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sabato 17 dicembre 2016

Isola d'Ischia. Progetto geotermico Forio a Serrara Fontana... di MalKo


Ischia
Tra le energie rinnovabili sicuramente il geotermico presenta aspetti molto interessanti perché rispetto all’energia eolica e marina che manca con le bonacce, o il solare che viene meno con l’orario notturno, il calore del cuore della Terra che s’irradia fino alla superficie lo si può sfruttare diuturnamente per tutto l’anno…

Tra l’altro, gli impianti geotermici chiamati binari, rispetto ad altri che hanno ammorbato e continuano ad ammorbare l’aria in alcune zone della Toscana, non prevedono il rilascio di acqua e vapori a cielo aperto.

Nell’impianto pilota ischitano di Serrara Fontana, tutto avverrebbe in tre condotte sigillate che si spingerebbero nella crosta terrestre a circa 1400 metri di profondità… due di queste tubazioni emungerebbero fluido geotermico a circa 200° C. per inviarlo poi in superficie a non meno di 140° C. all’interno di uno scambiatore di calore.

L’acqua calda si interfaccerebbe senza contatto con una sostanza organica col punto di ebollizione inferiore ai 90° C. Quest’ultima evaporando muoverebbe una turbina collegata a un generatore elettrico. Le acque minerali dopo aver ceduto calore verrebbero alfine reiniettate in profondità a circa un chilometro dal punto di prelievo.

Il sistema binario legato al geotermico, dicevamo, non comporta contatto diretto con l’ambiente esterno… Questa tecnica, almeno così dicono i promotori del progetto Forio, non dovrebbe neanche alterare la qualità degli acquiferi sotterranei, a tutto vantaggio delle rocce che dovrebbero mantenere senza particolari modifiche le loro caratteristiche chimiche e fisiche e di imbibimento, scongiurando quindi variazioni di volume.

I pozzi di emungimento (2) e reiniezione (1), dovrebbero raggiungere, come detto, più o meno una profondità di 1400 metri. Tre perforazioni in zona sismica e vulcanica… Secondo le relazioni scientifiche che accompagnano il progetto Forio (Ischia), tale attività industriale che andrebbe ad esplicarsi nella parte meno conosciuta del Pianeta, cioè il sottosuolo chilometrico, non dovrebbe in alcun modo costituire elemento di pericolo perché un monitoraggio continuo darebbe il polso della situazione estrattiva e reiniettiva, che può essere interrotta in qualsiasi momento, laddove dovessero presentarsi problemi di sicurezza ovvero di inquinamento.

Lo sfruttamento del calore geotermico in ultima analisi è un business, che per essere molto conveniente deve poter contare su acqua molto calda che circola per convezione all’interno degli strati della crosta terrestre ubicati a profondità per quanto variabili relativamente contenute, e quindi raggiungibili senza proibitivi investimenti economici.

Praticamente il sistema geotermico binario capta e trasforma una circolazione naturale dei fluidi caldi nel sottosuolo vulcanico, in una circolazione forzata all’interno di tubazioni che devono raggiungere il piano campagna per poi inabissarsi ancora nel sottosuolo a una profondità pari a quella estrattiva.  Una sorta di circuito chiuso senza interscambi a cielo aperto. Occorre precisare però, che tale circuitazione non può definirsi totalmente chiusa, perché l’ambiente sotterraneo di captazione e reiniezione, non è confinato e sigillato alla stregua di un radiatore in uso negli impianti di raffreddamento delle autovetture.

In linea generale queste energetiche temperature rinvenibili nelle acque circolanti negli strati crostali dei primi chilometri di profondità, sono generalmente presenti nelle aree vulcaniche a ovest dell’appennino, lungo quella linea di fratturazione che favorisce il vulcanesimo antico e recente che parte dal Monte Amiata fino a raggiungere la parte più meridionale e vulcanica della nostra Penisola mar Tirreno compreso.

Con questo si vuole dire che gioco forza la geotermia dedicata all’utilizzo di fluidi a media e soprattutto ad elevata temperatura, si concentrerà almeno su terra sulle due porzioni di territorio che la cartina a tema ci rimanda. La maggiore estensione geografica votata al geotermico, come vedete si trova in Toscana; di modestissime proporzioni quella corrispondente all'area provinciale di Napoli. In quest’ultimo caso segnatamente nella parte occidentale della città metropolitana di Napoli con i Campi Flegrei e l’isola d’Ischia. Altre aree dal gradiente termico molto interessante, sono ubicate in mare aperto, dove qualsiasi attività di sfruttamento dei fluidi geotermici richiede processi molto costosi e poco sicuri perché le distese marine non sono statiche e i seamount , non sono monolitici e pianeggianti. Pure il vulcano sottomarino Marsili fu oggetto di una richiesta di sfruttamento geotermico poi bocciata.

Anche i meno addentrati nelle problematiche del rischio vulcanico napoletano, sanno perfettamente che tutte le tematiche di protezione civile sussistono e persistono nell’area provinciale partenopea, perché nel tempo si è consentito il proliferare di un’urbanizzazione massiccia e serrata e asfissiante senza alcuna regola di prudenza in territori definiti fragili, ardenti e ballerini. Una condizione che analiticamente già dovrebbe sconsigliare a prescindere l’inserimento di una centrale geotermica nel tessuto provinciale napoletano, ancorchè perché una sola centrale non risolverebbe i problemi energetici e quella di Serrara Fontana sarebbe assurda ritenerla magari un battistrada foriero di altre strutture similari. Che le medie e grandi entalpie siano risorse energetiche d’interesse nazionale non possono eludere magari la volontà locale di essere artefice e partecipe dello sviluppo del proprio territorio secondo vocazioni antiche e moderne come il termalismo e il turismo.

acque termali ad Ischia

La società Ischia Geo Termia S.r.l., ritiene  che l’insediamento dell’impianto geotermico nel comune di Serrara Fontana con annesso impianto tecnologico di trasporto di corrente elettrica fino a Forio, non comporta rischi per la popolazione ancorché per l’ambiente naturale legato all’aria, all’acqua e ai suoli e ancora alla vegetazione e alla fauna e avifauna e alle industrie che campano di termalismo.

Potrebbe essere così, ma potrebbe essere invece l’opposto, cioè che le inevitabili trivellazioni e le pratiche di reiniezione dei fluidi in profondità, possano favorire sul serio l’insorgere di problematiche sismiche ed ancora di eruzione del pozzo o comunque di modifiche della circolazione delle acque termali, perché le condotte composite di prelievo e reiniezione non sono chiodi uniformi piantati in un tessuto parimenti uniforme e asciutto e asismico e senza stress e stabile magmaticamente parlando.

In realtà le tematiche dei rischi correlati alle trivellazioni non poggiano su elementi decisionali univoci, nel senso che non ci sono certezze assolute sui due fronti del pro e contro.

Il principio di precauzione dovrebbe essere nato proprio per fronteggiare le condizioni di incertezza. Cioè, se le ipotesi di rischio per le popolazioni e per l’ambiente non sono supportate da elementi certi in un senso o nell’altro, bisognerebbe muoversi come se quell’attività o quell’elemento o quel prodotto siano realmente e potenzialmente pericolosi.

Il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino nel 2012 non consentì alcuna trivellazione nei suoli di Bagnoli (Campi Flegrei) ex italsider, per dare corso e spazio al famoso progetto deep drilling project (CFDDP), nonostante questi fosse stato varato dall’INGV Osservatorio Vesuviano per fini dichiarati talora scientifici e altre volte di valutazione del potenziale geotermico della zona. Il deep drilling di Bagnoli escludeva tra l’altro la pratica della reiniezione. La Iervolino in assenza di certezze ma solo di rassicuranti probabilità, non autorizzò neanche la perforazione di appena 500 metri del cosiddetto pozzo pilota…

Qualora vi siano dubbi circa la pericolosità di un’attività che potrebbe pregiudicare la sicurezza della popolazione attraverso l’alterazione di equilibri naturali nel sottosuolo ischitano, si potrebbe chiedere un parere alla commissione grandi rischi senza togliere nulla alle prerogative decisionali del Ministero dell'Ambiente (VIA).
Avemmo a chiedere proprio al dipartimento della protezione civile un intervento della commissione grandi rischi a fronte dell’accennato progetto del deep drilling  che doveva raggiungere i 4000 metri di profondità in area metropolitana, addirittura senza necessità di una Valutazione d’Impatto Ambientale, perché Il fine dichiarato era tutto scientifico…

In quell’occasione il prefetto Gabrielli, capo dipartimento della protezione civile, ci scrisse rimarcando la necessità che a chiedere l’intervento preventivo della commissione grandi rischi non poteva che essere un’autorità di protezione civile, ad esempio il sindaco ai sensi dell’art. 15 della legge 24 febbraio 1992 n° 225 e sue successive modifiche e integrazioni, e non un privato cittadino.

Il prefetto aggiunse: << …appare utile a tal proposito precisare che lo stesso INGV è, ai sensi di legge, componente del Servizio Nazionale della Protezione Civile, nonché Centro di Competenza dello scrivente Dipartimento in materia di valutazione di pericolosità sismica e vulcanica…>>.

La domanda che sorge spontanea è come fa l’INGV ad essere contemporaneamente componente nazionale del servizio di protezione civile ed ancora Centro di Competenza per gli affari sismici e vulcanici per poi comparire nel frontespizio della Ischia Geo Termia S.r.l. quale struttura associata di progettazione specialistica e di monitoraggio…

Secondo le teorie appena riportate, il sindaco di Serrara Fontana e di Forio e anche degli altri comuni, potrebbero congiuntamente produrre istanza al capo dipartimento per avere un parere dalla commissione grandi rischi sezione rischio sismico e vulcanico, circa la sicurezza degli ischitani a fronte delle tre perforazioni e della pratica di reiniezione del fluido geotermico captato. 

Per quanto riguarda la redazione dei piani comunali di protezione civile, i due sindaci menzionati per gli stessi disposti di legge accennati in precedenza, devono provvedere a stilare il piano d’emergenza chiedendo sempre al dipartimento della protezione civile gli scenari di rischio che l’autorità scientifica (INGV) avrebbe già dovuto determinare per l’isola d’Ischia.

Il nostro invito è rivolto alla competente Commissione Tecnica di Verifica dell’Impatto Ambientale, acché sia rigettato questo progetto, perché ci sono dubbi sulla innocuità delle trivellazione e delle pratiche di reiniezione. Altresì si chiede che si desista dallo sfruttamento dell’energia geotermica a media e ad alte temperature nelle zone napoletane a rischio vulcanico come Ischia e i Campi Flegrei e il Vesuvio. Si privilegi invece lo sfruttamento del calore terrestre meno energetico ma più accessibile e superficiale, attraverso un’operazione più diffusa di captazione dei fluidi caldi con sistemi e impianti magari meno invasivi ma certamente capaci di rispondere a una miriade di necessità diverse dal geo elettrico che può essere integrato da altre fonti naturali. 
Se la fonte geotermica è una fonte di energia rinnovabile, per sua natura vuol dire che è nelle nostre disponibilità anche future. Una risorsa a cui potremmo attingere attraverso tecnologie del tutto innovative, oppure con operazioni di trivellazioni maggiormente gestibili in termini di rischio, grazie ad apparecchiature e studi che diano magari una esatta corrispondenza del sottosuolo che bisognerà violare.






venerdì 9 dicembre 2016

Rischio Vesuvio: Fidel Castro chiese... di MalKo


Vesuvio visto da Napoli

Il Presidente dell’Istituto di Cooperazione e Sviluppo Italia-Cuba, dalle pagine del Corriere del Mezzogiorno ha raccontato che nel 1998 fu tra i pochi fortunati selezionati dall’ambasciatore cubano a Roma per incontrare Fidel Castro. Il Lider Maximo nel cordialissimo colloquio, inaspettatamente manifestò particolare interesse per il Vesuvio formulando al riguardo domande e lasciando trapelare incredulità sul fatto che sulle pendici del vulcano vivessero tante persone… e quindi chiese se erano stati approntati i piani di evacuazione. Un leader molto pragmatico…

I cittadini del vesuviano non pensano a come sia stato possibile che intorno a un vulcano esplosivo abbiano incredibilmente consentito di costruire palazzi su palazzi, perché loro fanno parte della parola incredibile; invece molto più realisticamente si chiedono se la posizione in cui risiedono sia più o meno pericolosa rispetto ad altre.

Nel merito del livello di rischio a cui giocoforza sono sottoposti per precisa collocazione geografica, e quindi distanza delle loro abitazioni dal cratere sommitale del Vesuvio, indubbiamente a fare la differenza sarà la portata energetica della prossima e imprevedibile eruzione. C’è da dire che le eruzioni maggiormente dirompenti possono differenziarsi per indice di esplosività vulcanica. Tra una sub pliniana (VEI4) e una pliniana (VEI5) passa un solo punto di differenza che non è poca cosa, perché i flussi piroclastici potrebbero coprire distanze di quasi 10 chilometri nel caso di una VEI4, ma anche il doppio in seno a una pliniana, come successe circa 4000 anni fa e ancora quasi 2000 anni or sono con la nota eruzione di Pompei del 79 d.C.

Il quadro delle conseguenze, ovvero dei territori coinvolgibili dai due stili eruttivi appena citati, come si vede è notevolmente differente. Ad essere ancora più precisi, nel caso di un’eruzione VEI4, le colate piroclastiche potrebbero percorrere distanze forse non eccedenti la linea nera Gurioli, rappresentata qui nella figura sottostante.


Se invece e malauguratamente l’eruzione dovesse assumere un carattere prettamente pliniano, cioè con un indice di esplosività vulcanica VEI5, le nubi ardenti dilagherebbero ben oltre il limite Gurioli, spingendosi fino all’area urbana di Napoli o alla base dei contrafforti dei Monti Lattari.

L’orlo calderico del Monte Somma non è sufficiente a proteggere gli abitanti di quel versante da una colata piroclastica. Questo spiega perché e nel dubbio, su un arco di 360° centrando il cratere, l’evacuazione dovrà essere totale nel momento dell’allarme.

Come abbiamo più volte scritto, l’autorità scientifica made in INGV, in assenza di elementi validi per poter definire con certezza l’energia della prossima eruzione del Vesuvio, ha potuto produrre solo conclusioni statistiche condivise appieno dalla Commissione Grandi Rischi che si è assunta l’onere di sancire definitivamente e nel senso deterministico che la prossima eruzione del Vesuvio sarà una VEI3 o al massimo una VEI4… In altre parole per i prossimi 128 anni Napoli è salva ma c’è il grosso problema proveniente dai contigui Campi Flegrei, in quanto pare che l’eruzione del Monte Nuovo nel 1538, abbia aperto un ciclo eruttivo piuttosto che chiuderlo.

La statistica offerta dagli esperti (Vesuvio) è tutta racchiusa nella tavola sottostante:

Proviamo a chiarire meglio i concetti di fondo che trapelano dallo schema riassuntivo. Il primo nodo che bisognava sciogliere riguardava l’arco di tempo da prendere in considerazione per avere la proiezione statistica dell’eruzione di riferimento. La finestra da prendere in esame poteva essere quella circoscritta da 60 a 200 anni (A), oppure da 60 anni in poi (B) senza un limite superiore. Quale hanno preso in esame? Ovviamente la prima tabella, perchè è maggiormente governabile in termini politichese, in quanto il broker statistico offre una percentuale pliniana dell’1% e posticipa ai posteri l’11% con cui dovranno poi misurarsi i tecnici e i politici e gli scienziati nelle pratiche di prevenzione delle catastrofi.

In realtà l’1% serve solo a ri-pararsi da un eventuale e imprevedibile fallimento prognostico, offrendo comunque agli ingegneri della politica la possibilità di consentire ai comuni di Scafati e Poggiomarino di impastare ancora cemento a uso residenziale, mettendo gente su gente, in quei luoghi che saranno spazzati via da una possibile eruzione pliniana, o anche da una VEI5 meno meno o da una VEI4 con lode.  Diceva Indro Montanelli, che noi siamo un popolo di contemporanei, che non teniamo in debito conto il passato e né tantomeno il futuro…

Gli ingegneri napoletani si sono riuniti qualche giorno fa alla mostra d’oltremare per discutere di rischio vulcanico, sancendo che se il Vesuvio dovesse scoppiare, in 300 secondi potrebbe fare anche seicentomila vittime, ma siamo certi che non accadrà nei prossimi mesi. Il “mago” che ha azzardato questa previsione ha anche detto che un’eruzione può essere prevista con un mese di anticipo...

Il Professor Edoardo Cosenza, anch’egli innanzitutto ingegnere ed ex assessore alla protezione civile regionale Campania, ha ricordato invece che nei Campi Flegrei il livello di allerta vulcanico è da alcuni anni sbilanciato sullo stato di attenzione (giallo): un primo gradino su quattro. Quando ci sarà l'eruzione ai flegrei però, è più probabile che sia piccola, riferisce… e in ogni caso ha aggiunto, le zone rosse per entrambe le aree, Vesuvio e Campi Flegrei, sono state preparate per i fenomeni più violenti (?).  Se l’ingegnere si riferisce ai piani di evacuazione, occorre che rettifichi immediatamente il dato perché è assolutamente inesatto.

L’assessore Cosenza è un tecnico molto preparato che alla base di qualsiasi discorso antepone i tempi di ritorno delle catastrofi. Da buon strutturista poi, da tempo tesse le lodi dell’Ospedale del Mare, un vero fortino bunker costruito in zona rossa Vesuvio (Ponticelli), capace di resistere ai sussulti simici estremi e ai depositi di prodotti piroclastici di ricaduta che si accumulerebbero in caso di eruzione sui tetti senza colpo ferire. Una grande resistenza statica comprovata da collaudi che in verità non serve molto alla sopravvivenza delle persone, visto che il grande nosocomio può essere investito dai flussi piroclastici che si caratterizzano in verità per un elevato potere distruttivo dinamico e termico, visto che avanzano con temperature che possono tranquillamente raggiungere e superare i 500°/600° gradi Celsius, ben oltre quindi i limiti di fusione dello stagno, dello zinco e anche dell’alluminio e del genere umano.

Sul versante dei Campi Flegrei invece, la notizia che campeggia sui giornali online, è la lettura stratigrafica che è stata fatta del carotaggio nel famoso pozzo del deep drilling project (CFDDP) a Bagnoli. Una perforazione che doveva raggiungere i 4000 metri di profondità ma che si è fermata a 501 metri. Secondo il dirigente del progetto, Il Dott. Giuseppe De Natale, il dato interessante che è emerso al momento, riguarda l’analisi dei sedimenti che testimonierebbe per potenza, un’attività vulcanica modesta nel settore orientale flegreo rispetto a quella più intensa da ascrivere alla parte occidentale. Un dato che potrebbe consentire di ritrattare in parte la pericolosità vulcanica in danno al centro urbano di Napoli...

Intanto pare che alla stesura generale dei piani di evacuazione del vesuviano, pardon di allontanamento, gestiti dal dirigente regionale Ing. Italo Giulivo, manchino all’appello ancora quattro o cinque comuni inadempienti, che rendono l’operazione di mobilità extra urbana complessivamente ancora da definire e ultimare. Il titolo di viaggio però ed è certo, sarà gratuito…

Nel festeggiare i 175 anni di esistenza dell’Osservatorio Vesuviano, si è tenuto il 7 dicembre scorso un incontro commemorativo di una certa importanza. Il Dott. Augusto Neri, direttore della struttura vulcani dell’INGV, ha detto alcune cose fondamentali su cui riflettere e riflettere molto. Innanzitutto che la percezione comune che la previsione dell’evento vulcanico sia più facile da formulare non è vera, perché la maggior parte dei vulcani hanno sistemi molto complessi e non abbiamo al nostro attivo una documentazione sui precursori eruttivi. Il ricercatore chiama in causa proprio i tre distretti vulcanici napoletani, tutti ubicati su un solo territorio provinciale e purtuttavia tutti e tre molto dissimili tra loro. I segnali che ci giungono da questi vulcani - aggiunge - si colgono tutti, ma sostanzialmente bisogna mettere in evidenza che mancando una documentazione scientifica di base dei segnali pre-eruttivi dei medesimi, una previsione dell’evento eruttivo è un’operazione oltremodo difficile.
Un invito al confronto con il mondo scientifico mondiale - conclude - è quindi necessario, soprattutto con quegli esperti che studiano vulcani per caratteristiche molto simili a quelli campani. Un’occasione potrebbe essere il congresso internazionale Cities on Volcanoes che si terrà a Napoli nel 2018.