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venerdì 3 luglio 2026

Pericolo Vesuvio: perché il Piano di Emergenza esclude l'eruzione pliniana?

 

si intravede il Golfo di Sorrento con vista sul Vesuvio. La foto è stata scattata da vico Equense.
Il Vesuvio visto da Vico Equense

 

Un po' di anni fa per elaborare i piani di emergenza a fronte del rischio Vesuvio, è stato necessario determinare probabilisticamente il tipo di evento che caratterizzerà la futura eruzione. Lo scenario eruttivo fissato dagli scienziati, è stato quello simil sub pliniano VEI4, con esclusione dell'eruzione pliniana (VEI5) dal novero degli eventi  statisticamente possibili per il prossimo secolo.

Warner Marzocchi, geofisico, già ricercatore INGV e oggi professore all’università di Napoli, fornì l’elemento  matematico-statistico chiamato BET (Bayesian Event Tree - Albero degli Eventi Bayesiano), con cui valutare l'evoluzione di sistemi complessi e stimare la probabilità di eventi eruttivi futuri attraverso dati di monitoraggio che si aggiornano di continuo. Il professore approdò alla conclusione che in termini probabilistici l’eruzione massima di riferimento per il Vesuvio poteva confermarsi appunto una sub pliniana VEI4. I risultati che emersero dai tavoli di lavoro, prendendo in considerazione una finestra temporale basata su un periodo di quiescenza dai 60 ai 200 anni, assegnarono all’evento pliniano una probabilità di manifestarsi dell’1%. Contemporaneamente però, negli stessi calcoli adottandi un arco temporale diverso, basato sempre sul limite di quiescenza minima dei 60 anni, ma questa volta senza un limite superiore, l’eruzione pliniana si prefigurò come uno stile eruttivo probabile all’ 11%. (Vedi tabella).

Occorre ricordare che l'estensione della zona rossa, cioè quell’area dove sussiste il pericolo del dilagare delle colate piroclastiche, è strettamente legata come ampiezza all’intensità dell’eruzione, e quindi all’altezza della colonna eruttiva che è un elemento importante che influenza enormemente le distanze orizzontali percorse dai flussi roventi. 


A scegliere definitivamente lo scenario eruttivo fu compito della commissione grandi rischi (CGR), che al termine dei necessari dibattiti adottò e propose ai vertici dipartimentali il calcolo statistico Marzocchi blindandolo, cosa che fecero anche funzionari d’alto rango e politici, accettando con sollievo l’eruzione sub pliniana  VEI4 come il massimo evento eruttivo atteso al Vesuvio. Sarà poi su questa conclusione che sono state elaborate strategie di sicurezza, tutte riconducibili alla stesura del piano d’emergenza nazionale con relativo piano di evacuazione. La decisione sub pliniana fu recepita immediatamente dalla regione Campania (presidente Caldoro), che in tal modo non era tenuta ad estendere il divieto di edificazione (Legge regionale 21/2003) oltre i limiti della vecchia zona rossa. Limiti oggi diciamo ampliati a scapito dell'equità; un processo pianificatorio quello della zonazione, a tratti carico di iniquità…

Da un punto di vista tecnico, il piano d'emergenza Vesuvio è un piano che non prevede operazioni in corso d’eruzione o pericoli diversi e superiori a quello principale: il piano di evacuazione allora, è esso stesso piano d’emergenza.

Le maestranze politiche e istituzionali afferrarono al volo le conclusioni di Marzocchi e altri: la tabella B fu ritenuta confacente alle necessità di tutela per il prossimo secolo e per almeno 2-3 generazioni. La possibilità che si materializzasse un’eruzione catastrofica come quella di Pompei del 79 d.C. venne considerata residuale e quindi obliabile. Un valore numerico quello dell’1%, che ha consentito al dipartimento della protezione civile, una volta archiviato lo scenario peggiore, di mettere mano a un piano di emergenza caratterizzato da risoluzioni operative basate su elementare arrimetica. La filosofia di fondo che trapelava tra i decisori e che oggi è legge, è quella di concentrarsi sul massimo evento credibile e non su quello possibile.

Una commissione grandi rischi (CGR), il cui fare è quello di riunirsi a porte aperte per sentire tutti e tutti i portatori di interessi, e poi a porte chiuse e senza pubblico per discutere e deliberare per sommi capi le conclusioni più delicate. Questo comporta che non si conoscano nella loro interezza i dibattiti tra scienziati, ancorchè difficilmente reperibili nella versione cartacea, secondo formule di riservatezza non sempre comprensibili e forse profondamente condizionate dai fatti che hanno seguito il terremoto dell'Aquila del 2009.

Dal nostro punto di vista, questa metodologia della riservatezza crea un problema democratico e istituzionale rilevante. Quando le decisioni scientifiche hanno un impatto così profondo sulla sicurezza pubblica e sulla pianificazione urbanistica, la linea di demarcazione tra consulenza tecnica pura e decisione politica si fa sottile. Gli scienziati più avanti citati, hanno formalizzato un parere basato sulla probabilità ritenuta più "ragionevole" nel medio termine, portandosi dietro l’indiscutibile effetto pratico di alleggerire un carico pianificatorio altrimenti di difficilissima elaborazione. 

Questa scelta dello stile eruttivo VEI4 suonò bene al settore istituzionale tecnico e politico, perché consentì di obliare il pericolo maggiore che diversamente avrebbe reso necessario introdurre l’intera città di Napoli nella pianificazione evacuativa, con tutto ciò che ne conseguiva anche in termini di estensione del divieto ad erigere manufatti a uso abitativo. Quest'ultimo punto è la vera preoccupazione, generalizzando, degli amministratori pubblici, atteso che la potenzialità di una catastrofe vulcanica in tempi di pace geologica non è percepita dai sensi, e quindi rimane un pourparler senza adrenalina.

La commissione grandi rischi che si riunì per stabilire l’eruzione di riferimento comprendeva esperti di altissimo livello:

  • Prof. Vincenzo Morra (Referente del Settore): Ordinario di Petrologia e Petrografia e Direttore del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università "Federico II" di Napoli.
  • Prof.ssa Lucia Civetta: Ordinaria di Geochimica e Vulcanologia alla "Federico II" ed ex Direttrice dell’Osservatorio Vesuviano.
  • Prof. Pierfrancesco Dellino: Ordinario di Vulcanologia e Geochimica all’Università di Bari e Direttore del Centro di Ricerca sul Rischio Sismico e Vulcanico.
  • Prof. Massimo Coltorti: Ordinario di Petrologia e Petrografia all’Università di Ferrara.
  • Prof.ssa Rosanna De Rosa: Ordinaria di Geochimica e Vulcanologia all’Università della Calabria.

Questi accademici insieme al geofisico Marzocchi, misero a verbale anche sulla scorta della relazione "Scenari eruttivi e livelli di allerta per il Vesuvio", firmata dal responsabile del gruppo di lavoro Macedonio, e dal direttore dell'osservatorio vesuviano Martini, le conclusioni su quella che dovrebbe essere la massima e futura eruzione del Vesuvio. Alfine le concordanze di pensiero approdarono al fatto che, l'evento teoricamente accettato (VEI4), copriva la quasi totalità delle probabilità statistiche cumulative di accadimento, lasciando  fuori solo l'eruzione pliniana VEI5. 

È bene chiarire che la scienza non determina con atti normativi il livello di rischio vulcanico: la scienza infatti, da sola non diventa legge, limitando il suo ruolo a un’azione consultiva anche di primissimo piano a cui e in tutti i casi bisogna tenerne conto.  E’ la politica, e spiccatamente la presidenza del consiglio dei ministri e il dipartimento della protezione civile a decidere sulla scorta delle indicazioni scientifiche ricevute, il livello di rischio accettabile dalla nostra società, soprattutto quando le intensità del pericolo in esame possono caratterizzarsi per crescita esponenziale. 

Il braccio politico nazionale di questa operazione fu il sottosegretario alla presidenza del consiglio (Guido Bertolaso), già Capo del Dipartimento della Protezione Civile. Davanti alle contestazioni di alcuni vulcanologi indipendenti come Giuseppe Mastrolorenzo, in disaccordo con l’eliminazione della tipologia eruttiva pliniana dal calcolo delle possibilità di accadimento, Bertolaso non solo non intese ritornare sull’argomento, ma non nascose neanche la sua contrarietà verso il contestatore minacciandolo di querela per procurato allarme.

Il sottosegretario Bertolaso difese il modello sub-pliniano (allora tarato sull’eruzione del 1631), rifiutando appunto l'inclusione della pliniana negli schemi emergenziali, perché una pianificazione in tal senso poteva essere considerato un irrealizzabile "libro dei sogni", in quanto avrebbe paralizzato la Campania dovendosi inevitabilmente includere Napoli nella pianificazione di emergenza. La sintesi del suo pensiero pare sia stata la seguente:<<Lo Stato non può pianificare l'emergenza basandosi sul rischio zero o sullo scenario peggiore in assoluto (la pliniana). Dobbiamo concentrarci sulla fattibilità logistica dei gemellaggi per l'evento sub-pliniano. Se la natura mostrerà segnali superiori, si gestirà l'estensione dell'emergenza in corso, ma la pianificazione a freddo deve restare confinata a ciò che è gestibile>>. 

Franco Gabrielli (Prefetto, Capo Protezione Civile 2010-2015). Ha partecipato al blindaggio normativo condividendo quell'1% di Marzocchi, liquidando le critiche scientifiche e tecniche con durezza. Sui dissidenti della pliniana si pronunciò così: <<Noi non sappiamo quando il Vesuvio erutterà, ma il Piano Nazionale d'Emergenza deve basarsi su criteri di stringente razionalità scientifica. Molto spesso, invece, in questo Paese si parla di questi sistemi e del rischio vulcanico come se si parlasse al bar dello sport>>.

Anche la Direttrice dell'Ufficio Emergenze del dipartimento della protezione civile portò avanti la stessa tesi, chiamando in causa addirittura un asteroide: <<se dovessimo pianificare per ogni evento teoricamente possibile sulla Terra, io allora vorrei anche un piano di emergenza nazionale per l'impatto di un asteroide. Ma non ce l'ho, perché la Protezione Civile deve pianificare su scenari credibili e gestibili, non su catastrofi totali che azzererebbero qualsiasi possibilità di intervento>>.

Edoardo Cosenza, ingegnere, professore universitario di tecniche di costruzioni,  è stato assessore alla protezione civile della regione Campania nel periodo delle decisioni importanti, contribuendo ad avallare lo scenario VEI 4, liquidando la minaccia di un'eruzione tipo Pompei (VEI5) con una celebre battuta sulla falsa riga dei colleghi:<< se dovessimo calcolare e tenere conto delle grandi catastrofi del passato, allora dovremmo valutare pure il diluvio universale>>. In un'altra occasione aggiunse: e ci sarebbero problemi per tutti quelli che non si chiamano Noè...

La commissione grandi rischi dopo aver valutato che un’eruzione VEI4 era quotata come massimo pericolo possibile, stabilì che i confini della zona pericolosa, ovvero quella dove potevano dilagare i flussi piroclastici, potevano essere rappresentati dalla linea curva (nera) Gurioli. Una linea che seguiva i limiti di deposito dei prodotti delle eruzioni sub pliniane del passato. La raccomandazione della commissione grandi rischi fu quella, ove possibile, di estenderli questi confini: abundans cautela non nocet. Un comune attraversato dalla linea nera anche marginalmente, passava per la totalità dil territori nella lista della zona rossa. Per i comuni new entry  fu quindi necessaria la mediazione dell'assessore regionale alla protezione civile per definire quali parti di territorio i comuni attraversati erano disposti a cedere alla zona rossa di inedificabilità a uso residenziale. 

L’ingegnere fu tra gli artefici principali della nuova zonazione rossa, instaurando una vera trattativa con alcuni comuni tra cui Poggiomarino e Scafati. Poggiomarino fu tentato addirittura di arretrare la linea nera Gurioli, onde liberare l’intero territorio poggiomarinese dai vincoli anti cemento. Il mayor del comune di Scafati invece, disse che:<< il nuovo piano d'emergenza Vesuvio approvato dalla protezione civile rischia di determinare problemi di natura urbanistica per il nostro territorio>>. Cosenza  a fronte delle titubanze comunali, minacciò  di classificare tutto il territorio delle due municipalità inedificabili, se non avessero deciso  in fretta quali porzioni di terreno volevano immolare sull’altare della propaganda dell’allargamento della zona rossa 1. Alla fine Poggiomarino ha ceduto qualche fazzoletto di terreno agricolo e Scafati niente.

Occorre dire che le affermazioni dei protagonosti istituzionali citati in precedenza sono affermazioni non sempre accettabili da un punto di vista della tutela delle popolazioni esposte. Il principio di fondo che invece è emerso dalle politiche di contenimento del pericolo vulcanico,  è che la pianificazione di emergenza deve dimensionarsi su un modello di intervento tarato sullo scenario più probabile o sul massimo evento credibile, e non sul massimo storico conosciuto, al fine di rendere le procedure di emergenza realmente applicabili: un principio che costituisce la spina dorsale della moderna dottrina della Protezione Civile italiana, della serie salviamo il salvabile. Purtuttavia occorre segnalare che il modello matematico del Prof. Marzocchi è uno strumento dinamico e flessibile, mentre le autorità politiche hanno preso i suoi risultati statistici e li hanno "blindati" in modo statico all'interno del piano d'emergenza nazionale. La politica ha così cristallizzato lo scenario VEI4 (sub-pliniana) per renderlo un dogma amministrativo immutabile, ignorando la natura fluida del modello scientifico.

Rimane il grosso problema di fondo che, questa filosofia operativa così determinata e addirittura coraggiosa, nella prevenzione della catastrofe vulcanica ha dimostrato asimmetria politica, timidezza e balbettii. Tutta quella ferrea determinazione usata per blindare il piano di evacuazione su una ipotesi massima VEI4, sparisce quando si passa alle politiche di prevenzione che hanno il difetto di non rendere nel campo del consenso e delle preferenze. Analizzeremo nel prossimo articolo la zona rossa attuale...

                                                                                           Vincenzo Savarese  (MalKo)            






martedì 20 gennaio 2026

Rischio eruttivo ai Campi Flegrei: America First!


Nisida - Bagnoli: fino al 2013 sede Allied Maritime Command Naples.

Sui giornali napoletani qualche tempo fa è apparsa la notizia che al personale della base della marina militare americana di stanza a Napoli, sono state fornite istruzioni operative per proteggersi dai terremoti o mettersi al riparo da una possibile eruzione vulcanica. La importante struttura logistica US Navy è ubicata a Napoli Capodichino (aeroporto), e presenta una certa contiguità con i distretti vulcanici del Vesuvio e dei Campi Flegrei. Questi due ardenti settori geografici, si trovano rispettivamente a est e ad ovest della città partenopea, e si caratterizzano per un’indole eruttiva spesso esplosiva.

Il vademecum consegnato al personale civile e ai familiari dei militari, contiene disposizioni della National Security Agency (NSA), che prevede, pare, che in caso di allarme eruttivo, le istruzioni e gli ordini e le modalità di evacuazione emanati dalla NSA Napoli, debbano essere considerate prioritarie rispetto ad altre pianificazioni esistenti… America first!



Il memorandum chiama in causa il Vesuvio ma soprattutto i Campi Flegrei, perché non si può escludere che nella caldera si possa manifestare una recrudescenza sismica  prodroma di un’eruzione, o comunque che continui questa imprevedibile e perdurante irrequietezza geo bradisismica capace di generare terremoti. Sapere come fronteggiare un sisma è importante. L’Italia è una terra giovane e  ballerina che deve fare periodicamente i conti con una tettonica spesso appenninica, ma anche zonale come quella dei Campi Flegrei, il cui sottosuolo si caratterizza per la presenza di magma e fluidi in una condizione super critica per temperature e pressioni …

Da un punto di vista dell’emergenza sismica, difendersi dagli scuotimenti crostali significa in prima battuta agire sulla prevenzione dando spazio a tutte le iniziative capaci di rendere strutturalmente adeguati i fabbricati dove si vive e si lavora: basi militari comprese.

I piani d’intervento per l’area bradisismica  e bradisismica ristretta di Pozzuoli, prevedono dopo ogni terremoto non lieve, rapidi sopralluoghi e, ove necessario, i tecnici verificatori possono disporre l’allontanamento delle famiglie dai palazzi pericolanti con allocazione in alberghi o residenze reperite allo scopo fuori dalla zona rossa.

Campi Flegrei: zone bradisismiche.


L’area invadibile da possibili e pericolose dirompenze vulcaniche come le colate piroclastiche, presumibilmente dovrebbe essere circoscritta in un cerchio con raggio di circa 10 chilometri dal presunto centro eruttivo, per una superficie circolare totale di 314 kmq.

Queste indicazioni però, hanno fondamento se ci basiamo sull'assioma che un possibile evento eruttivo possa caratterizzarsi per un indice di esplosività vulcanica basso o medio, cioè non eccedente VEI 4, corrispondente a un evento simil sub pliniano. Quest’ultimo stile eruttivo ritenuto l’evento  massimo possibile e fino a diversa valutazione della commissione grandi rischi, è quello adottato nei piani di emergenza per entrambi i distretti vulcanici napoletani, per delimitare l’ampiezza delle due zone rosse da evacuare all’occorrenza.

Se invece l'eruzione dovesse presentarsi come pliniana o comunque con indice di esplosività  VEI5, ovvero dieci volte maggiore di quella VEI4, sarebbe un grosso problema, perché l’eruzione darebbe vita a una zona rossa più estesa di quella adottata negli attuali piani di emergenza, con fenomeni violenti che potrebbero investire frange di popolazione non destinatarie di misure di allontanamento preventivo.

È anche vero il contrario, cioè che gli scienziati stimano, in caso di eruzione, come maggiormente probabile il manifestarsi di un evento di modeste dimensioni, del tipo ultra stromboliano (VEI3), come quello che caratterizzò nel 1538  la nascita del Monte Nuovo a Pozzuoli. Purtroppo l’indice di esplosività vulcanica (VEI) è un dato ricavabile post evento, così come la previsione d’eruzione che rimane temporalmente un fattore di taglio  probabilistico.

Fuori dalla zona rossa, nell’ambito di un’emergenza vulcanica, la situazione per gli sfollati dovrebbe essere meno pericolosa se questi avranno cura di evitare il settore sottovento rispetto al centro eruttivo, dove la pioggia di cenere e lapilli sarebbe massiccia e creerebbe disagi e pericoli fin dai primi momenti dell’eruzione.  In altre parole, nei primi 10 Km. dal centro eruttivo, in linea di principio  bisogna precauzionalmente allontanarsi per sopravvivere. Nei chilometri successivi invece, e soprattutto verso est, bisognerebbe fronteggiare disagi molto pesanti che sarebbero tanto maggiori a seconda della posizione e della distanza occupata dalle persone rispetto al cratere.

Infatti, la statistica basata sull’osservazione della direzione dei venti dominanti nelle due zone vulcaniche, indica i settori orientali come quelli probabilmente più esposti alla caduta di ceneri e lapilli, e che quindi anticipatamente vengono già classificati nelle pianificazioni d'emergenza come zona gialla. I prodotti piroclastici durante l’eruzione verrebbero scagliati in alto dalle dirompenze, per poi offrirsi ai venti spiranti in quota fino a quando non precipiteranno per gravità formando depositi sui tetti e al suolo, a iniziare dai prodotti più pesanti. Se da un lato per il Vesuvio è ricavabile già adesso la zona che subirebbe d'appieno il fenomeno delle piogge di prodotti piroclastici, per i Campi Flegrei il dato è un incerto perché è ignoto quale possa essere il centro eruttivo che potrebbe anche non essere singolo.

Campi Flegrei: zona rossa e gialla.


Coloro che dovessero trovarsi loro malgrado nella coltre cinerea (zona gialla),  dovrebbero fare i conti con difficoltà respiratorie, irritazione agli occhi, spegnimento dei motori e disorientamento, senza per questo trovare un sicuro riparo negli edifici con il solaio di copertura piatto, perché l’accumulo dei prodotti piroclastici potrebbe innescare pericolose e rovinose cadute dei solai con un effetto domino a partire da quello sommitale. I prodotti più fini invece, possono veleggiare in atmosfera per centinaia se non migliaia di chilometri.

In caso di emergenza vulcanica occorrerà selezionare il materiale di prima necessità da portarsi dietro. Questo si differenzierà per tipo e quantità, secondo le esigenze personali e soprattutto sulle capacità di carico del veicolo che non dovrebbe essere un autocarro, perché i mezzi pesanti possono creare intralcio alla circolazione stradale, in un contesto di automobilisti impauriti e impazienti. In ultima analisi non si può scartare neanche una condizione di fuga a piedi: opzione tutt’altro che remota semmai dovesse configurarsi il blocco totale della circolazione. In tutti i casi percorrere una distanza di circa 10 chilometri richiederebbe una marcia di quasi 3 ore, che dovrebbe avvenire auspicabilmente in direzione opposta o trasversale alla direzione del vento dominante.

Il contingente della sesta flotta USA pare sia ubicato almeno in Campania tra Napoli Capodichino, Giugliano (lago Patria) e Gricignano d’Aversa. I militari  US Navy ma soprattutto il personale civile, in linea di principio dovrebbe adeguarsi ai disposti emanabili dal paese che li ospita, e rispettare il piano di emergenza ovvero di evacuazione volto a regolare la sicurezza del territorio. Probabilmente trattandosi di una comunità, quella statunitense, che in caso di sfollamento dovrebbe rientrare negli USA, potrebbero avere una organizzazione autonoma per raggiungere in caso di pericolo altre basi USA fuori dal perimetro a rischio vulcanico, e l'auspicio è quello che non si muovano in modo conflittuale alle direzioni di marcia previste dalla protezione civile.

I militari a stelle e strisce poi, se dovessero provvedere pure al trasferimento di documenti e attrezzature elettroniche per le comunicazioni, non è da escludere che forse opererebbero in maniera difforme dalle regole generali emergenziali. Allo stato delle cose però, la semplice adozione di tetti spioventi potrebbe aumentare  la capacità di resilienza dei soldati nelle strutture militari di Capodichino, con un ordine di evacuazione che andrebbe indirizzato all'occorrenza ai soli non combattenti (NEO) e al personale civile, perché quello militare forse seguirebbe altre indicazioni comportanti una maggiore resilienza. Ovviamente in corso d’eruzione, le attività dello scalo aereo di Capodichino sarebbero totalmente  compromesse e le trasmissioni radio disturbate.

Muoversi in automobile consentirebbe di portare via anche qualche oggetto un po’ più voluminoso, ma occorre  porre attenzione acché non si comprometta la comodità interna dell’abitacolo che rappresenta il primo modulo abitativo. La prima necessità in caso di eruzione è la salvaguardia della vita umana e non delle cose.

Se le condizioni impongono un percorso forzatamente pedonale, sarà saggio mettete nello zainetto solo acqua, soldi e preziosi e carte necessarie per i canali bancari e i documenti personali, oltre naturalmente medicinali salvavita e una torcia e telefoni magari con batteria di riserva per ricevere messaggi dalla protezione civile (IT-Alert) e dai parenti. I più previdenti probabilmente porteranno al seguito anche mascherine FFP2 e occhiali di protezione…

In linea generale le basi americane se vengono rispettate le previsioni sull’indice di esplosività vulcanica, non dovrebbero correre rischi eccezionali perché di fatto si trovano fuori dalle zone rosse ma in quelle gialle da cui ci si può difendere in modo strutturale.

In questo contesto di forze armate esposte al rischio vulcanico, sarebbe interessante conoscere il piano di emergenza predisposto dall’accademia aeronautica italiana di Pozzuoli, che sorge su un duomo di lava denominato Monte Olibano alto 155 metri. Contiguo al vulcano Solfatara, questo luogo contrariamente alla base americana è esposto a tutte le fenomenologie vulcaniche a prescindere dalla tipologia eruttiva. Presumibilmente l’evacuazione della scuola dovrebbe avvenire durante la fase di preallarme, perché non avrebbe senso esporre i cadetti ai rischi di una fase di allarme generale. Spostare l’accademia in luoghi contigui all’aeroporto di Grazzanise, forse  potrebbe essere una saggia decisione preventiva.

                                                                                      Vincenzo Savarese  (MalKo)








lunedì 30 giugno 2025

Campi Flegrei: dal Disastro di Tripergole (1538) al Bradisismo odierno.

 

Capo Miseno visto da Monte Nuovo



Nell’articolo precedente abbiamo illustrato la statistica elaborata dall’INGV per determinare la futura eruzione di riferimento al Vesuvio: una procedura necessaria ma non infallibile, attuata quando non s’intende adottare l’evento massimo conosciuto, soprattutto in un campo, quello vulcanico, dove l’indeterminazione regna sovrano. Questo percorso valutativo è stato così concepito e basato sulle probabilità che una certa tipologia eruttiva possa ripresentarsi per il futuro in un determinato arco di tempo contato a partire da una quiescenza di 60 anni.

Nei Campi Flegrei questa procedura appena descritta che prende come punto di partenza sei decenni di pace vulcanica, non è attuabile per il super vulcano flegreo, perché il distretto calderico si caratterizza per una quiescenza che dura oramai da circa mezzo millennio. Quindi, non ci sono tempi minimi da cui iniziare a contare, e allora molto probabilmente l’orologio probabilistico ticchetta da qui in avanti scalando i valori percentuali con molta noncuranza matematica…

Percentuali statistiche dell'eruzione che verrà ai Campi Flegrei

L’ultima eruzione nei Campi Flegrei, dopo una pace vulcanica durata 3000 anni,  si è verificata nel 1538 con la nascita di Monte Nuovo: un modesto rilievo dall’inconfondibile forma del tronco conico vulcanico, alto 133 metri e oggi ben vegetato.  Prima dell’eruzione, qui sorgeva il villaggio di Tripergole di cui si sono perse le tracce, probabilmente perché in parte  ricoperto dai prodotti piroclastici e in parte disintegrato dalle dirompenze vulcaniche. Un villaggio che viveva di pesca ma anche di turismo legato alle cure termali assicurate in loco da strutture di ricezione supportate anche da un sito ospedaliero a testimonianza di pratiche curative.

L’eruzione avvenne in orario serale il 29 settembre 1538,  sviluppandosi da una spaccatura localizzata inizialmente in ambiente marino, e da altre bocche secondarie. L’attività vulcanica ebbe un taglio non molto potente ancorchè classico con la formazione di una modesta colonna eruttiva, con successive esplosioni anche di tipo freatomagmatico e stromboliane, con la cenere che raggiunse Napoli così come le pomici furono asperse per diversi chilometri dal centro eruttivo. Nelle ultime fasi dell’eruzione, circa 24 persone incuriosite dal fenomeno, si avvicinarono troppo al nuovo vulcano, e perirono perché furono investite dall’espulsione improvvisa di materiale piroclastico caldissimo misto a cenere soffocante.

Le preziose osservazioni che riguardano questo evento, l’unico verificatosi in tempi storici dopo una quiescenza come detto trimillenaria, narrano di terremoti perduranti da alcuni anni, accentuatisi poi negli ultimi due, con una impennata  dei sussulti che incalzarono minacciosi nei due giorni che precedettero l’eruzione. Nell’imminenza del fenomeno vulcanico, si verificò pure un vistoso sollevamento del fondo marino. Il rigonfiamento causò delle secche che colsero i pesci di sorpresa, probabilmente anche per un certo effetto stordente dovuto ai gas vulcanici che trapelavano copiosi dal fondo marino. Questo consentì alle genti del posto di fare man bassa del prodotto ittico che fu raccolto a carrettate. Fu osservato pure un incremento dei gas magmatici alla Solfatara e in altre zone vicine a ridosso del Monte Barbaro, così come non passò inosservato un certo deterioramento della vegetazione, probabilmente dovuto all’idrogeno solforato che da tempo e da alcuni siti, si diffondeva in atmosfera. I fenomeni prodromi dell'eruzione, si acuirono tutti nella breve fase preeruttiva...

I sintomi appena elencati e incalzanti con il tempo, anticiparono quell’eruzione, e questo ha fatto ritenere a non pochi esperti, che la prossima manifestazione eruttiva nel flegreo, potrebbe essere simile  a quella del 1538 e forse con l’apertura della bocca/spaccatura, in una zona marina o terrestre racchiusa in quei cerchi riportati in basso sulla mappa, che circoscrivono la zona d’intervento bradisismica, prevalentemente puteolana e napoletana, caratterizzata dall'innalzamento a campana dei suoli.  Ricordiamo che il punto di massimo sollevamento (146 cm.), è localizzato in mare poche centinaia di metri a sud del Rione Terra, e che è tutt'ora in atto il fenomeno, con un innalzamento di 15 mm. al mese. Valore ricordiamolo, che potrebbe diminuire o incrementarsi improvvisamente e notevolmente.



Se il passato ha una certa importanza per ipotizzare le dinamiche che caratterizzeranno questo distretto vulcanico nel futuro, potremmo concludere che nei Campi Flegrei sono in atto fenomeni che ricordano molto  i prodromi del 1538: sismicità diffusa, sollevamento del suolo ed emissioni dal sottosuolo di gas prevalentemente magmatici come l'anidride carbonica e l'idrogeno solforato. Quelle legate alla nascita del Monte Nuovo non furono dinamiche improvvise ma costanti, perduranti da anni seppur con logiche modicamente crescenti, al punto che i puteolani inquadrarono inizialmente questi segnali come fastidio ma non come pericolo. Purtuttavia si giunse a un punto che in alcune decine di ore i fenomeni vulcanici diventarono percepibili appieno e incalzanti al punto da causare paure ancestrali con susseguente salvifico fuggi fuggi generale degli abitanti di Tripergole e di Pozzuoli. 
Questa cronologia degli eventi che per tre quarti si sta ripetendo nel puteolano, potrebbe essere una sorta di vademecum comportamentale, nel momento in cui il sollevamento dei suoli dovesse velocemente acutizzarsi, insieme ad eventi simici sempre più forti e incalzanti: due segnali che imporrebbero dubbi e forse consiglierebbero di andare a fare un giro fuori dalla zona rossa...
 
                                                                                     Vincenzo Savarese  (MalKo)
                                                             

   
                                                    




martedì 17 giugno 2025

Rischio Vesuvio: da qui a 119 anni...

 

Napoli e il Vesuvio

Per mettere a punto un piano di emergenza a fronte del rischio eruttivo dettato dal famosissimo Vesuvio, è necessario un’attenta analisi che riguardi innanzitutto la determinazione energetica del pericolo insito nelle viscere della montagna, indagando necessariamente nel passato secolare e millenario del vulcano, senza lesinare ogni sforzo scientifico mirato a comprendere le dinamiche magmatiche operanti nel sottosuolo.

La tipologia eruttiva che ha caratterizzato la storia geologica dell’area vesuviana, annovera stili eruttivi molto differenti tra loro, con eruzioni talvolta da richiamo turistico, mentre altre volte potenti al punto da sconvolgere l’intera plaga vesuviana: ne sono un esempio l’eruzione pliniana del 79 d.C. che distrusse Pompei ed Ercolano e quella sub pliniana del 1631. L’ultima dirompenza invece, è avvenuta nel 1944 a distanza di 38 anni da quella più dannosa del 1906, e fu prevalentemente effusiva con lava e caduta di cenere e lapilli. Ad oggi, sono quindi 81 anni che il Vesuvio è in uno stato di quiescenza…

Il gruppo di lavoro incaricato anni fa di stabilire quale tipologia eruttiva potrebbe caratterizzare la futura eruzione del Vesuvio, sintetizzò nelle conclusioni due percorsi che riconducono a una tabella A e a una tabella B. La differenza tra le due alternative è racchiusa in due intervalli di tempo diversi nel tetto ma non alla base, in quanto partono entrambe dai 60 anni di quiescenza dall’ultima eruzione. Ovviamente lo studio è di taglio statistico  probabilistico senza alcun risvolto deterministico.

Il prospetto A, come si vede nello schema sottostante, chiama in causa per lo stile eruttivo un intervallo di tempo a partire dai famosi 60 anni di quiete geologica ma senza un limite temporale superiore. Nella tabella B invece, la statistica riguarda un arco di tempo preciso che va sempre dai 60 anni di quiescenza ma fino ai 200 anni. In altre parole il percorso B indica le percentuali statistiche che caratterizzeranno nei prossimi 119 anni la possibilità che si manifesti un certo tipo di eruzione. 

Vesuvio: probabilità circa lo stile eruttivo della futura eruzione.

Il dipartimento della protezione civile, visto le conclusioni del gruppo di lavoro e, sentito la commissione grandi rischi,  decise di adottare il percorso B e con esso tutto ciò che ne consegue col successivo apporto della regione Campania per rifinire i contorni della zona rossa secondo logiche che dovevano essere probabilmente più garantiste. Gruppo e commissione avevano operato la scelta dell’eruzione di scenario optando per una VEI4,  obliando l’eruzione pliniana (VEI5) dal novero delle possibilità eruttive: non lo diciamo noi, ma lo dice il piano d’emergenza nazionale che perimetra di fatto l’estensione della zona rossa partendo dall'assunto eruttivo sub pliniano prestabilito dalle autorità.

Con questi numeri, in entrambi i casi, A o B, un evento di tipo stromboliano (VEI3) risulta essere l’eruzione più probabile, anche se, come sottolinea lo stesso lavoro degli esperti, le eruzioni stromboliane violente caratterizzano di solito un vulcano a condotto aperto. Questo dovrebbe indurre a ritenere che la prossima eruzione del Vesuvio possa presentarsi con una tipologia eruttiva di tipo esplosivo. Gli esperti concordarono che l’adozione di uno scenario di piano tarato su un evento massimo sub pliniano VEI4, avrebbe assicurato tutela ovviamente pure a fronte di un evento eruttivo VEI3, e sarebbe stato quindi statisticamente garantista per la popolazione vesuviana, coprendo il 99% delle dinamiche eruttive prospettate dagli indici probabilistici riportati nel percorso B.

Se il dipartimento della protezione civile avesse invece adottato la tabella A, i piani d’emergenza per forza di cose avrebbero dovuto contemplare l’eruzione pliniana (VEI5) come evento massimo di scenario, visto i valori probabilistici in questo caso non proprio minimi (11%). La grande novità di quest’ultima scelta, sarebbe stata l’inclusione di buona parte della città di Napoli nella zona rossa vulcanica: una possibilità che nessuno voleva e vuole, anche se la problematica non è risolvibile col diniego generale. 

La buona politica del governo del territorio, con implicazioni politiche locali, regionali e nazionali, avrebbe dovuto riflettere attentamente sul tempo offerto dal percorso B che, pur preso per oro colato, se da un lato ha ridimensionato in evento medio l'eruzione di riferimento massima attesa al Vesuvio per il prossimo secolo, ha stabilito in ogni caso un arco di tempo, un giro di boa oltre il quale occorrerà annoverare pure la possibilità che si materializzi un evento pliniano.

Un principio che dovrebbe essere faro del fare, e che dovrebbe guidare con molta convinzione gli strateghi della prevenzione, è quello che stabilisce il concetto che i piani di emergenza e di evacuazione non devono adeguarsi al territorio che evolve, soprattutto se in forma scoordinata, ma è il territorio che deve evolversi adeguandosi alle necessità di sicurezza, attraverso rinunce e ingegno, innanzitutto perchè il pericolo eruttivo non è delocalizzabile. Purtroppo assistiamo a politiche urbanistiche miopi, che badano più a quello che si costruisce che al dove lo si costruisce... Tra l'altro parliamo di un pericolo, quello vulcanico, non garantito deterministicamente dalle pratiche previsionali, né sul quando si presenterà, e neanche sul quanto sarà energetico il futuro evento, se non con azzardo statistico. 

Un armonico e coordinato sviluppo antropico, pratica assolutamente necessaria nell’area napoletana, dovrebbe essere regolamentato intorno al Vesuvio, seguendo le scie lasciate dai depositi piroclastici di tutte le eruzioni e i punti del fin dove si sono spinte. La pianificazione urbanistica dovrebbe guardare al futuro, per evitare le condizioni di una conurbazione disordinata, asfissiante, e senza politica degli spazi, tanto necessaria per fronteggiare un pericolo raro ma incontenibile. Purtroppo parlare di quello che succederà tra un secolo, una distanza temporale che non vedrà attori e decisori che operano nell'attualità, è quasi impossibile per chi non ha l'abito mentale di pensare pure al futuro e alla vivibilità provinciale che si tramanda. 

Le politiche di prevenzione della catastrofe vulcanica, avrebbero dovuto trarre spunto dalle parole del ministro Musumeci, che ha affermato a proposito dei Campi Flegrei, che sono decenni che non si è fatto niente per garantire sicurezza a questi territori. Una affermazione che dovrebbe essere all’origine di profonde riflessioni in capo all'inerzia di non pochi protagonisti istituzionali e amministrativi, che vivono dell’oggi e senza estendere i loro orizzonti garantisti a favore dei posteri, che saranno sempre più fragili per condizioni antropiche e per estrema dipendenza tecnologica. 

Si fa notare che l’inedificabilità sancita per la zona rossa VEI 4 (R1), di fatto ha incentivato la fame di case nel perimetro immediatamente contiguo alla zona ad alta pericolosità vulcanica, cioè quella attuale che chiamiamo VEI4. Per quanto esposto e in ossequio alle politiche di prevenzione, nel 2019 suggerimmo di delimitare anche una zona rossa pliniana (VEI5) intorno alla attuale zona rossa VEI4, dove non è necessario vietare in toto la realizzazione di manufatti ad uso residenziale come è stato fatto solo per la zona rossa 1 (R1), ma almeno di classificare tale corona circolare come zona regolamentata, in modo che sia possibile preventivamente procedere con la pianificazione delle misure di difesa passiva e attiva che richiedono impegno di urbanisti e ingegneri dell'ambiente e del territorio.

Disegno non in scala.


Per entrare nelle logiche discorsive a proposito della zona regolamentata, occorre un preambolo: le matrici di rischio che governano la coesistenza con un pericolo naturale come le eruzioni vulcaniche, prevedono nell’odierno e in genere tre possibilità:

  • 1.    Mancato allarme eruttivo;
  • 2.    Allarme eruttivo diramato in tempi utili;
  • 3.    Falso allarme eruttivo.

A voler forzare le statistiche da un punto di vista discorsivo, c’è il 33,33% di possibilità che si verifichi un mancato allarme eruttivo con conseguente disastro vulcanico. Nel 66,66% dei casi invece, la popolazione vesuviana sarebbe salva o perché non si verifica l’evento annunciato, o perché è stato previsto in tempo utile. Il problema grosso però, e che adottando una eruzione di taglia media (VEI4) nei piani di emergenza e non quella massima conosciuta (VEI5), si determinerebbe, per quanto misurata, un’ulteriore matrice di rischio dovuta alla possibilità che si possa presentare, magari pure prevista e annunciata dall’ente di sorveglianza, un evento eruttivo di taglia superiore a quello adottato dagli attuali piani di emergenza. Non va sottaciuto infatti, che non è possibile stabilire in anticipo che tipo di eruzione il Vesuvio ha in serbo per il futuro prossimo o lontano o lontanissimo; tra l’altro bisogna tenere in debito conto che l’eruzione pliniana di Pompei del 79 d.C., attinse materiale rovente direttamente dalla camera magmatica miriametrica, senza bisogno di accumulare nei primi chilometri il materiale da eruttare…

L’ulteriore matrice di rischio comporterebbe:

      4.   Allarme eruttivo diramato in tempo utile con eruzione    energicamente   Superiore a VEI 4.    

In quest’ultimo caso e premesso che le popolazioni ricadenti nella zona gialla devono attendere istruzioni con eruzione in corso, si creerebbe la condizione che non pochi vesuviani ancorchè non menzionati e non coinvolti dal piano d’emergenza, sentendosi garantiti proprio dall’esclusione evacuativa, rimarrebbero immoti e verrebbero quindi travolti dalle dirompenze vulcaniche di un’eruzione pliniana o simil pliniana, perché l’indice di esplosività vulcanica (VEI), potrebbe essere superiore alla cifra tonda, ma non fino a quella successiva, come nel caso dell’eruzione del 472 d.C. che nella letteratura scientifica viene classificata dai ricercatori come una sub pliniana vigorosa, e da altri come una pliniana appena minore...

La zona rossa vulcanica attualmente vigente nella plaga vesuviana, è una zona determinata in parte scientificamente, in parte amministrativamente e in parte politicamente. Molti amministratori e tecnici, hanno grattato risorse interpretative dal barile dei limiti, in modo da ridurre all'osso le distanze di sicurezza, magari in un contesto di controllori nel migliore dei casi distratti. Utilizzando multi criteri allora, è stata circoscritta la nuova zona rossa Vesuvio, adottando una eruzione media come eruzione di scenario su cui pianificare, e ancora è stato assunto il principio discutibile che l'orlo calderico del Monte Somma è un baluardo protettivo a fronte dei flussi piroclastici prodotti da un evento con indice di esplosività vulcanica VEI4. Questa convinzione ha fatto sì che il confine della zona rossa a ridosso delle municipalità napoletane (San Giovanni a Teduccio, Barra e Ponticelli) e fino a Volla compresa, è talmente esiguo da contravvenire a qualsiasi principio di precauzione, visto l'assenza di distanze di rispetto dalla linea di deposito dei flussi piroclastici. 

Il comune di Napoli che ha salvaguardato le aree ancora edificabili dalla mannaia della legge anti cemento 21/2003, non ha inteso estendere questi limiti in via precauzionale all'interezza territoriale delle tre municipalità orientali, rendendo inalterato e all'occorrenza, il pericolo rappresentato dalla parte meno densa e aerea delle correnti piroclastiche.

Lucia Gurioli: Pyroclastic flow hazard assessment at Somma–Vesuvius
based on the geological record

Nel disegno soprastante estrapolato dal lavoro scientifico della ricercatrice Lucia Gurioli si vedono nel campo giallo limitato da una linea verde, i limiti d'invasione dei flussi piroclastici nel corso di due eruzioni pliniane. L'area gialla orientata a sud est riguarda l'evento eruttivo di Pompei del 79 d.C. Quella a nord ovest con testa rotondeggiante, è afferente alla terribile eruzione delle pomici di Avellino verificatasi 3800 anni fa. La linea nera invece, così come già accennato in precedenza,  delimita, col metodo delle indagini campali, il limite di massimo scorrimento dei flussi piroclastici in seno ad eruzioni VEI4. In altre parole, la linea nera Gurioli dovrebbe essere la linea scientifica dell’attuale zona rossa ma non di quella futura, quando e nella migliore delle ipotesi,  si resetteranno da qui a un secolo gli orologi statistici. 

D’altra parte ed è utile ricordarlo, nella stessa relazione scientifica del 2012, si annota che la decisione di assumere una eruzione VEI 4 come evento di riferimento sui cui pianificare le misure protettive per la popolazione, è frutto pure di valutazioni da rischio accettabile: una formula che dovrebbe competere alle autorità politiche piuttosto che a quelle scientifiche...

Vesuvio: zona rossa 1, rossa 2, gialla e blu.

    
                                                       Vincenzo Savarese  (MalKo)       






lunedì 2 giugno 2025

Rischio eruttivo ai Campi Flegrei: il pericolo vulcanico non è percepito.

 

Rione Terra - Pozzuoli

I Campi Flegrei sono una vasta caldera vulcanica che caratterizza un luogo del Pianeta ancorchè dell’area occidentale metropolitana di Napoli, dove è possibile che si verifichino eruzioni di tutto rispetto in quello che di fatto è un super vulcano. L’ultimo evento eruttivo risale al 1538 e fu di modeste dimensioni. In tutti i casi sono 487 anni che la crosta pur con sussulti, ingobbimenti e degassazioni, riesce a contenere le masse magmatiche stipate a circa 8 – 10 chilometri nel sottosuolo calderico senza dare spazio a dirompenze. Trattandosi di una copertura crostale abbastanza fratturata, c’è chi ipotizza che si sia infiltrata qualche intrusione magmatica fino a circa 3 chilometri dalla superficie. Questa condizione porterebbe un ulteriore apporto al riscaldamento delle acque idrotermali già surriscaldate dai fluidi magmatici, favorendo ulteriormente  il fenomeno del bradisismo e della sismicità associata. L’ente ufficiale preposto al monitoraggio vulcanico (INGV) invece, esclude questa possibilità intrusiva.

Dalle stesse spaccature della crosta superficiale, in alcuni punti si sprigionano una gran quantità di gas prevalentemente di origine magmatica, come l’anidride carbonica e l’idrogeno solforato: sostanze gassose che vengono spinte in superficie e si diffondono nell’aria soprattutto in concomitanza con eventi sismici che fessurano ulteriormente la crosta e shakerano le acque gasate. Le pressioni interne alla crosta superficiale deformano gli strati litoidi fino a spaccarli inducendo i terremoti che, anche se non sono di elevata magnitudo, in ogni caso sono temibili per la superficialità degli ipocentri. I danni in genere sono riconducibili alla qualità dell’edificato e alle caratteristiche dei suoli di fondazione.

Entrando nelle tematiche naturali che caratterizzano questo territorio, diciamo subito che l’area calderica flegrea è una zona multirischio, con fenomeni a diversa estensione e intensità e pericolo, che si distinguono per la grande differenza esistente fra ogni singola manifestazione naturale, e per quelli che sono gli  intervalli di ritorno dei fenomeni che non sono quantificabili. Ovviamente finché perdura il bradisismo, perdura tutta la fenomenologia associabile al bradisismo che è legato alla radice magmatica flegrea. Quindi dovrebbe essere piuttosto chiaro che una eruzione è un evento non obliabile:  rimane infatti un avvenimento  fenomenale, potente, e naturalmente e purtroppo immanente in questi luoghi.

FENOMENO:

Eruzione vulcanica

Terremoti

Bradisismo

Emanazioni gassose

ULTIMA MANIFESTAZIONE:

1538

Mm > 2

23/05/2025

In corso

In corso

TEMPI DI RITORNO:

Ignoti

Ignoti

Ignoti

Ignoti

Ognuno di questi fenomeni legati al vulcanesimo flegreo che non è statico ma dinamico con implicazioni superficiali e profonde, sono di fatto imponderabili nel loro incedere, e quindi non è possibile lanciarsi in previsioni sul divenire delle cose che sono tutte figlie del famoso concetto del Panta rei. La constatazione poco rassicurante è che tutte le tipologie di pericolo segnalate, con sintomi a diversa intensità, sono in una certa misura da ritenersi ineluttabili, almeno finché il sottosuolo dei Campi Flegrei avrà una consistente base magmatica a profondità miriametrica. Tra l’altro le rocce fuse si estendono fino al sottosuolo vesuviano, in quella che sembra sia una unica e vasta camera magmatica: "un gran lago di magma" recitavano i media circa una decina di anni fa, anche se non ci sono evidenze di reciproche ingerenze tra i due distretti vulcanici.

Secondo un  emerito accademico salernitano invece, le eruzioni degli ultimi millenni nei Campi Flegrei vanno scemando in potenza, e dalle deformazioni della camera magmatica si capisce che i volumi di magma in gioco non sono eccessivi e sono stimabili in cento milioni di metri cubi: come una piccola collinetta. L'esperto continua affermando che in caso di eruzione ci si aspetta un evento simile a quello del 1538. In realtà i volumi di magma che interessarono quest'ultima eruzione, sono stati decisamente inferiori a quelli richiamati dall'esperto... Se l'eruzione tipo 1538 avvenisse sotto una città, secondo l'associato ed è lapalissiano, i problemi in ogni caso non mancherebbero. L'attesa di una eruzione simile a quella che diede vita al Monte Nuovo (H 133 metri), è condivisa senza conferme ufficiali da più scienziati. I piani di emergenza però, e lo ricordiamo, sono tarati su un evento massimo di tipo sub pliniano (VEI4).

Il fenomeno che preoccupa le popolazioni flegree, spiccatamente puteolane, sono le puntate bradisismiche che caratterizzano da secoli questi luoghi. Nel recente passato si segnalano le crisi  bradisismiche del 1969/1972, e poi quella del 1982/1984. La terza puntata bradisismica, cioè quella attuale, è iniziata in sordina il 2005, ma con una intensità via via crescente e resasi preoccupante ad iniziare dal 2018. Il massimo sollevamento del suolo di 145 centimetri, misura provvisoria, si registra sul fondo del mare a circa 500 metri a sud del Rione Terra (Pozzuoli). Una eventuale controtendenza del bradisismo che potrebbe divenire discendente, mitigherebbe di molto la componente sismica. Anche in questo caso però, il pericolo vulcanico rimarrebbe intatto.

Affrontando l’argomento rischio pure da un punto di vista tecnico, occorre sottolineare che nel flegreo sono percepibili dai sensi solo i terremoti e le emanazioni gassose di idrogeno solforato per il loro caratteristico odore di uova marce. I sismi quindi sono il fenomeno che coglie la maggiore attenzione della popolazione, a causa della diretta percepibilità dell’energia rilasciata nell’area dai sussulti crostali, non influenzabili in alcun modo dalle condizioni ambientali.

L’altro fenomeno, quello delle emanazioni gassose dal sottosuolo che si diffondono nell’aria, come detto sono percepibili dall’olfatto solo per la componente idrogeno solforato: per quanto riguarda l’anidride carbonica invece, è il caso di ricordare che è un gas  inodore e incolore; più pesante dell'aria e rilevabile in genere solo con apposite strumentazioni. Il sollevamento del suolo poi, è un fenomeno lentissimo, pari a circa mm. 0,05 al giorno, che è una misura che può anche variare nel tempo, ma in tutti i casi non è fisicamente percepibile direttamente dalla popolazione. Se lo fosse il pericolo sarebbe massimo e da gambe in spalla.

La percezione di un fenomeno allarmante è sicuramente un processo complesso proprio degli esseri viventi e quindi degli umani, ancorché fondamentale per poter comprendere e interpretare attraverso l'elaborazione delle informazioni fornite dai sensi, i pericoli derivanti dall'ambiente circostante. La risposta al pericolo spesso è la fuga che non sempre è ragionata e a volte è inconsulta: sovente dettata da una pressione psicologica che mina la lucidità mentale quando si è sotto minaccia. Nello schema sottostante si evidenzia la differenza tra un piano di evacuazione e un piano di allontanamento: la chiave comportamentale è proporzionale alla intensità con cui i sensi percepiscono il fenomeno nocivo o letale, con la variante dettata dalle informazioni che si hanno sulle caratteristiche del pericolo.



La componente amministrativa ai vari livelli ma anche quella scientifica, sembrano orientate a scollegare dalla comprensione collettiva i fenomeni naturali prima accennati dal rischio eruttivo. Una necessità considerata strategica per favorire probabilmente politiche di resilienza a fronte dei terremoti ritenuti il vero problema di cui occuparsi nella zona d'intervento bradisismica. Apparentemente tali politiche sembrano convincenti, ma sarà proprio questa scaltra selezione dei pericoli che ha consentito al ministro Musumeci di poter dire che ci sono decine di lustri di ritardo nella prevenzione del rischio vulcanico. Cavalcare quindi la sola teoria sismica, è un modus operandi che assicura consensi popolari, ma che può essere sconfessato in qualsiasi momento; in tutti i casi non sono manovre da grande politica, perchè possono minare le future necessità di sicurezza della popolazione intra calderica.

Alla base della minore sensibilità verso il rischio eruttivo dettato forse pure da un bisogno psicologico di obliarlo, c'è la mancata percezione da parte dei sensi della pericolosità vulcanica. Un pericolo che ha rendicontazione analitica e non direttamente  percepita in assenza della colonna eruttiva, con processi informativi che coinvolgono varie istituzioni e amministrazioni spesso con linguaggi da pensiero unico sbilanciati su tutti i pericoli areali tranne quello vulcanico. 

Nel flegreo ci sono segnali geofisici e geochimici che possono essere inquadrati come prodromi preeruttivi. Ebbene, questi segnali tra l'altro non corroborati da statistiche valutative pregresse che potrebbero indicare la tendenza dei fenomeni, sono tutti presenti nel flegreo, e ultimamente si nota un incremento della fenomenologia  anche in ambito sub marino. Occorre chiarire però, che anche se siamo in presenza di squilibri geofisici e geochimici ben acclarati nel sottosuolo flegreo, questi segnali possono continuare per anni e senza che si manifesti una eruzione, così come in poco tempo potrebbero indicare una condizione pre eruttiva. In tutti i casi non ci sono garanzie deterministiche su quello che geologicamente può succedere...

A fronte di tante indecisioni sulla previsione del fenomeno eruttivo, nonostante rassicurazioni di prassi non vincolanti come testimoniano i bollettini emessi dall'osservatorio vesuviano, le uniche iniziative verso la sicurezza areale e che avrebbero un senso, riguardano la prevenzione strutturale come strategia passiva per ridurre il valore esposto (VE), e una concreta pianificazione di evacuazione come strumento attivo di protezione per separare in poche ore la popolazione dal pericolo eruttivo. 



Partendo dal presupposto che la caldera è fisicamente inamovibile, allora, per separare  gli uomini e le donne dal pericolo eruttivo, all'occorrenza prima che le dirompenze si manifestino con crudezza, occorre dare corso a un piano di evacuazione. Per forza di cose bisogna quindi agire sul valore esposto, cioè sulla popolazione (550.000 ab.),  che dovrà essere spostata all’occorrenza ad una distanza (d) di circa 10/15 chilometri dai confini della zona rossa vulcanica. La direzione comando e controllo (DICOMAC) del dipartimento della protezione civile ad esempio, organo direttivo che si attiverà modularmente per gestire il pre allarme, e integralmente in caso di allarme, è ubicata a circa 30 chilometri a nord est di Pozzuoli. Un luogo che, per posizione geografica e distanza, dovrebbe risultare immune dalle fenomenologie eruttive: non si può dire lo stesso per la sede dell'osservatorio vesuviano... In tutti i casi, anche a piedi, in circa 3 ore, c’è la possibilità di mettersi fuori portata dagli effetti più deleteri di un’eruzione vulcanica. Questo significa che la segnalazione di percorsi pedonali per uscire fuori dalla zona rossa, potrebbe essere una tattica estrema per non farsi cogliere impreparati qualora l'eruzione dovesse iniziare a manifestarsi in un contesto di circolazione automobilistica totalmente compromessa dal caos. D'altro canto la lapide di Portici del 1632 diretta ai posteri parla chiaro sui comportamenti da adottare quando si dimora nel raggio d'azione di un vulcano.

                                                       Vincenzo Savarese  (MalKo)