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martedì 23 maggio 2017

Campi Flegrei: eruzione o non eruzione?... di MalKo



Campi Flegrei - Macellum di Pozzuoli -

In questi giorni a tenere banco sul rischio vulcanico ci hanno pensato i giornali che hanno riportato in prima pagina la notizia che, dallo studio - Progressive approach to eruption at CampiFlegrei caldera in southern Italy -, condotto dai ricercatori Christopher R. J. Kilburn, Giuseppe De Natale e Stefano Carlino, risulta che un’eruzione ai Campi Flegrei è più vicina del previsto.

Lo studio in questione pubblicato il 15 maggio 2017 sulla rivista Nature Communications, segue a distanza di tempo i primi allarmi lanciati dal geochimico dell’INGV Chiodini e altri (2012) dalle pagine di Geology - Early signals of new volcanic unrest at Campi Flegrei caldera? Insightsfrom geochemical data and physical simulations - e poi da Amoruso e Crescentini e altri, che nel 2014 con la loro ricerca Clues to the cause of the 2011–2013 Campi Flegrei caldera unrest,Italy, from continuous GPS data - orientativamente assegnavano una sorgente magmatica all'origine del sollevamento dei suoli flegrei.

C’è poi un’ulteriore studio di Chiodini -  Vandemeulebrouck ed altri del 15 marzo 2015 - Evidence ofthermal-driven processes triggering the 2005–2014 unrest at Campi Flegrei caldera -  dove si evidenzia un ruolo fondamentale del riscaldamento delle rocce causato da fluidi magmatici, quale fattore che indebolisce la resistenza degli strati tra magma e superficie.

In un altro lavoro ancora datato agosto 2015:<< Magma injection beneath the urban area of Naples: a new mechanism forthe 2012–2013 volcanic unrest at Campi Flegrei>>,  i ricercatori D’Auria e Pepe ed altri ipotizzano la presenza di magma a bassa profondità (3 Km) nel flegreo anche marino.

Significance of the 1982–2014 Campi Flegrei seismicity: Preexisting structures, hydrothermal processes, and hazard assessment è un ulteriore rapporto scientifico firmato da Di Luccio, Pino, Piscini e Ventura, pubblicato il 28 settembre del 2015, dove anche in questo caso si richiama un’intrusione magmatica nei suoli del bradisismo.

Magmas near the critical degassing pressure drive volcanic unresttowards a critical state, è un altro lavoro scientifico pubblicato da Chiodini e Paonita su Nature Communications il 20 dicembre del 2016, dove, in conclusione, si pone in rilievo ancora una volta e per i Campi Flegrei, un indirizzo geologico di criticità. 

Nel compendio scientifico - Space-weighted seismicattenuation mapping of the aseismic source of Campi Flegrei 1983–1984 unrest - di De Siena, Amoruso e altri pubblicato il 22 febbraio 2017, si ipotizza magma nella parte marina prospiciente Pozzuoli.

La relazione pubblicata su Nature Communications da Kilburn, De Natale e Carlino, ci sembra che evidenzi maggiormente e come elemento capace di indebolire la crosta flegrea, i movimenti meccanici dovuti al bradisismo, inteso come fenomeno destabilizzante dell’elasticità delle rocce che viene persa a favore di una maggiore fragilità complessiva della coltre crostale.

L’allarme eruzione di questi giorni dicevamo, è stato prevalentemente consumato a livello giornalistico e mediatico , in quanto l’attenzione della popolazione puteolana e napoletana non ha avuto un particolare picco di interesse alla faccenda, con De Natale che ha poi tranquillizzato in Italia e Kilburn invece, che pare abbia allarmato in Inghilterra…

Il Prof. De Natale al momento dell’ondata giornalistica allarmistica si trovava a un seminario a Rotterdam. E’ subito intervenuto cercando di chiarire il senso che si voleva dare alla ricerca pubblicata su Nature C. che non paventava un’eruzione vicina, rimandando al suo rientro in patria le spiegazioni del caso. Cosa che poi ha fatto intervenendo innanzitutto a un seminario assicurato dalla struttura comunale di Pozzuoli e dall’attento sindaco Figliolia a capo della municipalità dai terreni ballerini.

Tornando a fattori più generali, una caldera che ha visto imponenti eruzioni partorite nel corso dei millenni da circa una quarantina di bocche eruttive con fenomeni sussidiari di bradisismo negativo e positivo in suoli e sottosuoli pregni di liquidi e vapori soprassaturi con temperatura fra le più calde riscontrabili in Italia, sono tutti elementi che pongono e presentano all’investigatore scientifico, indizi di un tessuto crostale diciamo monoliticamente un tantino compromesso.

Un po’ tutti gli studi vanno nella direzione dell’indebolimento crostale ipotizzato ci sembra per primo da Chiodini. Una matrice magmatica sembra plausibile quale fonte di calore e di riscaldamento dei fluidi nel sottosuolo, anche se qualche lavoro scientifico va verso la direzione di un’intrusione magmatica presente sì nei primi chilometri, ma datata e in via di raffreddamento. Tutti i lavori scientifici concorrono con pari dignità a fare chiarezza sulla fragilità dei suoli flegrei e su cosa spinge dal basso, e quindi la proposta di Chiodini di invitare le massime autorità scientifiche mondiali a pronunciarsi su un eventuale stato pre eruttivo dei Campi Flegrei, ci sembra particolarmente sensata.

In questo panorama d’incertezza, c’è chi offre la certezza che procedendo nella trivellazione profonda dei suoli di Bagnoli verso il mare e fino a profondità dell’ordine dei 4000 metri, si riuscirà a prelevare campioni di rocce su cui “leggere” lo stato attuale della caldera flegrea incidendo così e positivamente sulla previsione del fenomeno eruttivo.

Bagnoli - Napoli
Senza entrare nel dibattito scientifico che non ci compete, entriamo con qualche argomentazione in quello tecnico e forse politico. Tutte le disquisizioni scientifiche sull’argomento flegreo sono corredate dall’incertezza e non potrebbe che essere così.

Il quadro d’insieme a proposito del deep drilling project (CFDDP) inteso come progetto scientifico internazionale, intanto è stato inquinato in partenza da una certa euforia legata al geotermico piuttosto che alla scienza,  da una propaganda iniziale che accomunava CFDDP ed energia geoelettrica da produrre nell’area in un momento in cui il progetto geotermico Scarfoglio era scientificamente supportato direttamente o indirettamente dall’INGV, nonostante una certa contrarietà locale degli abitanti dettata anche da uno stato di attenzione vulcanica che non è regredito: anzi...

Riferire che il progetto di trivellazione profonda sia esente da rischi è molto azzardato perché dire flegreo significa dire area metropolitana di Napoli, ovvero 550.000 abitanti. Tentare di raggiungere il magma superficiale (4 km) interagendo attraverso le trivellazioni in strati rocciosi dichiarati nell’ultimo lavoro scientifico fragili, è francamente incomprensibile e forse sconsigliabile, anche perché bisognerà trapanare porzioni di territorio ad elevata temperatura e pressione dei fluidi in quello che è considerato da tutti, ripetiamo,  un territorio ballerino e non certo per propensione artistica.

I Campi Flegrei godono di un livello di allerta vulcanica tarato sullo stato di attenzione, che potrebbe essere forse poca cosa nelle condizioni di unrest attuale. Nessuno è in grado di dirlo però, e a dirla tutta, attualmente in termini di allerta vulcanica, si sta campando un po’ alla giornata sperando che gli strumenti di monitoraggio non virino al rialzo…

Il progetto di sfruttamento geotermico denominato Scarfoglio (Solfatara), è oggetto dal 2015 a Valutazione di Impatto Ambientale a cura della commissione tecnica ministeriale incaricata di decidere sulla fattibilità e innocuità del progetto. Commissione a cui sono giunte tutte le osservazioni possibili ad oggetto trivellazioni e reiniezione dei fluidi in quell’area calderica, con relazioni non favorevoli di Mastrolorenzo e Vanorio e Ortolani e altri. Il CFDPP non prevede reiniezioni, ma trivellazioni accentuate in area vulcanica agitata sì. Le valutazioni del Ministero dell’Ambiente quando saranno pronte porteranno quindi ulteriori e nuovi elementi su cui riflettere anche da questo punto di vista (trivellazioni).

Se la valutazione del rischio eruttivo fosse solo una competenza scientifica, la diramazione dello stato di pre allarme e allarme sarebbe lanciato all’occorrenza dal direttore dell’Osservatorio Vesuviano. Ma non è così. Per contratto il monitoraggio dei Campi Flegrei è affidato all’INGV – OV classificato - Centro di Competenza - per gli affari vulcanici, i cui bollettini, analisi e indagini, sono leggermente imbavagliati da una clausola di riservatezza imposta dal dipartimento della protezione civile che invece decide livelli e fasi di allerta vulcanica  in seno alla presidenza del consiglio.

tavola allerta vulcanica e livelli decisionali
Il rischio però, per sua natura, non è la valutazione di un solo fattore critico per quanto importante. Il rischio prevede l’analisi di più fattori fisici, geochimici, statistici, filosofici, giuridici, meteorologico, compreso il modello di società e i livelli di garanzia e di valore assoluti che si assegnano alle popolazioni, anche in nome del diritto europeo (CEDU) e di precauzione… Tutti gli elementi che possono condizionare le scelte confluiscono quindi sui tavoli politici fino al primo dei politici, a cui è demandata l’unica estrema risposta possibile al pericolo eruttivo manifesto, cioè la dichiarazione dello stato di allarme con evacuazione preventiva della popolazione esposta.

Non essendoci eruzioni pregresse di riferimento, non sappiamo se lo stato di preallarme e allarme saranno dichiarati quando i precursori vulcanici incominceranno ad essere un elemento percepibile da uno dei cinque sensi e direttamente dalla popolazione. In questo caso si scatenerebbe il panico e qualsiasi piano di allontanamento, termine per chiarire che si procede in assenza di panico ovvero di pericolo palpabile, fallirebbe già nei primi minuti.
Guardate la strategia evacuativa prevista nel piano di evacuazione del Vesuvio: 500 Bus per portare gente dall’interno del vesuviano, ad alcuni punti posti fuori dalla zona rossa come ad esempio il cortile della stazione Trenitalia di Nocera. 500 Bus attaccati l’uno all’altro formano una colonna di 6 chilometri. Infilare una “supposta” di 6 chilometri in un culo per quanto grande da elefante (zona rossa), è praticamente impossibile. Se la si spezzetta questa colonna, formerà alfine un tappo… Allora?

In Italia non siamo riusciti a sconfiggere mafia e camorra, a gestire il fenomeno migratorio, a risolvere il problema della corruzione, ad avere una giustizia giusta, ad avere forze di polizia che siano di prevenzione e non di constatazione, una sanità che non lascia indietro nessuno, un fisco equo, l'integrità dei parchi e del territorio anche marino invece trivellato. Non siamo riusciti a combattere l’evasione fiscale, a risolvere i conflitti con le banche, a varare una legge elettorale degna di questo nome, una buona scuola che sia davvero competitiva e creativa, a creare posti di lavoro, a non vedere più figli all'estero per sopravvivere, a sconfiggere il caporalato, a sconfiggere l’abusivismo edilizio, le caste, i vitalizi, auto blu, ecc. L’elenco potrebbe continuare per molto ancora...

Noi siamo forse la protezione civile più bella del mondo, dicono. Sicuramente la più costosa. In termini di pianificazione e di manipolazione mediatica delle realtà siamo al top: all’epoca di Bertolaso del piano di emergenza Vesuvio si diceva che ci era addirittura invidiato  all’estero, come affermavano con piglio d’orgoglio gli addetti dipartimentali: eppure l’invidiato piano nazionale Vesuvio, mancava come oggi del piano di evacuazione…una piccolezza.

In questo contesto di ampia democrazia non molto partecipata ma subita, cosa vi fa ritenere che l’organizzazione scientifica e tecnica e politica salverà milioni di persone dal rischio vulcanico flegreo, vesuviano o ischitano? L'attuazione di un piano aritmetico di evacuazione? Il piano con certe premesse fallirà, ma la colpa sarà addossata al popolo popolino in preda al panico... 
E dov'è la prevenzione delle catastrofi se sui suoli d Bagnoli, in piena caldera, si possono costruire ancora palazzi e palazzoni per la mancanza di una legge anti edilizia residenziale? E l'abusivismo di necessità vale anche in zona rossa ad alta pericolosità vulcanica? Bisogna essere davvero degli inguaribili ottimisti per credere nella salvezza proveniente da questo modello effimero di società... Speriamo solo che l’evacuazione non si traduca magari dovesse verificarsi nel periodo estivo ad alberghi pieni, in un imbarco degli sfollati sui treni verso l’estero, come la monnezza…



giovedì 2 gennaio 2014

Rischio Vesuvio: il 2013 annovera clemenza geologica e una nota sismica dal Matese...di Malko

Valle dell'inferno (Vesuvio) con l'orlo calderico del Mt. Somma in evidenza con Punta Nasone

“ Il 2013 è stato per la Campania un anno di clemenza geologica tranne per il post-it marcato Matese. E il 2014? ”
di MalKo

Anche il 2013 si è rivelato per i napoletani un anno di clemenza geologica suffragata dalla perdurante quiescenza del Vesuvio,dei Campi Flegrei e dell’isola d’Ischia: tutti distretti vulcanici molto caratteristici e tutti ubicati nell’area metropolitana di Napoli. Il 29 dicembre 2013 la zona del Matese ha sussultato litosfericamente per ricordare anche ai campani che vivono su un suolo non sempre immoto e non lontanissimo dai magmi sotterranei viscosi. La caratteristica della scossa, vivacemente vibrante, è stata breve al punto da non causare danni, ma intensa abbastanza da essere un post-it geologico. Un monito insomma…
Per quanto riguarda il Vesuvio e i piani d’emergenza, le uniche novità di quest’anno riguardano l’introduzione della linea Gurioli che delimita la prima fascia a rischio d’invasione delle nubi ardenti e la relativa rivisitazione della zona rossa che si allarga ad altri sette comuni, compreso la città di Napoli che dopo anni di “resistenza” è stata costretta a cedere alla perimetrazione a rischio Vesuvio, i quartieri orientali di Barra, San Giovanni a Teduccio e Ponticelli. Il numero degli abitanti sottoposti al pericolo allora, è aumentato da cinquecentocinquantamila a circa settecentomila persone.
Il famoso vulcano continua a essere citatissimo dai media e si classifica come il più menzionato in assoluto, sia da un punto di vista paesaggistico che archeologico e turistico e per il rischio a esso associato, che sembra incutere maggiori apprensioni all’estero piuttosto che in Italia.
I piani di evacuazione devono ancora essere confezionati e nulla lascia presagire che questo sia l’anno giusto, atteso che, sono sempre gli stessi consulenti e le stesse commissioni a elaborare sistemi di pseudo tutela attraverso un work in progress che pare abbia come unico obiettivo quello di mettere le carte a posto.
Se uno dei vulcani che citiamo nell’articolo dovesse ridestarsi e causare danni alle persone, state pur certi che l’unico responsabile sarà alla fine la sola e ignara e stupenda e immacolata natura.
Ai Campi Flegrei la trivella sonnecchia sul fondo dei cinquecento metri fin qui raggiunti col pozzo pilota. Quando proseguirà il lavoro dello scalpello rotante che dovrà raggiungere i 4000 metri di profondità in direzione della gobba litosferica puteolana, è un dato che dovremmo conoscere a breve. Il deep drilling project (CFDDP), intanto sembra che abbia cavato dal sottosuolo tufaceo di Bagnoli dei carotaggi molto interessanti e inediti.  I sistemi e le attrezzature innovative da calare nell’attuale pozzo ai fini della prevenzione vulcanica, dovrebbero essere probabilmente ancora in una fase di collaudo ma presto entreranno in azione.
Intanto nell’area flegrea permane uno stato di attenzione vulcanica innescato qualche anno fa dal fenomeno del bradisismo,riaccesosi  per la fase ascendente. Oggi, il sollevamento, fortunatamente sembra attraversare un momento di stanca.
Il piano “emerecuativo” (emergenza più evacuazione), non è stato ancora elaborato in questo settore calderico, perché l’autorità scientifica col vaglio della commissione grandi rischi, deve ancora depositare il carteggio contenente gli scenari eruttivi comprensivi dei territori su cui si possono abbattere tutte le fenomenologie vulcaniche previste: dati questi, senza i quali non si può procedere con la redazione dei piani di sicurezza areali.
Sull’isola d’Ischia pure si gode di una certa pace geologica e da un po’ non si avvertono terremoti particolarmente significativi. Questa fase di calma potrebbe essere utilmente sfruttata per analizzare il rischio statico rappresentato da un po’ di massi isolati posti in alto, specie a Forio e sui terreni acclivi degli altri rilievi. Anche per Ischia dovrebbero preparare il piano emerecuativo che è particolarmente complesso perché trattasi di un’isola i cui confini corrispondono con il mare: tecnicamente parlando è un problema in più.
Nella zona dell'epicentro del sisma localizzato nei contrafforti del Matese il 29 dicembre 2013, si è notata la fragilità delle chiese che dalla loro hanno un certo numero di anni che gravano appunto sul groppone delle mura e delle volte degli antichi edifici.
Nel terribile terremoto di Lisbona del 1755, chiese e conventi furono le strutture più colpite. Un filosofo annotò che in quel cataclisma morirono moltissime suore e non le prostitute ricoverate in baracche di legno… La citazione la riportiamo come concetto statico e non moralistico o religioso.
E’ necessario, specialmente in area appenninica, organizzare dei sopralluoghi negli edifici più vecchi ubicati all’interno della fascia appenninica a maggior rischio sismico, individuando alcune soluzioni tecniche per rendere i vecchi luoghi di culto e altre strutture almeno collettive, più resistenti alle sollecitazioni litosferiche. Nelle more degli interventi preventivi, si possono già affiggere alle pareti delle chiese avvisi e manifesti contenenti istruzioni operative in caso di terremoto.
Da notare inoltre, che le notizie sull’epicentro del sisma del 29 dicembre 2013, sono state date sui media forse un po’ in ritardo…
Finiamo segnalando come appunto, che i tre distretti vulcanici qui citati, di cui quello flegreo già sottoposto al primo livello di allerta vulcanica (attenzione), mancano completamente di piani di evacuazione. Non lasciatevi ingannare da quello che leggete sulla carta stampata e sul web: anche se remotamente e generalizzando, nessun ambiente o settore è asettico e imparziale.

Il 2014 sarà l’anno del cambiamento. Dedicatevi di più alla vita sociale e alla partecipazione, utile per comprendere e maturare anche una coscienza critica verso le istituzioni politiche, tecniche e scientifiche. Strutture che dovrebbero essere intercomunicanti per garantire attraverso una sana interazione l’imprescindibile diritto alla sicurezza. Buon anno! 

martedì 3 settembre 2013

Rischio vulcanico Campi Flegrei: il Deep Drilling Project (CFDDP)...di Malko

La spianata di Bagnoli (Campi Flegrei) sede del CFDDP

“Campi Flegrei: quale futuro per il Deep Drilling Project?”
di MalKo

ll famoso Deep Drilling Project dei Campi Flegrei (CFDDP), cioè il progetto di perforazione profonda avviato nel sottosuolo di Bagnoli (NA), è passato un po’ nella sordina mediatica probabilmente perché la trivella ha cessato di ruotare da dicembre 2012, dopo aver raggiunto come da programma quota meno cinquecentodue metri.
Lo scalpello litosferico con tutte le polemiche che hanno accompagnato la prima fase di perforazione del pozzo pilota, dovrà essere latore di ben altre autorizzazioni prima di continuare la sua corsa nelle profondità calderiche del supervulcano flegreo, per raggiungere i circa quattromila metri di profondità.
Il piano di scavo inizialmente pubblicizzava un tornaconto geotermico che sarebbe scaturito dal foro di Bagnoli e dall’acqua calda sottostante. L’insistente propaganda iniziale sull’energia pulita e a basso costo, scemò a seguito delle proteste di alcuni comitati cittadini che vedevano nella geotermia in loco profitti tuttalpiù per le industrie del ramo, ma non per la popolazione a cui toccavano solo i rischi dell’operazione.
La pubblicità allora dirottò sulla previsione delle catastrofi. Il Deep Drilling Project divenne quindi un’opera fondamentale per monitorare con tecniche di previsione l’area vulcanica flegrea, con strumentazioni ad alta tecnologia ubicate sul fondo del pozzo pilota, pronte a cogliere sul nascere qualsiasi indizio foriero di eruzioni, come i sollevamenti, che in verità lì si contano a metri.
La trivella di Bagnoli dovrebbe ripartire al termine della valutazione dei dati fin qui raccolti, per inoltrarsi poi chilometricamente nel cuore calderico del supervulcano, con il fine di scandagliare scientificamente le coltri di materiali e investigare sulla genesi del bradisismo. L’interesse della cittadinanza non è stato catturato da quest’argomentazione, perché gli abitanti non reputano necessario indagare il sottosuolo se questo comporta un pur piccolo rischio ancorché se tali dati già esistono grazie alle numerose prospezioni profonde che si fecero negli anni ’80. L’Agip, infatti, scandagliò il sottosuolo puteolano e quello dei laghi d’Averno e di Licola e le contrade di Mofete e Cigliano, con pozzi come quello di S. Vito, che si spinse fino a 3.038 metri di profondità. Fu anche tentata una sortita nella parte pedemontana del Vesuvio, a Trecase, con una trivellazione da 2.064 metri senza alcun esito produttivo.
L’Osservatorio Vesuviano (INGV) in simbiosi con il comitato CFDDP e il Comune di Napoli, si sono spesi moltissimo nell’ambito di convegni e interviste su quest’iniziativa internazionale, dichiarando in tutte le sedi che il progetto è assolutamente innocuo, soprattutto per il sistema di perforazione provvisto di congegni innovativi che lo rendono  più sicuro di altri.
Il ruolo dell’Osservatorio Vesuviano nell’intera vicenda del Deep Drilling Project ai Campi Flegrei però ci sembra un tantino di parte. Se le operazioni di perforazione profonda in area calderica sono o non sono pericolose, non lo dovrebbe dire chi ha correlazioni con la proposta e il coordinamento e lo sviluppo dell’opera. Altrimenti si corre il rischio, secondo la metafora tutta napoletana, che lo storico ente faccia la parte dell’acquaiolo e l’opinione pubblica quella del cliente a proposito dell’acqua fresca come la neve…>>.
Intanto Il 21 luglio 2013 il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo dal titolo: “La perforazione geotermica scatena il terremoto: stop al progetto”. Nel pezzo si racconta di un sisma di 3,6 della scala Richter verificatosi a San Gallo, nella zona del Lago di Costanza in Svizzera. La scossa è stata provocata dai lavori di perforazione per la realizzazione di una centrale geotermica.
Il direttore del cantiere, ha spiegato che era stata scoperta una fuga di gas ad alta pressione nel foro di trivellazione. Per arginare il pericolo era stata pompata acqua e fango nel condotto. L’operazione di pompaggio si era resa necessaria, spiega il dirigente, per evitare guai peggiori. A Basilea un progetto simile era già stato abbandonato nel 2006 sempre per l’innescarsi di scosse sismiche. Il caso svizzero destò apprensioni pure nel governo americano che bloccò per precauzione i progetti di perforazione geotermica della AltaRock Energia sulle colline a nord di San Francisco, per timore che si innescassero terremoti.
Sul giornale online Avvenire invece, nell’articolo datato 12 agosto 2013 si legge: <<All’indomani del terremoto di Modena, l’assessore alle attività produttive dell’Emilia-Romagna ha sospeso l’iter di ogni nuova concessione nei comuni del cratere. «…Non so se le attività di perforazione – ha spiegato Gian Carlo Muzzarelli – possano essere messe in relazione con la sismicità di un’area, saranno gli scienziati a dirmelo, ma fino ad allora si aspetta».. 
<< …Si delibererà solo quando si sarà fatta chiarezza: è un atto di responsabilità verso il territorio e le popolazioni». <<… Usiamo il principio di precauzione e il buon senso: il sottosuolo non è un limone da spremere».
Sono interessanti anche gli articoli pubblicati a proposito del vulcano Lusi in Indonesia, da sette anni in attività. Ubicato a Sidoarjo nella parte orientale dell’isola di Giava, è il più grande vulcano di fango al mondo. Le sue origini sono da ascriversi con tutta probabilità a una trivellazione esplorativa petrolifera.
Uno studio dell’Università di Bonn pubblicato su Nature Geoscience, sostiene la stessa tesi della società responsabile della perforazione, la Lapindo Brantas, cioè che fu il terremoto che occorse a Yogyakarta qualche giorno prima del 29 maggio 2006 a causare l’eruzione.Di tutt’altro avviso la relazione scientifica dell'Università di Durham (Inghilterra), pubblicata sulla rivista Geological Society of America, dove le responsabilità dell’innaturale eruzione si accollano unicamente alla società petrolifera e alle sue pratiche perforative poco accorte.
Sul piano internazionale si è un po’ scettici sulla possibilità che una scossa di terremoto con ipocentro a 280 km. di distanza da Sidoarjopossa aver movimentato il fango in superficie, perché in quella zona altri terremoti ben più forti hanno scosso la litosfera e mai si erano ravvisati indizi di squilibrio nel sottosuolo.
Intanto sono anni che dal profondo del Lusi sgorga fango caldo. Si contano decine di migliaia di sfollati, molti villaggi distrutti e un’economia praticamente in ginocchio.  A sette anni di distanza, l'eruzione di fango bollente è ancora pimpante e non si sa quando terminerà. La terra rigurgita melma fumante che a impulsi risale in superficie appesantendo suoli destinati a sprofondare.
In Italia si è aperta una vera corsa alle perforazioni a caccia dell’oro nero e del metano e dell’acqua calda. Le torri di scavo incominciano a essere malviste dai cittadini e, quindi, comitati locali stanno sorgendo un po’ dappertutto per contrastare questo incalzare di trivelle che potrebbero generare, seppur remotamente, sgradite sorprese sia in mare sia in terra.
In Trinacria una grandinata di autorizzazioni per la trivellazione dei fondali marini nel canale di Sicilia sta suscitando grandi preoccupazioni. Un incidente alla stregua di quello che occorse nel Golfo del Messico nel 2010 sarebbe sufficiente a stroncare per molti anni le risorse più importanti dell’isola, come la pesca e il turismo.
Anche i progetti di perforazione a uso geotermico del vulcano sottomarino Marsili affascinano ma inducono perplessità, perché la faccenda dovrà svilupparsi in alto mare, zona disabitata e, quindi, ritenuta per antonomasia sicura.
Posto nei fondali del Tirreno meridionale, il complesso vulcanico sommerso dista oltre cento chilometri dalla linea di costa più vicina. Un luminare di tutto rispetto avvertì alcuni anni fa del pericolo potenziale derivante dai fragili fianchi del vulcano. Una frana sottomarina, profferì lo scienziato, potrebbe essere all’origine della formazione di un’onda micidiale che si potrebbe infrangere con gravi danni sui litorali esposti. Fu allarmismo a tutto spiano, e si avanzarono costosissime proposte di monitoraggio del silente vulcano, mentre qualcuno vide addirittura nell’allarme scientifico un terribile presagio Maya da fine del mondo ...
La società privata EuroBuilding spa, dovrebbe perforare i fianchi “flaccidi” del vulcano Marsili per prelevare e utilizzare a uso geotermico i fluidi caldi che circolano a profondità utili nei contrafforti dell’edificio vulcanico. La trasformazione del calore in energia avverrebbe direttamente in superficie. Una gran bella cosa… bisognerebbe escludere però, che la trivellazione del monte e la penetrazione meccanica negli acquiferi bollenti, non inducano anche remotamente sollecitazioni indesiderate negli ammassi rocciosi che potrebbero staccarsi in quota con un effetto domino.
Uno dei responsabili del Marsili project, Diego Paltrinieri, ha chiarito che la sicurezza è garantita da tutte le verifiche del caso fatte dai ricercatori dell’INGV. Per questo motivo abbiamo girato la domanda sull’interazione fra trivella e fianchi del vulcano direttamente all’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia che ci ha rimandato a una prossima risposta, che ancora non arriva, a cura del Prof. Giuseppe D’Anna. Aspettiamo…
La geotermia sostanzialmente è un’invenzione italiana e, quindi, si capisce una certa propensione a utilizzare il calore terrestre per produrre energia soprattutto in questa viscerale corsa alle risorse rinnovabili, per compensare quelle fossili che non dureranno in eterno. I Campi Flegrei poi, sono il luogo dove in rapporto alle profondità, le temperature dei fluidi sono molto elevate: il pozzo di S. Vito è quello che ha lasciato registrare valori di 400°C ..
Gli scavi passati, come detto, hanno consentito di cogliere dati sulla stratigrafia che caratterizza la caldera e sulla qualità dei fluidi caldi posti in profondità: quelli bollenti ubicati a tremila metri, si rivelarono ipersalini e antieconomici all’uso.  
Questo primo intoppo sulla natura del prodotto da utilizzare, fu seguito dalla constatazione un po’ tardiva che le superfici interessate al progetto geotermico erano eccessivamente e anche abusivamente antropizzate. I fenomeni sismici e bradisismici che caratterizzano l’area poi, furono ritenuti oggettivamente in contrasto con le esigenze di sicurezza che dovrebbe invece avere una struttura industriale collegata al sottosuolo.
L’energia geotermica bisogna pure sottolinearlo per dovere di cronaca, non è che sia totalmente esente da processi inquinanti, perché le acque calde circolanti nel sottosuolo e risucchiate in superficie, spesso contengono una significativa percentuale di sostanze molto aggressive e tossiche. Tant’è che in molti casi si ripompano dabbasso per non inquinare i terreni e le acque superficiali.  Anche le volute di vapore acqueo rilasciate dalle ciminiere, dovrebbero essere il prodotto finale di un’accurata filtrazione.
Il dirigente dell’ufficio sismico svizzero che ha seguito gli eventi di San Gallo accennati in precedenza, ha detto che non bisogna abbandonare la strada del geotermico, bensì semplicemente evitare attività a ridosso dei centri abitati. Una risposta lapalissiana ma di estrema efficacia. Per consentire il connubio tra urbanizzazione e geotermia, ci sembra di capire che la strada maestra sia per ora quella di accontentarsi di temperature minori a minore profondità, con impianti a basso impatto ambientale gestibili localmente.  
A proposito d’impatto ambientale, registriamo che Il Prof.Mario Dall’Aglio, esperto di geochimica e geotermia, affermò in seno a un convegno organizzato dalla società UGI (Unione Geotermica Italia), che in Italia a proposito degli impianti di produzione o uso delle energie rinnovabili non ci sono serie procedure di valutazione d’impatto ambientale (VIA). Ovviamente gli organizzatori si sono fatti in quattro per dissociarsi…
Che ci siano già state delle perforazioni profonde nell’area flegrea segnano un punto a favore dei sostenitori dell’esperimento internazionale. Qualche pozzo però, l’Agip sembra che lo dovette chiudere precipitosamente, ma potrebbe essere leggenda. I pro e i contro allora, devono essere vagliati molto seriamente dalla commissione grandi rischi (CGR) per un discorso di terzietà sull’argomento.  Quest’organo dovrà essere chiamato in causa da una delle autorità previste dal sistema nazionale della protezione civile. Ad esempio dal Capo Dipartimento Pref. Gabrielli, oppure dal Sindaco De Magistris quale autorità locale, o dal presidente della Regione Campania Stefano Caldoro che ha competenze sulle licenze di scavo, o anche dal Prefetto di Napoli Musolino, se ritiene che la perforazione sia portatrice di allarme sociale.
Il fatto che i promotori del deep drilling project ai Campi Flegrei siano rinomati scienziati internazionali non toglie la sensazione che si sia usata molta disinvoltura sulla scelta del sito tutto urbano da perforare. Lo stesso dicasi della proposta di una centrale geotermica posta nel bel mezzo dei palazzi e dei rioni del quartiere metropolitano napoletano di Bagnoli…

lunedì 27 maggio 2013

Rischio Vesuvio e piani di emergenza nel cassetto.

Prefetto Gabrielli - Capo Dipartimento Protezione Civile
"Rischio Vesuvio: i piani nel cassetto" di MalKo

Il Prefetto Franco Gabrielli, come tutti sanno, da novembre 2010 occupa lo scranno di capo dipartimento della protezione civile. Sostituisce un personaggio scomodo e inviso a molti: Guido Bertolaso. Quest’ultimo, nel suo commiato pseudo pensionistico, scrisse che scendeva dalla nave e che il suo successore (Gabrielli), era salito a bordo già dalle prime ore del terremoto all’Aquila, senza neanche rendersene conto: << gli lascio due medaglie d’oro, bofonchia, e il sacrosanto diritto di reclamarne una terza>>. E ancora: gli lascio un servizio nazionale che ha dato il meglio di se in Abruzzo …siamo riusciti per la prima volta nelle grandi tragedie italiane a non far scrivere a nessuno che i soccorsi erano in ritardo, che qualcuno non aveva ricevuto subito aiuto>>.
Franco Gabrielli, leggiamo, è entrato in polizia nel 1985, ed è stato impegnato tantissimo nell’antiterrorismo. A Dicembre del 2006 viene nominato direttore del SISDE. Poi, su indicazioni di Bertolaso, nel 2009 assume l’incarico di Prefetto dell’Aquila fino a quando non sostituirà alla guida del dipartimento il suo chiacchierato predecessore.
 
Del Prefetto Gabrielli sappiamo ben poco e il tempo ci dirà se la sua nomina è stata oculata per riportare onore e competenza a una struttura “sporcata” da non pochi scandali e zavorrata all’inverosimile dalla politica. Gli imbarazzi però non sono solo quelli del malaffare fatti di appalti, sprechi, affitti e donnine. Gli scandali sono anche altri. Un po’ più profondi e che attingono direttamente ai compiti istituzionali del dipartimento stesso. Il riferimento è tutto rivolto al piano nazionale per l’emergenza Vesuvio che ancora una volta è in cima alle nostre attenzioni.
 
Il capo dipartimento Gabrielli si è recato a Napoli il 18 febbraio 2011 per incontrare le autorità regionali e le istituzioni competenti in tema di rischio, con un occhio di riguardo a quello vulcanico. Nelle prime battute il prefetto esordisce chiarendo subito che:<< Il rischio si misura sull’antropizzazione del territorio e questo è uno dei territori più antropizzati>>. Gli astanti annuivano tutti. Parole sante! La missione napoletana comprendeva visita e rilancio dei piani d’emergenza, soprattutto quelli a maggior… polemica; quindi, in primis quello per il rischio Vesuvio; in secundis Campi Flegrei e a seguire Ischia e qualcun altro a minore pericolosità.  Nel merito, il prefetto ha affermato che molto spesso questi piani sono semplicemente chiusi nei cassetti e, quindi afferma << Si dice abbiamo i piani: ma i cittadini di questi piani cosa sanno?
 
Non vorremmo ovviamente contraddire il capo dipartimento della protezione civile, il prefetto Gabrielli, che è di recente nomina e deve ancora “guardarsi intorno”. Vorremmo però, che prima di affermare che i piani d’emergenza sono chiusi nei cassetti, li verificasse questi piani. Perché i cassetti potrebbero anche contenere tante carte accuratamente rilegate che non costituiscono in se un piano d’emergenza. Un piano quando è pronto e collaudato, si semplifica e si condensa per la parte che interessa la popolazione, con linguaggio semplice che non lascia arbitrii interpretativi: disegni e carte tematiche da questo punto di vista aiutano molto. Dopodiché, il piano si distribuisce in forma cartacea ai possibili utenti da salvaguardare, con tanto di firma del sindaco (autorità locale di protezione civile), avvisando che è fatta salva la possibilità di aggiornamenti che vanno segnati a tergo e in apposite pagine lasciate intenzionalmente in bianco.
 
Certamente la regione Campania rappresentata dal governatore e soprattutto dall’assessore alla protezione civile Edoardo Cosenza, vigilerà acchè i cassetti siano effettivamente aperti, pratica questa che sarebbe dovuta iniziare, se diamo un peso alle parole, il 19 febbraio 2011,  garantendo così alla popolazione vesuviana, in verità ottimista e poco vigile, quell’imprescindibile diritto alla sicurezza che un po’ sembra manchi, quando si toccano i tasti del rischio Vesuvio, Flegreo e, grazie alla famosa frase del colpo in canna dell’isola d’Ischia.
 
Purtroppo pensiamo che ci siano delle incongruenze fondamentali nelle affermazioni che rilasciano i nostri rappresentanti istituzionali e amministrativi. Gabrielli ha detto una cosa giustissima all’inizio del confronto con le autorità campane, tra l’altro condivisa dal presidente Caldoro e dall’assessore Cosenza: l’antropizzazione mina in termini di rischio il territorio!  Che cosa fa quindi il sindaco di Napoli il 4 marzo 2011? Leggiamolo dal Mattino di Napoli: … oggi per lei normale pomeriggio di lavoro. Il primo cittadino ha presieduto una giunta durante la quale è stata approvata la variante PUA di Bagnoli e sono stati prorogati i termini del condono. Nel primo caso è previsto un aumento di 600 case a uso residenziale, mentre per il condono i termini sono stati prorogati al 31 dicembre 2011.
 
Bagnoli per chi non lo sa, è un quartiere della città di Napoli ricadente nella zona rossa a maggior rischio vulcanico dettato dalla caldera Flegrea, in un settore dove è maggiore la probabilità che si riversino flussi piroclastici in caso d’eruzione o super eruzione. Bagnoli è anche il sito dell’esperimento internazionale di perforazione profonda (Deep drilling Project), progettato e finalizzato al sondaggio per carpire dati fisici e chimici dal sottosuolo pieno zeppo di magma sotterraneo. Una perforazione che potrebbe innescare terremoti o eruzioni, affermano alcuni autorevoli scienziati nazionali e internazionali. Il sindaco di Napoli quindi, prudentemente ha sospeso l’esperimento giudicandolo troppo pericoloso per un simile territorio (Bagnoli), rimandando ogni responsabilità decisionale al dipartimento della protezione civile che potrebbe non essere super partes in questa faccenda. E le case?
 
La legge regionale n° 21 del 2003, era molto importante perché prevedeva l’inedificabilità assoluta nell’area rossa a maggior rischio vulcanico, rappresentato in questo caso dal temibile Vesuvio. Il 5 gennaio 2011, presso la regione Campania succede che passa un emendamento che modifica il comma 2 articolo 5 della succitata legge del 2003. La postilla in questione caldeggiata da una consigliera regionale di Somma Vesuviana, consentirà interventi di ristrutturazione, anche mediante demolizione e ricostruzione in altro sito, in coerenza con le previsioni urbanistiche vigenti, a condizione che almeno il cinquanta per cento della volumetria originaria dell’immobile sia destinata a uso diverso dalla residenza.
L’assessore regionale alla protezione civile, prof. Edoardo Cosenza, esattamente quello che ha incontrato Gabrielli, dice che vigilerà su questa piccola postilla. La nostra preoccupazione è che la modifica citata possa essere un primo passo per favorire i tanti cittadini che premono per dar mano al cemento, oppure che sperano attraverso questa prima opportunità e come atto successivo, che si aprano anche i termini per richiedere provvidenziali condoni edilizi che sanino decenni di abusi che si perpetrerebbero con fiducia.
 
Intanto il sindaco di Somma Vesuviana e quello di Sant’Anastasia si scaldano perché la perimetrazione della zona rossa gli va troppo stretta. Anzi strettissima. Il sindaco di Boscoreale concorda e plaude. Bisogna restringerla questa maledetta zona rossa! Un esponente regionale però, di lungo corso, dice che non bisogna restringerla anzi: sarebbe opportuno allargarla. Allarghiamola. Ovviamente senza queste limitazioni all’edificazione così fiscali…
 
Leggiamo poi che un partito politico si sta organizzando per presentare il numero di firme necessarie per varare un referendum abrogativo della zona rossa. Siano i cittadini a decidere è lo slogan… Qualcun altro parla di zona arancio, mentre da San Sebastiano si alza il grido: resti pure la zona rossa: ma almeno dateci soldi in cambio. Anche in questo caso dobbiamo precisare che la zona rossa non va bene a nessun arco politico. La par condicio in questo caso è perfettamente rispettata. Se gli togli il cemento, affogano tutti, generalizzando, nella mediocrità che li caratterizza…
 
Intanto bisognerebbe capire perché le autostrade meridionali hanno ingabbiato la popolazione di Portici, vincolandola a un unico casello d’ingresso in autostrada da condividere con Ercolano e da raggiungere attraverso un po’ di incroci e qualche galleria realizzata per sotto passare un … giardino. Eppure l’autostrada è la via di fuga per i comuni litorali… Al danno la beffa! Per fare questo magnifico tracciato hanno dovuto pure utilizzare lo spazio vincolato nel piano di urbanizzazione quale area atterraggio elicotteri per esigenze di protezione civile… che dire. Se non lasciano qualche rampa praticabile almeno nelle emergenze, i porticesi saranno come topi in gabbia. Il progetto ovviamente, è stato cofinanziato dalla regione Campania.
 
Tra pochi giorni sarà un mese che si aprono cassetti al dipartimento. Bisogna saper aspettare…Vorremmo essere i primi a dare la notizia del piano d’emergenza Vesuvio che vede la luce.  Intanto vorremmo sottolineare che il Vesuvio sarà anche il più grande problema di protezione civile che abbiamo in Italia, ma è anche il più inestricabile problema politico.
Forse siamo pessimisti. Ovviamente possiamo anche resettare le nostre apprensioni e dire così, tutti insieme cittadini e politici, che abbiamo consapevolezza e giudizio sufficiente per accettare il giochino del cerino acceso…