeta esente dal rischio, perché tutta la Terra è a rischio meteorite. Non c’è un sopra e un sotto, anche perché il nostro Pianeta non passa mai due volte per lo stesso punto e ruota su se stesso e poi trasla ecc… Il vulcano invece, trattandosi di un pericolo che ha delle precise referenze geografiche, consente a chi non vuole condividere le probabilità statistiche assunte dalla politica, di spostarsi sull’antimeridiano opposto al vulcano, cioè al sicuro. Non dal meteorite però!
Aspettiamo cosa decideranno il 30 novembre 2014…


 

domenica 19 ottobre 2014

Rischio Vesuvio:caos...


“Rischio Vesuvio: il problema è politico,
istituzionale, giuridico o irrisolvibile?” di MalKo

Due prefetti ebbero sul loro tavolo istituzionale la notizia che non c’era nessun piano di evacuazione per l’area vesuviana. L’appello invitava a preparare un piano di emergenza per surrogare quello di emergenza inesistente a fronte del rischio dettato dal Vesuvio e dalla sua insondabilità geologica. L’appello cadde nel vuoto… In quel periodo tra l’altro regnava Bertolaso, in tema di protezione civile, e nessuno aveva voglia di andargli a chiedere conto del piano d’emergenza tanto pubblicizzato ma molto inconcludente, quasi da operazione mediatica… Nulla di strano perché anche nelle sedi giudiziarie la notizia che settecentomila cittadini non hanno una tutela che li protegga dai flussi piroclastici non ha prodotto ancora un risultato tangibile. La corte europea di Strasburgo chiamata in causa dal persistere di una certa indifferenza istituzionale tutta italiana e che mina qualche principio universale, intanto studia il caso…

All’INGV formulammo alcune domande sul vulcano Marsili a proposito delle frane e del Marsili Project e del prefigurato rischio maremoto. I cortesi uffici dell’Ente istituzionale scientifico preannunciarono a più riprese una risposta mai giunta. Stessa domanda al Ministero dell’Ambiente i cui uffici invece tergiversarono invitando a inoltrare una mail all’ufficio stampa, perché sono loro bla…bla…bla. Poi si è scritto ad altre istituzioni competenti come la Regione Campania, per sapere qualcosa di preciso sui condoni e i ruderi da riattare e i motivi per i quali è stato consentito l’utilizzo dei fondi per la ricostruzione post terremoto dell’80 in zona rossa Vesuvio. Buio oltre la siepe… La domanda per capire altrove cosa succede in tema di abusivismo edilizio la girammo all'USGS che ci invitò a scrivere allo Yellowstone National Park, immenso parco americano che comprende l’omonima caldera vulcanica. L’interrogativo ha prodotto stupore con la precisazione che se intendevamo qualche capanno di caccia era molto poco probabile a causa del clima rigido.
Nella nostra caldera vulcanica dei Campi Flegrei invece, pare addirittura che sia molto serio il rischio che sui terreni di Bagnoli, sede del Deep Drilling Projectvengano costruiti migliaia di vani a uso residenziale grazie a una cordata di provvidenziali tutori imprenditori misti a intellettuali che vogliono rimarcare il loro impegno per Napoli e per il litorale flegreo…

Nel recente convegno sul rischio Vulcanico organizzata dall’ordine dei geologi il 14 ottobre 2014 a Napoli (Castel dell’Ovo), l’assessore regionale Prof. Edoardo Cosenza ebbe a spiegare alcuni punti del piano d’emergenza Vesuvio e delle strategie del piano di evacuazione a iniziare da alcuni concetti: << un’eruzione superiore a quella presa come evento massimo di riferimento ha un ritorno di 23.000 anni. I terremoti distruttivi invece, ogni 475 anni. Ergo, rinforziamo le case!>>. Un’altra novità importante da introdurre nei piani d’emergenza -  riferisce l’assessore -  è la necessità di organizzare un servizio capace di ripulire subito il fiume Sarno dalle ceneri eruttate dal Vesuvio perché altrimenti gli alvei ricoperti determinerebbero fenomeni alluvionali delle acque...
L’ineffabile assessore nel suo intervento ricamò chiacchiere assegnandosi alla fine un 110 con lode per tutte le iniziative messe in campo dal suo ufficio, puntando poi il dito contro il teppismo scientifico con manie di protagonismo che denigra e allarma con previsioni catastrofiche. Pensavamo di porre molte domande all’assessore nello spazio successivo dedicato al dibattito in sala così come previsto dai lavori.  Invece l’ingegnere Cosenza al termine del suo intervento andò via senza nessuna possibilità di contraddittorio… Avremmo voluto chiedergli conto sul cambio dei proclami, ovvero da: <<non un abitante in più in zona rossa a un non un metro cubo in più di cemento in zona rossa…>>. La differenza? Col secondo editto si recupera il cemento esistente reso antisismico con migliaia di abitanti al seguito…
Il Presidente Ugo Leone commissario straordinario del Parco Vesuvio, non ha avuto dubbi sul definire connivente con il rischio chi non si oppone alla cementificazione nella zona rossa Vesuvio, sia in senso colposo dovuto presumibilmente all’ignoranza, sia in senso doloso dovuto magari a un mero calcolo elettorale. Più chiaro di così…
Nel merito dei fondi europei, Cosenza riferisce che su 550 comuni solo 20 non hanno fatto domanda per ricevere soldi finalizzati alla redazione dei piani d’emergenza tra cui alcuni retti da commissari prefettizi. Questi 20 avranno i soldi per forza e d’ufficio perché anche quei cittadini hanno diritto alla sicurezza. Solo 61 comuni devono perfezionare la domanda di ammissione mentre i restanti possono già lavorare attingendo i fondi.

Il Direttore dell’Osservatorio Vesuviano, Giuseppe De Natale, contrariamente ad altre circostanze dibattimentali con previsioni eruttive contabili a mesi da passare alla politica, ha sostenuto questa volta che indicare data e ora di una ripresa eruttiva del Vesuvio, anche con tutti i precursori in corso che superano il punto di non ritorno è impresa difficilissima. De Natale ha poi chiarito che esiste uno strato di magma spesso tra 1 e 2 chilometri che si dirama dal Vesuvio ai Campi Flegrei a una profondità oscillante tra gli 8 e i 10 chilometri. Tra l’altro, ha aggiunto il direttore, sia al di sotto dei Campi Flegrei ma probabilmente anche al di sotto del Vesuvio, ci sono serbatoi di magma vecchi, più superficiali e più densi che sfuggono alle prospezioni sismiche. Trattandosi di magmi “rinsecchiti” ma caldissimi, potrebbero essere facilmente riattivabili dai magmi sottostanti. Gli studi attuali vertono su questa nuova e  interessante linea di ricerca.

Il Prof. Vincenzo Morra, Direttore DISTAR Università degli Studi di Napoli Federico II, nonché referente della Commissione Grandi Rischi per la parte vulcanica (CGR-RV), ha sottolineato una certa iperattività della commissione da lui presieduta che ha messo fine all’immobilismo preesistente. L’illustre coordinatore della grandi rischi vulcanica ha indicato una data in particolare a proposito del fare, esattamente il 14 dicembre 2012 in cui lui e il suo gruppo sono stati chiamati dal prefetto Franco Gabrielli per esprimere un parere sui Campi Flegrei. In quei frangenti, chiosa Morra, ci siamo assunti la responsabilità di suggerire al Dipartimento della Protezione Civile di passare, a proposito dei livelli di allerta, a uno stato di attenzione
In verità dalla nostra rivista sollecitammo questa macroscopica necessità in un articolo datato 25 novembre del 2012.  Siamo stati un tantino geomanti …

Il Prof. Stefano Tinti dell’università di Bologna ha sottolineato che i piani d’emergenza a fronte del rischio Vesuvio è bene che tengano in debito conto anche il rischio tsunami a carico delle comunità rivierasche oggi molto più numerose del passato. Il problema maremoto infatti, è ben presente nelle zone tirreniche meridionali per fatti sismici ma anche vulcanici.

La dott. Chiara Cardaci del Dipartimento della Protezione Civile ha preso atto del rischio maremoto ed ha chiarito, continuando, che l’evacuazione della popolazione dalla zona rossa avverrà all’occorrenza in anticipo rispetto ai tempi eruttivi, anche con il rischio di un falso allarme.

Il dato che anche in questo convegno è emerso lampante, è la discrasia tra la necessità di ridurre il valore esposto in quest'area a rischio favorendo la delocalizzazione delle famiglie in luoghi più sicuri, e il cemento che non c’è verso di spingerlo e respingerlo fuori dalla zona rossa. Per essere riassuntivi, purché non si costruisca un nuovo palazzo sotto al Vesuvio si può riattare qualsiasi cosa, anche se a livello di pietrame preesistente. Il Governo centrale ha chiamato in causa la Corte Costituzionale soprattutto per valutare quella parte della legge regionale che riguarda l’apertura dei termini del condono al 31 dicembre 2015. Vogliamo ricordare alle amministrazioni comunali interessate, che secondo alcuni autorevoli pareri e sentenze del Consiglio di Stato, non è sufficiente una dichiarazione sostitutiva di atto notorio per provare l'epoca di anteriore realizzazione dell'opera rispetto a un vincolo ed ancora che il trascorrere del tempo non modifica il concetto di abuso e di demolizione. 
In ultima analisi la Corte Costituzionale è l’unica che può calmierare l’audacia della Regione Campania che sembra spinta dall’ossessione cementizia. Dalla decisione di questo importantissimo organo dello Stato allora, capiremo probabilmente il futuro della zona rossa Vesuvio e della connotazione da dare al rischio vulcanico... 

L’assessore Cosenza durante l’intervento prima citato, ha avuto a dire che la popolazione nell’area vesuviana è calata e sta calando. In realtà l’unico comune che lascia registrare una inversione di tendenza in termini di calo è quello di Portici, le cui caratteristiche territoriali sono da formicaio. Il motivo del calo è da ricercarsi probabilmente nelle politiche di informazione che sono state fatte negli anni passati sul rischio Vesuvio, e a una buona dose di invivibilità ordinaria dettata dal superaffollamento di tipo asiatico.
Non risulterà difficile per i lettori accedere alle tabelle dei siti specializzati. Si noterà allora, che in realtà c’è stato un calo demografico in termini di numero di abitanti nel vesuviano, ma non del numero di famiglie che invece è in aumento. In alcuni comuni come Terzigno e Boscoreale, il dato di crescita è addirittura su entrambi i fronti, grazie allo spiccato fenomeno dell’abusivismo edilizio che ha contraddistinto in negativo la storia di questi territori nell'ultimo trentennio.

Il problema del rischio Vesuvio allora, è un problema che attiene innanzitutto alla sensibilità della classe politica e a quella istituzionale poco pungolata da un'informazione non sempre puntuale e corretta.

Su tutte le questioni avrebbe dovuto prendere il sopravvento e svettare il buonsenso dei cittadini, che in alcuni casi hanno preferito accettare il compromesso dell'oggi, adeguandosi a un sistema che in cambio chiedeva solo il consenso elettorale. Non si è guardato, non si è capito, e si è rinunciato al diritto alla sicurezza,  soprattutto in danno ai nostri figli e nipoti che erediteranno un territorio martoriato dal cemento e dalle discariche. La routine proseguirà tra imbonitori e business,  fino a quando un giorno magari lontanissimo, un evento da cigno nero resetterà il sistema girando la clessidra del rischio vulcanico, che inizierà a scorrere daccapo,senza enfasi, granello dopo granello...