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venerdì 13 settembre 2013

Rischio Vesuvio: il fantomatico piano di evacuazione della zona rossa...di Malko

La valeriana rossa traguarda l'orlo calderico del Mt. Somma dal Vesuvio. Al centro la valle dell'inferno
            
Il fantomatico piano di evacuazione della zona rossa Vesuvio” di MalKo

Il vulcanologo giapponese Prof. Nakada Setsuya dell’Università di Tokyo, ospite ad Ascea nel Cilento, ha dichiarato: " Il Vesuvio prima o poi erutterà perché è un vulcano attivo, anche se non si può prevedere quando. Gli italiani devono discuterne e preparare un piano per gestire la situazione…”.
Il piano d’emergenza Vesuvio come spesso abbiamo avuto modo di sottolineare nei nostri articoli, dovrebbe contenere anche il piano di evacuazione della zona rossa. Nel nostro caso i due piani dovrebbero addirittura fondersi in un tutt’uno perché non ci sono più pericoli da vagliare, ma solo uno (eruzione) che è stato ampiamente analizzato a cura della comunità scientifica che ha individuato nella tipologia sub pliniana, secondo un calcolo storico statistico, l’evento massimo atteso, cioè nel medio termine l’eruzione di riferimento su cui deve essere tarato il piano d’emergenza.
Un’eruzione sub pliniana non è mitigabile o arginabile e contempla varie fenomenologie distruttive come quella micidiale dei flussi piroclastici. In questo caso non c’è ombrello che tenga e l’unica strategia di difesa è quella di non farsi trovare nei territori esposti in caso di eruzione. All’occorrenza, l’evacuazione preventiva della popolazione e degli stessi soccorritori dal settore a rischio è una necessità indifferibile.
I prodromi eruttivi, riferisce il Prof. Nakada, possono manifestarsi e precedere l’eruzione con larghissimo anticipo ma è anche vero il contrario. Il Vesuvio, come i terremoti, in termini di previsione ancora oggi  rappresenta un’insondabile incognita geologica.
Il piano d’emergenza Vesuvio nella parte iniziale contiene il capitolo concernente gli scenari eruttivi e i livelli di allerta vulcanica. Negli scenari sono stati individuati e tracciati e delimitati i territori su cui possono abbattersi gli effetti deleteri dell’eruzione assunta a campione, secondo un livello di pericolosità crescente a partire dal centro eruttivo. Questo ha portato alla definizione di una zona nera (R1) circoscritta dalla Linea Gurioli; una zona rossa 2, una gialla e poi la blu suscettibile tra l’altro a dilaganti fenomeni alluvionali.
Il Dipartimento della Protezione Civile ha la responsabilità della pianificazione nazionale d’emergenza Vesuvio, dovendo garantire per questo documento particolarmente importante e di valenza nazionale, un’opera coordinatrice dei comuni vesuviani, ma anche delle regioni e delle province e delle istituzioni competenti che fanno parte appunto del servizio nazionale.
Nella pianificazione d’emergenza i tecnici dipartimentali hanno definito sulla scorta degli argomenti precedenti (scenari e allerta) le fasi operative, cioè le azioni da compiere all’incalzare dei livelli di allerta vulcanica, secondo un trend al rialzo comprendente una fase di attenzione e poi di preallarme e allarme. L’allarme dovrà essere diramato a cura del Dipartimento della Protezione Civile, secondo le disposizioni governative che dovranno assumersi una buona dose di responsabilità. Una responsabilità che la parte politica dovrà o dovrebbe condividere con la stessa popolazione che ha il diritto di conoscere esattamente il livello di rischio a cui è sottoposta.
Prima di arrivare al massimo livello di allerta, le fasi intermedie già prevedono e forse in modo addirittura soverchiante rispetto alle reali necessità, la composizione e l’insediamento di troppi centri di coordinamento dell’evacuazione e dei soccorsi, compreso la direzione di comando e controllo con la nomina di un commissario governativo ad hoc (DICOMAC).
E’ surreale che a fronte di cotanta organizzazione di emergenza manchi la cosa più importante: il piano di evacuazione. Alla stregua,quella cartina a tema che siamo abituati a vedere affissa dietro le porte degli alberghi, delle cabine delle navi, nei corridoi di scuole, ospedali, teatri, cinema, fabbriche, ecc. 

Una mappa  schematica, che nel nostro caso dovrebbe essere redatta da ogni singolo comune della zona rossa e consegnata agli abitanti. Un vademecum contenente istruzioni e il tracciato rotabile o alternativo (nave?) per raggiungere e allacciarsi ai tronchi principali di mobilità che dovrebbero essere già stati individuati dal dipartimento della protezione civile.
In caso di allarme, oggi si muoverebbero contemporaneamente migliaia e migliaia di autovetture in quello che potrebbe essere definito un esodo modernamente biblico. I motori delle auto stracariche ruggirebbero per impegnare, a cura del capo famiglia, ogni direzioni ritenuta utile in quel momento per uscire dal budello vesuviano. Una corsa che si rivelerà di pura contrapposizione destinata a fallire sul nascere. Sarà un coro di clacson, di gesti, di grida e pianto e scene di panico che accompagneranno alfine una popolazione appiedata.
Ovviamente non è facile mettere mano a un documento che ha nelle premesse il primato di essere il più complesso piano d’evacuazione del Pianeta… In base all’esperienza che abbiamo maturato nell’ambito delle emergenze, abbiamo prospettato anche nelle sedi opportune il nostro punto di vista su come dovrebbe essere concepito questo fantomatico piano di evacuazione. Un piano che, per avere margini di successo, dovrà essere snello, rapido e autoportante. Bisogna rifuggire già nella pianificazione dagli appesantimenti dettati dalla burocrazia e dalle catene di comando con gradi che si vantano e ruoli che si sovrappongono e si pretendono come spesso succede anche nei frangenti più drammatici.
Un margine di successo potrebbe offrirlo e senza alternative valide, solo la rete autostradale e non la viabilità ordinaria assolutamente inadeguata.  Le autostrade a nord e a sud del Vesuvio, dovranno essere aree di prima accoglienza e di attesa per i moduli abitativi provvisori chiamati “autovetture”. Di là da Napoli inibendo l’accesso in entrata ai caselli ubicati sull’A1 Napoli Roma, il tracciato autostradale diverrebbe un’enorme area di ammassamento per i veicoli da incolonnare provenienti dal vesuviano. La stessa cosa andrebbe fatta a sud sull’A3 Salerno Reggio Calabria. In questo modo si avrebbero a disposizione due eccezionali aree di accoglienza veicoli a nord e a sud.
L’autostrada Napoli Salerno per le finalità del piano sarebbe troncata in due all’altezza di Torre del Greco. Ovviamente il normale traffico extra provinciale ed extra regionale transiterebbe su direttrici a est dello Stivale.
Il tracciato autostradale vogliamo appena ricordare che non interseca la viabilità ordinaria: è recintato, non ha incroci, è a circuito obbligato,consente salti di carreggiata, è video sorvegliato ed è normalmente manutenuto. E’ anche meno vulnerabile sismicamente parlando così come in seno ad una corretta pianificazione può essere costellato da servizi di rifornimento, presidi medici, d’assistenza e d’igiene, magari utilizzando corsie del senso opposto, aree di sosta o di servizio o spazi prestabiliti nella pianificazione.
L’uscita dalle due autostrade fuori dal perimetro a rischio sarebbe possibile per le famiglie che possiedono la seconda casa in un luogo in linea con la direzione di marcia e con il casello che s’intende impegnare.
La Caserta Salerno (A30) sarebbe utilizzata come anello di congiungimento per convogliare verso le macro aree di raccolta autostradali le auto dei paesi ubicati a est del Vesuvio o invertire il senso di marcia cardinale per raggiungere la seconda abitazione. L’autostrada ha poi il vantaggio di avere un reticolato chilometrico precisissimo con apposita cartellonistica stradale di progressiva metrica e ponti numerati. Una sorta di griglia stradale che non lascerebbe dubbi o incomprensioni sul dove intervenire, anche utilizzando l’apporto operativo del personale autostradale e dell’Anas particolarmente competente in tema di viabilità, compreso le ditte di soccorso autorizzato provviste di carro attrezzi e radio.

A una certa distanza da Napoli o da Salerno, il traffico poi, sarebbe preincanalato nelle corsie secondo la regione di destinazione attraverso i cartelloni a messaggio variabile che possono anche visualizzare informazioni suppletive agli  automobilisti in transito.
Il Prof. Nakada probabilmente senza uscire dalla cortesia orientale, ha cercato di dire la sua in un modo pacato con una cristallina semplicità. Il Vesuvio è un vulcano attivo, quindi dovrà eruttare, non si sa quando e in che modo. Prepararsi è un ragionevole atto di civiltà che va nella direzione del principio di precauzione e del diritto alla sicurezza.
Mettere a punto un piano d’evacuazione che tuteli il tutelabile in attesa di migliorie che possono provenire sola da una riconversione del territorio nel senso della sicurezza, è un obbligo morale,istituzionale  ma forse anche giuridico per le inadempienze e per la cattiva informazione che fino a oggi è stata fatta e si continua a dare sullo stato del rischio e sugli strumenti di tutela come il piano di evacuazione inesistente eppure pubblicizzato…
Si eviti allora di rilasciare dichiarazioni che vanno nella direzione di assumersi l’onere non contrattuale di rassicurare a tutti i costi, ritenendo unilateralmente giusto che la popolazione non vada allarmata…La sentenza dell’Aquila avrebbe dovuto insegnarci molto, anche a proposito delle rassicurazioni che, se poggiano sul niente, possono portare solo danno.






martedì 3 settembre 2013

Rischio vulcanico Campi Flegrei: il Deep Drilling Project (CFDDP)...di Malko

La spianata di Bagnoli (Campi Flegrei) sede del CFDDP

“Campi Flegrei: quale futuro per il Deep Drilling Project?”
di MalKo

ll famoso Deep Drilling Project dei Campi Flegrei (CFDDP), cioè il progetto di perforazione profonda avviato nel sottosuolo di Bagnoli (NA), è passato un po’ nella sordina mediatica probabilmente perché la trivella ha cessato di ruotare da dicembre 2012, dopo aver raggiunto come da programma quota meno cinquecentodue metri.
Lo scalpello litosferico con tutte le polemiche che hanno accompagnato la prima fase di perforazione del pozzo pilota, dovrà essere latore di ben altre autorizzazioni prima di continuare la sua corsa nelle profondità calderiche del supervulcano flegreo, per raggiungere i circa quattromila metri di profondità.
Il piano di scavo inizialmente pubblicizzava un tornaconto geotermico che sarebbe scaturito dal foro di Bagnoli e dall’acqua calda sottostante. L’insistente propaganda iniziale sull’energia pulita e a basso costo, scemò a seguito delle proteste di alcuni comitati cittadini che vedevano nella geotermia in loco profitti tuttalpiù per le industrie del ramo, ma non per la popolazione a cui toccavano solo i rischi dell’operazione.
La pubblicità allora dirottò sulla previsione delle catastrofi. Il Deep Drilling Project divenne quindi un’opera fondamentale per monitorare con tecniche di previsione l’area vulcanica flegrea, con strumentazioni ad alta tecnologia ubicate sul fondo del pozzo pilota, pronte a cogliere sul nascere qualsiasi indizio foriero di eruzioni, come i sollevamenti, che in verità lì si contano a metri.
La trivella di Bagnoli dovrebbe ripartire al termine della valutazione dei dati fin qui raccolti, per inoltrarsi poi chilometricamente nel cuore calderico del supervulcano, con il fine di scandagliare scientificamente le coltri di materiali e investigare sulla genesi del bradisismo. L’interesse della cittadinanza non è stato catturato da quest’argomentazione, perché gli abitanti non reputano necessario indagare il sottosuolo se questo comporta un pur piccolo rischio ancorché se tali dati già esistono grazie alle numerose prospezioni profonde che si fecero negli anni ’80. L’Agip, infatti, scandagliò il sottosuolo puteolano e quello dei laghi d’Averno e di Licola e le contrade di Mofete e Cigliano, con pozzi come quello di S. Vito, che si spinse fino a 3.038 metri di profondità. Fu anche tentata una sortita nella parte pedemontana del Vesuvio, a Trecase, con una trivellazione da 2.064 metri senza alcun esito produttivo.
L’Osservatorio Vesuviano (INGV) in simbiosi con il comitato CFDDP e il Comune di Napoli, si sono spesi moltissimo nell’ambito di convegni e interviste su quest’iniziativa internazionale, dichiarando in tutte le sedi che il progetto è assolutamente innocuo, soprattutto per il sistema di perforazione provvisto di congegni innovativi che lo rendono  più sicuro di altri.
Il ruolo dell’Osservatorio Vesuviano nell’intera vicenda del Deep Drilling Project ai Campi Flegrei però ci sembra un tantino di parte. Se le operazioni di perforazione profonda in area calderica sono o non sono pericolose, non lo dovrebbe dire chi ha correlazioni con la proposta e il coordinamento e lo sviluppo dell’opera. Altrimenti si corre il rischio, secondo la metafora tutta napoletana, che lo storico ente faccia la parte dell’acquaiolo e l’opinione pubblica quella del cliente a proposito dell’acqua fresca come la neve…>>.
Intanto Il 21 luglio 2013 il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo dal titolo: “La perforazione geotermica scatena il terremoto: stop al progetto”. Nel pezzo si racconta di un sisma di 3,6 della scala Richter verificatosi a San Gallo, nella zona del Lago di Costanza in Svizzera. La scossa è stata provocata dai lavori di perforazione per la realizzazione di una centrale geotermica.
Il direttore del cantiere, ha spiegato che era stata scoperta una fuga di gas ad alta pressione nel foro di trivellazione. Per arginare il pericolo era stata pompata acqua e fango nel condotto. L’operazione di pompaggio si era resa necessaria, spiega il dirigente, per evitare guai peggiori. A Basilea un progetto simile era già stato abbandonato nel 2006 sempre per l’innescarsi di scosse sismiche. Il caso svizzero destò apprensioni pure nel governo americano che bloccò per precauzione i progetti di perforazione geotermica della AltaRock Energia sulle colline a nord di San Francisco, per timore che si innescassero terremoti.
Sul giornale online Avvenire invece, nell’articolo datato 12 agosto 2013 si legge: <<All’indomani del terremoto di Modena, l’assessore alle attività produttive dell’Emilia-Romagna ha sospeso l’iter di ogni nuova concessione nei comuni del cratere. «…Non so se le attività di perforazione – ha spiegato Gian Carlo Muzzarelli – possano essere messe in relazione con la sismicità di un’area, saranno gli scienziati a dirmelo, ma fino ad allora si aspetta».. 
<< …Si delibererà solo quando si sarà fatta chiarezza: è un atto di responsabilità verso il territorio e le popolazioni». <<… Usiamo il principio di precauzione e il buon senso: il sottosuolo non è un limone da spremere».
Sono interessanti anche gli articoli pubblicati a proposito del vulcano Lusi in Indonesia, da sette anni in attività. Ubicato a Sidoarjo nella parte orientale dell’isola di Giava, è il più grande vulcano di fango al mondo. Le sue origini sono da ascriversi con tutta probabilità a una trivellazione esplorativa petrolifera.
Uno studio dell’Università di Bonn pubblicato su Nature Geoscience, sostiene la stessa tesi della società responsabile della perforazione, la Lapindo Brantas, cioè che fu il terremoto che occorse a Yogyakarta qualche giorno prima del 29 maggio 2006 a causare l’eruzione.Di tutt’altro avviso la relazione scientifica dell'Università di Durham (Inghilterra), pubblicata sulla rivista Geological Society of America, dove le responsabilità dell’innaturale eruzione si accollano unicamente alla società petrolifera e alle sue pratiche perforative poco accorte.
Sul piano internazionale si è un po’ scettici sulla possibilità che una scossa di terremoto con ipocentro a 280 km. di distanza da Sidoarjopossa aver movimentato il fango in superficie, perché in quella zona altri terremoti ben più forti hanno scosso la litosfera e mai si erano ravvisati indizi di squilibrio nel sottosuolo.
Intanto sono anni che dal profondo del Lusi sgorga fango caldo. Si contano decine di migliaia di sfollati, molti villaggi distrutti e un’economia praticamente in ginocchio.  A sette anni di distanza, l'eruzione di fango bollente è ancora pimpante e non si sa quando terminerà. La terra rigurgita melma fumante che a impulsi risale in superficie appesantendo suoli destinati a sprofondare.
In Italia si è aperta una vera corsa alle perforazioni a caccia dell’oro nero e del metano e dell’acqua calda. Le torri di scavo incominciano a essere malviste dai cittadini e, quindi, comitati locali stanno sorgendo un po’ dappertutto per contrastare questo incalzare di trivelle che potrebbero generare, seppur remotamente, sgradite sorprese sia in mare sia in terra.
In Trinacria una grandinata di autorizzazioni per la trivellazione dei fondali marini nel canale di Sicilia sta suscitando grandi preoccupazioni. Un incidente alla stregua di quello che occorse nel Golfo del Messico nel 2010 sarebbe sufficiente a stroncare per molti anni le risorse più importanti dell’isola, come la pesca e il turismo.
Anche i progetti di perforazione a uso geotermico del vulcano sottomarino Marsili affascinano ma inducono perplessità, perché la faccenda dovrà svilupparsi in alto mare, zona disabitata e, quindi, ritenuta per antonomasia sicura.
Posto nei fondali del Tirreno meridionale, il complesso vulcanico sommerso dista oltre cento chilometri dalla linea di costa più vicina. Un luminare di tutto rispetto avvertì alcuni anni fa del pericolo potenziale derivante dai fragili fianchi del vulcano. Una frana sottomarina, profferì lo scienziato, potrebbe essere all’origine della formazione di un’onda micidiale che si potrebbe infrangere con gravi danni sui litorali esposti. Fu allarmismo a tutto spiano, e si avanzarono costosissime proposte di monitoraggio del silente vulcano, mentre qualcuno vide addirittura nell’allarme scientifico un terribile presagio Maya da fine del mondo ...
La società privata EuroBuilding spa, dovrebbe perforare i fianchi “flaccidi” del vulcano Marsili per prelevare e utilizzare a uso geotermico i fluidi caldi che circolano a profondità utili nei contrafforti dell’edificio vulcanico. La trasformazione del calore in energia avverrebbe direttamente in superficie. Una gran bella cosa… bisognerebbe escludere però, che la trivellazione del monte e la penetrazione meccanica negli acquiferi bollenti, non inducano anche remotamente sollecitazioni indesiderate negli ammassi rocciosi che potrebbero staccarsi in quota con un effetto domino.
Uno dei responsabili del Marsili project, Diego Paltrinieri, ha chiarito che la sicurezza è garantita da tutte le verifiche del caso fatte dai ricercatori dell’INGV. Per questo motivo abbiamo girato la domanda sull’interazione fra trivella e fianchi del vulcano direttamente all’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia che ci ha rimandato a una prossima risposta, che ancora non arriva, a cura del Prof. Giuseppe D’Anna. Aspettiamo…
La geotermia sostanzialmente è un’invenzione italiana e, quindi, si capisce una certa propensione a utilizzare il calore terrestre per produrre energia soprattutto in questa viscerale corsa alle risorse rinnovabili, per compensare quelle fossili che non dureranno in eterno. I Campi Flegrei poi, sono il luogo dove in rapporto alle profondità, le temperature dei fluidi sono molto elevate: il pozzo di S. Vito è quello che ha lasciato registrare valori di 400°C ..
Gli scavi passati, come detto, hanno consentito di cogliere dati sulla stratigrafia che caratterizza la caldera e sulla qualità dei fluidi caldi posti in profondità: quelli bollenti ubicati a tremila metri, si rivelarono ipersalini e antieconomici all’uso.  
Questo primo intoppo sulla natura del prodotto da utilizzare, fu seguito dalla constatazione un po’ tardiva che le superfici interessate al progetto geotermico erano eccessivamente e anche abusivamente antropizzate. I fenomeni sismici e bradisismici che caratterizzano l’area poi, furono ritenuti oggettivamente in contrasto con le esigenze di sicurezza che dovrebbe invece avere una struttura industriale collegata al sottosuolo.
L’energia geotermica bisogna pure sottolinearlo per dovere di cronaca, non è che sia totalmente esente da processi inquinanti, perché le acque calde circolanti nel sottosuolo e risucchiate in superficie, spesso contengono una significativa percentuale di sostanze molto aggressive e tossiche. Tant’è che in molti casi si ripompano dabbasso per non inquinare i terreni e le acque superficiali.  Anche le volute di vapore acqueo rilasciate dalle ciminiere, dovrebbero essere il prodotto finale di un’accurata filtrazione.
Il dirigente dell’ufficio sismico svizzero che ha seguito gli eventi di San Gallo accennati in precedenza, ha detto che non bisogna abbandonare la strada del geotermico, bensì semplicemente evitare attività a ridosso dei centri abitati. Una risposta lapalissiana ma di estrema efficacia. Per consentire il connubio tra urbanizzazione e geotermia, ci sembra di capire che la strada maestra sia per ora quella di accontentarsi di temperature minori a minore profondità, con impianti a basso impatto ambientale gestibili localmente.  
A proposito d’impatto ambientale, registriamo che Il Prof.Mario Dall’Aglio, esperto di geochimica e geotermia, affermò in seno a un convegno organizzato dalla società UGI (Unione Geotermica Italia), che in Italia a proposito degli impianti di produzione o uso delle energie rinnovabili non ci sono serie procedure di valutazione d’impatto ambientale (VIA). Ovviamente gli organizzatori si sono fatti in quattro per dissociarsi…
Che ci siano già state delle perforazioni profonde nell’area flegrea segnano un punto a favore dei sostenitori dell’esperimento internazionale. Qualche pozzo però, l’Agip sembra che lo dovette chiudere precipitosamente, ma potrebbe essere leggenda. I pro e i contro allora, devono essere vagliati molto seriamente dalla commissione grandi rischi (CGR) per un discorso di terzietà sull’argomento.  Quest’organo dovrà essere chiamato in causa da una delle autorità previste dal sistema nazionale della protezione civile. Ad esempio dal Capo Dipartimento Pref. Gabrielli, oppure dal Sindaco De Magistris quale autorità locale, o dal presidente della Regione Campania Stefano Caldoro che ha competenze sulle licenze di scavo, o anche dal Prefetto di Napoli Musolino, se ritiene che la perforazione sia portatrice di allarme sociale.
Il fatto che i promotori del deep drilling project ai Campi Flegrei siano rinomati scienziati internazionali non toglie la sensazione che si sia usata molta disinvoltura sulla scelta del sito tutto urbano da perforare. Lo stesso dicasi della proposta di una centrale geotermica posta nel bel mezzo dei palazzi e dei rioni del quartiere metropolitano napoletano di Bagnoli…

giovedì 8 agosto 2013

Naples, the Vesuvius and the Phlegraean Fields: ...di Malko

The islands flegree
                              Naples, the Vesuvius and the Phlegraean Fields

The province of Naples is characterised by the three volcanic complexes of the Vesuvius, the Phlegraean Fields and the island of Ischia. Despite their closeness to each other, each of them has completely different characteristics as well as dissimilar form and extention.
The Vesuvius, the most famous of the three, easily recognisable by its distinctive shape and profile, gave rise to the most famous eruption in history. In 79 AD a plinian explosive eruption buried  the cities of Pompeii and Herculaneum thus providing us with a significant part of the world’s archaeological heritage. This was, however, only one of many eruptions the last of which took place in 1944.


The  island of Ischia is the upper part of a submarine volcano. About 55,000 years ago a violent explosive eruption took place known as the green tuff stone of Epomeo; the most important in terms of intensity and morphological transformation, its violence created a caldera which was invaded by the sea and later filled with the accumulation of piroclastic material that erupted from numerous eruptive vents on the island. 
Mount Epomeo is not a volcano but rather a sort of tuff stone column pushed up by the magma beneath. At an altitude of 787 metres, it is the highest point on the island. On the eastern side of its base are  numerous eruptive centres, the product of past effusive and explosive activity that has often taken place after long periods of quiescence. The last eruption was that of the Arso which took place in 1302 AD. Today, the island has important hydrothermal and fumarolic activity which is the manifestation of an uncalmed activity beneath the ground. A few years ago a loud rumble on the side of Forio caused alarm but it turned out to be only a vapour jet which had been suddenly released from beneath the hillside. 
Tuff stone is easily eroded by the elements – wind, sun and water. This explains the vast number of boulders balanced precariously on the steep slopes of Monte Epomeo. An earthquake could easily shake the ground and cause them to tumble down the mountain. Amazingly enough, one of the biggest of these did fall down in the past and was then chiselled and sculpted into a house which is now inhabited.
Monte Nuovo (1538)
The Phlegraean Fields are a particularly complex and extensive volcanic area with numerous eruptive centres. One of the most violent eruptions, the Campanian Ignimbrite, took place about 39,000 years ago while the Neapolitan Yellow Tuff Stone eruption took place 15,000 years ago. The most recent eruption was that of 1538 which in a week formed Monte Nuovo, destroying a village and transforming the landscape around it.
Classical iconography has always associated Naples with the Vesuvius. However the city’s real volcano is the Phlegraean Fields whose yellow tuff stone, the product of numerous eruptions over the centuries and millenia, lies beneath it. The construction of the city over the centuries has been characterised by the use of yellow tuff stone dug out from open air quarries, underground galleries and frequently even dug out in vertical shafts beneath the building that was then built with the extracted stone. This technique of stone extraction created large underground cavities which after being plastered served as cisterns for collecting rain water (see figure on the left). The subsoil is consequently riddled with cisterns and shafts which in the Greek and Roman period had already given rise to aqueducts with flowing water.
Cava sotterranea di tufo giallo appena scoperta
in località Piscinola (NA)

This incredible network of water canals, cisterns and wells which reached courtyards, and stairwells within houses needed maintenance from workers called the ‘pozzari’. To work in such narrow spaces they needed to be of small stature. They wore a light covering of sacking as protection from the cold and as protection for their clothes which would otherwise have been torn by scraping against the stone walls of the narrow shafts. It is likely that the figure of the ‘pozzaro’ gave rise to the legend of the ‘monaciello’ the ethereal child, generous if  at times also mischievous, so beloved by Neapolitans. The ‘monaciello’ however, is found not only in Neapolitan folk tradition but all along the Sorrento coast where there are also banks of tuff stone that have been perforated with shafts and  wells. And so we always leave a little piece of bread on the table after dinner for him…
The grey tuff stone of  Sorrento was produced by the fall of pyroclastic material from the Phlegraean Ignimbrite eruption (Archiflegreo). Surface lithoid banks are visible, above all, in cliffs overlooking the sea. Caves dug out over the centuries to extract stone for building and used as shelters or boat yards (monazeni) can also still be seen from the sea.
The figure above shows the "eye of the mountain", the initial, circular part that is dug out, widening as it descends, forming a bell shape. Stairs cut into the stone walls are also visible with signs of soot left by oil lamps.

Tratto dell'acquedotto romano sotterraneo che adduce a una
 cisterna  in zona Chiatamone (NA)
The photo on the left shows a branch of the aqueduct. In the foreground the base of the water canal in the shape of an upside down rectangle is plastered to protect it from  free flowing water (tuff stone is not impermeable) From canal to canal and cistern to cistern, the water network served the entire city. During the Greek and Roman periods the aqueduct, known as the Bolla, was second longest only to that of ancient Carthage. 
In 1629 Don Cesare Carmignano, assistant to the engineer Alessandro Ciminello, designed the enlargement of the aqueduct, by now inadequate to satisfy the increasing needs of the city. He provided it with new waters extracted from Sant'Agata dei Goti in the Benevento area. Known as the Carmignano after its planner, it remained in use until 1885 after which it was closed up following the numerous epidemies that hit the city.
The tuff stone, literally showered on the city by explosive volcanic eruptions together with lapilli and pozzolana were to be irreplaceable building materials while the incomparably fertile soils still provide nourishment for precious vines, fruit trees and tomatoes. Tuff stone has been transformed into tombs, cisterns, temples, castles, cathedrals and aqueducts. It has served to build city walls and fortifications. In the Second World War the subsoil of Naples was used for air raid shelters which saved the lives of hundreds of people.
The salubriousness of the Phlegraean Fields and the fertility of its soil still make it, together with the Bay of Naples a desirable destination for a cultured tourism that wishes to relive the splendours of Roman civilisation.


Neapolitans live out a strange relationship with their volcanoes, debateable and illogical, but also romantic and fatalistic. A bond that today is particularly difficult, given the excessive increase in population that instead of proliferating far from eruptive vents has created a demographic stranglehold around them. Like living in front of a cannon barrel; safety will depend on the length of the fuse and how early on we will be able to see the spark!

Translation: by Lisa Norall



venerdì 5 luglio 2013

Rischio Vesuvio e prevenzione della catastrofe: ... di Malko

Vigili del Fuoco (SAF) in esercitazione

“Il Dipartimento della Protezione Civile, i Piani d’emergenza Vesuvio e le attività di monitoraggio nel cratere” di MalKo

I piani di emergenza ancora in corso di elaborazione per la plaga vesuviana, hanno visto fin qui all’opera pianificatori che hanno congegnato tra l’altro un sistema di comando e controllo in verità già nelle premesse macchinoso e pachidermico.
Purtroppo anche il piano d’emergenza Vesuvio, che non è il piano d’evacuazione, è stato figlio di un’epoca in cui la protezione civile non disdegnava le operazioni mediatiche. Tra l’altro il leader indiscusso del dipartimento era particolarmente intollerante verso i non allineati o i cretini seminatori di panico, e su tutti gravava la spocchiosa minaccia di denuncia per procurato allarme…
Gli scienziati inviati all’Aquila dal mitico Guido Bertolaso, una settimana prima del luttuoso terremoto del 6 aprile 2009, pare che avessero il compito di annichilire il povero Giampaolo Giuliani e ridicolizzare il suo poco accademico e profetico allarmismo.
Chi fosse Bertolaso e quale fosse il suo livello di serietà, lo si evince non dalle cronache del salaria sport village, ma dal gala di commiato dalla protezione civile, dove nel consesso conviviale con i suoi adepti ridacchianti, si lasciò andare alla famosa battuta che …un’eruzione del Vesuvio, da buon leghista, non bisognava considerarla come una gran disgrazia

La sconcia ironia si presterebbe facilmente a ogni tipo di commento nefando. A ben rifletterci però, suona più fastidioso il ridacchiare dei dipendenti che si sbellicavano con risate a crepapelle per compiacere il gran capo.  Se avessero fatto il loro dovere da buoni impiegati dello Stato, o da buoni leghisti se vogliamo, avremmo avuto un piano d’evacuazione e non la certezza della disgrazia in caso di eruzione del Vesuvio, come con ilarità si alludeva. Bertolaso non ricordava con piacere le falde vesuviane, perché in uno dei comuni della zona rossa, Terzigno, il suo lavoro di commissario straordinario ai rifiuti fu ostacolato malamente dai cittadini locali che si opposero fino allo stremo alla discarica che alla fine purtroppo e con una organizzazione militare fu realizzata nel Parco Nazionale del Vesuvio, proprio sulle colline care a Bacco...
Al Dipartimento della Protezione Civile toccava, in ragione di un rischio definito d’importanza nazionale, pungolare le amministrazioni comunali affinché preparassero uno straccio di piano di tutela per gli oltre seicentomila abitanti del vesuviano.
Certe storie che riguardano le emergenze o la prevenzione sono piene di aneddoti che vanno dalle rassicurazioni fittizie, alle risate post terremoto come all’Aquila; e poi ancora risatine beffarde parlando dello sterminator Vesevo (Vesuvio); poi si spararono grosse sciocchezze come il colpo in canna all’isola d’Ischia, intendendo un’eruzione bell’è pronta, o come la storia del meteorite al centro di Roma, forzando un’analogia impossibile tra rischio vulcanico e cosmico.  Che dire…
Siamo sicuri che il processo a L’Aquila contro l’ex  commissione grandi rischi si arricchirà di nuovi capitoli soprattutto se gli imputati avranno il coraggio del riscatto dicendo la verità. Le aule giudiziarie ci riserveranno ancora cronaca, né nera né rosa, probabilmente solo umanamente indecente… con qualche medaglia che intanto andrebbe rimossa da un petto spaccone e irridente.
Il Dipartimento della Protezione Civile qualche anno fa fu oggetto di una proposta di privatizzazione (Protezione Civile servizi s.p.a.). I protettori in quel periodo curavano le emergenze, ma anche i grandi eventi sportivi, e poi le discariche campane con qualche defaillance raccapricciante, e poi il G8 e ancora le beatificazioni e ancora funerali solenni e poi ci siamo chiesti come mai avessero in forza una flotta operativa di Canadair, quando in realtà gli uffici dipartimentali dovevano essere solo una struttura di coordinamento operativo. Le miriadi di attività oggi ridimensionate anche a suon di scandali, hanno fatto si che il personale del dipartimento negli anni sia cresciuto numericamente. Forse anche troppo e, quindi, venendo meno gli innaturali compiti, qualche procedura di mobilità per i dipendenti in esubero dovrebbe essere nella naturalità delle cose in un momento difficile per i revisori dei conti e per le altre istituzioni acutamente sotto organico.
Alla Direzione Regionale dei Vigili del Fuoco di Napoli, braccio operativo del Ministero dell’Interno per il soccorso tecnico urgente, è affidato il compito di trovare una soluzione d’emergenza al piano d’emergenza deficitario. Un particolare utilizzo delle autostrade e una rimodulazione del traffico sono l’unica scelta possibile a un’evacuazione a piedi. Per i paesi ricadenti totalmente nell’area nera, cioè quelli posti in una posizione mediana tra mare e monte, bisogna dare spazio alla mobilità marittima stilando piani che consentano di sfruttare il naviglio leggero in servizio giornaliero nel Golfo di Napoli per il collegamento con le isole.
Nella poco pubblicizzata esercitazione Vesuvio 2001, che si tenne a Portici dodici anni fa, si testarono tutti i mezzi di locomozione: i traghetti veloci, esclusi dal piano d’emergenza, guarda caso furono quelli più funzionali per rapidità di manovra e spostamento.
Qualcosa comunque non funziona negli apparati di prevenzione. Non ci siamo.  L’Osservatorio Vesuviano ha diramato una nota nel bollettino mensile (marzo 2013) di sorveglianza vulcanica campana con questa postilla:<<… Le operazioni di monitoraggio nel fondo del cratere del Vesuvio sono state sospese, in quanto richiedono il supporto di una guida specializzata in grado di effettuare misure e campionamenti in un sito non raggiungibile da personale non specializzato in tecniche di alpinismo, non presente all'Osservatorio Vesuviano. Tale supporto, assicurato nel passato con un contratto esterno di tipo professionale, non è stato più rinnovato nel 2013 a causa del taglio dei fondi assegnati. >>.
Avendo a cuore la prevenzione del rischio vulcanico nell’area vesuviana e quella dei seicentomila esposti al pericolo di colate piroclastiche, vogliamo appena ricordare al Direttore dell’Osservatorio Vesuviano (INGV), Marcello Martini che, alla stregua di quanto succede all’Etna dove la sede di vulcanologia dell’INGV  si avvale della Guardia di Finanza e del Corpo Forestale dello Stato per andare in cima, a Napoli è possibile scendere nel cratere del Vesuvio anche con l’appoggio di personale specializzato del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco. Bastava farne richiesta, magari già a ridosso degli eventi sismici che destarono meno di un mese fa preoccupazione tra gli abitanti per ricevere il prezioso supporto dal personale VVF (SAF), preposto appunto agli interventi in ambiente ostile...  


domenica 23 giugno 2013

Rischio Vesuvio: alcuni eventi sismici allarmano la popolazione...di Malko

Il Vesuvio da quota 1000
“Terremoto al Vesuvio” di MalKo

I recenti eventi sismici che hanno interessato l’area vesuviana hanno ridestato la paura atavica degli abitanti dell’omonima plaga su questi scuotimenti che qualche ansioso interpreta come sintomi premonitori di una possibile variazione dello stato di quiete del Vesuvio. In realtà anche i terremoti di origine vulcanica per essere considerati sintomi pre eruttivi necessitano generalmente di un incremento, cioè un incalzare del fenomeno sismico, accompagnato dalla variazione di altri parametri fisici e chimici che la geologia prende a riferimento come possibili indicatori di rischio vulcanico.
L’Osservatorio Vesuviano ma più ancora l’autorità scientifica, ha sancito in tempi non sospetti e alla stregua di quanto già è avvenuto per i Campi Flegrei, che per far spostare il livello di allerta vulcanica da base a quello di attenzione, sono necessarie variazioni significative dei parametri controllati (si noti il plurale). Cioè, più di uno dei valori base di riferimento dovrebbe cambiare e non unicamente il fattore sismico ancorché si presenti con scosse isolate o sequenze distanziate nel tempo.
I vesuviani devono avere la consapevolezza che, anche se dovessero cambiare questi famosi parametri base di riferimento per il Vesuvio, e si passasse quindi al livello di attenzione, ciò non significherebbe automaticamente una condizione di

allarme rosso con relativa e precipitosa fuga verso la salvezza.
Lo stato di attenzione è una sorta di attesa che è comunicata dal mondo scientifico alla popolazione (tramite Dipartimento Protezione Civile), per renderla consapevole che qualcosa è cambiato all’interno e nel sottosuolo del vulcano o della caldera, e che sono in corso approfondimenti per capire se i parametri misurati abbiano una tendenza verso livelli critici pre eruttivi o rappresentano semplicemente un’anomalia momentanea.
Ovviamente così com’è successo per il passato nella zona di Pozzuoli con il bradisismo, i parametri controllati potrebbero regredire e riportarsi nella normalità, e il livello di allerta vulcanica ritornerebbe allora su valori base.
Il livello di attenzione presenta purtroppo delle incertezze circa i tempi di attesa. A esser chiari, il “semaforo” giallo potrebbe permanere in questo stato per mesi o anni, così come nel giro di poco tempo la variazione dei parametri controllati potrebbe subire delle impennate in direzione del preallarme. Meno veloce sarebbe invece il ripristino della normalità (base).
Il sindaco di San Giorgio a Cremano preme perché si stabilisca un contatto diretto con la Protezione Civile, gestita dal Prefetto Gabrielli, per affrontare il problema dei piani di evacuazione che non esistono.  Il secondo problema da mettere in evidenza è come mai l’assenza di questo fondamentale strumento di tutela sia stato sottaciuto per anni.
I sindaci di altri comuni non hanno questa urgente necessità perché in capo alle loro attenzioni c’è il problema ben più grave dei condoni edilizi che mal si sposano con la necessità di tutela che, nel caso del rischio Vesuvio, dovrebbe incentrarsi sulla prevenzione.  Un problema nel problema quello dei condoni, che alla fine dovrà essere affrontato senza tentennamenti attraverso un tavolo di lavoro probabilmente sovra comunale.

Ai nostri lettori che risiedono nella zona rossa Vesuvio possiamo dire che il loro riferimento per quanto riguarda il diritto alla sicurezza non può che essere  il  sindaco. Per chi non lo sapesse la legge 225/92 individua proprio nel primo cittadino l’autorità locale di protezione civile. Cioè il soggetto giuridico su cui ricadono le responsabilità della prevenzione e del primo soccorso in caso di necessità. Anche della previsione se il dato dovesse rientrare nelle capacità di calcolo e di analisi del comune. Ovviamente i piani di emergenza e di evacuazione rispondono e rientrano nelle logiche della prevenzione delle catastrofi. Così come l’informazione corretta, puntuale e istituzionale, rientra nei compiti precipui del sindaco e non può essere delegata a terzi neanche se trattasi d’istituti o eminenze scientifiche (L'Aquila docet!).
Le responsabilità del mancato piano d'evacuazione sia per il Vesuvio che per i Campi Flegrei sarà una querelle fra dipartimento della protezione civile, trattandosi di una pianificazione di livello nazionale, e i comuni che hanno una gran coda di paglia.  
Se nei Campi Flegrei il livello di allerta dovesse passare da attenzione a pre allarme, cosa succederà in assenza di piani d'evacuazione? L'esodo in questa fase si ipotizza già spontaneo... come e verso dove? 

domenica 16 giugno 2013

Vulcani napoletani: pericolo e ricchezza...di Malko

Le isole flegree

Napoli, il Vesuvio i Campi Flegrei e Ischia

Il Vesuvio, i Campi Flegrei e l’Isola d’Ischia, sono i tre distretti vulcanici che caratterizzano l’area provinciale di Napoli. Bisogna subito notare che nonostante la vicinanza presentano caratteristiche completamente diverse con apparati vulcanici dissimili per forma ed estensione.
Il Vesuvio è certamente il più noto tra i vulcani menzionati, non solo perché il suo edificio è esterno e particolarmente riconoscibile, ma anche perché è stato protagonista di eruzioni recenti (1944) e altre famose come quella pliniana che seppellì nel 79 d.C. le città di Pompei ed Ercolano, poi riportate alla luce a tutto vantaggio del patrimonio archeologico internazionale.
L’isola d’Ischia è la parte aerea di un vulcano sottomarino. Circa 55.000 anni fa si ebbe l’eruzione esplosiva detta del tufo verde Epomeo, che fu la più importante per intensità e geomorfologia successiva dei luoghi. La violenza dell’eruzione, infatti, originò una caldera invasa dal mare e in seguito riempita dall’accumulo dei prodotti piroclastici eruttati dalle numerose bocche crateriche che costellavano quei luoghi.
Il Monte Epomeo non è un vulcano ma una sorta di pilastro tufaceo spinto in alto dal magma sottostante. Rappresenta il rilievo più alto dell’isola con i suoi 787 metri di altezza, e nella sua corona di base e verso est, si evidenziano numerosi centri eruttivi con attività passata effusiva ed esplosiva manifestatasi anche dopo lunghe quiescenze. L’ultima eruzione fu quella dell’Arso nel 1302 d.C. Oggi l’isola presenta un’importante attività fumarolica e idrotermale che ne attesta comunque una mai sopita vivacità di fondo. Pochi anni fa un boato sul versante di Forio destò allarme, ma si trattò di un getto di vapore che si era liberato rapidamente dal sottosuolo collinare.
Il tufo si lascia erodere dagli elementi naturali come il vento, il sole e l’acqua. Questo spiega una gran quantità di massi in bilico lungo i versanti più acclivati del Monte Epomeo. Un evento sismico potrebbe scuotere e far precipitare a valle le pietre. Incredibile a dirsi, uno di questi massi, molto grande, venuto giù nel passato, è stato scavato e modellato per essere adibito a dimora.
Monte Nuovo (1538)

I Campi Flegrei sono un distretto vulcanico particolarmente complesso ed esteso con numerosi centri eruttivi. Tra le eruzioni particolarmente violente che si manifestarono in quest’area, vanno annoverate sicuramente quella dell’ignimbrite campana avvenuta circa 39.000 anni fa, così come   l’eruzione detta del tufo giallo napoletano risalente a poco più di 15.000 anni fa. L’ultima eruzione che si segnala è quella che nel 1538 diede origine in pochi giorni alla nascita di un edificio vulcanico chiamato appunto Monte Nuovo (foto sopra).
L’iconografia classica ha sempre accomunato anche come immagine la città partenopea al Vesuvio. In realtà i Campi Flegrei sono il vero vulcano di Napoli, perché la metropoli sorge in buona parte sui suoli tufacei originatisi proprio dai numerosi  eventi eruttivi esplosivi dell’area flegrea.
Pure l’edilizia della città nel corso dei secoli si è caratterizzata dal grande uso delle pietre di tufo giallo estratto da cave a cielo aperto, in galleria ma anche in sotterranea con prelievi effettuati addirittura in verticale sotto la casa da costruire. Una tecnica estrattiva manuale delle rocce che generava dei grandi vuoti (vedi figura in basso) sotterranei che erano destinati, dopo l’intonacatura, a cisterne di accumulo dell’acqua piovana.
Cava di tufo sotterranea appena scoperta
in località Piscinola (NA)
Il sottosuolo di Napoli quindi è particolarmente traforato con cunicoli e cisterne che diedero vita già in epoca greca e romana a importanti e moderni servizi come gli acquedotti a pelo libero.
Sarà proprio questa incredibile rete di canali e cisterne e pozzi che raggiungevano cortili e casse scale e interni delle case, a richiedere l’opera di particolari operai idraulici manutentori del sottosuolo chiamati pozzari. Per lavorare e inoltrarsi in dedali molto stretti, era necessario essere di piccola statura e bastava ricoprirsi con una tela di sacco  per non patire il freddo e non sporcarsi o lacerarsi gli abiti in quello che era un ambiente tanto stretto da richiedere di avanzare strusciando le pareti. Non è da escludere che da queste profondità sia nata la leggenda del monaciello, quale figura eterea di bambino, spiritello generoso e a volte dispettoso. Questo personaggio fiabesco molto amato dai napoletani,  potrebbe avere qualche nesso interpretativo, giusto per sbrogliare la leggenda, con l’acquedotto sotterraneo partenopeo e i suoi protagonisti (pozzari), che portavano i figli e fin da piccoli, nella Napoli di sotto col fine di insegnarli un mestiere. Forse il mito non è solo partenopeo ma più in generale dove il tufo è presente a  banchi, come ad esempio sulla costiera sorrentina, che rimane un'altra zona prediletta dal monaciello.  Per noi rimarrà sempre uno spiritello e per questo motivo non togliamo il tozzo di pane dalla tavola dopo cena…
Il tufo grigio di Sorrento si giustifica con la ricaduta dei prodotti piroclastici dell’eruzione ignimbritica flegrea (Archiflegreo). Il litoide a banchi è affiorante  soprattutto nei versanti marini a strapiombo. Le grotte realizzate dalle popolazioni locali nel corso dei secoli, furono scavate per estrarre e squadrare pietre a uso edile, utilizzando poi i vuoti come ricoveri o cantieri per le barche (monazeni): gli antri sono ancora oggi ben visibili soprattutto per chi proviene dal mare.
Nella figura sopra si nota “l’occhio di monte”, cioè la parte iniziale e circolare dello scavo che poi a mano a mano scendendo si allargava a campana. Si notano poi gli scalini incisi sulle pareti, e le macchie di nerofumo a destra lasciate dalle lucerne a olio dei cavatori.
Tratto dell'acquedotto sotterraneo romano
che adduce a una cisterna in località
Chiatamone (NA)
Nell’immagine a lato invece, si nota un ramo dell’acquedotto. In primo piano il canale dell’acqua a forma rettangolare capovolta intonacato alla base (il tufo non è impermeabile) dove l’acqua era padrona di scorrere a pelo libero. Da canale a canale e da cisterna a cisterna, la rete serviva in definitiva l’intera città. In epoca greca e romana l’acquedotto fu chiamato della Bolla e per estensione era secondo solo a quello dell’antica Cartagine.
Nel 1629 Don Cesare Carmignano, collaborato dall’ingegner Alessandro Ciminello progettò l’ampliamento della rete idrica cittadina, oramai insufficiente per i crescenti bisogni pure industriali, rifornendola di nuove acque carpite e canalizzate dalle zone beneventane di Sant’Agata dei Goti. Quest’opera idraulica detta appunto del Carmignano, restò in uso fino al 1885; dopodiché si utilizzò l’acquedotto  intubato a causa delle numerose epidemie che colpirono la città.
Il tufo elargito dalle eruzioni vulcaniche esplosive, la pozzolana ma anche la cenere e i lapilli vesuviani, si sono rivelati materiali insostituibili per l’edilizia. I suoli vulcanici poi, sono ancora oggi ineguagliabili per dare nutrimento ai pregiati vitigni e agli alberi da frutta e ai pomodori della vicina piana nocerino - sarnese.   Il tufo poi, vero dono del Signore, si è lasciato lavorare per tramutarsi in loculi e tombe e templi e cisterne e castelli e cattedrali e acquedotti. E poi ancora ha fornito materiale per le mura di cinta e le fortificazione. Nell’ultimo conflitto mondiale il sottosuolo di Napoli si prestò come ricovero antiaereo salvando numerose persone, così come ai primordi servì da rifugio ai cristiani perseguitati.  
La salubrità dei luoghi e la fertilità dei suoli, fecero e fanno dei Campi Flegrei, delle isole flegree e del litorale vesuviano, meta privilegiata e turistica di un certo turismo internazionale colto e riverente dei fasti romani .

La realtà che possiamo cogliere da questo piccolissimo excursus è questa: esiste e sussiste un incredibile rapporto tra la popolazione napoletana e i suoi vulcani. Un rapporto controverso e illogico, ma anche romantico e fatalista con non poche convenienze. Un connubio però, che oggi è particolarmente difficile da accettare soprattutto perché nel corso dei secoli è aumentata a dismisura la quantità di popolazione che invece di proliferare lontano dai vulcani li ha invece stretti in una sorta di abbraccio demografico. Purtroppo non ci sono segni neanche di controtendenza. E’ un po’ come vivere davanti al fusto di un cannone: la salvezza dipenderà dalla lunghezza della miccia e da quanto tempo prima riusciremo a cogliere lo scintillìo dell’innesco. Tutto qui!