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mercoledì 24 novembre 2021

Rischio eruttivo ai Campi Flegrei: la zona rossa 2? di Malko

 


La dott.ssa Bianco, dirigente dell’osservatorio vesuviano, in una recente intervista ha chiarito che i terremoti a bassissima intensità registrati nei Campi Flegrei, sono legati al fenomeno del bradisismo che nell’area del Rione Terra ha superato gli 80 centimetri. Non c’è nulla da temere nell’immediato, ripete, così come la bassissima energia dei sismi non dovrebbe preoccupare neanche da un punto di vista della staticità degli edifici, soprattutto se questi non sono particolarmente fatiscenti. Chi vive in quest’area, prosegue la scienziata, in ogni caso deve avere contezza del dove vive, e deve essere pronta ad evacuare all’occorrenza, osservando le istruzioni di un piano di emergenza che, assicura, esiste! Quest’ultima affermazione rilasciata come pillola finale non richiesta di verità inconfutabile, forse è frutto dello zelo, ovvero del senso di appartenenza a un’organizzazione (Protezione Civile), più vasta e interistituzionale, che apprezza il sostegno ideologico al sistema. 

La nota pragmatica riassunta nel verbo esiste, forse serve a rispondere ai detrattori del piano di emergenza e di evacuazione flegreo, visto che qualcuno ritiene il documento di base sottostimato per l’assunzione di scenari eruttivi inadeguati alla incognita vulcanica, e qualcun altro è scettico sull’efficacia di un piano evacuativo basato su criteri tutto sommato da esercizio aritmetico disconnesso dalla realtà territoriale. Che ci sia un corposo dossier agli atti chiamato piano di evacuazione a fronte del rischio vulcanico nei Campi Flegrei, non ci sono dubbi ed è depositato nei cassetti comunali da alcuni anni. Che nelle pagine del piano di “allontanamento” siano indicate le migliori soluzioni per mettere in salvo all’occorrenza i 550.000 cittadini che affollano il flegreo, è opinabile ma non per le istituzioni che rifuggono dalle critiche serrando le file. 

La base di partenza per la stesura di un piano di emergenza, è la determinazione delle fenomenologie pericolose che accompagnano l’eruzione, e le zone dove queste energie deleterie per la vita umana possono abbattersi. A fronte del rischio eruttivo, il Vesuvio e i Campi Flegrei hanno molte similitudini legate alla comune indole esplosiva, come ad esempio la concreta possibilità che si generino correnti piroclastiche e da subito una massiccia pioggia di cenere e lapilli. La zona invadibile dalle correnti piroclastiche (R1), viene circoscritta e inquadrata come zona rossa ad alta pericolosità vulcanica. Il settore (R2), invece, appena fuori portata dei flussi piroclastici e in linea con i venti predominanti che soffiano generalmente e statisticamente verso est, per il fatto di essere sottoposto per un buon tratto alla nutrita pioggia di cenere e lapilli, deve essere parimenti evacuato contemporaneamente alla zona rossa fuoco (R1). Nella mappa in basso rappresentante l’area vesuviana, si nota la zona rossa 1 (R1), la rossa 2 (R2) con qualche buco (n.d.r.), la zona blu a nord e quella gialla ad estensione variabile.



I motivi per i quali si deve abbandonare la zona rossa 2 con la stessa velocità di fuga dalla zona rossa 1, sono racchiusi nell'immediatezza del fenomeno di ricaduta dei prodotti piroclastici, che si depositano al suolo con spessori incalzanti di circa 15 centimetri ora, e la cui diffusione nell'aria comporta una perdita di visibilità, il possibile spegnimento dei motori e severe difficoltà respiratorie e agli occhi per il contatto con minuto materiale siliceo: tutti disagi a gravità variabile, soprattutto in danno a vecchi e bambini. 

La pioggia di piroclastiti sul centro storico di Napoli sarebbe preoccupante, calcolando una modesta resistenza dei piatti solai di copertura dei vecchi fabbricati, così come gli accumuli nelle strade che diventerebbero problematici soprattutto nei vicoli, tra l'altro comprendenti a volte abitazioni striminzite ubicate al piano terra e a fronte strada (bassi). 

Il piano di emergenza dei Campi Flegrei parte con una défaillance iniziale dettata dalla mancata determinazione della zona rossa 2 che non potrà fare a meno prima o poi di essere evidenziata, e che inevitabilmente dovrà comprendere il centro storico di Napoli e con esso i quartieri Pendino, Mercato, San Lorenzo e Vicaria, cioè quelli che ospitano la stazione centrale ferroviaria di piazza Garibaldi. Non si capisce allora  la tattica di salvaguardia, atteso che i cittadini di Pozzuoli non in grado di spostarsi con mezzi autonomi, secondo le indicazioni del piano dovranno essere trasportati con bus dai punti di attesa comunali all’area d’incontro individuata a piazza Garibaldi: da lì gli evacuati dovrebbero proseguire in treno per la Lombardia. L’area d’incontro intanto non dovrebbe corrispondere per strategia con un settore (zona rossa 2) a sua volta da evacuare tempestivamente… 

Nella figura in basso con un disegno esplicativo si è assunto a mo' d'esempio un centro eruttivo corrispondente a uno dei fuochi (a est) insiti nell'ellisse calderica flegrea. Nei documenti ufficiali è pubblicizzata la zona rossa 1 e gialla, mentre manca completamente la zona rossa 2.


La prima regola che doveva varare la politica nel flegreo, doveva essere quella di non implementare i fattori di rischio evitando innanzitutto che nelle zone ad alta pericolosità vulcanica, si continuino ad erigere fabbricati ad uso residenziale. Per l’area vesuviana è stata varata la legge anti cemento 21/2003 a firma di Bassolino: disposti in tutti i casi erosi dall’abusivismo e dai tentativi di mitigare le norme a cura di alcune cordate politiche. Per l’area dei Campi Flegrei, solo di recente “scoperta” come zona vulcanica, sul tema del vincolo anti cemento non si notano interessi civici, ma solo quelli affaristici legati alla spianata di Bagnoli: l’area ad altissimo rischio vulcanico offerta alla speculazione edilizia di lusso. Non ci sono politici che perorano degnamente questa causa perché non porta voti: meglio pubblicizzare le piste ciclabili allora, che hanno estimatori trasversali e il pregio racchiuso in un argomento che francamente non impone serrate battaglie intellettuali. 

Il dato da tener presente è che i Campi Flegrei e il Vesuvio sono posti quasi sullo stesso parallelo, forse su un'unica camera magmatica, a una distanza tra di loro risibile al punto che i due distretti vulcanici sono collegati da un servizio ferroviario metropolitano. In questo caso la statistica degli esposti deve fare i conti probabilistici non già con un solo apparato ma con due. 

Nel documentario Sotto il vulcano, trasmesso da Rai 2, si è palesata una buona organizzazione che comunque ad oggi ancora non supera le incognite del sottosuolo dal punto di vista della previsione delle eruzioni, anche se il documento filmato ha avuto il pregio di essere maggiormente pragmatico rispetto ad alcune dichiarazioni alla camomilla rilasciate da esperti del ramo. Oltre all'INGV e alla commissione grandi rischi, nell'entourage tecnico scientifico e amministrativo metropolitano, si contano figure competenti come la direttrice Bianco dell'osservatorio vesuviano, il prof. Rosi consigliere del Comune di Pozzuoli, il sindaco Manfredi di Napoli e Figliolia di Pozzuoli, così come l'assessore comunale alla protezione civile di Napoli, ing. Edoardo Cosenza, veterano del rischio vulcanico. Ebbene, forse è il caso che dette autorità forniscano elementi sulla zona rossa 2 flegrea, atteso che la prima curva di isocarico delle piroclastiti interessa inequivocabilmente il centro storico di Napoli.






 


lunedì 18 ottobre 2021

Rischio Vesuvio: un pericolo dimenticato... di MalKo

 


Foto aerea dell'interno del cono del Vesuvio

Il pericolo eruttivo dettato dal Vesuvio fu “scoperto” sul finire degli anni ’80 con interlocuzioni sull’argomento intercorse tra le principali istituzioni competenti in auge in quel periodo: la presidenza del consiglio col ministro delegato, la prefettura di Napoli, l’osservatorio vesuviano, i vigili del fuoco e la provincia di Napoli.

La prefettura in quegli anni aveva competenze notevoli sulla gestione delle emergenze, innanzitutto perché il pericolo vulcanico rientrava territorialmente nel piano provinciale d’intervento. Il problema della prefettura ieri come oggi, è che non ha una grande memoria storica se non generalista sui rischi naturali che tratta, perché cambiano i componenti che ruotano tra uffici e sedi, e ogni volta con le nuove nomine bisogna ricominciare tutto daccapo, in un contesto in cui le tematiche vulcaniche vengono troppo spesso sopraffatte da molte e più cogenti necessità quotidiane. La prima regola delle prefetture intanto è quella di non allarmare…

In quegli anni e su input del compianto ispettore regionale dei vigili del fuoco, ing. Alberto d’Errico, cercammo di capire che cosa avremmo potuto trovarci di fronte in caso di eruzione. Intanto c’erano alcuni punti fermi da cui partire per procedere a una disanima della situazione qui riassumibile:

  • non è possibile prevedere deterministicamente il momento delle dirompenze vulcaniche;
  • non è possibile valutare in anticipo la tipologia eruttiva della prossima eruzione al Vesuvio        che può avere carattere ultra stromboliano (VEI3), sub pliniano (VEI4) o pliniano (VEI5);
  • non c’è ombrello o barriera capace di proteggere le popolazioni ubicate in zona rossa dagli   effetti deleteri di un’eruzione esplosiva;
  • non è possibile garantire interventi delle squadre di soccorso con eruzione in corso.

Le chance, oggi come allora, in assenza di pratiche di prevenzione strutturali, sono tutte racchiuse in procedure meramente emergenziali: cioè, in caso di allarme vulcanico, occorrerà spostare in tempo rapidi e a una distanza di sicurezza (d), tutti i cittadini della zona rossa, onde sottrarli dal possibile dilagare delle micidiali colate piroclastiche.


by Malko

Nell’odierno la situazione è quella suggerita dalla prima immagine a sinistra (Fig. A): si noti la totale promiscuità della vita umana col pericolo vulcanico. La figura B illustra invece la tattica di salvaguardia vigente, consistente nell’interporre una distanza di sicurezza (d) tra popolazione e fenomeni eruttivi, ma solo nel momento in cui dovesse palesarsi l’approssimarsi di un’eruzione.

La commissione grandi rischi (CGR), sentito l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e valutata la relazione redatta da un consesso di esperti nominati, è stata chiamata un po’ di anni fa a indicare da quale tipologia eruttiva occorrerà difendersi in futuro: notizia indispensabile per definire i limiti della zona rossa e quindi il numero di cittadini da evacuare che dovranno essere spostati dal centro eruttivo alla distanza (d).

Ebbene, la CGR accettò l’indicazione probabilistica sponsorizzato da alcuni ricercatori dell’INGV, tra cui il Dott. Marzocchi, adottando un’eruzione di taglia VEI 4 come evento massimo alla base dei piani di emergenza. Occorre anche dire che i previsori hanno indicato come eruzione probabile un evento VEI3 (ultra stromboliano) mentre una pliniana VEI5 è stata completamente esclusa dal ventaglio delle possibilità. La Commissione Grandi Rischi con motu proprio ebbe ad assumere la linea nera della ricercatrice Lucia Gurioli, come limite scientifico d’invasione dei flussi piroclastici con energie VEI4. Il segmento curvilineo in questione, fu ricavato da rilievi campali.

Rispetto alla vecchia zona rossa formata da 18 comuni, sono state inserite nel perimetro a rischio piccole porzioni di territorio non prima contemplate, come ad esempio quelle orientali delle municipalità napoletane di Ponticelli, San Giovanni a Teduccio e Barra. Di contro ci sono vaste aree comunali che debordano oltre la linea nera Gurioli (mappa in basso) e che andavano liberate da vincoli di alta pericolosità come suggerì lo stesso consesso di esperti a proposito di Torre Annunziata.

Linea nera Gurioli: limite scientifico di scorrimento dei flussi piroclastici al Vesuvio

L’ex assessore alla protezione civile della regione Campania, Ing. Cosenza, in tutti i casi decise di mantenere i confini amministrativi precedenti della vecchia zona rossa (18 comuni) integrati da tutti i territori ricadenti nel perimetro Gurioli con estensione per le new entry fissata dai consigli comunali. L’innovazione che fu introdotta, fu l’instaurazione della zona rossa 2 da evacuare all’occorrenza con la stessa urgenza prevista per la zona rossa 1. La pubblicità battente fu quella che la regione aveva ampliato di molto la zona rossa da evacuare per motivi precauzionali. Pubblicità progresso diremmo…Nella realtà l’ampliamento è stato solo di taglio operativo (evacuazione), ma non preventivo atteso che i comuni di Poggiomarino e Scafati pur aggettandosi verso l’apparato vulcanico ben oltre i limiti orientali della cittadina di Boscoreale, non hanno controindicazioni all’edilizia residenziale, perché sono classificati a pericolosità vulcanica e non ad alta pericolosità vulcanica (legge regionale 21 del 2003).

In termini operativi occorre tener presente che non sono possibili interventi di soccorso con eruzione in corso: ne consegue, che tutto ciò che è possibile fare per salvaguardare i vesuviani, occorre farlo col supporto delle istituzioni competenti ma ben prima dell’evento eruttivo. Con eruzione in corso, qualora non sia stata completata l'evacuazione, eventuali necessità di soccorso dovrebbero confidare soprattutto nell’organizzazione comunale, che non deve essere passiva in un contesto emergenziale di questa portata. Inoltre, non è possibile durante l’eruzione l’impiego di elicotteri per evitare il blocco delle turbine e la ridotta visibilità dovuta alle abrasioni sui plexiglass della cabina di pilotaggio, causate dal silicio (cenere) in sospensione.

Sulla previsione dell’evento vulcanico in tempi più che utili per l’evacuazione, la direttrice dell’osservatorio vesuviano ha espresso il suo totale ottimismo confidando sul fatto che le attrezzature di monitoraggio di cui dispone, sono in grado di cogliere l’eventuale ascesa del magma verso la camera magmatica superficiale con largo anticipo. Il riempimento di questo serbatoio ubicato ad alcuni chilometri di profondità, è ritenuto dalla dirigente il vero indicatore di pericolosità vulcanica. Alla domanda circa la tipologia eruttiva correlabile ai tempi di quiescenza, la Dott.ssa Bianco ha affermato che il perdurare della pace vulcanica, finanche secolare, non incide sulla futura intensità eruttiva. Solo nuovi studi e ricerche possono modificare l’eruzione di riferimento (VEI4), tant'è che se la ricerca non farà passi in avanti, il parametro VEI 4 quale intensità eruttiva massima attesa è immutabile nei secoli…

La mappa sottostante offre una chiara visione della situazione attuale. Come si vede la zona rossa 1 è quella dove è possibile il dilagare di flussi piroclastici. La zona rossa 2 invece è particolarmente soggetta alla pioggia di piroclastiti che potrebbe far crollare i solai piatti e meno resistenti e rendere impossibile la permanenza in zona a causa della sospensione in aria delle ceneri vulcaniche. La zona rossa 1 e rossa 2 sono un unicum da evacuare prima dell’eruzione. La zona a nord del Vesuvio (zona Blu) invece, è quella allagabile dalle acque meteoriche che accompagnano l’eruzione, con ristagni che possono superare anche i due metri di altezza soprattutto nella conca di Nola.


Mappa della pericolosità vulcanica al Vesuvio con le tre zone

In termini di prevenzione siamo lontani dalle esigenze che dovrebbero accompagnare il rischio vulcanico, perché nella zona rossa ma anche nei comuni di Volla e Striano viciniori alla perimetrazione di alta pericolosità, è ancora possibile l’incremento abitativo con normale licenza edilizia. Chi compra casa nelle zone ad est del Vesuvio, deve tener presente che qualsiasi tipologia eruttiva comporterebbe statisticamente la necessità di salvaguardarsi dalla pioggia di cenere e lapilli.  

La cartina sottostante mostra la linea nera Gurioli e in giallo il dilagare dei flussi piroclastici in seno alle eruzioni pliniane (VEI5) di circa 4000 anni fa (Pomici di Avellino) e di circa 2000 anni fa (Pompei). Dalle superfici coinvolti s’intuisce la necessità che non vengano sottovalutate le pratiche di prevenzione delle catastrofi in favore delle generazioni future che popoleranno la plaga vesuviana. Nelle zone VEI 5 non c’è alcuna regola edilizia (non diciamo vincoli ma almeno regole). Di fatto, escludendo una maggiore intensità eruttiva dettata dallo scorrere del tempo, si sta offrendo sponda alla conurbazione nella zona rossa pliniana.


Mappa tratta dalla pubblicazione: Pyroclastic flow hazard assessment at
Somma-Vesuvius based on the geological record di Lucia Gurioli

Nei Campi Flegrei la situazione non è migliore: anzi. Innanzitutto perché vige uno stato di attenzione; poi non c’è un vincolo vulcanico capace di tenere a freno l’edilizia residenziale, e quindi il tempo giuoca doppiamente a sfavore. Di contro non è possibile stabilire in anticipo il centro o i centri eruttivi della futura eruzione. Un’altra nota che crea apprensione, è che bisogna fare i conti con un indice di pericolosità vulcanica che al momento possiamo dire che varia in ragione dell’incremento bradisismico; dato altalenante e vivace, ma soprattutto potrebbe repentinamente cambiare. Anche in questa zona i soccorsi con eruzione in corso non sono possibili.

                                                                 


malkohydepark@gmail.com

domenica 12 settembre 2021

Rischio Vesuvio: in fila per due.

 



Il Vesuvio non esiste più. Ovvero non esiste più il rischio eruttivo che è proprio di questo monte, perché lo scuro ammasso roccioso sorto a strati, è sempre lì con la sua forma conica che svetta e si palesa dalla asimmetrica caldera del possente Somma.  Nelle viscere c’è sempre fuoco magmatico, ma sul vulcano e sul pericolo a cui dovrebbe rimandare, è sceso l’oblio, dovuto innanzitutto all’emergenza pandemica che cattura la totale attenzione dei media e delle popolazioni. La paura dominante in questo periodo, e di finire a pancia sotto nelle terapie intensive. Essendo che la natura umana a fronte della minaccia alla sopravvivenza parte dalle priorità temporali e dalla tangibilità dei fenomeni deleteri, sia nella zona rossa Vesuvio che in quella ancora più enigmatica dei Campi Flegrei, i discorsi dei cittadini e delle autorità cosiddette competenti, scivolano prioritariamente sul virus, sulle vaccinazioni e sul green pass. A dirla tutta, non è che in tempi pre pandemici l’attenzione sull’argomento Vesuvio fosse stata molto più alta…

Molte volte il popolo vulcanico viene spinto a manifestare tutto il suo ottimismo contro i cosiddetti profeti di sventura, alla stregua dei nostalgici emigranti che si ritirano nei loro luoghi natii cantando prose di conforto come quelle:<< basta che ci sta o cielo, basta che ci sta il mare…(Simm'e Napule Paisà)>>. Questo modus pensandi  ben rappresentato nel film pane e cioccolato, non genera alcuna sicurezza dal rischio vulcanico: anzi, lo aggrava.

Certamente un aiuto all’ottimismo lo hanno offerto varie istituzioni come quella universitaria (Federico II) e l’Osservatorio Vesuviano: la prima ha prodotto di recente una video conferenza in cui si annunciava che il pericolo vulcanico è in decrescita, mentre la struttura periferica dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia  (INGV) ha sancito addirittura che non c’è un nesso tra tempi di quiescenza e l’intensità eruttiva, aggiungendo  che la strumentazione disseminata nel flegreo e sul Vesuvio consentirà agli esperti di monitorare all’occorrenza e in tempi utili la risalita del magma in superficie. Queste novità assolute nel panorama vulcanologico, hanno consentito alla dirigente dell’Osservatorio Vesuviano di sottintendere marcatamente che una eruzione nei Campi Flegrei o nel vesuviano non potrà mai cogliere alla sprovvista la popolazione: la previsione quindi, è cosa fatta. Bisognerebbe dirlo pure al presidente della regione Campania, che affermò molto pragmaticamente, che i tempi a disposizione per evacuare potrebbero esserci e potrebbero non esserci...

Uno dei problemi di comunicazione che riguardano questi argomenti nell’odierno declassati all’ultima pagina, e la correlazione tra azione amministrativa e affermazioni scientifiche. Infatti, sancire come ha fatto la responsabile dell’Osservatorio Vesuviano, che il trascorrere dei decenni e dei secoli e fino a quando la ricerca scientifica non sia di diverso avviso, non influisce sulla determinazione energetica dell’eruzione massima attesa, produce accidia nell'azione di governo del territorio. Affermazione quindi non da poco, che consente, generalizzando, agli amministratori pubblici, il cui mandato elettorale generalmente è misurabile in anni e sulle dita di una mano, di tenere manica largo sull'uso espansionistico del territorio da urbanizzare anche in area storicamente vulcanica, declinando così ogni azione utile alla prevenzione del disastro vulcanico, soprattutto in favore dei posteri. Pare che si prediligano invece gli aspetti economici legati al riciclo delle cose che spostano capitali... le case si ricostruiscono. Per comprare una casa in questi settori vulcanici, occorrerebbe avere rassicurazioni per almeno 30 anni di pace geologica: un tempo veramente minimo per recuperare il capitale iniziale investito nell'acquisto di un alloggio, soprattutto se le risorse economiche sono misurate

La classe politica preferisce circuire e rimuginare sui limiti della iniziale e vecchia zona rossa Vesuvio, artefattamente dichiarata allargata, preferendo adoperarsi per rodere i limiti di questo settore dal 2003 inibito all’edilizia residenziale. Una zona questa, permanentemente sotto attacco ad opera degli speculatori dell’edilizia e dei cacciatori di condono. Nei Campi Flegrei poi, non si riesce a varare uno straccio di norma che, alla stregua dell’area vesuviana, vieti le costruzioni finalizzate ad insediare nuove famiglie nella caldera vulcanica, con la conseguenza che lievita  il rischio già oggi insopportabile. Alcuni politici premono per le piste ciclabili, ma molto meno per istituire un vincolo di salvaguardia dal fuoco astenosferico... Nell'imminenza delle elezioni, i candidati a sindaco di Napoli, dovrebbero dichiarare in anteprima nei loro comizi elettorali, quali iniziative intendono porre in campo per affrontare il rischio vulcanico nel vesuviano e nel flegreo e alla stregua nell'ischitano. Magari la stampa potrebbe concorrere con domande appropriate, in quella che potrebbe essere un'opera di chiarezza per favorire l'informazione come strumento assolutamente necessario per l'esercizio della democrazia. 

Stando a quanto si legge è in produzione il film -  in fila per due -, del regista Bruno De Paola, che per un mese si girerà all’ombra del Vesuvio. La trama del film riguarda un paesino alle falde del Vesuvio dove, in seguito a una scossa di terremoto di origine vulcanica, viene attivato il piano di evacuazione col trasferimento degli abitanti del paese verso un altro Comune gemellato. Il protagonista vede l’evacuazione come un’ottima opportunità per allontanarsi dalla gelosissima fidanzata che lo perseguita. Sarà interessante vedere come il mondo cinematografico rappresenterà l’evacuazione dalla zona rossa.

I problemi legati al rischio vulcanico nell’area metropolitana di Napoli sono incentrati innanzitutto sulla impossibilità di determinare il momento eruttivo e l’intensità eruttiva. In quest'ultimo caso capirete che anche se si riesce a prevedere il momento dell'eruzione, il dubbio sulle distanze coperte dagli effetti deleteri delle dirompenze geologiche può essere il principio della catastrofe o della salvezza. D’altra parte molte incongruenze che riguardano i piani di evacuazione, potrebbero prestare il fianco al caos comportamentale dei cittadini che, generalizzando, a volte  sottovalutano interesse e partecipazione, salvo inveire inutilmente a posteriori contro il governo inadempiente... 

domenica 4 aprile 2021

Rischio eruttivo ai Campi Flegrei: la teoria delle teorie… di Malko


Il rischio vulcanico nell’area napoletana per numeri ed energie in gioco è un problema veramente notevole e per molti versi sottostimato: a fronte di una cotale minaccia, le uniche armi che disponiamo sono tutte concentrate nella conoscenza non univoca dei processi che innescano un’eruzione e la possibilità di individuarli e prevederli.

La previsione a lungo termine di un’eruzione non è possibile. La previsione corta e cortissima invece, potrebbe essere un traguardo maggiormente abbordabile ma ricco di incognite che potrebbero fare la differenza tra la corretta predizione e la catastrofe.

Per avere il successo evacuativo occorrerebbe che l’istituto di vigilanza geologica ubicato in piena area calderica, emanasse all’occorrenza una segnalazione di pericolo al dipartimento della protezione civile, che riunirebbe la commissione grandi rischi deputata a valutare la portata delle informazioni ricevute. Le conclusioni di questo comitato ristretto di esperti ai massimi livelli scientifici, sarebbero poste all’attenzione del presidente del consiglio dei ministri, a cui spetta la decisione ultima sull’emanazione o meno dell’ordine di abbandonare la zona rossa flegrea, con tutto ciò che una tale scelta comporterebbe.

Il provvedimento di allarme e quindi la successiva evacuazione dovrebbe concludersi in un tempo limite di 72 ore (tre giorni). Trattasi di un tempo netto però, che non comprende quello lordo necessario per consentire all’equipe scientifica e poi politica di addivenire a una conclusione sul livello di rischio incombente nell’area vulcanica. L’Osservatorio Vesuviano per contratto non è titolato a diffondere direttamente allarmi.

Nel nostro sistema nazionale, il Sindaco è certamente l’autorità locale di immediato riferimento dei cittadini, quello su cui ricadono in prima battuta la maggior parte dei problemi di protezione civile; a seguire il presidente della Regione e poi il dipartimento della protezione civile quale organo connesso alla presidenza del consiglio dei ministri. A dirla in breve, il presidente Draghi è il vertice del nostro sistema nazionale di salvaguardia dai pericoli naturali e indotti dall’uomo, quando per vastità dell’evento si richiede un intervento coordinato di livello nazionale. Il Vesuvio e i Campi Flegrei sono un problema nazionale. Ischia non lo sappiamo ancora perché l’isola non è stata vagliata geologicamente in una misura ufficiale e sufficientemente approfondita da poter teorizzare e prospettare scenari eruttivi futuri.

Quando si utilizza il termine protezione civile, il cittadino in genere immagina prevalentemente operatori volontari dalle divise sgargianti che aiutano ai gazebi; altre volte che spalano fango o gestiscono tendopoli e cucine da campo. In realtà quando diciamo protezione civile e a prescindere dal livello chiamato in causa, intendiamo innanzitutto tutte le attività che afferiscono alla previsione delle catastrofi, alla prevenzione delle catastrofi, e poi alle misure per fronteggiare la catastrofe. In un secondo momento si attivano tutte le iniziative necessarie per il ritorno alla normalità.

Mentre il Vesuvio maestosamente e solo apparentemente sembra immoto e privo di fuoco vulcanico alla stregua dell’isola d’Ischia, i Campi Flegrei hanno sbalzi di umore geologico ben rappresentato dal bradisismo, dai microsismi e dai fenomeni di degassazione che in superficie disperdono molte tonnellate di anidride carbonica e altri gas pestilenziali, al punto che è risultato necessario inibire l’accesso nella zona di Pisciarelli, che sembra essere diventata la canna fumaria del sottosuolo ribollente.

Recentemente in una riunione tenutasi a Pozzuoli sul rischio eruttivo ai Campi Flegrei, il consesso ha visto la partecipazione delle massime autorità amministrative, scientifiche e del dipartimento della protezione civile. Durante l’assise sono circolati messaggi di grandi rassicurazioni, come quello che si riuscirà a monitorare il cammino del magma verso la superficie attraverso la strumentazione multi parametrica dislocata nell’area calderica dall’Osservatorio Vesuviano. Anche il responsabile dell’Ufficio emergenze del dipartimento della protezione civile ha dissipato i dubbi sull’argomento della salvaguardia, affermando che le popolazioni flegree esposte al rischio eruttivo saranno evacuate all’occorrenza molto prima delle dirompenze. L’immagine di una evacuazione con eruzione alle spalle, ha affermato il dirigente dipartimentale, è assolutamente da rigettare.

Nel 2012 alcuni articoli scientifici paventavano il successo di una previsione che era riuscita a prevedere il momento esatto di un’eruzione un’ora prima che si presentasse: un cotale anticipo che noi considereremmo inutile, gli scienziati lo classificarono in quel periodo un grande successo.

C’è poi un lavoro prodotto da alcuni famosissimi esperti della vulcanologia nazionale, report classificato molto confidenziale (nell’attualità forse rimosso dalla rete), che hanno scritto a proposito del sottosuolo flegreo che:<<… la visione d’insieme mostra un reservoir di grandi dimensioni a circa 7-9 km di profondità, che corrisponde assai bene a quello messo in evidenza dalla tomografia sismica dove risiedono magmi a composizione variabile da shoshonite a trachite, e numerosi reservoirs di più piccole dimensioni messisi in posto a profondità variabili fino a meno di 2 km, dove magmi più profondi periodicamente giungono mescolandosi col magma residente e in via di differenziazione. I dati suggeriscono che processi di mixing tra magmi composizionalmente diversi siano continuamente avvenuti a varie profondità nel corso della storia magmatica dei Campi Flegrei, e che in numerose occasioni l’arrivo di magma profondo in una camera magmatica abbia preceduto anche di pochi giorni il verificarsi di una eruzione. In tale visione, la magnitudo dell’eruzione non necessariamente riflette il volume della camera magmatica più superficiale, in quanto più reservoirs a diversa profondità possono essere interessati. Questo sembra essere avvenuto, ad esempio, per l’eruzione di Agnano Monte Spina, la maggiore dell’ultima epoca di attività per intensità e magnitudo. Nel caso di tale eruzione le ricostruzioni petrologiche mostrano una camera magmatica superficiale (2-3 km di profondità), di piccole dimensioni e ospitante magma di composizione fonolitica, invasa probabilmente 1-2 giorni prima dell’eruzione da magma di composizione trachitica e di provenienza più profonda…>>.

Di contro una recentissima conferenza online proposta da esperti della Università Federico II di Napoli ad oggetto sempre il rischio vulcanico flegreo, ha dato spazio a una tesi forse la più tranquillizzante degli ultimi anni, che è quella che la probabilità che si verifichi un’eruzione è la più bassa in assoluta da 500 anni a questa parte e dovrebbe ulteriormente diminuire col tempo. Lo scenario può cambiare prosegue la ricercatrice che ha curato questa edizione online, se arriva magma dal profondo nella camera di alimentazione dei Campi Flegrei. In questo caso si presuppone che il modello di deformazione del suolo cambierebbe notevolmente.

Questa tesi come altre ha la sua dignità propositiva, anche se bisogna notare che nel 2012 è stato dichiarato lo stato di attenzione vulcanica che perdura tutt’ora e che in pratica poco si attaglierebbe a una condizione di pacatezza geologica.

Al Professore Giuseppe Mastrolorenzo, noto vulcanologo dell’Osservatorio Vesuviano (INGV) e importante voce scientifica che spesso dai media ci illustra l’attualità dei distretti vulcanici napoletani, ci sembra naturale chiedere a fronte di numerose teorie, catastrofiste o rassicuranti, quali ipotesi devono essere ispiratrici per l’azione del mondo istituzionale, deputato ad affrontare il complesso nodo della sicurezza nei distretti vulcanici napoletani. Di seguito la risposta…

Il Prof. Giuseppe Mastrolorenzo col cane Zeus

La quantificazione della pericolosità per eventi naturali, quindi della probabilità che un dato evento disastroso si verifichi in un dato intervallo di tempo, presenta sempre gravi criticità per carenze di conoscenze spesso incolmabili. Nel caso specifico del rischio vulcanico nell’area napoletana, comprendente Vesuvio, Campi Flegrei e isola di Ischia, benché siano state riconosciute per ognuno dei distretti vulcanici menzionati numerose decine di eruzioni nelle ultime decine di migliaia di anni, le conoscenze acquisite rimangono assolutamente insufficienti per valutazioni probabilistiche capaci di fornirci la quantificazione della pericolosità per ogni singola classe di eruzione.

Di fatto, le decine di eventi riconosciuti, sono dispersi in un estesissimo intervallo di classi di eruzioni che, per i Campi Flegrei ad esempio, spaziano da piccole eruzioni stromboliane a super eruzioni con differenze di volume di magma eruttato tra i due estremi di oltre diecimila volte.

Un’ulteriore criticità deriva dalla distribuzione estremamente disomogenea nel tempo degli eventi che tendono a concentrarsi in alcuni periodi e a diradarsi in altri. Di conseguenza, qualsiasi valutazione statistica avrebbe l’effetto di mediare sui volumi eruttivi e sui tempi di ritorno in modo inaccettabile ai fini previsionistici. Per tali motivi, il valore del rischio resta arbitrario per le troppe incognite che inficiano un’adeguata valutazione della pericolosità vulcanica. Tuttavia, su tali approcci statistici sono basati i piani di emergenza nazionali, ed in particolare la definizione degli scenari di riferimento e il valore di pericolosità relativo a tale scenario.

A titolo di puro esempio, una ipotetica valutazione del rischio fatta immediatamente prima della super eruzione dell’ignimbrite campana, dopo un lungo periodo di attività rara e modesta, sarebbe stata estremamente tranquillizzante. Di contro, l’evento che stava per verificarsi, si sarebbe rivelato invece il più devastante dell’intera storia geologica dell’area mediterranea.

D’altro canto, verso la metà di settembre del 1538, una ipotetica valutazione del rischio vulcanico, avrebbe suggerito un prossimo evento di portata sub pliniana, analogo a quello previsto dallo scenario attualmente adottato nel piano di emergenza per i Campi Flegrei. Ma tra la fine di settembre e gli inizi di ottobre, si verificò l’eruzione del Monte Nuovo, classificabile tra i minori eventi eruttivi nella storia dei Campi Flegrei, con un volume di magma eruttato, di almeno dieci volte inferiore ad un evento subplinano.

Oltre gli approcci probabilistici, fondamentalmente inattendibili, negli ultimi decenni, abbiamo sviluppato diversi modelli concettuali sui sistemi vulcanici dell’area napoletana e sui processi che potenzialmente potrebbero portare ad una eruzione.

In particolare, per i Campi Flegrei, che al momento destano la maggiore preoccupazione a causa degli eventi bradisismici in atto, quasi ogni mese vengono pubblicati nuovi articoli scientifici sulle maggiori riviste mondiali.

I dati geofisici e geochimici sul sistema vulcanico dei Campi Flegrei, si arricchiscono continuamente, grazie al monitoraggio H24 e alle numerose campagne di indagine di dettaglio. Gli elementi così raccolti sono di pubblico dominio, e lo scambio di dati, informazioni, ipotesi e modelli tra ricercatori e gruppi di ricerca, è sempre più efficace, grazie alle sempre maggiori potenzialità della rete.

La coesistenza di modelli interpretativi sullo stato del vulcano con diverse formulazioni e conclusioni, in merito alla possibile evoluzione a medio e a lungo termine, rivela un quadro di estrema complessità del sistema vulcanico.

Tale complessità comune a gran parte dei sistemi naturali, ha come conseguenza la non prevedibilità dell’evoluzione dei processi, per il coinvolgimento di un elevato numero di variabili, tra loro interconnesse, con relazioni note al più in termini generali. Infatti, le conoscenze del sottosuolo ed in particolare della natura e dello stato del sistema magmatico, e delle sue interazioni con le formazioni geologiche profonde e superficiali, non sono indagabili con dettaglio adeguato alla definizione univoca dei processi fisici e chimico-fisici in atto...

D’altra parte, per la intrinseca imprevedibilità dei sistemi complessi, anche nell’eventualità del tutto ipotetica di poter indagare e monitorare direttamente il sistema vulcanico in tutta la sua estensione, dalla camera e fino alla superficie, resterebbe comunque imprevedibile l’evoluzione del sistema nel breve, medio e lungo termine.

Questo proprio per la natura dei sistemi complessi, la cui evoluzione può differire drasticamente anche per minime variazioni di uno solo degli svariati parametri che influenzano il sistema.

Per tali ragioni, i diversi modelli proposti su quella che potrebbe essere l’evoluzione e la pericolosità vulcanica dei Campi Flegrei, spesso divergono nelle conclusioni, talora più allarmistiche, talora relativamente più tranquillizzanti. I modelli concettuali e fenomenologici pur fornendo un fondamentale supporto alla conoscenza, non possono costituire uno strumento certamente affidabile per i fini di Protezione Civile, e quindi con diretta implicazione sulla sicurezza di milioni di persone.

Di fatto, mentre le posizioni scientifiche di un singolo ricercatore o gruppo di ricerca, restano un semplice contributo alla conoscenza, quelle espresse ufficialmente da istituzioni o commissioni incaricate di fornire scenari agli organi di protezione civile, seppure basate su analoghe conoscenze, ancorché condizionate dai medesimi quanto insuperabili limiti scientifici, costituiscono pareri ufficiali. Tali pareri, con finalità operative e decisionali, pertanto implicano una assunzione di responsabilità per le eventuali conseguenze.

Il fatto che i pareri istituzionali, in genere, rappresentino una mediazione tra le diverse opinioni e i diversi modelli disponibili, non conferisce maggiore attendibilità alle argomentazioni.  Pertanto, la percezione, spesso indotta dalle comunicazioni istituzionali e dai mass-media, che i pareri ufficiali siano frutto di “ipotetiche conoscenze superiori “non opinabili, è priva di fondamento. È vero invece, che i soggetti responsabili, possono rispondere anche giuridicamente per le tesi sostenute.

Per quanto detto, è evidente come, a fronte di ogni valutazione di natura statistica o derivante da pur raffinati modelli scientifici, la gestione del rischio vulcanico debba essere basata fondamentalmente sulla prevenzione, che è garantita esclusivamente da piani di emergenza basati su scenari adeguati, e di tempestiva attuazione anche a rischio di incorrere in falsi allarmi. L’alternativa a un falso allarme è il mancato allarme, che può comportare la perdita di milioni di vite umane. Va da sé, che una scelta di massima tutela della sicurezza implica una assunzione di responsabilità da parte delle autorità governative nell’adozione di decisioni in base alla massima precauzione e non semplicemente sulla base di pur complessi modelli probabilistici o fenomenologici, che per quanto detto, conservano una rilevante arbitrarietà.

A tal fine, sarebbe doveroso da parte dei ricercatori e delle istituzioni preposte, evidenziare sempre, agli organi di protezione civile e alla popolazione, attraverso i mass-media, i limiti sostanziali e attualmente non superabili delle conoscenze scientifiche e della capacità di previsione dei sistemi vulcanici.

Per tali motivazioni, pur avendo svolto personalmente, già da decenni ricerche sulla pericolosità vulcanica al Vesuvio e ai Campi Flegrei, nonché sui processi di risalita del magma, ho ritenuto più opportuno in queste brevi considerazioni, soffermarmi sulle criticità e sulle carenze del trasferimento delle conoscenze scientifiche in strategie di protezione civile. Questo anche in considerazione di quanto abbiamo sperimentato a livello nazionale e mondiale in merito ai piani pandemici.

Di fatto, a fronte delle migliaia di ricerche scientifiche disponibili in ambito di virologia e pandemie, si è sperimentata una pressoché totale impreparazione nell’affrontare almeno le prime fasi decisive della pandemia. In prima battuta infatti, non era probabilmente cruciale una ulteriore conoscenza virologica, ma l’attuazione tempestiva, accurata e diffusa delle comuni procedure di protezione dal contagio, e quindi di un piano pandemico adeguato, efficace e di rapida applicazione, indipendentemente dalla natura del virus e dalla sua effettiva diffusione.

Ringraziamo il Professor Giuseppe Mastrolorenzo per la disponibilità e la chiarezza esplicativa che ci ha consentito di avere le idee più chiare sul grande tema del rischio vulcanico.

A voler tracciare delle conclusioni possiamo così riassumerle: la condizione geochimica e geofisica del vulcano flegreo nelle profondità chilometriche non sono note con una precisione che possa consentire agli esperti di determinare in anticipo l'intensità eruttiva o i tempi di accadimento del fenomeno con precisione. D’altra parte la previsione corta del fenomeno vulcanico non può spingersi a pronosticare l’ora e i minuti e i secondi che mancano alle dirompenze: quindi è il peso antropico che grava sull’area a dettare limiti di incompatibilità visto che il calcolo evacuativo si basa su 72 ore a disposizione. Per l’autorità scientifica una previsione oscillante su più o meno dieci giorni è comunque una previsione azzeccatissima, ma per il piano di evacuazione potrebbe non esserlo…

A fronte delle incognite geologiche, i centri di competenza e la commissione grandi rischi si sono assunti la responsabilità di una proiezione di quelli che potrebbero essere gli scenari eruttivi futuri, congiuntamente a una previsione utile dell’insorgere del fenomeno. In ogni caso resta salva la responsabilità ultima del presidente del consiglio dei ministri nel decidere in quale momento bisognerà premere il pulsante dell’allarme evacuativo.

Non resta che suggerire alle popolazioni dei Campi Flegrei e del Vesuvio, che è forse un errore limitare il loro interesse ai soli aspetti geo vulcanologici, perché lì non ci sono grosse mancanze a fronte delle numerose incertezze racchiuse in questa disciplina scientifica costretta ad operare su orizzonti non visibili. Non può dirsi lo stesso per le tattiche e le strategie evacuative però, che rimangono l’unica strada per mitigare le incertezze sul diritto alla sicurezza, che deve essere corroborato e perfezionato con interventi mirati di prevenzione attiva, spesso riconducibili al riordino territoriale che cammina di pari passo con le prospettive antropiche future.





 

venerdì 26 febbraio 2021

Rischio eruttivo Campi Flegrei: speriamo nel falso allarme... di MalKo

 



Il capo dipartimento della protezione civile, Angelo Borrelli, insieme al capo delle emergenze Luigi D’Angelo, e al responsabile della protezione civile regionale Italo Giulivo e della direttrice Francesca Bianco dell’Osservatorio Vesuviano (INGV), il 10 febbraio 2021 hanno tenuto a Pozzuoli, ospiti del sindaco Figliolia, una sorta di conferenza aperta al pubblico e alle domande del pubblico.

L’assise è servita per fare il punto sulla situazione del rischio vulcanico nei Campi Flegrei: i fenomeni geologici che si registrano nell’area infatti, in qualche misura allertano la popolazione. La direttrice Bianco ha riferito che la sorgente che produce il bradisismo è posta a qualche centinaio di metri a sud del Rione Terra, in mare a una profondità di 3- 4 Km.  A 7-8 km. invece, la medesima accenna a un magma primitivo che degassa in modo massivo generando anomalie geochimiche. Alla domanda del pubblico se è possibile verificare la migrazione del magma verso la superficie, la dirigente ha risposto che grazie al sistema di monitoraggio multi parametrico gestito dall’Osservatorio Vesuviano, c’è una buona probabilità che tali movimenti ascensionali ove si presentassero verrebbero colti. In realtà l’affermazione della direttrice sembra ottimistica, perché le eruzioni avvengono all’interno di processi  complessi e caotici. Quale sarà la goccia geochimica o geofisica che farà traboccare gli equilibri sotterranei è difficile prevederlo. D’altra parte se nell’area napoletana l’autorità scientifica ha trovato un sistema per monitorare il cammino del magma con una sufficiente precisione e in tempi utili, il protocollo di prevenzione anti catastrofe vulcanica napoletano dovrebbe essere subito esportato.

La realtà, e non la verità che non la conosce nessuno, temiamo sia quella che vivere in quest’area calderica costellata da bocche eruttive e ammollata dalla circolazione idrotermale, dal bradisismo e dalle intrusioni magmatiche, rappresenta un rischio che qui più che altrove, ogni singolo cittadino deve valutare se ritenerlo accettabile o meno, e se lasciarlo in eredità a figli e nipoti. Il filo conduttore dei dialoghi tra istituzioni e popolazione, dovrebbe essere improntato alla prudenza e al pragmatismo. Invece, la nostra impressione è quella che ci sia una necessità non dichiarata di tranquillizzare a prescindere i cittadini. 

D’altra parte anche l’ing. D’angelo avrà scoperto e apprezzato il progresso della ricerca scientifica, tant’è che ha assicurato che occorre rimandare indietro l’immagine di una evacuazione con l’eruzione alle calcagna. Infatti, forse azzardando una previsione poco memore dei fatti legati al terremoto dell’Aquila, ha precisato che l’allontanamento dalla zona rossa avverrà molto prima dell’eruzione. Ovviamente una tale precisazione impone che sia scontata che il medesimo quando sarà avrà la previsione dell’eruzione in tasca. Diversamente, tentando un esercizio di interpolazione, potrebbe essere che il dirigente dell’ufficio emergenze volesse dire che in nome della salvaguardia lui e i suoi si muoveranno con scelte, misure e tempi, all’interno dell’alveo del falso allarme piuttosto che del mancato allarme. D’altra parte chiamare un piano di evacuazione piano di allontanamento dipana già il quadro delle intenzioni di chi lo propone.  Occorre solo che la natura sia d’accordo e che l'Osservatorio Vesuviano ben la interpreti…

Una delle perplessità espresse dai cittadini nell’ambito di questo consesso seguito sui social, riguarda la decisione adottata nei piani di evacuazione di trasportare la popolazione puteolana, sprovvista di mezzo di locomozione, dalle aree di attesa comunale direttamente all’area d’incontro localizzata alla stazione ferroviaria di Piazza Garibaldi (Napoli). In questo luogo infatti, avverrebbe poi l’imbarco degli sfollati sui treni in direzione di Milano. Nel merito di questa strategia operativa, l’esperto regionale ha chiarito che la scelta di una siffatta modalità evacuativa è stata elaborata strategicamente dalla Regione Campania e poi sottoposta alla società ACAMIR, l’agenzia campana per la mobilità regionale, che l’ha ritenuta materialmente fattibile; poi, è stata testata sul campo con l’esercitazione Campi Flegrei EXE 2019 ed è stato ritenuto superato lo stress test.  

Il test si è avvalso di alcuni autobus, tra l’altro scortati, e di un numero di partecipanti numericamente ben inferiore alla normale e ordinaria capacità di carico dei pochi pullman utilizzati. Una prova esercitativa di evacuazione rapida e massiva che prevede il trasporto di una parte della popolazione dalla periferia occidentale di Napoli e fino al centro dell’area metropolitana partenopea, difficilmente con i numeri messi in gioco potrebbe essere di conforto per le scelte operate. D’altra parte l’allontanamento avverrebbe in una zona centrale partenopea, che non potranno tardare molto a doverla classificare zona rossa 2. Ergo, non si esclude che dovrà essere evacuata con la stessa tempistica adottata per i Campi Flegrei, cioè contemporaneamente e prima dell’eruzione.

Il dirigente regionale campano Italo Giulivo, in linea col collega dipartimentale, ha dichiarato che il problema vulcanico c’è ma è sotto monitoraggio, e che occorre valorizzare il sistema protezione civile nella sua interezza, rifuggendo dall’idea di un campanello di allarme che trilla e tutti scapperanno contemporaneamente. Già nella fase di pre-allarme, afferma, scatterà il piano nazionale di evacuazione, e quindi si insedierà una direzione di comando e controllo che gestirà le operazioni di spostamento della popolazione flegrea. Allontanare 550.000 persone dalla zona rossa, dice Giulivo, è una sfida sostenibile, ma occorre consapevolezza e ruolo attivo dei cittadini.

Il sindaco Figliolia nelle sue brochure pubblicate online, in ossequio alla calma istituzionale dei colleghi e delle pianificate operazioni di esodo che saranno effettuate con largo anticipo sull’eruzione, ha previsto per i non motorizzati addirittura un allontanamento su prenotazione, sconsigliando i cittadini di presentarsi con largo anticipo alla fermata, rispetto all’ora assegnata. Un po’ i conti non tornano, perché il governatore della Campania, Vincenzo De Luca, ebbe a sostenere proprio nell’ambito dell’esercitazione EXE 2019, che le 72 ore necessarie per portare a termine le operazioni di “allontanamento” <<…potrebbero esserci, ma potrebbero anche non esserci…>>. De Luca incallito eleatico?

L’assise tecnico scientifica come sempre è ruotata intorno all’Osservatorio Vesuviano che, ricordiamolo, è struttura periferica dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.  I cittadini sperano sempre da questi incontri, di ricevere e cogliere segnali rassicuranti o contradditori su cui indagare, perché sull’efficacia dei piani di emergenza e di evacuazione nutrono non pochi dubbi, e quindi ambiscono a non misurarsi con le deficienze del sistema, ma piuttosto di andarsene all’occorrenza, in autonomia, con qualche soldo in tasca e ben prima che gli eventi precipitino. In questo schema abbiamo riassunto  le fasi del piano.


Il dibattito recentemente ha avuto qualche momento di riflessione sui limiti e le possibilità offerte da un ipotetico passaggio di fase da attenzione a pre-allarme: da giallo ad arancione per intenderci. Questo nuovo momento operativo potrà essere sancito solo dal presidente del consiglio dei ministri, presumibilmente dopo aver sentito la commissione grandi rischi e riunito il comitato operativo nazionale della protezione civile.

Questo passaggio di colore prevede l’allontanamento su base volontaria dei cittadini residenti in zona rossa, secondo modalità e schemi fissati dalla autorità comunale e regionale. In questo caso è previsto pure un contributo per i cittadini che se ne vanno, ma senza che questi possano avere la possibilità teorica di poter fare marcia indietro e tornarsene a casa. La Direzione di comando e controllo infatti, sarebbe insediata ed entrerebbero in azione i cancelli ai varchi d’uscita. Durante il pre allarme verrebbero svuotati ospedali e case di cura e carceri, così come i beni culturali (quadri, statue, arazzi, libri, ecc.) sarebbero impacchettati e trasportati in luogo sicuro fuori dal perimetro a rischio.

Nelle mappe presentate dalla comunità scientifica, la zona di Agnano e dintorni, per una serie di motivi (ipotesi), è stata adottata come possibile luogo di apertura di una bocca eruttiva. Quindi, hanno calcolato che eventuali flussi piroclastici difficilmente scavalcherebbero la collina di Posillipo e ancora meno quella dei Camaldoli. Un po' più difficile sarà valutare la zona rossa 2, quella della ricaduta massiccia di cenere e lapilli, perché i prodotti piroclastici scaraventati in alto non verrebbero fermati dalle creste collinari e si andrebbero a depositare, secondo calcoli statistici, probabilmente a est del flegreo, quindi in pieno centro cittadino partenopeo. Ne conseguirebbe che la Prefettura di Napoli potrebbe risultare vulnerabile così come la Questura il Municipio ed altri importanti uffici e strutture pubbliche cittadine.

Quello che ci lascia sempre alquanto attoniti, è l’incapacità della politica che non riesce ad imporre un secco divieto anti cemento che inibisca la costruzione di nuovi insediamenti residenziali all’interno della zona rossa flegrea, esattamente come è stato fatto da Bassolino nel 2003 per la plaga vesuviana. In quest’area, a volte percorsa da olezzi di zolfo che come monito ricordano dove ci si trovi, occorrerebbero politiche degli spazi e infrastrutture viarie capaci di indirizzare, all'occorrenza, il maggior numero possibile di veicoli  in direzione nord e nord est, onde offrire elementi di rapido collegamento con l’autostrada Napoli-Roma.

Qualora esista davvero questa possibilità geo operativa da stargate vulcanico offertaci dalla fase di pre allarme, sarebbe utile che si sfruttasse d'appieno, e se ne andassero dalla zona rossa le persone vulnerabili, cioè quelle con patologie che non consentono deambulazione o indipendenza, ed ancora vecchi e bambini che non è il caso di coinvolgerli in una situazione di stress evacuativo. Per quanto tempo starebbero lontani? Gli strumenti non lo dicono... Purtroppo, in assenza di misure di prevenzione delle catastrofi, la sicurezza dei 550.000 del flegreo, pare che sia affidata alla capacità delle istituzioni di diramare un falso allarme…ma anche per quello, credeteci, ci vogliono veramente grandi competenze. Strano vero?



venerdì 1 gennaio 2021

Rischio eruttivo Campi Flegrei: la fase di preallarme è vicina? di MalKo

 



Un avvocato napoletano, Roberto Ionta, ha presentato un esposto per chiedere agli organi di protezione civile di aumentare il livello di allerta vulcanica nei Campi Flegrei: da quello attuale di attenzione (giallo), a quello di preallarme (arancione). Il ricorrente ha poi chiesto di conoscere quali sono i parametri a cui fare riferimento per innalzare il livello di allerta, e contemporaneamente ha diffidato il dipartimento della protezione civile nazionale, ma anche regionale e comunale, affinché innalzino senza titubanza questa soglia scientifica, visto che il territorio flegreo è soggetto al bradisismo, recentemente accompagnato pure da eventi sismici che s’intercalano nella zona della Solfatara con una certa continuità.

Questa situazione indiscutibilmente di irrequietezza geologica e poi questo esposto, hanno creato qualche interrogativo tra i residenti dell’area puteolana: quand’è che la popolazione dei Campi Flegrei dovrà attivarsi per lasciare la zona rossa, nel caso dovessero presentarsi insistenti prodromi di irrequietezza vulcanica? Esistono soglie ben definite per diramare i preallarmi e gli allarmi? In realtà no: soglie numericamente ben definite non esistono nel loro valore minimo, o quantomeno non ci è dato saperlo. In linea di principio si sa che bisognerà lasciare la zona rossa qualora si dovesse presentare una condizione strumentale di assoluto disequilibrio degli elementi fisici e chimici che caratterizzano la quiescenza vulcanica, magari con una soglia di percepibilità diretta fatta di tremori e boati.  

A sancire il superamento di condizioni limiti, può essere solo la commissione grandi rischi per il rischio vulcanico che, dopo aver sentito i centri di competenza, valuterebbe eventuali modifiche da apportare ai livelli di allerta. In tutti i casi sarà poi l’autorità politica a stabilire quale fase del piano di emergenza dovrà attivarsi. Com’è noto infatti, soprattutto in assenza di previsioni deterministiche, la valutazione del rischio deve essere il risultato di più fattori da analizzare complessivamente.


In linea di principio se i dati geologici dovessero inquadrarsi come preoccupanti, si passerebbe a un livello di preallarme vulcanico corrispondente a una fase operativa arancione: ed è quello che chiede l’avvocato Ionta. Questo passaggio di fase consentirebbe ai cittadini che eventualmente decidessero di farlo, di allontanarsi dall’area flegrea in tutta libertà e autonomia, permanendo in una condizione amministrativa idonea per beneficiare di aiuti statali, quali potrebbero essere quelli di autonoma sistemazione (CAS). Ovviamente un cittadino può decidere di andarsene anche nella fase di attenzione, quella che caratterizza l’odierno, ma questa libera scelta non comporta agevolazioni e avverrebbe senza nessun legame con il rischio vulcanico. 

I penitenziari, le case di cura e gli ospedali, in caso di preallarme dovrebbero essere evacuati secondo piani e schemi operativi di dettaglio, che già oggi dovrebbero essere pronti e solo da tirare fuori dai cassetti delle istituzioni competenti, qualora dovesse cambiare la valutazione del pericolo vulcanico nella direzione di un maggior rischio. Una tale misura preventiva renderebbe la zona rossa flegrea mancante di presidi ospedalieri, a meno che nei piani operativi non sia stato previsto il trasferimento dei ricoverati, purtuttavia mantenendo delle strutture di primo soccorso sanitario fino alla fase di allarme con evacuazione generale e autoambulanze in coda. 

Siamo davvero pronti per una eventuale fase di preallarme arancione? Nutriamo forti dubbi, sia da un punto di vista scientifico che operativo. Questa fase appena un gradino sotto a quella di massima allerta, cioè di evacuazione totale dell’area flegrea, è forse la più importante, perché in un certo qual senso l’autorità politica non smentirebbe le preoccupazioni sul rischio eruttivo, lasciando però la decisione dell’allontanamento preventivo direttamente ai cittadini che riceverebbero pure un contributo. I capi famiglia in tal caso si ritroverebbero interamente sul groppone l’interrogativo più pressante e similmente amletico: andarsene o non andarsene… anche perché se ricordiamo bene, verrebbero instaurati i cancelli che consentirebbero l’uscita ma non il rientro in zona rossa. 

Semmai venisse varata la fase di preallarme, il carico abitativo  nel flegreo sarebbe di fatto alleggerito dal preventivo esodo spontaneo della popolazione dalla zona rossa, anche se risulta difficile stimare i numeri in allontanamento. Comunque, con meno abitanti, se si dovesse passare all’ultimo step, le ulteriori operazioni di evacuazione sarebbero sicuramente facilitate. 

Passando a una condizione di preallarme dopo quanto tempo scatterebbe l’allarme vero e proprio? Impossibile precisarlo, anche se teoricamente tale condizione è più facile da raggiungere, perché basterebbero poche e piccole variazioni chimiche e fisiche per cambiare lo scenario d’allerta: a un vaso pieno infatti, necessita una sola goccia per farlo traboccare. Occorre tener presente però, che anche cogliendo tutti i benché minimi segnali strumentali, la previsione d’eruzione che ne scaturirebbe sarebbe sempre di taglio probabilistico e mai deterministico: solo il pennacchio grigio scuro che si srotola nel cielo, può darci il 100% della previsione d’eruzione. Fino a quel momento le probabilità saranno magari altissime ma sempre a due cifre. 

La fase attuale di allerta (attenzione), dovrebbe indurre i cittadini ad abituarsi all'idea che permanere in una zona pericolosa, deve necessariamente prevedere la comprensione del da farsi in caso di necessità. Chi dovrebbe magari approfittare delle possibilità che gli vengono offerte con la proclamazione della fase di preallarme è abbastanza intuitivo: coloro che per età e condizioni fisiche e di deambulazione, potrebbero costituire un appesantimento operativo che nuocerebbe innanzitutto a loro stessi e poi ai loro cari. Chi ha una seconda casa fuori dal perimetro a rischio ha un minimo di vantaggio, soprattutto se l’abitazione è stata conformata per essere abitabile ogni stagione. 

Ogni cittadino dovrebbe prendere confidenza col piano d’emergenza locale a fronte del rischio vulcanico, e quindi conoscere perfettamente dove sono ubicate le aree di attesa da raggiungere con le modalità previste dal piano di protezione civile. Nello stesso documento ci sono le destinazioni fuori zona rossa meglio note come aree di incontro, che saranno raggiunte con gli autobus messi a disposizione dalla Regione Campania. Il trasporto dalle aree di incontro fino ai punti di prima accoglienza, sono una competenza i cui oneri ricadrebbero sulla regione con cui si è gemellati, che provvederebbe poi a distribuire gli sfollati dalla prima stazione di accoglienza alle strutture di accoglienza permanenti. 

Qualche perplessità sul piano d’emergenza dei Campi Flegrei a fronte del rischio vulcanico c’è, sia sulla strategia generale che sulle elaborazioni prodotte dalle municipalità interessate. Ad esempio, nel caso del comune di Pozzuoli che è anche quello più grande, l’autorità comunale ha stilato un manuale che prevede l’allontanamento della popolazione sia con autovetture private che con mezzi pubblici e collettivi. La Regione con cui i puteolani sono gemellati è la Lombardia

Il comune di Pozzuoli prevede tre aree (terminal) di attesa, che bisognerà raggiungere rispettando cadenzamenti e scaglionamenti e orari assegnati ai cittadini da allontanare. Gli abitanti che vogliono lasciare le loro abitazioni in anticipo sui tempi prefissati, possono farlo recandosi nelle aree di attesa generiche del piano generale comunale di protezione civile, per poi portarsi un’ora prima dell’orario prestabilito verso l’area terminal o di attesa navetta. Dall’area di attesa (terminal), i cittadini verrebbero trasportati a piazza Garibaldi (Napoli), praticamente a ridosso della stazione centrale dei treni. Da qui, con imbarco sui freccia rossa, raggiungerebbero la regione Lombardia. 

Coloro che invece intendono raggiungere la Lombardia con la loro autovettura, devono impegnare la viabilità di uscita varcando uno dei due cancelli previsti dal piano di evacuazione  e che riportiamo integralmente come da documento comunale: il primo cancello di uscita (G04) è quello stradale di Monte Rusciello Sud, direzione Roma; il cancello coincide con l’ingresso in Domitiana (SSQuater) in direzione Roma, da Via Monte Rusciello. Il secondo cancello invece (G05), è quello di Cuma Averno, direzione Roma; il cancello coincide con l’ingresso in Domitiana (SSQuater) in direzione Roma, da Via Monte Nuovo Licola Patria, poco dopo il bivio per Toiano. Nelle indicazioni del manuale comunale, si legge poi che entrambi i cancelli lavorano per 48h, considerando il funzionamento del G05 spostato su Agnano nelle prime 4h (dopo le 12h di preparazione dopo la dichiarazione di Allarme) e nelle ultime 8h su 48h previste…(?) 

Questo piano di evacuazione contiene dei nodi operativi indistricabili molto condizionati e a tratti insormontabili. In altre parole assegnare un orario per essere trasferiti o per impegnare la viabilità evacuativa, è una opzione che si può utilizzare nelle gite scolastiche o in una condizione di pericolo impercepibile e certamente lontano dal divenire. Le problematiche legate al rischio vulcanico invece, sono racchiuse proprio nella incertezza predittiva e nella percepibilità o meno del pericolo da parte dei cinque sensi. Se l’evacuazione avvenisse in una condizione di pericolo latente e non manifesto, potrebbero esserci le condizioni per tentare lo scaglionamento e gli appuntamenti previsti dagli strateghi della protezione civile. Ma la condizione di pace deve essere assicurata senza interruzione per almeno 72 ore, quelle necessarie, secondo le autorità, per l’evacuazione assistita. Se invece la percepibilità del pericolo è plateale o comunque incalzante,  non c’è appuntamento e scaglionamento che tenga: i cittadini si riverserebbero contemporaneamente sulle arterie prescelte secondo le loro logiche di aggiramento degli ostacoli e primeggiatura nell’assicurarsi il transito ai nodi stradali più critici, e altri che ben difficilmente aspetterebbero un autobus alla fermata o al terminal… 

Il secondo nodo che cozza con le logiche e con le strategie di un serio piano di evacuazione è anche un altro: prevedere di spostare addirittura la metà dei cittadini di Pozzuoli con autobus verso la stazione di piazza Garibaldi (Napoli), è una vera stravaganza operativa degna delle filosofie del carteggiare. La stazione di Napoli rientra nell’area gialla, in una misura abbastanza promiscua alla zona rossa flegrea; una zona quella gialla, dove atti del governo avvertono del pericolo rappresentato dalla caduta di cenere e lapilli. 

Parliamo di un fenomeno, quella della pioggia dei piroclastiti, che si manifesta da subito con l’insorgere  dell’eruzione, ed ha un incremento di deposito pari a circa 15 centimetri ora o forse più. In queste condizioni la parte della popolazione napoletana stretta tra la zona rossa e la stazione centrale di Napoli compreso il comprensorio, probabilmente ricadrà interamente in zona rossa 2, cioè da evacuare alla stregua della zona rossa flegrea che conosciamo. Teoricamente non si dovrebbero mandare gente e bus in un agglomerato urbano che dovrebbe essere classificato come zona altrettanto rossa da evacuare alla diramazione dell’allarme. Questa osservazione di taglio operativo potrebbe essere confutata solo dall’autorità scientifica, probabilmente la commissione grandi rischi, che dovrà definire quale parte della zona gialla dovrà essere considerata rossa ai fini dell’evacuazione preventiva. Francamente le autorità scientifiche stanno tardando troppo a pronunciarsi, cagionando grosse lacune nei carteggi operativi che ci sembrano tanto teorici per non dire altro…






sabato 19 dicembre 2020

Rischio Vesuvio e pericolosità: la zona rossa, la zona gialla e la zona blu...di MalKo

 

Vesuvio

Chi cerca notizie sul Vesuvio, il più delle volte lo fa perché è attratto dagli elementi storici e naturali e archeologici che affollano il comprensorio dell’arcinoto vulcano, così come un vivo interesse lo profondono pure i ricercatori interessati a quei fattori di taglio tecnico - scientifico che sono alla base della suddivisione in zone diversamente pericolose del perimetro vulcanico. Ebbene, questa classificazione è stata fatta in base ai fenomeni che possono interessare una vasta porzione della plaga vesuviana, tenendo in debito conto il principio che ogni eruzione presenta una fase espulsiva e poi di deposito dei materiali magmatici.

Analizzando i prodotti piroclastici ammassati al suolo tutt’intorno al vulcano e alle diverse profondità e distanze, è stato possibile determinare con una buona approssimazione l’intensità eruttiva delle passate eruzioni storiche e protostoriche, e i chilometri percorsi dai flussi piroclastici scivolati a valle e dalla cenere e lapilli dispersi in atmosfera e guidate dai venti.

L’analisi dei fenomeni passati è determinante, perché il presupposto che indirizza i tecnici della sicurezza nelle loro analisi protettive, è il concetto che ciò che è successo centinaia di anni fa può ripetersi nel futuro, anche se i tempi della ciclicità degli eventi eruttivi non sono costanti per le innumerevoli variabili che entrano in gioco nelle dinamiche profonde del magma.

I fenomeni attesi in seno a un’eruzione del Vesuvio, dipendono molto dall’indice energetico di esplosività vulcanica (VEI), che può avere un valore di 3, 4 o anche 5 che è quello massimo conosciuto, corrispondente in quest’ultimo caso a uno stile eruttivo pliniano simile a quello che nel 79 d.C. seppellì letteralmente la cittadina di Pompei.

Di che tipo sarà la prossima eruzione e quando si manifesterà, sono due domande a cui oggi non è possibile dare una risposta. Purtuttavia il magma per assurgere in superficie presumibilmente dovrà farsi strada tra vecchi e nuovi percorsi, con una velocità d’infiltrazione che produrrà una serie di prodromi che saranno probabilmente colti con un anticipo, speriamo utile, per lanciare allarmi. Nel novero delle possibilità purtroppo non si può escludere neanche il falso allarme o il mancato allarme, statisticamente meno probabile.

Per quanto riguarda l’indice di esplosività vulcanica (VEI), non è possibile predeterminarlo in anticipo, perché i volumi delle masse magmatiche in gioco e con esse la chimica e la fisica che le contraddistingue, sono fattori gelosamente racchiusi nelle irraggiungibili profondità terrestri. Lì dove è incassato il magma infatti, neanche le prospezioni più tecnologiche e innovative riescono ad oggi a sondare il chilometrico sottosuolo per dare un preciso valore tridimensionale e quindi volumetrico alle rocce semifuse. In assenza di dati di dettaglio quindi, le attività di previsione sull’intensità eruttiva rimangono una disciplina incompiuta.

Volendo analizzare solo i fenomeni a maggiore pericolosità, cioè le colate o flussi piroclastici e la pioggia di piroclastiti, bisogna tenere in debito conto la tabella sottostante, che dimostra come l’impossibilità di determinare in anticipo l’indice di esplosività vulcanica, determina un vulnus operativo delle strategie e delle tattiche protettive da adottare o già adottate.


Le colate piroclastiche sono incontenibili e si caratterizzano per un notevole dinamismo distruttivo di ammassi roventi similmente valanghivi, che calerebbero dal monte per effetto del collasso della colonna eruttiva, che più in alto si spingerà e tanta più energia potenziale dovrà smaltire. Il calore insito in questa valanga surriscaldata, riuscirebbe a vaporizzare repentinamente qualsiasi essere umano per effetto delle elevate temperature del particolato dilagante. Questa caratteristica dell’eccessivo calore, rende improponibili in zona rossa difese individuali a mezzo maschere antigas che si fonderebbero insieme al corpo da proteggere, o anche misure collettive di protezione all’interno di edifici o ricoveri non progettati e collaudati per un siffatto utilizzo in condizioni estreme. A tal proposito valga la considerazione che, pur se l'Ospedale del Mare ubicato in zona rossa (Napoli – Ponticelli) è di possente fattura antisismica, alla stregua di tutte le altre strutture esistenti nella zona rossa, non offre protezione ai flussi piroclastici, e quindi la sua collocazione in quel luogo è progettualmente sbagliata.

Le zone dove il pericolo è massimo e quindi la sopravvivenza non è garantita in caso di eruzione, vengono chiamate zone rosse. Il Vesuvio ne ha due di zone rosse: la zona rossa 1 (R1) e la zona rossa 2 (R2). La zona rossa 1 è quella invadibile dalle micidiali colate piroclastiche. Nella zona rossa 2 invece, quella che per calcoli statistici si protende verso est, c’è da aspettarsi una sostenuta pioggia di cenere e lapilli che renderebbe la respirazione più che problematica, la circolazione impossibile, e la visibilità risulterebbe ridotta a qualche metro. I tetti piani a causa dei sovraccarichi sulle coperture dovuti agli accumuli di cenere e lapilli potrebbero crollare, così come i solai sottostanti.

Per la pioggia di piroclastiti occorre dire due cose: la prima è che il fenomeno è insito in qualsiasi tipologia eruttiva al Vesuvio. Il secondo elemento che dovrà avere il giusto risalto operativo è legato ai tempi di concretizzazione dei fenomeni letali. Ebbene la pioggia di cenere e lapilli è coincidente con l’inizio dell’evento eruttivo, mentre i flussi piroclastici sono appena più tardivi ma molto più distruttivi. Questo spiega perché sia nella zona rossa 1 che nella zona rossa 2, in caso di allarme eruttivo l’evacuazione preventiva è assolutamente necessaria.

Al di fuori della zona rossa c’è la zona gialla che si estende prevalentemente e statisticamente verso est, dove sono previsti medi e forti disagi, soprattutto in danno di quei territori ubicati sottovento al Vesuvio e che si trovano in linea con i venti predominanti: nella zona gialla non si possono escludere eventuali e mirate evacuazioni. Trattandosi di materiale di ricaduta trasportato e orientato dal vento però, qualsiasi valutazione di pericolosità o disagi estremi, dovrà essere fatta con eruzione in corso.

In seno alla zona gialla, a nord del Vesuvio, c’è anche la zona blu di sovrapposizione, dove sono possibili, in caso di eruzione, intensi allagamenti con fiumane di fanghiglia che scorrerebbero dal Vesuvio nelle normali linee d’impluvio verso la conca nolana. Per il forte ruscellamento dovuto alle acque espulse dal vulcano, salterebbero le coperture degli alvei e si formerebbero accumuli acquiferi nelle aree di confluenza dei rii, fino a raggiungere altezze di circa tre metri.

I problemi di sicurezza che gravano sull’area vesuviana, sono innanzitutto legati all’incertezza predittiva dell’eruzione vulcanica e a quella sull’intensità eruttiva. La previsione infatti, dovrebbe formularsi almeno tre giorni prima dell’insorgere delle dirompenze eruttive, con una tempistica che eviti possibilmente falsi allarmi o mancati allarmi. Per quanto riguarda la previsione dello stile eruttivo, le autorità di Protezione civile hanno deciso di assumere su basi statistiche, come eruzione di riferimento per i piani di emergenza, un evento medio sub pliniano VEI 4 e non quello massimo conosciuto VEI 5. Questa decisione che ha l’avallo della commissione grandi rischi è molto responsabilizzante, ancora di più se la dirigenza dell’Osservatorio Vesuviano ribadisce che il passare dei decenni e dei secoli non portano a rivalutare l'intensità eruttiva che rimarrebbe immutata (VEI4) nel tempo, almeno fino a quando nuove scoperte scientifiche non ribaltino questa prospettiva ottimistica. Se queste dichiarazioni non dovessero poggiare su presupposti scientifici molto solidi che in ogni caso contrastano con la letteratura a tema vigente, potrebbe verificarsi, in caso di allarme, la possibilità  statistica di un successo evacuativo con annessa catastrofe vulcanica.

Vesuvio: evidenza delle zone a diversa pericolosità