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venerdì 26 febbraio 2021

Rischio eruttivo Campi Flegrei: speriamo nel falso allarme... di MalKo

 



Il capo dipartimento della protezione civile, Angelo Borrelli, insieme al capo delle emergenze Luigi D’Angelo, e al responsabile della protezione civile regionale Italo Giulivo e della direttrice Francesca Bianco dell’Osservatorio Vesuviano (INGV), il 10 febbraio 2021 hanno tenuto a Pozzuoli, ospiti del sindaco Figliolia, una sorta di conferenza aperta al pubblico e alle domande del pubblico.

L’assise è servita per fare il punto sulla situazione del rischio vulcanico nei Campi Flegrei: i fenomeni geologici che si registrano nell’area infatti, in qualche misura allertano la popolazione. La direttrice Bianco ha riferito che la sorgente che produce il bradisismo è posta a qualche centinaio di metri a sud del Rione Terra, in mare a una profondità di 3- 4 Km.  A 7-8 km. invece, la medesima accenna a un magma primitivo che degassa in modo massivo generando anomalie geochimiche. Alla domanda del pubblico se è possibile verificare la migrazione del magma verso la superficie, la dirigente ha risposto che grazie al sistema di monitoraggio multi parametrico gestito dall’Osservatorio Vesuviano, c’è una buona probabilità che tali movimenti ascensionali ove si presentassero verrebbero colti. In realtà l’affermazione della direttrice sembra ottimistica, perché le eruzioni avvengono all’interno di processi  complessi e caotici. Quale sarà la goccia geochimica o geofisica che farà traboccare gli equilibri sotterranei è difficile prevederlo. D’altra parte se nell’area napoletana l’autorità scientifica ha trovato un sistema per monitorare il cammino del magma con una sufficiente precisione e in tempi utili, il protocollo di prevenzione anti catastrofe vulcanica napoletano dovrebbe essere subito esportato.

La realtà, e non la verità che non la conosce nessuno, temiamo sia quella che vivere in quest’area calderica costellata da bocche eruttive e ammollata dalla circolazione idrotermale, dal bradisismo e dalle intrusioni magmatiche, rappresenta un rischio che qui più che altrove, ogni singolo cittadino deve valutare se ritenerlo accettabile o meno, e se lasciarlo in eredità a figli e nipoti. Il filo conduttore dei dialoghi tra istituzioni e popolazione, dovrebbe essere improntato alla prudenza e al pragmatismo. Invece, la nostra impressione è quella che ci sia una necessità non dichiarata di tranquillizzare a prescindere i cittadini. 

D’altra parte anche l’ing. D’angelo avrà scoperto e apprezzato il progresso della ricerca scientifica, tant’è che ha assicurato che occorre rimandare indietro l’immagine di una evacuazione con l’eruzione alle calcagna. Infatti, forse azzardando una previsione poco memore dei fatti legati al terremoto dell’Aquila, ha precisato che l’allontanamento dalla zona rossa avverrà molto prima dell’eruzione. Ovviamente una tale precisazione impone che sia scontata che il medesimo quando sarà avrà la previsione dell’eruzione in tasca. Diversamente, tentando un esercizio di interpolazione, potrebbe essere che il dirigente dell’ufficio emergenze volesse dire che in nome della salvaguardia lui e i suoi si muoveranno con scelte, misure e tempi, all’interno dell’alveo del falso allarme piuttosto che del mancato allarme. D’altra parte chiamare un piano di evacuazione piano di allontanamento dipana già il quadro delle intenzioni di chi lo propone.  Occorre solo che la natura sia d’accordo e che l'Osservatorio Vesuviano ben la interpreti…

Una delle perplessità espresse dai cittadini nell’ambito di questo consesso seguito sui social, riguarda la decisione adottata nei piani di evacuazione di trasportare la popolazione puteolana, sprovvista di mezzo di locomozione, dalle aree di attesa comunale direttamente all’area d’incontro localizzata alla stazione ferroviaria di Piazza Garibaldi (Napoli). In questo luogo infatti, avverrebbe poi l’imbarco degli sfollati sui treni in direzione di Milano. Nel merito di questa strategia operativa, l’esperto regionale ha chiarito che la scelta di una siffatta modalità evacuativa è stata elaborata strategicamente dalla Regione Campania e poi sottoposta alla società ACAMIR, l’agenzia campana per la mobilità regionale, che l’ha ritenuta materialmente fattibile; poi, è stata testata sul campo con l’esercitazione Campi Flegrei EXE 2019 ed è stato ritenuto superato lo stress test.  

Il test si è avvalso di alcuni autobus, tra l’altro scortati, e di un numero di partecipanti numericamente ben inferiore alla normale e ordinaria capacità di carico dei pochi pullman utilizzati. Una prova esercitativa di evacuazione rapida e massiva che prevede il trasporto di una parte della popolazione dalla periferia occidentale di Napoli e fino al centro dell’area metropolitana partenopea, difficilmente con i numeri messi in gioco potrebbe essere di conforto per le scelte operate. D’altra parte l’allontanamento avverrebbe in una zona centrale partenopea, che non potranno tardare molto a doverla classificare zona rossa 2. Ergo, non si esclude che dovrà essere evacuata con la stessa tempistica adottata per i Campi Flegrei, cioè contemporaneamente e prima dell’eruzione.

Il dirigente regionale campano Italo Giulivo, in linea col collega dipartimentale, ha dichiarato che il problema vulcanico c’è ma è sotto monitoraggio, e che occorre valorizzare il sistema protezione civile nella sua interezza, rifuggendo dall’idea di un campanello di allarme che trilla e tutti scapperanno contemporaneamente. Già nella fase di pre-allarme, afferma, scatterà il piano nazionale di evacuazione, e quindi si insedierà una direzione di comando e controllo che gestirà le operazioni di spostamento della popolazione flegrea. Allontanare 550.000 persone dalla zona rossa, dice Giulivo, è una sfida sostenibile, ma occorre consapevolezza e ruolo attivo dei cittadini.

Il sindaco Figliolia nelle sue brochure pubblicate online, in ossequio alla calma istituzionale dei colleghi e delle pianificate operazioni di esodo che saranno effettuate con largo anticipo sull’eruzione, ha previsto per i non motorizzati addirittura un allontanamento su prenotazione, sconsigliando i cittadini di presentarsi con largo anticipo alla fermata, rispetto all’ora assegnata. Un po’ i conti non tornano, perché il governatore della Campania, Vincenzo De Luca, ebbe a sostenere proprio nell’ambito dell’esercitazione EXE 2019, che le 72 ore necessarie per portare a termine le operazioni di “allontanamento” <<…potrebbero esserci, ma potrebbero anche non esserci…>>. De Luca incallito eleatico?

L’assise tecnico scientifica come sempre è ruotata intorno all’Osservatorio Vesuviano che, ricordiamolo, è struttura periferica dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.  I cittadini sperano sempre da questi incontri, di ricevere e cogliere segnali rassicuranti o contradditori su cui indagare, perché sull’efficacia dei piani di emergenza e di evacuazione nutrono non pochi dubbi, e quindi ambiscono a non misurarsi con le deficienze del sistema, ma piuttosto di andarsene all’occorrenza, in autonomia, con qualche soldo in tasca e ben prima che gli eventi precipitino. In questo schema abbiamo riassunto  le fasi del piano.


Il dibattito recentemente ha avuto qualche momento di riflessione sui limiti e le possibilità offerte da un ipotetico passaggio di fase da attenzione a pre-allarme: da giallo ad arancione per intenderci. Questo nuovo momento operativo potrà essere sancito solo dal presidente del consiglio dei ministri, presumibilmente dopo aver sentito la commissione grandi rischi e riunito il comitato operativo nazionale della protezione civile.

Questo passaggio di colore prevede l’allontanamento su base volontaria dei cittadini residenti in zona rossa, secondo modalità e schemi fissati dalla autorità comunale e regionale. In questo caso è previsto pure un contributo per i cittadini che se ne vanno, ma senza che questi possano avere la possibilità teorica di poter fare marcia indietro e tornarsene a casa. La Direzione di comando e controllo infatti, sarebbe insediata ed entrerebbero in azione i cancelli ai varchi d’uscita. Durante il pre allarme verrebbero svuotati ospedali e case di cura e carceri, così come i beni culturali (quadri, statue, arazzi, libri, ecc.) sarebbero impacchettati e trasportati in luogo sicuro fuori dal perimetro a rischio.

Nelle mappe presentate dalla comunità scientifica, la zona di Agnano e dintorni, per una serie di motivi (ipotesi), è stata adottata come possibile luogo di apertura di una bocca eruttiva. Quindi, hanno calcolato che eventuali flussi piroclastici difficilmente scavalcherebbero la collina di Posillipo e ancora meno quella dei Camaldoli. Un po' più difficile sarà valutare la zona rossa 2, quella della ricaduta massiccia di cenere e lapilli, perché i prodotti piroclastici scaraventati in alto non verrebbero fermati dalle creste collinari e si andrebbero a depositare, secondo calcoli statistici, probabilmente a est del flegreo, quindi in pieno centro cittadino partenopeo. Ne conseguirebbe che la Prefettura di Napoli potrebbe risultare vulnerabile così come la Questura il Municipio ed altri importanti uffici e strutture pubbliche cittadine.

Quello che ci lascia sempre alquanto attoniti, è l’incapacità della politica che non riesce ad imporre un secco divieto anti cemento che inibisca la costruzione di nuovi insediamenti residenziali all’interno della zona rossa flegrea, esattamente come è stato fatto da Bassolino nel 2003 per la plaga vesuviana. In quest’area, a volte percorsa da olezzi di zolfo che come monito ricordano dove ci si trovi, occorrerebbero politiche degli spazi e infrastrutture viarie capaci di indirizzare, all'occorrenza, il maggior numero possibile di veicoli  in direzione nord e nord est, onde offrire elementi di rapido collegamento con l’autostrada Napoli-Roma.

Qualora esista davvero questa possibilità geo operativa da stargate vulcanico offertaci dalla fase di pre allarme, sarebbe utile che si sfruttasse d'appieno, e se ne andassero dalla zona rossa le persone vulnerabili, cioè quelle con patologie che non consentono deambulazione o indipendenza, ed ancora vecchi e bambini che non è il caso di coinvolgerli in una situazione di stress evacuativo. Per quanto tempo starebbero lontani? Gli strumenti non lo dicono... Purtroppo, in assenza di misure di prevenzione delle catastrofi, la sicurezza dei 550.000 del flegreo, pare che sia affidata alla capacità delle istituzioni di diramare un falso allarme…ma anche per quello, credeteci, ci vogliono veramente grandi competenze. Strano vero?



venerdì 1 gennaio 2021

Rischio eruttivo Campi Flegrei: la fase di preallarme è vicina? di MalKo

 



Un avvocato napoletano, Roberto Ionta, ha presentato un esposto per chiedere agli organi di protezione civile di aumentare il livello di allerta vulcanica nei Campi Flegrei: da quello attuale di attenzione (giallo), a quello di preallarme (arancione). Il ricorrente ha poi chiesto di conoscere quali sono i parametri a cui fare riferimento per innalzare il livello di allerta, e contemporaneamente ha diffidato il dipartimento della protezione civile nazionale, ma anche regionale e comunale, affinché innalzino senza titubanza questa soglia scientifica, visto che il territorio flegreo è soggetto al bradisismo, recentemente accompagnato pure da eventi sismici che s’intercalano nella zona della Solfatara con una certa continuità.

Questa situazione indiscutibilmente di irrequietezza geologica e poi questo esposto, hanno creato qualche interrogativo tra i residenti dell’area puteolana: quand’è che la popolazione dei Campi Flegrei dovrà attivarsi per lasciare la zona rossa, nel caso dovessero presentarsi insistenti prodromi di irrequietezza vulcanica? Esistono soglie ben definite per diramare i preallarmi e gli allarmi? In realtà no: soglie numericamente ben definite non esistono nel loro valore minimo, o quantomeno non ci è dato saperlo. In linea di principio si sa che bisognerà lasciare la zona rossa qualora si dovesse presentare una condizione strumentale di assoluto disequilibrio degli elementi fisici e chimici che caratterizzano la quiescenza vulcanica, magari con una soglia di percepibilità diretta fatta di tremori e boati.  

A sancire il superamento di condizioni limiti, può essere solo la commissione grandi rischi per il rischio vulcanico che, dopo aver sentito i centri di competenza, valuterebbe eventuali modifiche da apportare ai livelli di allerta. In tutti i casi sarà poi l’autorità politica a stabilire quale fase del piano di emergenza dovrà attivarsi. Com’è noto infatti, soprattutto in assenza di previsioni deterministiche, la valutazione del rischio deve essere il risultato di più fattori da analizzare complessivamente.


In linea di principio se i dati geologici dovessero inquadrarsi come preoccupanti, si passerebbe a un livello di preallarme vulcanico corrispondente a una fase operativa arancione: ed è quello che chiede l’avvocato Ionta. Questo passaggio di fase consentirebbe ai cittadini che eventualmente decidessero di farlo, di allontanarsi dall’area flegrea in tutta libertà e autonomia, permanendo in una condizione amministrativa idonea per beneficiare di aiuti statali, quali potrebbero essere quelli di autonoma sistemazione (CAS). Ovviamente un cittadino può decidere di andarsene anche nella fase di attenzione, quella che caratterizza l’odierno, ma questa libera scelta non comporta agevolazioni e avverrebbe senza nessun legame con il rischio vulcanico. 

I penitenziari, le case di cura e gli ospedali, in caso di preallarme dovrebbero essere evacuati secondo piani e schemi operativi di dettaglio, che già oggi dovrebbero essere pronti e solo da tirare fuori dai cassetti delle istituzioni competenti, qualora dovesse cambiare la valutazione del pericolo vulcanico nella direzione di un maggior rischio. Una tale misura preventiva renderebbe la zona rossa flegrea mancante di presidi ospedalieri, a meno che nei piani operativi non sia stato previsto il trasferimento dei ricoverati, purtuttavia mantenendo delle strutture di primo soccorso sanitario fino alla fase di allarme con evacuazione generale e autoambulanze in coda. 

Siamo davvero pronti per una eventuale fase di preallarme arancione? Nutriamo forti dubbi, sia da un punto di vista scientifico che operativo. Questa fase appena un gradino sotto a quella di massima allerta, cioè di evacuazione totale dell’area flegrea, è forse la più importante, perché in un certo qual senso l’autorità politica non smentirebbe le preoccupazioni sul rischio eruttivo, lasciando però la decisione dell’allontanamento preventivo direttamente ai cittadini che riceverebbero pure un contributo. I capi famiglia in tal caso si ritroverebbero interamente sul groppone l’interrogativo più pressante e similmente amletico: andarsene o non andarsene… anche perché se ricordiamo bene, verrebbero instaurati i cancelli che consentirebbero l’uscita ma non il rientro in zona rossa. 

Semmai venisse varata la fase di preallarme, il carico abitativo  nel flegreo sarebbe di fatto alleggerito dal preventivo esodo spontaneo della popolazione dalla zona rossa, anche se risulta difficile stimare i numeri in allontanamento. Comunque, con meno abitanti, se si dovesse passare all’ultimo step, le ulteriori operazioni di evacuazione sarebbero sicuramente facilitate. 

Passando a una condizione di preallarme dopo quanto tempo scatterebbe l’allarme vero e proprio? Impossibile precisarlo, anche se teoricamente tale condizione è più facile da raggiungere, perché basterebbero poche e piccole variazioni chimiche e fisiche per cambiare lo scenario d’allerta: a un vaso pieno infatti, necessita una sola goccia per farlo traboccare. Occorre tener presente però, che anche cogliendo tutti i benché minimi segnali strumentali, la previsione d’eruzione che ne scaturirebbe sarebbe sempre di taglio probabilistico e mai deterministico: solo il pennacchio grigio scuro che si srotola nel cielo, può darci il 100% della previsione d’eruzione. Fino a quel momento le probabilità saranno magari altissime ma sempre a due cifre. 

La fase attuale di allerta (attenzione), dovrebbe indurre i cittadini ad abituarsi all'idea che permanere in una zona pericolosa, deve necessariamente prevedere la comprensione del da farsi in caso di necessità. Chi dovrebbe magari approfittare delle possibilità che gli vengono offerte con la proclamazione della fase di preallarme è abbastanza intuitivo: coloro che per età e condizioni fisiche e di deambulazione, potrebbero costituire un appesantimento operativo che nuocerebbe innanzitutto a loro stessi e poi ai loro cari. Chi ha una seconda casa fuori dal perimetro a rischio ha un minimo di vantaggio, soprattutto se l’abitazione è stata conformata per essere abitabile ogni stagione. 

Ogni cittadino dovrebbe prendere confidenza col piano d’emergenza locale a fronte del rischio vulcanico, e quindi conoscere perfettamente dove sono ubicate le aree di attesa da raggiungere con le modalità previste dal piano di protezione civile. Nello stesso documento ci sono le destinazioni fuori zona rossa meglio note come aree di incontro, che saranno raggiunte con gli autobus messi a disposizione dalla Regione Campania. Il trasporto dalle aree di incontro fino ai punti di prima accoglienza, sono una competenza i cui oneri ricadrebbero sulla regione con cui si è gemellati, che provvederebbe poi a distribuire gli sfollati dalla prima stazione di accoglienza alle strutture di accoglienza permanenti. 

Qualche perplessità sul piano d’emergenza dei Campi Flegrei a fronte del rischio vulcanico c’è, sia sulla strategia generale che sulle elaborazioni prodotte dalle municipalità interessate. Ad esempio, nel caso del comune di Pozzuoli che è anche quello più grande, l’autorità comunale ha stilato un manuale che prevede l’allontanamento della popolazione sia con autovetture private che con mezzi pubblici e collettivi. La Regione con cui i puteolani sono gemellati è la Lombardia

Il comune di Pozzuoli prevede tre aree (terminal) di attesa, che bisognerà raggiungere rispettando cadenzamenti e scaglionamenti e orari assegnati ai cittadini da allontanare. Gli abitanti che vogliono lasciare le loro abitazioni in anticipo sui tempi prefissati, possono farlo recandosi nelle aree di attesa generiche del piano generale comunale di protezione civile, per poi portarsi un’ora prima dell’orario prestabilito verso l’area terminal o di attesa navetta. Dall’area di attesa (terminal), i cittadini verrebbero trasportati a piazza Garibaldi (Napoli), praticamente a ridosso della stazione centrale dei treni. Da qui, con imbarco sui freccia rossa, raggiungerebbero la regione Lombardia. 

Coloro che invece intendono raggiungere la Lombardia con la loro autovettura, devono impegnare la viabilità di uscita varcando uno dei due cancelli previsti dal piano di evacuazione  e che riportiamo integralmente come da documento comunale: il primo cancello di uscita (G04) è quello stradale di Monte Rusciello Sud, direzione Roma; il cancello coincide con l’ingresso in Domitiana (SSQuater) in direzione Roma, da Via Monte Rusciello. Il secondo cancello invece (G05), è quello di Cuma Averno, direzione Roma; il cancello coincide con l’ingresso in Domitiana (SSQuater) in direzione Roma, da Via Monte Nuovo Licola Patria, poco dopo il bivio per Toiano. Nelle indicazioni del manuale comunale, si legge poi che entrambi i cancelli lavorano per 48h, considerando il funzionamento del G05 spostato su Agnano nelle prime 4h (dopo le 12h di preparazione dopo la dichiarazione di Allarme) e nelle ultime 8h su 48h previste…(?) 

Questo piano di evacuazione contiene dei nodi operativi indistricabili molto condizionati e a tratti insormontabili. In altre parole assegnare un orario per essere trasferiti o per impegnare la viabilità evacuativa, è una opzione che si può utilizzare nelle gite scolastiche o in una condizione di pericolo impercepibile e certamente lontano dal divenire. Le problematiche legate al rischio vulcanico invece, sono racchiuse proprio nella incertezza predittiva e nella percepibilità o meno del pericolo da parte dei cinque sensi. Se l’evacuazione avvenisse in una condizione di pericolo latente e non manifesto, potrebbero esserci le condizioni per tentare lo scaglionamento e gli appuntamenti previsti dagli strateghi della protezione civile. Ma la condizione di pace deve essere assicurata senza interruzione per almeno 72 ore, quelle necessarie, secondo le autorità, per l’evacuazione assistita. Se invece la percepibilità del pericolo è plateale o comunque incalzante,  non c’è appuntamento e scaglionamento che tenga: i cittadini si riverserebbero contemporaneamente sulle arterie prescelte secondo le loro logiche di aggiramento degli ostacoli e primeggiatura nell’assicurarsi il transito ai nodi stradali più critici, e altri che ben difficilmente aspetterebbero un autobus alla fermata o al terminal… 

Il secondo nodo che cozza con le logiche e con le strategie di un serio piano di evacuazione è anche un altro: prevedere di spostare addirittura la metà dei cittadini di Pozzuoli con autobus verso la stazione di piazza Garibaldi (Napoli), è una vera stravaganza operativa degna delle filosofie del carteggiare. La stazione di Napoli rientra nell’area gialla, in una misura abbastanza promiscua alla zona rossa flegrea; una zona quella gialla, dove atti del governo avvertono del pericolo rappresentato dalla caduta di cenere e lapilli. 

Parliamo di un fenomeno, quella della pioggia dei piroclastiti, che si manifesta da subito con l’insorgere  dell’eruzione, ed ha un incremento di deposito pari a circa 15 centimetri ora o forse più. In queste condizioni la parte della popolazione napoletana stretta tra la zona rossa e la stazione centrale di Napoli compreso il comprensorio, probabilmente ricadrà interamente in zona rossa 2, cioè da evacuare alla stregua della zona rossa flegrea che conosciamo. Teoricamente non si dovrebbero mandare gente e bus in un agglomerato urbano che dovrebbe essere classificato come zona altrettanto rossa da evacuare alla diramazione dell’allarme. Questa osservazione di taglio operativo potrebbe essere confutata solo dall’autorità scientifica, probabilmente la commissione grandi rischi, che dovrà definire quale parte della zona gialla dovrà essere considerata rossa ai fini dell’evacuazione preventiva. Francamente le autorità scientifiche stanno tardando troppo a pronunciarsi, cagionando grosse lacune nei carteggi operativi che ci sembrano tanto teorici per non dire altro…






sabato 19 dicembre 2020

Rischio Vesuvio e pericolosità: la zona rossa, la zona gialla e la zona blu...di MalKo

 

Vesuvio

Chi cerca notizie sul Vesuvio, il più delle volte lo fa perché è attratto dagli elementi storici e naturali e archeologici che affollano il comprensorio dell’arcinoto vulcano, così come un vivo interesse lo profondono pure i ricercatori interessati a quei fattori di taglio tecnico - scientifico che sono alla base della suddivisione in zone diversamente pericolose del perimetro vulcanico. Ebbene, questa classificazione è stata fatta in base ai fenomeni che possono interessare una vasta porzione della plaga vesuviana, tenendo in debito conto il principio che ogni eruzione presenta una fase espulsiva e poi di deposito dei materiali magmatici.

Analizzando i prodotti piroclastici ammassati al suolo tutt’intorno al vulcano e alle diverse profondità e distanze, è stato possibile determinare con una buona approssimazione l’intensità eruttiva delle passate eruzioni storiche e protostoriche, e i chilometri percorsi dai flussi piroclastici scivolati a valle e dalla cenere e lapilli dispersi in atmosfera e guidate dai venti.

L’analisi dei fenomeni passati è determinante, perché il presupposto che indirizza i tecnici della sicurezza nelle loro analisi protettive, è il concetto che ciò che è successo centinaia di anni fa può ripetersi nel futuro, anche se i tempi della ciclicità degli eventi eruttivi non sono costanti per le innumerevoli variabili che entrano in gioco nelle dinamiche profonde del magma.

I fenomeni attesi in seno a un’eruzione del Vesuvio, dipendono molto dall’indice energetico di esplosività vulcanica (VEI), che può avere un valore di 3, 4 o anche 5 che è quello massimo conosciuto, corrispondente in quest’ultimo caso a uno stile eruttivo pliniano simile a quello che nel 79 d.C. seppellì letteralmente la cittadina di Pompei.

Di che tipo sarà la prossima eruzione e quando si manifesterà, sono due domande a cui oggi non è possibile dare una risposta. Purtuttavia il magma per assurgere in superficie presumibilmente dovrà farsi strada tra vecchi e nuovi percorsi, con una velocità d’infiltrazione che produrrà una serie di prodromi che saranno probabilmente colti con un anticipo, speriamo utile, per lanciare allarmi. Nel novero delle possibilità purtroppo non si può escludere neanche il falso allarme o il mancato allarme, statisticamente meno probabile.

Per quanto riguarda l’indice di esplosività vulcanica (VEI), non è possibile predeterminarlo in anticipo, perché i volumi delle masse magmatiche in gioco e con esse la chimica e la fisica che le contraddistingue, sono fattori gelosamente racchiusi nelle irraggiungibili profondità terrestri. Lì dove è incassato il magma infatti, neanche le prospezioni più tecnologiche e innovative riescono ad oggi a sondare il chilometrico sottosuolo per dare un preciso valore tridimensionale e quindi volumetrico alle rocce semifuse. In assenza di dati di dettaglio quindi, le attività di previsione sull’intensità eruttiva rimangono una disciplina incompiuta.

Volendo analizzare solo i fenomeni a maggiore pericolosità, cioè le colate o flussi piroclastici e la pioggia di piroclastiti, bisogna tenere in debito conto la tabella sottostante, che dimostra come l’impossibilità di determinare in anticipo l’indice di esplosività vulcanica, determina un vulnus operativo delle strategie e delle tattiche protettive da adottare o già adottate.


Le colate piroclastiche sono incontenibili e si caratterizzano per un notevole dinamismo distruttivo di ammassi roventi similmente valanghivi, che calerebbero dal monte per effetto del collasso della colonna eruttiva, che più in alto si spingerà e tanta più energia potenziale dovrà smaltire. Il calore insito in questa valanga surriscaldata, riuscirebbe a vaporizzare repentinamente qualsiasi essere umano per effetto delle elevate temperature del particolato dilagante. Questa caratteristica dell’eccessivo calore, rende improponibili in zona rossa difese individuali a mezzo maschere antigas che si fonderebbero insieme al corpo da proteggere, o anche misure collettive di protezione all’interno di edifici o ricoveri non progettati e collaudati per un siffatto utilizzo in condizioni estreme. A tal proposito valga la considerazione che, pur se l'Ospedale del Mare ubicato in zona rossa (Napoli – Ponticelli) è di possente fattura antisismica, alla stregua di tutte le altre strutture esistenti nella zona rossa, non offre protezione ai flussi piroclastici, e quindi la sua collocazione in quel luogo è progettualmente sbagliata.

Le zone dove il pericolo è massimo e quindi la sopravvivenza non è garantita in caso di eruzione, vengono chiamate zone rosse. Il Vesuvio ne ha due di zone rosse: la zona rossa 1 (R1) e la zona rossa 2 (R2). La zona rossa 1 è quella invadibile dalle micidiali colate piroclastiche. Nella zona rossa 2 invece, quella che per calcoli statistici si protende verso est, c’è da aspettarsi una sostenuta pioggia di cenere e lapilli che renderebbe la respirazione più che problematica, la circolazione impossibile, e la visibilità risulterebbe ridotta a qualche metro. I tetti piani a causa dei sovraccarichi sulle coperture dovuti agli accumuli di cenere e lapilli potrebbero crollare, così come i solai sottostanti.

Per la pioggia di piroclastiti occorre dire due cose: la prima è che il fenomeno è insito in qualsiasi tipologia eruttiva al Vesuvio. Il secondo elemento che dovrà avere il giusto risalto operativo è legato ai tempi di concretizzazione dei fenomeni letali. Ebbene la pioggia di cenere e lapilli è coincidente con l’inizio dell’evento eruttivo, mentre i flussi piroclastici sono appena più tardivi ma molto più distruttivi. Questo spiega perché sia nella zona rossa 1 che nella zona rossa 2, in caso di allarme eruttivo l’evacuazione preventiva è assolutamente necessaria.

Al di fuori della zona rossa c’è la zona gialla che si estende prevalentemente e statisticamente verso est, dove sono previsti medi e forti disagi, soprattutto in danno di quei territori ubicati sottovento al Vesuvio e che si trovano in linea con i venti predominanti: nella zona gialla non si possono escludere eventuali e mirate evacuazioni. Trattandosi di materiale di ricaduta trasportato e orientato dal vento però, qualsiasi valutazione di pericolosità o disagi estremi, dovrà essere fatta con eruzione in corso.

In seno alla zona gialla, a nord del Vesuvio, c’è anche la zona blu di sovrapposizione, dove sono possibili, in caso di eruzione, intensi allagamenti con fiumane di fanghiglia che scorrerebbero dal Vesuvio nelle normali linee d’impluvio verso la conca nolana. Per il forte ruscellamento dovuto alle acque espulse dal vulcano, salterebbero le coperture degli alvei e si formerebbero accumuli acquiferi nelle aree di confluenza dei rii, fino a raggiungere altezze di circa tre metri.

I problemi di sicurezza che gravano sull’area vesuviana, sono innanzitutto legati all’incertezza predittiva dell’eruzione vulcanica e a quella sull’intensità eruttiva. La previsione infatti, dovrebbe formularsi almeno tre giorni prima dell’insorgere delle dirompenze eruttive, con una tempistica che eviti possibilmente falsi allarmi o mancati allarmi. Per quanto riguarda la previsione dello stile eruttivo, le autorità di Protezione civile hanno deciso di assumere su basi statistiche, come eruzione di riferimento per i piani di emergenza, un evento medio sub pliniano VEI 4 e non quello massimo conosciuto VEI 5. Questa decisione che ha l’avallo della commissione grandi rischi è molto responsabilizzante, ancora di più se la dirigenza dell’Osservatorio Vesuviano ribadisce che il passare dei decenni e dei secoli non portano a rivalutare l'intensità eruttiva che rimarrebbe immutata (VEI4) nel tempo, almeno fino a quando nuove scoperte scientifiche non ribaltino questa prospettiva ottimistica. Se queste dichiarazioni non dovessero poggiare su presupposti scientifici molto solidi che in ogni caso contrastano con la letteratura a tema vigente, potrebbe verificarsi, in caso di allarme, la possibilità  statistica di un successo evacuativo con annessa catastrofe vulcanica.

Vesuvio: evidenza delle zone a diversa pericolosità













domenica 13 dicembre 2020

Rischio eruttivo Vesuvio e Campi Flegrei: la protezione che non c'è... di MalKo



Il Covid 19 da buon parassita non poteva che produrre una catastrofe sanitaria, soprattutto in una società senza un’idea anti pandemica, con non poche strutture di assistenza medica smobilitate negli ultimi decenni, e con personaggi neanche capaci di mettere a posto le carte, figuriamoci la salute.

L’odissea delle mascherine che si producevano ahinoi solo fuori dai confini nazionali, ci hanno disorientato e appiattito nei primi momenti, sull’unica opzione preventiva possibile che era quella di non uscire e tenere materialmente la bocca chiusa. Per mesi ci hanno ammorbato con disquisizioni assurde circa l’utilità o meno delle mascherine, che in ogni caso non c’erano. La bocca anche molto aperta l’hanno tenuta e la tengono invece epidemiologi, virologi e infettivologi e similari, che occupano il piccolo schermo, molto spesso elargendo opinioni e indicazioni completamente diverse le une dalle altre, anche se ultimamente stanno aggiustando il tiro evitando esternazioni iperboliche più che imbarazzanti per tutti. Vi sembrerà strano, ma riteniamo questa inflazione televisiva medico scientifica preferibile al pensiero unico del soggetto istituzionale e governativo, al maschile o al femminile che, con tono misurato, appare in pubblico per dire che è tutto sotto controllo e che sui blog fanno solo allarmismo.

L’articolo pubblicato online dalla giornalista Selvaggia Lucarelli sulla testata TPI.it. è molto interessante e inizia così:<< il professor Antonello Ciccozzi insegna antropologia culturale all’Università dell’Aquila. Dopo il devastante terremoto che colpì il capoluogo abruzzese nel 2009, coniò il termine “rassicurazionismo”, poi inserito nel dizionario Treccani. L’occasione fu la sua consulenza tecnica al processo alla Commissione Nazionale per la Previsione e la Prevenzione dei Grandi Rischi, processo che costò la condanna a due anni a Bernardo De Bernardinis, allora vicecapo della Protezione Civile>>.

Il rassicurazionismo è quella pratica che normalmente trova ampio spazio applicativo nell’ambito governativo e delle istituzioni pertinenti, che anche senza istruzioni mirate sanno e si adoperano acchè si attenuino gli stati ansiosi delle popolazioni, soprattutto a ridosso di una condizione di pericolo difficilmente affrontabile in via preventiva e operativa che possa portare disordine pubblico. La gente infatti, vorrebbe vivere in un contesto di permanente protezione, o almeno rassicurazione, avendo la sensazione se non la certezza, che c’è un grande fratello statale che veglia diuturnamente sul loro sonno e con le migliori risorse umane e tecnologiche possibili.

L’Osservatorio Vesuviano è una struttura appunto statale che ha compiti di ricerca e di sorveglianza vulcanica, che non disdegna di esercitare anche la pratica del rassicurazionismo, soprattutto perché, contrariamente all’affollata componente medica che ha sul collo la pandemia, praticamente svolge indisturbato questo ruolo di front office in un clima di pace geologica, appena disturbato da qualche brontolio, e più ancora da qualche sussulto soprattutto nell’area flegrea. Con incalzanti crisi sismiche sarebbe tutto un altro discorso... Le diverse amministrazioni statali e regionali e comunali, che dovrebbero vedersela coi vulcani sopiti, preferiscono contemplare l’ipotesi eruttiva medio bassa sussurrata dall’INGV, che essendo dieci volte inferiore al massimo evento conosciuto (eruzione Pompei), offre maggiori chances di mediazioni tra economia, pericolo e tutela: della serie rischio accettabile, ovvero analisi costi benefici. Con questo modus operandi, la scala dei disastri allora potrebbe anche salire e coglierci totalmente impreparati, vanificando qualsiasi organizzazione evacuativa che intanto non c’è e se c’è è tarata sul medio evento. Non presentandosi il manifesto e percepibile rischio eruttivo, le maestranze istituzionali lasciano correre qualsiasi affermazione negativa proveniente dal basso su scenari e piani di emergenza, senza neanche soppesarla.

In realtà ogni affermazione allarmista o rassicurazionista dovrebbe poggiare su una solida analisi scientifica del problema, e soprattutto sulle alternative possibili in risposta ad ogni incognita. Quindi il discorso sul rischio vulcanico dovrebbe avere un’inquadratura diversa dal solito target minimalista o allarmistico. Se il pericolo non è quantificabile energeticamente e neanche temporalmente, per migliorare la nostra posizione di grande fragilità zonale, la soluzione alla fine dovrebbe essere quella di andarsene dal territorio vulcanico: l’emigrazione a dirla chiara o lapalissianamente, sarebbe la formula bruta della sicurezza.

Ovviamente questa strategia di uscita (exit strategy) piuttosto tranchant, avrebbe una sua percorribilità, in assenza di prodromi percepibili dai sensi, solo se il nucleo familiare per più motivi abbia in serbo di andarsene fuori dalla zona rossa. Diversamente la pratica del trasferimento familiare potrebbe essere una opzione sofferta ma molto utile per chi non ha remore per i cambiamenti, ed ha una forma mentis molto lucida su quella che dovrà essere l’organizzazione familiare del proprio futuro. Per la stragrande maggioranza delle famiglie invece, che ha relazioni e lavoro stabile in zona rossa, decidere di andare via è molto più difficile perché alla quantità della vita potrebbe non corrispondere una congrua qualità della vita stessa.

Per mitigare il rischio vulcanico senza per questo uscire dalla zona rossa, l’alternativa per garantirsi un minimo di protezione in più, dovrebbe essere quella di non risiedere nelle zone mediane di pericolo del perimetro a rischio, preferibilmente occupando un posto in periferia e ad occidente, possibilmente lontano dagli addensamenti abitativi che sono una variabile assolutamente negativa a fronte di qualsiasi elemento di pericolo geologico, climatico o di natura antropica.

Proprio stamani sulla rivista online Open, a proposito della pandemia si legge che non c’è mai stato un piano operativo. E ancora si legge che le scartoffie esistenti contenevano unicamente «linee guida generiche molto distanti da quello che dovrebbe essere un piano pandemico». Come nel caso dell’organizzazione anti covid, anche nel vesuviano e nel flegreo non c’è un utile piano di protezione civile a fronte del pericolo eruttivo. In caso di allarme, la nostra impreparazione potrebbe essere platealmente e drammaticamente e catastroficamente evidente, e tutta la questione e la gestione dell’emergenza vulcanica, andrebbe ad offrire ampi spunti all’interno della trasmissione di Sigfrido Ranucci (Report), o in quella di Non è l’Arena con l’inviato Lupo che si si sposterebbe su paesaggi lunari. Come la pandemia però, le inchieste arriverebbero sempre a posteriori, ed esperti mai visti prima o mai prima espostisi con le loro teorie, darebbero lezioni di prevenzione e di vulcanologia, con un’attenta analisi della catena degli eventi che ha portato al disastro, bacchettando ed assolvendo con quelle famose e collaudate tecniche di dietrologia, frutto del senno del poi, quegli attori istituzionali muti e inattivi spettatori della sicurezza pubblica. Verrebbero tutti assolti come successe alla commissione grandi rischi, dove i giornalisti più accreditati tirarono in ballo la bufala che si stava svolgendo un processo alla scienza degno dell’inquisizione, un'artata campagna a favore della protervia istituzionale...

Che un’eruzione ci colga improvvisamente è improbabile. Che ci colga prima del previsto, cioè con un margine temporale inferiore alle 72 ore è ancora improbabile. Che diffondano un allarme eruttivo molto in anticipo sui tempi eruttivi è piuttosto probabile. Che lancino un allarme evacuativo seguito dall’eruzione dopo qualche giorno dalla desertificazione della zona rossa è un miracolo. Per gli esperti la previsione dell’evento vulcanico è più difficile nei Campi Flegrei che non al Vesuvio. Neanche le più innovative tecniche di monitoraggio delle plaghe vulcaniche hanno la capacità di accrescere la diagnosi predittiva dell’eruzione, perché storicamente non si ha una congrua sequela di dati archiviati nel corso dei millenni: i vulcani li conosciamo da ieri...

Il piano di emergenza e di evacuazione a fronte del rischio vulcanico campano, è un assemblato di carte dal taglio teorico ma per niente operativo. La risposta reclamizzata dalla protezione civile nazionale e regionale e comunale sembra di pura facciata senza certezze sull'efficacia delle misure generiche che si intenderebbero prendere in caso di necessità. La totale disorganizzazione del modello anti pandemico, alla stregua può suggerirci cosa succederebbe in caso di allarme vulcanico, dove la salvezza può solo provenire dai falsi allarmi che salverebbero ma alla lunga stancherebbero.  Il recovery fund porterà miliardi che cadranno su un terreno sterile pieno di ortiche che ci porterà a consumare concime, acqua e Sole senza che fiorisca alcunché. Richiamando un pensiero affine all'ideologia mazziniana, la felicità in terra è tutta racchiusa nel buon funzionamento delle istituzioni: si vanghino questi poderi allora... 













venerdì 23 ottobre 2020

Rischio Vesuvio: la zona rossa è di garanzia?

 


Per chi segue le vicende del rischio Vesuvio, occorre dire che nell’attualità il dibattito scientifico e giornalistico che ruota intorno al famoso vulcano è totalmente assente, perché tutta l’attenzione dei media è concentrata sul Covid 19, la pandemia che sta fustigando il mondo intero con le strutture sanitarie in ginocchio e la popolazione mondiale allarmata e disorientata.

L’apparato vulcanico del Vesuvio, come si evince dai tracciati sismici, di tanto in tanto subisce scuotimenti dovuti a terremoti a bassa e bassissima magnitudo con il rilascio di energia equivalente inferiore a una tonnellata di tritolo: valori, generalizzando, che non cagionano danni. Di contro però, attestano ineluttabilmente che il Vesuvio è ubicato su una vasta camera magmatica che ricordiamo non è un bacino chiuso. Questo significa che i contenuti di magma incassati nelle profondità chilometriche dell’apparato vulcanico, presumibilmente dovrebbero variare con il tempo. Intanto nessuna ricerca fino ad oggi è riuscita a dare un preciso rilievo tridimensionale alle sostanze incandescenti presenti nelle viscere del monte, onde consentire con precisione di valutare con quanti chilometri cubici di materiale magmatico potremmo avere a che fare un domani. Questo significa che non è possibile pronunciarsi sulla misura energetica della prossima eruzione, che non sappiamo se sarà esplosiva e soprattutto quanto esplosiva; e poi non sappiamo se riusciremo a cogliere con netto anticipo i prodromi pre eruttivi che non siano un falso allarme, e se il traffico stradale ci consentirà di allontanarci velocemente dal pericolo. Ed ancora non sappiamo se il piano di evacuazione quando sarà completato riuscirà a soddisfare d’appieno le necessità di sicurezza dell’area vesuviana. Queste sono solo alcune delle domande che un giorno cattureranno la nostra attenzione o quella dei posteri, che si scontreranno, statene certi, contro un muro di dubbi a fronte delle impellenti necessità del sopravvivere.

Riallacciandoci con qualche analogia alle problematiche da Covid 19, sembra che nessun governo nazionale e mondiale abbia mai stilato un piano per fronteggiare una pandemia seria come questa. Il Covid 19, dopo una prima ondata di aggressività sugli anziani, ha diviso gli scienziati che si sono espressi sulla letalità dell’epidemia. Alle porte dell’estate, secondo alcuni luminari il virus era morto e sepolto; altri lo definivano oramai cambiato e quindi innocuo come un raffreddore, ma c’è stato pure chi ha avvertito di una recrudescenza dei contagi con modalità particolarmente pervasive da attendersi in autunno. In effetti mentre il mondo cinematografico aveva largamente previsto la drammaticità di una minaccia pandemica, il mondo reale, quello fatto di politici e scienziati ed esperti e opinion leader, neanche avevano lontanamente immaginato che potesse verificarsi un incubo simile: da ciò ne è derivato una impreparazione pressochè totale. 

Un’esplosione pliniana del Vesuvio, evento raro ma non escludibile dagli annali del possibile, è un argomento in questo caso poco dibattuto fra gli scienziati, con prese di posizione fatte di farfugliamenti a bassissima voce. La classe degli esperti istituzionali preferisce infatti parlare a voce alta per esprimersi sui sistemi di monitoraggio sempre più tecnologici e da finanziare, e sui piani di emergenza e di evacuazione, dando in pasto all’opinione pubblica indizi di certezze sulla previsione dell’evento, offrendo poi esercitazioni di protezione civile che hanno la stessa utilità di una lampada abbronzante ai tropici.  I dati geologici ci provengono dall’organo istituzionalmente competente che è senza ombra di dubbio l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), mentre per la parte tecnica e politica le indicazioni sono tutte del Dipartimento della Protezione Civile e della Regione Campania. L’INGV, anche attraverso la sua diramazione scientifica costituita dall’Osservatorio Vesuviano, ha concluso che la massima eruzione attendibile al Vesuvio è tuttalpiù di taglia sub pliniana, mentre quella più probabile è di tipo ultra stromboliana (VEI3). La pliniana è innominabile, perché, sussurrano, ha un indice di probabilità di accadimento praticamente zero. Stranamente un documento firmato da due ex direttori dell'Osservatorio Vesuviano davano una probabilità eruttiva VEI 5 all'11%.


Per quanto riguarda la possibilità che con i decenni e poi con le decine di decenni e poi secoli, il Vesuvio possa aumentare la sua latente energia eruttiva e distruttiva, la direttrice dell’Osservatorio Vesuviano (INGV) ebbe a precisare qualche anno fa, che non è il trascorrere del tempo che rende più pericoloso un vulcano come il Vesuvio, bensì solo nuove scoperte capaci di modificare quelle conoscenze scientifiche che hanno consentito nell’odierno di classificare l’eruzione  di tipo sub pliniana (VEI4) come l’eruzione massima di riferimento per i piani di emergenza.  Se per nuove scoperte s'intende la precisa calibrazione della massa magmatica in aspettativa nell'omonima camera, come già anticipato prima, non c'è una tale inappuntabile quantificazione, ma di certo l'eruzione pliniana del 79 d.C. pescò magma dalla camera superficiale (4-5 Km.), ma soprattutto da quella profonda (8-10 Km.) poco perscrutabile... Il dibattito scientifico dovrebbe incominciare a chiarire l’importanza di queste due camere nelle dinamiche magmatiche esplosive, che forse hanno ruoli diversi nelle diverse tipologie eruttive.

È nella normalità delle cose che se il mondo scientifico certifica addirittura come deterministica una previsione di eruzione massima attesa non superiore a un indice di esplosività vulcanica VEI 4, i tecnici del dipartimento della protezione civile e della Regione Campania hanno impostato le bozze dei piani di emergenza, tenendo in debito conto questa discutibile classificazione per circoscrivere la zona rossa da evacuare. Per meglio inquadrare il problema, si tenga presente che l’estensione della zona rossa ha un raggio correlato all’indice di esplosività vulcanica. Quindi: circa 10 chilometri per una VEI 4, e quasi 20 per una eruzione pliniana VEI5. Occorre anche comprendere che, come i termometri, anche le energie eruttive possono manifestarsi con valori intermedi che nel nostro caso creerebbero problemi, soprattutto se la zona rossa non ha un contorno maggiorato di sicurezza. Da questo punto di vista il caso di Volla è emblematico.


Assumendo per il Vesuvio una zona rossa VEI 4, in pratica si è tenuto fuori dai piani di evacuazione buona parte della città di Napoli ad eccezione dei quartieri orientali (Barra, Ponticelli, San Giovanni a Teduccio). Questa storia di Napoli centro storico invulnerabile alle dinamiche eruttive vesuviane e flegree ci lascia perplessi. Infatti, la zona rossa del super vulcano non comprende come è stato fatto col Vesuvio una zona rossa 2 (R2).  La zona rossa 2 ricordiamolo, è quella parte di territorio che per lontananza sarebbe risparmiata dalle colate piroclastiche sub pliniane ma non dalla massiccia pioggia di cenere e lapilli. La caduta di materiale piroclastico renderebbe impossibile la permanenza in loco per l’immediatezza dell’insorgere dei problemi alla respirazione. E poi ci sarebbero dopo qualche ora criticità alla circolazione dei veicoli, e poi serie complicanze statiche alle coperture dei fabbricati per il sovrappeso di cenere e pomici e lapilli. Questo significa che la zona rossa 2 ha le stesse regole e tempi di evacuazione della zona rossa ordinaria, e che intanto non è stata indicata per la zona rossa flegrea.

Considerato che i venti predominanti soffiano prevalentemente verso est, pur comprendendo che non c’è l’indicazione di un preciso centro eruttivo nella caldera dei Campi Flegrei, riteniamo che una media mediata non possa non comprendere la necessità, all’occorrenza, di un allontanamento preventivo di tutti gli abitanti che affollano il centro storico di Napoli. 

I rischi che si corrono col Vesuvio è quello che anche una riuscitissima previsione dell’evento vulcanico con una efficace evacuazione della zona rossa, possa comportare una catastrofe se l’intensità eruttiva che non è possibile cogliere in anticipo, vada ad assumere i caratteri di una pliniana o similmente pliniana, con le colate piroclastiche che andrebbero ad espandersi ben oltre i limiti attuali della zona rossa cogliendo non pochi spettatori immoti. Anche nel flegreo persiste un problema, e anche qui in caso di allarme, pur se si dovesse raggiungere l’auspicato successo evacuativo, il centro storico di Napoli rischierebbe di essere bombardato dai prodotti piroclastici di caduta che renderebbero dopo qualche ora inutilizzabile la stazione centrale, mentre i marittimi dovrebbero spalare cenere dai ponti dei traghetti e gli snodi stradali e autostradali rischierebbero dopo qualche ora il blocco totale della circolazione.

Alcune diatribe interne all’Osservatorio Vesuviano, così come la querelle sull’epicentro del terremoto di Casamicciola del 21 agosto 2017, la cui localizzazione venne fatta a distanza di giorni; ed ancora il gioco del sapevo e non sapevo sulla trivellazione operata nella zona di Agnano nel giugno 2020, portano a ritenere che la richiesta di alcuni senatori sull’opportunità di commissariare l’INGV per riorganizzare i vertici, sia un'assoluta necessità per riportare il ruolo della scienza lontano dai bisogni non confessati della politica. Le istituzioni non sono meno responsabili però, soprattutto quando si arrogano il diritto di nascondere la verità per non allarmare, mentre in realtà la cautela serve esclusivamente per non rispondere...














domenica 26 luglio 2020

Rischio Vesuvio e Campi Flegrei: il difficile governo dei territori vulcanici… di MalKo

VESUVIO

L’area vesuviana è caratterizzata e prende il nome, dalla massiccia presenza dell’arcinoto strato vulcano Vesuvio. Trattandosi di un apparato che nella sua lunga storia eruttiva ha prodotto eruzioni dissimili per intensità e fenomenologia, inquadrarlo in tutta la sua pericolosità è compito arduo. Come più volte sintetizzato, non è possibile prevedere con quale tipologia eruttiva il vulcano romperà nel futuro la sua annosa quiescenza che dura da 76 anni. L’assunzione dello scenario medio sub pliniano (VEI4) come eruzione massima di riferimento per la stesura dei piani di emergenza, ha dato vita all’attuale zona rossa i cui limiti scientifici sono dettati dalla linea nera Gurioli, mentre quelli amministrativi dalla Regione Campania.

In una interlocuzione avvenuta nei primi mesi del 2019 con le autorità di Protezione Civile Nazionale e Regionale e con l’Osservatorio Vesuviano (INGV), fu portato all’attenzione dei dirigenti intervenuti, la necessità di varare strumenti urbanistici graduali, per non determinare una stroncatura netta tra i limiti della zona rossa e quella verde contigua: quest’ultima per intenderci con vincoli edilizi ordinari. Una corona circolare che fungesse come un intercalare territoriale di tutta precauzione e non di evacuazione, sarebbe stato assolutamente necessario per dare spazio alle politiche lungimiranti di prevenzione, sulla scorta della consapevolezza che il pericolo eruttivo non è una costante invariabile col tempo.  

Esempio di organizzazione del territorio vulcanico


Se si adotta così com’è stato fatto uno scenario eruttivo medio e non quello massimo conosciuto, occorre anche comprendere che con il passare del tempo ciò che oggi è zona verde un domani, magari anche lontano, diventerà zona rossa VEI5 o prossima a questa intensità. Si tenga presente infatti, che l’indice di intensità vulcanica (VEI), è una scala che segue dei gradini che offrono energie 10 volte superiori ad ogni alzata: i processi energetici possono invece avere alla stregua di una scala termometrica, valori intermedi, con logiche al rialzo da piano inclinato. Un’amplificazione della probabilità eruttiva pliniana o similmente pliniana, col trascorrere dei decenni e poi dei secoli, verosimilmente rientrerà nel calcolo delle probabilità future di accadimento difficilmente contestabili. Una constatazione questa dell’intensità eruttiva, che trova una sua correlazione non misurabile con certezza con i tempi di quiescenza, che nella quasi totalità delle pubblicazioni di vulcanologia, viene indicato come fattore importante per le valutazioni al rialzo del pericolo eruttivo. In ogni caso l’imprevedibilità del sistema vulcanico che trae la sua energia dalle diramazioni con l’astenosfera, racchiude limiti di insondabilità insuperabili alla luce delle conoscenze attuali.

Ragionando sui documenti esistenti, si desume una possibilità non trascurabile che l’eruzione possa essere pliniana al giro di boa dei 200 anni di quiescenza. Superato questo limite bisecolare, la casistica introdurrà in modo non residuale la più famosa delle eruzioni, imponendo modifiche all’estensione della zona rossa per adeguarla al mutato indice di esplosività vulcanica (VEI5). Un mutamento che in assenza di regole urbanistiche, imporrebbe di fare i conti col consumo del territorio che sembra inarrestabile nel comprensorio metropolitano…

 
Area Vesuviana: zona rosso 1, zona rossa 2, zona blu, zona gialla.


Il problema grosso di protezione civile, è che nessuno al mondo può escludere la possibilità che già oggi una eruzione di questo tipo possa materializzarsi. L’altro elemento da brividi, è la previsione del fenomeno eruttivo, che per sua natura si presta ai falsi allarmi e ai mancati allarmi. Nessuno dice però, che c’è una terza possibilità: un infallibile successo previsionale di un’eruzione che poi potrebbe anche remotamente rivelarsi energeticamente superiore alle aspettative o maggiormente sbilanciata in una direzione, con effetti dirompenti capaci di superare i limiti amministrativi della zona rossa. In questo malaugurato ipotesi, migliaia di persone resterebbero immobili e impreparati come birilli...

Nella zona rossa Vesuvio sussiste il vincolo dell’inedificabilità totale per uso residenziale, e quindi va da sé che la domanda di alloggi fuori dalla zona rossa 1 (nella zona rossa 2 vige cemento libero) è fortemente aumentata. Per rispondere alle necessità immobiliari, alcuni comuni come quello di Volla, hanno incrementato la cementificazione del territorio per dare al mercato i vani richiesti.  

Articolo giornalistico ad oggetto la cementificazione di Volla.  Valutate la distanza del comune
dalla zona rossa nella mappa dell'area vesuviana riportata in alto.


La necessità di regolare senza vietare, i processi di urbanizzazione nell’area contigua alla zona rossa e per alcuni chilometri, dovrebbe spronare le autorità di governo del territorio metropolitano, a darsi regole di sviluppo sostenibile, utilizzando schemi di insediamenti abitativi capaci di favorire la politica degli spazi e una più agevole mobilità delle popolazioni su ruote. D’altro canto occorre anche prestare attenzione alle particolarità costruttive dei manufatti, in modo che siano maggiormente rispondenti alle esigenze di affrontare staticamente i fenomeni dinamici, verticali e orizzontali, insiti nelle grandi eruzioni. 

Secondo la maggior parte dei libri di vulcanologia, pedissequamente viene riportato il dato che quanto maggiore sarà il tempo di quiescenza di un vulcano, tanto maggiore sarà l’energia con cui l’apparato porrà fine al suo letargo geologico. La direttrice dell’Osservatorio Vesuviano stranamente escluse pubblicamente questa regola, sostenendo che la misura del tempo non cambia l’intensità eruttiva massima attesa al Vesuvio, che sarà in ogni caso di media intensità e fino a prova contraria. 

L'enigmatica scienziata forse voleva riferirsi agli esami tomografici sismici o muonici che potrebbero già aver quantificato i volumi di magma presenti nella camera magmatica profonda. Il concetto allora potrebbe essere quello che si valuteranno in futuro e con indagini indirette le masse di materiale rovente insinuatesi nella camera magmatica, e le comparazione "radiografiche" potrebbero consentire di mutare il quadro predittivo dell'intensità eruttiva.Temo però, che al momento non abbiamo questa precisione analitica...

Il monte St. Helen negli USA, è molto simile al Vesuvio e nel 1980 produsse una spaventosa eruzione. In realtà e spinti dalla curiosità e dalla necessità di chiarezza, abbiamo chiesto al servizio geologico americano,se è vero che l’intensità eruttiva non è legata ai tempi di quiescenza del vulcano. La risposta è stata lapidaria: that is not true (questo non è vero). Dal nostro punto di vista riteniamo che se l'indagine sismica avesse elementi tridimensionali di determinatezza assoluta, sapremmo con precisione cosa succede pure nel sottosuolo dei Campi Flegrei, assegnando con accettabile approssimazione l’indice di pericolosità vulcanica...

Campi Flegrei . Zona rossa e gialla.


L’affermazione della predetta assegnò un endorsment ai rappresentanti delle pregevoli istituzioni governative presenti, che uscirono dall’incontro  giustificati per la loro ingessatura evcuativa sull'argomento, che nulla porta però al contribuito strutturale della prevenzione del rischio vulcanico oltre i margini temporali della loro esistenza. Tecnici dell’oggi insomma e non del domani. Diversamente costoro avrebbero dovuto impegnarsi per costringere la politica a prendere contezza della realtà, suggerendo azioni di pianificazione urbanistica (Puc) con la mente concentrata sulle prerogative di sicurezza della società futura, che non merita che si lasci una bomba naturale in un contesto metropolitano di serrata e crescente e caotica e avviluppante conurbazione.

Intanto i sindaci della zona rossa che hanno costituito un cartello per mettere in discussione gli insopportabili divieti anti cemento vigenti nel vesuviano, chiedono a gran voce di abbattere e riscrivere la legge 21/2003 e nel contempo lamentano la necessità di trovare soluzioni agli abusi edilizi attraverso le sanatorie. Queste pretese degli amministratori locali che sanno un tantino di campagna elettorale, possono incidere fortemente sulle politiche della sicurezza areale, quale territori fortemente antropizzati e minacciati dall’imprevedibilità vulcanica, che da oriente a occidente stringe nella morsa del rischio eruttivo l’area metropolitana napoletana. 

Se i primi cittadini con i loro esperti riusciranno a convincere l’assessore Bruno Discepolo ad aprire il borsone dell’edilizia nel comprensorio vesuviano, anche per i Campi Flegrei si prospetterà una legge di latta, per dirla alla Cordova, che proclamerà di bloccare ogni ulteriore insediamento abitativo nel settore a maggior rischio vulcanico, ma con molte postille, distinguo e scappatoie ad esempio su Bagnoli, che invece di diventare un hub di protezione civile diventerà probabilmente un distinto agglomerato urbano.

Per quanto ne sappiamo, l’unica azione amministrativa che va nella direzione di strutturare sul serio le pratiche di mitigazione del rischio vulcanico nei Campi Flegrei, è quella di varare una legge capace di bloccare qualsiasi ulteriore insediamento abitativo nella zona rossa, fermando così nuove esposizioni dei cittadini al pericolo, alla stregua di quanto è stato fatto nel vesuviano con la norma regionale,  risultata di una certa efficacia al netto degli abusi edilizi perpetrati su un territorio francamente senza controlli.

L’ipotesi di disegno di legge presentato nel 2016 dalla consigliera regionale Maria Muscarà :<< Norme urbanistiche per i comuni rientranti nelle zone a rischio vulcanico dell’area flegrea>>, affronta quindi il problema. L’iter della buona proposta, si è arricchito dei pareri espressi in alcune sedute dai rappresentanti delle municipalità del flegreo e del napoletano, in verità poco entusiasti del rigore normativo proposto. La tessitura di questa legge è particolarmente importante, perché i governi locali, che sembra che badino più a quello che si costruisce piuttosto che al dove lo si costruisce, fanno squadra e premono ridimensionando con le loro pretese il rischio vulcanico in nome di esigenze sociali e del progresso economico.


E’ di questi giorni una pubblicazione (Invited perspectives: The volcanoes of Naples: how can the highestvolcanic risk in the world be effectively mitigated?) del Dott. De Natale dell’INGV (OV) che affronta il tema di una discussione sulla prevenzione basata solo sulla previsione dell’evento vulcanico, accennando alla fallibilità della pratica. Poi individua altri elementi come i limiti dei piani di emergenza e la necessità di intraprendere il cammino del decentramento abitativo per mitigare il rischio vulcanico.