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martedì 10 gennaio 2023

Campi Flegrei: in caso di eruzione la Napoli storica attenderà istruzioni ... di MalKo

 
Napoli centro

La caldera flegrea ha un diametro di circa 15 km. Quivi si riconoscono decine di bocche eruttive monogeniche riconducibili alla passata e ultra secolare attività vulcanica fatta anche di eruzioni epocali.  Trattandosi di una zona dove il vulcanesimo è manifestato da una serie di fenomeni collegati direttamente o indirettamente alla presenza di magma nel sottosuolo a profondità chilometriche, un’eruzione rientra nel campo delle possibilità future non quantificabili temporalmente, così come non è possibile neanche definirne in anticipo l’intensità eruttiva. Come se non bastasse, l’indeterminatezza nel flegreo vale anche per il luogo o i luoghi dove l’eruzione potrebbe originarsi.

I flussi piroclastici o le nubi ardenti, sono fenomeni distruttivi insiti nelle eruzioni esplosive, e le zone rosse evidenziano le aree soggette a questo enorme pericolo. Non è dato sapere in anticipo se i flussi che si svilupperebbero nel flegreo riuscirebbero a superare la collina di Posillipo riversandosi sulla Napoli storica. Molto dipenderebbe proprio dalla posizione del centro eruttivo e dall’intensità delle dirompenze: due elementi che di fatto determinerebbero la reale zona rossa oggi misconosciuta.  Da questo punto di vista la peggiore delle ipotesi sarebbe rappresentata da un’eruzione con indice di esplosività vulcanica uguale o maggiore di VEI 4, che andrebbe a concretizzarsi a ridosso dei contrafforti collinari di Napoli, in quartieri come Fuorigrotta o Bagnoli, finitomi ai poggi.

Quindi, se da un lato, a fronte dei flussi piroclastici è lasciata aperta una minima possibilità protettiva della city partenopea affidata alla barriera posillipina, purtroppo non c’è riparo al fenomeno della caduta dei prodotti piroclastici, che non verrebbe influenzato dalla modesta altezza dei rilievi in questione. Quest’ultimo fenomeno poi, si accompagna a molteplici tipologie eruttive: da una ultra stromboliana (VEI3) a una sub pliniana (VEI4) e pliniana (VEI5). Quindi, a meno che non si verifichi un misurato sbuffo, il problema del materiale piroclastico in caduta libera sussisterebbe per una vasta gamma di stili eruttivi.

La cenere e i lapilli e i brandelli di magma proiettati in atmosfera da una ipotetica eruzione flegrea, cadrebbero al suolo a distanze dipendenti dal peso, a partire dal centro eruttivo con linee di trasporto dei materiali più leggeri verso est, cioè sulla città di Napoli. Questa direzione asseverata statisticamente, e già contemplata nei piani di emergenza, è frutto dello studio dei venti dominanti che sembrano prediligere una direzione orientale. Queste conclusioni sono state adottate anche per il Vesuvio con l’individuazione della zona rossa 2 e di quella gialla. I prodotti più fini dell'eruzione, potrebbero invece essere trasportati dalle correnti in quota per decine se non centinaia di chilometri

La Napoli storica quindi, con molta probabilità, in caso di eruzione verrebbe ricoperta da una coltre di cenere e lapilli, con spessori che potrebbero raggiungere i 300 kg. al mq.; in questo caso sussisterebbe il rischio che i tetti piani potrebbero collassare e cedere con conseguenze rovinose pure per i solai sottostanti. L’aria diverrebbe velocemente insalubre, specialmente in danno di bambini e anziani, che in assenza di protezioni soffrirebbero anche per irritazione e bruciori agli occhi. In tali frangenti calamitosi, la visibilità scenderebbe ai livelli della peggiore nebbia. I motori degli autoveicoli si bloccherebbero per intasamento dei filtri, e le auto che ancora arrancherebbero dovrebbero percorrere strade ricoperte di cenere e lapilli e quindi particolarmente sdrucciolevoli. Le coltri piroclastiche potrebbero mascherare insidie stradali. In ogni caso, con la centrifugazione della cenere in aria dovuta alle ruote slittanti degli autoveicoli, l’indice di vivibilità all'aperto sulle strade, peggiorerebbe in modo insostenibile. La situazione diventerebbe velocemente apocalittica soprattutto nelle viuzze strettissime che caratterizzano il centro storico partenopeo. Qui sussistono spesso dei bassi: abitazioni di pochi metri quadrati con accessi diretti sulla strada, luogo da dove occorrerebbe cogliere luce e aria.

Basso napoletano

Secondo il piano di evacuazione messo a punto dalla protezione civile nazionale e regionale, l’evacuazione dei cittadini dalla zona gialla, quella in figura sottostante contigua alla zona rossa, avverrebbe solo ad eruzione in corso e solo parzialmente sulla base della maggiore vulnerabilità dettata dai depositi piroclastici. In tali frangenti, gli strateghi pensano di definire quale parte della zona gialla sarà necessario evacuare. Una strategia che forse richiederebbe l'imprescindibile condizione di preventiva e totale evacuazione dei residenti dalla zona rossa. Infatti, sarebbe oltremodo problematico gestire zona rossa e zona gialla contemporaneamente, tra l’altro con i puteolani orbitanti al centro della zona rossa, e che dovrebbero evacuare verso la stazione ferroviaria centrale, ubicata nel cuore della zona gialla a Napoli - piazza Garibaldi.

Zona rossa e gialla Campi Flegrei

La statistica prevede per la zona gialla flegrea, così come dicevamo, l’accentuato fenomeno della caduta di cenere e lapilli in modo inversamente proporzionale alla distanza dal centro eruttivo, che può essere anche plurimo. Fin dall’inizio dell’eruzione, sarebbero probabilmente messe in ginocchio sia le operazioni di volo dall’aeroporto di Capodichino, ma anche quelle dalla stazione ferroviaria di Napoli centrale.

Con il particolato vulcanico dai differenti diametri diffuso in aria, non sarebbe possibile neanche volare con elicotteri, perché i prodotti silicei dispersi in atmosfera, creerebbero gravi problemi alle turbine che si ritroverebbero con le palette erose e con profili aerodinamici magari sfalsati per effetto della vetrificazione dovuta alle elevate temperature. Ovviamente anche le carlinghe trasparenti verrebbero abrase dalla cenere con una perdita totale della visibilità al parabrezza.

Per visualizzare al meglio le problematiche, torna allora utile lo schema sottostante puramente teorico e non contemplato dalle disposizioni governative. Nella zona rossa 1 il pericolo predominante sono le colate piroclastiche che si caratterizzano per furore distruttivo ed elevate temperature non compatibili con la vita umana. Nella zona rossa 2, nell'odierno non prevista dalle autorità competenti, il principale fenomeno vulcanico da cui e all'occorrenza bisognerà difendersi fin dai primi momenti dell’eruzione, è la massiccia pioggia di cenere e lapilli. In tali circostanze gli accumuli più pericolosi si riscontrerebbero sull’edificato e sulle strade del centro cittadino di Napoli, al punto da lasciar temere il collasso delle coperture dei fabbricati a pianta piana. Nella zona rossa 2 e alla stregua di quanto pianificato per il Vesuvio, dovrebbero valere le stesse regole di evacuazione preventiva previste per la zona rossa 1. Nella zona gialla periferica invece, enormi disagi permarrebbero ugualmente per la pioggia di piroclastiti, magari non intensissima a chilometri di distanza, ma continua, in una misura probabilmente di minore intensità rispetto alla zona rossa 1 e 2, e quindi magari con maggiori possibilità di resilienza o di allontanamento successivo della popolazione dai settori interessati.

Schematizzazione delle zone di pericolo che contraddistinguo il rischio eruttivo ai Campi Flegrei

Se dovessero formalizzare la zona rossa 2 come si auspica, sussisterebbero tra le altre tante necessità, quella di evacuare nella fase di preallarme tutti i pazienti dalle case di cura e dagli ospedali della fascia collinare e centrale, delocalizzandoli verso strutture sanitarie fuori dalle zone a rischio.  Classificare zona rossa 2 ad esempio, quella parte di territorio che dalla linea d'impluvio collinare si estende verso est inglobando alcuni quartieri come Mercato e da lì verso nord fino a Piscinola, consentirebbe nella fase di preallarme l'evacuazione spontanea dei cittadini che per una serie di fattori potrebbero sentirsi maggiormente esposti al rischio vulcanico (case fatiscenti; infermi; bambini; vecchi; malati ecc.). Certamente coinvolgere Napoli centro con procedure emergenziali di ampia portata è forse il più grande problema di protezione civile che abbiamo in Italia e in Europa: d'altro canto difficile ignorarlo...




domenica 11 settembre 2022

Vesuvio e Campi Flegrei: i livelli di allerta e il rebus del preallarme... di MalKo


 

I livelli di allerta vulcanica sono quattro e indicano nell’eventualità, una certa progressione dello stato di disequilibrio (unrest) fisico e chimico del vulcano in esame, il più delle volte manifestato con un incremento dei valori di monitoraggio che non sempre danno la misura esatta della pericolosità vulcanica e della tempistica eruttiva. In tutti i casi, è da queste informazioni strumentali che si parte, per tentare di offrire attraverso l’analisi dei dati, una provvida previsione d’eruzione per mettere al sicuro i cittadini delle zone rosse. 

I rischi insiti nella previsione degli eventi vulcanici, comprendono un minimo e un massimo che spaziano dal mancato allarme al falso allarme: al centro dei due estremi la previsione utile del fenomeno eruttivo. Un ulteriore matrice di rischio per quanto remota e non contemplata, è quella di una eruzione di intensità eruttiva superiore a quella adottata nei piani di emergenza. Questi ultimi infatti, sia per i Campi Flegrei che per il Vesuvio, sono   stati stilati per fronteggiare al massimo un’eruzione tipo sub pliniana, non eccedente un indice di esplosività vulcanica VEI 4. L’eruzione di Pompei del 79 d.C. per capirci, ebbe un’intensità eruttiva VEI 5, cioè circa dieci volte superiore a quella di piano. 



Il livello di preallarme vulcanico (arancione), potrebbe sopravvenire allo stato di attenzione su indicazione della commissione grandi rischi che verrebbe chiamata in causa dal dipartimento della protezione civile. Ovviamente il consesso di esperti vaglierebbe le congetture e i dati raccolti dall’osservatorio vesuviano, che è l’ente deputato al monitoraggio in continuo dei vulcani napoletani. Le eventuali anomalie geofisiche e geochimiche registrabili dall’osservatorio vesuviano, andrebbero girate con un certo indice di riservatezza al dipartimento della protezione civile. Quest’ultimo si avvarrebbe appunto della consulenza della commissione grandi rischi per il rischio vulcanico (CGR-RV) che, dopo aver vagliato i dati, rilascerebbe il suo parere scritto al dipartimento, circa il livello di allerta da adottare. Secondo alcuni disposti legislativi recenti, i contenuti di questi passaggi e delle riunioni, dovrebbero essere meticolosamente verbalizzati, così come i singoli pareri degli esperti. 

Il dipartimento della protezione civile informerebbe tempestivamente il presidente del consiglio che, in seno al comitato operativo della protezione civile, deciderebbe, in forza dell’analisi complessiva del rischio, di diramare o meno il preallarme vulcanico. È appena il caso di ricordare che ci sono differenze tra i livelli di pericolosità e l’indice di rischio: quindi, non ci sono automatismi tra i livelli di allerta e le fasi operative, anche se viaggiano in buona parte affiancati. 

Il livello di preallarme vulcanico, è forse il più difficile da adottare perché ci si muove nell’ambito del nuovo, non essendoci in archivio dati precisi di monitoraggio che riguardano prodromi pre eruttivi delle eruzioni precedenti. Negli annali si possono individuare resoconti scritti di testimonianze orali, così come nell’eruzione di Pompei del 79 d.C. Plinio il Giovane in una missiva a Tacito descrisse l’eruzione ma non i fenomeni che la precedettero. Il sisma del 62 viene spesso tirato in ballo come precursore della pliniana, ma parliamo di molti anni prima della fatidica data del 79. Questo significa che dopo l’eruzione i segnali premonitori lapalissianamente vengono tutti individuati, ma 17 anni prima dell’evento sarebbe stato molto difficile collegare l’evento sismico al Vesuvio come precursore a lungo termine.  In ogni caso questa fase (preallarme) è la più problematica, anche da un punto di vista operativo, perché il piano di emergenza in una condizione dubitativa prevede di demandare direttamente ai cittadini della zona rossa la valutazione personale se abbandonare o meno il settore a rischio eruzione. 

Alla diramazione del preallarme, le autorità, secondo i piani di settore interni alle istituzioni e alle amministrazioni interessate, dovrebbero procedere intanto all’evacuazione degli ospedali, dei penitenziari, degli animali da allevamento e dei beni culturali che si prestano a spostamenti. È interessante notare che esiste anche un patrimonio artistico culturale in mano ai privati, che dovrebbe avere pari garanzie a patto che il bene sia stato censito in anticipo sui tempi, cioè in regime di pace vulcanica, per consentire la pianificazione del trasporto fuori dalla fase emergenziale.



L’informazione sulle situazioni di rischio che una volta era affidata al prefetto, ora rientra nelle competenze dirette del sindaco. I Campi Flegrei sono dal 2012 in una condizione di attenzione vulcanica. Quindi, i cittadini settimanalmente sono messi al corrente dei valori di monitoraggio a cura dell’osservatorio vesuviano, con un occhio particolare ai centimetri di sollevamento, atteso che nel flegreo è in corso il fenomeno del bradisismo. Questi dati di ordine scientifico è possibile reperirli online sul sito dell’osservatorio, mentre quelli di carattere tecnico - operativo, dovranno essere diffusi dal sindaco tramite web, manifesti, totem pubblicitari, o altri canali informativi pubblici, specialmente se le notizie da diffondere riguardano le procedure evacuative e il piano di emergenza comunale. In caso di crisi vulcanica, i bollettini sui dati di monitoraggio verrebbero vagliati in anteprima dal dipartimento della protezione civile. Non dimentichiamo infatti, che la responsabilità della dichiarazione del preallarme e dell’allarme rientra nei compiti della presidenza del consiglio e non dell’organo di ricerca e vigilanza geologica dei vulcani campani (INGV), che non può fornire anticipazioni sullo stato del rischio. 

Alla dichiarazione del preallarme, tutti i cittadini che ne dovessero sentire il bisogno, potrebbero allontanarsi dalla zona rossa che intanto verrebbe presidiata dalle forze dell’ordine ai cancelli stradali prestabiliti dal piano. Tra le cose che i cittadini devono vagliare, c’è appunto questo, cioè che non è possibile una volta allontanatisi, rientrare in zona rossa a piacimento, perché i transiti dalla fase di preallarme in poi verrebbero regolamentati. Il secondo elemento da tenere presente, è che si può passare dal preallarme all’allarme nel giro di ore, settimane o mesi… D’altra parte questo livello di allerta arancio, prevede che i cittadini che si allontanino possano usufruire di un contributo economico statale finalizzato all’autonoma sistemazione. Questo significa che nelle zone rosse già soggette al livello di attenzione vulcanica (giallo), i residenti devono avere ben chiara la loro situazione familiare e l’imprevedibilità dei tempi di allerta, in modo che se dovesse scattare il preallarme, i dubbi sulle cose da fare sarebbero in buona parte argomento già discusso all’interno della famiglia, in modo che ogni decisione nel merito sarebbe rapidamente assunta. 

La fase di preallarme, qualora ci fossero gli estremi temporali per dichiararla, sarebbe di grandissimo aiuto operativo, perché in caso di successiva evacuazione, il numero dei cittadini e di auto da mobilitare sarebbe ridotto anche se non si sa di quanto. L’impossibilità di quantificare i numeri e i tempi in gioco, ha fatto si che nel piano di evacuazione sia stata valutata una condizione di zero allontanamenti di cittadini e veicoli durante la fase di preallarme, che potrebbe non esserci, e quindi la totalità di auto e residenti da evacuare è stata addossata numericamente interamente alla fase di allarme. Dicono che il sistema reggerebbe.

Il piano di evacuazione prevede sia per la zona rossa Vesuvio o per la zona rossa dei Campi Flegrei (molto difficile che avvenga una contemporaneità di allarme vulcanico), che nel giro di 72 ore venga effettuata la completa evacuazione dei settori a rischio. Addirittura la documentazione ufficiale regionale e dipartimentale, assegna alla procedura evacuativa solo 48 ore. Il restante margine di tempo (24 ore), servirebbe, secondo la strategia evacuativa, per prepararsi (12 ore) e per far fronte agli imprevisti (12 ore). 

Possiamo definire la fase di preallarme come una condizione in cui i prodromi pre eruttivi (boati e terremoti), per intensità e durata non sono percepiti o lo sono in una misura poco allarmante per la popolazione. Con siffatta condizione ideale, sarebbe possibile procedere a un allontanamento auspicabilmente in buona parte gestibile. Se invece i prodromi pre eruttivi dovessero essere chiaramente avvertiti dalla popolazione esposta, si darebbe vita a una condizione evacuativa disordinata, caotica e scarsamente gestibile per effetto del panico, e addirittura l’evacuazione potrebbe trasformarsi in spontanea per effetto della percezione sensoriale del pericolo che innescherebbe emulazione collettiva irrefrenabile e senza regole. La massa si muoverebbe allora senza attendere disposizioni dall’autorità comunale o statale. Quindi la differenza tra un piano di evacuazione e uno di allontanamento, è data dalla percezione del pericolo. 






domenica 4 settembre 2022

Vesuvio e Campi Flegrei: il preallarme eruttivo non ha passato...di MalKo

 

Comitato Operativo Protezione Civile Nazionale

Un piano di emergenza a fronte del rischio vulcanico è un documento complesso e soprattutto oltremodo responsabilizzante che richiede una stretta collaborazione tra il mondo scientifico e quello tecnico, onde consentire a chi deve premere il pulsante di allarme (presidente del consiglio), di poterlo fare avendo ben presente il quadro della situazione e del rischio. Per mitigare lo stress decisionale legato a una funzione che implica cambiamenti repentini della normalità su vasta scala, si è messo a punto una tavola di colori che in modo sintetico e intuitivo rappresenta l'incalzare dei sintomi prodromici fino all'eruzione.


I 4 livelli di allerta vulcanica

Occorre subito dire che, per il passaggio da un colore all'altro non c’è nessuna tempistica codificata, tant'è che potrebbero passare mesi, giorni o poche ore, oppure che si salti letteralmente un livello in assenza di stasi perdurante degli indicatori di pericolo. Ad esempio si potrebbe passare dal giallo al rosso direttamente. Una possibilità tutt'altro che remota. D’altra parte i livelli di allerta vulcanica potrebbero anche recedere, ma presumibilmente in tempi lunghi rispetto all'incremento.

La decisione di dichiarare lo stato di preallarme (arancione) vulcanico  è forse la più difficile. La più difficile perché il decisore si troverebbe di fronte a una condizione mai sperimentata prima, né per il Vesuvio e né per i Campi Flegrei. Infatti, non esiste una soglia numerica di riferimento, e quindi non ci sono elementi da comparare per decidere il da farsi. 

La decisione del passaggio di livello verrebbe assunta dalla commissione grandi rischi (CGR), che andrebbe appositamente mobilitata con input del dipartimento della protezione civile. Il Prof. Francesco Dellino, referente di settore (CGR) per il rischio vulcanico, in un’intervista ebbe a precisare che egli opera in contesti dove si accendono discussioni a porte aperte seguite poi da discussioni a porte chiuse. La commissione grandi rischi, concluse, comunica con i verbali che contengono le decisioni finali da comunicare all’esterno. Una di queste decisioni fu appunto quella di assumere l'area circoscritta dalla linea nera Gurioli come zona invadibile dai flussi piroclastici, attestando con tale decisione uno scenario di rischio al Vesuvio non eccedente un evento sub pliniano (VEI4).

La necessità di passare al preallarme o anche al livello di allarme, verrebbe sollecitata dal dipartimento della protezione civile al presidente del consiglio, presumibilmente in un consesso operativo tecnico scientifico, e in ogni caso spetterebbe al premier la decisione ultima di preallarmare o allarmare, sentito pure il presidente della regione Campania. Al riguardo non dimentichiamo che il piano d’emergenza Vesuvio è un piano di livello nazionale, che in fase operativa comporta una mobilitazione generale di enti e istituzioni preposte, insieme a tutte le regioni e a quei comuni a cui spetta dare ospitalità agli sfollati. Non ultimo è un piano che per essere attuato richiede un intervento economico di tutto rispetto.


Il compito di monitorare lo stato dei vulcani campani è a cura dell’osservatorio vesuviano. La cosa che subito viene detta in ogni conferenza o seminario o consesso informativo e formativo, a cui partecipa il pregevole ente, è che diuturnamente il Vesuvio e i Campi Flegrei vengono sorvegliati con strumentazioni ad alta tecnologia, anche di taglio satellitare, e che quindi nulla sfugge agli osservatori. 

Purtroppo la dotazione iper tecnologica che indubbiamente ci rimanda secondo dopo secondo la misura anche micrometrica dei dati geochimici e geofisici dei vulcani, non rappresenta un metodo di previsione degli eventi eruttivi, ma solo il report di una situazione geologica ad horas. Mancano come dicevamo, elementi di comparazione per azzardare una previsione; manca un database  sui parametri strumentali che hanno caratterizzato i prodromi pre eruttivi delle eruzioni passate. Basta pensare, tenendo presente le date degli eventi, che tra le mani abbiamo ben pochi dati e in larghissima misura i periodi storici che hanno accompagnato quelli eruttivi sono senza elettricità, con tutto quello che ne concerne. Infatti, la prima centrale elettrica nacque in Italia nel 1883. Questo ci fa capire che la storia strumentale dei Campi Flegrei e del Vesuvio è decisamente recente.

In ogni caso, ogni singola eruzione ha le sue caratteristiche che si somigliano ma non sono mai uguali. Proprio il Vesuvio è un esempio lampante di questa semplice constatazione, atteso che l'ardente monte ha la prerogativa di materializzare eruzioni effusive dal taglio attrattivo turistico, ma anche eruzioni di portata esplosiva e catastrofica come quella di Pompei del 79 d.C. Lo sterminator Vesevo purtroppo per noi, perché lui fa il suo mestiere, può spaziare su livelli energetici che vanno da un indice di esplosività VEI3, VEI4 ma anche VEI5.

La scienza, quella attuale, non tutta certamente, contrariamente alla passata informazione soporifera e rassicurante, chiarisce timidamente che il mondo sotterraneo non ha un orizzonte visibile, pertanto è inaccessibile e quindi le informazioni che provengono dalle profondità chilometriche, sono indirette e per questo non particolarmente precise. Al di là delle prospezioni elettromagnetiche, ci sono poi le perforazioni, che ci dicono con precisione la natura dei prodotti estratti ai vari livelli di carotaggio: ma il dato non è molto attendibile con l’incremento della distanza orizzontale  dal centro di trivellazione. In tutti i casi le trivellazioni hanno raggiunto al massimo i 12 chilometri che sono ben poca cosa rispetto ai circa 6400 chilometri del raggio terrestre, o comunque ai circa 35 Km. di spessore della crosta.

Gli scienziati con il tempo hanno fissato una serie di parametri dei vulcani, ufficializzando uno stato di quiete quasi “certificata” che in ogni caso non assegna all’area in esame un rischio eruttivo pari a zero. Quindi, il continuo delle misurazioni geofisiche e geochimiche di alcune aree vulcaniche, anche attraverso stazioni automatizzate, ci consentono di registrare eventuali incrementi di elementi significativi, come ad esempio la temperatura, la concentrazione di CO2, CO, le deformazioni, ecc. Questo consente agli scienziati di proporre previsioni eruttive probabilistiche che possono diventare deterministiche (100%) solo in presenza della colonna eruttiva. Anche in questo caso è possibile certificare il giorno e l'ora della ripresa eruttiva, ma non è possibile cogliere la quantità di energia che si sta liberando (VEI), che è un dato tutto sommato che può essere valorizzato con precisione solo al termine dell’eruzione.

A fronte di questi limiti, la presidenza del consiglio dei ministri per tramite del dipartimento della protezione civile, ha emesso un decreto che recita: è bene ricordare che le previsioni di tipo probabilistico, non sono sempre possibili e non per ogni tipologia di fenomeno. Inoltre, queste previsioni sono fortemente condizionate dalla disponibilità di adeguate e numerose serie storiche di osservazioni collegabili all’effettivo verificarsi di eventi.

Per completezza è interessante segnalare pure la direttiva del presidente del consiglio dei ministri (2/2021). Quivi si legge che Le procedure e le attività finalizzate all’allertamento e all’allarme pubblico devono quindi esplicitare, quando e ove possibile, i limiti delle attività di valutazione e decisionali. In particolare, è opportuno dare conto:

  • dei limiti scientifici delle previsioni probabilistiche.
  • della latenza, incertezza e/o indisponibilità dei dati, delle misure e delle     informazioni.
  • del possibile malfunzionamento e/o di disfunzionalità degli apparati e delle reti.
  • del margine di errore derivante dall’imprescindibile discrezionalità delle attività di valutazione e decisionali.
A voler concludere, i livelli di allerta vulcanica indicano il progressivo avvicinamento alla soglia eruttiva di quell'eruzione di scenario che gli scienziati hanno prospettato in sede di analisi per definire l'ampiezza della zona rossa da evacuare.  Se arriveranno le risposte proposte nell'articolo precedente al nuovo direttore dell'osservatorio vesuviano, capiremo meglio lo stato dell'arte, in ossequio al diritto all'informazione e alla sicurezza dei cittadini napoletani.








venerdì 2 settembre 2022

Vesuvio e Campi Flegrei: la scienza tappabuchi (stopgap science)... di MalKo

A sinistra il Vesuvio e a destra il Monte Somma (orlo calderico)

 

Nella percezione collettiva la quiete vulcanica durerà in eterno. Questa affermazione che corrisponde a una sensazione iper ottimistica, consente ai residenti delle zone rosse di affrontare tutte quelle necessità che a volte diventano difficoltà e che caratterizzano il vivere quotidiano, senza subire l’angoscia di questo pericolo immanente che viene relegato in un angolo remoto della mente. Il rischio eruttivo purtuttavia rimane una minaccia seria ma per sua natura non decifrabile, databile e quantificabile, e quindi nulla vieta di credere che il problema potrebbe presentarsi magari a distanza di svariati secoli.

Nei territori del super vulcano dei Campi Flegrei, tra l’altro soggetti al fenomeno del bradisismo, ci sono persone che seguono con moderato interesse i bollettini che segnalano i millimetri di sollevamento dei suoli, agognando una inversione di tendenza che in verità mitigherebbe l’ansia da bradisismo, ma quasi niente toglierebbe alla indecifrabilità del rischio vulcanico che rimane integro. D’altra parte i sommovimenti sismici a bassa intensità che caratterizzano da tempo il flegreo, rimandano al fenomeno bradisismico che in tutti i casi deriva dalla natura vulcanica dei luoghi, con la presenza ad alcuni chilometri di profondità di magma responsabile di surriscaldare gli acquiferi che generano spinte e sussulti in genere localizzati. 

L’autorità scientifica sembra maggiormente propensa a porre interesse al fenomeno del bradisismo piuttosto che al rischio vulcanico. Il problema si ferma al vapore surriscaldato che gonfia i terreni, o questo stato critico dell’acqua non è altro che il sintomo di un corpo semi plastico e rovente che s’insinua lentamente dal profondo o che magari si è insinuato e staziona a pochi chilometri di profondità? Difficile una risposta netta… 

Perforazione ai Campi Flegrei 

A est invece, il Vesuvio troneggia sornione sul Golfo di Napoli, lasciando che i turisti raggiungano la vetta, da dove con meraviglia si gustano un panorama stupefacente che mal si coniuga con una scellerata urbanizzazione accalcata sull’area di base dello sterminator Vesevo. La morsa dei palazzi è asfissiante, e in mezzo a questi l’ardente vulcano sormonta il cemento presentandosi come una sorta di arido giardino metropolitano. I dibattiti degli arrampicatori rinvangano la straordinarietà degli inquietanti calchi umani in mostra nella cittadina pompeiana, così come la sommità del vulcano si presta ad offrire ampi spazi all’immaginazione. Il turista infatti, sovente guarda in aria e poi subito in basso, quasi a voler rivedere quei prodotti piroclastici che nel 79 d.C. ricaddero su Pompei, Ercolano e Stabia, stravolgendo e seppellendo quelle che erano prospere cittadine che oggi sono un eccezionale museo a cielo aperto. 

Il visitatore non può non provare un fremito offertogli dalla permanenza sul monte vulcanico più famoso del mondo. I film che narrano l’eruzione di due millenni fa, certamente contribuiscono al brivido adrenalinico, atteso che rinvangano la tragedia dei flussi piroclastici che nella scena finale travolgono eroi ed eroine. La prima riflessione degli ospiti è sempre la stessa: come si fa a vivere e progettare il futuro  qui sotto al Vesuvio… 

Il Vesuvio e i Campi Flegrei, oggigiorno vengono considerati dalla comunità scientifica e soprattutto dell’osservatorio vesuviano, distretti che non destano grandissimi allarmi anche se al flegreo da dieci anni c'è lo stato di attenzione. D’altra parte la famosa struttura di ricerca e sorveglianza dell’INGV, ebbe a paventare qualche anno fa la buona probabilità che la strumentazione dell’ente possa cogliere eventuali movimenti ascendenti del magma in netto anticipo sugli eventi eruttivi. Per completezza d’informazione bisogna aggiungere che nella pagina web del dipartimento vulcani (INGV), struttura di ricerca nazionale, si precisa che la stima della pericolosità di un vulcano non è mai una valutazione esatta né una previsione deterministica del comportamento futuro: i vulcani sono sistemi complessi la cui struttura profonda è poco conosciuta perché, di fatto, inaccessibile. 

A sinistra zona rossa Campi Flegrei, a destra zona rossa Vesuvio



La logica porterebbe a pensare che chi dice di avere il magma sotto controllo parte dal principio che la sostanza astenosferica, prima di spingersi e aspergersi in superficie, debba risalire per ristagnare a bassa profondità (3-4 km.), per poi accumularsi, e indi per effetto di stimoli pressori, prima o poi dirompere all’aria aperta. Temiamo che non sia sempre così e in ogni caso non ci sono conferme della tappa obbligatoria del magma al terzo piano chilometrico. In tutti i casi e di fatto, il rischio pliniana è stato obliato al punto che il piano di evacuazione è stato tarato per una sub pliniana (VEI4), perché l’osservatorio vesuviano ha rassicurato che non c’è magma a sufficienza nella camera magmatica superficiale per un'eruzione VEI5. Se l'eruzione che verrà fosse veramente e come dicono non eccedente i valori di esplosività VEI4, I maggiori danni si riscontrerebbero nel raggio di circa 7 km. dal centro eruttivo (linea nera Gurioli) con i flussi piroclastici che lambirebbero appena la metropoli partenopea. Pensiamo che queste logiche che riguardano le camere magmatiche potrebbero essere alla base delle argomentazioni prospettate sempre dalla dott.ssa Bianco, quando profferì in seno a una tavola rotonda organizzata alcuni anni fa presso la sede della protezione civile campana, che lo scenario eruttivo VEI 4 non cambierà con il passare dei secoli ma solo con nuove valutazioni scientifiche. 


Vesuvio - linea nera Gurioli: zona a rischio invasione flussi piroclastici
                         
Quello che non viene ben valutato dall’osservatorio vesuviano, è il fatto tutt’altro trascurabile che una affermazione di questo tipo consente alla politica, quella con la pi minuscola, di permettere che in zona rossa vengano realizzati ulteriori insediamenti residenziali: ai Campi Flegrei manca il vincolo di inedificabilità abitativa. Il Prof. Cioni nel 2008 in uno studio asseriva che le eruzioni al Vesuvio possono attingere magma tanto dal serbatoio superficiale quanto da quello più profondo. Questo interessante studio è stato superato? 

In tutti i casi eventuali notizie allarmanti provenienti dai tre distretti vulcanici campani, localizzati tutti nella provincia di Napoli, verrebbero trattati in prima battuta in segretezza e per il seguito dal dipartimento della protezione civile. Le valutazioni predittive dell’osservatorio vesuviano, occorre precisarlo, sono tutte basate su elementi statistici che assegnano ai due vulcani napoletani, in caso di ripresa dell’attività eruttiva, dirompenze non eccedenti le energie di una sub pliniana (VEI4) e probabilmente con attestazioni energetiche da ultra stromboliana (VEI3). L'attuale direttore dell'osservatorio vesuviano, il dott. Mauro Antonio Di Vito, illustre lucano che avemmo modo di conoscere nell'ambito di un corso a Portici, dovrebbe garantire diversamente dal passato, una informazione meno soporifera, magari dicendo chiaramente se le disquisizioni sulle camere magmatiche hanno un senso, e ancora se è vero che lo scorrere del tempo sia ininfluente sulla pericolosità vulcanica, e se l'adozione di scenari eruttivi sub pliniani nei piani d'emergenza siano nell'attualità in linea con il diritto alla sicurezza dei cittadini.

                                                                                            



giovedì 5 maggio 2022

Vesuvio e Campi Flegrei: la previsione dell'eruzione... di Malko

 


Nei Campi Flegrei, alcuni eventi sismici a bassa magnitudo ma con un trend energetico al rialzo, hanno destato non poche perplessità nei 550.000 dimoranti che popolano la caldera del super vulcano flegreo. I residenti si chiedono, senza esagerate apprensioni, se i tempi incominciano ad essere maturi per il passaggio dalla fase di attenzione a quella di pre allarme.

Dal punto di vista delle istituzioni, la direttrice dell’Osservatorio Vesuviano in un intervento rimandato sui social, ha confermato che in realtà quelle flegree sono energie sismiche che si sviluppano per bradisismo e che producono terremoti modesti, anche se a volte vengono avvertiti nettamente nel comprensorio flegreo. Gli eventi, continua la responsabile napoletana dell’INGV, si localizzano prevalentemente intorno ai 2 Km. di profondità, in quella che è l’area sismogenetica compresa tra la Solfatara e le emissioni di Pisciarelli. Gli altri parametri geofisici e geochimici del vulcano, precisa la dott.ssa Bianco, non sembrano denotare variazioni significative. Tra l’altro il monitoraggio in continuo effettuato dall’osservatorio vesuviano, non presenta segnali che possano eventualmente indicare dinamiche ascendenti del magma con annessa possibilità d’innesco di una eruzione. In conclusione, la dirigente rassicura e segnala che Il fenomeno del bradisismo al momento non è correlabile con un aumento della pericolosità vulcanica, ma con l’andare del tempo le deformazioni del terreno potrebbero incidere sulla resistenza statica degli edifici.

Parole perlopiù confortanti e in linea con le FAQ pubblicate nelle pagine web INGV dello stesso osservatorio vesuviano. Quivi la prima domanda ad oggetto giustappunto la previsione degli eventi vulcanici, contiene elementi molto confortevoli, che ad ogni buon conto riportiamo integralmente:

Domanda: È possibile prevedere la prossima eruzione del Vesuvio o dei Campi Flegrei? Risposta. Non è possibile prevedere a lungo termine quando ci sarà la prossima eruzione. Tuttavia, grazie alla sorveglianza del vulcano è possibile rilevare con ampio anticipo l'insorgenza di fenomeni precursori, che generalmente precedono un'eruzione, e procedere all'evacuazione prima che avvenga l'eruzione.

Secondo il nostro punto di vista, la parola ampio anticipo utilizzata dall'osservatorio vesuviano è in contrasto con i contenuti della direttiva della presidenza del consiglio (12/02/2021), che segnala la necessità di pubblicizzare i limiti scientifici delle previsioni probabilistiche. Lo stesso dipartimento della protezione civile però, ripete che le applicazioni di tipo probabilistico sono possibili solo per alcune fenomenologie che caratterizzano i vulcani attivi in forma permanente, ad esempio l’Etna e lo Stromboli. La lettura dell'articolo precedente chiarisce questi aspetti.

Nel campo della previsione degli eventi vulcanici, occorre dire che le eruzioni in genere possono essere preannunciate da fenomeni anche minimi monitorabili da strumentazioni ad alta tecnologia, compresa quella satellitare. Il problema grosso però, è dettato proprio dalla sensibilità degli strumenti, che possono registrare una condizione anche minimale di “irrequietezza” del magma con tutti i suoi prodotti liquidi e gassosi di cui è intriso, che accompagnano anomalie geochimiche e geofisiche, a cui non sempre corrisponde un allarme. Quindi: l’elevata tecnologia può solo anticipare la fase di attenzione, ma nulla può dirci sulla previsione dell’evento vulcanico che rimane ancorato a valutazione e tempistiche tutte umane, corroborate da basi statistiche molto limitate per il Vesuvio e ancora di più per i Campi Flegrei.  

Interpretare allora, è la parola chiave proposta e richiesta alla commissione grandi rischi, che dovrà pronunciarsi, carte alla mano, sui risultati del monitoraggio vulcanico, con responsi difficilissimi da trarre da semplici dati per quanto accurati, che potranno oscillare su un ventaglio di possibilità che partono da innocui riequilibri profondi del magma a possibili e allarmanti condizioni pre eruttive. In tutti i casi non è l’osservatorio vesuviano che decide i livelli di allerta vulcanica, ma la commissione grandi rischi per il rischio vulcanico, atteso che a un livello di allerta superiore ad attenzione (giallo), corrisponde un importante corrispettivo operativo e amministrativo. Ricordiamo ancora una volta che il pulsante per l'evacuazione, quello rosso, è pigiabile solo dal premier: nell'attualità Mario Draghi. Di seguito i livelli attuali stabiliti dall’autorità scientifica:

In realtà, in assenza di soglie limite strumentali di riferimento, riferite a valori numerici codificati, il passaggio ascendente o discendente da uno dei 4 colori illustrati, sono legati a fattori umani. Precisiamo che le uniche due colorazioni che non è difficile determinare, sono quella verde e giallo, perché non prevedono azioni per la popolazione. La più difficile in assoluto è proprio quella del pre allarme (arancione), mentre per quella rossa temiamo prodromi probabilmente avvertiti direttamente dalla popolazione. Una condizione quest'ultima, non contemplata nei piani d'emergenza, ma che può essere la circostanza capace di alterare in negativo i comportamenti umani (panico), con tutto ciò che ne consegue, soprattutto in un contesto evacuativo organizzato secondo formule da gita aziendale. 

La valutazione dei tempi che segnano e accompagnano la previsione eruttiva nei Campi Flegrei e del Vesuvio, nelle carte dicevamo è molto rassicurante. Ampio anticipo riferisce l’osservatorio vesuviano: 72 ore riferiscono invece le istituzioni politiche e tecniche. Il presidente della Regione Campania De Luca, molto pragmaticamente disse che questi tre giorni a disposizione per l’evacuazione potrebbero esserci, ma potrebbero anche non esserci…. In realtà, da un punto di vista strettamente tecnico, se la previsione dell’evento vulcanico fosse possibile in un ambito ottimistico di ampio anticipo, non ci sarebbe nel percorso operativo la fase dubitativa diversamente chiamata di pre allarme, dove i cittadini che ne sentissero la necessità, potrebbero allontanarsi spontaneamente usufruendo pure di un contributo statale di autonoma sistemazione. La fase di preallarme consente in ultima analisi al cittadino, di scostarsi dalle indecisioni scientifiche, assumendo con propria iniziativa la responsabilità di allontanarsi dalla zona rossa.

Quanti terremoti e con quali intensità possono essere interpretati come precursori di eruzioni? E quali sono le concentrazioni di gas e le temperature e le deformazioni limiti del suolo quali sintomi prodromi dell’eruzione? Nessuno lo sa! Perchè le variabili d'intreccio di questi dati, possono essere numericamente considerevoli, ma in tutti i casi con combinazioni mai verificate, per esempio per apparati come i Campi Flegrei la cui ultima eruzione risale al 1538. Non ci sono elementi di comparazione per azzardare una previsione, non solo perché non abbiamo dei database di riferimento che vanno indietro per decine di secoli, ma anche perché ogni vulcano ha delle caratteristiche proprie non sovrapponibili in genere a qualsiasi altro vulcano.

Ci sembra il caso di chiedere un parere al Professor Giuseppe Mastrolorenzo, primo ricercatore presso l’osservatorio vesuviano, molto presente con le sue spiegazioni sui media nazionali e internazionali.

Professore, ai Campi Flegrei come al Vesuvio è possibile prevedere un’eruzione con ampio anticipo?

Se il “largo anticipo“ è inteso come un tempo ampiamente superiore a quello necessario a garantire la messa in sicurezza di tutte le comunità a rischio, la risposta è certamente no. Ho dovuto ricordare, come spesso ho evidenziato, anche con rapporti ad organi Istituzionali e di Protezione Civile, come la previsione di eruzioni, in vulcani, come il Vesuvio e i Campi Flegrei sia impossibile.

L’intrinseca imprevedibilità deriva dalla complessità dei sistemi vulcanici a tutti i livelli, dalla sorgente magmatica alla superficie, dai processi fisici, chimico-fisici a diverse scale spaziali e temporali, che controllano complessi processi di genesi ed evoluzione del magma e della sua risalita verso la superficie.

Tali processi, così come i parametri coinvolti, sono solo ipotizzabili, sulla base delle indagini geofisiche e vulcanologiche, svolte principalmente negli ultimi decenni. A tali limiti, si aggiunge la natura caotica dei processi, la cui evoluzione può variare drasticamente in funzione di minime variazioni dei parametri, fuori dalla portata di qualsiasi indagine scientifica.

In altri termini, anche se la crosta terreste fosse totalmente trasparente e potessimo vedere il magma   e definirne le proprietà in ogni punto, non saremmo in grado di prevedere un’eruzione e la sua intensità.

Ma la crosta è tutt’altro che trasparente, e le nostre conoscenze sono indirette e quasi esclusivamente basate su ipotesi e   modelli descrittivi, spesso in contrasto tra loro, e più o meno sostenute da pochi parametri misurabili. Anche se disponessimo di esperienza diretta di un grande numero di crisi eruttive monitorate in ogni fase, resterebbe comunque imprevedibile una futura eruzione. 

Premettendo una camera magmatica ubicata a circa 8 km. di profondità per entrambi gli apparati vulcanici citati, è assodato scientificamente che il magma prima di assurgere in superficie deve saturare camere magmatiche superficiali ubicate a 3-4 km. di profondità?

Anche il dibattito scientifico riguardo la profondità del magma prima degli eventi eruttivi rientra nella più generale tematica della modellistica vulcanologica, basata su dati indiretti, principalmente di natura magmatologica e geofisica.

Studi sulle rocce vulcaniche di eruzioni avvenute in passato, hanno indotto alcuni autori a ipotizzare uno stazionamento del magma a profondità di alcuni chilometri, per una successiva evoluzione pre-eruttiva. Tale processo è stato ipotizzato principalmente in relazione alle maggiori eruzioni del Somma-Vesuvio, e solo vagamente per i Campi Flegrei e per eruzioni minori.

Per quanto gli studi in merito rivestano un notevole interesse scientifico, sarebbe un vero azzardo affidare la sicurezza di milioni di persone all’ipotesi di un prolungato arresto della risalita del magma ad una profondità intermedia, per un tempo prolungato prima dell’evento eruttivo. La sosta di questa massa magmatica fusa, potrebbe consentirne  la facile identificazione, e quindi in assenza di tali  evidenze, per ragionamento  inverso si è portati ad escludere una eruzione.

Di fatto, quello dell’accumulo superficiale del magma, per lungo tempo, prima di una eruzione, resta solo un modello o un’ipotesi di lavoro, e non deve essere adottato a fini di sicurezza e protezione civile. In  realtà, con le  tecnologie attualmente disponibili,  può risultare critica anche l’individuazione di  un  processo  di  risalita  magmatica,  che  può  manifestarsi   attraverso fratture  nella  crosta,  di  dimensione   di alcuni  metri, ed  evolversi  rapidamente  con sismicità modesta e segnali, quali  deformazioni del  suolo , variazioni di accelerazione di gravità locale, flusso di  gas e di calore, difficilmente rilevabili, almeno  nelle prime  fasi  del processo di risalita ,e  magari  anche   in quelle immediatamente  precedenti l’eruzione  .

Ed è proprio questo, lo scenario che prudenzialmente deve essere considerato, mentre le ipotesi che prevedevano ottimisticamente evidenti precursori e manifestazioni rilevabili della risalita del magma, seppure scientificamente validi, comportano, se adottati a fini di protezione civile, un azzardo inaccettabile.

Contrariamente, lo scenario di una risalita “silenziosa” del magma, attraverso sottili condotti, non rilevabili, attraverso il monitoraggio geofisico e geochimico, comporta la concreta possibilità di un mancato allarme o di un allarme solo a eruzione in corso o imminente. Di conseguenza, anche una evacuazione in frangenti eruttivi, deve essere   considerata e pianificata: questa eventualità non è considerata nei piani di emergenza. La statistica ci pone di fronte all’evidenza di non pochi casi registrati nel mondo, di evacuazioni avvenute con eruzione in corso, dettate da vulcani esplosivi e non, tra l’altro sottoposti a sistemi di monitoraggio avanzati e piani di emergenza mirati.

Il bradisismo flegreo può essere considerato un fenomeno che non riguarda direttamente le caratteristiche vulcaniche dell’area? Se l’ascesa del suolo dovesse continuare bisognerà preoccuparsi dei terremoti e quindi della statica dei palazzi o del pericolo vulcanico che avanza?

L’attività   sismica, associata all’attuale fase bradisismica, costituisce certamente un fondamentale indicatore dello stato e dell’evoluzione del sistema vulcanico, anche se per quanto detto di difficile interpretazione.

Coesistono modelli contrastanti sulle cause e la possibile evoluzione del bradisismo, ma in generale, la sismicità è interpretata come un effetto diretto del rilascio dello stress, prodotto dalla deformazione degli ultimi chilometri della struttura calderica per complessi processi di   circolazione dei fluidi all’interno del sistema geotermico, verosimilmente a causa di modificazioni nel sistema magmatico sottostante e/o della permeabilità dello stesso sistema geotermico.

L’esperienza delle passate crisi bradisismiche, suggerisce che la sismicità, e lo stesso bradisismo, non sono necessariamente precursori di eruzioni. In tempi storici, infatti, l’unico caso di eruzione a seguito di una prolungata   fase bradisismica, è quella del Monte Nuovo nel 1538. Ma è superfluo ribadire, come   nessuna valutazione probabilistica può avere senso per sistemi con così ampie lacune conoscitive.

Circa il rischio direttamente connesso con la sismicità, questo è risultato modesto nelle passate fasi bradisismiche, fino a magnitudo di poco superiori al quarto grado Richter. Ma è evidente, come dati gli elevati valori di accelerazione locale, dovuta alla bassa profondità ipocentrale, nonché alla diffusa disomogeneità dei terreni interessati, si renderebbe necessaria una valutazione accurata delle condizioni statiche degli edifici pubblici e privati, nell’intera area calderica dei Campi Flegrei, dei settori occidentali dell’area urbana napoletana e dei comuni limitrofi.

Il Professor Mastrolorenzo ha espresso con chiarezza il suo pensiero scientifico circa la previsione degli eventi vulcanici e la variante bradisismica. Di questo lo ringraziamo.

Da un punto di vista tecnico invece, occorre ricordare che non ci sono strumenti per quanto tecnologicamente avanzati, capaci di apportare sicurezze matematiche al vivere quotidiano delle popolazioni esposte al rischio vulcanico, tanto nel vesuviano quanto nei Campi Flegrei.

Purtuttavia è necessario avere contezza del rischio areale, ma poi occorre avere pure l’arguzia per comprendere che se da un lato la nostra corsa verso la conoscenza dei fenomeni vulcanici ad un certo punto si ferma per raggiunti limiti conoscitivi, nulla ci vieta di essere civicamente e criticamente presenti sul territorio, favorendo politiche organizzative, strutturali e infrastrutturali, capaci di mettere per quanto possibile in sicurezza la terra dove viviamo. Un territorio quello flegreo, che non potrà essere ancora oltre sovraccaricato di abitanti, magari adottando il prima possibile un vincolo di inedificabilità totale residenziale nella zona rossa, alla stregua di quanto fatto per il Vesuvio. Il sindaco Manfredi intanto deve sciogliere il rebus Bagnoli...





martedì 15 febbraio 2022

Rischio Vesuvio e Campi Flegrei: la probabilità eruttiva... di Malko

 



La direttiva del presidente del consiglio dei ministri pubblicata in gazzetta il 12/02/2021, tratta anche il fondamentale argomento ad oggetto l’allertamento delle popolazioni in caso di pericolo. In questo documento si paventa la possibilità di inaugurare quanto prima e dopo un periodo di prova, un sistema di allarme pubblico con tecnologia Cell broadcast, che consentirebbe di far giungere su smartphone e tablet, un messaggio di allerta zonale. L’anonimo destinatario allertato, dovrebbe mettere in atto tutte le misure di autoprotezione presumibilmente già contenute in dettagliati piani di emergenza comunali, ad oggetto uno o più rischi con cui sta convivendo.

In questa direttiva anticipatrice di tecnologia e nuove linee guida, c’è anche un passaggio che va oltre la semplice raccomandazione, e riguarda la necessità, a proposito delle emergenze, di chiarire i limiti scientifici delle previsioni probabilistiche. E poi evidenziare semmai sussistessero le condizioni, i dubbi relativi alla indisponibilità di dati o di misure precise per quantificare e qualificare il pericolo. Non ultimo occorrerà valutare pure le incertezze statistiche e strumentali che bisognerà aggiungere eventualmente ai possibili errori derivanti dall’imprescindibile discrezionalità umana, in quelle che possono essere le valutazioni e le decisioni che si comunicherebbero alle popolazioni, a fronte di un pericolo potenziale, immanente o manifesto.

Anche sul sito web della protezione civile nazionale a proposito del rischio eruttivo è scritto che:<< è bene ricordare che le previsioni di tipo probabilistico, non sono sempre possibili e non per ogni tipologia di fenomeno. Inoltre, queste previsioni sono fortemente condizionate dalla disponibilità di adeguate e numerose serie storiche di osservazioni collegabili all’effettivo verificarsi di eventi. Applicazioni di tipo probabilistico sono possibili solo per alcune fenomenologie che caratterizzano i vulcani attivi in forma permanente, ad esempio l’Etna e lo Stromboli>>.

Che ci sia un’esigenza di fare chiarezza sulle prerogative decisorie della scienza e della tecnica, ci sembra una necessità scaturita all’indomani degli opinabili pronunciamenti della commissione grandi rischi, che nel 2009 ebbe a sottovalutare gli indizi di pericolosità sismica nell’aquilano. Infatti, una settimana dopo il raffazzonato consesso rassicuratorio degli esperti, inviati in loco più per zittire che per chiarire, il terremoto si presentò implacabile (6 aprile 2009) col suo carico di morti.

Nella direttiva richiamata all’inizio sugli allarmi da indirizzare alle popolazioni, viene sottolineata pure la necessità, ai fini della trasparenza, di conservare i documenti da cui si possa evincere il contesto in cui si è operato, ancorché il modus pensandi et operandi che ha determinato quelle scelte che hanno poi acceso le procedure di allarme pubblico. In altre parole, chi assume delle decisioni importanti per la collettività, ne deve dare meticolosamente conto. Il problema tutto italiano è quello che siamo pronti ad infervorarci e puntare il dito sulle défaillance operative, ma poco o niente ci interessa delle omissioni, in alcuni casi eclatanti, ad oggetto la mancata prevenzione delle catastrofi. La prevenzione non è amata dagli amministratori perché per sua natura non produce visibilità e voti...

Comunicare e ancora comunicare la conoscenza e lo stato dell’arte, è dichiarato come dogma dal coordinatore della commissione grandi rischi per il rischio vulcanico, Prof. Francesco Dellino. Il Luminare in un’intervista (gennaio/2021), ebbe a lanciare un accorato appello affinché con umiltà si comunichi moltissimo e a tutti i livelli, da quelli politici alla popolazione, senza nascondere quello che ancora non si conosce. Premessa diremmo importante e democratica, anche se poi l’accademico delude un poco, ma magari è la prassi, quando precisa che egli opera in contesti dove si accendono discussioni a porte aperte seguite poi da discussioni a porte chiuse. La commissione grandi rischi, conclude, comunica con i verbali che contengono le decisioni finali da comunicare all’esterno.

La commissione grandi rischi (CGR), ebbe a sancire proprio con un verbale, che la linea nera Gurioli rappresentava coerentemente i limiti d’invasione dei flussi piroclastici nel vesuviano, per eventi eruttivi sub pliniani (VEI4): tipologia eruttiva quest’ultima, che la stessa commissione aveva classificato come eruzione massima attesa nel breve - medio termine.

La delimitazione scientifica della zona rossa Vesuvio quindi, con i successivi ampliamenti e distinguo e incongruenze di taglio amministrativo made in Regione Campania, è quella tuttora vigente. Le eruzioni pliniane non sono entrate in nessun onere previsionale, letteralmente sparite dall'orizzonte del possibile, perché secondo la probabilità statistica INGV, condivisa dalla CGR, gli eventi VEI5 sono stati classificati improponibili nel computo degli accadimenti possibili al Vesuvio, e da oggi in saecula saeculorum...

In un consesso tenutosi il 10 aprile 2019 presso le strutture della regione Campania, avemmo a proporre alle massime autorità scientifiche e dipartimentali (DPC) settore emergenze, un invito a varare regole per il riordino territoriale nel vesuviano, in ossequio ai principi di prevenzione delle catastrofi. Questa necessità doveva trovare input nella semplice riflessione che, con l’avanzare del tempo secolare, il rischio che un’eruzione del Vesuvio potesse assumere tipologia sempre più potente e invadente, doveva essere tenuta in debito conto dalle autorità comunali e regionali nella pianificazione degli assetti urbanistici nel vesuviano e dintorni. Intervenire oggi per rendere sicuro il domani, doveva essere un atto di prevenzione moralmente dovuto ai posteri, perché col passare del tempo il rischio di una pliniana non potrà più sottacersi. Nella malaugurata ipotesi che tale possente evento dovesse materializzarsi, pure i residenti ubicati oltre l’attuale zona rossa verrebbero travolti dagli effetti deleteri di una eruzione esplosiva. 

Nel contesto urbanistico contiguo alla zona rossa, nella figura sottostante rappresentato come corona circolare di colore arancio, la densità abitativa è in aumento, perché i primi chilometri a ridosso della zona rossa, vengono ritenuti incautamente sicurissimi. Si tenga presente che la legge 21/2003 non consente nella zona rossa 1 la realizzazione di opere residenziali, quindi l'offerta di alloggi, proviene dalla zona rossa 2 e da quella appunto arancio. Col passare dei decenni questi due settori "ammorseranno" con l'edilizia abitativa la zona rossa1, a tutto svantaggio della politica degli spazi e delle prassi evacuative.   


Nel dibattito conseguente la taglia eruttiva futuribile, la direttrice dell'osservatorio vesuviano affermò che da nessuna parte è scritto che il passare dei secoli possa incidere sull’indice di esplosività vulcanica (VEI). Continuando, l’accademica precisò che l’eruzione di scenario (VEI4) sub pliniana, presa ad esame per la determinazione della zona rossa Vesuvio, può essere diversamente rivalutata al rialzo, solo se le ricerche scientifiche che si svilupperanno in futuro porteranno a conclusioni revisioniste. Il trascorrere del tempo (ultrasecolare), secondo l’esperta è da considerarsi ininfluente sulla qualificazione della futura taglia eruttiva…

Avemmo a precisare alla dirigente, che la teoria dell’intensità eruttiva assolutamente slegata dai tempi di quiescenza, imponeva un urgente aggiornamento della letteratura scientifica vulcanologica esistente, visto che nei libri si recita esattamente il contrario. In questa tavola rotonda erano presenti e silenti pure il direttore operativo per il coordinamento delle emergenze del dipartimento della protezione civile nazionale (DPC), e il dirigente coordinatore per le attività di protezione civile della Regione Campania.  

Alla base di una siffatta teoria rivoluzionaria sulla tempistica millenaria delle dinamiche vulcaniche pliniane, forse c'è il lavoro scientifico pubblicato su Science Advances - 12 gennaio 2022, Vol. 8, Numero 2: opera intellettuale di alcuni ricercatori svizzeri e italiani, finanziati dal politecnico di Zurigo. Nel merito, il 25 gennaio 2022 il giornale il Mattino ebbe a lanciare questo titolo: «Vesuvio, la prossima eruzione devastante tra mille anni». Alcuni ricercatori come Francesca Forni, al riguardo ebbe a precisare:<<Sulla base del comportamento del Vesuvio osservato attraverso l’occhio dei granati durante gli ultimi circa 9 mila anni di attività, ipotizziamo che una futura eruzione Pliniana o sub-Pliniana che coinvolge magmi fonolitici, necessiterebbe di almeno un migliaio di anni di quiescenza>>.

Sul giornale della protezione Civile.it del 26 gennaio 2022 viene fornito qualche chiarimento in più su questo argomento con un articolo intitolato: Il Vesuvio si sta facendo una lunga siesta? Al ricercatore italiano che ha partecipato al lavoro scientifico, Dott. Sulpizio dell’università di Bari, è stato chiesto a cosa hanno portato di concreto le ricerche sulla datazione dei granati:<<Visto che l’ultima grande eruzione del Vesuvio potrebbe essere quella del 472 d.C. o del 1631, quello che ci aspettiamo è che per avere una ricarica di questo tipo e quindi un’eruzione di grande volume e intensità devono passare almeno 1000/1500 anni. Quello che non diciamo è che lo stesso valga per le eruzioni di dimensioni inferiori, come ad esempio quella del 1944 è di un ordine di grandezza inferiore a quelle di cui stiamo parlando". C'è stata l’interpretazione sbagliata che alcuni hanno dato della nostra ricerca. Noi ci riferiamo alle eruzioni pliniane, su quelle minori non possiamo affermare nulla. E anche per quelle più grandi non diciamo che non possa avvenire prima un’eruzione, ma che se estrapoliamo il dato del passato sembrerebbe che abbiamo ancora tempo prima che avvenga una forte eruzione del Vesuvio".

Da un punto di vista tecnico e mediatico, se questa teoria della eruzione pliniana che fiorisce a ritmi più che millenari dovesse consolidarsi, diverse generazioni di napoletani che risiedono e risiederanno fuori dalla zona rossa, ovvero arancio nel disegno sopra, potranno tirare un grosso sospiro di sollievo anche per i mutui bancari accesi. 

In questo ragionamento complessivo sugli eventi naturali particolarmente energetici, qualche tempo fa pure l’ex assessore regionale della Campania per la protezione civile, profferì che non bisogna pianificare avendo come visione gli eventi peggiori, altrimenti per le alluvioni dovremmo valutare il diluvio universale, e sarebbe un problema per tutti quelli che non si chiamano Noè. In verità a noi risulta che il diluvio universale sia stato un evento mitologico, e in ogni caso e alla stregua, sono un problema pure le eruzioni vulcaniche per tutti quelli che non si chiamano Efesto…

Premesso che circa tre milioni di abitanti vivono affastellati a tre distretti vulcanici ubicati nella sola area metropolitana di Napoli, i calcoli statistici legati alla probabilità di eruzione andrebbero fatti magari pure su lunghi periodi di quiescenza, ma inevitabilmente su tre vulcani. Allora tutto ciò che riguarda la vulcanologia, acquista nel napoletano una valenza operativa e mediatica di tutto rispetto per le inevitabili ricadute che tali argomenti potrebbero avere sulla sicurezza dei cittadini. Nell’attualità i partenopei sono accompagnati da una quiescenza di 720 anni per Ischia, 484 per i Campi Flegrei e 78 anni per il Vesuvio. 


A dirla tutta e scientificamente parlando, lo stato dell’arte a  proposito del Vesuvio e dei Campi Flegrei è così riassumibile: con buona probabilità prevedono di prevedere 72 ore prima l’insorgenza delle dirompenze vulcaniche: tecnicamente parlando, la incognita probabilistica si raddoppia…