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venerdì 3 luglio 2026

Pericolo Vesuvio: perché il Piano di Emergenza esclude l'eruzione pliniana?

 

si intravede il Golfo di Sorrento con vista sul Vesuvio. La foto è stata scattata da vico Equense.
Il Vesuvio visto da Vico Equense

 

Un po' di anni fa per elaborare i piani di emergenza a fronte del rischio Vesuvio, è stato necessario determinare probabilisticamente il tipo di evento che caratterizzerà la futura eruzione. Lo scenario eruttivo fissato dagli scienziati, è stato quello simil sub pliniano VEI4, con esclusione dell'eruzione pliniana (VEI5) dal novero degli eventi  statisticamente possibili per il prossimo secolo.

Warner Marzocchi, geofisico, già ricercatore INGV e oggi professore all’università di Napoli, fornì l’elemento  matematico-statistico chiamato BET (Bayesian Event Tree - Albero degli Eventi Bayesiano), con cui valutare l'evoluzione di sistemi complessi e stimare la probabilità di eventi eruttivi futuri attraverso dati di monitoraggio che si aggiornano di continuo. Il professore approdò alla conclusione che in termini probabilistici l’eruzione massima di riferimento per il Vesuvio poteva confermarsi appunto una sub pliniana VEI4. I risultati che emersero dai tavoli di lavoro, prendendo in considerazione una finestra temporale basata su un periodo di quiescenza dai 60 ai 200 anni, assegnarono all’evento pliniano una probabilità di manifestarsi dell’1%. Contemporaneamente però, negli stessi calcoli adottandi un arco temporale diverso, basato sempre sul limite di quiescenza minima dei 60 anni, ma questa volta senza un limite superiore, l’eruzione pliniana si prefigurò come uno stile eruttivo probabile all’ 11%. (Vedi tabella).

Occorre ricordare che l'estensione della zona rossa, cioè quell’area dove sussiste il pericolo del dilagare delle colate piroclastiche, è strettamente legata come ampiezza all’intensità dell’eruzione, e quindi all’altezza della colonna eruttiva che è un elemento importante che influenza enormemente le distanze orizzontali percorse dai flussi roventi. 


A scegliere definitivamente lo scenario eruttivo fu compito della commissione grandi rischi (CGR), che al termine dei necessari dibattiti adottò e propose ai vertici dipartimentali il calcolo statistico Marzocchi blindandolo, cosa che fecero anche funzionari d’alto rango e politici, accettando con sollievo l’eruzione sub pliniana  VEI4 come il massimo evento eruttivo atteso al Vesuvio. Sarà poi su questa conclusione che sono state elaborate strategie di sicurezza, tutte riconducibili alla stesura del piano d’emergenza nazionale con relativo piano di evacuazione. La decisione sub pliniana fu recepita immediatamente dalla regione Campania (presidente Caldoro), che in tal modo non era tenuta ad estendere il divieto di edificazione (Legge regionale 21/2003) oltre i limiti della vecchia zona rossa. Limiti oggi diciamo ampliati a scapito dell'equità; un processo pianificatorio quello della zonazione, a tratti carico di iniquità…

Da un punto di vista tecnico, il piano d'emergenza Vesuvio è un piano che non prevede operazioni in corso d’eruzione o pericoli diversi e superiori a quello principale: il piano di evacuazione allora, è esso stesso piano d’emergenza.

Le maestranze politiche e istituzionali afferrarono al volo le conclusioni di Marzocchi e altri: la tabella B fu ritenuta confacente alle necessità di tutela per il prossimo secolo e per almeno 2-3 generazioni. La possibilità che si materializzasse un’eruzione catastrofica come quella di Pompei del 79 d.C. venne considerata residuale e quindi obliabile. Un valore numerico quello dell’1%, che ha consentito al dipartimento della protezione civile, una volta archiviato lo scenario peggiore, di mettere mano a un piano di emergenza caratterizzato da risoluzioni operative basate su elementare arrimetica. La filosofia di fondo che trapelava tra i decisori e che oggi è legge, è quella di concentrarsi sul massimo evento credibile e non su quello possibile.

Una commissione grandi rischi (CGR), il cui fare è quello di riunirsi a porte aperte per sentire tutti e tutti i portatori di interessi, e poi a porte chiuse e senza pubblico per discutere e deliberare per sommi capi le conclusioni più delicate. Questo comporta che non si conoscano nella loro interezza i dibattiti tra scienziati, ancorchè difficilmente reperibili nella versione cartacea, secondo formule di riservatezza non sempre comprensibili e forse profondamente condizionate dai fatti che hanno seguito il terremoto dell'Aquila del 2009.

Dal nostro punto di vista, questa metodologia della riservatezza crea un problema democratico e istituzionale rilevante. Quando le decisioni scientifiche hanno un impatto così profondo sulla sicurezza pubblica e sulla pianificazione urbanistica, la linea di demarcazione tra consulenza tecnica pura e decisione politica si fa sottile. Gli scienziati più avanti citati, hanno formalizzato un parere basato sulla probabilità ritenuta più "ragionevole" nel medio termine, portandosi dietro l’indiscutibile effetto pratico di alleggerire un carico pianificatorio altrimenti di difficilissima elaborazione. 

Questa scelta dello stile eruttivo VEI4 suonò bene al settore istituzionale tecnico e politico, perché consentì di obliare il pericolo maggiore che diversamente avrebbe reso necessario introdurre l’intera città di Napoli nella pianificazione evacuativa, con tutto ciò che ne conseguiva anche in termini di estensione del divieto ad erigere manufatti a uso abitativo. Quest'ultimo punto è la vera preoccupazione, generalizzando, degli amministratori pubblici, atteso che la potenzialità di una catastrofe vulcanica in tempi di pace geologica non è percepita dai sensi, e quindi rimane un pourparler senza adrenalina.

La commissione grandi rischi che si riunì per stabilire l’eruzione di riferimento comprendeva esperti di altissimo livello:

  • Prof. Vincenzo Morra (Referente del Settore): Ordinario di Petrologia e Petrografia e Direttore del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università "Federico II" di Napoli.
  • Prof.ssa Lucia Civetta: Ordinaria di Geochimica e Vulcanologia alla "Federico II" ed ex Direttrice dell’Osservatorio Vesuviano.
  • Prof. Pierfrancesco Dellino: Ordinario di Vulcanologia e Geochimica all’Università di Bari e Direttore del Centro di Ricerca sul Rischio Sismico e Vulcanico.
  • Prof. Massimo Coltorti: Ordinario di Petrologia e Petrografia all’Università di Ferrara.
  • Prof.ssa Rosanna De Rosa: Ordinaria di Geochimica e Vulcanologia all’Università della Calabria.

Questi accademici insieme al geofisico Marzocchi, misero a verbale anche sulla scorta della relazione "Scenari eruttivi e livelli di allerta per il Vesuvio", firmata dal responsabile del gruppo di lavoro Macedonio, e dal direttore dell'osservatorio vesuviano Martini, le conclusioni su quella che dovrebbe essere la massima e futura eruzione del Vesuvio. Alfine le concordanze di pensiero approdarono al fatto che, l'evento teoricamente accettato (VEI4), copriva la quasi totalità delle probabilità statistiche cumulative di accadimento, lasciando  fuori solo l'eruzione pliniana VEI5. 

È bene chiarire che la scienza non determina con atti normativi il livello di rischio vulcanico: la scienza infatti, da sola non diventa legge, limitando il suo ruolo a un’azione consultiva anche di primissimo piano a cui e in tutti i casi bisogna tenerne conto.  E’ la politica, e spiccatamente la presidenza del consiglio dei ministri e il dipartimento della protezione civile a decidere sulla scorta delle indicazioni scientifiche ricevute, il livello di rischio accettabile dalla nostra società, soprattutto quando le intensità del pericolo in esame possono caratterizzarsi per crescita esponenziale. 

Il braccio politico nazionale di questa operazione fu il sottosegretario alla presidenza del consiglio (Guido Bertolaso), già Capo del Dipartimento della Protezione Civile. Davanti alle contestazioni di alcuni vulcanologi indipendenti come Giuseppe Mastrolorenzo, in disaccordo con l’eliminazione della tipologia eruttiva pliniana dal calcolo delle possibilità di accadimento, Bertolaso non solo non intese ritornare sull’argomento, ma non nascose neanche la sua contrarietà verso il contestatore minacciandolo di querela per procurato allarme.

Il sottosegretario Bertolaso difese il modello sub-pliniano (allora tarato sull’eruzione del 1631), rifiutando appunto l'inclusione della pliniana negli schemi emergenziali, perché una pianificazione in tal senso poteva essere considerato un irrealizzabile "libro dei sogni", in quanto avrebbe paralizzato la Campania dovendosi inevitabilmente includere Napoli nella pianificazione di emergenza. La sintesi del suo pensiero pare sia stata la seguente:<<Lo Stato non può pianificare l'emergenza basandosi sul rischio zero o sullo scenario peggiore in assoluto (la pliniana). Dobbiamo concentrarci sulla fattibilità logistica dei gemellaggi per l'evento sub-pliniano. Se la natura mostrerà segnali superiori, si gestirà l'estensione dell'emergenza in corso, ma la pianificazione a freddo deve restare confinata a ciò che è gestibile>>. 

Franco Gabrielli (Prefetto, Capo Protezione Civile 2010-2015). Ha partecipato al blindaggio normativo condividendo quell'1% di Marzocchi, liquidando le critiche scientifiche e tecniche con durezza. Sui dissidenti della pliniana si pronunciò così: <<Noi non sappiamo quando il Vesuvio erutterà, ma il Piano Nazionale d'Emergenza deve basarsi su criteri di stringente razionalità scientifica. Molto spesso, invece, in questo Paese si parla di questi sistemi e del rischio vulcanico come se si parlasse al bar dello sport>>.

Anche la Direttrice dell'Ufficio Emergenze del dipartimento della protezione civile portò avanti la stessa tesi, chiamando in causa addirittura un asteroide: <<se dovessimo pianificare per ogni evento teoricamente possibile sulla Terra, io allora vorrei anche un piano di emergenza nazionale per l'impatto di un asteroide. Ma non ce l'ho, perché la Protezione Civile deve pianificare su scenari credibili e gestibili, non su catastrofi totali che azzererebbero qualsiasi possibilità di intervento>>.

Edoardo Cosenza, ingegnere, professore universitario di tecniche di costruzioni,  è stato assessore alla protezione civile della regione Campania nel periodo delle decisioni importanti, contribuendo ad avallare lo scenario VEI 4, liquidando la minaccia di un'eruzione tipo Pompei (VEI5) con una celebre battuta sulla falsa riga dei colleghi:<< se dovessimo calcolare e tenere conto delle grandi catastrofi del passato, allora dovremmo valutare pure il diluvio universale>>. In un'altra occasione aggiunse: e ci sarebbero problemi per tutti quelli che non si chiamano Noè...

La commissione grandi rischi dopo aver valutato che un’eruzione VEI4 era quotata come massimo pericolo possibile, stabilì che i confini della zona pericolosa, ovvero quella dove potevano dilagare i flussi piroclastici, potevano essere rappresentati dalla linea curva (nera) Gurioli. Una linea che seguiva i limiti di deposito dei prodotti delle eruzioni sub pliniane del passato. La raccomandazione della commissione grandi rischi fu quella, ove possibile, di estenderli questi confini: abundans cautela non nocet. Un comune attraversato dalla linea nera anche marginalmente, passava per la totalità dil territori nella lista della zona rossa. Per i comuni new entry  fu quindi necessaria la mediazione dell'assessore regionale alla protezione civile per definire quali parti di territorio i comuni attraversati erano disposti a cedere alla zona rossa di inedificabilità a uso residenziale. 

L’ingegnere fu tra gli artefici principali della nuova zonazione rossa, instaurando una vera trattativa con alcuni comuni tra cui Poggiomarino e Scafati. Poggiomarino fu tentato addirittura di arretrare la linea nera Gurioli, onde liberare l’intero territorio poggiomarinese dai vincoli anti cemento. Il mayor del comune di Scafati invece, disse che:<< il nuovo piano d'emergenza Vesuvio approvato dalla protezione civile rischia di determinare problemi di natura urbanistica per il nostro territorio>>. Cosenza  a fronte delle titubanze comunali, minacciò  di classificare tutto il territorio delle due municipalità inedificabili, se non avessero deciso  in fretta quali porzioni di terreno volevano immolare sull’altare della propaganda dell’allargamento della zona rossa 1. Alla fine Poggiomarino ha ceduto qualche fazzoletto di terreno agricolo e Scafati niente.

Occorre dire che le affermazioni dei protagonosti istituzionali citati in precedenza sono affermazioni non sempre accettabili da un punto di vista della tutela delle popolazioni esposte. Il principio di fondo che invece è emerso dalle politiche di contenimento del pericolo vulcanico,  è che la pianificazione di emergenza deve dimensionarsi su un modello di intervento tarato sullo scenario più probabile o sul massimo evento credibile, e non sul massimo storico conosciuto, al fine di rendere le procedure di emergenza realmente applicabili: un principio che costituisce la spina dorsale della moderna dottrina della Protezione Civile italiana, della serie salviamo il salvabile. Purtuttavia occorre segnalare che il modello matematico del Prof. Marzocchi è uno strumento dinamico e flessibile, mentre le autorità politiche hanno preso i suoi risultati statistici e li hanno "blindati" in modo statico all'interno del piano d'emergenza nazionale. La politica ha così cristallizzato lo scenario VEI4 (sub-pliniana) per renderlo un dogma amministrativo immutabile, ignorando la natura fluida del modello scientifico.

Rimane il grosso problema di fondo che, questa filosofia operativa così determinata e addirittura coraggiosa, nella prevenzione della catastrofe vulcanica ha dimostrato asimmetria politica, timidezza e balbettii. Tutta quella ferrea determinazione usata per blindare il piano di evacuazione su una ipotesi massima VEI4, sparisce quando si passa alle politiche di prevenzione che hanno il difetto di non rendere nel campo del consenso e delle preferenze. Analizzeremo nel prossimo articolo la zona rossa attuale...

                                                                                           Vincenzo Savarese  (MalKo)            






martedì 28 giugno 2016

Rischio Vesuvio: il risiko dell'attesa... di MalKo


Il Vesuvio da Torre Annunziata


Le fasi di allerta vulcanica previste nel piano d’emergenza Vesuvio, partono dalla soglia base che rappresenta, come suggerisce il termine, lo stato di quiete vulcanica. C’è quindi un livello giallo di attenzione; a seguire un’allerta da preallarme e poi allarme. Questi passaggi indicano la variazione dei parametri geofisici e geochimici del vulcano, in una misura non prestabilita ma da interpretare a cura della Commissione Grandi Rischi, organo istituzionale privilegiato di consulenza del Dipartimento della Protezione Civile. L’Osservatorio Vesuviano (INGV) invece, è centro di monitoraggio, cioè la struttura statale incaricata della sorveglianza dei vulcani campani, fregiandosi anche del titolo di Centro di Competenza. Questo vuol dire che all’occorrenza il pregevole istituto napoletano è chiamato ad esprime un parere autorevole in ordine alla valutazione del pericolo vulcanico. L’organo apicale decisionale è il Presidente del Consiglio che, in seno al comitato operativo del DPC, stabilisce che cosa fare in rapporto ai dati ricevuti in tutta segretezza, per salvaguardare, attraverso l’applicazione dei piani di evacuazione, l’incolumità dei cittadini esposti al rischio Vesuvio o ad altro vulcano partenopeo (Campi Flegrei; Ischia).

In riscontro ai vari livelli di allerta vulcanica, le autorità di protezione civile a iniziare dal Dipartimento e dai sindaci, varano le corrispettive fasi operative che hanno lo stesso trend al rialzo di quelle scientifiche di allerta vulcanica.

Secondo una nostra visione pragmatica di quello che potrebbe succedere nella plaga vesuviana in caso di reale allarme vulcanico, riteniamo che presumibilmente le fasi operative si ridurrebbero a due invece che a tre, con l’esclusione appunto dell’ultima fase, quella rossa, quella di allarme.

Dal nostro punto di vista infatti, è lecito attendersi che la maggior parte della popolazione vesuviana dimorante in zona rossa, prenderà il largo dallo sterminator Vesevo, nel momento in cui verrà diramato lo stato di preallarme vulcanico. Riteniamo che i cittadini anche se a scopo precauzionale, molto probabilmente non attenderanno la proclamazione dell’allarme vero e proprio per andare via.

Questa teorica discrasia operativa è nella normalità delle cose. Pondererete infatti, che si tratterebbe di applicare un piano di sicurezza senza nessun rodaggio e dalle molteplici incognite. Neanche a livello mondiale si è mai vissuta un’esperienza del genere, soprattutto perché trattasi di un piano di protezione civile che riguarda un vulcano esplosivo ubicato in un contesto particolarmente urbanizzato in area metropolitana. In caso di necessità allora, s’inaugurerebbero procedure che francamente e a pelle molti cittadini guarderanno con sospetto.  Troppe incertezze scientifiche e tecniche hanno accompagnato un ventennio di strategie operative a gogò. Piani di emergenza senza piani di evacuazione, un po' machiavellici e soprattutto orfani della prevenzione, aspetti che certamente non hanno favorito un rapporto di grande fiducia tra cittadini e istituzioni.


ll ragionamento che prenderà piega e forma nella mente del comune cittadino vesuviano nel momento del reale pericolo vulcanico annunciato dalle istituzioni, sarà incentrato sulla necessità di muoversi prima degli altri. Si muoverà per primo chi avrà una residenza alternativa in zona sicura. Si muoverà per primo chi rinuncerà a mettere su bagagli. Si muoverà per primo chi annuserà l’incombenza del pericolo senza attendere i proclami ufficiali. Si muoveranno per primi i dipendenti comunali che afferreranno alla fonte la notizia del passaggio da una fase all’altra, cimentandosi in frenetiche comunicazioni telefoniche. Saranno invece penalizzati i comuni mediani stretti fra mare e monte, che nel loro percorso evacuativo dovranno accodarsi ad altri che si sposteranno in maniera massiva. Sarà zavorra operativa la titubanza ad evacuare dei comuni ubicati in zona rossa 2, particolarmente confusi. Sarà imprevisto il movimento evacuativo di municipalità non inserite nella zona rossa ma incastrata ad essa, come ad esempio Striano. Ci sarà poi l’incognita circa le garanzie di presidio della polizia municipale deputata alla viabilità, sperando nel frattempo che le forze dell’ordine accorse in massa, abbiano i nervi saldi per attendere con self control di chiudere il corteo degli evacuati e con esso il cancello d’uscita dalla zona rossa, forse a tempo già scaduto…

La teoria statistica adottata dal dipartimento della protezione civile di assumere come eruzione di riferimento un’eruzione di bassa – media  intensità (VEI 4) in luogo di quella massima conosciuta (pliniana), incomincia ad essere un fattore noto, quindi  non si possono escludere allontanamenti spontanei di cittadini residente oltre la zona rossa.  Infatti,  con l’incalzare dell'informazione, molti vesuviani non accetteranno passivamente l'incognita eruttiva finchè avranno la possibilità di fare un passo indietro e mettersi al sicuro. Parliamo di comuni come Volla, Striano, la parte meridionale di Cicciano e Saviano… lì, ai margini della linea nera Gurioli.

Le eruzioni non sono una pedissequa ripetizione di un copione conosciuto. Le eruzioni non seguono i principi di clonazione stile pecora Dolly. Non sono fotocopie l’una dell’altra. Le eruzioni sono fenomeni di alta vitalità del Pianeta, ma sono anche energie che, come gli incendi, non sono mai uguali. L’eruzione massima che i maghi statistici dell’INGV hanno ritenuto probabile nel medio termine, se il Vesuvio sfortunatamente dovesse porre fine al suo stato di gradita quiete, come dicevamo è stata qualificata con un'intensità VEI 4. Ma una VEI 4 potrebbe essere pure un’eruzione VEI 3.9 oppure 4.1 oppure 4.2… Le energie  dissipate in atmosfera generalmente non sono quantificabili con precisione micrometrica e la scala dei valori avrà senz'altro una linearità al rialzo o al ribasso… L'interpolazione numerica della VEI magari non è prevista dal mondo della vulcanologia, ma rende maledettamente bene l’idea di quello che si vuole dimostrare. Ricordiamoci poi, che i flussi piroclastici non sanno leggere i confini amministrativi…  

Questa nostra idea della linearità energetica serve a dimostrare l’assurdo governo amministrativo della zona rossa 2, terra di cementificazione residenziale con licenza edilizia, ai margini risicati di una VEI 4.0...  In altri punti ancora invece, capeggia l’assenza di una fascia di rispetto a ridosso della linea nera Gurioli.

L’immagine sottostante evidenzia la nostra proposta di riperimetrazione della zona rossa che, così come presentata, resisterebbe nel senso della prevenzione, a un’eruzione VEI 4 diciamo…“rinforzata”.
I limiti della zona rossa proposta da MalKo

E’ di difficile attuazione una tale reimpostazione sic et simpliciter della zona rossa dilavata da sigle e numeri, nonostante si offra al vantaggio di non disorientare il cittadino. La difficoltà esecutiva è tutta racchiusa unicamente nel fatto che in questa zona ad ampio respiro, troverebbe poi applicazione la legge regionale 21 del 2003 che vieta ulteriori insediamenti residenziali nella zona rossa ad elevato pericolo vulcanico. Oramai e come sapete, appena si tocca l’oro cemento, qualsiasi proposta è messa subito a dura prova anche perché la criminalità e la politica di basso livello  formerebbero subito comitati V - day contro la zona rossa: l’affaire vesuviano è un cane che si morde la coda…

Siffatta proposta sarebbe comunque un primo passo in avanti, insieme all’informazione corretta e puntuale, onde consentire nell’arco di oltre un secolo di mettere mano al riordino del territorio vesuviano e non solo di quello, secondo la linea verde che racchiude in giallo l’invasione dei flussi piroclastici di due pliniane, così come evidenziato dalla mappa sottostante, allegata al lavoro della ricercatrice Lucia Gurioli a proposito dei depositi da colate piroclastiche.

Mappa Gurioli: la linea nera circoscrive l'attuale zona rossa. In giallo i territori
invasi dalle colate  piroclastiche di 2 famose eruzioni pliniane.

Se la prima applicazione reale del piano nazionale d’emergenza rischio Vesuvio andrà buca, cioè fallirà la previsione dell'evento vulcanico e verrà lanciato un allarme senza seguito eruttivo, una seconda edizione probabilmente vedrebbe la popolazione maggiormente propensa all'attesa e sarebbe meno tempestiva nell’allontanarsi, perché avrà sperimentato sulla sua pelle che il preallarme può anche rientrare o durare mesi e anni. Ecco: il problema principale si avrà allora col primo allarme vulcanico… Per concludere le nostre disquisizioni, secondo principi di emulazione che caratterizzano le masse, è difficile pensare davvero che la popolazione del vesuviano vedrà molti concittadini andare via nella fase di preallarme perché hanno la seconda casa altrove, e loro resteranno impavidamente  ad aspettare  il risiko delle 72 ore in un contesto di segretezza dei dati vulcanologici di monitoraggio.
Le grandi incognite di questo piano d'emergenza sono racchiuse nei tempi e nella percezione da parte dei sensi del pericolo vulcanico. Il panico infatti, potrebbe essere il nemico numero uno...


domenica 6 marzo 2016

Rischio Vesuvio: le FAQ... di MalKo



Il sorvolo del Vesuvio


In moltissime pagine istituzionali diffuse sul web, ce ne sono quasi sempre alcune dedicate alle Frequently Asked Question (FAQ), cioè un elenco di risposte preconfezionate che soddisfano i quesiti maggiormente posti all’autore o al titolare del servizio o all’articolista che pubblica sul web. Diversamente le risposte possono essere anche frutto della previsione delle domande, in modo da soddisfare in anteprima e già all’atto della pubblicazione le curiosità o le perplessità dei lettori.
Il rischio Vesuvio è un fattore talmente di rilievo e talmente complicato e con tante inadempienze, che ben difficilmente troverete FAQ che vanno nella direzione della verità e della comprensione dell’argomento in tutte le sue sfaccettature. Per dare un contributo alla corretta informazione allora, indichiamo noi stessi delle domande e, quindi, delle risposte che si rifanno all’ufficialità degli enti amministrativi e delle istituzioni tecniche e scientifiche pertinenti, senza tralasciare le nostre considerazioni, in modo che il lettore abbia dalla sua elementi di comparazione su cui riflettere.

·        Che cos’è lo scenario eruttivo di riferimento?
Nel nostro caso lo scenario di riferimento è la tipologia eruttiva che la scienza, attraverso studi di vario genere, individua come l’evento vulcanico da cui bisognerà presumibilmente difendersi per il futuro.
Secondo alcuni scienziati dell’INGV che hanno trattato il problema, per i prossimi 128 anni e in assenza di novità scientifiche, l’eruzione di riferimento per il Vesuvio dovrebbe essere di stile stromboliano violento (VEI 3), o al massimo d’intensità similmente sub pliniana, ovvero con un indice di esplosività vulcanica pari a VEI 4. Sarà proprio quest’ultima tipologia eruttiva ad essere stata indicata, e quindi adottata per fissare gli scenari eruttivi su cui è stata poi incentrata la pianificazione nazionale d’emergenza per l’area vesuviana.

Per i meno esperti, un indice di esplosività vulcanica VEI 4, corrisponde grosso modo come tipologia all’eruzione del Vesuvio del 1631. Evento particolarmente violento, che sconvolse la plaga vesuviana, ma che non cagionò grossi  danni alla città di Napoli.

Lo scenario di riferimento è importantissimo perché partendo dal tipo di eruzione è possibile stabilire le fenomenologie vulcaniche da cui bisognerà difendersi e i territori probabilmente coinvolti e, quindi, quanti abitanti bisognerà preventivamente mettere in salvo.

Gli esperti dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), per individuare lo scenario eruttivo di riferimento hanno operato su basi statistiche probabilistiche. Potevano accettare i principi della distribuzione poissoniana che stabilisce stessa probabilità di accadimento ad eventi rari, invece si sono valutate due tabelle statistiche che prendono in esame fenomeni eruttivi su due diversi intervalli, analizzando rispettivamente un periodo di tempo tarato da 60 anni in su, senza un limite superiore, e una finestra temporale con un range da 60 a 200 anni (vedi schema sottostante).

Tabella Ae B delle probabilità eruttive in chiave percentuale.
Da notare che sia l’approccio concettuale della logica poissoniana che il compendio statistico con alla base i primi 60 anni di quiescenza e senza limiti in salita, includono l’eruzione pliniana come eruzione tutt’altro che da sottovalutare come evento possibile. Alla fine gli esperti hanno invece optato per la tabella B che vi mostriamo e  che contiene anche le percentuali statistiche assegnate ad ogni tipologia eruttiva, con quella pliniana scartata  per il suo 1% di probabilità…
Ovviamente il lettore avrà intuito che non esistono calcoli matematici ben definiti o strumenti particolari di analisi e di indagini per poter dire con certezza quale sarà la tipologia eruttiva della prossima eruzione del Vesuvio: il dubbio è un elemento comune anche ad altre pianificazioni d’emergenza. Per abbattere ogni incertezza, la prassi tecnica consolidata prevede a scopo precauzionale l’adozione  dell’evento massimo conosciuto come effettivo scenario d’emergenza. Nel nostro caso questo evento è facilmente individuabile nell’eruzione più famosa del mondo: quella pliniana del 79 d.C. che, con il suo indice di esplosività classificato VEI 5, sconquassò completamente l’area vesuviana, circa 2000 anni fa e ancora circa 4000 anni fa,  seppellendo intere città e villaggi che scomparirono letteralmente dalla geografia dei luoghi.

In realtà solo la politica può cancellare dall’elenco dei possibili scenari eruttivi un’eruzione pliniana, ma non la scienza, che in questo caso si è pronunciata attraverso un’esposizione analitica della commissione incaricata del piano d’emergenza denominata Gruppo A, che ha proposto nel 2012 uno scenario eruttivo (VEI4), praticamente identico a quello che propose nel 1995 la precedente commissione, che già a suo tempo indicò una sub pliniana quale eruzione massima attesa (EMA).

La proposta attuale è stata poi adottata con il placet definitivo della Commissione Grandi Rischi Settore Rischio Vulcanico, a cui spetta l’ultima parola. E’ a questa commissione, è bene ricordarlo, che competono tutte le decisioni scientifiche che hanno ad oggetto i vulcani.

La cosa che lascia alquanto perplessi, come vedremo nella prossima FAQ che riguarda la perimetrazione della zona rossa, è un certo fare deterministico delle istituzioni, rispetto a una situazione assolutamente di incertezza statistica.

Intanto risulta interessante un’annotazione del Prof. Giuseppe De Natale, ex direttore dell’Osservatorio Vesuviano, a proposito dei tempi di ritorno delle eruzioni pliniane:<< non è possibile definire i tempi di ritorno di qualsivoglia tipologia di eruzione, per tutti i vulcani in generale ma in particolare per le eruzioni pliniane del Vesuvio. Il concetto stesso di tempo di ritorno presuppone una regolarità (periodicità) che non sussiste in generale per alcuna eruzione vulcanica. Per quanto riguarda poi le eruzioni pliniane del Vesuvio, quelle a noi note sono in numero talmente esiguo, che qualunque analisi statistica ha una significatività estremamente bassa>>. Affermazione piena di buon senso e alquanto in controtendenza alle decisioni del gruppo incaricato e alle conclusione della commissione grandi rischi…

Su questo argomento si sono spesi diversi esperti, tra cui l’ex assessore alla protezione civile regionale, Prof. Edoardo Cosenza, che ribatteva a chi contestava come Il Prof. Giuseppe Mastrolorenzo, l’esclusione di una pliniana dalla rosa delle possibilità di accadimento, che se volessimo prendere sempre le catastrofi peggiori per pianificare le emergenze, per le alluvioni dovremmo allora tenere conto del diluvio universale… specialmente se non ci si chiama Noè!

Nel caso del Vesuvio, ripeteva, le matrici di possibilità sono 4 :

·        Eruzione senza evacuazione;

·        Eruzione con evacuazione;

·        Evacuazione senza eruzione;

·        Evacuazione con eruzione.

In realtà l’accademico professore perseguendo un fare assolutamente deterministico in luogo dello statistico, non ha considerato altre due possibilità, al netto della politica, che sono:

·        Eruzione VEI 5 con evacuazione VEI 4;

·        Eruzione VEI 5 senza evacuazione.

In entrambi i casi, una catastrofe immane, da cigno nero…

Per poter offrire ai lettori comparazioni che aiutano a riflettere, proponiamo l'esempio del terribile terremoto che sconquassò il Giappone l’11 marzo del 2011. Una scossa di magnitudo 9 Richter diede origine a uno tsunami che s’infranse contro la centrale di Fukushima creando un incidente nucleare di tutto rispetto.

I sistemi d’emergenza anti tsunami infatti, erano tarati per altezza delle acque non superiore ai 6,5 metri, mentre in questo caso le onde raggiunsero i 14 metri di altezza. C’è da dire che una scossa così forte non era mai stata registrata prima nel paese del Sol Levante. Nella ricostruzione della centrale nucleare, e quindi nei sistemi di difesa, si terrà conto di questi valori estremi seppur singolari o si manterranno i parametri di sicurezza preesistenti ? Ovviamente se è possibile si terrà in debito conto un evento 9 Richter e onde alte 15 metri…

Lo scenario VEI 4 è uno scenario di media mediata dalla politica in ragione dello stato dei luoghi e anche dell’economia che tiene in debito conto i parametri costi - benefici finanche nella difesa delle catastrofi. Tutte cose che intuiremo meglio nella prossima FAQ ad oggetto la famosa zona rossa Vesuvio...

Quello che desta disappunto e quindi generalizzando si contesta, è che i cittadini non possono essere trattati come sudditi non partecipativi delle scelte e quindi non informati su quello che succede e sulle decisioni che si adottano a cura della politica in un ordinamento rappresentativo. I cittadini sono titolari di qualche diritto, ma qui sembra che in questo mondo globalizzato ad avere  ragione è sempre e solo il biglietto verde...








venerdì 10 ottobre 2014

Rischio Vesuvio: Intervista al Prof. G. Mastrolorenzo...di MalKo

Napoli e il Vesuvio

 “Rischio Vesuvio: quale eruzione?
Intervista al Prof. Giuseppe Mastrolorenzo.”
di MalKo

Uno degli assilli che arrovella o che dovrebbe arrovellare l’intellighenzia tecnica preposta alla redazione dei piani d’evacuazione dell’area vesuviana, è la impossibilità di stabilire i tempi che ci separano da una prossima eruzione del Vesuvio. Anche al comparire dei sintomi precursori infatti, è parimenti azzardato profondersi in una previsione corta del fenomeno eruttivo.
La sicurezza delle istituzioni scientifiche circa la possibilità che si colgano i sintomi del risveglio del Vesuvio in netto anticipo sugli eventi, in realtà è una speranza che non rappresenta però la svolta nella previsione dell’eruzione. La “vitalità” vulcanica infatti, è un insieme di valori fisici e chimici che possono portare una notevole dose di indeterminatezza nell’interpretare senza errori un fenomeno che, ricordiamo, si evolve nel sottosuolo e che può quindi irrompere all’aria o ricomporsi di nuovo nel profondo.
La verità mediata allora, è che le sentinelle vulcaniche coglieranno probabilmente e con un certo anticipo tutti gli sbadigli geologici del Vesuvio, ma non potranno affermare con certezza se questi rappresentano il preludio al risveglio o semplicemente una riossigenazione da stato soporifero che nulla toglie al sonno letargico. Pertanto, il problema vero sarà quello di riuscire a decifrare i segnali in modo da << non indurre un’evacuazione senza eruzione o essere colti da un’eruzione senza evacuazione…>>.

Nell’ultimo articolo abbiamo accennato alla coraggiosa previsione prospettata dal gruppo di lavoro incaricato di redigere gli scenari eruttivi del Vesuvio e dei Campi Flegrei, con l’avallo della Commissione Grandi Rischi (CGR-RV) che ha comunque condiviso le scelte insieme al Dipartimento della Protezione Civile.  Secondo le stime prospettate, per i prossimi 130 anni l’eruzione massima di riferimento attesa al Vesuvio è quella sub pliniana, mentre la più probabile è una stomboliana violenta. La differenza tra i due eventi consiste che nel secondo caso non sono preventivabili flussi piroclastici.
Il sistema di protezione civile nell’area vesuviana si sta quindi basando ed evolvendo proprio su queste due tipologie eruttive, con la prima che congloba la seconda.
La Commissione Grandi Rischi oltre a condividere gli scenari eruttivi ha introdotto la linea nera Gurioli come reale limite della zona rossa Vesuvio. Il Comune di Boscoreale ha preso molto sul serio la zonazione così operata dalla scienza, ricorrendo e con successo, addirittura al potere giuridico (TAR), per vedersi riconosciuto il diritto ad estrapolare quelle parti di territorio che si trovano oltre la linea nera, in modo da sfuggire al severo regime di inedificabilità assoluta (Legge regionale 21/2003) per gli usi residenziali.  Alle amministrazioni comunali infatti, interessa soprattutto il cemento, e intanto non risulta alcuna impugnazione della sentenza del TAR da parte della Regione Campania o del Dipartimento della Protezione Civile.

Al Professor Giuseppe Mastrolorenzo, esperto vulcanologo dell’Osservatorio Vesuviano - INGV, giriamo subito una domanda: Professore, è possibile prevedere in anticipo un’eruzione attraverso i precursori vulcanici che il mondo scientifico asserisce di poter cogliere mesi prima?

<< Non c’è una specifica teoria sui precursori, ovvero non abbiamo ancora adeguate conoscenze sui meccanismi che generano i precursori spesso osservati nelle aree vulcaniche prima di un’eruzione. Questo è il motivo per cui ancora oggi non è possibile definire e individuare una rigorosa correlazione deterministica tra precursori ed evento eruttivo. In particolare, anche durante le crisi pre eruttive, in cui si manifestano precursori geofisici e geochimici quali terremoti, deformazioni del suolo e modificazione della portata e della composizione dei gas fumarolici, non è possibile in alcun modo prevedere se l’evento si manifesterà, e ancora quando e con quale tipologia e intensità si presenterà l’eruzione. L’assenza di qualsiasi correlazione di tipo deterministico tra precursori ed eruzione, mista alla debolezza della previsione statistica in sistemi molto complessi come quelli vulcanici, rendono necessarie ai fini della tutela l’adozione di rapidissime procedure per garantire l’evacuazione di tutta la popolazione esposta all’evento>>. 

La comunità scientifica ha di fatto concordato una previsione di evento massimo atteso al Vesuvio, tarato su una tipologia eruttiva di tipo sub pliniana. E’ d’accordo?

<< Qualsiasi previsione sull’evoluzione dei precursori e sulla tipologia e intensità del possibile evento eruttivo, dato la forte dipendenza del risultato statistico dai modelli adottati costituisce un azzardo, e pertanto ogni previsione deve essere valutata come opinione e come tale può variare da ricercatore a ricercatore.
E’ chiaro che la sicurezza di una collettività a rischio non si può basare, come ho detto in più circostanze, sull’adozione di uno scenario sub pliniano che è del tutto arbitrario, dati i risultati contrastanti che emergono dalle diverse ricerche scientifiche degli ultimi anni, relativamente alla dinamica interna del sistema vulcanico, alla storia eruttiva e al confronto con altri vulcani analoghi.
Paradossalmente, gli stessi ricercatori che su base prettamente probabilistica hanno fornito un valore basso ma comunque assolutamente non trascurabile di probabilità di un evento pliniano, in studi comparativi con altri vulcani analoghi sono giunti alla conclusione di una assoluta imprevedibilità dell’evoluzione di vulcani a condotto chiuso come il Vesuvio, per i quali non c’è memoria del passato. In altre parole, per un vulcano a condotto chiuso non avrebbe alcuna rilevanza la durata del periodo di quiescenza ai fini della previsione dell’intensità massima della possibile eruzione futura.
E’ paradossale che nell’esercitazione Mesimex 2006, benché sulla base dei risultati scientifici del gruppo consulenti della Protezione Civile sia stato dichiarato l’11% come valore medio di probabilità di un evento pliniano al Vesuvio, si sia poi scelto uno scenario esercitativo sub pliniano. E’ evidente come l’11% di probabilità che si verifichi un evento catastrofico pliniano in un’area abitata da tre milioni di persone, renda l’eruzione pliniana un evento assolutamente non trascurabile e da assumere certamente come scenario di riferimento nei piani d’emergenza. D’altra parte, date le ampie differenze e incongruenze tra le evidenze vulcanologiche, le valutazioni statistiche e le opinioni scientifiche dei diversi ricercatori impegnati da decenni nello studio dell’area vulcanica napoletana, con ricerche di pari dignità pubblicate su autorevoli riviste scientifiche, la scelta da parte degli organi preposti di una specifica tesi come base operativa per la realizzazione del piano d’emergenza, dovrebbe essere dichiarata e presentata alla collettività evidenziando come tale tesi non sia condivisa da tutti i ricercatori. In altre parole, dovrebbero essere dichiarati i limiti e le potenziali conseguenze dovute alla scelta di scenari che potrebbero poi rivelarsi inadeguati.
Prof. Giuseppe Mastrolorenzo - Osservatorio Vesuviano - INGV

A tale proposito è interessante notare come in alcuni articoli scientifici da parte di ricercatori impegnati nelle valutazioni di pericolosità vulcanica per l’area napoletana, pur riconoscendo una probabilità non trascurabile di un evento di natura pliniana, in base a valutazioni di costi - benefici si suggerisca di optare per uno scenario di riferimento sub pliniano. È evidente come un criterio costi - benefici possa essere adottato ma per correttezza verso le collettività dovrebbe essere esplicitamente dichiarato. Una tale dichiarazione equivarrebbe ad affermare che benché si sia consapevoli che oltre 3 milioni di persone siano costantemente esposte a rischio catastrofe, per ragioni economiche si valuti di porne in salvo solo settecentomila.
In conclusione, specificando che comunque le mie opinioni derivano analogamente a quelle di altri colleghi, anche referenti delle autorità preposte, dai risultati delle mie ricerche scientifiche e dell’esperienza in ambito vulcanologico e pertanto non costituiscono posizioni di istituzioni ma esclusivamente scientifiche. Ricordo come i risultati delle mie ricerche condotte negli ultimi decenni sulle catastrofi del Vesuvio, hanno dimostrato che nel caso di un evento massimo pliniano, è a rischio tutta la popolazione della provincia di Napoli e parzialmente quella della provincia di Avellino e Salerno. Ho spesso ricordato che molti disastri avvenuti sul nostro pianeta negli ultimi decenni, sono derivati dalla combinazione di eventi naturali estremi e da una generale sottovalutazione del rischio. In eruzioni quali quella del Mt. St. Helens avvenuta nel 1980, del Pinatubo nel 1991 e del Merapi nel 2010, fu necessario estendere rapidamente la zona da evacuare in piena eruzione a causa di una drammatica sottovalutazione dell’evento atteso. Di fatto non esistono criteri standard di riferimento per la redazione di piani d’emergenza per le aree vulcaniche, contrariamente a quanto avviene in altri ambiti, pertanto, tutto il processo decisionale e le conseguenti responsabilità che possono derivarne, ricadono sugli organi e le istituzioni e sui soggetti incaricati della mitigazione del rischio vulcanico. E per tale motivo, le informazioni dettagliate dei criteri adottati per la messa in sicurezza delle popolazione e dei relativi limiti, devono essere elementi portati a conoscenza della collettività>>.

Ringraziamo il Prof. Giuseppe Mastrolorenzo per la preziosissima e cortese collaborazione che ci ha assicurato su un tema particolarmente attuale e complesso come il rischio Vesuvio, al centro delle nostre attenzioni e quelle dei nostri lettori.

Per concludere e come redazione, al di là delle disquisizioni che da più parti vengono sollevate in tema di rischio Vesuvio, vorremmo annoverare alcune cose che riguardano l’argomento appena trattato. Innanzitutto la scelta dello scenario eruttivo come sapete è propedeutico e come avete intuito nel caso Vesuvio è stato scelto quello un gradino in più del probabile e non quello massimo conosciuto. La commissione incaricata di effettuare quest’analisi del probabile si è basata su dati statistici che indicano differenti elementi appunto di probabilità. Ogni qualvolta un vulcano esplosivo si zittisce e a condotto chiuso ricomincia la quiescenza, pensiamo che con il passare dei decenni diventi insondabile, enigmatico, e ogni previsione sul divenire potrebbe essere un azzardo, soprattutto quando la calca che lo avvolge rifugge dal concetto stesso di rischio. Il vulcano Vesuvio non è quello del 79 d.C. e non è neanche quello del 1631 o del 1944... cosa sia lo scopriremo il giorno dopo che si sarà risvegliato. 

Il piano di emergenza, perché solo di quello possiamo parlare visto che non esiste ancora quello di evacuazione, non è frutto del garantismo ma figlio di un adeguamento cerchiobottista alle enormità che ci rimanda il territorio fortemente compromesso e dove ogni decisione e non solo di sicurezza si scontra con numeri inapprocciabili. Incapaci di inseguire la prevenzione allora, inseguiamo come sempre l’emergenza con piani basati appunto sul probabile. Non vorremmo però, che scienziati e organi d’informazione, così come hanno fatto all’Aquila col terremoto anch'esso improbabile, abbiano poi a dire che la colpa è delle case ubicate in zona rossa…

L’assessore regionale Edoardo Cosenza ha giubilato all’affermazione del capo dipartimento della protezione civile Franco Gabrielli circa gli interventi antisismici e anti lapillo in zona rossa che vanno fatti. Solo quelli aggiunge Cosenza promettendo: <<in zona rossa non si aggiungerà un solo metro cubo di cemento a uso residenziale…>>.
Se mettiamo insieme i ruderi però, i fabbricati diroccati e gli spiccati di palazzi a più piani consentendone il ripristino statico e l’ultimazione, che sarebbe gioco forza a uso abitativo, senza aggiungere un solo metro cubo di nuovo cemento, si aggiungerebbero migliaia di nuovi abitanti nella zona rossa: molti di questi poi, sarebbero stranieri, che non sempre risultano nei registri dell'anagrafe.
Il problema rimane il futuro. Anche i teorici del probabile come la commissione grandi rischi e quella incaricata degli scenari al Vesuvio e ai Campi Flegrei, dovrebbero riconoscere come dicono, che con il passare del tempo andremo sempre di più in una condizione di eruzione a maggiore intensità. Qual’è allora la politica che stiamo mettendo in campo per garantire la sicurezza ai nostri posteri? Quella dei condoni e del cemento ristoratore? Fateci sapere le architetture del territorio previste per la metropoli vulcanica…

La commissione grandi rischi ha tra le sue funzioni (art.2) anche quella di fornire indicazioni per migliorare la capacità di valutazione, previsione e prevenzione dei diversi rischi. Allora, l'emanazione di una nota sul cemento sarebbe auspicabile, anche correndo il rischio,quello sì, di essere invisi a qualche politico. Il futuro ringrazierebbe…