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domenica 31 maggio 2026

Rischio Campi Flegrei: la sicurezza all'America's Cup 2027.

                                         

 

Il presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), è stato intervistato dopo poche ore dall’evento sismico di magnitudo 4,4 registratosi nei Campi Flegrei il 21 maggio 2026 alle ore 5:50. Scossa localizzata in mare a 3 chilometri di profondità.

Alla domanda della giornalista su cosa devono fare i cittadini per continuare a vivere in questa problematica zona del napoletano con un minimo di serenità, il direttore prof. Florindo ha innanzitutto chiarito che bisogna seguire l’informazione ufficiale proveniente dalla protezione civile e dall’osservatorio vesuviano: fidarsi dei professionisti è il primo passo per vivere in una zona che si caratterizza per rischio sismico e vulcanico. Il presidente ha poi ricordato che due anni fa c’è stata una esercitazione di protezione civile (Exe flegrei 2024) coordinata dal suo istituto, per vagliare e verificare il sistema emergenziale in tutte le sue diramazioni, evacuazione compresa, coinvolgendo circa 1500 cittadini.

Le prove hanno visto pure la costituzione della DI. COMA.C (Direzione Comando e Controllo) nel comune di San Marco Evangelista (Caserta). L’esercitazione andò bene precisa il geofisico. Ci sono stati, sempre in quell’ambito, anche dei momenti informativi organizzati dalla protezione civile, ma sembra che non abbiano riscosso particolare successo di pubblico.

Il responsabile dell’INGV, continuando il colloquio, ha rassicurato ricordando che il campo vulcanico dei Campi Flegrei è una delle aree più monitorate al mondo, 24 ore su 24, e qualora il magma dovesse muoversi verso la superficie, loro sono in grado di avvedersene alcune ore prima se non giorni. Tra l’altro stanno migliorando il monitoraggio nell’area, implementando le stazioni anche in mare, nella parte calderica sottomarina, grazie a sei milioni di euro accordati dalla ministra Bernini, titolare del dicastero per l’università e la ricerca.

Un recente studio ha appena ricordato in premessa che i vulcani a caldera si caratterizzano per il rischio eruttivo che, seppur a bassa frequenza di accadimento, generalmente sono di elevata magnitudo. Dal punto di vista della ricerca magari in chiave preventiva, occorre prendere atto che nel flegreo riesce purtroppo difficile indagare gli spessori crostali al di sotto del campo vulcanico, lì dove il magma si è incassato ai vari livelli e con volumi diversi, che si interconnettono con dinamiche tutte da approfondire. Comprendere i processi geologici insiti nelle viscere della caldera flegrea infatti, è di fondamentale importanza per tentare la previsione del rischio vulcanico. 

Il sottosuolo crostale e crostale profondo del super vulcano dei Campi Flegrei, intanto pare si caratterizzi per un magma intrusivo che si localizza a una quota di pochi chilometri dalla superficie, anche se sembra che la materia incandescente sia modesta e tentacolare, al punto da non essere facilmente discriminabile dal contesto. In tutti i casi questa discreta invadenza del magma insinuatosi nei primi chilometri, interagisce pesantemente con gli acquiferi termali normalmente abbondanti e circolanti nella parte semi superficiale della caldera. Gli acquiferi surriscaldati dal magma e dai gas magmatici che trapelano abbondanti dal profondo, generano molto vapore, mantenendo così alta una certa preoccupazione zonale tanto per il rischio di eruzioni freatiche che magmatica, atteso che la freatica potrebbe essere un'avvisaglia di guai peggiori.

D'altra parte le interazioni fisiche che avvengono soprattutto come detto nei primi chilometri, generano pressioni elevatissime, perché il vapore si espande enormemente in una misura dipendente anche dalle temperature a cui è sottoposta l'acqua. Questo potrebbe significare che eventuali sacche di vapore surriscaldato, per effetto di vampate di calore provenienti dal sottosuolo e soprattutto dagli accumuli magmatici intermedi localizzati tra gli 8 e i 20 chilometri di profondità, possono aumentare la loro pressione per il raggiungimento di uno stato critico o supercritico.

Oltre quest'ultima quota e fino ai limiti di transizione tra crosta e mantello c'è la sorgente magmatica profonda. Qui si ammassano i magmi primitivi che alimentano la colonna dei fusi e le loro stazioni di accumulo ubicate come detto a varie quote. Più le indagini si spingono in profondità e più aumentano le difficoltà di interpretazione dei processi dinamici e chimici che caratterizzano il sottosuolo calderico. Allora il problema della previsione diventa ancora più complesso perché a fare la differenza probabilmente potrebbero essere le conoscenze sulle modalità di scambio tra i vari accumuli di magma stipati alle varie quote, ancorchè alla loro capacità di laminarsi nel sottosuolo prima di ascendere.

Anche se non sono chiarissimi i processi magmatici profondi, è certo che il vapore surriscaldato che si genera dal contatto tra acqua e fuoco magmatico o i fluidi a esso connessi, produce pressioni enormi capaci di deformare gli strati superficiali fino al punto di rottura degli spessori litoidi. Sarà a questo punto che si liberano onde sismiche generando terremoti pericolosi perché superficiali. Dovrebbe essere proprio la diffusa fratturazione degli strati rocciosi a evitare grossi accumuli di energia, ma contemporaneamente la notevole fessurazione di questi stessi strati facilita il passaggio di fluidi roventi e frazioni di magma verso la superficie. Intanto però, il sistema è legato nel suo insieme da un complesso equilibrio che oggi tiene, ma che può rompersi repentinamente dando spazio a una vera eruzione dopo quasi 500 anni di quiescenza vulcanica.

In termini predittivi, orientativamente in assenza di certezze scientifiche, possiamo dire che la probabilità che si generi un falso allarme eruttivo è del 33,3%. Sussiste pure un 33,3% di possibilità che si riesca a produrre una previsione d’eruzione tempisticamente utile per l’evacuazione, ma sussiste anche il 33,3% di probabilità che possiamo trovarci di fronte a un mancato allarme eruttivo o a un allarme lanciato al di sotto dei limiti temporali necessari per la buona riuscita del piano d’emergenza. D’altro canto il professore Florindo dell'INGV, ha detto che la previsione può essere possibile ore o giorni prima che si manifesti l’evento. Il termine ore da un punto di vista scientifico rimane in tutti i casi inoppugnabilmente un successo previsionale. Che poi questa indovinata previsione non riesca a coprire le tempistiche evacuative stabilite nei piani d’emergenza, a dirla tutta non è un problema scientifico ma tecnico, atteso che quest'ultima branca ha altri metodi per ridurre il rischio, magari mitigando alcuni fattori come la densità abitativa attraverso il blocco delle costruzioni ad uso residenziale. I tecnici possono agire anche sull’impianto emergenziale ed evacuativo, migliorandolo attraverso valutazioni pragmatiche e non aritmetiche di facciata. Ad esempio attendere il turno per andare via in auto o navetta non è il massimo della strategia.

In tutti i casi e riassumendo, in linea di principio sussiste il 66.6% di probabilità che sarà fatta salva, in un modo o nell'altro, la tutela della popolazione, accettando gioco forza la possibilità del falso allarme. 

Rimanendo sull'aspetto tecnico, occorre ricordare che le esercitazioni fin qui fatte nei Campi Flegrei, si può dire con una certa cognizione di causa che non hanno una utilità pratica, perché simulare ad esempio l’evacuazione di circa 1500 abitanti su 550.000 residenti è incongruente. Il numero 1500 infatti, corrisponde ad appena lo 0,27 % del totale dei residenti della zona rossa dei Campi Flegrei. Tra l'altro esiste già un gap esercitativo ineluttabile dettato da una condizione di serenità dei partecipanti per l’assenza del pericolo eruttivo.

Per rendere più chiaro il concetto della scarsa utilità delle esercitazioni prima menzionate, lo possiamo fare con un esempio: testare il piano di evacuazione a fronte del rischio incendio in un plesso scolastico di tipo 5 (1200 allievi), il valore del campione 0,27% corrisponderebbe a una movimentazione di appena 3 alunni sul totale degli studenti. Con questi numeri nella scuola si potrebbe provare al massimo il funzionamento della campanella...

Per quanto riguarda i gazebo informativi invece, occorre tener presente che la popolazione puteolana e napoletana ha capito da tempo che non ci sono certezze previsionali, e quindi trovano superfluo sentirsi ripetere sempre le solite cose su quella che di fatto è la geologia dei forse. I cittadini si informerebbero di più se fossero maggiormente coinvolti nelle decisioni operative, e soprattutto sarebbero maggiormente interessati ai processi informativi della protezione civile, se ricevessero magari risposte sulla loro condizione post eruzione, semmai l'emergenza dovesse effettivamente materializzarsi. Allo stato serpeggia l'idea, che rimane tale, che andranno tutti nell'entroterra campano, ma non si capisce esattamente dove. 

Purtroppo la scienza non sempre avanza a grandi passi, e oggi le conoscenze sui processi vulcanici così come le strumentazioni di monitoraggio ultra sofisticate, non consentono una previsione deterministica del fenomeno eruttivo. Chi vuole vivere nei territori flegrei allora, deve intuire che non ci sono certezze assolute, ma solo probabilità anche se di sicuro sussiste il massimo impegno scientifico nei limiti purtroppo di quelle che sono le attuali conoscenze nazionali e internazionali. Eppure c’è chi vuole testardamente continuare a costruire in area intracalderica, magari in modo decentrato, con mimetismo diremmo, con la giustifica della necessità e della voglia di resilienza  ma in ogni caso e caparbiamente nell’ambito della zona rossa flegrea: magari a Licola e dintorni... D'altra parte la identificazione della zona bradisismica generale e ristretta, ha portato all'idea che quella è la reale area pericolosa nei Campi Flegrei e non altre, anche perché ben poca enfasi è stata dedicata all'eruzione magmatica, nonostante il fenomeno sia immanente e sia la vera spada di Damocle che incombe su questi territori.


Per quanto riguarda l'America's Cup, con gare veliche che si terranno dal 10 luglio 2027 nelle acque del Golfo di Napoli, occorre registrare che sono in ultimazione a Bagnoli le basi logistiche e operative e il villaggio dei 5 team che si sfideranno tra le due zone vulcaniche. Si parla di rischio sismico ed eruttivo per i partecipanti e i loro rispettivi staff: in linea di principio diremmo che tutto sommato il rischio è contenuto, perché le strutture finalizzate alle barche e alle dimore saranno presumibilmente antisismiche, e all'occorrenza, in caso di allarme vulcanico, le squadre veliche sono già in possesso del miglior mezzo di trasporto possibile per allontanarsi dal caos: la barca a vela con rotta preferibilmente verso Capri...  Se per il rischio ci si riferisce al pubblico, atteso che le gare dovrebbero svolgersi lungo il litorale Caracciolo, chi assisterà alle regate si ritroverà di fatto a sud  della linea collinare di demarcazione dei Campi Flegrei, nel quartiere Chiaia, in una posizione tutto sommato di agevole allontanamento almeno a piedi.

                                                                                                                       Vincenzo Savarese  (MalKo)           









sabato 21 ottobre 2023

Rischio vulcanico ai Campi Flegrei: solo bradisismo dicono...

 

La darsena di Pozzuoli a ridosso del Rione Terra


Da quando il suolo si è sollevato di oltre un metro di altezza nel caseggiato del Rione Terra a Pozzuoli a causa del bradisismo, i Campi Flegrei sono assurti a evento mediatico di tutto rispetto, carpendo l’attenzione dei media e delle massime autorità scientifiche e di protezione civile che, anche per le diverse vedute degli esperti sull’origine e la pericolosità dell’ultra millenario fenomeno bradisismico, hanno favorito l’accensione dei riflettori sulla città di Pozzuoli.

In molti sono accorsi all’au secours lanciato dai primi cittadini flegrei, e principalmente dal sindaco Manzoni, capitano di cordata e  titolare amministrativo dei territori puteolani dove si registra la maggiore gibbosità crostale. Il primo risultato politico raggiunto, è stato l’approvazione di quattro punti da parte del ministro Musumeci, comprendenti:

1.    un piano di evacuazione in caso di grave bradisismo;

2.    un’analisi valutativa sulla vulnerabilità degli edifici;

3.    il potenziamento delle strutture di Protezione Civile;

4.    un piano per la comunicazione istituzionale.

Cosa sia il grave bradisismo non è stato circostanziato dalle autorità scientifiche, ma presumiamo che si voglia intendere una accelerazione del fenomeno del sollevamento del suolo impossibile da decifrare nell’immediato, accompagnato da sciami sismici cagionati dalle pressioni esercitate nel sottosuolo dai fluidi surriscaldati dal materiale magmatico. Questi, acquisendo energia espansiva, curvano e piegano e spezzano gli strati rocciosi soprastanti producendo onde elastiche. Non si può neanche escludere nelle dinamiche del fenomeno, una diretta partecipazione del prodotto incandescente in lentissima e pulsante ascesa… L’ osservatorio vesuviano però, esclude quest’ultima possibilità, perché, dicono, eventuali movimenti magmatici verso l’alto, verrebbero immediatamente rilevati dalle loro potenti strumentazioni multi parametriche posizionate nell’area flegrea…

Secondo le intenzioni della protezione civile, politicamente coordinata dal ministro Musumeci, entro poche decine di giorni dovrà essere messa su carta la zona rossa bradisismica, che non va confusa con la zona rossa vulcanica legata al rischio eruttivo. Non va neanche confusa con la mappa di pericolosità sismica zonale, che ci rimanda un quadro di terremoti a bassa e moderata energia, i cui epicentri in prevalenza si spostano dalla "campana" bradisismica verso la Solfatara, fino a raggiungere il popoloso quartiere di Bagnoli.

Anche per il bradisismo, ci si attende una zona rossa e arancione e gialla, in modo da avere il gradiente di sollevamento almeno sui capisaldi di misura, con la specifica della soglia di riferimento in centimetri per ogni settore menzionato in ascesa. 

La classificazione della zona rossa bradisismica dovrebbe garantire una puntualità e una priorità nei sopralluoghi di verifica statica degli edifici. Occorre notare però, che le paure dei puteolani sono tutte concentrate nei terremoti più che nel fenomeno che li genera, impercettibile per lentezza: se non fosse così, dovrebbe scattare immediatamente l’allarme evacuativo della zona rossa. Onde definire con buona logica la zona dove cominciare i sopralluoghi, la zona rossa bradisismica già circoscritta dall’INGV, dovrebbe sovrapporsi a quella sismica zonale, e quindi offrire un riferimento da dove partire con i controlli: diversamente occorrerà procedere con il sopralluogo a richiesta. È appena il caso di ricordare che la zona rossa bradisismica e quella sismica ricadono totalmente nella zona rossa a rischio eruttivo, e quindi contrariamente a quanto dicono i discorsi ad commodum sul  bradisismo, certamente la zona a maggiore pericolosità rimane quella vulcanica.

Nella mappa sottostante dell’INGV che mostra la “campana” bradisismica, abbiamo riportato a nostra mano tre zone discorsivamente utili, e non scientificamente determinate.

carta tematica INGV rimodulata con tre zone a scopo discorsivo

Invece, la carta messa a punto dall'INGV (immagine sottostante), degli eventi sismici sul breve periodo, rende bene l’idea sul dove si scaricano generalmente le energie bradisismiche. D'altra parte se i terremoti sono dettati dal bradisismo, quelli che si presentano fuori dal raggio del fenomeno, presupponiamo che debbano essere di origine direttamente vulcanica o tettonica.

Carta tematica INGV

Pur avendo contezza della zona bradisismica e simica, è utile precisare che non è possibile riportare con precisione l'indice di pericolosità del fenomeno sismico, perché questo dato, pur abbastanza circoscritto come area d'origine, dipende certamente dalla magnitudo e dalla profondità degli ipocentri, ma anche dalla vulnerabilità degli edifici: dati questi ultimi, non noti agli organi di protezione civile. Le autorità scientifiche hanno chiarito che per la loro natura è difficile che si possano generare sismi di grandi magnitudo (la stima è ≤ 5 Richter). Mentre invece è probabile che gli ipocentri dei sismi si verifichino nei primi 4 chilometri. Diciamo pure che forse è l’unico caso quello del flegreo, dove è possibile ipotizzare in linea assolutamente generale, magnitudo e profondità ipocentrale dei terremoti, fermo restante la nota impossibilità a prevederli temporalmente. Nel disegno sottostante abbiamo materializzato il triangolo di pericolosità sismica, dove l’unico dato ad oggi, che potrebbe fare la differenza è la vulnerabilità degli edifici. 

Quello che attende i verificatori di stabilità degli edifici sarà un compito arduo, perché sarà molto difficile classificare le cause riguardanti lesioni minori o distacchi di intonaco, magari dovuti a infiltrazioni acquifere e rigonfiamenti da ruggine; altre cause possono essere la cattiva qualità dei materiali utilizzati o i difetti costruttivi o semplici assestamenti preesistenti alla crisi bradisismica. Tutte cause che con i terremoti a bassa energia hanno scarsa correlazione. Quale debba essere il destino dei fabbricati dichiarati pericolanti, ce lo diranno i tecnici e i sindaci e la regione. Quello da cui bisognerà rifuggire però, è lo sperpero di denaro pubblico, perché se determinati palazzi necessitano di adeguamento sismico a partire dalle fondamenta, e magari vengono evacuati perchè dichiarati pericolanti, sarà conveniente abbatterli  assegnando agli sfollati della zona bradisismica grave, una residenza fuori dal perimetro della zona rossa vulcanica. A nessuno venga in mente in nome di una discutibile resilienza,  di spendere moneta per stabilizzare case o palazzi,  in un settore che rimane ad alta pericolosità vulcanica, e pure sismico e bradisismico a permanenza...

Il 13 ottobre 2023 è entrato in vigore il Decreto Legge sul bradisismo, finanziato dallo Stato con 52,2 milioni di euro. Il sindaco di Napoli Manfredi, così come il collega di Bacoli, premono affinché si possa assumere personale da dedicare agli uffici tecnici per almeno tre anni, e non per un solo anno come previsto dal decreto, altrimenti, dicono, sono difficili le assunzioni. Stranamente pure i sindaci di altre zone cercavano mano d'opera tecnica, per evadere le migliaia di pratiche di condono... 

Il presidente De Luca visto il movimentismo di terzi, ha chiarito  che la viabilità è una competenza regionale come la sanità e i piani d'emergenza ospedalieri... tra l'altro ha aggiunto:<< che non possiamo avere un’espansione irrazionale di edilizia in area a rischio>>. Interessante... come  pure l’accento che il governatore ha messo sullo stato di attenzione giallo:<< …Ma non è ancora chiaro cosa e quando potrebbe spingere i tecnici a passare a quello arancione…>>. Su quest’ultimo interrogativo pensiamo che non ci siano risposte adeguate. Non abbiamo esperienze e dati delle precedenti eruzioni… Quindi il passaggio eventuale delle fasi di allerta da giallo ad arancione, saranno per loro natura frutto di interlocuzioni tra le autorità governative e la commissione grandi rischi. 

I contenuti di questo D.L. 12 ottobre 2023 n° 140, sono stati successivamente oggetto di una riunione tenutasi presso l’accademia aeronautica militare di Pozzuoli. All’incontro hanno presenziato due ministri: Sangiuliano e Musumeci; e ancora i vertici del dipartimento della protezione civile, i rappresentanti dei comuni e della regione e dell’area metropolitana e dell’INGV; del parco flegreo e altri… Tutti portatori di interessi.

Il sindaco di Pozzuoli ha espresso grande soddisfazione per il raggiungimento dell’obiettivo più atteso: il riconoscimento del bradisismo come calamità a sé stante, diversa dal rischio sismico e diversa dal rischio vulcanico inviso agli amministratori. Non pochi evitano di riflettere sul fatto che il fenomeno bradisismico è certamente una diretta conseguenza del calore magmatico: per sollevare una città di oltre un metro, s’intuirà che occorre un bel po’ di energia (calore)… Da un punto di vista tecnico, occorre dire che il bradisismo ha nella sua radice semantica il termine lento. Lento sollevamento (o abbassamento) del suolo… Quindi, questo movimento verticale al momento non sembra incidere sulla statica dei fabbricati o sulle infrastrutture.  

Dalla cartina in basso (Barberi et altri), si evince il sollevamento rilevato nell’ultima crisi bradisismica degli anni ’80. Sulle pagine dell'INGV a proposito di questo periodo si legge:<< L'inizio della crisi bradisismica 1982-84 può farsi risalire all'estate del 1982 quando si evidenziò un sollevamento del suolo anomalo, seguito il 2 novembre da uno sciame sismico di 17 eventi in 2 ore localizzati poco a nord del porto di Pozzuoli ed avvertito dalla popolazione. Nel periodo giugno-novembre 1982 il sollevamento del suolo al porto di Pozzuoli fu stimato di circa 15 cm. Nei mesi successivi la sismicità si mantenne di lieve entità fino al 15 maggio 1983 in cui si verificò un evento di magnitudo 3.4 localizzato a Pisciarelli, nella conca di Agnano. Da quel momento la sismicità diventò più intensa concentrandosi nell'area Solfatara-Accademia. Il 4 ottobre 1983 si verificò l'evento di maggiore intensità (magnitudo 4) e il 13 ottobre si ebbe il primo sciame sismico costituito da numerosi eventi (229 eventi in poche ore). Dall'inizio della crisi fino alla fine del 1983 si registrarono oltre 5.000 eventi significativi. Nel 1984 aumentarono il numero di terremoti di magnitudo più elevata fino all'evento di magnitudo 3.8 dell'8 dicembre. Da quel momento la sismicità diminuì drasticamente fino a cessare del tutto nel 1985. Durante il periodo di crisi furono eseguite livellazioni geodetiche di precisione con periodicità trimestrale. Tali misure evidenziarono che il massimo sollevamento si ebbe nell’area di Pozzuoli. Nei due anni e mezzo intercorsi dall'estate del 1982 fino a tutto il 1984 si ebbe un sollevamento dell'area del porto di Pozzuoli di circa 185 cm che, unito al sollevamento di circa 170 cm del 1970-72, portò ad un sollevamento totale di circa 3.55 m.>>.

Bradisismo anni '80 (Barberi et altri).


Le indagini e le verifiche che si appresterebbero a fare i tecnici neo assunti, riguarderanno anche il famoso Rione Terra (Pozzuoli), luogo simbolo del bradisismo acuto e  ultra secolare, ma anche luogo simbolo della ricostruzione post bradisismo degli anni ’80, con interventi non si sa quanto oculati, atteso che le ristrutturazioni sono avvenute sulla punta dell’iceberg bradisismico. Sarebbe interessante sapere a che destinazione d’uso saranno adibiti i palazzoni del Rione Terra una volta ultimati, anche se sembra che a priori si voglia scartare una finalità abitativa, visto che trattasi di un agglomerato alto e senza spazi esterni immediatamente sicuri. Diventeranno uffici o bed and breakfast? Intanto pure  la fruibilità di questo luogo antico e storico a scopo turistico attraverso percorsi pedonali guidati è stata per il momento sospesa per motivi di sicurezza. Limitazioni numeriche sono state imposte anche per le visite ai sotterranei dell'anfiteatro Flavio.

Il Rione Terra di Pozzuoli


L’azione del ministro Nello Musumeci nel destinare risorse ai comuni ubicati territorialmente nel campo vulcanico flegreo per fronteggiare il bradisismo è sicuramente lodevole, ma senza prese di posizioni sull'edilizia, la sua azione è di assoluta impotenza a fronte del rischio vulcanico. Sarebbe stato encomiabile l'operato della commissione grandi rischi riunitasi per analizzare il rischio sismico e bradisismico ed eruttivo, se avesse rappresentato a chiare lettere che non si può continuare a edificare in una zona soggetta a multirischi, tra cui quello vulcanico, che sovrasta quello sismico e bradisismico per letalità dei fenomeni associati. D'altra parte sarebbe utile che s'imponessero dei vincoli antisismici maggiormente tutelativi nella zona focale puteolana, magari quale enclave della zona  sismica 2. 

Bene ha fatto il deputato Antonio Caso a chiedere in audizione alla camera, al dirigente della protezione civile della regione Campania Italo Giulivo,  come mai non è stato imposto uno stop legislativo all'edificazione residenziale in zona rossa vulcanica ai Campi Flegrei, alla stregua di quanto fatto per il Vesuvio nel 2003. Il Dott. Giulivo nella seduta citata ha risposto con qualche esitazione che il problema è politico, ma che avrebbe relazionato a chi di dovere. Il medesimo dirigente, alla domanda se nel flegreo e nell’attualità ancora si costruisse, ha preferito non rispondere.. 

Ovviamente è prevedibile che i verificatori della grave zona bradisismica provvedano nell'ambito delle verifiche, piantine catastali alla mano, a stilare una scheda per ogni singolo palazzo esaminato, verificando pure la liceità delle costruzioni e la loro regolarità in termini di licenze edilizie, di conformità, e condoni e sanatorie. Il lavoro di verifica dei tecnici pagati coi soldi pubblici, non può e non deve essere perduto. Tra l'altro dovrebbe poi essere informatizzato, per avere una rapida consultazione dei dati archiviati, onde usufruire di elementi di comparazione in caso di recrudescenza di questo fenomeno, per la prima volta assurto a calamità a se stante, classificato come bradisismo che può variare la sua incidenza in termini di gravità. Ci sembra di capire che oggi è un bradisismo giallo...

In tutti i casi da oltre oceano le autorità governative americane hanno invitato i propri marinai di stanza a Napoli, a tenere a portata di mano un kit di sopravvivenza nel caso dovesse cambiare il livello di allarme vulcanico ai Campi Flegrei...

                                                         Vincenzo Savarese  (MalKo)  
                                                             




giovedì 31 agosto 2023

Rischio vulcanico ai Campi Flegrei: calma… di MalKo

 



I recenti e plurimi eventi sismici a bassa magnitudo che hanno martellato i Campi Flegrei e segnatamente i territori di Pozzuoli, hanno contribuito a rendere particolarmente apprensiva la permanenza nel puteolano, perché non si sa se i sussulti crostali possano essere prodromi pre eruttivi o i sintomi di un’effervescenza del vapore acqueo surriscaldato formatosi nel sottosuolo. In quest’ultimo caso, la spinta del prodotto espanso riuscirebbe a rigonfiare e in qualche caso a spaccare gli strati litoidei superficiali, generando sismi che si sono mantenuti nella maggior parte dei casi sotto la soglia energetica del lieve o moderato. I sommovimenti poi, in questo caso, non necessariamente devono per forza di cose inquadrarsi come sintomi d’instradamento del magma verso la superficie.  

Gli eventi sismici in questione, vengono quindi e per lo più associati al bradisismo, che in tutti i casi è un fenomeno che alla sua radice richiede energia, assicurata dal calore del magma che nel flegreo staziona o forse si stira orizzontalmente o ascende molto lentamente da alcuni chilometri di profondità, secondo processi pulsanti di spinta che deformano e poi rompono le rocce. Dilungarsi su quello che realmente sta succedendo nel sottosuolo dei Campi Flegrei, comporta la necessità di mettere mano a tutto il repertorio dei forse, perché ad oggi nessuno è in grado di dare una spiegazione definitiva sulla natura del bradisismo e sulle dinamiche in atto nel sottosuolo flegreo, che potrebbero essere diverse e convergenti.

Una sorta di effetto elastico sembra caratterizzare gli strati superficiali crostali, soprattutto perché all’innalzamento del terreno corrisponde a volte e a distanza di tempo (inquantificabile), un bradisismo positivo. Se il rigonfiamento fosse prodotto da un’intrusione magmatica, al finire della spinta intrusiva è da pensare che difficilmente si ripristinerebbero i valori di quota precedenti, perché nel sottosuolo ci sarebbero volumi nuovi che in linea di principio non tornano indietro. Per giustificare il bradisismo allora, molti pensano che il fenomeno sia addebitabile all’acqua che circola abbondantemente negli strati del sottosuolo flegreo. Si ritiene infatti, che il vitale liquido incontrando una superficie arroventata come può essere il fronte magmatico o i fluidi ardenti rilasciati dalla massa incandescente, si trasformerebbe in vapore surriscaldato che genererebbe una forza di tutto rispetto capace di incidere sugli spessori crostali superficiale che gli gravano addosso  deformandoli (bradisismo). Diversamente, le pressioni generate dal vapore surriscaldato potrebbero rimanere ingabbiate in sacche a temperatura di gran lunga superiore a quella di ebollizione, pronte a generare fenomeni dirompenti simili al Bleve.  

A guardarci intorno, l’archeologia ci conferma che lo sprofondamento dell’abitato di Baia in mare, iniziato alla fine del III secolo dopo Cristo, non sembra che abbia dato luogo con il tempo a un’inversione di tendenza riemergendo. Le vestigia romane infatti, sono tutt’ora lì e si lasciano ammirare solo utilizzando barche dal fondo trasparente. Il mare rimane il livello medio di riferimento per capire l’andamento del bradisismo.  Manufatti sprofondati si osservano pure nella zona costiera di Posillipo. In controtendenza, quindi tra Baia e Posillipo, nell’area portuale della cittadina di Pozzuoli, c’è il Rione Terra, geologicamente noto per essere il punto focale del bradisismo ascendente.  



La popolazione della calderopoli flegrea è alquanto perplessa, pervasa a permanenza dal dubbio se andarsene o rimanere nei campi ardenti… Tra l’altro nessuna entità politica vuole assumersi l’onere di porre fine all’urbanizzazione residenziale, consentendo con una buona dose di accidia, che si aumenti oltre misura il valore esposto al rischio bradieruttivo. In questo modo però, si svilisce qualsiasi politica preventiva ma anche operativa, atteso che il piano di evacuazione ha una sua efficacia rapportata ai numeri in gioco che, senza misure di contenimento sull’edilizia residenziale, determineranno col tempo un aumento tanto del numero dei residenti quanto degli autoveicoli.  

Come sempre succede a ridosso degli sciami sismici, la domanda clou che si pongono soprattutto i puteolani è sempre la stessa: a cosa stiamo andando incontro… Quale previsione? Cosa dobbiamo aspettarci da questi continui sommovimenti del terreno? Il quesito viene lanciato direttamente o indirettamente e prevalentemente all’osservatorio vesuviano, che è l’istituzione preposta non ad avvisare, ma a monitorare i parametri geofisici e geochimici del super vulcano flegreo, e ancora del Vesuvio e dell'isola d'Ischia, attraverso l'utilizzo di strumentazioni ad altissima precisione. Nella fattispecie parliamo delle stazioni multi parametriche, che in verità sono diventate discorsivamente un mantra, tant’è che nelle intenzioni dei celebranti di questa tecnologia cumulativa più che innovativa, potrebbe esserci la volontà di tranquillizzare con le chiacchiere le popolazioni perplesse, magnificando queste attrezzature oltre misura. Questi apparati elettronici multi parametrici, in realtà garantiscono l’acquisizione di più dati da un unico sito o pozzo di rilevamento. I dati di monitoraggio dell’infuocata depressione calderica, vengono poi rilanciati in via esclusiva e confidenziale al dipartimento della protezione civile che, a sua volta, li sottopone alle valutazioni scientifiche della commissione grandi rischi per il rischio vulcanico, che ha il compito finale di leggere, sentire ed esprimere a porte chiuse (Dellino memoria), nella forma tassativamente scritta, un parere che certamente potrebbe avere un peso nelle decisioni ultime che andrebbe ad adottare la presidenza del consiglio dei ministri, come risposta dello Stato al pericolo immanente.

Diciamo pure che una buona strumentazione riesce a tenere sotto stretto monitoraggio scientifico il distretto vulcanico in esame, ma mai sotto controllo, termine che a volte è stato utilizzato impropriamente. Infatti, nessuna organizzazione tecnica o scientifica è in grado di controllare, spegnendo o mitigando o influenzando  il cammino delle lampe astenosferiche. Nessuna strumentazione è in grado di produrre una previsione vulcanica deterministica, neanche se fosse elaborata da mega calcolatori gestiti dall’intelligenza artificiale. La previsione dell’evento vulcanico rimane quindi tassativamente di taglio probabilistico, le cui percentuali sono fissate da una commissione scientifica di alto livello come la commissione grandi rischi, che è l’unico organo consultivo del dipartimento della protezione civile deputato ad elaborare una relazione finale di pericolosità dei distretti vulcanici napoletani. Questo spiega perché il prudente direttore dell’osservatorio vesuviano, Dott. Mauro Di Vito, correttamente all’incalzare delle domande su che cosa c’è da attendersi dai sommovimenti bradisismici, ha chiarito in controtendenza coi suoi predecessori, che: “Non facciamo previsioni, non è il nostro compito».

Alcuni esperti ipotizzano che in realtà non si può escludere che intanto possa materializzarsi una eruzione freatomagmatica, dettata dall’interazione tra il calore magmatico e l’acqua: un connubio che genererebbe vapore surriscaldato e acqua a pressione e temperatura critica, insaccata tra gli spessori litoidei. Il cedimento del contenitore roccioso genererebbe una esplosione dirompente, che aspergerebbe gas, vapori, acqua e rocce a diverse centinaia di metri dal cratere di deflagrazione, tanto in orizzontale che in verticale con traiettorie balistiche.  Nelle zone poco aperte alla circolazione dei venti così come in quelle depresse, in una siffatta ipotesi occorrerebbe fare attenzione sia all’anidride carbonica che all’idrogeno solforato. Il primo è un gas asfissiante e il secondo un tossico: in entrambi i casi sono sicuramente elementi gassosi da temere. L’installazione di stazioni fisse a poche decine di centimetri dal suolo, magari nei pressi della Solfatara - Pisciarelli e altri punti a rischio, potrebbero essere d’aiuto per monitorare l’anidride carbonica zonale, che tra l’altro è inodore, magari sfruttando apparecchiature che emettono segnali di allarme sonori. Va ricordato che le mascherine chirurgiche non proteggono dai gas.

L’attenzione dell’opinione pubblica nel puteolano, anche e soprattutto con il contributo del sindaco, è dirottata prevalentemente sulla resistenza degli edifici alle sollecitazioni microsismiche e sismiche, tant’è che il Mayor vuole chiamare in causa il governo, affinché vengano garantiti interventi investigativi sui fabbricati e poi manutentivi e poi di adeguamento sismico: richieste che ricordano neppure vagamente il superbonus edilizio, classificato dal premier Meloni una forzatura ai danni dello Stato. Probabilmente il medesimo primo cittadino dovrebbe iniziare a preferire le politiche dei piccoli passi, magari iniziando a non firmare più permessi a costruire in sanatoria (condono edilizio). D'altra parte Pozzuoli ricade in una zona classificata ad alta pericolosità vulcanica e a media sismicità, e quindi rispetto ai comuni classificati ad alta sismicità ubicati sugli appennini, le richieste d'intervento allo Stato, dovrebbero essere particolarmente motivati e mirati, e in prima battuta da riservare agli edifici pubblici. 

In ogni cittadina si ritrovano palazzi nuovi e vecchiotti. Nel caso delle zone soggette al bradisismo, forse una certa importanza la rivestono le fondamenta degli edifici di cui bisognerebbe conoscere la tecnica di realizzazione utilizzata. In generale i plinti isolati e non collegati tra loro necessiterebbero di qualche attenzione in più. Fabbricati gettati su trave rovescia o platea armata invece, dovrebbero dare maggiore sicurezza di stabilità e resistenza, fermo restante la qualità dello spiccato verticale che è quello soggetto alle oscillazioni. La robustezza di un edificio dovrebbe comportare la caratteristica di poter subire anche lesioni e dissesti, ma mai in una misura capace di inficiare l’incolumità degli abitanti per rischio di crollo strutturale parziale o totale. Ovviamente il discorso non può che essere generico, necessariamente generico, perché ogni singolo fabbricato ha caratteristiche singolari rispetto al resto dell’edificato cittadino e oltre. In assenza di una cartografia topografica che rimandi con molta precisione le curve di livello e l'equidistanza per la parte afferente il rigonfiamento bradisismico, l’applicazione di clinometri elettronici su edifici campione, forse potrebbe aiutare a valutare il fenomeno bradisismico nella sua evoluzione, che nell'immediato non ci sembra inficiare nel profondo le esigenze di sicurezza dei cittadini di Pozzuoli. 

Nel flegreo le scosse sismiche pur numerose non dovrebbero raggiungere magnitudo molto preoccupanti, ancor più se consideriamo che le stime probabilistiche indicano in area vulcanica sussulti di magnitudo moderata o media: il problema è nella superficialità degli ipocentri, che generano intensità non sempre trascurabili e non sempre esenti da danneggiamenti. In tutti i casi gli eventi fin qui avvertiti, generalmente non dovrebbero creare problemi di crolli se non per quelle parti di fabbricato già in bilico e per altri motivi. Discorso diverso sarebbe quello di dover affrontare terremoti che anticipano e poi accompagnano un’eruzione, che si presenterebbero con magnitudo e intensità per niente trascurabili. Possibilità remota diremmo, atteso che gli esperti statali hanno previsto ottimisticamente che l’evacuazione della zona rossa flegrea avverrebbe all'occorrenza decisamente in anticipo sulle dirompenze magmatiche, e quindi le medesime fonti raccomandano di sgombrare la mente da un contesto evacuativo  col fuoco alle spalle.

Interessante la rielaborazione dei piani di evacuazione prodotti dai giapponesi a fronte del rischio eruttivo del vulcano Fuji. Nella nuova edizione si prevede l’allontanamento a piedi dalla zona rossa… Seguendo alcune logiche di sicurezza, nella fase di pre allarme i cittadini della zona rossa flegrea forse dovrebbero mettere in sicurezza fuori dall’area a rischio i propri familiari che per età e patologie non possono facilmente deambulare. Ovviamente occorre stimare anche per chi rimane, un percorso pedonale evacuativo adeguato, nella malaugurata ipotesi che il traffico possa bloccarsi in modo perdurante senza soluzione alcuna di districazione degli autoveicoli. 

Per avere contezza del livello di pericolosità che si raggiunge nei Campi Flegrei, i dati di monitoraggio vulcanico sono cruciali, ma occorrerebbe pure che la commissione grandi rischi, l'unica deputata a valutarli scientificamente, sia componibile in brevissimo tempo. Nei momenti topici addirittura stanziando a permanenza nella sede dipartimentale, per dare per tramite del dipartimento della protezione civile, una corretta e continua informazione ai cittadini, che saranno raggiunti con vari mezzi dalle diramazioni amministrative competenti (Regione; Comune). Le risposte in questo caso proverrebbero da quello che il nostro ordinamento classifica come fonte scientifica autorevole (CGR), che si assume anche la responsabilità di quello che dice. Una responsabilità che non può essere demandata in capo all’INGV, all’Osservatorio Vesuviano (INGV), al CNR-IREA, al centro Plinivs e agli organi amministrativi regionali e comunali con motu proprio. In sintesi, la commissione grandi rischi è preposta ad esprimersi sulla pericolosità vulcanica, mentre a decidere sulle misure di protezione da adottare, piano di evacuazione compreso, sarà sempre e solo la presidenza del consiglio dei ministri...

                                                            di Vincenzo Savarese
                                                             


martedì 10 gennaio 2023

Rischio vulcanico ai Campi Flegrei: in caso di eruzione la Napoli storica attenderà istruzioni ... di MalKo

 
Napoli centro

La caldera flegrea ha un diametro di circa 15 km. Quivi si riconoscono decine di bocche eruttive monogeniche riconducibili alla passata e ultra secolare attività vulcanica fatta anche di eruzioni epocali.  Trattandosi di una zona dove il vulcanesimo è manifestato da una serie di fenomeni collegati direttamente o indirettamente alla presenza di magma nel sottosuolo a profondità chilometriche, un’eruzione rientra nel campo delle possibilità future non quantificabili temporalmente, così come non è possibile neanche definirne in anticipo l’intensità eruttiva. Come se non bastasse, l’indeterminatezza nel flegreo vale anche per il luogo o i luoghi dove l’eruzione potrebbe originarsi.

I flussi piroclastici o le nubi ardenti, sono fenomeni distruttivi insiti nelle eruzioni esplosive, e le zone rosse evidenziano le aree soggette a questo enorme pericolo. Non è dato sapere in anticipo se i flussi che si svilupperebbero nel flegreo riuscirebbero a superare la collina di Posillipo riversandosi sulla Napoli storica. Molto dipenderebbe proprio dalla posizione del centro eruttivo e dall’intensità delle dirompenze: due elementi che di fatto determinerebbero la reale zona rossa oggi misconosciuta.  Da questo punto di vista la peggiore delle ipotesi sarebbe rappresentata da un’eruzione con indice di esplosività vulcanica uguale o maggiore di VEI 4, che andrebbe a concretizzarsi a ridosso dei contrafforti collinari di Napoli, in quartieri come Fuorigrotta o Bagnoli, finitomi ai poggi.

Quindi, se da un lato, a fronte dei flussi piroclastici è lasciata aperta una minima possibilità protettiva della city partenopea affidata alla barriera posillipina, purtroppo non c’è riparo al fenomeno della caduta dei prodotti piroclastici, che non verrebbe influenzato dalla modesta altezza dei rilievi in questione. Quest’ultimo fenomeno poi, si accompagna a molteplici tipologie eruttive: da una ultra stromboliana (VEI3) a una sub pliniana (VEI4) e pliniana (VEI5). Quindi, a meno che non si verifichi un misurato sbuffo, il problema del materiale piroclastico in caduta libera sussisterebbe per una vasta gamma di stili eruttivi.

La cenere e i lapilli e i brandelli di magma proiettati in atmosfera da una ipotetica eruzione flegrea, cadrebbero al suolo a distanze dipendenti dal peso, a partire dal centro eruttivo con linee di trasporto dei materiali più leggeri verso est, cioè sulla città di Napoli. Questa direzione asseverata statisticamente, e già contemplata nei piani di emergenza, è frutto dello studio dei venti dominanti che sembrano prediligere una direzione orientale. Queste conclusioni sono state adottate anche per il Vesuvio con l’individuazione della zona rossa 2 e di quella gialla. I prodotti più fini dell'eruzione, potrebbero invece essere trasportati dalle correnti in quota per decine se non centinaia di chilometri

La Napoli storica quindi, con molta probabilità, in caso di eruzione verrebbe ricoperta da una coltre di cenere e lapilli, con spessori che potrebbero raggiungere i 300 kg. al mq.; in questo caso sussisterebbe il rischio che i tetti piani potrebbero collassare e cedere con conseguenze rovinose pure per i solai sottostanti. L’aria diverrebbe velocemente insalubre, specialmente in danno di bambini e anziani, che in assenza di protezioni soffrirebbero anche per irritazione e bruciori agli occhi. In tali frangenti calamitosi, la visibilità scenderebbe ai livelli della peggiore nebbia. I motori degli autoveicoli si bloccherebbero per intasamento dei filtri, e le auto che ancora arrancherebbero dovrebbero percorrere strade ricoperte di cenere e lapilli e quindi particolarmente sdrucciolevoli. Le coltri piroclastiche potrebbero mascherare insidie stradali. In ogni caso, con la centrifugazione della cenere in aria dovuta alle ruote slittanti degli autoveicoli, l’indice di vivibilità all'aperto sulle strade, peggiorerebbe in modo insostenibile. La situazione diventerebbe velocemente apocalittica soprattutto nelle viuzze strettissime che caratterizzano il centro storico partenopeo. Qui sussistono spesso dei bassi: abitazioni di pochi metri quadrati con accessi diretti sulla strada, luogo da dove occorrerebbe cogliere luce e aria.

Basso napoletano

Secondo il piano di evacuazione messo a punto dalla protezione civile nazionale e regionale, l’evacuazione dei cittadini dalla zona gialla, quella in figura sottostante contigua alla zona rossa, avverrebbe solo ad eruzione in corso e solo parzialmente sulla base della maggiore vulnerabilità dettata dai depositi piroclastici. In tali frangenti, gli strateghi pensano di definire quale parte della zona gialla sarà necessario evacuare. Una strategia che forse richiederebbe l'imprescindibile condizione di preventiva e totale evacuazione dei residenti dalla zona rossa. Infatti, sarebbe oltremodo problematico gestire zona rossa e zona gialla contemporaneamente, tra l’altro con i puteolani orbitanti al centro della zona rossa, e che dovrebbero evacuare verso la stazione ferroviaria centrale, ubicata nel cuore della zona gialla a Napoli - piazza Garibaldi.

Zona rossa e gialla Campi Flegrei

La statistica prevede per la zona gialla flegrea, così come dicevamo, l’accentuato fenomeno della caduta di cenere e lapilli in modo inversamente proporzionale alla distanza dal centro eruttivo, che può essere anche plurimo. Fin dall’inizio dell’eruzione, sarebbero probabilmente messe in ginocchio sia le operazioni di volo dall’aeroporto di Capodichino, ma anche quelle dalla stazione ferroviaria di Napoli centrale.

Con il particolato vulcanico dai differenti diametri diffuso in aria, non sarebbe possibile neanche volare con elicotteri, perché i prodotti silicei dispersi in atmosfera, creerebbero gravi problemi alle turbine che si ritroverebbero con le palette erose e con profili aerodinamici magari sfalsati per effetto della vetrificazione dovuta alle elevate temperature. Ovviamente anche le carlinghe trasparenti verrebbero abrase dalla cenere con una perdita totale della visibilità al parabrezza.

Per visualizzare al meglio le problematiche, torna allora utile lo schema sottostante puramente teorico e non contemplato dalle disposizioni governative. Nella zona rossa 1 il pericolo predominante sono le colate piroclastiche che si caratterizzano per furore distruttivo ed elevate temperature non compatibili con la vita umana. Nella zona rossa 2, nell'odierno non prevista dalle autorità competenti, il principale fenomeno vulcanico da cui e all'occorrenza bisognerà difendersi fin dai primi momenti dell’eruzione, è la massiccia pioggia di cenere e lapilli. In tali circostanze gli accumuli più pericolosi si riscontrerebbero sull’edificato e sulle strade del centro cittadino di Napoli, al punto da lasciar temere il collasso delle coperture dei fabbricati a pianta piana. Nella zona rossa 2 e alla stregua di quanto pianificato per il Vesuvio, dovrebbero valere le stesse regole di evacuazione preventiva previste per la zona rossa 1. Nella zona gialla periferica invece, enormi disagi permarrebbero ugualmente per la pioggia di piroclastiti, magari non intensissima a chilometri di distanza, ma continua, in una misura probabilmente di minore intensità rispetto alla zona rossa 1 e 2, e quindi magari con maggiori possibilità di resilienza o di allontanamento successivo della popolazione dai settori interessati.

Schematizzazione delle zone di pericolo che contraddistinguo il rischio eruttivo ai Campi Flegrei

Se dovessero formalizzare la zona rossa 2 come si auspica, sussisterebbero tra le altre tante necessità, quella di evacuare nella fase di preallarme tutti i pazienti dalle case di cura e dagli ospedali della fascia collinare e centrale, delocalizzandoli verso strutture sanitarie fuori dalle zone a rischio.  Classificare zona rossa 2 ad esempio, quella parte di territorio che dalla linea d'impluvio collinare si estende verso est inglobando alcuni quartieri come Mercato e da lì verso nord fino a Piscinola, consentirebbe nella fase di preallarme l'evacuazione spontanea dei cittadini che per una serie di fattori potrebbero sentirsi maggiormente esposti al rischio vulcanico (case fatiscenti; infermi; bambini; vecchi; malati ecc.). Certamente coinvolgere Napoli centro con procedure emergenziali di ampia portata è forse il più grande problema di protezione civile che abbiamo in Italia e in Europa: d'altro canto difficile ignorarlo...

                                             Vincenzo Savarese




domenica 4 settembre 2022

Rischio Vesuvio e Campi Flegrei: il preallarme eruttivo non ha passato...di MalKo

 

Comitato Operativo Protezione Civile Nazionale

Un piano di emergenza a fronte del rischio vulcanico è un documento complesso e soprattutto oltremodo responsabilizzante che richiede una stretta collaborazione tra il mondo scientifico e quello tecnico, onde consentire a chi deve premere il pulsante di allarme (presidente del consiglio), di poterlo fare avendo ben presente il quadro della situazione e del rischio. Per mitigare lo stress decisionale legato a una funzione che implica cambiamenti repentini della normalità su vasta scala, si è messo a punto una tavola di colori che in modo sintetico e intuitivo rappresenta l'incalzare dei sintomi prodromici fino all'eruzione.


I 4 livelli di allerta vulcanica

Occorre subito dire che, per il passaggio da un colore all'altro non c’è nessuna tempistica codificata, tant'è che potrebbero passare mesi, giorni o poche ore, oppure che si salti letteralmente un livello in assenza di stasi perdurante degli indicatori di pericolo. Ad esempio si potrebbe passare dal giallo al rosso direttamente. Una possibilità tutt'altro che remota. D’altra parte i livelli di allerta vulcanica potrebbero anche recedere, ma presumibilmente in tempi lunghi rispetto all'incremento.

La decisione di dichiarare lo stato di preallarme (arancione) vulcanico  è forse la più difficile. La più difficile perché il decisore si troverebbe di fronte a una condizione mai sperimentata prima, né per il Vesuvio e né per i Campi Flegrei. Infatti, non esiste una soglia numerica di riferimento, e quindi non ci sono elementi da comparare per decidere il da farsi. 

La decisione del passaggio di livello verrebbe assunta dalla commissione grandi rischi (CGR), che andrebbe appositamente mobilitata con input del dipartimento della protezione civile. Il Prof. Francesco Dellino, referente di settore (CGR) per il rischio vulcanico, in un’intervista ebbe a precisare che egli opera in contesti dove si accendono discussioni a porte aperte seguite poi da discussioni a porte chiuse. La commissione grandi rischi, concluse, comunica con i verbali che contengono le decisioni finali da comunicare all’esterno. Una di queste decisioni fu appunto quella di assumere l'area circoscritta dalla linea nera Gurioli come zona invadibile dai flussi piroclastici, attestando con tale decisione uno scenario di rischio al Vesuvio non eccedente un evento sub pliniano (VEI4).

La necessità di passare al preallarme o anche al livello di allarme, verrebbe sollecitata dal dipartimento della protezione civile al presidente del consiglio, presumibilmente in un consesso operativo tecnico scientifico, e in ogni caso spetterebbe al premier la decisione ultima di preallarmare o allarmare, sentito pure il presidente della regione Campania. Al riguardo non dimentichiamo che il piano d’emergenza Vesuvio è un piano di livello nazionale, che in fase operativa comporta una mobilitazione generale di enti e istituzioni preposte, insieme a tutte le regioni e a quei comuni a cui spetta dare ospitalità agli sfollati. Non ultimo è un piano che per essere attuato richiede un intervento economico di tutto rispetto.


Il compito di monitorare lo stato dei vulcani campani è a cura dell’osservatorio vesuviano. La cosa che subito viene detta in ogni conferenza o seminario o consesso informativo e formativo, a cui partecipa il pregevole ente, è che diuturnamente il Vesuvio e i Campi Flegrei vengono sorvegliati con strumentazioni ad alta tecnologia, anche di taglio satellitare, e che quindi nulla sfugge agli osservatori. 

Purtroppo la dotazione iper tecnologica che indubbiamente ci rimanda secondo dopo secondo la misura anche micrometrica dei dati geochimici e geofisici dei vulcani, non rappresenta un metodo di previsione degli eventi eruttivi, ma solo il report di una situazione geologica ad horas. Mancano come dicevamo, elementi di comparazione per azzardare una previsione; manca un database  sui parametri strumentali che hanno caratterizzato i prodromi pre eruttivi delle eruzioni passate. Basta pensare, tenendo presente le date degli eventi, che tra le mani abbiamo ben pochi dati e in larghissima misura i periodi storici che hanno accompagnato quelli eruttivi sono senza elettricità, con tutto quello che ne concerne. Infatti, la prima centrale elettrica nacque in Italia nel 1883. Questo ci fa capire che la storia strumentale dei Campi Flegrei e del Vesuvio è decisamente recente.

In ogni caso, ogni singola eruzione ha le sue caratteristiche che si somigliano ma non sono mai uguali. Proprio il Vesuvio è un esempio lampante di questa semplice constatazione, atteso che l'ardente monte ha la prerogativa di materializzare eruzioni effusive dal taglio attrattivo turistico, ma anche eruzioni di portata esplosiva e catastrofica come quella di Pompei del 79 d.C. Lo sterminator Vesevo purtroppo per noi, perché lui fa il suo mestiere, può spaziare su livelli energetici che vanno da un indice di esplosività VEI3, VEI4 ma anche VEI5.

La scienza, quella attuale, non tutta certamente, contrariamente alla passata informazione soporifera e rassicurante, chiarisce timidamente che il mondo sotterraneo non ha un orizzonte visibile, pertanto è inaccessibile e quindi le informazioni che provengono dalle profondità chilometriche, sono indirette e per questo non particolarmente precise. Al di là delle prospezioni elettromagnetiche, ci sono poi le perforazioni, che ci dicono con precisione la natura dei prodotti estratti ai vari livelli di carotaggio: ma il dato non è molto attendibile con l’incremento della distanza orizzontale  dal centro di trivellazione. In tutti i casi le trivellazioni hanno raggiunto al massimo i 12 chilometri che sono ben poca cosa rispetto ai circa 6400 chilometri del raggio terrestre, o comunque ai circa 35 Km. di spessore della crosta.

Gli scienziati con il tempo hanno fissato una serie di parametri dei vulcani, ufficializzando uno stato di quiete quasi “certificata” che in ogni caso non assegna all’area in esame un rischio eruttivo pari a zero. Quindi, il continuo delle misurazioni geofisiche e geochimiche di alcune aree vulcaniche, anche attraverso stazioni automatizzate, ci consentono di registrare eventuali incrementi di elementi significativi, come ad esempio la temperatura, la concentrazione di CO2, CO, le deformazioni, ecc. Questo consente agli scienziati di proporre previsioni eruttive probabilistiche che possono diventare deterministiche (100%) solo in presenza della colonna eruttiva. Anche in questo caso è possibile certificare il giorno e l'ora della ripresa eruttiva, ma non è possibile cogliere la quantità di energia che si sta liberando (VEI), che è un dato tutto sommato che può essere valorizzato con precisione solo al termine dell’eruzione.

A fronte di questi limiti, la presidenza del consiglio dei ministri per tramite del dipartimento della protezione civile, ha emesso un decreto che recita: è bene ricordare che le previsioni di tipo probabilistico, non sono sempre possibili e non per ogni tipologia di fenomeno. Inoltre, queste previsioni sono fortemente condizionate dalla disponibilità di adeguate e numerose serie storiche di osservazioni collegabili all’effettivo verificarsi di eventi.

Per completezza è interessante segnalare pure la direttiva del presidente del consiglio dei ministri (2/2021). Quivi si legge che Le procedure e le attività finalizzate all’allertamento e all’allarme pubblico devono quindi esplicitare, quando e ove possibile, i limiti delle attività di valutazione e decisionali. In particolare, è opportuno dare conto:

  • dei limiti scientifici delle previsioni probabilistiche.
  • della latenza, incertezza e/o indisponibilità dei dati, delle misure e delle     informazioni.
  • del possibile malfunzionamento e/o di disfunzionalità degli apparati e delle reti.
  • del margine di errore derivante dall’imprescindibile discrezionalità delle attività di valutazione e decisionali.
A voler concludere, i livelli di allerta vulcanica indicano il progressivo avvicinamento alla soglia eruttiva di quell'eruzione di scenario che gli scienziati hanno prospettato in sede di analisi per definire l'ampiezza della zona rossa da evacuare.  Se arriveranno le risposte proposte nell'articolo precedente al nuovo direttore dell'osservatorio vesuviano, capiremo meglio lo stato dell'arte, in ossequio al diritto all'informazione e alla sicurezza dei cittadini napoletani.

                                                                            di Vincenzo Savarese








venerdì 2 settembre 2022

Rischio Vesuvio e Campi Flegrei: la scienza tappabuchi (stopgap science)... di MalKo

A sinistra il Vesuvio e a destra il Monte Somma (orlo calderico)

 

Nella percezione collettiva la quiete vulcanica durerà in eterno. Questa affermazione che corrisponde a una sensazione iper ottimistica, consente ai residenti delle zone rosse di affrontare tutte quelle necessità che a volte diventano difficoltà e che caratterizzano il vivere quotidiano, senza subire l’angoscia di questo pericolo immanente che viene relegato in un angolo remoto della mente. Il rischio eruttivo purtuttavia rimane una minaccia seria ma per sua natura non decifrabile, databile e quantificabile, e quindi nulla vieta di credere che il problema potrebbe presentarsi magari a distanza di svariati secoli.

Nei territori del super vulcano dei Campi Flegrei, tra l’altro soggetti al fenomeno del bradisismo, ci sono persone che seguono con moderato interesse i bollettini che segnalano i millimetri di sollevamento dei suoli, agognando una inversione di tendenza che in verità mitigherebbe l’ansia da bradisismo, ma quasi niente toglierebbe alla indecifrabilità del rischio vulcanico che rimane integro. D’altra parte i sommovimenti sismici a bassa intensità che caratterizzano da tempo il flegreo, rimandano al fenomeno bradisismico che in tutti i casi deriva dalla natura vulcanica dei luoghi, con la presenza ad alcuni chilometri di profondità di magma responsabile di surriscaldare gli acquiferi che generano spinte e sussulti in genere localizzati. 

L’autorità scientifica sembra maggiormente propensa a porre interesse al fenomeno del bradisismo piuttosto che al rischio vulcanico. Il problema si ferma al vapore surriscaldato che gonfia i terreni, o questo stato critico dell’acqua non è altro che il sintomo di un corpo semi plastico e rovente che s’insinua lentamente dal profondo o che magari si è insinuato e staziona a pochi chilometri di profondità? Difficile una risposta netta… 

Perforazione ai Campi Flegrei 

A est invece, il Vesuvio troneggia sornione sul Golfo di Napoli, lasciando che i turisti raggiungano la vetta, da dove con meraviglia si gustano un panorama stupefacente che mal si coniuga con una scellerata urbanizzazione accalcata sull’area di base dello sterminator Vesevo. La morsa dei palazzi è asfissiante, e in mezzo a questi l’ardente vulcano sormonta il cemento presentandosi come una sorta di arido giardino metropolitano. I dibattiti degli arrampicatori rinvangano la straordinarietà degli inquietanti calchi umani in mostra nella cittadina pompeiana, così come la sommità del vulcano si presta ad offrire ampi spazi all’immaginazione. Il turista infatti, sovente guarda in aria e poi subito in basso, quasi a voler rivedere quei prodotti piroclastici che nel 79 d.C. ricaddero su Pompei, Ercolano e Stabia, stravolgendo e seppellendo quelle che erano prospere cittadine che oggi sono un eccezionale museo a cielo aperto. 

Il visitatore non può non provare un fremito offertogli dalla permanenza sul monte vulcanico più famoso del mondo. I film che narrano l’eruzione di due millenni fa, certamente contribuiscono al brivido adrenalinico, atteso che rinvangano la tragedia dei flussi piroclastici che nella scena finale travolgono eroi ed eroine. La prima riflessione degli ospiti è sempre la stessa: come si fa a vivere e progettare il futuro  qui sotto al Vesuvio… 

Il Vesuvio e i Campi Flegrei, oggigiorno vengono considerati dalla comunità scientifica e soprattutto dell’osservatorio vesuviano, distretti che non destano grandissimi allarmi anche se al flegreo da dieci anni c'è lo stato di attenzione. D’altra parte la famosa struttura di ricerca e sorveglianza dell’INGV, ebbe a paventare qualche anno fa la buona probabilità che la strumentazione dell’ente possa cogliere eventuali movimenti ascendenti del magma in netto anticipo sugli eventi eruttivi. Per completezza d’informazione bisogna aggiungere che nella pagina web del dipartimento vulcani (INGV), struttura di ricerca nazionale, si precisa che la stima della pericolosità di un vulcano non è mai una valutazione esatta né una previsione deterministica del comportamento futuro: i vulcani sono sistemi complessi la cui struttura profonda è poco conosciuta perché, di fatto, inaccessibile. 

A sinistra zona rossa Campi Flegrei, a destra zona rossa Vesuvio



La logica porterebbe a pensare che chi dice di avere il magma sotto controllo parte dal principio che la sostanza astenosferica, prima di spingersi e aspergersi in superficie, debba risalire per ristagnare a bassa profondità (3-4 km.), per poi accumularsi, e indi per effetto di stimoli pressori, prima o poi dirompere all’aria aperta. Temiamo che non sia sempre così e in ogni caso non ci sono conferme della tappa obbligatoria del magma al terzo piano chilometrico. In tutti i casi e di fatto, il rischio pliniana è stato obliato al punto che il piano di evacuazione è stato tarato per una sub pliniana (VEI4), perché l’osservatorio vesuviano ha rassicurato che non c’è magma a sufficienza nella camera magmatica superficiale per un'eruzione VEI5. Se l'eruzione che verrà fosse veramente e come dicono non eccedente i valori di esplosività VEI4, I maggiori danni si riscontrerebbero nel raggio di circa 7 km. dal centro eruttivo (linea nera Gurioli) con i flussi piroclastici che lambirebbero appena la metropoli partenopea. Pensiamo che queste logiche che riguardano le camere magmatiche potrebbero essere alla base delle argomentazioni prospettate sempre dalla dott.ssa Bianco, quando profferì in seno a una tavola rotonda organizzata alcuni anni fa presso la sede della protezione civile campana, che lo scenario eruttivo VEI 4 non cambierà con il passare dei secoli ma solo con nuove valutazioni scientifiche. 


Vesuvio - linea nera Gurioli: zona a rischio invasione flussi piroclastici
                         
Quello che non viene ben valutato dall’osservatorio vesuviano, è il fatto tutt’altro trascurabile che una affermazione di questo tipo consente alla politica, quella con la pi minuscola, di permettere che in zona rossa vengano realizzati ulteriori insediamenti residenziali: ai Campi Flegrei manca il vincolo di inedificabilità abitativa. Il Prof. Cioni nel 2008 in uno studio asseriva che le eruzioni al Vesuvio possono attingere magma tanto dal serbatoio superficiale quanto da quello più profondo. Questo interessante studio è stato superato? 

In tutti i casi eventuali notizie allarmanti provenienti dai tre distretti vulcanici campani, localizzati tutti nella provincia di Napoli, verrebbero trattati in prima battuta in segretezza e per il seguito dal dipartimento della protezione civile. Le valutazioni predittive dell’osservatorio vesuviano, occorre precisarlo, sono tutte basate su elementi statistici che assegnano ai due vulcani napoletani, in caso di ripresa dell’attività eruttiva, dirompenze non eccedenti le energie di una sub pliniana (VEI4) e probabilmente con attestazioni energetiche da ultra stromboliana (VEI3). L'attuale direttore dell'osservatorio vesuviano, il dott. Mauro Antonio Di Vito, illustre lucano che avemmo modo di conoscere nell'ambito di un corso a Portici, dovrebbe garantire diversamente dal passato, una informazione meno soporifera, magari dicendo chiaramente se le disquisizioni sulle camere magmatiche hanno un senso, e ancora se è vero che lo scorrere del tempo sia ininfluente sulla pericolosità vulcanica, e se l'adozione di scenari eruttivi sub pliniani nei piani d'emergenza siano nell'attualità in linea con il diritto alla sicurezza dei cittadini.

                                                       di Vincenzo Savarese