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domenica 4 aprile 2021

Rischio eruttivo ai Campi Flegrei: la teoria delle teorie… di Malko


Il rischio vulcanico nell’area napoletana per numeri ed energie in gioco è un problema veramente notevole e per molti versi sottostimato: a fronte di una cotale minaccia, le uniche armi che disponiamo sono tutte concentrate nella conoscenza non univoca dei processi che innescano un’eruzione e la possibilità di individuarli e prevederli.

La previsione a lungo termine di un’eruzione non è possibile. La previsione corta e cortissima invece, potrebbe essere un traguardo maggiormente abbordabile ma ricco di incognite che potrebbero fare la differenza tra la corretta predizione e la catastrofe.

Per avere il successo evacuativo occorrerebbe che l’istituto di vigilanza geologica ubicato in piena area calderica, emanasse all’occorrenza una segnalazione di pericolo al dipartimento della protezione civile, che riunirebbe la commissione grandi rischi deputata a valutare la portata delle informazioni ricevute. Le conclusioni di questo comitato ristretto di esperti ai massimi livelli scientifici, sarebbero poste all’attenzione del presidente del consiglio dei ministri, a cui spetta la decisione ultima sull’emanazione o meno dell’ordine di abbandonare la zona rossa flegrea, con tutto ciò che una tale scelta comporterebbe.

Il provvedimento di allarme e quindi la successiva evacuazione dovrebbe concludersi in un tempo limite di 72 ore (tre giorni). Trattasi di un tempo netto però, che non comprende quello lordo necessario per consentire all’equipe scientifica e poi politica di addivenire a una conclusione sul livello di rischio incombente nell’area vulcanica. L’Osservatorio Vesuviano per contratto non è titolato a diffondere direttamente allarmi.

Nel nostro sistema nazionale, il Sindaco è certamente l’autorità locale di immediato riferimento dei cittadini, quello su cui ricadono in prima battuta la maggior parte dei problemi di protezione civile; a seguire il presidente della Regione e poi il dipartimento della protezione civile quale organo connesso alla presidenza del consiglio dei ministri. A dirla in breve, il presidente Draghi è il vertice del nostro sistema nazionale di salvaguardia dai pericoli naturali e indotti dall’uomo, quando per vastità dell’evento si richiede un intervento coordinato di livello nazionale. Il Vesuvio e i Campi Flegrei sono un problema nazionale. Ischia non lo sappiamo ancora perché l’isola non è stata vagliata geologicamente in una misura ufficiale e sufficientemente approfondita da poter teorizzare e prospettare scenari eruttivi futuri.

Quando si utilizza il termine protezione civile, il cittadino in genere immagina prevalentemente operatori volontari dalle divise sgargianti che aiutano ai gazebi; altre volte che spalano fango o gestiscono tendopoli e cucine da campo. In realtà quando diciamo protezione civile e a prescindere dal livello chiamato in causa, intendiamo innanzitutto tutte le attività che afferiscono alla previsione delle catastrofi, alla prevenzione delle catastrofi, e poi alle misure per fronteggiare la catastrofe. In un secondo momento si attivano tutte le iniziative necessarie per il ritorno alla normalità.

Mentre il Vesuvio maestosamente e solo apparentemente sembra immoto e privo di fuoco vulcanico alla stregua dell’isola d’Ischia, i Campi Flegrei hanno sbalzi di umore geologico ben rappresentato dal bradisismo, dai microsismi e dai fenomeni di degassazione che in superficie disperdono molte tonnellate di anidride carbonica e altri gas pestilenziali, al punto che è risultato necessario inibire l’accesso nella zona di Pisciarelli, che sembra essere diventata la canna fumaria del sottosuolo ribollente.

Recentemente in una riunione tenutasi a Pozzuoli sul rischio eruttivo ai Campi Flegrei, il consesso ha visto la partecipazione delle massime autorità amministrative, scientifiche e del dipartimento della protezione civile. Durante l’assise sono circolati messaggi di grandi rassicurazioni, come quello che si riuscirà a monitorare il cammino del magma verso la superficie attraverso la strumentazione multi parametrica dislocata nell’area calderica dall’Osservatorio Vesuviano. Anche il responsabile dell’Ufficio emergenze del dipartimento della protezione civile ha dissipato i dubbi sull’argomento della salvaguardia, affermando che le popolazioni flegree esposte al rischio eruttivo saranno evacuate all’occorrenza molto prima delle dirompenze. L’immagine di una evacuazione con eruzione alle spalle, ha affermato il dirigente dipartimentale, è assolutamente da rigettare.

Nel 2012 alcuni articoli scientifici paventavano il successo di una previsione che era riuscita a prevedere il momento esatto di un’eruzione un’ora prima che si presentasse: un cotale anticipo che noi considereremmo inutile, gli scienziati lo classificarono in quel periodo un grande successo.

C’è poi un lavoro prodotto da alcuni famosissimi esperti della vulcanologia nazionale, report classificato molto confidenziale (nell’attualità forse rimosso dalla rete), che hanno scritto a proposito del sottosuolo flegreo che:<<… la visione d’insieme mostra un reservoir di grandi dimensioni a circa 7-9 km di profondità, che corrisponde assai bene a quello messo in evidenza dalla tomografia sismica dove risiedono magmi a composizione variabile da shoshonite a trachite, e numerosi reservoirs di più piccole dimensioni messisi in posto a profondità variabili fino a meno di 2 km, dove magmi più profondi periodicamente giungono mescolandosi col magma residente e in via di differenziazione. I dati suggeriscono che processi di mixing tra magmi composizionalmente diversi siano continuamente avvenuti a varie profondità nel corso della storia magmatica dei Campi Flegrei, e che in numerose occasioni l’arrivo di magma profondo in una camera magmatica abbia preceduto anche di pochi giorni il verificarsi di una eruzione. In tale visione, la magnitudo dell’eruzione non necessariamente riflette il volume della camera magmatica più superficiale, in quanto più reservoirs a diversa profondità possono essere interessati. Questo sembra essere avvenuto, ad esempio, per l’eruzione di Agnano Monte Spina, la maggiore dell’ultima epoca di attività per intensità e magnitudo. Nel caso di tale eruzione le ricostruzioni petrologiche mostrano una camera magmatica superficiale (2-3 km di profondità), di piccole dimensioni e ospitante magma di composizione fonolitica, invasa probabilmente 1-2 giorni prima dell’eruzione da magma di composizione trachitica e di provenienza più profonda…>>.

Di contro una recentissima conferenza online proposta da esperti della Università Federico II di Napoli ad oggetto sempre il rischio vulcanico flegreo, ha dato spazio a una tesi forse la più tranquillizzante degli ultimi anni, che è quella che la probabilità che si verifichi un’eruzione è la più bassa in assoluta da 500 anni a questa parte e dovrebbe ulteriormente diminuire col tempo. Lo scenario può cambiare prosegue la ricercatrice che ha curato questa edizione online, se arriva magma dal profondo nella camera di alimentazione dei Campi Flegrei. In questo caso si presuppone che il modello di deformazione del suolo cambierebbe notevolmente.

Questa tesi come altre ha la sua dignità propositiva, anche se bisogna notare che nel 2012 è stato dichiarato lo stato di attenzione vulcanica che perdura tutt’ora e che in pratica poco si attaglierebbe a una condizione di pacatezza geologica.

Al Professore Giuseppe Mastrolorenzo, noto vulcanologo dell’Osservatorio Vesuviano (INGV) e importante voce scientifica che spesso dai media ci illustra l’attualità dei distretti vulcanici napoletani, ci sembra naturale chiedere a fronte di numerose teorie, catastrofiste o rassicuranti, quali ipotesi devono essere ispiratrici per l’azione del mondo istituzionale, deputato ad affrontare il complesso nodo della sicurezza nei distretti vulcanici napoletani. Di seguito la risposta…

Il Prof. Giuseppe Mastrolorenzo col cane Zeus

La quantificazione della pericolosità per eventi naturali, quindi della probabilità che un dato evento disastroso si verifichi in un dato intervallo di tempo, presenta sempre gravi criticità per carenze di conoscenze spesso incolmabili. Nel caso specifico del rischio vulcanico nell’area napoletana, comprendente Vesuvio, Campi Flegrei e isola di Ischia, benché siano state riconosciute per ognuno dei distretti vulcanici menzionati numerose decine di eruzioni nelle ultime decine di migliaia di anni, le conoscenze acquisite rimangono assolutamente insufficienti per valutazioni probabilistiche capaci di fornirci la quantificazione della pericolosità per ogni singola classe di eruzione.

Di fatto, le decine di eventi riconosciuti, sono dispersi in un estesissimo intervallo di classi di eruzioni che, per i Campi Flegrei ad esempio, spaziano da piccole eruzioni stromboliane a super eruzioni con differenze di volume di magma eruttato tra i due estremi di oltre diecimila volte.

Un’ulteriore criticità deriva dalla distribuzione estremamente disomogenea nel tempo degli eventi che tendono a concentrarsi in alcuni periodi e a diradarsi in altri. Di conseguenza, qualsiasi valutazione statistica avrebbe l’effetto di mediare sui volumi eruttivi e sui tempi di ritorno in modo inaccettabile ai fini previsionistici. Per tali motivi, il valore del rischio resta arbitrario per le troppe incognite che inficiano un’adeguata valutazione della pericolosità vulcanica. Tuttavia, su tali approcci statistici sono basati i piani di emergenza nazionali, ed in particolare la definizione degli scenari di riferimento e il valore di pericolosità relativo a tale scenario.

A titolo di puro esempio, una ipotetica valutazione del rischio fatta immediatamente prima della super eruzione dell’ignimbrite campana, dopo un lungo periodo di attività rara e modesta, sarebbe stata estremamente tranquillizzante. Di contro, l’evento che stava per verificarsi, si sarebbe rivelato invece il più devastante dell’intera storia geologica dell’area mediterranea.

D’altro canto, verso la metà di settembre del 1538, una ipotetica valutazione del rischio vulcanico, avrebbe suggerito un prossimo evento di portata sub pliniana, analogo a quello previsto dallo scenario attualmente adottato nel piano di emergenza per i Campi Flegrei. Ma tra la fine di settembre e gli inizi di ottobre, si verificò l’eruzione del Monte Nuovo, classificabile tra i minori eventi eruttivi nella storia dei Campi Flegrei, con un volume di magma eruttato, di almeno dieci volte inferiore ad un evento subplinano.

Oltre gli approcci probabilistici, fondamentalmente inattendibili, negli ultimi decenni, abbiamo sviluppato diversi modelli concettuali sui sistemi vulcanici dell’area napoletana e sui processi che potenzialmente potrebbero portare ad una eruzione.

In particolare, per i Campi Flegrei, che al momento destano la maggiore preoccupazione a causa degli eventi bradisismici in atto, quasi ogni mese vengono pubblicati nuovi articoli scientifici sulle maggiori riviste mondiali.

I dati geofisici e geochimici sul sistema vulcanico dei Campi Flegrei, si arricchiscono continuamente, grazie al monitoraggio H24 e alle numerose campagne di indagine di dettaglio. Gli elementi così raccolti sono di pubblico dominio, e lo scambio di dati, informazioni, ipotesi e modelli tra ricercatori e gruppi di ricerca, è sempre più efficace, grazie alle sempre maggiori potenzialità della rete.

La coesistenza di modelli interpretativi sullo stato del vulcano con diverse formulazioni e conclusioni, in merito alla possibile evoluzione a medio e a lungo termine, rivela un quadro di estrema complessità del sistema vulcanico.

Tale complessità comune a gran parte dei sistemi naturali, ha come conseguenza la non prevedibilità dell’evoluzione dei processi, per il coinvolgimento di un elevato numero di variabili, tra loro interconnesse, con relazioni note al più in termini generali. Infatti, le conoscenze del sottosuolo ed in particolare della natura e dello stato del sistema magmatico, e delle sue interazioni con le formazioni geologiche profonde e superficiali, non sono indagabili con dettaglio adeguato alla definizione univoca dei processi fisici e chimico-fisici in atto...

D’altra parte, per la intrinseca imprevedibilità dei sistemi complessi, anche nell’eventualità del tutto ipotetica di poter indagare e monitorare direttamente il sistema vulcanico in tutta la sua estensione, dalla camera e fino alla superficie, resterebbe comunque imprevedibile l’evoluzione del sistema nel breve, medio e lungo termine.

Questo proprio per la natura dei sistemi complessi, la cui evoluzione può differire drasticamente anche per minime variazioni di uno solo degli svariati parametri che influenzano il sistema.

Per tali ragioni, i diversi modelli proposti su quella che potrebbe essere l’evoluzione e la pericolosità vulcanica dei Campi Flegrei, spesso divergono nelle conclusioni, talora più allarmistiche, talora relativamente più tranquillizzanti. I modelli concettuali e fenomenologici pur fornendo un fondamentale supporto alla conoscenza, non possono costituire uno strumento certamente affidabile per i fini di Protezione Civile, e quindi con diretta implicazione sulla sicurezza di milioni di persone.

Di fatto, mentre le posizioni scientifiche di un singolo ricercatore o gruppo di ricerca, restano un semplice contributo alla conoscenza, quelle espresse ufficialmente da istituzioni o commissioni incaricate di fornire scenari agli organi di protezione civile, seppure basate su analoghe conoscenze, ancorché condizionate dai medesimi quanto insuperabili limiti scientifici, costituiscono pareri ufficiali. Tali pareri, con finalità operative e decisionali, pertanto implicano una assunzione di responsabilità per le eventuali conseguenze.

Il fatto che i pareri istituzionali, in genere, rappresentino una mediazione tra le diverse opinioni e i diversi modelli disponibili, non conferisce maggiore attendibilità alle argomentazioni.  Pertanto, la percezione, spesso indotta dalle comunicazioni istituzionali e dai mass-media, che i pareri ufficiali siano frutto di “ipotetiche conoscenze superiori “non opinabili, è priva di fondamento. È vero invece, che i soggetti responsabili, possono rispondere anche giuridicamente per le tesi sostenute.

Per quanto detto, è evidente come, a fronte di ogni valutazione di natura statistica o derivante da pur raffinati modelli scientifici, la gestione del rischio vulcanico debba essere basata fondamentalmente sulla prevenzione, che è garantita esclusivamente da piani di emergenza basati su scenari adeguati, e di tempestiva attuazione anche a rischio di incorrere in falsi allarmi. L’alternativa a un falso allarme è il mancato allarme, che può comportare la perdita di milioni di vite umane. Va da sé, che una scelta di massima tutela della sicurezza implica una assunzione di responsabilità da parte delle autorità governative nell’adozione di decisioni in base alla massima precauzione e non semplicemente sulla base di pur complessi modelli probabilistici o fenomenologici, che per quanto detto, conservano una rilevante arbitrarietà.

A tal fine, sarebbe doveroso da parte dei ricercatori e delle istituzioni preposte, evidenziare sempre, agli organi di protezione civile e alla popolazione, attraverso i mass-media, i limiti sostanziali e attualmente non superabili delle conoscenze scientifiche e della capacità di previsione dei sistemi vulcanici.

Per tali motivazioni, pur avendo svolto personalmente, già da decenni ricerche sulla pericolosità vulcanica al Vesuvio e ai Campi Flegrei, nonché sui processi di risalita del magma, ho ritenuto più opportuno in queste brevi considerazioni, soffermarmi sulle criticità e sulle carenze del trasferimento delle conoscenze scientifiche in strategie di protezione civile. Questo anche in considerazione di quanto abbiamo sperimentato a livello nazionale e mondiale in merito ai piani pandemici.

Di fatto, a fronte delle migliaia di ricerche scientifiche disponibili in ambito di virologia e pandemie, si è sperimentata una pressoché totale impreparazione nell’affrontare almeno le prime fasi decisive della pandemia. In prima battuta infatti, non era probabilmente cruciale una ulteriore conoscenza virologica, ma l’attuazione tempestiva, accurata e diffusa delle comuni procedure di protezione dal contagio, e quindi di un piano pandemico adeguato, efficace e di rapida applicazione, indipendentemente dalla natura del virus e dalla sua effettiva diffusione.

Ringraziamo il Professor Giuseppe Mastrolorenzo per la disponibilità e la chiarezza esplicativa che ci ha consentito di avere le idee più chiare sul grande tema del rischio vulcanico.

A voler tracciare delle conclusioni possiamo così riassumerle: la condizione geochimica e geofisica del vulcano flegreo nelle profondità chilometriche non sono note con una precisione che possa consentire agli esperti di determinare in anticipo l'intensità eruttiva o i tempi di accadimento del fenomeno con precisione. D’altra parte la previsione corta del fenomeno vulcanico non può spingersi a pronosticare l’ora e i minuti e i secondi che mancano alle dirompenze: quindi è il peso antropico che grava sull’area a dettare limiti di incompatibilità visto che il calcolo evacuativo si basa su 72 ore a disposizione. Per l’autorità scientifica una previsione oscillante su più o meno dieci giorni è comunque una previsione azzeccatissima, ma per il piano di evacuazione potrebbe non esserlo…

A fronte delle incognite geologiche, i centri di competenza e la commissione grandi rischi si sono assunti la responsabilità di una proiezione di quelli che potrebbero essere gli scenari eruttivi futuri, congiuntamente a una previsione utile dell’insorgere del fenomeno. In ogni caso resta salva la responsabilità ultima del presidente del consiglio dei ministri nel decidere in quale momento bisognerà premere il pulsante dell’allarme evacuativo.

Non resta che suggerire alle popolazioni dei Campi Flegrei e del Vesuvio, che è forse un errore limitare il loro interesse ai soli aspetti geo vulcanologici, perché lì non ci sono grosse mancanze a fronte delle numerose incertezze racchiuse in questa disciplina scientifica costretta ad operare su orizzonti non visibili. Non può dirsi lo stesso per le tattiche e le strategie evacuative però, che rimangono l’unica strada per mitigare le incertezze sul diritto alla sicurezza, che deve essere corroborato e perfezionato con interventi mirati di prevenzione attiva, spesso riconducibili al riordino territoriale che cammina di pari passo con le prospettive antropiche future.





 

venerdì 26 febbraio 2021

Rischio eruttivo Campi Flegrei: speriamo nel falso allarme... di MalKo

 



Il capo dipartimento della protezione civile, Angelo Borrelli, insieme al capo delle emergenze Luigi D’Angelo, e al responsabile della protezione civile regionale Italo Giulivo e della direttrice Francesca Bianco dell’Osservatorio Vesuviano (INGV), il 10 febbraio 2021 hanno tenuto a Pozzuoli, ospiti del sindaco Figliolia, una sorta di conferenza aperta al pubblico e alle domande del pubblico.

L’assise è servita per fare il punto sulla situazione del rischio vulcanico nei Campi Flegrei: i fenomeni geologici che si registrano nell’area infatti, in qualche misura allertano la popolazione. La direttrice Bianco ha riferito che la sorgente che produce il bradisismo è posta a qualche centinaio di metri a sud del Rione Terra, in mare a una profondità di 3- 4 Km.  A 7-8 km. invece, la medesima accenna a un magma primitivo che degassa in modo massivo generando anomalie geochimiche. Alla domanda del pubblico se è possibile verificare la migrazione del magma verso la superficie, la dirigente ha risposto che grazie al sistema di monitoraggio multi parametrico gestito dall’Osservatorio Vesuviano, c’è una buona probabilità che tali movimenti ascensionali ove si presentassero verrebbero colti. In realtà l’affermazione della direttrice sembra ottimistica, perché le eruzioni avvengono all’interno di processi  complessi e caotici. Quale sarà la goccia geochimica o geofisica che farà traboccare gli equilibri sotterranei è difficile prevederlo. D’altra parte se nell’area napoletana l’autorità scientifica ha trovato un sistema per monitorare il cammino del magma con una sufficiente precisione e in tempi utili, il protocollo di prevenzione anti catastrofe vulcanica napoletano dovrebbe essere subito esportato.

La realtà, e non la verità che non la conosce nessuno, temiamo sia quella che vivere in quest’area calderica costellata da bocche eruttive e ammollata dalla circolazione idrotermale, dal bradisismo e dalle intrusioni magmatiche, rappresenta un rischio che qui più che altrove, ogni singolo cittadino deve valutare se ritenerlo accettabile o meno, e se lasciarlo in eredità a figli e nipoti. Il filo conduttore dei dialoghi tra istituzioni e popolazione, dovrebbe essere improntato alla prudenza e al pragmatismo. Invece, la nostra impressione è quella che ci sia una necessità non dichiarata di tranquillizzare a prescindere i cittadini. 

D’altra parte anche l’ing. D’angelo avrà scoperto e apprezzato il progresso della ricerca scientifica, tant’è che ha assicurato che occorre rimandare indietro l’immagine di una evacuazione con l’eruzione alle calcagna. Infatti, forse azzardando una previsione poco memore dei fatti legati al terremoto dell’Aquila, ha precisato che l’allontanamento dalla zona rossa avverrà molto prima dell’eruzione. Ovviamente una tale precisazione impone che sia scontata che il medesimo quando sarà avrà la previsione dell’eruzione in tasca. Diversamente, tentando un esercizio di interpolazione, potrebbe essere che il dirigente dell’ufficio emergenze volesse dire che in nome della salvaguardia lui e i suoi si muoveranno con scelte, misure e tempi, all’interno dell’alveo del falso allarme piuttosto che del mancato allarme. D’altra parte chiamare un piano di evacuazione piano di allontanamento dipana già il quadro delle intenzioni di chi lo propone.  Occorre solo che la natura sia d’accordo e che l'Osservatorio Vesuviano ben la interpreti…

Una delle perplessità espresse dai cittadini nell’ambito di questo consesso seguito sui social, riguarda la decisione adottata nei piani di evacuazione di trasportare la popolazione puteolana, sprovvista di mezzo di locomozione, dalle aree di attesa comunale direttamente all’area d’incontro localizzata alla stazione ferroviaria di Piazza Garibaldi (Napoli). In questo luogo infatti, avverrebbe poi l’imbarco degli sfollati sui treni in direzione di Milano. Nel merito di questa strategia operativa, l’esperto regionale ha chiarito che la scelta di una siffatta modalità evacuativa è stata elaborata strategicamente dalla Regione Campania e poi sottoposta alla società ACAMIR, l’agenzia campana per la mobilità regionale, che l’ha ritenuta materialmente fattibile; poi, è stata testata sul campo con l’esercitazione Campi Flegrei EXE 2019 ed è stato ritenuto superato lo stress test.  

Il test si è avvalso di alcuni autobus, tra l’altro scortati, e di un numero di partecipanti numericamente ben inferiore alla normale e ordinaria capacità di carico dei pochi pullman utilizzati. Una prova esercitativa di evacuazione rapida e massiva che prevede il trasporto di una parte della popolazione dalla periferia occidentale di Napoli e fino al centro dell’area metropolitana partenopea, difficilmente con i numeri messi in gioco potrebbe essere di conforto per le scelte operate. D’altra parte l’allontanamento avverrebbe in una zona centrale partenopea, che non potranno tardare molto a doverla classificare zona rossa 2. Ergo, non si esclude che dovrà essere evacuata con la stessa tempistica adottata per i Campi Flegrei, cioè contemporaneamente e prima dell’eruzione.

Il dirigente regionale campano Italo Giulivo, in linea col collega dipartimentale, ha dichiarato che il problema vulcanico c’è ma è sotto monitoraggio, e che occorre valorizzare il sistema protezione civile nella sua interezza, rifuggendo dall’idea di un campanello di allarme che trilla e tutti scapperanno contemporaneamente. Già nella fase di pre-allarme, afferma, scatterà il piano nazionale di evacuazione, e quindi si insedierà una direzione di comando e controllo che gestirà le operazioni di spostamento della popolazione flegrea. Allontanare 550.000 persone dalla zona rossa, dice Giulivo, è una sfida sostenibile, ma occorre consapevolezza e ruolo attivo dei cittadini.

Il sindaco Figliolia nelle sue brochure pubblicate online, in ossequio alla calma istituzionale dei colleghi e delle pianificate operazioni di esodo che saranno effettuate con largo anticipo sull’eruzione, ha previsto per i non motorizzati addirittura un allontanamento su prenotazione, sconsigliando i cittadini di presentarsi con largo anticipo alla fermata, rispetto all’ora assegnata. Un po’ i conti non tornano, perché il governatore della Campania, Vincenzo De Luca, ebbe a sostenere proprio nell’ambito dell’esercitazione EXE 2019, che le 72 ore necessarie per portare a termine le operazioni di “allontanamento” <<…potrebbero esserci, ma potrebbero anche non esserci…>>. De Luca incallito eleatico?

L’assise tecnico scientifica come sempre è ruotata intorno all’Osservatorio Vesuviano che, ricordiamolo, è struttura periferica dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.  I cittadini sperano sempre da questi incontri, di ricevere e cogliere segnali rassicuranti o contradditori su cui indagare, perché sull’efficacia dei piani di emergenza e di evacuazione nutrono non pochi dubbi, e quindi ambiscono a non misurarsi con le deficienze del sistema, ma piuttosto di andarsene all’occorrenza, in autonomia, con qualche soldo in tasca e ben prima che gli eventi precipitino. In questo schema abbiamo riassunto  le fasi del piano.


Il dibattito recentemente ha avuto qualche momento di riflessione sui limiti e le possibilità offerte da un ipotetico passaggio di fase da attenzione a pre-allarme: da giallo ad arancione per intenderci. Questo nuovo momento operativo potrà essere sancito solo dal presidente del consiglio dei ministri, presumibilmente dopo aver sentito la commissione grandi rischi e riunito il comitato operativo nazionale della protezione civile.

Questo passaggio di colore prevede l’allontanamento su base volontaria dei cittadini residenti in zona rossa, secondo modalità e schemi fissati dalla autorità comunale e regionale. In questo caso è previsto pure un contributo per i cittadini che se ne vanno, ma senza che questi possano avere la possibilità teorica di poter fare marcia indietro e tornarsene a casa. La Direzione di comando e controllo infatti, sarebbe insediata ed entrerebbero in azione i cancelli ai varchi d’uscita. Durante il pre allarme verrebbero svuotati ospedali e case di cura e carceri, così come i beni culturali (quadri, statue, arazzi, libri, ecc.) sarebbero impacchettati e trasportati in luogo sicuro fuori dal perimetro a rischio.

Nelle mappe presentate dalla comunità scientifica, la zona di Agnano e dintorni, per una serie di motivi (ipotesi), è stata adottata come possibile luogo di apertura di una bocca eruttiva. Quindi, hanno calcolato che eventuali flussi piroclastici difficilmente scavalcherebbero la collina di Posillipo e ancora meno quella dei Camaldoli. Un po' più difficile sarà valutare la zona rossa 2, quella della ricaduta massiccia di cenere e lapilli, perché i prodotti piroclastici scaraventati in alto non verrebbero fermati dalle creste collinari e si andrebbero a depositare, secondo calcoli statistici, probabilmente a est del flegreo, quindi in pieno centro cittadino partenopeo. Ne conseguirebbe che la Prefettura di Napoli potrebbe risultare vulnerabile così come la Questura il Municipio ed altri importanti uffici e strutture pubbliche cittadine.

Quello che ci lascia sempre alquanto attoniti, è l’incapacità della politica che non riesce ad imporre un secco divieto anti cemento che inibisca la costruzione di nuovi insediamenti residenziali all’interno della zona rossa flegrea, esattamente come è stato fatto da Bassolino nel 2003 per la plaga vesuviana. In quest’area, a volte percorsa da olezzi di zolfo che come monito ricordano dove ci si trovi, occorrerebbero politiche degli spazi e infrastrutture viarie capaci di indirizzare, all'occorrenza, il maggior numero possibile di veicoli  in direzione nord e nord est, onde offrire elementi di rapido collegamento con l’autostrada Napoli-Roma.

Qualora esista davvero questa possibilità geo operativa da stargate vulcanico offertaci dalla fase di pre allarme, sarebbe utile che si sfruttasse d'appieno, e se ne andassero dalla zona rossa le persone vulnerabili, cioè quelle con patologie che non consentono deambulazione o indipendenza, ed ancora vecchi e bambini che non è il caso di coinvolgerli in una situazione di stress evacuativo. Per quanto tempo starebbero lontani? Gli strumenti non lo dicono... Purtroppo, in assenza di misure di prevenzione delle catastrofi, la sicurezza dei 550.000 del flegreo, pare che sia affidata alla capacità delle istituzioni di diramare un falso allarme…ma anche per quello, credeteci, ci vogliono veramente grandi competenze. Strano vero?



venerdì 1 gennaio 2021

Rischio eruttivo Campi Flegrei: la fase di preallarme è vicina? di MalKo

 



Un avvocato napoletano, Roberto Ionta, ha presentato un esposto per chiedere agli organi di protezione civile di aumentare il livello di allerta vulcanica nei Campi Flegrei: da quello attuale di attenzione (giallo), a quello di preallarme (arancione). Il ricorrente ha poi chiesto di conoscere quali sono i parametri a cui fare riferimento per innalzare il livello di allerta, e contemporaneamente ha diffidato il dipartimento della protezione civile nazionale, ma anche regionale e comunale, affinché innalzino senza titubanza questa soglia scientifica, visto che il territorio flegreo è soggetto al bradisismo, recentemente accompagnato pure da eventi sismici che s’intercalano nella zona della Solfatara con una certa continuità.

Questa situazione indiscutibilmente di irrequietezza geologica e poi questo esposto, hanno creato qualche interrogativo tra i residenti dell’area puteolana: quand’è che la popolazione dei Campi Flegrei dovrà attivarsi per lasciare la zona rossa, nel caso dovessero presentarsi insistenti prodromi di irrequietezza vulcanica? Esistono soglie ben definite per diramare i preallarmi e gli allarmi? In realtà no: soglie numericamente ben definite non esistono nel loro valore minimo, o quantomeno non ci è dato saperlo. In linea di principio si sa che bisognerà lasciare la zona rossa qualora si dovesse presentare una condizione strumentale di assoluto disequilibrio degli elementi fisici e chimici che caratterizzano la quiescenza vulcanica, magari con una soglia di percepibilità diretta fatta di tremori e boati.  

A sancire il superamento di condizioni limiti, può essere solo la commissione grandi rischi per il rischio vulcanico che, dopo aver sentito i centri di competenza, valuterebbe eventuali modifiche da apportare ai livelli di allerta. In tutti i casi sarà poi l’autorità politica a stabilire quale fase del piano di emergenza dovrà attivarsi. Com’è noto infatti, soprattutto in assenza di previsioni deterministiche, la valutazione del rischio deve essere il risultato di più fattori da analizzare complessivamente.


In linea di principio se i dati geologici dovessero inquadrarsi come preoccupanti, si passerebbe a un livello di preallarme vulcanico corrispondente a una fase operativa arancione: ed è quello che chiede l’avvocato Ionta. Questo passaggio di fase consentirebbe ai cittadini che eventualmente decidessero di farlo, di allontanarsi dall’area flegrea in tutta libertà e autonomia, permanendo in una condizione amministrativa idonea per beneficiare di aiuti statali, quali potrebbero essere quelli di autonoma sistemazione (CAS). Ovviamente un cittadino può decidere di andarsene anche nella fase di attenzione, quella che caratterizza l’odierno, ma questa libera scelta non comporta agevolazioni e avverrebbe senza nessun legame con il rischio vulcanico. 

I penitenziari, le case di cura e gli ospedali, in caso di preallarme dovrebbero essere evacuati secondo piani e schemi operativi di dettaglio, che già oggi dovrebbero essere pronti e solo da tirare fuori dai cassetti delle istituzioni competenti, qualora dovesse cambiare la valutazione del pericolo vulcanico nella direzione di un maggior rischio. Una tale misura preventiva renderebbe la zona rossa flegrea mancante di presidi ospedalieri, a meno che nei piani operativi non sia stato previsto il trasferimento dei ricoverati, purtuttavia mantenendo delle strutture di primo soccorso sanitario fino alla fase di allarme con evacuazione generale e autoambulanze in coda. 

Siamo davvero pronti per una eventuale fase di preallarme arancione? Nutriamo forti dubbi, sia da un punto di vista scientifico che operativo. Questa fase appena un gradino sotto a quella di massima allerta, cioè di evacuazione totale dell’area flegrea, è forse la più importante, perché in un certo qual senso l’autorità politica non smentirebbe le preoccupazioni sul rischio eruttivo, lasciando però la decisione dell’allontanamento preventivo direttamente ai cittadini che riceverebbero pure un contributo. I capi famiglia in tal caso si ritroverebbero interamente sul groppone l’interrogativo più pressante e similmente amletico: andarsene o non andarsene… anche perché se ricordiamo bene, verrebbero instaurati i cancelli che consentirebbero l’uscita ma non il rientro in zona rossa. 

Semmai venisse varata la fase di preallarme, il carico abitativo  nel flegreo sarebbe di fatto alleggerito dal preventivo esodo spontaneo della popolazione dalla zona rossa, anche se risulta difficile stimare i numeri in allontanamento. Comunque, con meno abitanti, se si dovesse passare all’ultimo step, le ulteriori operazioni di evacuazione sarebbero sicuramente facilitate. 

Passando a una condizione di preallarme dopo quanto tempo scatterebbe l’allarme vero e proprio? Impossibile precisarlo, anche se teoricamente tale condizione è più facile da raggiungere, perché basterebbero poche e piccole variazioni chimiche e fisiche per cambiare lo scenario d’allerta: a un vaso pieno infatti, necessita una sola goccia per farlo traboccare. Occorre tener presente però, che anche cogliendo tutti i benché minimi segnali strumentali, la previsione d’eruzione che ne scaturirebbe sarebbe sempre di taglio probabilistico e mai deterministico: solo il pennacchio grigio scuro che si srotola nel cielo, può darci il 100% della previsione d’eruzione. Fino a quel momento le probabilità saranno magari altissime ma sempre a due cifre. 

La fase attuale di allerta (attenzione), dovrebbe indurre i cittadini ad abituarsi all'idea che permanere in una zona pericolosa, deve necessariamente prevedere la comprensione del da farsi in caso di necessità. Chi dovrebbe magari approfittare delle possibilità che gli vengono offerte con la proclamazione della fase di preallarme è abbastanza intuitivo: coloro che per età e condizioni fisiche e di deambulazione, potrebbero costituire un appesantimento operativo che nuocerebbe innanzitutto a loro stessi e poi ai loro cari. Chi ha una seconda casa fuori dal perimetro a rischio ha un minimo di vantaggio, soprattutto se l’abitazione è stata conformata per essere abitabile ogni stagione. 

Ogni cittadino dovrebbe prendere confidenza col piano d’emergenza locale a fronte del rischio vulcanico, e quindi conoscere perfettamente dove sono ubicate le aree di attesa da raggiungere con le modalità previste dal piano di protezione civile. Nello stesso documento ci sono le destinazioni fuori zona rossa meglio note come aree di incontro, che saranno raggiunte con gli autobus messi a disposizione dalla Regione Campania. Il trasporto dalle aree di incontro fino ai punti di prima accoglienza, sono una competenza i cui oneri ricadrebbero sulla regione con cui si è gemellati, che provvederebbe poi a distribuire gli sfollati dalla prima stazione di accoglienza alle strutture di accoglienza permanenti. 

Qualche perplessità sul piano d’emergenza dei Campi Flegrei a fronte del rischio vulcanico c’è, sia sulla strategia generale che sulle elaborazioni prodotte dalle municipalità interessate. Ad esempio, nel caso del comune di Pozzuoli che è anche quello più grande, l’autorità comunale ha stilato un manuale che prevede l’allontanamento della popolazione sia con autovetture private che con mezzi pubblici e collettivi. La Regione con cui i puteolani sono gemellati è la Lombardia

Il comune di Pozzuoli prevede tre aree (terminal) di attesa, che bisognerà raggiungere rispettando cadenzamenti e scaglionamenti e orari assegnati ai cittadini da allontanare. Gli abitanti che vogliono lasciare le loro abitazioni in anticipo sui tempi prefissati, possono farlo recandosi nelle aree di attesa generiche del piano generale comunale di protezione civile, per poi portarsi un’ora prima dell’orario prestabilito verso l’area terminal o di attesa navetta. Dall’area di attesa (terminal), i cittadini verrebbero trasportati a piazza Garibaldi (Napoli), praticamente a ridosso della stazione centrale dei treni. Da qui, con imbarco sui freccia rossa, raggiungerebbero la regione Lombardia. 

Coloro che invece intendono raggiungere la Lombardia con la loro autovettura, devono impegnare la viabilità di uscita varcando uno dei due cancelli previsti dal piano di evacuazione  e che riportiamo integralmente come da documento comunale: il primo cancello di uscita (G04) è quello stradale di Monte Rusciello Sud, direzione Roma; il cancello coincide con l’ingresso in Domitiana (SSQuater) in direzione Roma, da Via Monte Rusciello. Il secondo cancello invece (G05), è quello di Cuma Averno, direzione Roma; il cancello coincide con l’ingresso in Domitiana (SSQuater) in direzione Roma, da Via Monte Nuovo Licola Patria, poco dopo il bivio per Toiano. Nelle indicazioni del manuale comunale, si legge poi che entrambi i cancelli lavorano per 48h, considerando il funzionamento del G05 spostato su Agnano nelle prime 4h (dopo le 12h di preparazione dopo la dichiarazione di Allarme) e nelle ultime 8h su 48h previste…(?) 

Questo piano di evacuazione contiene dei nodi operativi indistricabili molto condizionati e a tratti insormontabili. In altre parole assegnare un orario per essere trasferiti o per impegnare la viabilità evacuativa, è una opzione che si può utilizzare nelle gite scolastiche o in una condizione di pericolo impercepibile e certamente lontano dal divenire. Le problematiche legate al rischio vulcanico invece, sono racchiuse proprio nella incertezza predittiva e nella percepibilità o meno del pericolo da parte dei cinque sensi. Se l’evacuazione avvenisse in una condizione di pericolo latente e non manifesto, potrebbero esserci le condizioni per tentare lo scaglionamento e gli appuntamenti previsti dagli strateghi della protezione civile. Ma la condizione di pace deve essere assicurata senza interruzione per almeno 72 ore, quelle necessarie, secondo le autorità, per l’evacuazione assistita. Se invece la percepibilità del pericolo è plateale o comunque incalzante,  non c’è appuntamento e scaglionamento che tenga: i cittadini si riverserebbero contemporaneamente sulle arterie prescelte secondo le loro logiche di aggiramento degli ostacoli e primeggiatura nell’assicurarsi il transito ai nodi stradali più critici, e altri che ben difficilmente aspetterebbero un autobus alla fermata o al terminal… 

Il secondo nodo che cozza con le logiche e con le strategie di un serio piano di evacuazione è anche un altro: prevedere di spostare addirittura la metà dei cittadini di Pozzuoli con autobus verso la stazione di piazza Garibaldi (Napoli), è una vera stravaganza operativa degna delle filosofie del carteggiare. La stazione di Napoli rientra nell’area gialla, in una misura abbastanza promiscua alla zona rossa flegrea; una zona quella gialla, dove atti del governo avvertono del pericolo rappresentato dalla caduta di cenere e lapilli. 

Parliamo di un fenomeno, quella della pioggia dei piroclastiti, che si manifesta da subito con l’insorgere  dell’eruzione, ed ha un incremento di deposito pari a circa 15 centimetri ora o forse più. In queste condizioni la parte della popolazione napoletana stretta tra la zona rossa e la stazione centrale di Napoli compreso il comprensorio, probabilmente ricadrà interamente in zona rossa 2, cioè da evacuare alla stregua della zona rossa flegrea che conosciamo. Teoricamente non si dovrebbero mandare gente e bus in un agglomerato urbano che dovrebbe essere classificato come zona altrettanto rossa da evacuare alla diramazione dell’allarme. Questa osservazione di taglio operativo potrebbe essere confutata solo dall’autorità scientifica, probabilmente la commissione grandi rischi, che dovrà definire quale parte della zona gialla dovrà essere considerata rossa ai fini dell’evacuazione preventiva. Francamente le autorità scientifiche stanno tardando troppo a pronunciarsi, cagionando grosse lacune nei carteggi operativi che ci sembrano tanto teorici per non dire altro…






sabato 19 dicembre 2020

Rischio Vesuvio e pericolosità: la zona rossa, la zona gialla e la zona blu...di MalKo

 

Vesuvio

Chi cerca notizie sul Vesuvio, il più delle volte lo fa perché è attratto dagli elementi storici e naturali e archeologici che affollano il comprensorio dell’arcinoto vulcano, così come un vivo interesse lo profondono pure i ricercatori interessati a quei fattori di taglio tecnico - scientifico che sono alla base della suddivisione in zone diversamente pericolose del perimetro vulcanico. Ebbene, questa classificazione è stata fatta in base ai fenomeni che possono interessare una vasta porzione della plaga vesuviana, tenendo in debito conto il principio che ogni eruzione presenta una fase espulsiva e poi di deposito dei materiali magmatici.

Analizzando i prodotti piroclastici ammassati al suolo tutt’intorno al vulcano e alle diverse profondità e distanze, è stato possibile determinare con una buona approssimazione l’intensità eruttiva delle passate eruzioni storiche e protostoriche, e i chilometri percorsi dai flussi piroclastici scivolati a valle e dalla cenere e lapilli dispersi in atmosfera e guidate dai venti.

L’analisi dei fenomeni passati è determinante, perché il presupposto che indirizza i tecnici della sicurezza nelle loro analisi protettive, è il concetto che ciò che è successo centinaia di anni fa può ripetersi nel futuro, anche se i tempi della ciclicità degli eventi eruttivi non sono costanti per le innumerevoli variabili che entrano in gioco nelle dinamiche profonde del magma.

I fenomeni attesi in seno a un’eruzione del Vesuvio, dipendono molto dall’indice energetico di esplosività vulcanica (VEI), che può avere un valore di 3, 4 o anche 5 che è quello massimo conosciuto, corrispondente in quest’ultimo caso a uno stile eruttivo pliniano simile a quello che nel 79 d.C. seppellì letteralmente la cittadina di Pompei.

Di che tipo sarà la prossima eruzione e quando si manifesterà, sono due domande a cui oggi non è possibile dare una risposta. Purtuttavia il magma per assurgere in superficie presumibilmente dovrà farsi strada tra vecchi e nuovi percorsi, con una velocità d’infiltrazione che produrrà una serie di prodromi che saranno probabilmente colti con un anticipo, speriamo utile, per lanciare allarmi. Nel novero delle possibilità purtroppo non si può escludere neanche il falso allarme o il mancato allarme, statisticamente meno probabile.

Per quanto riguarda l’indice di esplosività vulcanica (VEI), non è possibile predeterminarlo in anticipo, perché i volumi delle masse magmatiche in gioco e con esse la chimica e la fisica che le contraddistingue, sono fattori gelosamente racchiusi nelle irraggiungibili profondità terrestri. Lì dove è incassato il magma infatti, neanche le prospezioni più tecnologiche e innovative riescono ad oggi a sondare il chilometrico sottosuolo per dare un preciso valore tridimensionale e quindi volumetrico alle rocce semifuse. In assenza di dati di dettaglio quindi, le attività di previsione sull’intensità eruttiva rimangono una disciplina incompiuta.

Volendo analizzare solo i fenomeni a maggiore pericolosità, cioè le colate o flussi piroclastici e la pioggia di piroclastiti, bisogna tenere in debito conto la tabella sottostante, che dimostra come l’impossibilità di determinare in anticipo l’indice di esplosività vulcanica, determina un vulnus operativo delle strategie e delle tattiche protettive da adottare o già adottate.


Le colate piroclastiche sono incontenibili e si caratterizzano per un notevole dinamismo distruttivo di ammassi roventi similmente valanghivi, che calerebbero dal monte per effetto del collasso della colonna eruttiva, che più in alto si spingerà e tanta più energia potenziale dovrà smaltire. Il calore insito in questa valanga surriscaldata, riuscirebbe a vaporizzare repentinamente qualsiasi essere umano per effetto delle elevate temperature del particolato dilagante. Questa caratteristica dell’eccessivo calore, rende improponibili in zona rossa difese individuali a mezzo maschere antigas che si fonderebbero insieme al corpo da proteggere, o anche misure collettive di protezione all’interno di edifici o ricoveri non progettati e collaudati per un siffatto utilizzo in condizioni estreme. A tal proposito valga la considerazione che, pur se l'Ospedale del Mare ubicato in zona rossa (Napoli – Ponticelli) è di possente fattura antisismica, alla stregua di tutte le altre strutture esistenti nella zona rossa, non offre protezione ai flussi piroclastici, e quindi la sua collocazione in quel luogo è progettualmente sbagliata.

Le zone dove il pericolo è massimo e quindi la sopravvivenza non è garantita in caso di eruzione, vengono chiamate zone rosse. Il Vesuvio ne ha due di zone rosse: la zona rossa 1 (R1) e la zona rossa 2 (R2). La zona rossa 1 è quella invadibile dalle micidiali colate piroclastiche. Nella zona rossa 2 invece, quella che per calcoli statistici si protende verso est, c’è da aspettarsi una sostenuta pioggia di cenere e lapilli che renderebbe la respirazione più che problematica, la circolazione impossibile, e la visibilità risulterebbe ridotta a qualche metro. I tetti piani a causa dei sovraccarichi sulle coperture dovuti agli accumuli di cenere e lapilli potrebbero crollare, così come i solai sottostanti.

Per la pioggia di piroclastiti occorre dire due cose: la prima è che il fenomeno è insito in qualsiasi tipologia eruttiva al Vesuvio. Il secondo elemento che dovrà avere il giusto risalto operativo è legato ai tempi di concretizzazione dei fenomeni letali. Ebbene la pioggia di cenere e lapilli è coincidente con l’inizio dell’evento eruttivo, mentre i flussi piroclastici sono appena più tardivi ma molto più distruttivi. Questo spiega perché sia nella zona rossa 1 che nella zona rossa 2, in caso di allarme eruttivo l’evacuazione preventiva è assolutamente necessaria.

Al di fuori della zona rossa c’è la zona gialla che si estende prevalentemente e statisticamente verso est, dove sono previsti medi e forti disagi, soprattutto in danno di quei territori ubicati sottovento al Vesuvio e che si trovano in linea con i venti predominanti: nella zona gialla non si possono escludere eventuali e mirate evacuazioni. Trattandosi di materiale di ricaduta trasportato e orientato dal vento però, qualsiasi valutazione di pericolosità o disagi estremi, dovrà essere fatta con eruzione in corso.

In seno alla zona gialla, a nord del Vesuvio, c’è anche la zona blu di sovrapposizione, dove sono possibili, in caso di eruzione, intensi allagamenti con fiumane di fanghiglia che scorrerebbero dal Vesuvio nelle normali linee d’impluvio verso la conca nolana. Per il forte ruscellamento dovuto alle acque espulse dal vulcano, salterebbero le coperture degli alvei e si formerebbero accumuli acquiferi nelle aree di confluenza dei rii, fino a raggiungere altezze di circa tre metri.

I problemi di sicurezza che gravano sull’area vesuviana, sono innanzitutto legati all’incertezza predittiva dell’eruzione vulcanica e a quella sull’intensità eruttiva. La previsione infatti, dovrebbe formularsi almeno tre giorni prima dell’insorgere delle dirompenze eruttive, con una tempistica che eviti possibilmente falsi allarmi o mancati allarmi. Per quanto riguarda la previsione dello stile eruttivo, le autorità di Protezione civile hanno deciso di assumere su basi statistiche, come eruzione di riferimento per i piani di emergenza, un evento medio sub pliniano VEI 4 e non quello massimo conosciuto VEI 5. Questa decisione che ha l’avallo della commissione grandi rischi è molto responsabilizzante, ancora di più se la dirigenza dell’Osservatorio Vesuviano ribadisce che il passare dei decenni e dei secoli non portano a rivalutare l'intensità eruttiva che rimarrebbe immutata (VEI4) nel tempo, almeno fino a quando nuove scoperte scientifiche non ribaltino questa prospettiva ottimistica. Se queste dichiarazioni non dovessero poggiare su presupposti scientifici molto solidi che in ogni caso contrastano con la letteratura a tema vigente, potrebbe verificarsi, in caso di allarme, la possibilità  statistica di un successo evacuativo con annessa catastrofe vulcanica.

Vesuvio: evidenza delle zone a diversa pericolosità













domenica 13 dicembre 2020

Rischio eruttivo Vesuvio e Campi Flegrei: la protezione che non c'è... di MalKo



Il Covid 19 da buon parassita non poteva che produrre una catastrofe sanitaria, soprattutto in una società senza un’idea anti pandemica, con non poche strutture di assistenza medica smobilitate negli ultimi decenni, e con personaggi neanche capaci di mettere a posto le carte, figuriamoci la salute.

L’odissea delle mascherine che si producevano ahinoi solo fuori dai confini nazionali, ci hanno disorientato e appiattito nei primi momenti, sull’unica opzione preventiva possibile che era quella di non uscire e tenere materialmente la bocca chiusa. Per mesi ci hanno ammorbato con disquisizioni assurde circa l’utilità o meno delle mascherine, che in ogni caso non c’erano. La bocca anche molto aperta l’hanno tenuta e la tengono invece epidemiologi, virologi e infettivologi e similari, che occupano il piccolo schermo, molto spesso elargendo opinioni e indicazioni completamente diverse le une dalle altre, anche se ultimamente stanno aggiustando il tiro evitando esternazioni iperboliche più che imbarazzanti per tutti. Vi sembrerà strano, ma riteniamo questa inflazione televisiva medico scientifica preferibile al pensiero unico del soggetto istituzionale e governativo, al maschile o al femminile che, con tono misurato, appare in pubblico per dire che è tutto sotto controllo e che sui blog fanno solo allarmismo.

L’articolo pubblicato online dalla giornalista Selvaggia Lucarelli sulla testata TPI.it. è molto interessante e inizia così:<< il professor Antonello Ciccozzi insegna antropologia culturale all’Università dell’Aquila. Dopo il devastante terremoto che colpì il capoluogo abruzzese nel 2009, coniò il termine “rassicurazionismo”, poi inserito nel dizionario Treccani. L’occasione fu la sua consulenza tecnica al processo alla Commissione Nazionale per la Previsione e la Prevenzione dei Grandi Rischi, processo che costò la condanna a due anni a Bernardo De Bernardinis, allora vicecapo della Protezione Civile>>.

Il rassicurazionismo è quella pratica che normalmente trova ampio spazio applicativo nell’ambito governativo e delle istituzioni pertinenti, che anche senza istruzioni mirate sanno e si adoperano acchè si attenuino gli stati ansiosi delle popolazioni, soprattutto a ridosso di una condizione di pericolo difficilmente affrontabile in via preventiva e operativa che possa portare disordine pubblico. La gente infatti, vorrebbe vivere in un contesto di permanente protezione, o almeno rassicurazione, avendo la sensazione se non la certezza, che c’è un grande fratello statale che veglia diuturnamente sul loro sonno e con le migliori risorse umane e tecnologiche possibili.

L’Osservatorio Vesuviano è una struttura appunto statale che ha compiti di ricerca e di sorveglianza vulcanica, che non disdegna di esercitare anche la pratica del rassicurazionismo, soprattutto perché, contrariamente all’affollata componente medica che ha sul collo la pandemia, praticamente svolge indisturbato questo ruolo di front office in un clima di pace geologica, appena disturbato da qualche brontolio, e più ancora da qualche sussulto soprattutto nell’area flegrea. Con incalzanti crisi sismiche sarebbe tutto un altro discorso... Le diverse amministrazioni statali e regionali e comunali, che dovrebbero vedersela coi vulcani sopiti, preferiscono contemplare l’ipotesi eruttiva medio bassa sussurrata dall’INGV, che essendo dieci volte inferiore al massimo evento conosciuto (eruzione Pompei), offre maggiori chances di mediazioni tra economia, pericolo e tutela: della serie rischio accettabile, ovvero analisi costi benefici. Con questo modus operandi, la scala dei disastri allora potrebbe anche salire e coglierci totalmente impreparati, vanificando qualsiasi organizzazione evacuativa che intanto non c’è e se c’è è tarata sul medio evento. Non presentandosi il manifesto e percepibile rischio eruttivo, le maestranze istituzionali lasciano correre qualsiasi affermazione negativa proveniente dal basso su scenari e piani di emergenza, senza neanche soppesarla.

In realtà ogni affermazione allarmista o rassicurazionista dovrebbe poggiare su una solida analisi scientifica del problema, e soprattutto sulle alternative possibili in risposta ad ogni incognita. Quindi il discorso sul rischio vulcanico dovrebbe avere un’inquadratura diversa dal solito target minimalista o allarmistico. Se il pericolo non è quantificabile energeticamente e neanche temporalmente, per migliorare la nostra posizione di grande fragilità zonale, la soluzione alla fine dovrebbe essere quella di andarsene dal territorio vulcanico: l’emigrazione a dirla chiara o lapalissianamente, sarebbe la formula bruta della sicurezza.

Ovviamente questa strategia di uscita (exit strategy) piuttosto tranchant, avrebbe una sua percorribilità, in assenza di prodromi percepibili dai sensi, solo se il nucleo familiare per più motivi abbia in serbo di andarsene fuori dalla zona rossa. Diversamente la pratica del trasferimento familiare potrebbe essere una opzione sofferta ma molto utile per chi non ha remore per i cambiamenti, ed ha una forma mentis molto lucida su quella che dovrà essere l’organizzazione familiare del proprio futuro. Per la stragrande maggioranza delle famiglie invece, che ha relazioni e lavoro stabile in zona rossa, decidere di andare via è molto più difficile perché alla quantità della vita potrebbe non corrispondere una congrua qualità della vita stessa.

Per mitigare il rischio vulcanico senza per questo uscire dalla zona rossa, l’alternativa per garantirsi un minimo di protezione in più, dovrebbe essere quella di non risiedere nelle zone mediane di pericolo del perimetro a rischio, preferibilmente occupando un posto in periferia e ad occidente, possibilmente lontano dagli addensamenti abitativi che sono una variabile assolutamente negativa a fronte di qualsiasi elemento di pericolo geologico, climatico o di natura antropica.

Proprio stamani sulla rivista online Open, a proposito della pandemia si legge che non c’è mai stato un piano operativo. E ancora si legge che le scartoffie esistenti contenevano unicamente «linee guida generiche molto distanti da quello che dovrebbe essere un piano pandemico». Come nel caso dell’organizzazione anti covid, anche nel vesuviano e nel flegreo non c’è un utile piano di protezione civile a fronte del pericolo eruttivo. In caso di allarme, la nostra impreparazione potrebbe essere platealmente e drammaticamente e catastroficamente evidente, e tutta la questione e la gestione dell’emergenza vulcanica, andrebbe ad offrire ampi spunti all’interno della trasmissione di Sigfrido Ranucci (Report), o in quella di Non è l’Arena con l’inviato Lupo che si si sposterebbe su paesaggi lunari. Come la pandemia però, le inchieste arriverebbero sempre a posteriori, ed esperti mai visti prima o mai prima espostisi con le loro teorie, darebbero lezioni di prevenzione e di vulcanologia, con un’attenta analisi della catena degli eventi che ha portato al disastro, bacchettando ed assolvendo con quelle famose e collaudate tecniche di dietrologia, frutto del senno del poi, quegli attori istituzionali muti e inattivi spettatori della sicurezza pubblica. Verrebbero tutti assolti come successe alla commissione grandi rischi, dove i giornalisti più accreditati tirarono in ballo la bufala che si stava svolgendo un processo alla scienza degno dell’inquisizione, un'artata campagna a favore della protervia istituzionale...

Che un’eruzione ci colga improvvisamente è improbabile. Che ci colga prima del previsto, cioè con un margine temporale inferiore alle 72 ore è ancora improbabile. Che diffondano un allarme eruttivo molto in anticipo sui tempi eruttivi è piuttosto probabile. Che lancino un allarme evacuativo seguito dall’eruzione dopo qualche giorno dalla desertificazione della zona rossa è un miracolo. Per gli esperti la previsione dell’evento vulcanico è più difficile nei Campi Flegrei che non al Vesuvio. Neanche le più innovative tecniche di monitoraggio delle plaghe vulcaniche hanno la capacità di accrescere la diagnosi predittiva dell’eruzione, perché storicamente non si ha una congrua sequela di dati archiviati nel corso dei millenni: i vulcani li conosciamo da ieri...

Il piano di emergenza e di evacuazione a fronte del rischio vulcanico campano, è un assemblato di carte dal taglio teorico ma per niente operativo. La risposta reclamizzata dalla protezione civile nazionale e regionale e comunale sembra di pura facciata senza certezze sull'efficacia delle misure generiche che si intenderebbero prendere in caso di necessità. La totale disorganizzazione del modello anti pandemico, alla stregua può suggerirci cosa succederebbe in caso di allarme vulcanico, dove la salvezza può solo provenire dai falsi allarmi che salverebbero ma alla lunga stancherebbero.  Il recovery fund porterà miliardi che cadranno su un terreno sterile pieno di ortiche che ci porterà a consumare concime, acqua e Sole senza che fiorisca alcunché. Richiamando un pensiero affine all'ideologia mazziniana, la felicità in terra è tutta racchiusa nel buon funzionamento delle istituzioni: si vanghino questi poderi allora... 













venerdì 23 ottobre 2020

Rischio Vesuvio: la zona rossa è di garanzia?

 


Per chi segue le vicende del rischio Vesuvio, occorre dire che nell’attualità il dibattito scientifico e giornalistico che ruota intorno al famoso vulcano è totalmente assente, perché tutta l’attenzione dei media è concentrata sul Covid 19, la pandemia che sta fustigando il mondo intero con le strutture sanitarie in ginocchio e la popolazione mondiale allarmata e disorientata.

L’apparato vulcanico del Vesuvio, come si evince dai tracciati sismici, di tanto in tanto subisce scuotimenti dovuti a terremoti a bassa e bassissima magnitudo con il rilascio di energia equivalente inferiore a una tonnellata di tritolo: valori, generalizzando, che non cagionano danni. Di contro però, attestano ineluttabilmente che il Vesuvio è ubicato su una vasta camera magmatica che ricordiamo non è un bacino chiuso. Questo significa che i contenuti di magma incassati nelle profondità chilometriche dell’apparato vulcanico, presumibilmente dovrebbero variare con il tempo. Intanto nessuna ricerca fino ad oggi è riuscita a dare un preciso rilievo tridimensionale alle sostanze incandescenti presenti nelle viscere del monte, onde consentire con precisione di valutare con quanti chilometri cubici di materiale magmatico potremmo avere a che fare un domani. Questo significa che non è possibile pronunciarsi sulla misura energetica della prossima eruzione, che non sappiamo se sarà esplosiva e soprattutto quanto esplosiva; e poi non sappiamo se riusciremo a cogliere con netto anticipo i prodromi pre eruttivi che non siano un falso allarme, e se il traffico stradale ci consentirà di allontanarci velocemente dal pericolo. Ed ancora non sappiamo se il piano di evacuazione quando sarà completato riuscirà a soddisfare d’appieno le necessità di sicurezza dell’area vesuviana. Queste sono solo alcune delle domande che un giorno cattureranno la nostra attenzione o quella dei posteri, che si scontreranno, statene certi, contro un muro di dubbi a fronte delle impellenti necessità del sopravvivere.

Riallacciandoci con qualche analogia alle problematiche da Covid 19, sembra che nessun governo nazionale e mondiale abbia mai stilato un piano per fronteggiare una pandemia seria come questa. Il Covid 19, dopo una prima ondata di aggressività sugli anziani, ha diviso gli scienziati che si sono espressi sulla letalità dell’epidemia. Alle porte dell’estate, secondo alcuni luminari il virus era morto e sepolto; altri lo definivano oramai cambiato e quindi innocuo come un raffreddore, ma c’è stato pure chi ha avvertito di una recrudescenza dei contagi con modalità particolarmente pervasive da attendersi in autunno. In effetti mentre il mondo cinematografico aveva largamente previsto la drammaticità di una minaccia pandemica, il mondo reale, quello fatto di politici e scienziati ed esperti e opinion leader, neanche avevano lontanamente immaginato che potesse verificarsi un incubo simile: da ciò ne è derivato una impreparazione pressochè totale. 

Un’esplosione pliniana del Vesuvio, evento raro ma non escludibile dagli annali del possibile, è un argomento in questo caso poco dibattuto fra gli scienziati, con prese di posizione fatte di farfugliamenti a bassissima voce. La classe degli esperti istituzionali preferisce infatti parlare a voce alta per esprimersi sui sistemi di monitoraggio sempre più tecnologici e da finanziare, e sui piani di emergenza e di evacuazione, dando in pasto all’opinione pubblica indizi di certezze sulla previsione dell’evento, offrendo poi esercitazioni di protezione civile che hanno la stessa utilità di una lampada abbronzante ai tropici.  I dati geologici ci provengono dall’organo istituzionalmente competente che è senza ombra di dubbio l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), mentre per la parte tecnica e politica le indicazioni sono tutte del Dipartimento della Protezione Civile e della Regione Campania. L’INGV, anche attraverso la sua diramazione scientifica costituita dall’Osservatorio Vesuviano, ha concluso che la massima eruzione attendibile al Vesuvio è tuttalpiù di taglia sub pliniana, mentre quella più probabile è di tipo ultra stromboliana (VEI3). La pliniana è innominabile, perché, sussurrano, ha un indice di probabilità di accadimento praticamente zero. Stranamente un documento firmato da due ex direttori dell'Osservatorio Vesuviano davano una probabilità eruttiva VEI 5 all'11%.


Per quanto riguarda la possibilità che con i decenni e poi con le decine di decenni e poi secoli, il Vesuvio possa aumentare la sua latente energia eruttiva e distruttiva, la direttrice dell’Osservatorio Vesuviano (INGV) ebbe a precisare qualche anno fa, che non è il trascorrere del tempo che rende più pericoloso un vulcano come il Vesuvio, bensì solo nuove scoperte capaci di modificare quelle conoscenze scientifiche che hanno consentito nell’odierno di classificare l’eruzione  di tipo sub pliniana (VEI4) come l’eruzione massima di riferimento per i piani di emergenza.  Se per nuove scoperte s'intende la precisa calibrazione della massa magmatica in aspettativa nell'omonima camera, come già anticipato prima, non c'è una tale inappuntabile quantificazione, ma di certo l'eruzione pliniana del 79 d.C. pescò magma dalla camera superficiale (4-5 Km.), ma soprattutto da quella profonda (8-10 Km.) poco perscrutabile... Il dibattito scientifico dovrebbe incominciare a chiarire l’importanza di queste due camere nelle dinamiche magmatiche esplosive, che forse hanno ruoli diversi nelle diverse tipologie eruttive.

È nella normalità delle cose che se il mondo scientifico certifica addirittura come deterministica una previsione di eruzione massima attesa non superiore a un indice di esplosività vulcanica VEI 4, i tecnici del dipartimento della protezione civile e della Regione Campania hanno impostato le bozze dei piani di emergenza, tenendo in debito conto questa discutibile classificazione per circoscrivere la zona rossa da evacuare. Per meglio inquadrare il problema, si tenga presente che l’estensione della zona rossa ha un raggio correlato all’indice di esplosività vulcanica. Quindi: circa 10 chilometri per una VEI 4, e quasi 20 per una eruzione pliniana VEI5. Occorre anche comprendere che, come i termometri, anche le energie eruttive possono manifestarsi con valori intermedi che nel nostro caso creerebbero problemi, soprattutto se la zona rossa non ha un contorno maggiorato di sicurezza. Da questo punto di vista il caso di Volla è emblematico.


Assumendo per il Vesuvio una zona rossa VEI 4, in pratica si è tenuto fuori dai piani di evacuazione buona parte della città di Napoli ad eccezione dei quartieri orientali (Barra, Ponticelli, San Giovanni a Teduccio). Questa storia di Napoli centro storico invulnerabile alle dinamiche eruttive vesuviane e flegree ci lascia perplessi. Infatti, la zona rossa del super vulcano non comprende come è stato fatto col Vesuvio una zona rossa 2 (R2).  La zona rossa 2 ricordiamolo, è quella parte di territorio che per lontananza sarebbe risparmiata dalle colate piroclastiche sub pliniane ma non dalla massiccia pioggia di cenere e lapilli. La caduta di materiale piroclastico renderebbe impossibile la permanenza in loco per l’immediatezza dell’insorgere dei problemi alla respirazione. E poi ci sarebbero dopo qualche ora criticità alla circolazione dei veicoli, e poi serie complicanze statiche alle coperture dei fabbricati per il sovrappeso di cenere e pomici e lapilli. Questo significa che la zona rossa 2 ha le stesse regole e tempi di evacuazione della zona rossa ordinaria, e che intanto non è stata indicata per la zona rossa flegrea.

Considerato che i venti predominanti soffiano prevalentemente verso est, pur comprendendo che non c’è l’indicazione di un preciso centro eruttivo nella caldera dei Campi Flegrei, riteniamo che una media mediata non possa non comprendere la necessità, all’occorrenza, di un allontanamento preventivo di tutti gli abitanti che affollano il centro storico di Napoli. 

I rischi che si corrono col Vesuvio è quello che anche una riuscitissima previsione dell’evento vulcanico con una efficace evacuazione della zona rossa, possa comportare una catastrofe se l’intensità eruttiva che non è possibile cogliere in anticipo, vada ad assumere i caratteri di una pliniana o similmente pliniana, con le colate piroclastiche che andrebbero ad espandersi ben oltre i limiti attuali della zona rossa cogliendo non pochi spettatori immoti. Anche nel flegreo persiste un problema, e anche qui in caso di allarme, pur se si dovesse raggiungere l’auspicato successo evacuativo, il centro storico di Napoli rischierebbe di essere bombardato dai prodotti piroclastici di caduta che renderebbero dopo qualche ora inutilizzabile la stazione centrale, mentre i marittimi dovrebbero spalare cenere dai ponti dei traghetti e gli snodi stradali e autostradali rischierebbero dopo qualche ora il blocco totale della circolazione.

Alcune diatribe interne all’Osservatorio Vesuviano, così come la querelle sull’epicentro del terremoto di Casamicciola del 21 agosto 2017, la cui localizzazione venne fatta a distanza di giorni; ed ancora il gioco del sapevo e non sapevo sulla trivellazione operata nella zona di Agnano nel giugno 2020, portano a ritenere che la richiesta di alcuni senatori sull’opportunità di commissariare l’INGV per riorganizzare i vertici, sia un'assoluta necessità per riportare il ruolo della scienza lontano dai bisogni non confessati della politica. Le istituzioni non sono meno responsabili però, soprattutto quando si arrogano il diritto di nascondere la verità per non allarmare, mentre in realtà la cautela serve esclusivamente per non rispondere...