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venerdì 3 luglio 2026

Rischio eruttivo al Vesuvio: eruzione pliniana e dinamiche di potere...di Malko

 

 

Un pò di anni fa per elaborare i piani di emergenza a fronte del rischio Vesuvio, è stato necessario determinare probabilisticamente il tipo di evento che caratterizzerà la futura eruzione. Lo scenario eruttivo fissato dagli scienziati, è stato quello simil sub pliniano VEI4, con esclusione dell'eruzione pliniana (VEI5) dal novero degli eventi  statisticamente possibili per il prossimo secolo.

Warner Marzocchi, geofisico, già ricercatore INGV e oggi professore all’università di Napoli, fornì l’elemento  matematico-statistico chiamato BET (Bayesian Event Tree - Albero degli Eventi Bayesiano), con cui valutare l'evoluzione di sistemi complessi e stimare la probabilità di eventi eruttivi futuri attraverso dati di monitoraggio che si aggiornano di continuo. Il professore approdò alla conclusione che in termini probabilistici l’eruzione massima di riferimento per il Vesuvio poteva confermarsi appunto una sub pliniana VEI4. I risultati che emersero dai tavoli di lavoro, prendendo in considerazione una finestra temporale basata su un periodo di quiescenza dai 60 ai 200 anni, assegnarono all’evento pliniano una probabilità di manifestarsi dell’1%. Contemporaneamente però, negli stessi calcoli adottandi un arco temporale diverso, basato sempre sul limite di quiescenza minima dei 60 anni, ma questa volta senza un limite superiore, l’eruzione pliniana si prefigurò come uno stile eruttivo probabile all’ 11%. (Vedi tabella).

Occorre ricordare che l'estensione della zona rossa, cioè quell’area dove sussiste il pericolo del dilagare delle colate piroclastiche, è strettamente legata come ampiezza all’intensità dell’eruzione, e quindi all’altezza della colonna eruttiva che è un elemento importante che influenza enormemente le distanze orizzontali percorse dai flussi roventi. 


A scegliere definitivamente lo scenario eruttivo fu compito della commissione grandi rischi (CGR), che al termine dei necessari dibattiti adottò e propose ai vertici dipartimentali il calcolo statistico Marzocchi blindandolo, cosa che fecero anche funzionari d’alto rango e politici, accettando con sollievo l’eruzione sub pliniana  VEI4 come il massimo evento eruttivo atteso al Vesuvio. Sarà poi su questa conclusione che sono state elaborate strategie di sicurezza, tutte riconducibili alla stesura del piano d’emergenza nazionale con relativo piano di evacuazione. La decisione sub pliniana fu recepita immediatamente dalla regione Campania (presidente Caldoro), che in tal modo non era tenuta ad estendere il divieto di edificazione (Legge regionale 21/2003) oltre i limiti della vecchia zona rossa. Limiti oggi diciamo ampliati a scapito dell'equità; un processo pianificatorio quello della zonazione, a tratti carico di iniquità…

Da un punto di vista tecnico, il piano d'emergenza Vesuvio è un piano che non prevede operazioni in corso d’eruzione o pericoli diversi e superiori a quello principale: il piano di evacuazione allora, è esso stesso piano d’emergenza.

Le maestranze politiche e istituzionali afferrarono al volo le conclusioni di Marzocchi e altri: la tabella B fu ritenuta confacente alle necessità di tutela per il prossimo secolo e per almeno 2-3 generazioni. La possibilità che si materializzasse un’eruzione catastrofica come quella di Pompei del 79 d.C. venne considerata residuale e quindi obliabile. Un valore numerico quello dell’1%, che ha consentito al dipartimento della protezione civile, una volta archiviato lo scenario peggiore, di mettere mano a un piano di emergenza caratterizzato da risoluzioni operative basate su elementare arrimetica. La filosofia di fondo che trapelava tra i decisori e che oggi è legge, è quella di concentrarsi sul massimo evento credibile e non su quello possibile.

Una commissione grandi rischi (CGR), il cui fare è quello di riunirsi a porte aperte per sentire tutti e tutti i portatori di interessi, e poi a porte chiuse e senza pubblico per discutere e deliberare per sommi capi le conclusioni più delicate. Questo comporta che non si conoscano nella loro interezza i dibattiti tra scienziati, ancorchè difficilmente reperibili nella versione cartacea, secondo formule di riservatezza non sempre comprensibili e forse profondamente condizionate dai fatti che hanno seguito il terremoto dell'Aquila del 2009.

Dal nostro punto di vista, questa metodologia della riservatezza crea un problema democratico e istituzionale rilevante. Quando le decisioni scientifiche hanno un impatto così profondo sulla sicurezza pubblica e sulla pianificazione urbanistica, la linea di demarcazione tra consulenza tecnica pura e decisione politica si fa sottile. Gli scienziati più avanti citati, hanno formalizzato un parere basato sulla probabilità ritenuta più "ragionevole" nel medio termine, portandosi dietro l’indiscutibile effetto pratico di alleggerire un carico pianificatorio altrimenti di difficilissima elaborazione. 

Questa scelta dello stile eruttivo VEI4 suonò bene al settore istituzionale tecnico e politico, perché consentì di obliare il pericolo maggiore che diversamente avrebbe reso necessario introdurre l’intera città di Napoli nella pianificazione evacuativa, con tutto ciò che ne conseguiva anche in termini di estensione del divieto ad erigere manufatti a uso abitativo. Quest'ultimo punto è la vera preoccupazione, generalizzando, degli amministratori pubblici, atteso che la potenzialità di una catastrofe vulcanica in tempi di pace geologica non è percepita dai sensi, e quindi rimane un pourparler senza adrenalina.

La commissione grandi rischi che si riunì per stabilire l’eruzione di riferimento comprendeva esperti di altissimo livello:

  • Prof. Vincenzo Morra (Referente del Settore): Ordinario di Petrologia e Petrografia e Direttore del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università "Federico II" di Napoli.
  • Prof.ssa Lucia Civetta: Ordinaria di Geochimica e Vulcanologia alla "Federico II" ed ex Direttrice dell’Osservatorio Vesuviano.
  • Prof. Pierfrancesco Dellino: Ordinario di Vulcanologia e Geochimica all’Università di Bari e Direttore del Centro di Ricerca sul Rischio Sismico e Vulcanico.
  • Prof. Massimo Coltorti: Ordinario di Petrologia e Petrografia all’Università di Ferrara.
  • Prof.ssa Rosanna De Rosa: Ordinaria di Geochimica e Vulcanologia all’Università della Calabria.

Questi accademici insieme al geofisico Marzocchi, misero a verbale anche sulla scorta della relazione "Scenari eruttivi e livelli di allerta per il Vesuvio", firmata dal responsabile del gruppo di lavoro Macedonio, e dal direttore dell'osservatorio vesuviano Martini, le conclusioni su quella che dovrebbe essere la massima e futura eruzione del Vesuvio. Alfine le concordanze di pensiero approdarono al fatto che, l'evento teoricamente accettato (VEI4), copriva la quasi totalità delle probabilità statistiche cumulative di accadimento, lasciando  fuori solo l'eruzione pliniana VEI5. 

È bene chiarire che la scienza non determina con atti normativi il livello di rischio vulcanico: la scienza infatti, da sola non diventa legge, limitando il suo ruolo a un’azione consultiva anche di primissimo piano a cui e in tutti i casi bisogna tenerne conto.  E’ la politica, e spiccatamente la presidenza del consiglio dei ministri e il dipartimento della protezione civile a decidere sulla scorta delle indicazioni scientifiche ricevute, il livello di rischio accettabile dalla nostra società, soprattutto quando le intensità del pericolo in esame possono caratterizzarsi per crescita esponenziale. 

Il braccio politico nazionale di questa operazione fu il sottosegretario alla presidenza del consiglio (Guido Bertolaso), già Capo del Dipartimento della Protezione Civile. Davanti alle contestazioni di alcuni vulcanologi indipendenti come Giuseppe Mastrolorenzo, in disaccordo con l’eliminazione della tipologia eruttiva pliniana dal calcolo delle possibilità di accadimento, Bertolaso non solo non intese ritornare sull’argomento, ma non nascose neanche la sua contrarietà verso il contestatore minacciandolo di querela per procurato allarme.

Il sottosegretario Bertolaso difese il modello sub-pliniano (allora tarato sull’eruzione del 1631), rifiutando appunto l'inclusione della pliniana negli schemi emergenziali, perché una pianificazione in tal senso poteva essere considerato un irrealizzabile "libro dei sogni", in quanto avrebbe paralizzato la Campania dovendosi inevitabilmente includere Napoli nella pianificazione di emergenza. La sintesi del suo pensiero pare sia stata la seguente:<<Lo Stato non può pianificare l'emergenza basandosi sul rischio zero o sullo scenario peggiore in assoluto (la pliniana). Dobbiamo concentrarci sulla fattibilità logistica dei gemellaggi per l'evento sub-pliniano. Se la natura mostrerà segnali superiori, si gestirà l'estensione dell'emergenza in corso, ma la pianificazione a freddo deve restare confinata a ciò che è gestibile>>. 

Franco Gabrielli (Prefetto, Capo Protezione Civile 2010-2015). Ha partecipato al blindaggio normativo condividendo quell'1% di Marzocchi, liquidando le critiche scientifiche e tecniche con durezza. Sui dissidenti della pliniana si pronunciò così: <<Noi non sappiamo quando il Vesuvio erutterà, ma il Piano Nazionale d'Emergenza deve basarsi su criteri di stringente razionalità scientifica. Molto spesso, invece, in questo Paese si parla di questi sistemi e del rischio vulcanico come se si parlasse al bar dello sport>>.

Anche la Direttrice dell'Ufficio Emergenze del dipartimento della protezione civile portò avanti la stessa tesi, chiamando in causa addirittura un asteroide: <<se dovessimo pianificare per ogni evento teoricamente possibile sulla Terra, io allora vorrei anche un piano di emergenza nazionale per l'impatto di un asteroide. Ma non ce l'ho, perché la Protezione Civile deve pianificare su scenari credibili e gestibili, non su catastrofi totali che azzererebbero qualsiasi possibilità di intervento>>.

Edoardo Cosenza, ingegnere, professore universitario di tecniche di costruzioni,  è stato assessore alla protezione civile della regione Campania nel periodo delle decisioni importanti, contribuendo ad avallare lo scenario VEI 4, liquidando la minaccia di un'eruzione tipo Pompei (VEI5) con una celebre battuta sulla falsa riga dei colleghi:<< se dovessimo calcolare e tenere conto delle grandi catastrofi del passato, allora dovremmo valutare pure il diluvio universale>>. In un'altra occasione aggiunse: e ci sarebbero problemi per tutti quelli che non si chiamano Noè...

La commissione grandi rischi dopo aver valutato che un’eruzione VEI4 era quotata come massimo pericolo possibile, stabilì che i confini della zona pericolosa, ovvero quella dove potevano dilagare i flussi piroclastici, potevano essere rappresentati dalla linea curva (nera) Gurioli. Una linea che seguiva i limiti di deposito dei prodotti delle eruzioni sub pliniane del passato. La raccomandazione della commissione grandi rischi fu quella, ove possibile, di estenderli questi confini: abundans cautela non nocet. Un comune attraversato dalla linea nera anche marginalmente, passava per la totalità dil territori nella lista della zona rossa. Per i comuni new entry  fu quindi necessaria la mediazione dell'assessore regionale alla protezione civile per definire quali parti di territorio i comuni attraversati erano disposti a cedere alla zona rossa di inedificabilità a uso residenziale. 

L’ingegnere fu tra gli artefici principali della nuova zonazione rossa, instaurando una vera trattativa con alcuni comuni tra cui Poggiomarino e Scafati. Poggiomarino fu tentato addirittura di arretrare la linea nera Gurioli, onde liberare l’intero territorio poggiomarinese dai vincoli anti cemento. Il mayor del comune di Scafati invece, disse che:<< il nuovo piano d'emergenza Vesuvio approvato dalla protezione civile rischia di determinare problemi di natura urbanistica per il nostro territorio>>. Cosenza  a fronte delle titubanze comunali, minacciò  di classificare tutto il territorio delle due municipalità inedificabili, se non avessero deciso  in fretta quali porzioni di terreno volevano immolare sull’altare della propaganda dell’allargamento della zona rossa 1. Alla fine Poggiomarino ha ceduto qualche fazzoletto di terreno agricolo e Scafati niente.

Occorre dire che le affermazioni dei protagonosti istituzionali citati in precedenza sono affermazioni non sempre accettabili da un punto di vista della tutela delle popolazioni esposte. Il principio di fondo che invece è emerso dalle politiche di contenimento del pericolo vulcanico,  è che la pianificazione di emergenza deve dimensionarsi su un modello di intervento tarato sullo scenario più probabile o sul massimo evento credibile, e non sul massimo storico conosciuto, al fine di rendere le procedure di emergenza realmente applicabili: un principio che costituisce la spina dorsale della moderna dottrina della Protezione Civile italiana, della serie salviamo il salvabile. Purtuttavia occorre segnalare che il modello matematico del Prof. Marzocchi è uno strumento dinamico e flessibile, mentre le autorità politiche hanno preso i suoi risultati statistici e li hanno "blindati" in modo statico all'interno del piano d'emergenza nazionale. La politica ha così cristallizzato lo scenario VEI4 (sub-pliniana) per renderlo un dogma amministrativo immutabile, ignorando la natura fluida del modello scientifico.

Rimane il grosso problema di fondo che, questa filosofia operativa così determinata e addirittura coraggiosa, nella prevenzione della catastrofe vulcanica ha dimostrato asimmetria politica, timidezza e balbettii. Tutta quella ferrea determinazione usata per blindare il piano di evacuazione su una ipotesi massima VEI4, sparisce quando si passa alle politiche di prevenzione che hanno il difetto di non rendere nel campo del consenso e delle preferenze. Analizzeremo nel prossimo articolo la zona rossa attuale...

                                                                                                            Vincenzo Savarese






martedì 28 aprile 2026

Rischio eruttivo al Vesuvio: l'eruzione pliniana è da impatto generazionale.. di Malko

 

Napoli e il Vesuvio

Quando negli anni 80’ fu concretamente sollevato il problema dell’incolumità degli abitanti della plaga vesuviana in caso di eruzione del Vesuvio, venne evidenziato che nell’eventualità non c’erano rimedi capaci di offrire una adeguata protezione fisica ai residenti, a fronte di fenomeni altamente letali come le terribili colate piroclastiche. Composte da gas vulcanici e vapore acqueo, ceneri, pomici e frammenti di magma e roccia abrasa dal condotto, i flussi piroclastici si formano in seguito al collasso della colonna eruttiva che, dirompendo in alto nell’atmosfera anche per decine di chilometri, all’esaurirsi della spinta precipita originando valanghe ardenti che riescono a scorrere molto velocemente sui fianchi del monte vulcanico, percorrendo così notevoli distanze con un incedere turbolento e distruttivo.

Furono proprio i flussi piroclastici a caratterizzare la micidiale eruzione pliniana che coinvolse tragicamente nel 79 d.C. le cittadine di Pompei ed Ercolano. In questa eruzione l’indice di esplosività vulcanica (VEI) fu catastrofico, con la formazione di una colonna eruttiva che superò i trenta chilometri di altezza, per poi ricadere su sé stessa generando a più riprese e in tempi diversi colate piroclastiche che si riversarono a valle, investendo alcuni centri abitati localizzati alla base del vulcano. Ercolano risultò tra i primi ad essere raggiunto e distrutto, con temperature dei flussi che superarono i 400° Celsius, e velocità di scorrimento di oltre 100Km/h.

Le nubi ardenti che colpirono la città di Ercolano furono particolarmente micidiali, e quando investirono gli ercolanesi che tardarono ad allontanarsi rifugiandosi in riva al mare in spazi dove si riponevano le barche, portarono seco una morte istantanea. Su alcuni resti umani, infatti, si nota lo “scoppio” della calotta cranica dovuta alla repentina evaporazione dei fluidi biologici, così come in alcuni casi sono evidenti arti fratturati da shock termico e ossa rossastre la cui colorazione è stata dettata dalla decomposizione termica dell'emoglobina presente nel sangue…

I fornici dove si rifugiarono durante l'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. circa 350 ercolanesi poi investiti dai flussi piroclastici trovando così morte istantanea.


In un discorso più ampio di vivibilità in area vesuviana, occorre tener ben presente che non è possibile prevedere con un anticipo sicuramente utile l’insorgenza di un’eruzione, e neanche la potenza che la caratterizzerebbe e che viene misurata adottando un indice numerico (VEI) che, generalmente, è quantificabile con una buona precisione solo al termine dell’eruzione. 

A fronte di queste due grosse incertezze allora, inevitabilmente il valore del rischio che incombe sulle popolazioni vesuviane è tutt’altro che minimo, e ogni discorso sulla eroica resilienza delle popolazioni esposte, si basa in realtà sulla non percezione sensoriale del pericolo e sul convincimento che l’eruzione è possibile prevederla certamente almeno 72 ore prima, come recitava e recita  la campagna informativa governativa, anche se nell’attualità i toni di certezza predittoria sono diventati piuttosto timidi. 

Sono passati ottantadue anni dall’ultima eruzione (1944) del Vesuvio, e quindi ci apprestiamo a raggiungere il secolo di quiete. La quiescenza anche ultrasecolare del Vesuvio non aggraverebbe oltre misura i fattori di rischio già insiti nell’attuale zona rossa, ma certamente andrebbe a influenzare l’ampiezza dell’area pericolosa che potrebbe quadruplicarsi. La letteratura scientifica, infatti, afferma che l’indice di esplosività vulcanica ha una certa propensione al rialzo con l’aumentare dei tempi di quiete geologica. 

Gli scienziati della commissione grandi rischi, sulla base anche della relazione prodotta da un apposito gruppo di lavoro (2012), confermarono che al Vesuvio l’eruzione massima attesa da prendere come riferimento per la stesura dei piani di emergenza, doveva essere di tipo simil sub pliniano VEI4. Allora fu elaborata la zona rossa tenendo in debito conto il lavoro di una ricercatrice, Lucia Gurioli, che verificò sul campo e poi segnò su mappa (Linea nera), i punti di massimo scorrimento raggiunti dai flussi piroclastici che si formarono nell’ultima eruzione sub pliniana del 1631.  

Zona rossa Vesuvio e linea Gurioli


Questa linea curva di demarcazione, non tutti la conoscono e in tutti i casi la interpretano erroneamente come un limite di pericolo, ma in realtà è un limite di deposito che non tiene conto dell’avanzamento delle parti più leggere e gassose di una nube ardente. Deve essere poi chiaro che non esistono eruzioni fotocopie, e che le energie sprigionabili dal vulcano possono essere anche idealmente rappresentate da numeri con virgola: ad esempio VEI 4,2. In questo caso corrisponderebbe a un rilascio di energie 2 volte superiore a una eruzione VEI 4,0; un esempio di medietà dei valori di esplosività ci è offerto dal potente evento di Pollena nel 472 d.C. col suo stile eruttivo non inquadrabile con cifra tonda e collocabile tra il VEI 4 e 5… Da notare che l'eruzione di Pollena è avvenuta 383 anni dopo quella disastrosa di Pompei nel 79 d.C.

Qualora dovesse verificarsi una eruzione di tipo VEI 4, i flussi piroclastici potrebbero raggiungere i territori posti a distanza di circa 7-10 Km. dal cratere. Invece, semmai l’eruzione dovesse assumere caratteristiche energetiche da VEI 5 (pliniana), quindi 10 volte più forte dell’evento campione (VEI4), le colate piroclastiche potrebbero spingersi a distanze di 15/20 chilometri dal centro eruttivo. Questa congettura evidenzia che in tema di prevenzione della catastrofe vulcanica, con i criteri attuali ci sono delle criticità che andrebbero almeno palesate alla popolazione, soprattutto se non è possibile assicurare iniziative di tutela nell’immediato o nel medio termine.

In caso di allarme vulcanico, l’area che sarà soggetta ad evacuazione preventiva, di fatto è quella VEI4, quella rossa che vedete nella figura sottostante, che conta una superficie di circa 200 km². Invece, l’area della corona circolare che abbiamo colorato in verde per distinguerla nettamente, indica la superficie di circa 800 Km² invadibile dalle colate piroclastiche di una eruzione pliniana (VEI5). Quest’ultima tipologia eruttiva infatti, porta con sé la concreta probabilità che le nubi ardenti superino l’area VEI4, per poi spingersi oltre e fino a raggiungere, come detto, distanze di 15/20 chilometri...  

La zona rossa VEI4 comprende anche eruzioni VEI3 - La zona verde VEI5 indica i territori invadibili dalle colate piroclastiche in caso di eruzione pliniana VEI5


In poche parole, un’eruzione pliniana investirebbe complessivamente un territorio di oltre 1000/km² che conta alcuni milioni di abitanti. Eppure, l’eruzione pliniana è stata totalmente esclusa dagli eventi possibili… A essere maggiormente chiari, non c’è nessun piano di evacuazione o direttiva ad oggetto la zona verde VEI5. Quindi, i cittadini residenti in questo territorio, in caso di allarme rimarrebbero fermi sul posto ad osservare lo straordinario spettacolo della natura senza neanche comprendere che le loro vite sono affidate a calcoli statistici che tra l’altro mutano col passare del tempo e non in misura lineare.

Nelle filosofie del rischio vulcanico che si caratterizza per i molti fattori di indeterminatezza, inevitabilmente questa decisione di non prendere in considerazione una eruzione pliniana non è deontologicamente condivisibile e rimane in ogni caso un azzardo. L’imprescindibile diritto alla sicurezza comporterebbe che là dove non c’è tutela deve esserci almeno l’informazione corretta e puntuale che invece manca. Le autorità dovrebbero chiarire: Egregi cittadini; non c’è un piano di evacuazione a fronte di una eruzione pliniana che rimane statisticamente poco probabile. Purtuttavia non la si può escludere deterministicamente perché, secondo gli esperti, la possibilità statistica che possa materializzarsi un evento pliniano al Vesuvio va dall’1 all’11 % di probabilità, a seconda della tabella dei tempi che si adotta, e che sono entrambe basate su diversi periodi di quiescenza del vulcano. La tabella di riferimento che è stata scelta dalla commissione grandi rischi è la B.

Tabella A e B delle probabilità eruttive.


La commissione grandi rischi si è caricata dell’onere di adottare una eruzione di riferimento di bassa/media entità (VEI4), così come l’osservatorio vesuviano e il dipartimento della protezione civile si sono assunti il gravame della previsione dichiarando che i movimenti del magma sono monitorati costantemente e quindi l'eruzione non potrà coglierci di sorpresa… Ricordiamo alfine, che sarà sempre la presidenza del Consiglio dei ministri, sentito la commissione grandi rischi e il comitato operativo della protezione civile, a diramare all’occorrenza l’ordine di evacuazione della zona rossa Vesuvio. 

Per gli esperti dipartimentali e regionali bastano 72 ore, corrispondenti a tre giorni di anticipo sull’eruzione per garantire l’evacuazione dei 700.000 abitanti dalla zona rossa. Oggettivamente un tale numero di residenti non è facilmente gestibile, atteso che numericamente supera la popolazione di una grande città come Palermo. Anche da un punto di vista della densità abitativa, in alcuni comuni del vesuviano, soprattutto tra quelli costieri, si registrano numeri da record, come ad esempio quelli che si contano nel comune di Portici con i suoi circa 11.350 abitanti per chilometro quadrato: un affollamento che non aiuta… 

Le procedure evacuative prevedono che i 700.000 vesuviani vengano allocati, in caso di allarme vulcanico, in tutte le regioni e province d’Italia isole comprese. Le modalità di rapido allontanamento comprendono l’uso di navi, treni, bus e autovetture private. Occorre tener presente che per imbarcarsi su navi e treni, occorre raggiungere innanzitutto e per forza di cose scali marittimi e ferroviari con mezzi collettivi (Bus). 

Schema dei gemellaggi

Un’altra incognita che riguarda l’analisi del territorio vulcanico è quella che ci rimanda a un momento successivo all’eruzione: fenomeno quest’ultimo che può durare da pochi giorni a settimane. I 700.000 evacuati passata la fase acuta delle dirompenze vulcaniche, non è da escludere che in un modo o nell’altro vorranno tornare alle loro magioni abituali, per verificare l’entità dei danni ricevuti ed eventualmente capire in che modo lo Stato intenda risarcire chi ha subito danneggiamenti importanti o ha perso tutto: abusivi compresi (Ischia docet). In tutti i casi, anche se l’eruzione dovesse esaurirsi in pochi giorni, le rovine caratterizzerebbero il panorama vesuviano e darebbero spazio a tardive riflessioni circa gli errori che sono stati fatti nella gestione del territorio e sulle politiche di prevenzione attuate e soprattutto non attuate per evitare che un evento naturale si trasformi in catastrofe vulcanica. Secondo alcune logiche di buon senso, la prossima eruzione del Vesuvio traccerà in modo empirico la nuova zona rossa. I palazzi che verranno travolti dai flussi piroclastici o anche dalle colate laviche, molto probabilmente non dovrebbero essere riedificati, così come c’è da giurarci che nasceranno controversie sui limiti di confine poderali. Solo un'eruzione simile a quella del 1944 (VEI3) potrebbe consentire un moderato ottimismo sui tempi di ripresa economica e sociale dell'area vesuviana: ma non subito.  

Nel campo delle iniziative, c’è da registrare che negli ultimi mesi anche il Comune di Pompei ha aderito al protocollo d’intesa promosso dalla Fondazione Convivenza Vesuvio: un progetto che mira ad evacuare i vesuviani nei comuni della fascia appenninica e pre appenninica dell’Irpinia, qualora il vulcano dovesse dare segni di ripresa dell’attività eruttiva. Il principio di fondo è irrefutabile, perché consentirebbe ai cittadini sfollati dalla plaga vesuviana di non disperdersi nelle varie regioni italiane rimanendo in Campania. Nel progetto però, per quel poco che si conosce, ci sembra di cogliere più dichiarazione di principio che modalità operative. Trattandosi di argomenti di fondamentale importanza per i cittadini, occorrono chiarimenti e garanzie. 

Nelle zone appenniniche e preappenniniche di certo e dagli inizi degli anni '50 è in corso uno spopolamento causato da un mix di denatalità, mancanza di lavoro e di servizi e infrastrutture che hanno innescato da molto tempo processi di emigrazione verso le province costiere, o nel nord Italia se non all’estero, soprattutto da parte dei giovani non molto propensi ad accettare una vita con modeste opportunità di studio, svago e lavoro. La disponibilità abitativa necessaria al progetto convivenza, infatti, non è racchiuso nei grandi centri ma nei paesi di modesta estensione che caratterizzano la provincia avellinese e beneventana. L'iniziativa convivenza Vesuvio potrebbe racchiudere insuccessi, perché il cittadino vesuviano accetterebbe sicuramente una "tenda" in muratura, senza per questo considerarla una magione a permanenza o comunque di lungo periodo o comunque degna di investimenti personali. 

Alfine, vogliamo concludere mettendo in risalto due punti che consideriamo importanti: il primo riguarda l’area verde che nella figura precedente abbiamo chiamato VEI5. Ebbene, nel disegno si evidenzia con un colore che generalmente definisce la normalità, un territorio non proprio normalissimo, dove possono dilagare i flussi piroclastici in caso di eruzione pliniana. Un territorio tra l'altro non contemplato in nessuna pianificazione d’emergenza o di evacuazione. Purtuttavia questa zona destinata prima o poi a cogliere e per forza di cose interesse, non è destinataria di alcuna legge o norma o circolare o raccomandazione nazionale o regionale che richiami la sua particolarità di zona pliniana. Eppure il principio di precauzione pur in presenza di dubbi scientifici, richiede di privilegiare la prevenzione anche se a lunga scadenza, col fine di tutelare quei posteri che non hanno colpe programmatiche. Probabilmente la zona verde dovrebbe essere già oggi dichiarata zona gialla (attenzione).

Intanto l’area VEI5 d'interesse pliniano, è sede di notevole urbanizzazione e antropizzazione di livello diremmo incalzante, perché in questo sedime territoriale occorre soddisfare pure i bisogni abitativi della zona rossa classica, dove vige la norma di inedificabilità totale per scopi abitativi. Questo significa che quando gli esperti magari tireranno in ballo il rischio pliniana, vuoi per il tempo che è passato oppure per la rinnovata cultura della prevenzione  o anche per innovative scoperte scientifiche o nuovi calcoli statistici, ci troveremo di fronte una realtà fatta da una antropizzazione caotica oltre misura, con ben poche possibilità di riuscire ad adeguare il territorio strutturalmente secondo logiche di difesa passiva, larga viabilità e palazzi bassi e soprattutto spazi: tanti spazi senza i quali non si può fare fa protezione civile...

Sarebbe il caso che il presidente della Regione Campania, ma anche il dipartimento della protezione civile, mettano insieme esperti del settore scientifico e urbanistico, affinché si valutino le conseguenze di una eruzione VEI5, secondo i principi della precauzione e dell’impatto generazionale (VIG). Nella zona VEI 5 deve scattare la norma di zona regolamentata, in modo che in termini di governo del territorio dovranno essere considerate tutte le necessità pianificatorie e di gestione strategica del territorio. 

IL Presidente della Regione Campania dovrebbe altresì verificare e approfondire nella sua interezza, i presupposti di fattibilità contenuti nel progetto della fondazione convivenza Vesuvio, perché non si possono diffondere aspettative di permanenza in Campania in caso di allarme vulcanico, se questa possibilità non è verificata in tutti i suoi aspetti, a iniziare da quelli amministrativi ed economici passando per il computo delle risorse alloggiative disponibili.

                                                                                            Vincenzo Savarese



venerdì 16 giugno 2023

Rischio Vesuvio: la zona gialla... di Malko


 

Per parlare della zona gialla Vesuvio, occorre premettere che l’eruzione massima adottata per la stesura dei piani di emergenza è di media intensità (sub pliniana), e che i venti in quota soffiano prevalentemente verso est. Con questi presupposti, è stato preventivato la possibilità che oltre alle municipalità della zona rossa 1 (R1), i comuni di San Gennaro Vesuviano, Palma Campania, Poggiomarino e Scafati, che insieme formano la zona rossa 2 (R2), possano essere investiti da una massiccia pioggia di cenere e lapilli con accumuli sui tetti piani anche di notevoli spessori. Con questa prospettiva di carichi accidentali tutt’altro che irrisori, non si può escludere, soprattutto se la pioggia imbibisce il materiale accumulatosi appesantendolo, che si verifichi lo sprofondamento dei solai di copertura, soprattutto in danno dei fabbricati più datati, che potrebbero cedere rovinosamente su quelli sottostanti che a loro volta e per somma dei carichi, sprofonderebbero ulteriormente e fino al piano terra.

La zona rossa 2 (R2), pur avendo come pericolo la pioggia di cenere e lapilli e presumibilmente non le micidiali colate piroclastiche associate invece alla R1, ha una colorazione rossa e non gialla, perché è soggetta alla stregua della zona rossa 1, all’evacuazione preventiva e totale degli abitanti, qualora dovesse palesarsi la minaccia eruttiva. 

Zona rossa 1, zona rossa 2, zona gialla



Il fall out di materiale piroclastico sciolto che andrebbe a ricadere come dicevamo, molto probabilmente e per ampio angolo a est del Vesuvio, avrebbe una intensità fenomenologica rapportata alla distanza dal centro eruttivo, alla velocità del vento che assottiglierebbe la scia dispersiva, oltre naturalmente alla quantità di materiale piroclastico eruttato. Quindi, oltre al pericolo di crollo dei tetti, nella rossa 2, occorre tener presente che potrebbe verificarsi oscurità, perdita di orientamento, probabile spegnimento dei motori, difficoltà di transito su gomme e a piedi, e il possibile blocco delle porte che aggettano sul piano stradale. Inoltre, la cenere aspersa in atmosfera, creerebbe fastidio alla respirazione con irritazione alla gola e agli occhi soprattutto in danno di vecchi e bambini, per la componente vetrosa e acida contenuta nelle polveri vulcaniche: Plinio il vecchio morì per questo motivo sulle spiagge di Stabia nel 79 d.C.  In siffatte condizioni sarebbe proibitivo qualsiasi intervento aereo di soccorso a mezzo elicotteri, perché in un ambiente pervaso dalla cenere, i motori (turbine) cesserebbero di funzionare, così come il forte potere abrasivo del prodotto siliceo strierebbe pure il plexiglas o anche altre trasparenze della cabina di pilotaggio dei velivoli, portando la visibilità a una condizione critica per la sicurezza del volo. Anche gli autoveicoli potrebbero subire il blocco dei motori per intasamento dei filtri, e in tutti i casi la circolazione su alcune diecine di centimetri di cenere e lapilli sarebbe ugualmente problematica soprattutto per i veicoli a dure ruote e per le auto e mezzi pesanti, ancor di  più in una condizione di traffico caotico e di insofferenza all'attesa.



Nella zona gialla, quella oltre zone rosse con estensione asimmetrica, così come si evidenzia facilmente dalla cartina, non è prevista all’occorrenza e in prima battuta una evacuazione preventiva, ma è una opzione quest'ultima che gli esperti intendono attuare dopo aver valutato con eruzione in corso i settori maggiormente vulnerabili su cui precipita la maggior parte dei lapilli e della cenere scagliati in aria dal vulcano e veicolata dal vento.  Le valutazioni che dovrebbero essere velocissime, perchè veloce è la velocità di deposito dei piroclasti,  verrebbero assicurate dal dipartimento della protezione civile, che si avvarrebbe della consulenza della commissione grandi rischi, e di una direzione di comando e controllo operativo (DiComac) per l'attuazione delle direttive. 

Tecnicamente parlando però, l’opzione di valutare con eruzione in corso i settori della zona gialla da evacuare, dovrebbe presupporre come condizione indispensabile che le popolazioni ubicate in zona rossa siano già state evacuate. Diversamente, l’organizzazione emergenziale potrebbe imballarsi immediatamente, per le diverse condizioni di urgenza e di strategia che caratterizzano i territori rossi e gialli della plaga vesuviana. Anche nel flegreo sussiste la stessa condizione strategica basata sulla certezza della previsione di eruzione, che scientificamente invece, rimane perlopiù incerta...

La zona gialla, composta da 63 comuni, è evincibile dalla mappa contenuta in questo articolo, che riporta i limiti territoriali delle varie comunità interessate. Nella stessa cartina è riportata pure la curva di isocarico, una curva chiusa che circoscrive l’area dove è possibile che sui tetti possa accumularsi un deposito di cenere e lapilli anche superiore ai 30 centimetri, e quindi prossimo o superiore al peso di 300 chilogrammi al metro quadrato. In caso di eruzione, il vulcano proietterebbe in alto i prodotti piroclastici per alcune decine di chilometri, con quelli meno pesanti che diverrebbero preda dei venti e trasportati per distanze anche di migliaia di chilometri. Le ceneri micrometriche infatti, permanendo in aria per lungo tempo, potrebbero provocare nei casi di massima diffusione del prodotto, transitorie variazioni climatiche.

Nella zona rossa 1, quella che circonda e racchiude il cratere sommitale del Vesuvio, tutte le manifestazioni vulcaniche possono concentrarsi a iniziare dalle micidiali nubi ardenti; ma anche lahar, lave e poi le intense precipitazioni di cenere e lapilli e altri tipi di scorie più o meno pesanti, tra le quali pure le bombe vulcaniche. Nella zona rossa 1 non è possibile portare soccorso con eruzione in corso.

Vesuvio: bomba vulcanica ricoperta dal lichene Stereocaulon vesuvianum

                                                               di Vincenzo Savarese
                                                             





lunedì 8 maggio 2023

Rischio Vesuvio: le zone rosse 1 e 2 e gialla e blu... di Malko

Vesuvio da sud




Un giorno di un futuro lontano o lontanissimo, il Vesuvio darà origine a una eruzione presumibilmente dal taglio esplosivo. Quanto potrà essere problematica questa eruzione la cui intensità può essere nell’odierno solo stimata, lo si può dedurre dall’ampiezza che gli scienziati hanno assegnato alla zona rossa. La zona rossa infatti, è quella parte di territorio vulcanico che dovrà essere sgomberato all’occorrenza e necessariamente da tutti gli abitanti prima che si manifestino possibili dirompenze esplosive, con l’invasione delle micidiali colate piroclastiche e la massiccia ricaduta di cenere e lapilli.

La commissione grandi rischi, organo scientifico che assicura la consulenza al dipartimento della protezione civile, ha ritenuto congrua la zona rossa scientifica circoscritta dalla linea nera Gurioli. Trattasi di un segmento curvilineo ricavato da indagini campali e che, circoscrivendo il vulcano, formalizza di fatto i punti di massima propagazione dei flussi piroclastici in seno alle passate eruzioni sub pliniane. Questa zona è stata poi ampliata amministrativamente ma non con logiche omogenee di protezione e di prevenzione della catastrofe vulcanica.

Linea nera Gurioli

Partendo dal principio che ciò che è successo nel passato può succedere anche nel futuro con un’eruzione inferiore o di pari intensità a quella di riferimento, il cammino dei flussi piroclastici potrebbe avvenire entro la linea nera che in ogni caso non può ritenersi un limite di sicurezza. Partendo da questa premessa, illustriamo le caratteristiche delle 4 zone di pericolo che interessano il Vesuvio.

Zona rossa 1. Ebbene la zona rossa 1 definita ad alta pericolosità vulcanica, è quella invadibile dalle colate piroclastiche. Queste si concretizzano nel momento in cui la colonna eruttiva collassa per perdita di spinta e per effetto della gravità precipita sui fianchi del vulcano, per poi continuare la corsa per chilometri, travolgendo e distruggendo ogni cosa al suo passaggio. La micidialità di questo fenomeno è racchiusa non solo nel dinamismo dell'ammasso, ma anche dalla temperatura di circa 500° C. che caratterizza il miscuglio roccioso e gassoso in movimento. Un certo numero di vittime dell’eruzione del 79 d.C. persero la vita per gli effetti meccanici delle colate e quindi mai più ritrovati. I circa 300 ercolanesi che trovarono rifugio in un magazzeno sulla spiaggia, furono raggiunti all’interno del ricovero dalla parte più leggera della valanga piroclastica, quella gassosa e pregna di sottile cenere, che a causa delle elevate temperature cagionò l’evaporazione istantanea dei fluidi corporei, che in taluni casi comportò l’esplosione dei crani e la rottura delle ossa per shock termico. Ecco: la linea nera rappresenta le distanze percorse dai flussi piroclastici riconducibili alle eruzioni sub pliniane che si verificarono nel passato: l’ultima nel 1631. A fronte di questo pericolo, in caso di allarme nella zona rossa 1 si procederà necessariamente all’evacuazione di tutti gli abitanti.

Zona rossa 2. Questa zona intermedia ubicata tra la zona rossa 1 e la zona gialla, si caratterizza perché in caso di eruzione verrebbe letteralmente "bombardata" da una intensa pioggia di cenere e lapilli con una intensità tanto maggiore quanto minore è la distanza dal centro eruttivo. Questi prodotti piroclastici si andrebbero a depositare sui tetti piani dei fabbricati posti sottovento al Vesuvio, determinando in molti casi lo sprofondamento del solaio di copertura e, con effetto domino, pure di quelli sottostanti.

Nel caso del Vesuvio, gli esperti hanno individuato la zona rossa 2 nei territori ubicati da est nord est a est sud est, oltre la zona rossa 1, perché la statistica dei venti dominanti indica in quella direzione il prevalente fluire ventoso che interessa e passa sulla vetta del vulcano. La zona rossa 2 riguarda i territori dei comuni di San Gennaro Vesuviano, Palma Campania, Poggiomarino e Scafati. In caso di allarme eruttivo, alla stregua della zona rossa 1, tutti i cittadini devono evacuare. Questo perché la cenere porta oscurità, arresto dei motori, problemi nei trasporti, ma principalmente irritazione agli occhi e difficoltà di respirazione soprattutto per vecchi e bambini. Gli ammassi di cenere e lapilli potrebbero bloccare pure l’apertura delle porte che si aprono sul piano stradale. D’altro canto anche i soccorritori tecnici e sanitari coi loro mezzi, avrebbero serie difficoltà a muoversi in questo settore con eruzione in corso.

Zona Gialla. La zona gialla è quella che circonda il Vesuvio oltre le zone rosse, e presenta estensioni molto variabili e particolarmente incidenti nel primo e secondo quadrante col vulcano come centro mappale. Trattasi di territori dove la pioggia di cenere e lapilli ha una intensità decrescente con l’aumentare della distanza dal centro eruttivo. La necessità di evacuare alcuni settori della zona gialla, sarebbe oggetto di valutazione da fare con eruzione in corso.  L’evacuazione non avverrebbe fuori dalla regione Campania, perché si presume che i cittadini allontanati rientrerebbero al termine dell’eruzione col ripristino di un minimo di servizi essenziali. I comuni interessati e caratterizzati dal colore giallo sono 63 e sono quelli riportati nella cartina sottostante.

 

Plaga vesuviana: pericoli e zone

Zona blu. La zona blu è quella parte di territorio della plaga vesuviana ubicata a nord del Vesuvio. Detta anche conca di Nola, in caso di eruzione in questo comprensorio appena depresso e rappresentato in figura coi confini comunali colorati in celeste, possono presentarsi fenomeni di alluvionamento diffuso con altezza delle acque che potrebbero superare i due metri. Tra l’altro la zona blu è pure zona gialla, e quindi la caduta di cenere favorirebbe l’impermeabilizzazione dei suoli, accrescendo la persistenza delle acque.

In conclusione, i flussi piroclastici o anche colate o nubi ardenti, sono un fenomeno che al Vesuvio caratterizzano eruzioni sub pliniane e pliniane. Gli esperti della commissione grandi rischi hanno escluso statisticamente e per i tempi di quiescenza, che possa concretizzarsi un’eruzione pliniana, e quindi non ci sono direttive per fronteggiare una siffatta calamità vulcanica qualora si materializzasse. Diciamo pure che lo stile eruttivo è l’incognita più grande che grava sui piani di emergenza, così come la previsione corta del momento dirompente…

Per quanto riguarda il fenomeno della pioggia di cenere e lapilli, questo è un pericolo insito in eruzioni di tipo ultra stromboliano (VEI3), sub pliniano (VEI4) e pliniano (VEI5). Il VEI è l’indice di esplosività vulcanica.

Non è da escludere che non sono particolarmente garantite le tre municipalità di Napoli: San Giovanni a Teduccio, Barra e Ponticelli, perché su un totale di 112.765 residenti, è prevista l’evacuazione in fase di allarme di soli 38.401 abitanti. Di fatto sarebbero quelli posizionati oltre linea nera verso il vulcano.  Lo stesso dicasi per il Comune di Volla che confina in modo tangente con la linea nera che non è un limite di pericolo. Il comune di Sarno per posizione geografica doveva rientrare nella zona rossa 2. Il Comune di Portici, Ercolano e Torre del Greco, sono quelli leggermente più svantaggiati in caso di evacuazione, perché in auto o anche a piedi, dovrebbero in tutti i casi muoversi in modo secante rispetto al Vesuvio.  Il piano di emergenza Vesuvio, è bene ricordarlo, è pur sempre una mediazione, frutto di logiche le cui filosofie si basano sulla probabilità statistica e sui concetti costi - benefici.

                                                            di Vincenzo Savarese
                                                             


domenica 4 settembre 2022

Rischio Vesuvio e Campi Flegrei: il preallarme eruttivo non ha passato...di MalKo

 

Comitato Operativo Protezione Civile Nazionale

Un piano di emergenza a fronte del rischio vulcanico è un documento complesso e soprattutto oltremodo responsabilizzante che richiede una stretta collaborazione tra il mondo scientifico e quello tecnico, onde consentire a chi deve premere il pulsante di allarme (presidente del consiglio), di poterlo fare avendo ben presente il quadro della situazione e del rischio. Per mitigare lo stress decisionale legato a una funzione che implica cambiamenti repentini della normalità su vasta scala, si è messo a punto una tavola di colori che in modo sintetico e intuitivo rappresenta l'incalzare dei sintomi prodromici fino all'eruzione.


I 4 livelli di allerta vulcanica

Occorre subito dire che, per il passaggio da un colore all'altro non c’è nessuna tempistica codificata, tant'è che potrebbero passare mesi, giorni o poche ore, oppure che si salti letteralmente un livello in assenza di stasi perdurante degli indicatori di pericolo. Ad esempio si potrebbe passare dal giallo al rosso direttamente. Una possibilità tutt'altro che remota. D’altra parte i livelli di allerta vulcanica potrebbero anche recedere, ma presumibilmente in tempi lunghi rispetto all'incremento.

La decisione di dichiarare lo stato di preallarme (arancione) vulcanico  è forse la più difficile. La più difficile perché il decisore si troverebbe di fronte a una condizione mai sperimentata prima, né per il Vesuvio e né per i Campi Flegrei. Infatti, non esiste una soglia numerica di riferimento, e quindi non ci sono elementi da comparare per decidere il da farsi. 

La decisione del passaggio di livello verrebbe assunta dalla commissione grandi rischi (CGR), che andrebbe appositamente mobilitata con input del dipartimento della protezione civile. Il Prof. Francesco Dellino, referente di settore (CGR) per il rischio vulcanico, in un’intervista ebbe a precisare che egli opera in contesti dove si accendono discussioni a porte aperte seguite poi da discussioni a porte chiuse. La commissione grandi rischi, concluse, comunica con i verbali che contengono le decisioni finali da comunicare all’esterno. Una di queste decisioni fu appunto quella di assumere l'area circoscritta dalla linea nera Gurioli come zona invadibile dai flussi piroclastici, attestando con tale decisione uno scenario di rischio al Vesuvio non eccedente un evento sub pliniano (VEI4).

La necessità di passare al preallarme o anche al livello di allarme, verrebbe sollecitata dal dipartimento della protezione civile al presidente del consiglio, presumibilmente in un consesso operativo tecnico scientifico, e in ogni caso spetterebbe al premier la decisione ultima di preallarmare o allarmare, sentito pure il presidente della regione Campania. Al riguardo non dimentichiamo che il piano d’emergenza Vesuvio è un piano di livello nazionale, che in fase operativa comporta una mobilitazione generale di enti e istituzioni preposte, insieme a tutte le regioni e a quei comuni a cui spetta dare ospitalità agli sfollati. Non ultimo è un piano che per essere attuato richiede un intervento economico di tutto rispetto.


Il compito di monitorare lo stato dei vulcani campani è a cura dell’osservatorio vesuviano. La cosa che subito viene detta in ogni conferenza o seminario o consesso informativo e formativo, a cui partecipa il pregevole ente, è che diuturnamente il Vesuvio e i Campi Flegrei vengono sorvegliati con strumentazioni ad alta tecnologia, anche di taglio satellitare, e che quindi nulla sfugge agli osservatori. 

Purtroppo la dotazione iper tecnologica che indubbiamente ci rimanda secondo dopo secondo la misura anche micrometrica dei dati geochimici e geofisici dei vulcani, non rappresenta un metodo di previsione degli eventi eruttivi, ma solo il report di una situazione geologica ad horas. Mancano come dicevamo, elementi di comparazione per azzardare una previsione; manca un database  sui parametri strumentali che hanno caratterizzato i prodromi pre eruttivi delle eruzioni passate. Basta pensare, tenendo presente le date degli eventi, che tra le mani abbiamo ben pochi dati e in larghissima misura i periodi storici che hanno accompagnato quelli eruttivi sono senza elettricità, con tutto quello che ne concerne. Infatti, la prima centrale elettrica nacque in Italia nel 1883. Questo ci fa capire che la storia strumentale dei Campi Flegrei e del Vesuvio è decisamente recente.

In ogni caso, ogni singola eruzione ha le sue caratteristiche che si somigliano ma non sono mai uguali. Proprio il Vesuvio è un esempio lampante di questa semplice constatazione, atteso che l'ardente monte ha la prerogativa di materializzare eruzioni effusive dal taglio attrattivo turistico, ma anche eruzioni di portata esplosiva e catastrofica come quella di Pompei del 79 d.C. Lo sterminator Vesevo purtroppo per noi, perché lui fa il suo mestiere, può spaziare su livelli energetici che vanno da un indice di esplosività VEI3, VEI4 ma anche VEI5.

La scienza, quella attuale, non tutta certamente, contrariamente alla passata informazione soporifera e rassicurante, chiarisce timidamente che il mondo sotterraneo non ha un orizzonte visibile, pertanto è inaccessibile e quindi le informazioni che provengono dalle profondità chilometriche, sono indirette e per questo non particolarmente precise. Al di là delle prospezioni elettromagnetiche, ci sono poi le perforazioni, che ci dicono con precisione la natura dei prodotti estratti ai vari livelli di carotaggio: ma il dato non è molto attendibile con l’incremento della distanza orizzontale  dal centro di trivellazione. In tutti i casi le trivellazioni hanno raggiunto al massimo i 12 chilometri che sono ben poca cosa rispetto ai circa 6400 chilometri del raggio terrestre, o comunque ai circa 35 Km. di spessore della crosta.

Gli scienziati con il tempo hanno fissato una serie di parametri dei vulcani, ufficializzando uno stato di quiete quasi “certificata” che in ogni caso non assegna all’area in esame un rischio eruttivo pari a zero. Quindi, il continuo delle misurazioni geofisiche e geochimiche di alcune aree vulcaniche, anche attraverso stazioni automatizzate, ci consentono di registrare eventuali incrementi di elementi significativi, come ad esempio la temperatura, la concentrazione di CO2, CO, le deformazioni, ecc. Questo consente agli scienziati di proporre previsioni eruttive probabilistiche che possono diventare deterministiche (100%) solo in presenza della colonna eruttiva. Anche in questo caso è possibile certificare il giorno e l'ora della ripresa eruttiva, ma non è possibile cogliere la quantità di energia che si sta liberando (VEI), che è un dato tutto sommato che può essere valorizzato con precisione solo al termine dell’eruzione.

A fronte di questi limiti, la presidenza del consiglio dei ministri per tramite del dipartimento della protezione civile, ha emesso un decreto che recita: è bene ricordare che le previsioni di tipo probabilistico, non sono sempre possibili e non per ogni tipologia di fenomeno. Inoltre, queste previsioni sono fortemente condizionate dalla disponibilità di adeguate e numerose serie storiche di osservazioni collegabili all’effettivo verificarsi di eventi.

Per completezza è interessante segnalare pure la direttiva del presidente del consiglio dei ministri (2/2021). Quivi si legge che Le procedure e le attività finalizzate all’allertamento e all’allarme pubblico devono quindi esplicitare, quando e ove possibile, i limiti delle attività di valutazione e decisionali. In particolare, è opportuno dare conto:

  • dei limiti scientifici delle previsioni probabilistiche.
  • della latenza, incertezza e/o indisponibilità dei dati, delle misure e delle     informazioni.
  • del possibile malfunzionamento e/o di disfunzionalità degli apparati e delle reti.
  • del margine di errore derivante dall’imprescindibile discrezionalità delle attività di valutazione e decisionali.
A voler concludere, i livelli di allerta vulcanica indicano il progressivo avvicinamento alla soglia eruttiva di quell'eruzione di scenario che gli scienziati hanno prospettato in sede di analisi per definire l'ampiezza della zona rossa da evacuare.  Se arriveranno le risposte proposte nell'articolo precedente al nuovo direttore dell'osservatorio vesuviano, capiremo meglio lo stato dell'arte, in ossequio al diritto all'informazione e alla sicurezza dei cittadini napoletani.

                                                                            di Vincenzo Savarese