Translate

Visualizzazione post con etichetta piano emergenza vesuvio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta piano emergenza vesuvio. Mostra tutti i post

martedì 28 aprile 2026

Rischio eruttivo al Vesuvio: l'eruzione pliniana è da impatto generazionale.. di Malko

 

Napoli e il Vesuvio

Quando negli anni 80’ fu concretamente sollevato il problema dell’incolumità degli abitanti della plaga vesuviana in caso di eruzione del Vesuvio, venne evidenziato che nell’eventualità non c’erano rimedi capaci di offrire una adeguata protezione fisica ai residenti, a fronte di fenomeni altamente letali come le terribili colate piroclastiche. Composte da gas vulcanici e vapore acqueo, ceneri, pomici e frammenti di magma e roccia abrasa dal condotto, i flussi piroclastici si formano in seguito al collasso della colonna eruttiva che, dirompendo in alto nell’atmosfera anche per decine di chilometri, all’esaurirsi della spinta precipita originando valanghe ardenti che riescono a scorrere molto velocemente sui fianchi del monte vulcanico, percorrendo così notevoli distanze con un incedere turbolento e distruttivo.

Furono proprio i flussi piroclastici a caratterizzare la micidiale eruzione pliniana che coinvolse tragicamente nel 79 d.C. le cittadine di Pompei ed Ercolano. In questa eruzione l’indice di esplosività vulcanica (VEI) fu catastrofico, con la formazione di una colonna eruttiva che superò i trenta chilometri di altezza, per poi ricadere su sé stessa generando a più riprese e in tempi diversi colate piroclastiche che si riversarono a valle, investendo alcuni centri abitati localizzati alla base del vulcano. Ercolano risultò tra i primi ad essere raggiunto e distrutto, con temperature dei flussi che superarono i 400° Celsius, e velocità di scorrimento di oltre 100Km/h.

Le nubi ardenti che colpirono la città di Ercolano furono particolarmente micidiali, e quando investirono gli ercolanesi che tardarono ad allontanarsi rifugiandosi in riva al mare in spazi dove si riponevano le barche, portarono seco una morte istantanea. Su alcuni resti umani, infatti, si nota lo “scoppio” della calotta cranica dovuta alla repentina evaporazione dei fluidi biologici, così come in alcuni casi sono evidenti arti fratturati da shock termico e ossa rossastre la cui colorazione è stata dettata dalla decomposizione termica dell'emoglobina presente nel sangue…

I fornici dove si rifugiarono durante l'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. circa 350 ercolanesi poi investiti dai flussi piroclastici trovando così morte istantanea.


In un discorso più ampio di vivibilità in area vesuviana, occorre tener ben presente che non è possibile prevedere con un anticipo sicuramente utile l’insorgenza di un’eruzione, e neanche la potenza che la caratterizzerebbe e che viene misurata adottando un indice numerico (VEI) che, generalmente, è quantificabile con una buona precisione solo al termine dell’eruzione. 

A fronte di queste due grosse incertezze allora, inevitabilmente il valore del rischio che incombe sulle popolazioni vesuviane è tutt’altro che minimo, e ogni discorso sulla eroica resilienza delle popolazioni esposte, si basa in realtà sulla non percezione sensoriale del pericolo e sul convincimento che l’eruzione è possibile prevederla certamente almeno 72 ore prima, come recitava e recita  la campagna informativa governativa, anche se nell’attualità i toni di certezza predittoria sono diventati piuttosto timidi. 

Sono passati ottantadue anni dall’ultima eruzione (1944) del Vesuvio, e quindi ci apprestiamo a raggiungere il secolo di quiete. La quiescenza anche ultrasecolare del Vesuvio non aggraverebbe oltre misura i fattori di rischio già insiti nell’attuale zona rossa, ma certamente andrebbe a influenzare l’ampiezza dell’area pericolosa che potrebbe quadruplicarsi. La letteratura scientifica, infatti, afferma che l’indice di esplosività vulcanica ha una certa propensione al rialzo con l’aumentare dei tempi di quiete geologica. 

Gli scienziati della commissione grandi rischi, sulla base anche della relazione prodotta da un apposito gruppo di lavoro (2012), confermarono che al Vesuvio l’eruzione massima attesa da prendere come riferimento per la stesura dei piani di emergenza, doveva essere di tipo simil sub pliniano VEI4. Allora fu elaborata la zona rossa tenendo in debito conto il lavoro di una ricercatrice, Lucia Gurioli, che verificò sul campo e poi segnò su mappa (Linea nera), i punti di massimo scorrimento raggiunti dai flussi piroclastici che si formarono nell’ultima eruzione sub pliniana del 1631.  

Zona rossa Vesuvio e linea Gurioli


Questa linea curva di demarcazione, non tutti la conoscono e in tutti i casi la interpretano erroneamente come un limite di pericolo, ma in realtà è un limite di deposito che non tiene conto dell’avanzamento delle parti più leggere e gassose di una nube ardente. Deve essere poi chiaro che non esistono eruzioni fotocopie, e che le energie sprigionabili dal vulcano possono essere anche idealmente rappresentate da numeri con virgola: ad esempio VEI 4,2. In questo caso corrisponderebbe a un rilascio di energie 2 volte superiore a una eruzione VEI 4,0; un esempio di medietà dei valori di esplosività ci è offerto dal potente evento di Pollena nel 472 d.C. col suo stile eruttivo non inquadrabile con cifra tonda e collocabile tra il VEI 4 e 5… Da notare che l'eruzione di Pollena è avvenuta 383 anni dopo quella disastrosa di Pompei nel 79 d.C.

Qualora dovesse verificarsi una eruzione di tipo VEI 4, i flussi piroclastici potrebbero raggiungere i territori posti a distanza di circa 7-10 Km. dal cratere. Invece, semmai l’eruzione dovesse assumere caratteristiche energetiche da VEI 5 (pliniana), quindi 10 volte più forte dell’evento campione (VEI4), le colate piroclastiche potrebbero spingersi a distanze di 15/20 chilometri dal centro eruttivo. Questa congettura evidenzia che in tema di prevenzione della catastrofe vulcanica, con i criteri attuali ci sono delle criticità che andrebbero almeno palesate alla popolazione, soprattutto se non è possibile assicurare iniziative di tutela nell’immediato o nel medio termine.

In caso di allarme vulcanico, l’area che sarà soggetta ad evacuazione preventiva, di fatto è quella VEI4, quella rossa che vedete nella figura sottostante, che conta una superficie di circa 200 km². Invece, l’area della corona circolare che abbiamo colorato in verde per distinguerla nettamente, indica la superficie di circa 800 Km² invadibile dalle colate piroclastiche di una eruzione pliniana (VEI5). Quest’ultima tipologia eruttiva infatti, porta con sé la concreta probabilità che le nubi ardenti superino l’area VEI4, per poi spingersi oltre e fino a raggiungere, come detto, distanze di 15/20 chilometri...  

La zona rossa VEI4 comprende anche eruzioni VEI3 - La zona verde VEI5 indica i territori invadibili dalle colate piroclastiche in caso di eruzione pliniana VEI5


In poche parole, un’eruzione pliniana investirebbe complessivamente un territorio di oltre 1000/km² che conta alcuni milioni di abitanti. Eppure, l’eruzione pliniana è stata totalmente esclusa dagli eventi possibili… A essere maggiormente chiari, non c’è nessun piano di evacuazione o direttiva ad oggetto la zona verde VEI5. Quindi, i cittadini residenti in questo territorio, in caso di allarme rimarrebbero fermi sul posto ad osservare lo straordinario spettacolo della natura senza neanche comprendere che le loro vite sono affidate a calcoli statistici che tra l’altro mutano col passare del tempo e non in misura lineare.

Nelle filosofie del rischio vulcanico che si caratterizza per i molti fattori di indeterminatezza, inevitabilmente questa decisione di non prendere in considerazione una eruzione pliniana non è deontologicamente condivisibile e rimane in ogni caso un azzardo. L’imprescindibile diritto alla sicurezza comporterebbe che là dove non c’è tutela deve esserci almeno l’informazione corretta e puntuale che invece manca. Le autorità dovrebbero chiarire: Egregi cittadini; non c’è un piano di evacuazione a fronte di una eruzione pliniana che rimane statisticamente poco probabile. Purtuttavia non la si può escludere deterministicamente perché, secondo gli esperti, la possibilità statistica che possa materializzarsi un evento pliniano al Vesuvio va dall’1 all’11 % di probabilità, a seconda della tabella dei tempi che si adotta, e che sono entrambe basate su diversi periodi di quiescenza del vulcano. La tabella di riferimento che è stata scelta dalla commissione grandi rischi è la B.

Tabella A e B delle probabilità eruttive.


La commissione grandi rischi si è caricata dell’onere di adottare una eruzione di riferimento di bassa/media entità (VEI4), così come l’osservatorio vesuviano e il dipartimento della protezione civile si sono assunti il gravame della previsione dichiarando che i movimenti del magma sono monitorati costantemente e quindi l'eruzione non potrà coglierci di sorpresa… Ricordiamo alfine, che sarà sempre la presidenza del Consiglio dei ministri, sentito la commissione grandi rischi e il comitato operativo della protezione civile, a diramare all’occorrenza l’ordine di evacuazione della zona rossa Vesuvio. 

Per gli esperti dipartimentali e regionali bastano 72 ore, corrispondenti a tre giorni di anticipo sull’eruzione per garantire l’evacuazione dei 700.000 abitanti dalla zona rossa. Oggettivamente un tale numero di residenti non è facilmente gestibile, atteso che numericamente supera la popolazione di una grande città come Palermo. Anche da un punto di vista della densità abitativa, in alcuni comuni del vesuviano, soprattutto tra quelli costieri, si registrano numeri da record, come ad esempio quelli che si contano nel comune di Portici con i suoi circa 11.350 abitanti per chilometro quadrato: un affollamento che non aiuta… 

Le procedure evacuative prevedono che i 700.000 vesuviani vengano allocati, in caso di allarme vulcanico, in tutte le regioni e province d’Italia isole comprese. Le modalità di rapido allontanamento comprendono l’uso di navi, treni, bus e autovetture private. Occorre tener presente che per imbarcarsi su navi e treni, occorre raggiungere innanzitutto e per forza di cose scali marittimi e ferroviari con mezzi collettivi (Bus). 

Schema dei gemellaggi

Un’altra incognita che riguarda l’analisi del territorio vulcanico è quella che ci rimanda a un momento successivo all’eruzione: fenomeno quest’ultimo che può durare da pochi giorni a settimane. I 700.000 evacuati passata la fase acuta delle dirompenze vulcaniche, non è da escludere che in un modo o nell’altro vorranno tornare alle loro magioni abituali, per verificare l’entità dei danni ricevuti ed eventualmente capire in che modo lo Stato intenda risarcire chi ha subito danneggiamenti importanti o ha perso tutto: abusivi compresi (Ischia docet). In tutti i casi, anche se l’eruzione dovesse esaurirsi in pochi giorni, le rovine caratterizzerebbero il panorama vesuviano e darebbero spazio a tardive riflessioni circa gli errori che sono stati fatti nella gestione del territorio e sulle politiche di prevenzione attuate e soprattutto non attuate per evitare che un evento naturale si trasformi in catastrofe vulcanica. Secondo alcune logiche di buon senso, la prossima eruzione del Vesuvio traccerà in modo empirico la nuova zona rossa. I palazzi che verranno travolti dai flussi piroclastici o anche dalle colate laviche, molto probabilmente non dovrebbero essere riedificati, così come c’è da giurarci che nasceranno controversie sui limiti di confine poderali. Solo un'eruzione simile a quella del 1944 (VEI3) potrebbe consentire un moderato ottimismo sui tempi di ripresa economica e sociale dell'area vesuviana: ma non subito.  

Nel campo delle iniziative, c’è da registrare che negli ultimi mesi anche il Comune di Pompei ha aderito al protocollo d’intesa promosso dalla Fondazione Convivenza Vesuvio: un progetto che mira ad evacuare i vesuviani nei comuni della fascia appenninica e pre appenninica dell’Irpinia, qualora il vulcano dovesse dare segni di ripresa dell’attività eruttiva. Il principio di fondo è irrefutabile, perché consentirebbe ai cittadini sfollati dalla plaga vesuviana di non disperdersi nelle varie regioni italiane rimanendo in Campania. Nel progetto però, per quel poco che si conosce, ci sembra di cogliere più dichiarazione di principio che modalità operative. Trattandosi di argomenti di fondamentale importanza per i cittadini, occorrono chiarimenti e garanzie. 

Nelle zone appenniniche e preappenniniche di certo e dagli inizi degli anni '50 è in corso uno spopolamento causato da un mix di denatalità, mancanza di lavoro e di servizi e infrastrutture che hanno innescato da molto tempo processi di emigrazione verso le province costiere, o nel nord Italia se non all’estero, soprattutto da parte dei giovani non molto propensi ad accettare una vita con modeste opportunità di studio, svago e lavoro. La disponibilità abitativa necessaria al progetto convivenza, infatti, non è racchiuso nei grandi centri ma nei paesi di modesta estensione che caratterizzano la provincia avellinese e beneventana. L'iniziativa convivenza Vesuvio potrebbe racchiudere insuccessi, perché il cittadino vesuviano accetterebbe sicuramente una "tenda" in muratura, senza per questo considerarla una magione a permanenza o comunque di lungo periodo o comunque degna di investimenti personali. 

Alfine, vogliamo concludere mettendo in risalto due punti che consideriamo importanti: il primo riguarda l’area verde che nella figura precedente abbiamo chiamato VEI5. Ebbene, nel disegno si evidenzia con un colore che generalmente definisce la normalità, un territorio non proprio normalissimo, dove possono dilagare i flussi piroclastici in caso di eruzione pliniana. Un territorio tra l'altro non contemplato in nessuna pianificazione d’emergenza o di evacuazione. Purtuttavia questa zona destinata prima o poi a cogliere e per forza di cose interesse, non è destinataria di alcuna legge o norma o circolare o raccomandazione nazionale o regionale che richiami la sua particolarità di zona pliniana. Eppure il principio di precauzione pur in presenza di dubbi scientifici, richiede di privilegiare la prevenzione anche se a lunga scadenza, col fine di tutelare quei posteri che non hanno colpe programmatiche. Probabilmente la zona verde dovrebbe essere già oggi dichiarata zona gialla (attenzione).

Intanto l’area VEI5 d'interesse pliniano, è sede di notevole urbanizzazione e antropizzazione di livello diremmo incalzante, perché in questo sedime territoriale occorre soddisfare pure i bisogni abitativi della zona rossa classica, dove vige la norma di inedificabilità totale per scopi abitativi. Questo significa che quando gli esperti magari tireranno in ballo il rischio pliniana, vuoi per il tempo che è passato oppure per la rinnovata cultura della prevenzione  o anche per innovative scoperte scientifiche o nuovi calcoli statistici, ci troveremo di fronte una realtà fatta da una antropizzazione caotica oltre misura, con ben poche possibilità di riuscire ad adeguare il territorio strutturalmente secondo logiche di difesa passiva, larga viabilità e palazzi bassi e soprattutto spazi: tanti spazi senza i quali non si può fare fa protezione civile...

Sarebbe il caso che il presidente della Regione Campania, ma anche il dipartimento della protezione civile, mettano insieme esperti del settore scientifico e urbanistico, affinché si valutino le conseguenze di una eruzione VEI5, secondo i principi della precauzione e dell’impatto generazionale (VIG). Nella zona VEI 5 deve scattare la norma di zona regolamentata, in modo che in termini di governo del territorio dovranno essere considerate tutte le necessità pianificatorie e di gestione strategica del territorio. 

IL Presidente della Regione Campania dovrebbe altresì verificare e approfondire nella sua interezza, i presupposti di fattibilità contenuti nel progetto della fondazione convivenza Vesuvio, perché non si possono diffondere aspettative di permanenza in Campania in caso di allarme vulcanico, se questa possibilità non è verificata in tutti i suoi aspetti, a iniziare da quelli amministrativi ed economici passando per il computo delle risorse alloggiative disponibili.

                                                                                            Vincenzo Savarese



venerdì 16 giugno 2023

Rischio Vesuvio: la zona gialla... di Malko


 

Per parlare della zona gialla Vesuvio, occorre premettere che l’eruzione massima adottata per la stesura dei piani di emergenza è di media intensità (sub pliniana), e che i venti in quota soffiano prevalentemente verso est. Con questi presupposti, è stato preventivato la possibilità che oltre alle municipalità della zona rossa 1 (R1), i comuni di San Gennaro Vesuviano, Palma Campania, Poggiomarino e Scafati, che insieme formano la zona rossa 2 (R2), possano essere investiti da una massiccia pioggia di cenere e lapilli con accumuli sui tetti piani anche di notevoli spessori. Con questa prospettiva di carichi accidentali tutt’altro che irrisori, non si può escludere, soprattutto se la pioggia imbibisce il materiale accumulatosi appesantendolo, che si verifichi lo sprofondamento dei solai di copertura, soprattutto in danno dei fabbricati più datati, che potrebbero cedere rovinosamente su quelli sottostanti che a loro volta e per somma dei carichi, sprofonderebbero ulteriormente e fino al piano terra.

La zona rossa 2 (R2), pur avendo come pericolo la pioggia di cenere e lapilli e presumibilmente non le micidiali colate piroclastiche associate invece alla R1, ha una colorazione rossa e non gialla, perché è soggetta alla stregua della zona rossa 1, all’evacuazione preventiva e totale degli abitanti, qualora dovesse palesarsi la minaccia eruttiva. 

Zona rossa 1, zona rossa 2, zona gialla



Il fall out di materiale piroclastico sciolto che andrebbe a ricadere come dicevamo, molto probabilmente e per ampio angolo a est del Vesuvio, avrebbe una intensità fenomenologica rapportata alla distanza dal centro eruttivo, alla velocità del vento che assottiglierebbe la scia dispersiva, oltre naturalmente alla quantità di materiale piroclastico eruttato. Quindi, oltre al pericolo di crollo dei tetti, nella rossa 2, occorre tener presente che potrebbe verificarsi oscurità, perdita di orientamento, probabile spegnimento dei motori, difficoltà di transito su gomme e a piedi, e il possibile blocco delle porte che aggettano sul piano stradale. Inoltre, la cenere aspersa in atmosfera, creerebbe fastidio alla respirazione con irritazione alla gola e agli occhi soprattutto in danno di vecchi e bambini, per la componente vetrosa e acida contenuta nelle polveri vulcaniche: Plinio il vecchio morì per questo motivo sulle spiagge di Stabia nel 79 d.C.  In siffatte condizioni sarebbe proibitivo qualsiasi intervento aereo di soccorso a mezzo elicotteri, perché in un ambiente pervaso dalla cenere, i motori (turbine) cesserebbero di funzionare, così come il forte potere abrasivo del prodotto siliceo strierebbe pure il plexiglas o anche altre trasparenze della cabina di pilotaggio dei velivoli, portando la visibilità a una condizione critica per la sicurezza del volo. Anche gli autoveicoli potrebbero subire il blocco dei motori per intasamento dei filtri, e in tutti i casi la circolazione su alcune diecine di centimetri di cenere e lapilli sarebbe ugualmente problematica soprattutto per i veicoli a dure ruote e per le auto e mezzi pesanti, ancor di  più in una condizione di traffico caotico e di insofferenza all'attesa.



Nella zona gialla, quella oltre zone rosse con estensione asimmetrica, così come si evidenzia facilmente dalla cartina, non è prevista all’occorrenza e in prima battuta una evacuazione preventiva, ma è una opzione quest'ultima che gli esperti intendono attuare dopo aver valutato con eruzione in corso i settori maggiormente vulnerabili su cui precipita la maggior parte dei lapilli e della cenere scagliati in aria dal vulcano e veicolata dal vento.  Le valutazioni che dovrebbero essere velocissime, perchè veloce è la velocità di deposito dei piroclasti,  verrebbero assicurate dal dipartimento della protezione civile, che si avvarrebbe della consulenza della commissione grandi rischi, e di una direzione di comando e controllo operativo (DiComac) per l'attuazione delle direttive. 

Tecnicamente parlando però, l’opzione di valutare con eruzione in corso i settori della zona gialla da evacuare, dovrebbe presupporre come condizione indispensabile che le popolazioni ubicate in zona rossa siano già state evacuate. Diversamente, l’organizzazione emergenziale potrebbe imballarsi immediatamente, per le diverse condizioni di urgenza e di strategia che caratterizzano i territori rossi e gialli della plaga vesuviana. Anche nel flegreo sussiste la stessa condizione strategica basata sulla certezza della previsione di eruzione, che scientificamente invece, rimane perlopiù incerta...

La zona gialla, composta da 63 comuni, è evincibile dalla mappa contenuta in questo articolo, che riporta i limiti territoriali delle varie comunità interessate. Nella stessa cartina è riportata pure la curva di isocarico, una curva chiusa che circoscrive l’area dove è possibile che sui tetti possa accumularsi un deposito di cenere e lapilli anche superiore ai 30 centimetri, e quindi prossimo o superiore al peso di 300 chilogrammi al metro quadrato. In caso di eruzione, il vulcano proietterebbe in alto i prodotti piroclastici per alcune decine di chilometri, con quelli meno pesanti che diverrebbero preda dei venti e trasportati per distanze anche di migliaia di chilometri. Le ceneri micrometriche infatti, permanendo in aria per lungo tempo, potrebbero provocare nei casi di massima diffusione del prodotto, transitorie variazioni climatiche.

Nella zona rossa 1, quella che circonda e racchiude il cratere sommitale del Vesuvio, tutte le manifestazioni vulcaniche possono concentrarsi a iniziare dalle micidiali nubi ardenti; ma anche lahar, lave e poi le intense precipitazioni di cenere e lapilli e altri tipi di scorie più o meno pesanti, tra le quali pure le bombe vulcaniche. Nella zona rossa 1 non è possibile portare soccorso con eruzione in corso.

Vesuvio: bomba vulcanica ricoperta dal lichene Stereocaulon vesuvianum

                                                               di Vincenzo Savarese
                                                             





lunedì 8 maggio 2023

Rischio Vesuvio: le zone rosse 1 e 2 e gialla e blu... di Malko

Vesuvio da sud




Un giorno di un futuro lontano o lontanissimo, il Vesuvio darà origine a una eruzione presumibilmente dal taglio esplosivo. Quanto potrà essere problematica questa eruzione la cui intensità può essere nell’odierno solo stimata, lo si può dedurre dall’ampiezza che gli scienziati hanno assegnato alla zona rossa. La zona rossa infatti, è quella parte di territorio vulcanico che dovrà essere sgomberato all’occorrenza e necessariamente da tutti gli abitanti prima che si manifestino possibili dirompenze esplosive, con l’invasione delle micidiali colate piroclastiche e la massiccia ricaduta di cenere e lapilli.

La commissione grandi rischi, organo scientifico che assicura la consulenza al dipartimento della protezione civile, ha ritenuto congrua la zona rossa scientifica circoscritta dalla linea nera Gurioli. Trattasi di un segmento curvilineo ricavato da indagini campali e che, circoscrivendo il vulcano, formalizza di fatto i punti di massima propagazione dei flussi piroclastici in seno alle passate eruzioni sub pliniane. Questa zona è stata poi ampliata amministrativamente ma non con logiche omogenee di protezione e di prevenzione della catastrofe vulcanica.

Linea nera Gurioli

Partendo dal principio che ciò che è successo nel passato può succedere anche nel futuro con un’eruzione inferiore o di pari intensità a quella di riferimento, il cammino dei flussi piroclastici potrebbe avvenire entro la linea nera che in ogni caso non può ritenersi un limite di sicurezza. Partendo da questa premessa, illustriamo le caratteristiche delle 4 zone di pericolo che interessano il Vesuvio.

Zona rossa 1. Ebbene la zona rossa 1 definita ad alta pericolosità vulcanica, è quella invadibile dalle colate piroclastiche. Queste si concretizzano nel momento in cui la colonna eruttiva collassa per perdita di spinta e per effetto della gravità precipita sui fianchi del vulcano, per poi continuare la corsa per chilometri, travolgendo e distruggendo ogni cosa al suo passaggio. La micidialità di questo fenomeno è racchiusa non solo nel dinamismo dell'ammasso, ma anche dalla temperatura di circa 500° C. che caratterizza il miscuglio roccioso e gassoso in movimento. Un certo numero di vittime dell’eruzione del 79 d.C. persero la vita per gli effetti meccanici delle colate e quindi mai più ritrovati. I circa 300 ercolanesi che trovarono rifugio in un magazzeno sulla spiaggia, furono raggiunti all’interno del ricovero dalla parte più leggera della valanga piroclastica, quella gassosa e pregna di sottile cenere, che a causa delle elevate temperature cagionò l’evaporazione istantanea dei fluidi corporei, che in taluni casi comportò l’esplosione dei crani e la rottura delle ossa per shock termico. Ecco: la linea nera rappresenta le distanze percorse dai flussi piroclastici riconducibili alle eruzioni sub pliniane che si verificarono nel passato: l’ultima nel 1631. A fronte di questo pericolo, in caso di allarme nella zona rossa 1 si procederà necessariamente all’evacuazione di tutti gli abitanti.

Zona rossa 2. Questa zona intermedia ubicata tra la zona rossa 1 e la zona gialla, si caratterizza perché in caso di eruzione verrebbe letteralmente "bombardata" da una intensa pioggia di cenere e lapilli con una intensità tanto maggiore quanto minore è la distanza dal centro eruttivo. Questi prodotti piroclastici si andrebbero a depositare sui tetti piani dei fabbricati posti sottovento al Vesuvio, determinando in molti casi lo sprofondamento del solaio di copertura e, con effetto domino, pure di quelli sottostanti.

Nel caso del Vesuvio, gli esperti hanno individuato la zona rossa 2 nei territori ubicati da est nord est a est sud est, oltre la zona rossa 1, perché la statistica dei venti dominanti indica in quella direzione il prevalente fluire ventoso che interessa e passa sulla vetta del vulcano. La zona rossa 2 riguarda i territori dei comuni di San Gennaro Vesuviano, Palma Campania, Poggiomarino e Scafati. In caso di allarme eruttivo, alla stregua della zona rossa 1, tutti i cittadini devono evacuare. Questo perché la cenere porta oscurità, arresto dei motori, problemi nei trasporti, ma principalmente irritazione agli occhi e difficoltà di respirazione soprattutto per vecchi e bambini. Gli ammassi di cenere e lapilli potrebbero bloccare pure l’apertura delle porte che si aprono sul piano stradale. D’altro canto anche i soccorritori tecnici e sanitari coi loro mezzi, avrebbero serie difficoltà a muoversi in questo settore con eruzione in corso.

Zona Gialla. La zona gialla è quella che circonda il Vesuvio oltre le zone rosse, e presenta estensioni molto variabili e particolarmente incidenti nel primo e secondo quadrante col vulcano come centro mappale. Trattasi di territori dove la pioggia di cenere e lapilli ha una intensità decrescente con l’aumentare della distanza dal centro eruttivo. La necessità di evacuare alcuni settori della zona gialla, sarebbe oggetto di valutazione da fare con eruzione in corso.  L’evacuazione non avverrebbe fuori dalla regione Campania, perché si presume che i cittadini allontanati rientrerebbero al termine dell’eruzione col ripristino di un minimo di servizi essenziali. I comuni interessati e caratterizzati dal colore giallo sono 63 e sono quelli riportati nella cartina sottostante.

 

Plaga vesuviana: pericoli e zone

Zona blu. La zona blu è quella parte di territorio della plaga vesuviana ubicata a nord del Vesuvio. Detta anche conca di Nola, in caso di eruzione in questo comprensorio appena depresso e rappresentato in figura coi confini comunali colorati in celeste, possono presentarsi fenomeni di alluvionamento diffuso con altezza delle acque che potrebbero superare i due metri. Tra l’altro la zona blu è pure zona gialla, e quindi la caduta di cenere favorirebbe l’impermeabilizzazione dei suoli, accrescendo la persistenza delle acque.

In conclusione, i flussi piroclastici o anche colate o nubi ardenti, sono un fenomeno che al Vesuvio caratterizzano eruzioni sub pliniane e pliniane. Gli esperti della commissione grandi rischi hanno escluso statisticamente e per i tempi di quiescenza, che possa concretizzarsi un’eruzione pliniana, e quindi non ci sono direttive per fronteggiare una siffatta calamità vulcanica qualora si materializzasse. Diciamo pure che lo stile eruttivo è l’incognita più grande che grava sui piani di emergenza, così come la previsione corta del momento dirompente…

Per quanto riguarda il fenomeno della pioggia di cenere e lapilli, questo è un pericolo insito in eruzioni di tipo ultra stromboliano (VEI3), sub pliniano (VEI4) e pliniano (VEI5). Il VEI è l’indice di esplosività vulcanica.

Non è da escludere che non sono particolarmente garantite le tre municipalità di Napoli: San Giovanni a Teduccio, Barra e Ponticelli, perché su un totale di 112.765 residenti, è prevista l’evacuazione in fase di allarme di soli 38.401 abitanti. Di fatto sarebbero quelli posizionati oltre linea nera verso il vulcano.  Lo stesso dicasi per il Comune di Volla che confina in modo tangente con la linea nera che non è un limite di pericolo. Il comune di Sarno per posizione geografica doveva rientrare nella zona rossa 2. Il Comune di Portici, Ercolano e Torre del Greco, sono quelli leggermente più svantaggiati in caso di evacuazione, perché in auto o anche a piedi, dovrebbero in tutti i casi muoversi in modo secante rispetto al Vesuvio.  Il piano di emergenza Vesuvio, è bene ricordarlo, è pur sempre una mediazione, frutto di logiche le cui filosofie si basano sulla probabilità statistica e sui concetti costi - benefici.

                                                            di Vincenzo Savarese
                                                             


domenica 4 settembre 2022

Rischio Vesuvio e Campi Flegrei: il preallarme eruttivo non ha passato...di MalKo

 

Comitato Operativo Protezione Civile Nazionale

Un piano di emergenza a fronte del rischio vulcanico è un documento complesso e soprattutto oltremodo responsabilizzante che richiede una stretta collaborazione tra il mondo scientifico e quello tecnico, onde consentire a chi deve premere il pulsante di allarme (presidente del consiglio), di poterlo fare avendo ben presente il quadro della situazione e del rischio. Per mitigare lo stress decisionale legato a una funzione che implica cambiamenti repentini della normalità su vasta scala, si è messo a punto una tavola di colori che in modo sintetico e intuitivo rappresenta l'incalzare dei sintomi prodromici fino all'eruzione.


I 4 livelli di allerta vulcanica

Occorre subito dire che, per il passaggio da un colore all'altro non c’è nessuna tempistica codificata, tant'è che potrebbero passare mesi, giorni o poche ore, oppure che si salti letteralmente un livello in assenza di stasi perdurante degli indicatori di pericolo. Ad esempio si potrebbe passare dal giallo al rosso direttamente. Una possibilità tutt'altro che remota. D’altra parte i livelli di allerta vulcanica potrebbero anche recedere, ma presumibilmente in tempi lunghi rispetto all'incremento.

La decisione di dichiarare lo stato di preallarme (arancione) vulcanico  è forse la più difficile. La più difficile perché il decisore si troverebbe di fronte a una condizione mai sperimentata prima, né per il Vesuvio e né per i Campi Flegrei. Infatti, non esiste una soglia numerica di riferimento, e quindi non ci sono elementi da comparare per decidere il da farsi. 

La decisione del passaggio di livello verrebbe assunta dalla commissione grandi rischi (CGR), che andrebbe appositamente mobilitata con input del dipartimento della protezione civile. Il Prof. Francesco Dellino, referente di settore (CGR) per il rischio vulcanico, in un’intervista ebbe a precisare che egli opera in contesti dove si accendono discussioni a porte aperte seguite poi da discussioni a porte chiuse. La commissione grandi rischi, concluse, comunica con i verbali che contengono le decisioni finali da comunicare all’esterno. Una di queste decisioni fu appunto quella di assumere l'area circoscritta dalla linea nera Gurioli come zona invadibile dai flussi piroclastici, attestando con tale decisione uno scenario di rischio al Vesuvio non eccedente un evento sub pliniano (VEI4).

La necessità di passare al preallarme o anche al livello di allarme, verrebbe sollecitata dal dipartimento della protezione civile al presidente del consiglio, presumibilmente in un consesso operativo tecnico scientifico, e in ogni caso spetterebbe al premier la decisione ultima di preallarmare o allarmare, sentito pure il presidente della regione Campania. Al riguardo non dimentichiamo che il piano d’emergenza Vesuvio è un piano di livello nazionale, che in fase operativa comporta una mobilitazione generale di enti e istituzioni preposte, insieme a tutte le regioni e a quei comuni a cui spetta dare ospitalità agli sfollati. Non ultimo è un piano che per essere attuato richiede un intervento economico di tutto rispetto.


Il compito di monitorare lo stato dei vulcani campani è a cura dell’osservatorio vesuviano. La cosa che subito viene detta in ogni conferenza o seminario o consesso informativo e formativo, a cui partecipa il pregevole ente, è che diuturnamente il Vesuvio e i Campi Flegrei vengono sorvegliati con strumentazioni ad alta tecnologia, anche di taglio satellitare, e che quindi nulla sfugge agli osservatori. 

Purtroppo la dotazione iper tecnologica che indubbiamente ci rimanda secondo dopo secondo la misura anche micrometrica dei dati geochimici e geofisici dei vulcani, non rappresenta un metodo di previsione degli eventi eruttivi, ma solo il report di una situazione geologica ad horas. Mancano come dicevamo, elementi di comparazione per azzardare una previsione; manca un database  sui parametri strumentali che hanno caratterizzato i prodromi pre eruttivi delle eruzioni passate. Basta pensare, tenendo presente le date degli eventi, che tra le mani abbiamo ben pochi dati e in larghissima misura i periodi storici che hanno accompagnato quelli eruttivi sono senza elettricità, con tutto quello che ne concerne. Infatti, la prima centrale elettrica nacque in Italia nel 1883. Questo ci fa capire che la storia strumentale dei Campi Flegrei e del Vesuvio è decisamente recente.

In ogni caso, ogni singola eruzione ha le sue caratteristiche che si somigliano ma non sono mai uguali. Proprio il Vesuvio è un esempio lampante di questa semplice constatazione, atteso che l'ardente monte ha la prerogativa di materializzare eruzioni effusive dal taglio attrattivo turistico, ma anche eruzioni di portata esplosiva e catastrofica come quella di Pompei del 79 d.C. Lo sterminator Vesevo purtroppo per noi, perché lui fa il suo mestiere, può spaziare su livelli energetici che vanno da un indice di esplosività VEI3, VEI4 ma anche VEI5.

La scienza, quella attuale, non tutta certamente, contrariamente alla passata informazione soporifera e rassicurante, chiarisce timidamente che il mondo sotterraneo non ha un orizzonte visibile, pertanto è inaccessibile e quindi le informazioni che provengono dalle profondità chilometriche, sono indirette e per questo non particolarmente precise. Al di là delle prospezioni elettromagnetiche, ci sono poi le perforazioni, che ci dicono con precisione la natura dei prodotti estratti ai vari livelli di carotaggio: ma il dato non è molto attendibile con l’incremento della distanza orizzontale  dal centro di trivellazione. In tutti i casi le trivellazioni hanno raggiunto al massimo i 12 chilometri che sono ben poca cosa rispetto ai circa 6400 chilometri del raggio terrestre, o comunque ai circa 35 Km. di spessore della crosta.

Gli scienziati con il tempo hanno fissato una serie di parametri dei vulcani, ufficializzando uno stato di quiete quasi “certificata” che in ogni caso non assegna all’area in esame un rischio eruttivo pari a zero. Quindi, il continuo delle misurazioni geofisiche e geochimiche di alcune aree vulcaniche, anche attraverso stazioni automatizzate, ci consentono di registrare eventuali incrementi di elementi significativi, come ad esempio la temperatura, la concentrazione di CO2, CO, le deformazioni, ecc. Questo consente agli scienziati di proporre previsioni eruttive probabilistiche che possono diventare deterministiche (100%) solo in presenza della colonna eruttiva. Anche in questo caso è possibile certificare il giorno e l'ora della ripresa eruttiva, ma non è possibile cogliere la quantità di energia che si sta liberando (VEI), che è un dato tutto sommato che può essere valorizzato con precisione solo al termine dell’eruzione.

A fronte di questi limiti, la presidenza del consiglio dei ministri per tramite del dipartimento della protezione civile, ha emesso un decreto che recita: è bene ricordare che le previsioni di tipo probabilistico, non sono sempre possibili e non per ogni tipologia di fenomeno. Inoltre, queste previsioni sono fortemente condizionate dalla disponibilità di adeguate e numerose serie storiche di osservazioni collegabili all’effettivo verificarsi di eventi.

Per completezza è interessante segnalare pure la direttiva del presidente del consiglio dei ministri (2/2021). Quivi si legge che Le procedure e le attività finalizzate all’allertamento e all’allarme pubblico devono quindi esplicitare, quando e ove possibile, i limiti delle attività di valutazione e decisionali. In particolare, è opportuno dare conto:

  • dei limiti scientifici delle previsioni probabilistiche.
  • della latenza, incertezza e/o indisponibilità dei dati, delle misure e delle     informazioni.
  • del possibile malfunzionamento e/o di disfunzionalità degli apparati e delle reti.
  • del margine di errore derivante dall’imprescindibile discrezionalità delle attività di valutazione e decisionali.
A voler concludere, i livelli di allerta vulcanica indicano il progressivo avvicinamento alla soglia eruttiva di quell'eruzione di scenario che gli scienziati hanno prospettato in sede di analisi per definire l'ampiezza della zona rossa da evacuare.  Se arriveranno le risposte proposte nell'articolo precedente al nuovo direttore dell'osservatorio vesuviano, capiremo meglio lo stato dell'arte, in ossequio al diritto all'informazione e alla sicurezza dei cittadini napoletani.

                                                                            di Vincenzo Savarese








venerdì 2 settembre 2022

Rischio Vesuvio e Campi Flegrei: la scienza tappabuchi (stopgap science)... di MalKo

A sinistra il Vesuvio e a destra il Monte Somma (orlo calderico)

 

Nella percezione collettiva la quiete vulcanica durerà in eterno. Questa affermazione che corrisponde a una sensazione iper ottimistica, consente ai residenti delle zone rosse di affrontare tutte quelle necessità che a volte diventano difficoltà e che caratterizzano il vivere quotidiano, senza subire l’angoscia di questo pericolo immanente che viene relegato in un angolo remoto della mente. Il rischio eruttivo purtuttavia rimane una minaccia seria ma per sua natura non decifrabile, databile e quantificabile, e quindi nulla vieta di credere che il problema potrebbe presentarsi magari a distanza di svariati secoli.

Nei territori del super vulcano dei Campi Flegrei, tra l’altro soggetti al fenomeno del bradisismo, ci sono persone che seguono con moderato interesse i bollettini che segnalano i millimetri di sollevamento dei suoli, agognando una inversione di tendenza che in verità mitigherebbe l’ansia da bradisismo, ma quasi niente toglierebbe alla indecifrabilità del rischio vulcanico che rimane integro. D’altra parte i sommovimenti sismici a bassa intensità che caratterizzano da tempo il flegreo, rimandano al fenomeno bradisismico che in tutti i casi deriva dalla natura vulcanica dei luoghi, con la presenza ad alcuni chilometri di profondità di magma responsabile di surriscaldare gli acquiferi che generano spinte e sussulti in genere localizzati. 

L’autorità scientifica sembra maggiormente propensa a porre interesse al fenomeno del bradisismo piuttosto che al rischio vulcanico. Il problema si ferma al vapore surriscaldato che gonfia i terreni, o questo stato critico dell’acqua non è altro che il sintomo di un corpo semi plastico e rovente che s’insinua lentamente dal profondo o che magari si è insinuato e staziona a pochi chilometri di profondità? Difficile una risposta netta… 

Perforazione ai Campi Flegrei 

A est invece, il Vesuvio troneggia sornione sul Golfo di Napoli, lasciando che i turisti raggiungano la vetta, da dove con meraviglia si gustano un panorama stupefacente che mal si coniuga con una scellerata urbanizzazione accalcata sull’area di base dello sterminator Vesevo. La morsa dei palazzi è asfissiante, e in mezzo a questi l’ardente vulcano sormonta il cemento presentandosi come una sorta di arido giardino metropolitano. I dibattiti degli arrampicatori rinvangano la straordinarietà degli inquietanti calchi umani in mostra nella cittadina pompeiana, così come la sommità del vulcano si presta ad offrire ampi spazi all’immaginazione. Il turista infatti, sovente guarda in aria e poi subito in basso, quasi a voler rivedere quei prodotti piroclastici che nel 79 d.C. ricaddero su Pompei, Ercolano e Stabia, stravolgendo e seppellendo quelle che erano prospere cittadine che oggi sono un eccezionale museo a cielo aperto. 

Il visitatore non può non provare un fremito offertogli dalla permanenza sul monte vulcanico più famoso del mondo. I film che narrano l’eruzione di due millenni fa, certamente contribuiscono al brivido adrenalinico, atteso che rinvangano la tragedia dei flussi piroclastici che nella scena finale travolgono eroi ed eroine. La prima riflessione degli ospiti è sempre la stessa: come si fa a vivere e progettare il futuro  qui sotto al Vesuvio… 

Il Vesuvio e i Campi Flegrei, oggigiorno vengono considerati dalla comunità scientifica e soprattutto dell’osservatorio vesuviano, distretti che non destano grandissimi allarmi anche se al flegreo da dieci anni c'è lo stato di attenzione. D’altra parte la famosa struttura di ricerca e sorveglianza dell’INGV, ebbe a paventare qualche anno fa la buona probabilità che la strumentazione dell’ente possa cogliere eventuali movimenti ascendenti del magma in netto anticipo sugli eventi eruttivi. Per completezza d’informazione bisogna aggiungere che nella pagina web del dipartimento vulcani (INGV), struttura di ricerca nazionale, si precisa che la stima della pericolosità di un vulcano non è mai una valutazione esatta né una previsione deterministica del comportamento futuro: i vulcani sono sistemi complessi la cui struttura profonda è poco conosciuta perché, di fatto, inaccessibile. 

A sinistra zona rossa Campi Flegrei, a destra zona rossa Vesuvio



La logica porterebbe a pensare che chi dice di avere il magma sotto controllo parte dal principio che la sostanza astenosferica, prima di spingersi e aspergersi in superficie, debba risalire per ristagnare a bassa profondità (3-4 km.), per poi accumularsi, e indi per effetto di stimoli pressori, prima o poi dirompere all’aria aperta. Temiamo che non sia sempre così e in ogni caso non ci sono conferme della tappa obbligatoria del magma al terzo piano chilometrico. In tutti i casi e di fatto, il rischio pliniana è stato obliato al punto che il piano di evacuazione è stato tarato per una sub pliniana (VEI4), perché l’osservatorio vesuviano ha rassicurato che non c’è magma a sufficienza nella camera magmatica superficiale per un'eruzione VEI5. Se l'eruzione che verrà fosse veramente e come dicono non eccedente i valori di esplosività VEI4, I maggiori danni si riscontrerebbero nel raggio di circa 7 km. dal centro eruttivo (linea nera Gurioli) con i flussi piroclastici che lambirebbero appena la metropoli partenopea. Pensiamo che queste logiche che riguardano le camere magmatiche potrebbero essere alla base delle argomentazioni prospettate sempre dalla dott.ssa Bianco, quando profferì in seno a una tavola rotonda organizzata alcuni anni fa presso la sede della protezione civile campana, che lo scenario eruttivo VEI 4 non cambierà con il passare dei secoli ma solo con nuove valutazioni scientifiche. 


Vesuvio - linea nera Gurioli: zona a rischio invasione flussi piroclastici
                         
Quello che non viene ben valutato dall’osservatorio vesuviano, è il fatto tutt’altro trascurabile che una affermazione di questo tipo consente alla politica, quella con la pi minuscola, di permettere che in zona rossa vengano realizzati ulteriori insediamenti residenziali: ai Campi Flegrei manca il vincolo di inedificabilità abitativa. Il Prof. Cioni nel 2008 in uno studio asseriva che le eruzioni al Vesuvio possono attingere magma tanto dal serbatoio superficiale quanto da quello più profondo. Questo interessante studio è stato superato? 

In tutti i casi eventuali notizie allarmanti provenienti dai tre distretti vulcanici campani, localizzati tutti nella provincia di Napoli, verrebbero trattati in prima battuta in segretezza e per il seguito dal dipartimento della protezione civile. Le valutazioni predittive dell’osservatorio vesuviano, occorre precisarlo, sono tutte basate su elementi statistici che assegnano ai due vulcani napoletani, in caso di ripresa dell’attività eruttiva, dirompenze non eccedenti le energie di una sub pliniana (VEI4) e probabilmente con attestazioni energetiche da ultra stromboliana (VEI3). L'attuale direttore dell'osservatorio vesuviano, il dott. Mauro Antonio Di Vito, illustre lucano che avemmo modo di conoscere nell'ambito di un corso a Portici, dovrebbe garantire diversamente dal passato, una informazione meno soporifera, magari dicendo chiaramente se le disquisizioni sulle camere magmatiche hanno un senso, e ancora se è vero che lo scorrere del tempo sia ininfluente sulla pericolosità vulcanica, e se l'adozione di scenari eruttivi sub pliniani nei piani d'emergenza siano nell'attualità in linea con il diritto alla sicurezza dei cittadini.

                                                       di Vincenzo Savarese                                                                                         



sabato 1 gennaio 2022

Rischio Vesuvio e Campi Flegrei: la comunicazione solonica.. di Malko

 



Il Vesuvio

 

Che i vulcani se non estinti eruttano è una informazione ben nota a tutti, perché contrariamente al passato, la quasi totalità dei cittadini può accedere almeno alla cultura di base e poi a trasmissioni televisive e al web che, con la parola e le immagini, chiariscono abbastanza compiutamente i tratti salienti legati al fuoco astenosferico con tutto ciò che ne concerne.

Trattandosi di un sistema complesso quello delle eruzioni, non ci sono elementi a sufficienza per potersi spingere sul terreno della previsione deterministica dell’evento e della sua portata energetica, che rimane una incognita ancora più difficile da esplorare, con la classe scientifica che in assenza di certezze utilizza il dato delle probabilità per difendere le popolazioni esposte. Il problema che anche la scienza statistica richiede un certo numero di dati che non abbondano…

Il rischio eruttivo che sussiste in Campania è legato non solo alla natura sovente esplosiva degli apparati vulcanici che la caratterizzano, ma anche dal fatto che sono ben tre i distretti in questione, e tutti racchiusi nell’ambito della provincia di Napoli. Trattasi di un territorio che conta oltre 3.000.000 di abitanti, con le prime quattro città napoletane più popolose, Napoli, Giugliano, Torre del Greco e Pozzuoli, che ricadono tutte in zone vulcaniche.

In una intervista di un anno fa curata dall’INGV, il Prof. Dellino della Università di Bari, autorevole membro della commissione grandi rischi (CGR), ebbe ad esprimere tra i tanti, due pensieri che qui vorremmo richiamare:

Qual è “l’insegnamento” sul rischio vulcanico che più di ogni altro vorrebbe che percepissero i suoi studenti dell’Università degli Studi di Bari?

Il rischio è una probabilità. I rischi, di qualsiasi tipo, sono quindi legati al concetto di incertezza che va sempre tenuto conto negli studi e nelle discussioni. Saper fare dell’incertezza un dato scientifico è un passo fondamentale verso la vera conoscenza scientifica dei fenomeni naturali e sociali e verso la capacità di prevedere e prevenire.

Il rischio che incorpora l'elemento probabilistico, riteniamo che sia una condizione a cui si può soggiacere per scelta, per ineluttabilità o anche per calcolo.  Come abbiamo avuto più volte modo di dire, il rischio è senz’altro associato se non a un numero a un valore, che può essere basso, medio, alto o altissimo o addirittura insostenibile. Nel campo della risoluzione del fattore rischio c’è un elemento che concorre al dipanamento del problema: si chiama alternativa. Questa può esserci o non esserci o magari non può essere perseguibile, e va messa sul piatto della bilancia con tutte le motivazioni, in modo che si può propendere per l’accettazione o meno dell’esposizione a un pericolo.

Nell’analisi del rischio concorrono anche altri fattori come quelli culturali, economici, religiosi, ideologici ecc... L’esempio più attuale ci perviene dalla pericolosità del virus meglio noto come Covid-19. Ebbene l’alternativa al rischio di finire in terapia intensiva a pancia sotto con fame d’aria, si chiama vaccino in mancanza di un farmaco efficace. La dose iniettabile a più riprese, anche se non garantisce la preventiva e totale protezione dall’infezione, mitiga in ogni caso gli effetti maggiormente deleteri del contagio, ed è il traguardo del secondo gradino. In questo caso occorre allora che ognuno valuti se accettare il rischio minimale dettato dalla vaccinazione, o in alternativa scegliere di vivere defilato in attesa di una valida cura.

Continuando con gli esempi, in alcune parti del mondo alcuni bambini si cibano recuperando scarti alimentari nelle discariche. Il rischio sanitario che ne consegue per noi è inaccettabile, ma per loro è accettabilissimo perché l’alternativa sarebbe la fame.

Il rischio dettato dai meteoriti o dagli asteroidi è accettabilissimo, non solo perché sono rarissimi questi eventi totalmente distruttivi, ma soprattutto perché non c’è alternativa al pericolo, atteso che tutto il Pianeta è esposto a una siffatta condizione.

I cittadini del vesuviano e del flegreo hanno alternative alla soggiacenza al rischio vulcanico? Anche i più sprovveduti sanno che la risposta è sì. Infatti, nessuno vieta a costoro di trasferirsi di sana pianta in una località fuori dalla zona rossa: certamente l’operazione sarebbe sacrificata, ma metterebbe la parola fine al rischio eruttivo incombente. All’interno della zona rossa Vesuvio, col tempo abbiamo constatato che i cittadini a fronte del rischio eruttivo non sono particolarmente arrabbiati o insofferenti all’inerzia della politica e delle istituzioni, perché si sentono corresponsabili di questa condizione, in quanto pur avendone la possibilità non assumono iniziative di trasloco verso terre meno rischiose.

I cittadini dovrebbero invece valutare che esistono anche strade alternative per mitigare il rischio vulcanico, come ad esempio la realizzazione di arterie a scorrimento veloce, piani di evacuazione non aritmetici, ma soprattutto dovrebbero spingere affinché non s’insedino ulteriori abitanti nelle zone rosse facendo così lievitare il rischio verso una condizione di inaccettabilità: la densità abitativa gioca un ruolo importante nelle situazioni di emergenza. Anche se avessimo la certezza della previsione, e non facessimo null’altro per regolare compiutamente l'allontanamento, il pronostico da solo potrebbe  non bastare.

Nel suo ruolo di componente, Professore, lei è membro della CGR per il rischio vulcanico. Qual è, a suo avviso, l’intervento primario su tutti gli altri per la migliore conoscenza dei vulcani antropizzati? Cosa rappresenta per lei ricoprire questo ruolo?

L’intervento primario deve essere: comunicare, comunicare, comunicare. Comunicare verso la popolazione. Comunicare fra i diversi ruoli tecnici e scientifici dello Stato. Comunicare verso i decisori politici. Comunicare con un linguaggio rigoroso, semplice, comprensibile ed univoco. Comunicare con umiltà verso le popolazioni interessate. Comunicare senza nascondere quello che ancora non sappiamo. Comunicare che per avere uno sviluppo sostenibile e resiliente verso le criticità sanitarie, naturali, finanziarie, ecc. Non c’è un uomo al comando ma un organismo vivente, la Società, che condivide le scelte e gli investimenti. Questo si raggiunge comunicando con chiarezza ed umiltà. Troppo spesso certi “Soloni”, scienziati improvvisati o improvvidi, davanti ad una telecamera o un microfono pensano di esporre le loro teorie personali come “scoop” pseudo giornalistici. Questo porta a mettere in crisi il lavoro di paziente opera sul territorio che chi lavora in questi ambiti, compreso l’INGV, fa ogni giorno.

Il Prof. Dellino riferisce che non bisogna nascondere quello che non sappiamo: verità sacrosanta, anche se non trapela questo auspicabile modus operandi dagli organismi centrali e periferici che a vario titolo s’interessano di geologia, in collaborazione con altre istituzioni che a volte possono avere divergenti scale di priorità o finalità, magari esplicabili nella parte “chiusa” della riunione. 

La previsione di un evento vulcanico è fatto molto complesso, eppure viene offerta come pratica ordinaria con ampi margini di successo. A sostegno di questa confortante tesi, si menzionano super strumentazioni di monitoraggio anche spaziali, capaci di misurare nel flegreo il passo di una formica nel sottosuolo. Il cittadino vuole credere che non potrà esserci quindi eruzione senza preallarme, ma su quanto potrà essere lungo questo preallarme per poi regredire o accentuarsi, non ci sono elementi per determinarlo. Allora è bene ricordare quello che troverete nelle conclusioni al termine dell'articolo, e accettare il concetto che i preallarmi e gli allarmi vulcanici, oggi possono essere di taglio probabilistico con la possibilità intrinseca di qualche errore.

Alla stregua bisognerebbe dire che i dubbi sulla previsione dell’intensità eruttiva, che è il dato che veramente manca per definire i limiti inoppugnabili di una zona rossa, sono stati risolti obliando inopinatamente un’eruzione pliniana (VEI5) dal novero delle possibilità di accadimento. Il consesso di esperti (CGR) ha adottato come eruzione di riferimento per i piani di emergenza la media mediata tra le intensità eruttive, cioè un evento dieci volte inferiore a quello massimo conosciuto (eruzione di Pompei), con la zona rossa circoscritta scientificamente dalla Linea nera Gurioli e poi ampliata amministrativamente dalla regione Campania con ampi spazi di discrezionalità oltremodo discutibili.

Magari bisognerà sfruttare la verve comunicativa del Prof. Dellino, per indurre le istituzioni competenti, grandi e piccole, a definire pure la zona rossa 2 nell’area flegrea, in modo da non attendere all’occorrenza il momento eruttivo per capire chi deve allontanarsi preventivamente dal centro storico di Napoli, onde sottrarsi dalla ricaduta massiccia di cenere e lapilli quale fenomeno che si concretizza in pochi minuti dall'evento.

Sarebbe interessante sapere in nome della menzionata chiarezza comunicativa, quanta importanza e che ruolo ha la camera magmatica superficiale del Vesuvio: è lì la madre di tutte le previsioni eruttive? Vorremmo anche sapere se il passare dei secoli, magari dai due in poi, non incidono sull’intensità eruttiva futuribile, atteso che l’osservatorio vesuviano ha affermato che non è la somma dei secoli la misura al rialzo della variabilità dell’indice di esplosività vulcanica, bensì la ricerca scientifica con le sue novità. Questi elementi offerti in un pubblico dibattito sotto l’occhio vigile della protezione civile nazionale, mastino delle infrangibili verità governative dall'attacco dei Soloni, è un elemento da rendere noto e maggiormente da pubblicizzare, non solo per gli elementi di conforto che contiene, ma anche perchè faciliterebbe di molto il riordino dei territori in chiave di prevenzione delle catastrofi, atteso che sarebbero più circoscritti.

Per concludere è interessante segnalare la direttiva del presidente del consiglio dei ministri (2/2021). Quivi si legge che Le procedure e le attività finalizzate all’allertamento e all’allarme pubblico devono quindi esplicitare, quando e ove possibile, i limiti delle attività di valutazione e decisionali. In particolare, è opportuno dare conto:

a) dei limiti scientifici delle previsioni probabilistiche.
b) della latenza, incertezza e/o indisponibilità dei dati, delle misure e delle     informazioni.
c) del possibile malfunzionamento e/o di disfunzionalità degli apparati e delle reti.
d) del margine di errore derivante dall’imprescindibile discrezionalità delle attività di valutazione e decisionali.

                                                                    di Vincenzo Savarese