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domenica 2 agosto 2015

Ischia e progetto geotermico a Serrara Fontana...di MalKo



MalKo

Sorvolare l’isola di Pithecusa (Ischia), ci procurava sempre una sensazione di piacere e di particolare ammirazione per questo grande “scoglio” tufaceo considerato la più vecchia colonia greca in Italia. Dal nostro elicottero apprezzavamo la forma trapezoidale e il rilievo centrale del Monte Epomeo, una sorta di pilastro tettonico che domina con i suoi 789 metri un abitato che segna senza soluzione di continuità gli oltre 30 chilometri della fascia costiera. Una conurbazione che elegge Ischia, dopo la Sicilia e la Sardegna, come isola col maggior numero di abitanti…
La sensazione che provavamo volando sull’isola era di ammirazione ma anche di consapevolezza che il gran complesso tufaceo pur mostrandosi monolitico nell’insieme, in realtà risultava fragile, perché il tufo nonostante si presti molto bene ad essere utilizzato come materia prima nelle costruzioni, rimane pur sempre un litoide diagenizzato particolarmente vulnerabile alle inclemenze meteorologiche e all’erosione meteo marina.  


Ischia - entroterra arenile maronti 
Ischia è esposta non solo ai dinamismi esogeni, ma è anche soggetta a significative e poco quantificate sollecitazioni endogene dovute alla parte crostale e alla camera magmatica forse in tensione o forse in rilassamento, ancorché percorsa dal calore vulcanico non sopito e particolarmente vivo intorno e al di sotto dell’Epomeo e dintorni.
Del calore sotterraneo ce ne accorgemmo nel mese di aprile del 2008 quando la nostra base nel salernitano fu allertata per un improvviso boato avvertito con un certo allarme nel comprensorio ischitano di Forio. Col nostro elicottero ci portammo in zona e scartammo subito il centro abitato quale origine del rimbombo perché in tal caso la sorgente emissiva sarebbe stata immediatamente individuata e segnalata. Stessa logica nel braccio di mare perché un eventuale scoppio avrebbe destato l’attenzione istantanea e sarebbero stati percepiti visivamente spruzzi e schiumeggi dalla piatta distesa marina. D’altra parte le indicazione puntavano tutte verso il monte… il Monte Epomeo, vero perno dell’isola.
Iniziammo quindi circuiti metodici fino a quando non notammo nella parte medio montana una zona fumarolica con una bocca emissiva di tutta evidenza, dove le volate di vapore erano più vistose e potenti rispetto alle altre. Terra fresca e pietre accumulate alla base di questo foro roboante ci convinsero che probabilmente l’origine del boato era da ascriversi a una degassazione repentina di una sacca di vapore in pressione nel sottosuolo.
La cosa che maggiormente ci colpì in questo sopralluogo montano non furono tanto le effusioni acquose, bensì la constatazione che non pochi massi costellavano la parete del montagnone in una condizione di equilibrio piuttosto precario. Con la storia sismica della vicina Casamicciola, pensammo subito che un’eventuale terremoto avrebbe potuto cagionare il rotolamento dei massi dabbasso con possibili danni agli abitati sottostanti.
Per il passato le popolazioni locali probabilmente avevano avuto a che fare non poche volte col fenomeno delle frane. Infatti, riuscivano a mettere immediatamente mano ai massi particolarmente grandi che precipitavano dall'Epomeo, perforando e modellando i malleabili blocchi tufacei letteralmente “piovuti dal cielo”, ricavando dall’ammasso litico con un lavoro di grossolano cesello, scale, stanze ben squadrate, e poi antri e finestre… ovvero case, con tanto di camino sommitale.
 
Casa di pietra - Forio (www.ischia.it)

Il fenomeno dell’accentuato dissesto idrogeologico e quindi delle frane, probabilmente è dovuto alle caratteristiche del tufo, spesso a sfoglie, non sempre omogeneo e facilmente attaccabile dagli elementi erosivi e soprattutto dall’acqua che qui e altrove rappresenta uno degli elementi scatenanti dello sbriciolamento dei versanti montuosi. Nel territorio ischitano si sommano vari aspetti all’origine dei dissesti fra cui l'abusivismo edilizio che modifica la regimentazione delle acque superficiali, e gli incendi boschivi che negli anni e a più riprese hanno divorato la vegetazione che copriva in senso protettivo il giallo elemento.
La foto sottostante mostra un enorme blocco staccatosi dal Monte Epomeo nel 1910, con alcuni abitanti che posano per una foto ricordo. In questo caso l’immagine vale più di mille parole…
 
Blocco precipitato dal Monte Epomeo (www.isclano.com)

La nostra sensazione sulle caratteristiche territoriali di Ischia è quella di un’isola dicevamo particolarmente fragile, che ha bisogno di mettere un freno innanzitutto al dilagare dell’edilizia in tutte le sue forme, e soprattutto di tanta manutenzione ai versanti scoscesi che producono per effetto dell’erosione e delle piogge, materiale litoide pronto a smottare o precipitare a valle come le cronache anche recenti ci riportano.
Il progetto di sfruttamento geotermico di Serrara Fontana, in attesa di Valutazione d’Impatto Ambientale (VIA), è un progetto industriale finalizzato alla produzione di energia elettrica attraverso lo sfruttamento di fluidi notevolmente caldi prelevati dal sottosuolo vulcanico dell’isola in un sistema sostanzialmente a ciclo chiuso. L’opera prevede la realizzazione di 3 pozzi che si spingeranno nel sottosuolo tufaceo a una profondità di 1300 metri dal piano campagna.  Due di questi saranno di emungimento e uno di reiniezione dei liquidi condensati. La tecnica di perforazione dovrebbe essere del tipo a raggiera, cioè i pozzi saranno iniziati a pochi metri di distanza l’un dall’altro: praticamente partiranno dallo stesso piazzale, per inoltrarsi poi nel sottosuolo in senso obliquo e in direzioni diverse, allontanandosi dal punto iniziale di perforazione di circa 600 metri.

Un pozzo di emungimento punterà a nord ovest, un altro a sud ovest e quello di reiniezione si diramerà invece verso est, assumendo quindi una posizione equidistante dalle bocche emungitrici che si troveranno a una distanza di 1200 metri. La tecnica è indubbiamente ingegnosa e consente di sfruttare l’obliquità dei pozzi per testare la maggiore superficie possibile.
Le nostre considerazioni sul progetto geotermico Serrara Fontana sono simili a quelle già segnalate per l’analogo progetto Scarfoglio ai Campi Flegrei. La differenza è nella vulnerabilità del territorio che ci sembra maggiore per l’isola verde, sia per i profili geologici del sottosuolo non particolarmente noti e sondati, sia per la possibilità che le trivellazioni e le reiniezioni dei fluidi possano innescare una serie di fenomeni di ordine sismico capaci di scuotere un profilo montuoso non scevro da pericoli statici dettati come detto da una particolare fragilità del tufo all’azione degli agenti erosivi che producono pietre e massi.
D’altra parte il progetto Serrara Fontana è un progetto pilota, cioè esplorativo; infatti, non conoscendo esattamente le caratteristiche dell’ambiente sotterraneo in cui si opererà, è possibile che in corso d’opera si rendano necessari dei cambiamenti a seconda delle risposte che le perforazioni e gli emungimenti e le reiniezioni lasceranno registrare in superficie. Ne consegue che è insito un rischio di fondo seppur minimo, e quindi bisognerebbe evitare affermazioni a proposito di un rischio zero delle trivellazioni tra l'altro in un contesto dove mancano scenari di pericolo e piani d'emergenza.
Trattandosi di un comprensorio isolano non particolarmente esteso ma densamente abitato, è opinione dello scrivente che una decisione politica sulla fattibilità dell’opera spetti al consesso dei sindaci ischitani, anche perché la più estesa concessione Ischia Forio li ingloba praticamente tutti. Una comunità che vive di mare e terme e bellezze naturali, dovrà interrogarsi seriamente sull’insediamento geotermico perché se l’obiettivo dell’indipendenza elettrica sarebbe un grande traguardo energetico, bisognerà comunque intuire che fatta eccezione per l’area portuale di Ischia Porto, tutta l’isola è terra di concessione geotermica.  Se si insedia uno stabilimento industriale che preleva e reimmette fluidi dal sottosuolo, non si capirebbe perché non se ne possa installare un altro…e poi un altro ancora.

Articolo del 02 agosto 2015.






domenica 19 luglio 2015

Rischio Vesuvio: nel 1999 panico da terremoto... di MalKo


Il Cono centrale del Vesuvio e l'orlo calderico del Monte Somma

Il 9 ottobre 1999 una scossa di terremoto con una magnitudo 3,6 (Md) localizzata nell’area craterica del Vesuvio a 3,8 chilometri di profondità dal livello medio mare, fu nettamente avvertita dalla popolazione vesuviana che rimase sgomenta, non solo per la sua evidente percettibilità, ma soprattutto perché l’energia proveniva dal ventre del temuto monte vulcanico. L'11 ottobre alle 4.35 una replica sismica da M 2.9 della scala Richter...
Il Comune di Portici, con cui eravamo in collegamento in ragione di una stretta collaborazione in tema di rischio vulcanico, ci riferì che la situazione era di ansia crescente tra i cittadini che chiamavano preoccupati al numero verde (H24) dell’ufficio comunale di protezione civile. Un servizio permanente che avevamo instaurato qualche anno prima perché le emergenze in genere, ma anche quelle sismiche e vulcaniche, hanno la caratteristica di potersi presentare con una certa rapidità, in qualsiasi giorno e a qualsiasi ora…
Le richieste telefoniche dell’utenza allarmata riguardavano prevalentemente un'unica e angosciosa e fondamentale domanda: dobbiamo scappare? La risposta sulle prime non era semplice e scontata, perché si trattava del terremoto più energetico dal 1944…ovvero dall'ultima eruzione del Vesuvio. Rispondemmo ai tanti appelli telefonici che al momento non c’erano presupposti di allarme e che bisognava attendere un po’ di giorni per capire se quella scossa aveva un significato importante. Ci rendemmo conto ben presto che anche all’Osservatorio Vesuviano erano dubbiosi e preoccupati e solo col passare delle ore e dei giorni o forse dei mesi si sarebbe potuto dare un significato alla spallata sismica che diede l’inaspettata sveglia ai vesuviani.

Nel frattempo conoscendo la localizzazione di qualche pozzo profondo in località Boscotrecase, cercammo di renderci utili partecipando a sondaggi sulle temperature dell’acqua insieme a personale dell’Osservatorio Vesuviano. Il comune di Portici aveva tra le attrezzature una sonda immergibile idonea a questo scopo. Nei due pozzi monitorati la temperatura dell’acqua a 125 metri di profondità superava di poco i 30° C. Trattandosi di siti non censiti in precedenza, il valore non risultò particolarmente indicativo per la mancanza di riferimenti passati. Passammo allora ad analizzare la temperatura nel pozzo campione di Torre del Greco. In questo caso scendemmo da una botola ubicata sul livello stradale e per alcuni metri nel sottosuolo. Da qui c’era l’accesso alla canna di pozzo. La temperatura che rilevammo dabbasso non si discostava dai valori base di riferimento. Il dato che ci allarmò molto invece, ci fu dato dal sensore elettrochimico collegato a un apparecchio portatile che avevamo per sicurezza aggrappato alla cintura: dopo pochi secondi incominciò ad emettere un cicalio assordante, intermittente e non tacitabile, perché l'apparecchio aveva rilevato il superamento della soglia limite di sopravvivenza all’anidride carbonica (CO2). Il locale era letteralmente invaso dal gas asfissiante proveniente dal pozzo saturo, fatta eccezione per la parte alta del locale areato appena dalla botola aperta…
A distanza di qualche giorno l’ex direttore dell'Osservatorio Vesuviano, Prof. Giuseppe Luongo, iniziò una querelle contro la Dott. Lucia Civetta, allora direttrice in carica, perché a suo dire con quel terremoto bisognava passare a un livello di attenzione vulcanica. Lo stesso livello di allerta che caratterizza oggi i Campi Flegrei

Gli attuali livelli di allerta vulcanica
Dall’Osservatorio invitarono alla calma e soprattutto evidenziarono che il dato anomalo riguardava un solo parametro e non gli altri. Risposta un po’ vera e un po’ governativa… Per affrontare questa diatriba che aggiunse ansia ai cittadini, pubblicammo in tutta fretta un numero speciale dell’informa comune, un giornale locale edito dal comune porticese e distribuito nelle piazze, in cui cercammo di spiegare come stavano i fatti aggiungendo elementi di tranquillità vertenti tutti sulla gran mole di lavoro e sugli importanti risultati raggiunti nel campo della prevenzione e dell’operatività a livello comunale. In quel periodo al governo della città c’era il sindaco Leopoldo Spedaliere, personaggio forse anche controverso, ma dal punto di vista della protezione dei cittadini dal pericolo vulcanico, si distinse per ruolo e competenza.  

L'edizione straordinaria dell'informa comune - Portici - .

Della diatriba scientifica possiamo aggiungere che in realtà Luongo aveva ragione, perché il livello di attenzione implica semplicemente una maggiore attività di sorveglianza geochimica e geofisica dei parametri del vulcano: non altro, ed era esattamente quello che occorreva fare in quel momento. Con una spallata sismica di quel tipo non bisognava aspettare il cambiamento di altri parametri per drizzare le orecchie, soprattutto se questi valori non venivano acquisiti in tempo reale grazie a stazioni automatiche. D’altra parte però, possiamo garantire che in quel contesto fatto di ignoranza generalizzata anche da parte dei comuni a proposito dei livelli di allerta vulcanica e delle fasi operative corrispondenti, dichiarare lo stato di attenzione equivaleva ad accendere forse la miccia del panico, ma più ancora del ridicolo perché si sarebbe messo in risalto la colpevole assenza dei piani di evacuazione.
Più di qualcuno nel bailamme delle notizie cambiò aria… La verità sull'intera faccenda fu che si passò nei fatti a uno stato di attenzione vulcanica senza per questo dichiararlo. Una soluzione veramente salomonica...

Oggi seguiamo con interesse le dissertazioni e gli argomenti che propone l’avvocato Giuseppe D’Aniello da un apposito sito web, a proposito di un sistema di monitoraggio vulcanico (Vesuvio) che presenta falle su molti lati, soprattutto sull’acquisizione in tempo reale dei dati riguardanti la chimica delle fumarole e i segnali sismici particolarmente disturbati dal passaggio dei bus turistici all’interno della Riserva naturale statale Tirone Alto Vesuvio.  Un andrivieni meccanico tra l'altro in contrasto con le necessità dichiarate di equilibrio ambientale dell'oasi...
Dagli scritti dell’avvocato ci sembra di capire che il presidente dell’INGV, Stefano Gresta, sia seccato da questo puntiglioso interesse scientifico di D’Aniello che segnala discrasie nel sistema di sorveglianza. Interesse centrato soprattutto sugli aspetti che riguardano il monitoraggio dei parametri fisici e chimici del Vesuvio. Riteniamo che la semplice appartenenza alla zona rossa Vesuvio, quale area geografica dove non è garantito l’imprescindibile diritto alla sicurezza, dia titolo per pretendere di sapere cosa accade all'interno delle strutture statali di monitoraggio, visto che la previsione dell’evento eruttivo rimane non già l’arma, ma l’unica speranza per non essere investiti improvvisamente da una colata piroclastica incandescente. Ne consegue che l’INGV deve rispondere nel concreto agli interrogativi e alle segnalazioni  dei cittadini a prescindere, perché solo dall'efficienza e dall'efficacia della pratica di monitoraggio in tempi reali dei parametri vulcanici, si possono cogliere sul nascere i salvifici prodromi pre eruttivi.
La parte istituzionale amministrativa (Dipartimento Protezione Civile e Comuni) hanno dalla loro il secondo elemento della sicurezza. Infatti, se anche l’Osservatorio Vesuviano riuscirà a cogliere sul nascere i sintomi di un possibile risveglio del Vesuvio, sarà necessario rendere operativo un piano di evacuazione che oggi non c'è! C’è l’obbligo si stilarli però, a cura dei Comuni vesuviani e flegrei entro il 31 dicembre del 2015, pena la perdita dei finanziamenti europei stanziati ad hoc. Staremo a vedere…

Se il vulcano avrà la bontà di mantenere la sua pace geologica almeno fino a questa data e l’Osservatorio Vesuviano metterà in secondo piano il geotermico e le trivellazioni concentrandosi sulla sorveglianza vulcanica con tutta l'efficacia possibile, probabilmente incominceremo a mettere insieme i tasselli giusti della sicurezza areale dei tre distretti vulcanici napoletani, a tutto vantaggio del giuridico e superiore interesse pubblico.  
Il presidente dell'INGV  si rimbocchi le maniche e aguzzi l'ingegno organizzativo e operativo della struttura che dirige, in modo che si tenga alto il concetto che uno dei ruoli fondamentali della scienza consiste nell'evitare che un evento naturale come un'eruzione, possa trasformarsi in una immane catastrofe...




giovedì 2 luglio 2015

Rischio Vesuvio: Noè e l'ultima spiaggia...di MalKo



Il Vesuvio da Torre del Greco

Il principale compito della commissione incaricata di provvedere all’aggiornamento dei piani d’emergenza dell’area vesuviana per il rischio Vesuvio, è stato quello di individuare il tipo di eruzione da cui dobbiamo difenderci, perché non è stata assunta quella massima conosciuta per delineare gli scenari eruttivi di riferimento. Interpretare i segnali che ci giungono in superficie da quel mondo sotterraneo dove i magmi si costipano, si muovono e si rinnovano, non è facile per le innumerevoli variabili e interazioni che caratterizzano la chimica e la fisica delle rocce allo stato plastico. Quindi, non solo è difficile prevedere un’eruzione, ma è da vero azzardo stimarne l’intensità eruttiva e con essa il territorio su cui si potrebbero abbattere le fenomenologie vulcaniche più deleterie. 

Alcuni ricercatori dell’INGV con l'avallo della commissione grandi rischi, hanno indicato l’evento eruttivo ultra stromboliano come quello più probabile nel medio termine, mentre il sub pliniano come evento massimo di riferimento.  La possibilità che possa verificarsi un’eruzione pliniana simile a quella che distrusse Pompei nel 79 d.C. o a quella di Avellino che 3800 anni fa sconvolse la plaga vesuviana, è stata letteralmente scartata: il grosso problema è che non ci sono basi deterministiche per farlo… Questa decisione scientifica è stata accettata e condivisa dagli organismi tecnici regionali e dipartimentali.

Il direttore dell'Osservatorio Vesuviano, Dott. Giuseppe De Natale, esclude invece che oggi sia possibile definire i tempi di ritorno di un'eruzione di qualsivoglia tipologia eruttiva; regola che vale per tutti i vulcani in generale ma in particolare per le eruzioni pliniane del Vesuvio. Quelle a noi note infatti, sono in numero talmente esiguo che qualunque analisi statistica ha una significatività estremamente bassa.

Allora, cosa c’è dietro alle politiche di protezione civile applicate agli ambiti territoriali del vesuviano e del flegreo per quanto ci riguarda e abbastanza chiaro, e lo si poteva intuire partecipando al convegno tenutosi nella prestigiosa sede del castello Angioino di Napoli il 29 giugno 2015. Per tutti coloro che si sono persi l’importante dibattito, c’è la possibilità di riascoltare gli esperti attraverso i programmi di radio radicale, a cui va il merito di garantire una puntuale informazione sull’argomento.

Ebbene, secondo le filosofie del Prof. Edoardo Cosenza, figura preminente dell’ultimo quinquennio della protezione civile regionale e nazionale, non si tutelano le persone allargando la zona rossa, ma al contrario bisogna restringerla secondo logiche ottimali; così i falsi allarmi che sono una concreta possibilità in questo campo minato della previsione vulcanica, diventerebbero gestibili riducendo al minimo i rischi intrinsechi allo spostamento delle masse. Il professore chiarisce poi, che bisogna tenere presente gli intervalli legati alla frequenza delle catastrofi, cioè i tempi di ritorno, e su quelli concentrare le politiche di protezione civile e non già sull’evento peggiore che si conosce. Se per esempio volessimo prendere in esame il massimo evento di riferimento nel campo della geologia, aggiunge, dovremmo partire dal super continente iniziale e dalla deriva dei continenti; come eventi massimi poi, apocalisse, estinzione dei dinosauri e diluvio universale, soprattutto per coloro che non si chiamano Noè

Il richiamo a Noè ci torna utile quale esempio di azzeccatissima previsione delle catastrofi… Tra l’altro la previsione proprio perché prevede un fenomeno che ancora non c’è, invisibile e impercettibile, richiede da parte dei destinatari del messaggio premonitore un’assunzione di fede per non vanificare l'efficacia dell'anteprima informativa. La fede laica invece, riguarda la fiducia nelle istituzioni…
L’esempio di Noè si presta bene anche per far capire l’importanza dell’informazione. L’altissimo proprio per bonificare l’ambiente terrestre dai peccatori, rese noto al solo patriarca la previsione del diluvio: non diffondendo quindi la notizia dell’approssimarsi della catastrofe, gli impuri e i corrotti vennero travolti dalle acque.

Le teorie del Prof. Cosenza diciamola tutta non sono il massimo della garanzia ma trovano applicazione nelle situazioni estreme, altrimenti dette da ultima spiaggia… Quindi, diamo per scontato che c'è una condizione critica nel vesuviano, dettata da una miscela comprendente un vulcano esplosivo, previsione incerta del fenomeno, prevenzione zero e 700.000 abitanti arroccati sulla bomba.  Le condizioni estreme oggettivamente sussistono e ci sono tutte… Ma tutti sono inermi al capezzale della prevenzione che nessuno tenta di rianimare.

Il Prof. Cosenza espone poi un altro dato che si collega alla faccenda rischio: le chances che ha la popolazione vesuviana sono racchiuse in una matrice due per due. Cioè, possiamo avere un’evacuazione senza eruzione. Un’evacuazione con eruzione. Un’eruzione con evacuazione. Un’eruzione senza evacuazione. A nostro avviso manca una quinta possibilità dettata proprio dall’incognita VEI (Indice di Esplosività Vulcanica): infatti, un’eruzione al rialzo fuori dalla scala statistica delle probabilità, cioè una pliniana, diverrebbe anche con l’evacuazione preventiva una catastrofe, perché i territori investiti dai flussi piroclastici, sarebbero in questo caso ben più estesi di quelli evacuati. Diciamo allora che l'assunto adottato dal dipartimento della protezione civile e dalla Regione Campania, comporta, nel caso dovesse verificarsi un’eruzione pliniana, il totale fallimento del piano d'emergenza, a prescindere se il fenomeno eruttivo viene previsto o non previsto all'insorgere. Su tutto poi, manca l'informazione corretta e puntuale come strumento attivo di prevenzione del rischio vulcanico... 

In tutte queste disquisizioni il grande assente come accennavamo in precedenza è la prevenzione delle catastrofi. La prevenzione è sinteticamente parlando una sorta di surrogato della previsione. Cioè, se non si riesce a prevedere il fenomeno distruttivo, è possibile almeno mitigarne gli effetti attraverso misure adeguate che nel nostro caso possono avere un’incidenza utile abbassando drasticamente il numero degli abitanti esposti al pericolo e contemporaneamente conformando un piano d'emergenza e d'evacuazione particolarmente efficace. Ritornando a uno dei principi descritti dall’Ing. Cosenza, cioè che le zone rosse devono essere ristrette quando la misura abitativa è grande e sussiste il problema dei falsi allarmi, potremmo intanto sottolineare che la formula inversa apre spiragli, cioè restringendo il fattore (numero) abitanti, si potrebbe allargare la zona rossa Vesuvio.

Per avere un quadro della realtà si guardino le figure sottostanti : la A evidenzia Il cerchio che  rappresenta la linea nera Gurioli, che è quella che delimita in senso deterministico i limiti d’invasione dei flussi piroclastici unicamente per eruzioni di tipo sub pliniano o inferiore. All’interno della linea nera Gurioli ricade poi la vera zona rossa che non consente nuovo edificato a uso abitativo. Appena oltre però si può costruire, come sanno perfettamente molti comuni ai confini della black line che nicchiano: in primis Poggiomarino, Scafati e Napoli...
La figura B invece, rappresenta il limite diciamo pliniano di scorrimento dei flussi piroclastici. Ora, se sovrapponiamo la situazione attuale (A) all’interno del cerchio pliniano (B), avremo la condizione di figura C che mostra tematicamente la prospettiva futura. Una situazione per niente rassicurante, perché si continua ad ammassare palazzi e persone all’interno di quel settore che verrebbe letteralmente travolto da un’eruzione pliniana, che nessun scienziato al mondo già oggi può escludere.
 

La mancata prevenzione delle catastrofi come vedete, allora ha parecchi attori tutti protagonisti, provenienti sia dal mondo amministrativo che tecnico e politico e anche scientifico. Tutti recitano una parte, la stessa parte. Offrendo scenari eruttivi statistici con pochi numeri in colonna, si da corso a una pratica che serve solo agli ingiustificabili per non dare conto ai cittadini, tra l'altro distratti, circa le responsabilità del caos urbanistico che regna sovrano in un'area segnata da agglomerati urbani che gravano sul vulcano dal carattere esplosivo.  

Nelle conferenze a venire chiedete pure ai protagonisti della protezione civile cosa si è fatto nel campo della prevenzione delle catastrofi vulcaniche; e al mondo scientifico chiedete tra quanti anni riterrà che un’eruzione pliniana possa ritornare nelle possibilità eruttive di cui tenerne conto... e agli esperti di politica e di politiche del territorio, chiedete quale condizione urbanistica erediteranno i posteri vesuviani, visto che la futura zona rossa dovrà essere necessariamente allargata, da questa generazione o comunque dall'altra.  Il business sta divorando tutto, compreso la sicurezza dei cittadini che in qualche caso aggirano le regole che sono anche di salvaguardia attraverso l'abusivismo edilizio che non può essere di necessità perchè non è a costo zero. Nessun Tribunale potrà condonare gli abusi in zona rossa senza garanzie di sicurezza e piani d'emergenza adeguati: solo il cinismo della politica potrà farlo.
Al Prof. Cosenza bisogna poi annotare chiudendo, che non si vuole scendere ai primordi della nascita del Pianeta per indicare l’evento massimo da cui difendersi:  i riferimento ce li danno i resti umani  di Ercolano e Pompei che sono ancora lì riversi al suolo sotto forma di scheletri e volumi, quali prede inermi della nube ardente che duemila anni fa precipitò dalle pendici del Vesuvio avvolgendoli… Ecco: sono i poveri resti che ancora impietosiscono i visitatori a fissare i limiti temporali di riferimento delle catastrofi che ancora oggi dovremmo tenere in debito conto...


giovedì 25 giugno 2015

Rischio Vesuvio: l'ospedale del mare in zona rossa... di MalKo




L'ospedale del mare - Ponticelli (Napoli) -

L’Ospedale del mare, il grande nosocomio dell’Italia meridionale ubicato a Napoli nella zona rossa Vesuvio, è stato al centro di notevoli polemiche perché ovviamente lo si poteva costruire in un’area non soggetta all’invasione dei flussi piroclastici in caso di eruzione vulcanica.
Alcune maestranze hanno affermato che pur se ne avessero avuto la possibilità lo avrebbe comunque ricollocato in quella precisa posizione, perché i cittadini del vesuviano hanno diritto ad essere curati così come ad avere altri tipi di servizi quali scuole e tribunali. Più o meno sulla stessa lunghezza d’onda i vertici del dipartimento della protezione civile…
Questa valutazione potrebbe avere una logica politica ma non tecnica, perché chi opera nel campo della sicurezza sa bene che ci sono strutture che hanno un ruolo particolarmente attivo nelle emergenze e quindi rappresentano una risorsa rispetto ad altre che lo sono meno o per niente.
In molti dicono che l’ospedale del mare doveva essere costruito in via argine, nei pressi degli uffici della motorizzazione civile. Non conosciamo le situazioni amministrative e di edilizia che hanno spinto il comune di Napoli e la Regione Campania a valutare una diversa collocazione del nosocomio costruito poi a Ponticelli in piena zona rossa. Non escludiamo però, che una siffatta decisione sia scaturita anche sulla base di tardive considerazioni circa la eccessiva contiguità che avrebbe avuto il mega ospedale nella destinazione iniziale, con la parte industriale orientale di Napoli, che in quei luoghi probabilmente prevedeva e prevede ancora strutture di stoccaggio di carburanti e gas. D’altra parte però, se queste sono le motivazioni per giustificare la posizione attuale dell’ospedale del mare, dobbiamo annotare che indubbiamente in termini di strategia preventiva non è stato fatto il possibile. Non saranno mancati gli strutturisti e i collaudatori al progetto, ma è mancata una elementare valutazione complessiva di ingegneria o architettura ambientale dando così seguito allo scellerato concetto che si dà peso a quello che si costruisce piuttosto che al dove lo si costruisce. Il complesso, vero bunker tutto cemento e ferro, purtroppo ricade in un contesto territoriale poco sicuro perché le colate piroclastiche hanno una capacità insinuativa e distruttiva di prim’ordine…
E’ opportuno precisare che scuole e tribunali, e ancora supermercati e parchi e palestre e piscine e teatri e università e biblioteche e cinema e parcheggi, possono anche costruirsi in zona rossa Vesuvio, ma non si possono seguire tesi indifendibili a proposito di oculata scelta di localizzazione del nosocomio, perché la sua ubicazione in zona ad altissimo rischio non solo priva i soccorritori in caso di pericolo vulcanico di una risorsa primaria, ma addirittura il complesso sanitario si rivelerebbe una pesante zavorra operativa, senza contare le mille incertezze in una situazione di pre allarme. Qualche alternativa del resto c’era…Ancora di più se si analizzano gli spazi da rivalutare e riurbanizzare proprio nel settore orientale di Napoli, dove esistono progettualità residenziali e di servizi molto ampie che si spingono fino ai limiti della linea nera in un settore che è stato completamente avulso dal rischio colate che conta zero fino allo steccato Gurioli.
Il segmento obliquo è la linea nera Gurioli. A destra
il Vesuvio e a sinistra la città di Napoli
Fino a quando non veniva perimetrato il settore vulcanico a maggiore pericolosità attraverso l’adozione della linea nera Gurioli, segmento curviforme e geo referenziato, si giocava spesso sull’equivoco della reale e precisa ubicazione del presidio sanitario del mare: è fuori; è ai limiti; metà e metà; ecc… Il dubbio è stato fugato e sulla cartografia ufficiale è possibile constatare che la struttura ricade interamente nella zona rossa a maggior pericolo vulcanico (figura a lato).
Le politiche di sicurezza richiedono conoscenza e strategie e anche un minimo di fantasia creativa. Per quello che stiamo appurando in termini di pericolosità vulcanica, con la tardiva scoperta che Napoli è una metropoli stretta tra Vesuvio e Campi Flegrei, bisognerà mettere insieme e al più presto, un’equipe di architetti nazionali e magari internazionali, ed esperti di altri rami, per dare vita a un consesso multidisciplinare (magari della comunità europea) capace di tracciare le future linee guida necessarie alla rielaborazione dello sviluppo urbanistico e del riordino territoriale della metropoli partenopea che dovrà attuarsi nei prossimi cento anni: pace geologica permettendo. Non è un auspicio, ma una necessità improcrastinabile che dobbiamo per onestà e umanità assicurare come lascito alle generazioni a venire.

Il mega ospedale dovrebbe essere ricostruito a nord, lontano dai distretti vulcanici, e quello attuale potrebbe essere magari adibito a polo universitario così da strappare alcune facoltà da una eccessiva promiscuità con zone ad altissimo indice di malessere sociale…Contemporaneamente e tra le tante altre cose, bisognerebbe dare impulso alla creazione delle aree atterraggio elicotteri nel vesuviano, per garantire interventi aerei di soccorso sanitario (eliambulanza) che andrebbero ad arricchire i servizi dei presidi stabili. Questo delle elisuperfici è un input sempre disatteso, perché quasi tutti sono convinti che un campetto di calcio sterrato è per sua natura una ideale area di atterraggio elicotteri. In realtà non è così, perché le turbine aspirano e ingurgitano ciò che sollevano, e il rotore nel momento di massima spinta cappotta baracche, panchine a volte veicoli leggeri e in altri casi ancora divella il prato artificiale e lamiere dalle recinzioni.  Tra l’altro molti non sanno che un elicottero dovrebbe decollare e atterrare come gli aerei, perché se tali operazioni le effettua in volo verticale, si pone in una condizione di fuori sicurezza.
Il sentiero di discesa per elicotteri dovrebbe avere questa incidenza per operare in sicurezza.

Quindi, i campetti di calcio con alte recinzioni e con il lato maggiore non in linea con i venti principali, non sono l’ideale per le operazioni aeree, soprattutto se i velivoli operano a pieno carico. D’altra parte non si può pianificare il soccorso indicando genericamente aree non idonee che potrebbero essere usate solo come ultima chances dagli equipaggi chiamati a intervenire in gravi situazioni…Distinguiamo allora aree occasionali da aree pianificate magari con segnale di località a lettura verticale, utile in un contesto di edificato senza soluzione di continuità come quello vesuviano. L’elicottero, in sintesi, può anche atterrare su una cabina telefonica, purché non abbia ostacoli rilevanti sulla direttrice di atterraggio e decollo.

Un piano regionale di elisuperfici multifunzioni dovrebbe essere varato. I comuni che riteniamo debbano dotarsi di strutture d'atterraggio permanente dovrebbero essere innanzitutto quelli che, per conurbazione e posizione e densità abitativa, presentano più di qualche criticità. Rimanendo sulle tematiche di rischio Vesuvio, citiamo sicuramente San Giorgio a Cremano, Portici, Ercolano e Torre del Greco. Ovviamente la problematica dovrebbe riguardare un po’ tutti i comuni che vogliono operare nel senso della pianificazione e che possono intanto individuare e vincolare nei loro piani urbanistici quelle aree che si presterebbero bene per i servizi aerei ad ala rotante. Nel vesuviano si è in linea con i venti dominanti con l’asse cardinale più o meno orientato 06° - 240°…

Portici partì molto bene negli anni ’90 con l’individuazione di due elisuperfici: una sul mare e un’altra a ridosso dell’autostrada in pieno centro. La prima ( ENEA) forse è rimasta agibile e la seconda è stata fagocitata dalla costruzione del maxi casello autostradale Portici - Ercolano. Se non è stato lasciato un serio varco d’emergenza per l’ingresso in autostrada verso Napoli, i porticesi possono ben ascriversi una pianificazione da danno e beffa…



mercoledì 17 giugno 2015

Rischio vulcanico ai Campi Flegrei : deep drilling project e geotermia Scarfoglio...di MalKo


Tempio di Serapide - Pozzuoli

Le operazioni di trivellazione del suolo e del sottosuolo, in mare e in terra, pare siano diventate il business della nuova economia mondiale, con torri perforanti che s’innalzano e s’innalzeranno dai deserti alle coltre polari, dalle tundre ai mari e finanche nelle spianate vulcaniche. Tra un paio di secoli trivelleremo pure i pianeti…Si cerca spasmodicamente petrolio o gas o fluidi caldi o chissà cosa da convertire in calore ed energia sonante… Una necessità è vero, ma non siamo ancora al punto da dover mollare tutte le garanzie di sicurezza.
Il sottosuolo è un ambiente sconosciuto, e in alcune località del mondo le perforazioni in qualche caso hanno causato danni catastrofici, come quelle che nel 2010 caratterizzarono l’inquinamento nel Golfo del Messico, con l’asfaltatura dei fondali marini, o le inarrestabili fuoriuscite di fango bollente a Giava (Lusi 2006). Problemi  si sono avuti pure alle Canarie e in Svizzera e in California e in Emilia Romagna e in altri siti che contano gli effetti diretti e indiretti delle sequenze sismiche provocate dalle trivellazioni e dalla pratiche di reiniezione dei liquidi in profondità.
Anche nel napoletano si è rimesso mano alle trivelle qualche anno fa con un progetto di perforazione profonda della caldera flegrea, che in prima battuta si associava al geotermico, anche se rapidamente e in corso d’opera si trasformò in pura ricerca scientifica. Forse si trattò di un lapsus giornalistico della prima ora…
Stiamo parlando del famoso deep drilling project (CFDDP), che suscitò non poche perplessità in alcuni ricercatori e proteste da parte di diversi movimenti di cittadini che ritennero assurda un’operazione di scavo profondo all’interno di un’area vulcanica e metropolitana come quella di Napoli. Così, il pozzo che doveva avvicinarsi ai 4000 metri di profondità, raggiunta la quota pilota di 502 metri nel ventre tufaceo di Bagnoli, si è fermato per consentire l’analisi del primo carotaggio, ma non si esclude una pausa più lunga del necessario dovuta a un impasse di tipo giudiziario.
Il tentativo corrente offerto anche da una conferenza stampa a tema, sembra quello di riavviare in qualche modo la trivella, o comunque di magnificarne virtù e assenza di controindicazioni, forse per dare forza a un nuovo progetto geotermico da attuarsi nella zona fumarolica di Pisciarelli a ridosso del vulcano Solfatara a Pozzuoli. Praticamente nel punto più stressato del super vulcano flegreo… L’operazione che si profila all’orizzonte si chiama progetto Scarfoglio,  e la consulenza scientifica è offerta dall’amra, un consorzio con nomi molto noti alla scienza e alle istituzioni statali.
I risultati scientifici conseguiti con il pozzo pilota del deep drilling project di Bagnoli (502 mt.), sono stati presentati a palazzo San Giacomo, sede del Comune di Napoli, nel corso di una conferenza stampa dell’INGV napoletano. Non sono pochi quelli che sperano che dallo scavo scientifico emergano alibi sufficienti per spalmare sui suoli contaminati dell’ex italsider palazzi di lusso con vista sul Golfo  calderico… Paradosso? Non scherzava affatto l’assessore regionale Prof. Edoardo Cosenza, quando disse in un recente convegno che le proibizioni edilizie a uso residenziale  valevoli per la zona rossa Vesuvio non valgono automaticamente  per la zona rossa del super vulcano dei Campi Flegrei: occorre una legge ad hoc…
Tra i dati offerti al pubblico, è stato posto in rilievo la scoperta di materiale tufaceo ascrivibile a un’eruzione di 45000 anni fa. Se, come viene scritto altrove, l’attività vulcanica nell’area flegrea è iniziata 60000 anni fa, riteniamo che il minimo che possa accadere carotando in giro per i Campi Flegrei, è di trovare tracce di eruzioni antecedenti o successive a quella famosa dell’ignimbrite campana…Tra l’altro, una buona parte della caldera flegrea è sommersa è non è da escludere che sorprese verranno prima o poi anche dall’ambiente sottomarino.
Un altro elemento che lascia dubbiosi ma probabilmente per difetto interpretativo della stampa, riguarda la scoperta che il bradisismo flegreo dipende un po’ dai fluidi e un po’ dal magma, al 50% dicono…
Emeriti scienziati anche del passato accennavano già a questa caratteristica dei campi ardenti, anche se da una interessante disquisizione del Prof. Giuseppe Luongo, ci è sembrato di capire che non si possa esclude che le forze in gioco all’origine del bradisismo ascendente lascino propendere per un intervento del magma piuttosto che dei fluidi, ovvero con una prevalenza del primo sul secondo. Che il contestatissimo Campi Flegrei deep drilling project con il suo pozzo esplorativo a 502 metri di profondità abbia rivoluzionato, come tuona in questi giorni la stampa, le conoscenze sulla caldera flegrea e sulle dinamiche del bradisismo, ci sembra un’affermazione forse un po’ eccessiva. Leggiamo infatti, da una pubblicazione del 2009 del Prof. Benedetto De Vivo, che il bradisismo è un fenomeno ampiamente studiato… Su un’autorevole rivista scientifica poi (amraGiovanni OrsiAldo Zollo), si cita che la caldera flegrea è stata indagata in dettaglio negli ultimi 30 anni attraverso perforazioni profonde (1 - 3 Km.), studi tomografici basati su dati di terremoti locali e telesismi, indagini gravimetriche e magnetiche, misure di temperatura in profondità e di flussi di calore in superficie. Immagini ad alta risoluzione della struttura calderica, sono state ottenute dall’analisi di dati di sismica a riflessione acquisiti durante l’esperimento SERAPIS nel 2001, supportate dalla nave oceanografica Nadir dell’ifremer e dall’installazione di più di 60 sismometri da fondali marini nelle baie di Napoli e Pozzuoli >>. Potremmo continuare con l’analisi delle perforazioni profonde e meno profonde dell’AGIP e di ENEL che si contano a diecine per poi passare ai satelliti e a tutte le altre tecnologie applicate in loco…
Certamente le trivellazioni sono un elemento pragmatico dello studio del sottosuolo della caldera flegrea con la sua struttura particolarmente complessa e dinamica. Il carotaggio però, consente di conoscere ciò che prospetticamente si vede dal buco della serratura ma non nelle stanze accanto come dimostra appunto il ritrovamento di tufi mai prima censiti… La caldera flegrea racchiude diverse decine di bocche eruttive e come dicevamo è in parte sommersa. La complessità del sottosuolo in siffatta area richiede sicuramente uno studio continuo e approfondito e quindi meritevole di finanziamenti mirati. Trattandosi di un territorio densamente abitato e metropolitano però, sede anche di importanti strutture viarie e ferroviarie, bisognerebbe privilegiare sistemi di esplorazione necessariamente indiretti, non solo per tenere alto il famoso principio di precauzione, ma anche perché lì dove ci sono agglomerati urbani  non è consentito dalla legge apportare modifiche artificiali a un sistema naturale che racchiude pericoli imprecisabili dettati da un sottosuolo sotto stress, con presenza di fluidi allo stato critico e supercritico.
Per quanto riguarda la stazione avanzata di monitoraggio installata nel pozzo pilota ubicato lì nel sottosuolo tufaceo di Bagnoli, questa coglie e coglierà anche i sommovimenti micrometrici, probabilmente consentendo di avere elementi meno perturbati su cui elaborare teorie endodinamiche. Difficilmente però, questi dati sui microsismi potranno essere definiti concreti elementi di previsione delle eruzioni flegree, perché nella zona i movimenti del suolo in realtà si contano a metri, e le scosse sismiche a migliaia durante le fasi acute di sollevamento. Segnali anche vistosi che potrebbero non approdare a un’eruzione, ma fenomeni certamente capaci di minare nel concreto la statica dei fabbricati.
Il deep drilling project, ovvero il progetto di perforazione profonda in zona calderica (Bagnoli), non ebbe il nulla osta dal sindaco d’allora, Rosa Russo Iervolino, e solo con l’avvento del successore è stato possibile perforare almeno il pozzo pilota (502 metri).
Oggi in Campania il problema delle perforazioni si pone in modo piuttosto serio, perché sono stati dati permessi (iter in corso) per lo sfruttamento geotermico dei fluidi caldi sia per l’isola d’Ischia, che per il settore occidentale e orientale dei Campi Flegrei con i progetti Forio, Cuma e Scarfoglio.
Certamente l’idea di collocare una centrale geotermica a ridosso della Solfatara di Pozzuoli è interessante in termini di strategia commerciale e rispetto del paesaggio. In questa zona ci sono i fluidi più caldi, e ciò che potrebbe fuoriuscire dalla centrale geotermica sarebbe sostanzialmente ciò che fuoriesce dalla Solfatara, il che non farebbe temere impatti ambientali dalla direzione dei venti, così come la eventuale sismicità indotta dalle trivelle e dalle rieiniezioni dei fluidi sul fondo del cratere sarebbe difficilmente discriminabile dai normali microsismi che interessano quella zona in particolare.

La Solfatara - Pozzuoli

Il problema principale è rappresentato dalle incertezze circa i possibili squilibri che si causerebbero a un sistema complesso e stressato come quello che caratterizza il sottosuolo flegreo, tra l’altro parliamo di un territorio che vive una condizione di bradisismo ascendente e un livello di allerta vulcanica in una fase di attenzione.

Con questo non si vuole dire che si ha la certezza che le perforazioni creino problemi di sicurezza diversi da quelli di cantiere; si vuole semplicemente affermare che se sussistesse questa possibilità anche minima, non è possibile accrescere artificialmente il rischio a un’area che di rischio sismico e vulcanico ne somma a sufficienza, tra l’altro in una condizione oggettiva di urbanizzazione spiccata e senza piani territoriali di protezione civile.
Nella valutazione del rischio poi, visto che una centrale geotermica richiede come nel caso in esame reiniezione dei fluidi con pratica non occasionale, il rischio di squilibrio nel sottosuolo si manterrebbe nel tempo con una certa indeterminatezza dovuta alle interazioni date da un sottosuolo in evoluzione. Soprattutto nella zona di trivellazione dei pozzi che ricadono nella zona Solfatara – Pisciarelli, dove dal 2006 si sono segnalati aumenti di temperatura e dei flussi delle emissioni fumaroliche.
Nell’analisi del rischio bisogna contemplare le caratteristiche territoriali per una misura in senso estensivo almeno pari alla distanza ricopribile dagli effetti delle energie che potrebbero rilasciarsi dalla sorgente emettitrice artificiale. In tutte le disquisizioni sul rischio poi, un ruolo fondamentale lo giocano le alternative che molte volte non vengono prese in considerazione perché più costose.
E’ chiaro che le uniche zone dove i fluidi presenti nel sottosuolo hanno temperature significative al punto da rendere interessante uno sfruttamento geotermico, sono quelle in Toscana, Tirreno Meridionale, Ischia e Campi Flegrei e il Canale di Sicilia. E’ altrettanto chiaro che gli impianti di sfruttamento terrestre hanno meno costi di esercizio rispetto a quelli ubicati in mare, così che l’Amiata, Ischia e i Campi Flegrei, sono probabilmente le zone più appetitose per il geotermico italiano.
L’area di Larderello è molto sfruttata e gli abitanti sono in subbuglio e tutt’altro che convinti dell’impatto zero del geotermico soprattutto con tecnologia non a circuito chiuso: rimane allora quella ischitana e flegrea da esplorare. Purtroppo o per fortuna, nel nostro caso quelle meridionali sono anche tra le zone più belle d’Italia e tra le più urbanizzate e con un flusso turistico di tutto rispetto. Al momento alternative alla produzione di energia elettrica ce ne sono e quindi dovrebbe essere preferibile non correre alcun rischio tra l’altro in una zona (Campi Flegrei) che registra parametri di alterazione geochimica e geofisica con punte localizzate soprattutto nella località Scarfoglio dove s’intende procedere con le trivellazioni per la realizzazione di tre pozzi emungitori, e due di reiniezione dei liquidi.
Il comune di Pozzuoli ovviamente dovrebbe avere un ruolo di vigilanza in questa faccenda visto che il progetto Scarfoglio dovrebbe attuarsi sui territori puteolani, e ci si augura che oltre all’accordo collaborativo con l’INGV, sia garantito innanzitutto il diritto all’informazione, pubblicizzando l’impegno geotermico in loco.
Nella relazione d’impatto ambientale prodotta dall’amra a firma del Prof. Paolo Gasparini, si legge che:<< l’attività sismica associata alle applicazioni geotermiche che è tipicamente di bassa energia (M< 3), è la risultante di differenti effetti, come l’iniezione e l’estrazione di fluidi che producono variazioni dello stress statico, sia per l’effetto della pressione di poro che per l’effetto dello stress termico…>>. Per quanto riguarda l’interferenza con il sistema vulcanico, Gasparini afferma che << non ci sono osservazioni o modelli collaudati in proposito e che, in linea teorica, poiché l’attività geotermica sottrae energia al sistema vulcanico, potrebbe semmai essere considerata stabilizzante allontanandola dal punto critico (eruzione)>>.
Gli aspetti delle trivellazioni napoletane è possibile dividerli in due filoni. Uno riguarda la zona (Bagnoli) dei Campi Flegrei, dove permane la possibilità  che il progetto scientifico (deep drilling project) di perforazione profonda riprenda vigore. Questo progetto non è stato soggetto a valutazione d’impatto ambientale (VIA), che d’altra parte dovrebbe essere un processo di garanzia e di sicurezza a prescindere dalle finalità della trivellazione. E’ particolarmente interessante rilevare che proprio il direttore del deep drilling project chiarisce che non c’è bisogno di valutazione d’impatto ambientale perché il progetto è di semplice carotaggio, e non comporta alcun prelievo o immissione di fluidi, quindi non può assolutamente turbare gli equilibri idrologici e di sforzo nel sottosuolo. L’annotazione è di rilievo…  Nei documenti d’impatto ambientale che riguardano il progetto Scarfoglio invece, ci sembra di cogliere elementi di garanzia per considerazioni opposte, cioè le operazioni si attuerebbero solo negli strati superficiali (1000 metri) sostanzialmente asismici e non nel profondo...

Le centrali geotermiche che sfruttano i fluidi caldi operando nell’ambito dei mille metri di profondità con un ciclo binario, cioè chiuso, pare che siano quelle più affidabili da un punto di vista dell’impatto ambientale di superficie. Il problema rimane nelle profondità e nelle eventuali alterazioni che si porterebbero agli equilibri presenti nel sottosuolo sotto forma di tensioni e circolazione dei fluidi caldi. Se in una terra “normale” questo tipo di attività richiede una certa attenzione, riteniamo che su terra bradisismica intracalderica caratterizzata da suoli  ballerini e super vulcano latente, i benefici economici che mai ritroveremo in bolletta, non valgono la candela di un rischio che difficilmente potrà essere a livello zero.

Per quanto riguarda la perforazione a uso non commerciale (CFDDP), questa riteniamo fortemente che debba essere parimenti e alla stregua di altre soggetta a Valutazione d’Impatto Ambientale, soprattutto per mantenere alto il concetto che non esistono attività che possano autoescludersi dalle necessità di verifica, onde non aprire il campo a scorciatoie scientifiche per analisi tutte commerciali.
Bagnoli ( Campi Flegrei) Quasi sul lungomare l'area del deep drilling project



giovedì 28 maggio 2015

Rischio Vesuvio:le eruzioni passano come le guerre...di MalKo

Vesuvio 

Il pericolo Vesuvio è un problema che può cagionare danni collaterali di tutto rispetto a una quantità di persone maggiore di quelle normalmente indicate nelle valutazioni ufficiali del rischio. Viceversa una possibile eruzione potrebbe produrre un gran botto senza nessuna conseguenza per gli abitanti allontanati per tempo grazie a una serie di congiunture favorevoli, come ad esempio un regolare crescendo dei prodromi eruttivi e un’infallibile previsione dell’evento contato a giorni sulle dita di almeno una mano. In attesa che le istituzioni competenti stilino e pubblichino i piani di evacuazione, bisogna notare che l’argomento tutele continua a essere al nervo della questione nei dibattiti di pochi. La popolazione vesuviana generalizzando ha un interesse superficiale su questi temi tra l’altro approcciati senza convinzione da una platea che gironzola su internet esclusivamente per vedere se la loro indifferenza è minacciata da qualche novità dell’ultima ora. In caso di percezione fisica del pericolo (terremoti), l’attenzione ovviamente diventerebbe immediatamente viscerale e profonda…

Non sono pochi i cittadini vesuviani che nei commenti alle pagine web rilasciano pillole di mistico fatalismo sul Vesuvio: <<A’ muntagna è buona e noi la rispettiamo e lei non ci farà  male...>>. Intanto non è vero che la rispettiamo perché in molti  angoli del grigio monte pezze e televisori sfondati coronano non poche superfici tra le macchie di robinie e ginestre odorose dove capeggia pure qualche orchidea. Senza contare le discariche non ufficiali che marciscono nei lapilli e quelle ufficiali che donano innaturali gobbe artificiali a un profilo vulcanico che racchiude alla base ricchezze archeologiche in parte ancora da svelare. Indubbiamente il Vesuvio è tra i vulcani il vulcano per antonomasia, quello più bello, ricco di storia e superbo protagonista dell’immagine iconografica del Golfo di Napoli. Come si fa a temere la bellezza…

Le eruzioni quando avvengono sono come le guerre: passano… Si contano i danni umani e materiali; disagi e ristrettezze e poi ricostruzione e rinascita secondo cicli che impongono la vita su tutto. Le eruzioni come sapete sono un prodotto naturale dei dinamismi astenosferici, con i loro movimenti lineari e ascendenti e discendenti all’interno del guscio litosferico, con zolle che trascinano continenti che emergono e altri ancora che affondano, perturbando un sistema che oltre certi limiti di tolleranza si riaggiusta rilasciando onde elastiche (terremoti) o spruzzi di magma (eruzione), col fine di ridurre le tensioni endogene, recuperando quindi una condizione di equilibrio isostatico e dinamico che in verità non dura molto.

I fenomeni naturali violenti muovono gli uomini come formiche all’interno di formicai stuzzicati da bastoni. Si generano nelle catastrofi frenesie che favoriscono in ogni uomo il rilascio di sentimenti che possono essere il meglio o il peggio dell’animo umano. Benefattori e sciacalli si muovono sullo stesso terreno, in una condizione che vede nella povertà un aggravante della tragedia e nella ricchezza un lenitivo alla sofferenza.

Noi siamo il prodotto di un attecchimento che si è avuto grazie ai tre elementi fondamentali che ci circondano e che ci hanno animato: aria, acqua e suolo. Elementi che dovremmo curare e che invece consumiamo e modifichiamo a un ritmo troppo sostenuto, in nome del progresso e del business operato dalla longa manus degli speculatori che  metteranno molto presto in azione le trivelle addirittura nelle coltri di ghiaccio polare…

Se ben riflettiamo, noi viviamo nel punto esatto dove aria, acqua e suolo, elementi a diversa densità, si muovono interagendo a volte violentemente grazie alle energie che provengono dal calore terrestre e solare.  Elementi capaci di rilasciare grandi forze quando se ne alterano gli equilibri, capaci di produrre come conseguenza modificazioni del clima e del paesaggio. Processi che non sono altro che una risposta operativa della stessa natura, che dobbiamo intenderla come un sistema autosufficiente che punta a un solo obiettivo: garantire la vita ovunque e comunque e senza alcun riconoscimento e sconto per il genere umano.

Noi stessi siamo animati da energia e quindi campiamo tra elementi energetici. Le catastrofi non hanno niente di punitivo e svolgono un ruolo esclusivamente riequilibrante con tempi talora brevissimi e altre volte millenari. Quelle che noi chiamiamo catastrofi sono la normalità per un sistema in evoluzione… Come ideogramma potremmo dire che ogni catastrofe altro non è che il piombo preformato che il gommista pone sui lati della ruota da riequilibrare che gira incessantemente  …

Anche se non ce ne rendiamo conto, il nostro vivere è un rischio e quindi si accettano compromessi di buon senso con la natura in nome della radicazione sociale sul territorio. La politica dovrebbe essere l’arte di comprendere i bisogni sociali e tutti i fenomeni che regolano la vita sul Pianeta, con una particolare propensione e interesse al futuro, che dovrebbe essere l’argomento più importante dell’umanità. La politica dovrebbe tenere in evidenza la necessità di custodire i tre elementi fondamentali prima citati e di cui abbiamo necessariamente bisogno: d'altra parte lo scenario ambientale sarà il nostro lascito alle generazioni future. L’agire di un politico si misura quindi su quanta parte del suo sapere e della sua azione preventiva e programmatrice e strategica riserverà al futuro, che non può essere solo money e banche e business. Senza futuro noi non siamo niente…

Le ipocrisie che si nascondono dietro agli inviti a non allarmare le popolazioni a rischio, in realtà ledono il diritto all’informazione e al consenso informato sulle caratteristiche del territorio dove si vive, quale atto di civiltà verso ogni cittadino che risiede nella nostra Penisola quale titolare dell’imprescindibile diritto alla sicurezza.

Una recente interrogazione parlamentare, prima firmataria senatrice Paola De Pin, indirizzata alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e al Ministro dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca Stefania Giannini, pone in evidenza interrogativi di non poco conto circa gli accordi con clausole di esclusività a proposito di alcuni servizi offerti dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) al Dipartimento della Protezione Civile. Ed ancora, si chiede nell’atto parlamentare cofirmato anche dall’esponente del Pd Senatrice Laura Puppato, i motivi alla base di provvedimenti disciplinari giunti fino alla decurtazione dello stipendio in danno del Prof. Giuseppe Mastrolorenzo, primo ricercatore dell’Osservatorio Vesuviano (INGV). Vorremmo escludere tra le motivazioni della multa quelle inerenti la pubblicazione su autorevoli riviste scientifiche, tradotte in più lingue, di teorie non in linea con quelle dell’istituto di appartenenza (INGV) a proposito del rischio Vesuvio. In tal caso la libertà di ricerca sarebbe gravemente compromessa.

Vogliamo far rilevare ancora una volta, che nella determinazione degli scenari eruttivi il Dipartimento della Protezione Civile ha completamente obliato la possibilità che possa verificarsi un’eruzione del Vesuvio di tipo VEI 5 simile a quella famosa di Pompei del 79 d.C.; ed ancora è stata assunto innaturalmente un limite di deposito da flussi piroclastici (Linea Gurioli) come limite di pericolo; ed ancora non è stata tranciata quella spirale contorta che vede l'edilizia continuamente in fiore in barba a qualsiasi regola di buon senso con lo Stato che addirittura è esso stesso produttore di rischio per non aver esercitato politiche di precauzione in questa plaga a rischio. Non si capisce poi, perché in tanti anni (ventennio), nonostante le discrete risorse impegnate non si sia prodotta alcuna pianificazione d’evacuazione, mentre è stata data enfasi all’ipocrisia degli aggiornamenti e  delle rimodulazioni degli scenari. Dulcis in fundo, il segreto di Stato sui dati geofisici e geochimici del Vesuvio...

Il politico non ha il dono del sapere in assoluto e deve quindi avere a disposizione anche le istituzioni scientifiche che hanno il dovere di illustrare i problemi del vivere fisico su di un mondo dinamico, con una particolare attenzione alla prevenzione delle catastrofi e agli indici di rischio accettabile in assenza di alternative. Le istituzioni però, devono essere luoghi aperti alla politica e ai popoli in pari misura, senza omissioni e senza raccordi eccessivi con i poteri forti che amano l’attualità e il breve periodo piuttosto che gli investimenti sul futuro. Se la scienza diventa ipovedente e smette di essere imparziale, parteciperebbe anche col solo non aprir bocca, alle possibili arroganze di un sistema di comando sociale, che potrebbe decidere in nome di interessi vari, chi deve vivere e chi no.