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venerdì 3 luglio 2026

Rischio eruttivo al Vesuvio: eruzione pliniana e dinamiche di potere...di Malko

 

 

Un pò di anni fa per elaborare i piani di emergenza a fronte del rischio Vesuvio, è stato necessario determinare probabilisticamente il tipo di evento che caratterizzerà la futura eruzione. Lo scenario eruttivo fissato dagli scienziati, è stato quello simil sub pliniano VEI4, con esclusione dell'eruzione pliniana (VEI5) dal novero degli eventi  statisticamente possibili per il prossimo secolo.

Warner Marzocchi, geofisico, già ricercatore INGV e oggi professore all’università di Napoli, fornì l’elemento  matematico-statistico chiamato BET (Bayesian Event Tree - Albero degli Eventi Bayesiano), con cui valutare l'evoluzione di sistemi complessi e stimare la probabilità di eventi eruttivi futuri attraverso dati di monitoraggio che si aggiornano di continuo. Il professore approdò alla conclusione che in termini probabilistici l’eruzione massima di riferimento per il Vesuvio poteva confermarsi appunto una sub pliniana VEI4. I risultati che emersero dai tavoli di lavoro, prendendo in considerazione una finestra temporale basata su un periodo di quiescenza dai 60 ai 200 anni, assegnarono all’evento pliniano una probabilità di manifestarsi dell’1%. Contemporaneamente però, negli stessi calcoli adottandi un arco temporale diverso, basato sempre sul limite di quiescenza minima dei 60 anni, ma questa volta senza un limite superiore, l’eruzione pliniana si prefigurò come uno stile eruttivo probabile all’ 11%. (Vedi tabella).

Occorre ricordare che l'estensione della zona rossa, cioè quell’area dove sussiste il pericolo del dilagare delle colate piroclastiche, è strettamente legata come ampiezza all’intensità dell’eruzione, e quindi all’altezza della colonna eruttiva che è un elemento importante che influenza enormemente le distanze orizzontali percorse dai flussi roventi. 


A scegliere definitivamente lo scenario eruttivo fu compito della commissione grandi rischi (CGR), che al termine dei necessari dibattiti adottò e propose ai vertici dipartimentali il calcolo statistico Marzocchi blindandolo, cosa che fecero anche funzionari d’alto rango e politici, accettando con sollievo l’eruzione sub pliniana  VEI4 come il massimo evento eruttivo atteso al Vesuvio. Sarà poi su questa conclusione che sono state elaborate strategie di sicurezza, tutte riconducibili alla stesura del piano d’emergenza nazionale con relativo piano di evacuazione. La decisione sub pliniana fu recepita immediatamente dalla regione Campania (presidente Caldoro), che in tal modo non era tenuta ad estendere il divieto di edificazione (Legge regionale 21/2003) oltre i limiti della vecchia zona rossa. Limiti oggi diciamo ampliati a scapito dell'equità; un processo pianificatorio quello della zonazione, a tratti carico di iniquità…

Da un punto di vista tecnico, il piano d'emergenza Vesuvio è un piano che non prevede operazioni in corso d’eruzione o pericoli diversi e superiori a quello principale: il piano di evacuazione allora, è esso stesso piano d’emergenza.

Le maestranze politiche e istituzionali afferrarono al volo le conclusioni di Marzocchi e altri: la tabella B fu ritenuta confacente alle necessità di tutela per il prossimo secolo e per almeno 2-3 generazioni. La possibilità che si materializzasse un’eruzione catastrofica come quella di Pompei del 79 d.C. venne considerata residuale e quindi obliabile. Un valore numerico quello dell’1%, che ha consentito al dipartimento della protezione civile, una volta archiviato lo scenario peggiore, di mettere mano a un piano di emergenza caratterizzato da risoluzioni operative basate su elementare arrimetica. La filosofia di fondo che trapelava tra i decisori e che oggi è legge, è quella di concentrarsi sul massimo evento credibile e non su quello possibile.

Una commissione grandi rischi (CGR), il cui fare è quello di riunirsi a porte aperte per sentire tutti e tutti i portatori di interessi, e poi a porte chiuse e senza pubblico per discutere e deliberare per sommi capi le conclusioni più delicate. Questo comporta che non si conoscano nella loro interezza i dibattiti tra scienziati, ancorchè difficilmente reperibili nella versione cartacea, secondo formule di riservatezza non sempre comprensibili e forse profondamente condizionate dai fatti che hanno seguito il terremoto dell'Aquila del 2009.

Dal nostro punto di vista, questa metodologia della riservatezza crea un problema democratico e istituzionale rilevante. Quando le decisioni scientifiche hanno un impatto così profondo sulla sicurezza pubblica e sulla pianificazione urbanistica, la linea di demarcazione tra consulenza tecnica pura e decisione politica si fa sottile. Gli scienziati più avanti citati, hanno formalizzato un parere basato sulla probabilità ritenuta più "ragionevole" nel medio termine, portandosi dietro l’indiscutibile effetto pratico di alleggerire un carico pianificatorio altrimenti di difficilissima elaborazione. 

Questa scelta dello stile eruttivo VEI4 suonò bene al settore istituzionale tecnico e politico, perché consentì di obliare il pericolo maggiore che diversamente avrebbe reso necessario introdurre l’intera città di Napoli nella pianificazione evacuativa, con tutto ciò che ne conseguiva anche in termini di estensione del divieto ad erigere manufatti a uso abitativo. Quest'ultimo punto è la vera preoccupazione, generalizzando, degli amministratori pubblici, atteso che la potenzialità di una catastrofe vulcanica in tempi di pace geologica non è percepita dai sensi, e quindi rimane un pourparler senza adrenalina.

La commissione grandi rischi che si riunì per stabilire l’eruzione di riferimento comprendeva esperti di altissimo livello:

  • Prof. Vincenzo Morra (Referente del Settore): Ordinario di Petrologia e Petrografia e Direttore del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università "Federico II" di Napoli.
  • Prof.ssa Lucia Civetta: Ordinaria di Geochimica e Vulcanologia alla "Federico II" ed ex Direttrice dell’Osservatorio Vesuviano.
  • Prof. Pierfrancesco Dellino: Ordinario di Vulcanologia e Geochimica all’Università di Bari e Direttore del Centro di Ricerca sul Rischio Sismico e Vulcanico.
  • Prof. Massimo Coltorti: Ordinario di Petrologia e Petrografia all’Università di Ferrara.
  • Prof.ssa Rosanna De Rosa: Ordinaria di Geochimica e Vulcanologia all’Università della Calabria.

Questi accademici insieme al geofisico Marzocchi, misero a verbale anche sulla scorta della relazione "Scenari eruttivi e livelli di allerta per il Vesuvio", firmata dal responsabile del gruppo di lavoro Macedonio, e dal direttore dell'osservatorio vesuviano Martini, le conclusioni su quella che dovrebbe essere la massima e futura eruzione del Vesuvio. Alfine le concordanze di pensiero approdarono al fatto che, l'evento teoricamente accettato (VEI4), copriva la quasi totalità delle probabilità statistiche cumulative di accadimento, lasciando  fuori solo l'eruzione pliniana VEI5. 

È bene chiarire che la scienza non determina con atti normativi il livello di rischio vulcanico: la scienza infatti, da sola non diventa legge, limitando il suo ruolo a un’azione consultiva anche di primissimo piano a cui e in tutti i casi bisogna tenerne conto.  E’ la politica, e spiccatamente la presidenza del consiglio dei ministri e il dipartimento della protezione civile a decidere sulla scorta delle indicazioni scientifiche ricevute, il livello di rischio accettabile dalla nostra società, soprattutto quando le intensità del pericolo in esame possono caratterizzarsi per crescita esponenziale. 

Il braccio politico nazionale di questa operazione fu il sottosegretario alla presidenza del consiglio (Guido Bertolaso), già Capo del Dipartimento della Protezione Civile. Davanti alle contestazioni di alcuni vulcanologi indipendenti come Giuseppe Mastrolorenzo, in disaccordo con l’eliminazione della tipologia eruttiva pliniana dal calcolo delle possibilità di accadimento, Bertolaso non solo non intese ritornare sull’argomento, ma non nascose neanche la sua contrarietà verso il contestatore minacciandolo di querela per procurato allarme.

Il sottosegretario Bertolaso difese il modello sub-pliniano (allora tarato sull’eruzione del 1631), rifiutando appunto l'inclusione della pliniana negli schemi emergenziali, perché una pianificazione in tal senso poteva essere considerato un irrealizzabile "libro dei sogni", in quanto avrebbe paralizzato la Campania dovendosi inevitabilmente includere Napoli nella pianificazione di emergenza. La sintesi del suo pensiero pare sia stata la seguente:<<Lo Stato non può pianificare l'emergenza basandosi sul rischio zero o sullo scenario peggiore in assoluto (la pliniana). Dobbiamo concentrarci sulla fattibilità logistica dei gemellaggi per l'evento sub-pliniano. Se la natura mostrerà segnali superiori, si gestirà l'estensione dell'emergenza in corso, ma la pianificazione a freddo deve restare confinata a ciò che è gestibile>>. 

Franco Gabrielli (Prefetto, Capo Protezione Civile 2010-2015). Ha partecipato al blindaggio normativo condividendo quell'1% di Marzocchi, liquidando le critiche scientifiche e tecniche con durezza. Sui dissidenti della pliniana si pronunciò così: <<Noi non sappiamo quando il Vesuvio erutterà, ma il Piano Nazionale d'Emergenza deve basarsi su criteri di stringente razionalità scientifica. Molto spesso, invece, in questo Paese si parla di questi sistemi e del rischio vulcanico come se si parlasse al bar dello sport>>.

Anche la Direttrice dell'Ufficio Emergenze del dipartimento della protezione civile portò avanti la stessa tesi, chiamando in causa addirittura un asteroide: <<se dovessimo pianificare per ogni evento teoricamente possibile sulla Terra, io allora vorrei anche un piano di emergenza nazionale per l'impatto di un asteroide. Ma non ce l'ho, perché la Protezione Civile deve pianificare su scenari credibili e gestibili, non su catastrofi totali che azzererebbero qualsiasi possibilità di intervento>>.

Edoardo Cosenza, ingegnere, professore universitario di tecniche di costruzioni,  è stato assessore alla protezione civile della regione Campania nel periodo delle decisioni importanti, contribuendo ad avallare lo scenario VEI 4, liquidando la minaccia di un'eruzione tipo Pompei (VEI5) con una celebre battuta sulla falsa riga dei colleghi:<< se dovessimo calcolare e tenere conto delle grandi catastrofi del passato, allora dovremmo valutare pure il diluvio universale>>. In un'altra occasione aggiunse: e ci sarebbero problemi per tutti quelli che non si chiamano Noè...

La commissione grandi rischi dopo aver valutato che un’eruzione VEI4 era quotata come massimo pericolo possibile, stabilì che i confini della zona pericolosa, ovvero quella dove potevano dilagare i flussi piroclastici, potevano essere rappresentati dalla linea curva (nera) Gurioli. Una linea che seguiva i limiti di deposito dei prodotti delle eruzioni sub pliniane del passato. La raccomandazione della commissione grandi rischi fu quella, ove possibile, di estenderli questi confini: abundans cautela non nocet. Un comune attraversato dalla linea nera anche marginalmente, passava per la totalità dil territori nella lista della zona rossa. Per i comuni new entry  fu quindi necessaria la mediazione dell'assessore regionale alla protezione civile per definire quali parti di territorio i comuni attraversati erano disposti a cedere alla zona rossa di inedificabilità a uso residenziale. 

L’ingegnere fu tra gli artefici principali della nuova zonazione rossa, instaurando una vera trattativa con alcuni comuni tra cui Poggiomarino e Scafati. Poggiomarino fu tentato addirittura di arretrare la linea nera Gurioli, onde liberare l’intero territorio poggiomarinese dai vincoli anti cemento. Il mayor del comune di Scafati invece, disse che:<< il nuovo piano d'emergenza Vesuvio approvato dalla protezione civile rischia di determinare problemi di natura urbanistica per il nostro territorio>>. Cosenza  a fronte delle titubanze comunali, minacciò  di classificare tutto il territorio delle due municipalità inedificabili, se non avessero deciso  in fretta quali porzioni di terreno volevano immolare sull’altare della propaganda dell’allargamento della zona rossa 1. Alla fine Poggiomarino ha ceduto qualche fazzoletto di terreno agricolo e Scafati niente.

Occorre dire che le affermazioni dei protagonosti istituzionali citati in precedenza sono affermazioni non sempre accettabili da un punto di vista della tutela delle popolazioni esposte. Il principio di fondo che invece è emerso dalle politiche di contenimento del pericolo vulcanico,  è che la pianificazione di emergenza deve dimensionarsi su un modello di intervento tarato sullo scenario più probabile o sul massimo evento credibile, e non sul massimo storico conosciuto, al fine di rendere le procedure di emergenza realmente applicabili: un principio che costituisce la spina dorsale della moderna dottrina della Protezione Civile italiana, della serie salviamo il salvabile. Purtuttavia occorre segnalare che il modello matematico del Prof. Marzocchi è uno strumento dinamico e flessibile, mentre le autorità politiche hanno preso i suoi risultati statistici e li hanno "blindati" in modo statico all'interno del piano d'emergenza nazionale. La politica ha così cristallizzato lo scenario VEI4 (sub-pliniana) per renderlo un dogma amministrativo immutabile, ignorando la natura fluida del modello scientifico.

Rimane il grosso problema di fondo che, questa filosofia operativa così determinata e addirittura coraggiosa, nella prevenzione della catastrofe vulcanica ha dimostrato asimmetria politica, timidezza e balbettii. Tutta quella ferrea determinazione usata per blindare il piano di evacuazione su una ipotesi massima VEI4, sparisce quando si passa alle politiche di prevenzione che hanno il difetto di non rendere nel campo del consenso e delle preferenze. Analizzeremo nel prossimo articolo la zona rossa attuale...

                                                                                                            Vincenzo Savarese






domenica 31 maggio 2026

Rischio eruttivo ai Campi Flegrei: America's Cup tra due vulcani... di Malko

 

Campi Flegrei - Capo Miseno - Quivi fu sepolto, secondo la leggenda, il mitico trombettiere di Enea.

Il presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), è stato intervistato dopo poche ore dall’evento sismico di magnitudo 4,4 registratosi nei Campi Flegrei il 21 maggio 2026 alle ore 5:50. Scossa localizzata in mare a 3 chilometri di profondità.

Alla domanda della giornalista su cosa devono fare i cittadini per continuare a vivere in questa problematica zona del napoletano con un minimo di serenità, il direttore prof. Florindo ha innanzitutto chiarito che bisogna seguire l’informazione ufficiale proveniente dalla protezione civile e dall’osservatorio vesuviano: fidarsi dei professionisti è il primo passo per vivere in una zona che si caratterizza per rischio sismico e vulcanico. Il presidente ha poi ricordato che due anni fa c’è stata una esercitazione di protezione civile (Exe flegrei 2024) coordinata dal suo istituto, per vagliare e verificare il sistema emergenziale in tutte le sue diramazioni, evacuazione compresa, coinvolgendo circa 1500 cittadini.

Le prove hanno visto pure la costituzione della DI. COMA.C (Direzione Comando e Controllo) nel comune di San Marco Evangelista (Caserta). L’esercitazione andò bene precisa il geofisico. Ci sono stati, sempre in quell’ambito, anche dei momenti informativi organizzati dalla protezione civile, ma sembra che non abbiano riscosso particolare successo di pubblico.

Il responsabile dell’INGV, continuando il colloquio, ha rassicurato ricordando che il campo vulcanico dei Campi Flegrei è una delle aree più monitorate al mondo, 24 ore su 24, e qualora il magma dovesse muoversi verso la superficie, loro sono in grado di avvedersene alcune ore prima se non giorni. Tra l’altro stanno migliorando il monitoraggio nell’area, implementando le stazioni anche in mare, nella parte calderica sottomarina, grazie a sei milioni di euro accordati dalla ministra Bernini, titolare del dicastero per l’università e la ricerca.

Un recente studio ha appena ricordato in premessa che i vulcani a caldera si caratterizzano per il rischio eruttivo che, seppur a bassa frequenza di accadimento, generalmente sono di elevata magnitudo. Dal punto di vista della ricerca magari in chiave preventiva, occorre prendere atto che nel flegreo riesce purtroppo difficile indagare gli spessori crostali al di sotto del campo vulcanico, lì dove il magma si è incassato ai vari livelli e con volumi diversi, che si interconnettono con dinamiche tutte da approfondire. Comprendere i processi geologici insiti nelle viscere della caldera flegrea infatti, è di fondamentale importanza per tentare la previsione del rischio vulcanico. 

Il sottosuolo crostale e crostale profondo del super vulcano dei Campi Flegrei, intanto pare si caratterizzi per un magma intrusivo che si localizza a una quota di pochi chilometri dalla superficie, anche se sembra che la materia incandescente sia modesta e tentacolare, al punto da non essere facilmente discriminabile dal contesto. In tutti i casi questa discreta invadenza del magma insinuatosi nei primi chilometri, interagisce pesantemente con gli acquiferi termali normalmente abbondanti e circolanti nella parte semi superficiale della caldera. Gli acquiferi surriscaldati dal magma e dai gas magmatici che trapelano abbondanti dal profondo, generano molto vapore, mantenendo così alta una certa preoccupazione zonale tanto per il rischio di eruzioni freatiche che magmatica, atteso che la freatica potrebbe essere un'avvisaglia di guai peggiori.

D'altra parte le interazioni fisiche che avvengono soprattutto come detto nei primi chilometri, generano pressioni elevatissime, perché il vapore si espande enormemente in una misura dipendente anche dalle temperature a cui è sottoposta l'acqua. Questo potrebbe significare che eventuali sacche di vapore surriscaldato, per effetto di vampate di calore provenienti dal sottosuolo e soprattutto dagli accumuli magmatici intermedi localizzati tra gli 8 e i 20 chilometri di profondità, possono aumentare la loro pressione per il raggiungimento di uno stato critico o supercritico.

Oltre quest'ultima quota e fino ai limiti di transizione tra crosta e mantello c'è la sorgente magmatica profonda. Qui si ammassano i magmi primitivi che alimentano la colonna dei fusi e le loro stazioni di accumulo ubicate come detto a varie quote. Più le indagini si spingono in profondità e più aumentano le difficoltà di interpretazione dei processi dinamici e chimici che caratterizzano il sottosuolo calderico. Allora il problema della previsione diventa ancora più complesso perché a fare la differenza probabilmente potrebbero essere le conoscenze sulle modalità di scambio tra i vari accumuli di magma stipati alle varie quote, ancorchè alla loro capacità di laminarsi nel sottosuolo prima di ascendere.

Anche se non sono chiarissimi i processi magmatici profondi, è certo che il vapore surriscaldato che si genera dal contatto tra acqua e fuoco magmatico o i fluidi a esso connessi, produce pressioni enormi capaci di deformare gli strati superficiali fino al punto di rottura degli spessori litoidi. Sarà a questo punto che si liberano onde sismiche generando terremoti pericolosi perché superficiali. Dovrebbe essere proprio la diffusa fratturazione degli strati rocciosi a evitare grossi accumuli di energia, ma contemporaneamente la notevole fessurazione di questi stessi strati facilita il passaggio di fluidi roventi e frazioni di magma verso la superficie. Intanto però, il sistema è legato nel suo insieme da un complesso equilibrio che oggi tiene, ma che può rompersi repentinamente dando spazio a una vera eruzione dopo quasi 500 anni di quiescenza vulcanica.

In termini predittivi, orientativamente in assenza di certezze scientifiche, possiamo dire che la probabilità che si generi un falso allarme eruttivo è del 33,3%. Sussiste pure un 33,3% di possibilità che si riesca a produrre una previsione d’eruzione tempisticamente utile per l’evacuazione, ma sussiste anche il 33,3% di probabilità che possiamo trovarci di fronte a un mancato allarme eruttivo o a un allarme lanciato al di sotto dei limiti temporali necessari per la buona riuscita del piano d’emergenza. D’altro canto il professore Florindo dell'INGV, ha detto che la previsione può essere possibile ore o giorni prima che si manifesti l’evento. Il termine ore da un punto di vista scientifico rimane in tutti i casi inoppugnabilmente un successo previsionale. Che poi questa indovinata previsione non riesca a coprire le tempistiche evacuative stabilite nei piani d’emergenza, a dirla tutta non è un problema scientifico ma tecnico, atteso che quest'ultima branca ha altri metodi per ridurre il rischio, magari mitigando alcuni fattori come la densità abitativa attraverso il blocco delle costruzioni ad uso residenziale. I tecnici possono agire anche sull’impianto emergenziale ed evacuativo, migliorandolo attraverso valutazioni pragmatiche e non aritmetiche di facciata. Ad esempio attendere il turno per andare via in auto o navetta non è il massimo della strategia.

In tutti i casi e riassumendo, in linea di principio sussiste il 66.6% di probabilità che sarà fatta salva, in un modo o nell'altro, la tutela della popolazione, accettando gioco forza la possibilità del falso allarme. 

Rimanendo sull'aspetto tecnico, occorre ricordare che le esercitazioni fin qui fatte nei Campi Flegrei, si può dire con una certa cognizione di causa che non hanno una utilità pratica, perché simulare ad esempio l’evacuazione di circa 1500 abitanti su 550.000 residenti è incongruente. Il numero 1500 infatti, corrisponde ad appena lo 0,27 % del totale dei residenti della zona rossa dei Campi Flegrei. Tra l'altro esiste già un gap esercitativo ineluttabile dettato da una condizione di serenità dei partecipanti per l’assenza del pericolo eruttivo.

Per rendere più chiaro il concetto della scarsa utilità delle esercitazioni prima menzionate, lo possiamo fare con un esempio: testare il piano di evacuazione a fronte del rischio incendio in un plesso scolastico di tipo 5 (1200 allievi), il valore del campione 0,27% corrisponderebbe a una movimentazione di appena 3 alunni sul totale degli studenti. Con questi numeri nella scuola si potrebbe provare al massimo il funzionamento della campanella...

Per quanto riguarda i gazebo informativi invece, occorre tener presente che la popolazione puteolana e napoletana ha capito da tempo che non ci sono certezze previsionali, e quindi trovano superfluo sentirsi ripetere sempre le solite cose su quella che di fatto è la geologia dei forse. I cittadini si informerebbero di più se fossero maggiormente coinvolti nelle decisioni operative, e soprattutto sarebbero maggiormente interessati ai processi informativi della protezione civile, se ricevessero magari risposte sulla loro condizione post eruzione, semmai l'emergenza dovesse effettivamente materializzarsi. Allo stato serpeggia l'idea, che rimane tale, che andranno tutti nell'entroterra campano, ma non si capisce esattamente dove. 

Purtroppo la scienza non sempre avanza a grandi passi, e oggi le conoscenze sui processi vulcanici così come le strumentazioni di monitoraggio ultra sofisticate, non consentono una previsione deterministica del fenomeno eruttivo. Chi vuole vivere nei territori flegrei allora, deve intuire che non ci sono certezze assolute, ma solo probabilità anche se di sicuro sussiste il massimo impegno scientifico nei limiti purtroppo di quelle che sono le attuali conoscenze nazionali e internazionali. Eppure c’è chi vuole testardamente continuare a costruire in area intracalderica, magari in modo decentrato, con mimetismo diremmo, con la giustifica della necessità e della voglia di resilienza  ma in ogni caso e caparbiamente nell’ambito della zona rossa flegrea: magari a Licola e dintorni... D'altra parte la identificazione della zona bradisismica generale e ristretta, ha portato all'idea che quella è la reale area pericolosa nei Campi Flegrei e non altre, anche perché ben poca enfasi è stata dedicata all'eruzione magmatica, nonostante il fenomeno sia immanente e sia la vera spada di Damocle che incombe su questi territori.


Per quanto riguarda l'America's Cup, con gare veliche che si terranno dal 10 luglio 2027 nelle acque del Golfo di Napoli, occorre registrare che sono in ultimazione a Bagnoli le basi logistiche e operative e il villaggio dei 5 team che si sfideranno tra le due zone vulcaniche. Si parla di rischio sismico ed eruttivo per i partecipanti e i loro rispettivi staff: in linea di principio diremmo che tutto sommato il rischio è contenuto, perché le strutture finalizzate alle barche e alle dimore saranno presumibilmente antisismiche, e all'occorrenza, in caso di allarme vulcanico, le squadre veliche sono già in possesso del miglior mezzo di trasporto possibile per allontanarsi dal caos: la barca a vela con rotta preferibilmente verso Capri...  Se per il rischio ci si riferisce al pubblico, atteso che le gare dovrebbero svolgersi lungo il litorale Caracciolo, chi assisterà alle regate si ritroverà di fatto a sud  della linea collinare di demarcazione dei Campi Flegrei, nel quartiere Chiaia, in una posizione tutto sommato di agevole allontanamento almeno a piedi.

                                                                                                                                              Vincenzo Savarese







martedì 28 aprile 2026

Rischio eruttivo al Vesuvio: l'eruzione pliniana è da impatto generazionale.. di Malko

 

Napoli e il Vesuvio

Quando negli anni 80’ fu concretamente sollevato il problema dell’incolumità degli abitanti della plaga vesuviana in caso di eruzione del Vesuvio, venne evidenziato che nell’eventualità non c’erano rimedi capaci di offrire una adeguata protezione fisica ai residenti, a fronte di fenomeni altamente letali come le terribili colate piroclastiche. Composte da gas vulcanici e vapore acqueo, ceneri, pomici e frammenti di magma e roccia abrasa dal condotto, i flussi piroclastici si formano in seguito al collasso della colonna eruttiva che, dirompendo in alto nell’atmosfera anche per decine di chilometri, all’esaurirsi della spinta precipita originando valanghe ardenti che riescono a scorrere molto velocemente sui fianchi del monte vulcanico, percorrendo così notevoli distanze con un incedere turbolento e distruttivo.

Furono proprio i flussi piroclastici a caratterizzare la micidiale eruzione pliniana che coinvolse tragicamente nel 79 d.C. le cittadine di Pompei ed Ercolano. In questa eruzione l’indice di esplosività vulcanica (VEI) fu catastrofico, con la formazione di una colonna eruttiva che superò i trenta chilometri di altezza, per poi ricadere su sé stessa generando a più riprese e in tempi diversi colate piroclastiche che si riversarono a valle, investendo alcuni centri abitati localizzati alla base del vulcano. Ercolano risultò tra i primi ad essere raggiunto e distrutto, con temperature dei flussi che superarono i 400° Celsius, e velocità di scorrimento di oltre 100Km/h.

Le nubi ardenti che colpirono la città di Ercolano furono particolarmente micidiali, e quando investirono gli ercolanesi che tardarono ad allontanarsi rifugiandosi in riva al mare in spazi dove si riponevano le barche, portarono seco una morte istantanea. Su alcuni resti umani, infatti, si nota lo “scoppio” della calotta cranica dovuta alla repentina evaporazione dei fluidi biologici, così come in alcuni casi sono evidenti arti fratturati da shock termico e ossa rossastre la cui colorazione è stata dettata dalla decomposizione termica dell'emoglobina presente nel sangue…

I fornici dove si rifugiarono durante l'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. circa 350 ercolanesi poi investiti dai flussi piroclastici trovando così morte istantanea.


In un discorso più ampio di vivibilità in area vesuviana, occorre tener ben presente che non è possibile prevedere con un anticipo sicuramente utile l’insorgenza di un’eruzione, e neanche la potenza che la caratterizzerebbe e che viene misurata adottando un indice numerico (VEI) che, generalmente, è quantificabile con una buona precisione solo al termine dell’eruzione. 

A fronte di queste due grosse incertezze allora, inevitabilmente il valore del rischio che incombe sulle popolazioni vesuviane è tutt’altro che minimo, e ogni discorso sulla eroica resilienza delle popolazioni esposte, si basa in realtà sulla non percezione sensoriale del pericolo e sul convincimento che l’eruzione è possibile prevederla certamente almeno 72 ore prima, come recitava e recita  la campagna informativa governativa, anche se nell’attualità i toni di certezza predittoria sono diventati piuttosto timidi. 

Sono passati ottantadue anni dall’ultima eruzione (1944) del Vesuvio, e quindi ci apprestiamo a raggiungere il secolo di quiete. La quiescenza anche ultrasecolare del Vesuvio non aggraverebbe oltre misura i fattori di rischio già insiti nell’attuale zona rossa, ma certamente andrebbe a influenzare l’ampiezza dell’area pericolosa che potrebbe quadruplicarsi. La letteratura scientifica, infatti, afferma che l’indice di esplosività vulcanica ha una certa propensione al rialzo con l’aumentare dei tempi di quiete geologica. 

Gli scienziati della commissione grandi rischi, sulla base anche della relazione prodotta da un apposito gruppo di lavoro (2012), confermarono che al Vesuvio l’eruzione massima attesa da prendere come riferimento per la stesura dei piani di emergenza, doveva essere di tipo simil sub pliniano VEI4. Allora fu elaborata la zona rossa tenendo in debito conto il lavoro di una ricercatrice, Lucia Gurioli, che verificò sul campo e poi segnò su mappa (Linea nera), i punti di massimo scorrimento raggiunti dai flussi piroclastici che si formarono nell’ultima eruzione sub pliniana del 1631.  

Zona rossa Vesuvio e linea Gurioli


Questa linea curva di demarcazione, non tutti la conoscono e in tutti i casi la interpretano erroneamente come un limite di pericolo, ma in realtà è un limite di deposito che non tiene conto dell’avanzamento delle parti più leggere e gassose di una nube ardente. Deve essere poi chiaro che non esistono eruzioni fotocopie, e che le energie sprigionabili dal vulcano possono essere anche idealmente rappresentate da numeri con virgola: ad esempio VEI 4,2. In questo caso corrisponderebbe a un rilascio di energie 2 volte superiore a una eruzione VEI 4,0; un esempio di medietà dei valori di esplosività ci è offerto dal potente evento di Pollena nel 472 d.C. col suo stile eruttivo non inquadrabile con cifra tonda e collocabile tra il VEI 4 e 5… Da notare che l'eruzione di Pollena è avvenuta 383 anni dopo quella disastrosa di Pompei nel 79 d.C.

Qualora dovesse verificarsi una eruzione di tipo VEI 4, i flussi piroclastici potrebbero raggiungere i territori posti a distanza di circa 7-10 Km. dal cratere. Invece, semmai l’eruzione dovesse assumere caratteristiche energetiche da VEI 5 (pliniana), quindi 10 volte più forte dell’evento campione (VEI4), le colate piroclastiche potrebbero spingersi a distanze di 15/20 chilometri dal centro eruttivo. Questa congettura evidenzia che in tema di prevenzione della catastrofe vulcanica, con i criteri attuali ci sono delle criticità che andrebbero almeno palesate alla popolazione, soprattutto se non è possibile assicurare iniziative di tutela nell’immediato o nel medio termine.

In caso di allarme vulcanico, l’area che sarà soggetta ad evacuazione preventiva, di fatto è quella VEI4, quella rossa che vedete nella figura sottostante, che conta una superficie di circa 200 km². Invece, l’area della corona circolare che abbiamo colorato in verde per distinguerla nettamente, indica la superficie di circa 800 Km² invadibile dalle colate piroclastiche di una eruzione pliniana (VEI5). Quest’ultima tipologia eruttiva infatti, porta con sé la concreta probabilità che le nubi ardenti superino l’area VEI4, per poi spingersi oltre e fino a raggiungere, come detto, distanze di 15/20 chilometri...  

La zona rossa VEI4 comprende anche eruzioni VEI3 - La zona verde VEI5 indica i territori invadibili dalle colate piroclastiche in caso di eruzione pliniana VEI5


In poche parole, un’eruzione pliniana investirebbe complessivamente un territorio di oltre 1000/km² che conta alcuni milioni di abitanti. Eppure, l’eruzione pliniana è stata totalmente esclusa dagli eventi possibili… A essere maggiormente chiari, non c’è nessun piano di evacuazione o direttiva ad oggetto la zona verde VEI5. Quindi, i cittadini residenti in questo territorio, in caso di allarme rimarrebbero fermi sul posto ad osservare lo straordinario spettacolo della natura senza neanche comprendere che le loro vite sono affidate a calcoli statistici che tra l’altro mutano col passare del tempo e non in misura lineare.

Nelle filosofie del rischio vulcanico che si caratterizza per i molti fattori di indeterminatezza, inevitabilmente questa decisione di non prendere in considerazione una eruzione pliniana non è deontologicamente condivisibile e rimane in ogni caso un azzardo. L’imprescindibile diritto alla sicurezza comporterebbe che là dove non c’è tutela deve esserci almeno l’informazione corretta e puntuale che invece manca. Le autorità dovrebbero chiarire: Egregi cittadini; non c’è un piano di evacuazione a fronte di una eruzione pliniana che rimane statisticamente poco probabile. Purtuttavia non la si può escludere deterministicamente perché, secondo gli esperti, la possibilità statistica che possa materializzarsi un evento pliniano al Vesuvio va dall’1 all’11 % di probabilità, a seconda della tabella dei tempi che si adotta, e che sono entrambe basate su diversi periodi di quiescenza del vulcano. La tabella di riferimento che è stata scelta dalla commissione grandi rischi è la B.

Tabella A e B delle probabilità eruttive.


La commissione grandi rischi si è caricata dell’onere di adottare una eruzione di riferimento di bassa/media entità (VEI4), così come l’osservatorio vesuviano e il dipartimento della protezione civile si sono assunti il gravame della previsione dichiarando che i movimenti del magma sono monitorati costantemente e quindi l'eruzione non potrà coglierci di sorpresa… Ricordiamo alfine, che sarà sempre la presidenza del Consiglio dei ministri, sentito la commissione grandi rischi e il comitato operativo della protezione civile, a diramare all’occorrenza l’ordine di evacuazione della zona rossa Vesuvio. 

Per gli esperti dipartimentali e regionali bastano 72 ore, corrispondenti a tre giorni di anticipo sull’eruzione per garantire l’evacuazione dei 700.000 abitanti dalla zona rossa. Oggettivamente un tale numero di residenti non è facilmente gestibile, atteso che numericamente supera la popolazione di una grande città come Palermo. Anche da un punto di vista della densità abitativa, in alcuni comuni del vesuviano, soprattutto tra quelli costieri, si registrano numeri da record, come ad esempio quelli che si contano nel comune di Portici con i suoi circa 11.350 abitanti per chilometro quadrato: un affollamento che non aiuta… 

Le procedure evacuative prevedono che i 700.000 vesuviani vengano allocati, in caso di allarme vulcanico, in tutte le regioni e province d’Italia isole comprese. Le modalità di rapido allontanamento comprendono l’uso di navi, treni, bus e autovetture private. Occorre tener presente che per imbarcarsi su navi e treni, occorre raggiungere innanzitutto e per forza di cose scali marittimi e ferroviari con mezzi collettivi (Bus). 

Schema dei gemellaggi

Un’altra incognita che riguarda l’analisi del territorio vulcanico è quella che ci rimanda a un momento successivo all’eruzione: fenomeno quest’ultimo che può durare da pochi giorni a settimane. I 700.000 evacuati passata la fase acuta delle dirompenze vulcaniche, non è da escludere che in un modo o nell’altro vorranno tornare alle loro magioni abituali, per verificare l’entità dei danni ricevuti ed eventualmente capire in che modo lo Stato intenda risarcire chi ha subito danneggiamenti importanti o ha perso tutto: abusivi compresi (Ischia docet). In tutti i casi, anche se l’eruzione dovesse esaurirsi in pochi giorni, le rovine caratterizzerebbero il panorama vesuviano e darebbero spazio a tardive riflessioni circa gli errori che sono stati fatti nella gestione del territorio e sulle politiche di prevenzione attuate e soprattutto non attuate per evitare che un evento naturale si trasformi in catastrofe vulcanica. Secondo alcune logiche di buon senso, la prossima eruzione del Vesuvio traccerà in modo empirico la nuova zona rossa. I palazzi che verranno travolti dai flussi piroclastici o anche dalle colate laviche, molto probabilmente non dovrebbero essere riedificati, così come c’è da giurarci che nasceranno controversie sui limiti di confine poderali. Solo un'eruzione simile a quella del 1944 (VEI3) potrebbe consentire un moderato ottimismo sui tempi di ripresa economica e sociale dell'area vesuviana: ma non subito.  

Nel campo delle iniziative, c’è da registrare che negli ultimi mesi anche il Comune di Pompei ha aderito al protocollo d’intesa promosso dalla Fondazione Convivenza Vesuvio: un progetto che mira ad evacuare i vesuviani nei comuni della fascia appenninica e pre appenninica dell’Irpinia, qualora il vulcano dovesse dare segni di ripresa dell’attività eruttiva. Il principio di fondo è irrefutabile, perché consentirebbe ai cittadini sfollati dalla plaga vesuviana di non disperdersi nelle varie regioni italiane rimanendo in Campania. Nel progetto però, per quel poco che si conosce, ci sembra di cogliere più dichiarazione di principio che modalità operative. Trattandosi di argomenti di fondamentale importanza per i cittadini, occorrono chiarimenti e garanzie. 

Nelle zone appenniniche e preappenniniche di certo e dagli inizi degli anni '50 è in corso uno spopolamento causato da un mix di denatalità, mancanza di lavoro e di servizi e infrastrutture che hanno innescato da molto tempo processi di emigrazione verso le province costiere, o nel nord Italia se non all’estero, soprattutto da parte dei giovani non molto propensi ad accettare una vita con modeste opportunità di studio, svago e lavoro. La disponibilità abitativa necessaria al progetto convivenza, infatti, non è racchiuso nei grandi centri ma nei paesi di modesta estensione che caratterizzano la provincia avellinese e beneventana. L'iniziativa convivenza Vesuvio potrebbe racchiudere insuccessi, perché il cittadino vesuviano accetterebbe sicuramente una "tenda" in muratura, senza per questo considerarla una magione a permanenza o comunque di lungo periodo o comunque degna di investimenti personali. 

Alfine, vogliamo concludere mettendo in risalto due punti che consideriamo importanti: il primo riguarda l’area verde che nella figura precedente abbiamo chiamato VEI5. Ebbene, nel disegno si evidenzia con un colore che generalmente definisce la normalità, un territorio non proprio normalissimo, dove possono dilagare i flussi piroclastici in caso di eruzione pliniana. Un territorio tra l'altro non contemplato in nessuna pianificazione d’emergenza o di evacuazione. Purtuttavia questa zona destinata prima o poi a cogliere e per forza di cose interesse, non è destinataria di alcuna legge o norma o circolare o raccomandazione nazionale o regionale che richiami la sua particolarità di zona pliniana. Eppure il principio di precauzione pur in presenza di dubbi scientifici, richiede di privilegiare la prevenzione anche se a lunga scadenza, col fine di tutelare quei posteri che non hanno colpe programmatiche. Probabilmente la zona verde dovrebbe essere già oggi dichiarata zona gialla (attenzione).

Intanto l’area VEI5 d'interesse pliniano, è sede di notevole urbanizzazione e antropizzazione di livello diremmo incalzante, perché in questo sedime territoriale occorre soddisfare pure i bisogni abitativi della zona rossa classica, dove vige la norma di inedificabilità totale per scopi abitativi. Questo significa che quando gli esperti magari tireranno in ballo il rischio pliniana, vuoi per il tempo che è passato oppure per la rinnovata cultura della prevenzione  o anche per innovative scoperte scientifiche o nuovi calcoli statistici, ci troveremo di fronte una realtà fatta da una antropizzazione caotica oltre misura, con ben poche possibilità di riuscire ad adeguare il territorio strutturalmente secondo logiche di difesa passiva, larga viabilità e palazzi bassi e soprattutto spazi: tanti spazi senza i quali non si può fare fa protezione civile...

Sarebbe il caso che il presidente della Regione Campania, ma anche il dipartimento della protezione civile, mettano insieme esperti del settore scientifico e urbanistico, affinché si valutino le conseguenze di una eruzione VEI5, secondo i principi della precauzione e dell’impatto generazionale (VIG). Nella zona VEI 5 deve scattare la norma di zona regolamentata, in modo che in termini di governo del territorio dovranno essere considerate tutte le necessità pianificatorie e di gestione strategica del territorio. 

IL Presidente della Regione Campania dovrebbe altresì verificare e approfondire nella sua interezza, i presupposti di fattibilità contenuti nel progetto della fondazione convivenza Vesuvio, perché non si possono diffondere aspettative di permanenza in Campania in caso di allarme vulcanico, se questa possibilità non è verificata in tutti i suoi aspetti, a iniziare da quelli amministrativi ed economici passando per il computo delle risorse alloggiative disponibili.

                                                                                            Vincenzo Savarese



martedì 20 gennaio 2026

Rischio eruttivo ai Campi Flegrei: America First!


Nisida - Bagnoli: fino al 2013 sede Allied Maritime Command Naples.

Sui giornali napoletani qualche tempo fa è apparsa la notizia che al personale della base della marina militare americana di stanza a Napoli, sono state fornite istruzioni operative per proteggersi dai terremoti o mettersi al riparo da una possibile eruzione vulcanica. La importante struttura logistica US Navy è ubicata a Napoli Capodichino (aeroporto), e presenta una certa contiguità con i distretti vulcanici del Vesuvio e dei Campi Flegrei. Questi due ardenti settori geografici, si trovano rispettivamente a est e ad ovest della città partenopea, e si caratterizzano per un’indole eruttiva spesso esplosiva.

Il vademecum consegnato al personale civile e ai familiari dei militari, contiene disposizioni della National Security Agency (NSA), che prevede, pare, che in caso di allarme eruttivo, le istruzioni e gli ordini e le modalità di evacuazione emanati dalla NSA Napoli, debbano essere considerate prioritarie rispetto ad altre pianificazioni esistenti… America first!



Il memorandum chiama in causa il Vesuvio ma soprattutto i Campi Flegrei, perché non si può escludere che nella caldera si possa manifestare una recrudescenza sismica  prodroma di un’eruzione, o comunque che continui questa imprevedibile e perdurante irrequietezza geo bradisismica capace di generare terremoti. Sapere come fronteggiare un sisma è importante. L’Italia è una terra giovane e  ballerina che deve fare periodicamente i conti con una tettonica spesso appenninica, ma anche zonale come quella dei Campi Flegrei, il cui sottosuolo si caratterizza per la presenza di magma e fluidi in una condizione super critica per temperature e pressioni …

Da un punto di vista dell’emergenza sismica, difendersi dagli scuotimenti crostali significa in prima battuta agire sulla prevenzione dando spazio a tutte le iniziative capaci di rendere strutturalmente adeguati i fabbricati dove si vive e si lavora: basi militari comprese.

I piani d’intervento per l’area bradisismica  e bradisismica ristretta di Pozzuoli, prevedono dopo ogni terremoto non lieve, rapidi sopralluoghi e, ove necessario, i tecnici verificatori possono disporre l’allontanamento delle famiglie dai palazzi pericolanti con allocazione in alberghi o residenze reperite allo scopo fuori dalla zona rossa.

Campi Flegrei: zone bradisismiche.


L’area invadibile da possibili e pericolose dirompenze vulcaniche come le colate piroclastiche, presumibilmente dovrebbe essere circoscritta in un cerchio con raggio di circa 10 chilometri dal presunto centro eruttivo, per una superficie circolare totale di 314 kmq.

Queste indicazioni però, hanno fondamento se ci basiamo sull'assioma che un possibile evento eruttivo possa caratterizzarsi per un indice di esplosività vulcanica basso o medio, cioè non eccedente VEI 4, corrispondente a un evento simil sub pliniano. Quest’ultimo stile eruttivo ritenuto l’evento  massimo possibile e fino a diversa valutazione della commissione grandi rischi, è quello adottato nei piani di emergenza per entrambi i distretti vulcanici napoletani, per delimitare l’ampiezza delle due zone rosse da evacuare all’occorrenza.

Se invece l'eruzione dovesse presentarsi come pliniana o comunque con indice di esplosività  VEI5, ovvero dieci volte maggiore di quella VEI4, sarebbe un grosso problema, perché l’eruzione darebbe vita a una zona rossa più estesa di quella adottata negli attuali piani di emergenza, con fenomeni violenti che potrebbero investire frange di popolazione non destinatarie di misure di allontanamento preventivo.

È anche vero il contrario, cioè che gli scienziati stimano, in caso di eruzione, come maggiormente probabile il manifestarsi di un evento di modeste dimensioni, del tipo ultra stromboliano (VEI3), come quello che caratterizzò nel 1538  la nascita del Monte Nuovo a Pozzuoli. Purtroppo l’indice di esplosività vulcanica (VEI) è un dato ricavabile post evento, così come la previsione d’eruzione che rimane temporalmente un fattore di taglio  probabilistico.

Fuori dalla zona rossa, nell’ambito di un’emergenza vulcanica, la situazione per gli sfollati dovrebbe essere meno pericolosa se questi avranno cura di evitare il settore sottovento rispetto al centro eruttivo, dove la pioggia di cenere e lapilli sarebbe massiccia e creerebbe disagi e pericoli fin dai primi momenti dell’eruzione.  In altre parole, nei primi 10 Km. dal centro eruttivo, in linea di principio  bisogna precauzionalmente allontanarsi per sopravvivere. Nei chilometri successivi invece, e soprattutto verso est, bisognerebbe fronteggiare disagi molto pesanti che sarebbero tanto maggiori a seconda della posizione e della distanza occupata dalle persone rispetto al cratere.

Infatti, la statistica basata sull’osservazione della direzione dei venti dominanti nelle due zone vulcaniche, indica i settori orientali come quelli probabilmente più esposti alla caduta di ceneri e lapilli, e che quindi anticipatamente vengono già classificati nelle pianificazioni d'emergenza come zona gialla. I prodotti piroclastici durante l’eruzione verrebbero scagliati in alto dalle dirompenze, per poi offrirsi ai venti spiranti in quota fino a quando non precipiteranno per gravità formando depositi sui tetti e al suolo, a iniziare dai prodotti più pesanti. Se da un lato per il Vesuvio è ricavabile già adesso la zona che subirebbe d'appieno il fenomeno delle piogge di prodotti piroclastici, per i Campi Flegrei il dato è un incerto perché è ignoto quale possa essere il centro eruttivo che potrebbe anche non essere singolo.

Campi Flegrei: zona rossa e gialla.


Coloro che dovessero trovarsi loro malgrado nella coltre cinerea (zona gialla),  dovrebbero fare i conti con difficoltà respiratorie, irritazione agli occhi, spegnimento dei motori e disorientamento, senza per questo trovare un sicuro riparo negli edifici con il solaio di copertura piatto, perché l’accumulo dei prodotti piroclastici potrebbe innescare pericolose e rovinose cadute dei solai con un effetto domino a partire da quello sommitale. I prodotti più fini invece, possono veleggiare in atmosfera per centinaia se non migliaia di chilometri.

In caso di emergenza vulcanica occorrerà selezionare il materiale di prima necessità da portarsi dietro. Questo si differenzierà per tipo e quantità, secondo le esigenze personali e soprattutto sulle capacità di carico del veicolo che non dovrebbe essere un autocarro, perché i mezzi pesanti possono creare intralcio alla circolazione stradale, in un contesto di automobilisti impauriti e impazienti. In ultima analisi non si può scartare neanche una condizione di fuga a piedi: opzione tutt’altro che remota semmai dovesse configurarsi il blocco totale della circolazione. In tutti i casi percorrere una distanza di circa 10 chilometri richiederebbe una marcia di quasi 3 ore, che dovrebbe avvenire auspicabilmente in direzione opposta o trasversale alla direzione del vento dominante.

Il contingente della sesta flotta USA pare sia ubicato almeno in Campania tra Napoli Capodichino, Giugliano (lago Patria) e Gricignano d’Aversa. I militari  US Navy ma soprattutto il personale civile, in linea di principio dovrebbe adeguarsi ai disposti emanabili dal paese che li ospita, e rispettare il piano di emergenza ovvero di evacuazione volto a regolare la sicurezza del territorio. Probabilmente trattandosi di una comunità, quella statunitense, che in caso di sfollamento dovrebbe rientrare negli USA, potrebbero avere una organizzazione autonoma per raggiungere in caso di pericolo altre basi USA fuori dal perimetro a rischio vulcanico, e l'auspicio è quello che non si muovano in modo conflittuale alle direzioni di marcia previste dalla protezione civile.

I militari a stelle e strisce poi, se dovessero provvedere pure al trasferimento di documenti e attrezzature elettroniche per le comunicazioni, non è da escludere che forse opererebbero in maniera difforme dalle regole generali emergenziali. Allo stato delle cose però, la semplice adozione di tetti spioventi potrebbe aumentare  la capacità di resilienza dei soldati nelle strutture militari di Capodichino, con un ordine di evacuazione che andrebbe indirizzato all'occorrenza ai soli non combattenti (NEO) e al personale civile, perché quello militare forse seguirebbe altre indicazioni comportanti una maggiore resilienza. Ovviamente in corso d’eruzione, le attività dello scalo aereo di Capodichino sarebbero totalmente  compromesse e le trasmissioni radio disturbate.

Muoversi in automobile consentirebbe di portare via anche qualche oggetto un po’ più voluminoso, ma occorre  porre attenzione acché non si comprometta la comodità interna dell’abitacolo che rappresenta il primo modulo abitativo. La prima necessità in caso di eruzione è la salvaguardia della vita umana e non delle cose.

Se le condizioni impongono un percorso forzatamente pedonale, sarà saggio mettete nello zainetto solo acqua, soldi e preziosi e carte necessarie per i canali bancari e i documenti personali, oltre naturalmente medicinali salvavita e una torcia e telefoni magari con batteria di riserva per ricevere messaggi dalla protezione civile (IT-Alert) e dai parenti. I più previdenti probabilmente porteranno al seguito anche mascherine FFP2 e occhiali di protezione…

In linea generale le basi americane se vengono rispettate le previsioni sull’indice di esplosività vulcanica, non dovrebbero correre rischi eccezionali perché di fatto si trovano fuori dalle zone rosse ma in quelle gialle da cui ci si può difendere in modo strutturale.

In questo contesto di forze armate esposte al rischio vulcanico, sarebbe interessante conoscere il piano di emergenza predisposto dall’accademia aeronautica italiana di Pozzuoli, che sorge su un duomo di lava denominato Monte Olibano alto 155 metri. Contiguo al vulcano Solfatara, questo luogo contrariamente alla base americana è esposto a tutte le fenomenologie vulcaniche a prescindere dalla tipologia eruttiva. Presumibilmente l’evacuazione della scuola dovrebbe avvenire durante la fase di preallarme, perché non avrebbe senso esporre i cadetti ai rischi di una fase di allarme generale. Spostare l’accademia in luoghi contigui all’aeroporto di Grazzanise, forse  potrebbe essere una saggia decisione preventiva.

                                                                                                Vincenzo Savarese