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martedì 15 febbraio 2022

Rischio Vesuvio e Campi Flegrei: la probabilità eruttiva... di Malko

 



La direttiva del presidente del consiglio dei ministri pubblicata in gazzetta il 12/02/2021, tratta anche il fondamentale argomento ad oggetto l’allertamento delle popolazioni in caso di pericolo. In questo documento si paventa la possibilità di inaugurare quanto prima e dopo un periodo di prova, un sistema di allarme pubblico con tecnologia Cell broadcast, che consentirebbe di far giungere su smartphone e tablet, un messaggio di allerta zonale. L’anonimo destinatario allertato, dovrebbe mettere in atto tutte le misure di autoprotezione presumibilmente già contenute in dettagliati piani di emergenza comunali, ad oggetto uno o più rischi con cui sta convivendo.

In questa direttiva anticipatrice di tecnologia e nuove linee guida, c’è anche un passaggio che va oltre la semplice raccomandazione, e riguarda la necessità, a proposito delle emergenze, di chiarire i limiti scientifici delle previsioni probabilistiche. E poi evidenziare semmai sussistessero le condizioni, i dubbi relativi alla indisponibilità di dati o di misure precise per quantificare e qualificare il pericolo. Non ultimo occorrerà valutare pure le incertezze statistiche e strumentali che bisognerà aggiungere eventualmente ai possibili errori derivanti dall’imprescindibile discrezionalità umana, in quelle che possono essere le valutazioni e le decisioni che si comunicherebbero alle popolazioni, a fronte di un pericolo potenziale, immanente o manifesto.

Anche sul sito web della protezione civile nazionale a proposito del rischio eruttivo è scritto che:<< è bene ricordare che le previsioni di tipo probabilistico, non sono sempre possibili e non per ogni tipologia di fenomeno. Inoltre, queste previsioni sono fortemente condizionate dalla disponibilità di adeguate e numerose serie storiche di osservazioni collegabili all’effettivo verificarsi di eventi. Applicazioni di tipo probabilistico sono possibili solo per alcune fenomenologie che caratterizzano i vulcani attivi in forma permanente, ad esempio l’Etna e lo Stromboli>>.

Che ci sia un’esigenza di fare chiarezza sulle prerogative decisorie della scienza e della tecnica, ci sembra una necessità scaturita all’indomani degli opinabili pronunciamenti della commissione grandi rischi, che nel 2009 ebbe a sottovalutare gli indizi di pericolosità sismica nell’aquilano. Infatti, una settimana dopo il raffazzonato consesso rassicuratorio degli esperti, inviati in loco più per zittire che per chiarire, il terremoto si presentò implacabile (6 aprile 2009) col suo carico di morti.

Nella direttiva richiamata all’inizio sugli allarmi da indirizzare alle popolazioni, viene sottolineata pure la necessità, ai fini della trasparenza, di conservare i documenti da cui si possa evincere il contesto in cui si è operato, ancorché il modus pensandi et operandi che ha determinato quelle scelte che hanno poi acceso le procedure di allarme pubblico. In altre parole, chi assume delle decisioni importanti per la collettività, ne deve dare meticolosamente conto. Il problema tutto italiano è quello che siamo pronti ad infervorarci e puntare il dito sulle défaillance operative, ma poco o niente ci interessa delle omissioni, in alcuni casi eclatanti, ad oggetto la mancata prevenzione delle catastrofi. La prevenzione non è amata dagli amministratori perché per sua natura non produce visibilità e voti...

Comunicare e ancora comunicare la conoscenza e lo stato dell’arte, è dichiarato come dogma dal coordinatore della commissione grandi rischi per il rischio vulcanico, Prof. Francesco Dellino. Il Luminare in un’intervista (gennaio/2021), ebbe a lanciare un accorato appello affinché con umiltà si comunichi moltissimo e a tutti i livelli, da quelli politici alla popolazione, senza nascondere quello che ancora non si conosce. Premessa diremmo importante e democratica, anche se poi l’accademico delude un poco, ma magari è la prassi, quando precisa che egli opera in contesti dove si accendono discussioni a porte aperte seguite poi da discussioni a porte chiuse. La commissione grandi rischi, conclude, comunica con i verbali che contengono le decisioni finali da comunicare all’esterno.

La commissione grandi rischi (CGR), ebbe a sancire proprio con un verbale, che la linea nera Gurioli rappresentava coerentemente i limiti d’invasione dei flussi piroclastici nel vesuviano, per eventi eruttivi sub pliniani (VEI4): tipologia eruttiva quest’ultima, che la stessa commissione aveva classificato come eruzione massima attesa nel breve - medio termine.

La delimitazione scientifica della zona rossa Vesuvio quindi, con i successivi ampliamenti e distinguo e incongruenze di taglio amministrativo made in Regione Campania, è quella tuttora vigente. Le eruzioni pliniane non sono entrate in nessun onere previsionale, letteralmente sparite dall'orizzonte del possibile, perché secondo la probabilità statistica INGV, condivisa dalla CGR, gli eventi VEI5 sono stati classificati improponibili nel computo degli accadimenti possibili al Vesuvio, e da oggi in saecula saeculorum...

In un consesso tenutosi il 10 aprile 2019 presso le strutture della regione Campania, avemmo a proporre alle massime autorità scientifiche e dipartimentali (DPC) settore emergenze, un invito a varare regole per il riordino territoriale nel vesuviano, in ossequio ai principi di prevenzione delle catastrofi. Questa necessità doveva trovare input nella semplice riflessione che, con l’avanzare del tempo secolare, il rischio che un’eruzione del Vesuvio potesse assumere tipologia sempre più potente e invadente, doveva essere tenuta in debito conto dalle autorità comunali e regionali nella pianificazione degli assetti urbanistici nel vesuviano e dintorni. Intervenire oggi per rendere sicuro il domani, doveva essere un atto di prevenzione moralmente dovuto ai posteri, perché col passare del tempo il rischio di una pliniana non potrà più sottacersi. Nella malaugurata ipotesi che tale possente evento dovesse materializzarsi, pure i residenti ubicati oltre l’attuale zona rossa verrebbero travolti dagli effetti deleteri di una eruzione esplosiva. 

Nel contesto urbanistico contiguo alla zona rossa, nella figura sottostante rappresentato come corona circolare di colore arancio, la densità abitativa è in aumento, perché i primi chilometri a ridosso della zona rossa, vengono ritenuti incautamente sicurissimi. Si tenga presente che la legge 21/2003 non consente nella zona rossa 1 la realizzazione di opere residenziali, quindi l'offerta di alloggi, proviene dalla zona rossa 2 e da quella appunto arancio. Col passare dei decenni questi due settori "ammorseranno" con l'edilizia abitativa la zona rossa1, a tutto svantaggio della politica degli spazi e delle prassi evacuative.   


Nel dibattito conseguente la taglia eruttiva futuribile, la direttrice dell'osservatorio vesuviano affermò che da nessuna parte è scritto che il passare dei secoli possa incidere sull’indice di esplosività vulcanica (VEI). Continuando, l’accademica precisò che l’eruzione di scenario (VEI4) sub pliniana, presa ad esame per la determinazione della zona rossa Vesuvio, può essere diversamente rivalutata al rialzo, solo se le ricerche scientifiche che si svilupperanno in futuro porteranno a conclusioni revisioniste. Il trascorrere del tempo (ultrasecolare), secondo l’esperta è da considerarsi ininfluente sulla qualificazione della futura taglia eruttiva…

Avemmo a precisare alla dirigente, che la teoria dell’intensità eruttiva assolutamente slegata dai tempi di quiescenza, imponeva un urgente aggiornamento della letteratura scientifica vulcanologica esistente, visto che nei libri si recita esattamente il contrario. In questa tavola rotonda erano presenti e silenti pure il direttore operativo per il coordinamento delle emergenze del dipartimento della protezione civile nazionale (DPC), e il dirigente coordinatore per le attività di protezione civile della Regione Campania.  

Alla base di una siffatta teoria rivoluzionaria sulla tempistica millenaria delle dinamiche vulcaniche pliniane, forse c'è il lavoro scientifico pubblicato su Science Advances - 12 gennaio 2022, Vol. 8, Numero 2: opera intellettuale di alcuni ricercatori svizzeri e italiani, finanziati dal politecnico di Zurigo. Nel merito, il 25 gennaio 2022 il giornale il Mattino ebbe a lanciare questo titolo: «Vesuvio, la prossima eruzione devastante tra mille anni». Alcuni ricercatori come Francesca Forni, al riguardo ebbe a precisare:<<Sulla base del comportamento del Vesuvio osservato attraverso l’occhio dei granati durante gli ultimi circa 9 mila anni di attività, ipotizziamo che una futura eruzione Pliniana o sub-Pliniana che coinvolge magmi fonolitici, necessiterebbe di almeno un migliaio di anni di quiescenza>>.

Sul giornale della protezione Civile.it del 26 gennaio 2022 viene fornito qualche chiarimento in più su questo argomento con un articolo intitolato: Il Vesuvio si sta facendo una lunga siesta? Al ricercatore italiano che ha partecipato al lavoro scientifico, Dott. Sulpizio dell’università di Bari, è stato chiesto a cosa hanno portato di concreto le ricerche sulla datazione dei granati:<<Visto che l’ultima grande eruzione del Vesuvio potrebbe essere quella del 472 d.C. o del 1631, quello che ci aspettiamo è che per avere una ricarica di questo tipo e quindi un’eruzione di grande volume e intensità devono passare almeno 1000/1500 anni. Quello che non diciamo è che lo stesso valga per le eruzioni di dimensioni inferiori, come ad esempio quella del 1944 è di un ordine di grandezza inferiore a quelle di cui stiamo parlando". C'è stata l’interpretazione sbagliata che alcuni hanno dato della nostra ricerca. Noi ci riferiamo alle eruzioni pliniane, su quelle minori non possiamo affermare nulla. E anche per quelle più grandi non diciamo che non possa avvenire prima un’eruzione, ma che se estrapoliamo il dato del passato sembrerebbe che abbiamo ancora tempo prima che avvenga una forte eruzione del Vesuvio".

Da un punto di vista tecnico e mediatico, se questa teoria della eruzione pliniana che fiorisce a ritmi più che millenari dovesse consolidarsi, diverse generazioni di napoletani che risiedono e risiederanno fuori dalla zona rossa, ovvero arancio nel disegno sopra, potranno tirare un grosso sospiro di sollievo anche per i mutui bancari accesi. 

In questo ragionamento complessivo sugli eventi naturali particolarmente energetici, qualche tempo fa pure l’ex assessore regionale della Campania per la protezione civile, profferì che non bisogna pianificare avendo come visione gli eventi peggiori, altrimenti per le alluvioni dovremmo valutare il diluvio universale, e sarebbe un problema per tutti quelli che non si chiamano Noè. In verità a noi risulta che il diluvio universale sia stato un evento mitologico, e in ogni caso e alla stregua, sono un problema pure le eruzioni vulcaniche per tutti quelli che non si chiamano Efesto…

Premesso che circa tre milioni di abitanti vivono affastellati a tre distretti vulcanici ubicati nella sola area metropolitana di Napoli, i calcoli statistici legati alla probabilità di eruzione andrebbero fatti magari pure su lunghi periodi di quiescenza, ma inevitabilmente su tre vulcani. Allora tutto ciò che riguarda la vulcanologia, acquista nel napoletano una valenza operativa e mediatica di tutto rispetto per le inevitabili ricadute che tali argomenti potrebbero avere sulla sicurezza dei cittadini. Nell’attualità i partenopei sono accompagnati da una quiescenza di 720 anni per Ischia, 484 per i Campi Flegrei e 78 anni per il Vesuvio. 


A dirla tutta e scientificamente parlando, lo stato dell’arte a  proposito del Vesuvio e dei Campi Flegrei è così riassumibile: con buona probabilità prevedono di prevedere 72 ore prima l’insorgenza delle dirompenze vulcaniche: tecnicamente parlando, la incognita probabilistica si raddoppia…

                                                                        di Vincenzo Savarese



domenica 16 gennaio 2022

Rischio vulcanico ai campi Flegrei: IT-Alert... di Malko

 

Anfiteatro di Pozzuoli

L’apprensione a fronte della scossa sismica di magnitudo 2.3 Richter, avvenuta alle 20.37 del 06/01/2022 e altre successive di minore intensità verificatesi nei Campi Flegrei, ha lasciato apprensione tra la popolazione che ha avvertito distintamente alcuni di questi sussulti. Va da sé che in un’area ad alta pericolosità vulcanica dove vige l’allerta gialla (attenzione), i cittadini dopo ogni scossa percepita dai sensi, si chiedono se il pericolo dettato dal sottosuolo vulcanico abbia raggiunto una soglia tale da suggerire un allontanamento preventivo.

Il sindaco di Pozzuoli ha battuto un post dove sostanzialmente accenna al fatto che condivide ansie e preoccupazioni dei concittadini, precisando alcune cose: <<Il terremoto di ieri delle 20:37 rientra in una fase di ripresa di attività del bradisismo che sta in questo momento proseguendo il suo corso… Secondo l’Osservatorio Vesuviano la velocità con cui il Rione Terra e la zona del porto si stanno sollevando è mediamente di circa 12 centimetri all'anno, una velocità raddoppiata rispetto a quella che abbiamo avuto dal 2018 alla metà del 2020… Tra le carte che ho in mano per giocare questa difficile partita, non ho un asso nella manica che mi consenta di eliminare alla radice il problema…So che questo stato di cose potrà proseguire anche nei mesi e negli anni a venire e da questo devo realisticamente partire. Quello che quindi posso fare, e vi assicuro che lo sto facendo con la massima determinazione, è tutto il possibile affinché non siamo colti di sorpresa da qualsiasi tipo di situazione difficile… Non intendo in questo messaggio farvi l’elenco delle iniziative che, su mia richiesta e indicazione, si stanno portando avanti per essere vicini alle esigenze dei cittadini e per essere in grado di fronteggiare qualsiasi situazione ci si possa presentare davanti. Lo farò però a breve perché giustamente molti di voi desiderano essere informati in modo puntuale su questo>>.

La nota del primo cittadino è sicuramente una professione di intenzioni, anche perché nei Campi Flegrei è impossibile carpire elementi di certezza utili per azzardare un pronostico sull’evoluzione del rischio eruttivo che pure c’è.  Se il sindaco puteolano avesse promesso a breve un divieto a rilasciare licenze edilizie nel suo territorio ad altissimo rischio vulcanico, avrebbe dimostrato quel realismo da cui partire, tentando in prima battuta di porre freno a una situazione di pericolo crescente, per il duplice aumento del valore esposto e del pericolo eruttivo legato al bradisismo. Purtroppo neanche a mettersi col decimetro in mano si riesce a monitorare in chiave preventiva l’evoluzione del pericolo che cresce coi millimetri d'innalzamento, perché potrebbero essere cambiate le condizioni a cui richiamarsi per comparazione: una replica dei fenomeni di unrest degli anni ’80 con uguale epilogo benevolo non è garantita.

Quale sia l’origine della misurata ma non rara sismicità che si osserva nella caldera flegrea, rimane a tutt’oggi oggetto di studio e di interpretazione scientifica. Tra le tesi più accreditate c’è quella dell’acqua che circola e si surriscalda facilmente in un sottosuolo naturalmente fratturato (caldera) e interessato da intrusioni magmatiche.

Questi corpi intrusivi riscaldano gli acquiferi innescando quella forza motrice capace di far circolare l’acqua mista a vapore nei primi chilometri crostali interessati da rigonfiamenti dei suoli e da fenomeni di chimismo. Gli scienziati propendono nell’ascesa del magma come la causa principale del bradisismo, di contro altri ritengono il meccanismo legato prevalentemente all’acqua calda e al vapore surriscaldato. In entrambi i casi pare abbastanza assodato la presenza di un corpo caldo a pochi chilometri di profondità che produce conduzione e convezione nelle masse solide e liquide promiscue. Più aumenta il bradisismo, più dovrebbero accentuarsi i fenomeni sismici. In queste condizioni si può giungere pure a un’esplosione freatica imponderabile dal punto di vista delle conseguenze sugli equilibri interni.

Quello che non si spiega bene in questo meccanismo d’innalzamento del terreno, è la fase bradisismica discendente che si sposa male con il fenomeno fisico del corpo intrusivo. Quindi un ruolo importante dovrebbero giocarlo i fluidi. Ovviamente gli scenari potrebbero cambiare se arrivasse nuovo magma dagli accumuli più profondi: l’osservatorio vesuviano però, assumendosi una grande responsabilità, in un pubblico dibattito ha lasciato intendere di avere la tecnologia giusta per cogliere gli eventuali movimenti del magma verso la superficie.

Se la situazione geologica ai Campi Flegrei e al Vesuvio è da una, nessuna o centomila interpretazioni, va da sé che le rassicurazioni filo governative su questo memorabile rischio, possono avvalersi esclusivamente della rete di sorveglianza con operatore che valuta i valori geofisici e geochimici che arrivano in continuo dalla rete di monitoraggio. Gli strumenti esprimono parametri numerici precisissimi: una vera fotografia del momento secondo dopo secondo, ma senza un acino nè di previsione e neanche di tendenza. Le misure quindi si offrono all'interpretazione che va nella sola direzione della probabilità eruttiva.

La probabilità però, è un fattore da maneggiare con estrema cautela, perché per sua natura non offre soluzioni deterministiche anche se sugli scenari eruttivi il metro di misura utilizzato è stata proprio statistico: valga per tutti il caso del Vesuvio, dove l’eruzione pliniana non è stata contemplata nel calcolo delle probabilità di accadimento, e quindi questa tipologia eruttiva è stata totalmente esclusa dai piani di emergenza.

Certi limiti li conoscono bene i decisori tecnici, e scientifici e governativi chiamati a consulto, tant’è che nella recente circolare a cura della presidenza del consiglio dei ministri, viene ribadito che: nella diramazione di allarmi rivolti alla popolazione, bisogna tener ben presente i limiti delle attività di valutazione e decisionali. In particolare, è opportuno dare conto dei limiti scientifici delle previsioni probabilistiche; della latenza, incertezza e/o indisponibilità dei dati, delle misure e delle informazioni; del possibile malfunzionamento e/o disfunzionalità degli apparati e delle reti; del margine di errore derivante dall’imprescindibile discrezionalità delle attività di valutazione e decisionali.

In altre parole bisogna tenere in debito conto gli errori probabilistici e gli errori di valutazione della situazione da parte dei decisori nei momenti clou, in cui devono diramare allerte  nel nostro caso vulcaniche, per attivare e sollecitare l’autoprotezione dei cittadini. Per i Campi Flegrei, il sistema di allerta è basato sui colori e le fasi di autoprotezione sono racchiuse nella fase operativa di preallarme e allarme. Gli errori probabilistici e valutativi possono incidere sui tempi di attesa eruzione, il cui margine superiore e inferiore è rappresentato dal falso allarme e dal mancato allarme.

Livelli di allerta vulcanica

D’altra parte è bene che si acquisisca con contezza il concetto di autoprotezione: all’occorrenza non c’è un’entità esterna alla zona rossa che viene a soccorrere i cittadini magari con ambulanze ed elicotteri. La popolazione è parte attiva nel sistema di protezione civile, e alla medesima è demandato il compito di comportarsi in emergenza secondo le modalità stabilite dal piano di evacuazione, senza improvvisazione e senza lacune conoscitive. Chiunque in caso di emergenza riterrà di sottrarsi alle regole di autoprotezione stabilite dalle autorità competenti (Stato, Regione e Comune), rappresenterà una minaccia per tutta la comunità. Anche se siamo molto critici sulla funzionalità del piano di evacuazione redatto per i Campi Flegrei, finché non ci sarà una revisione occorre rispettarne tutti i contenuti: nei manuali si dice spesso che la cosa peggiore non è non avere un piano di emergenza, bensì averne due. 

Nel discorso complessivo legato alla sicurezza, il dato più sconfortante è quello che non ci sono in cantiere progetti e politiche di prevenzione della catastrofe vulcanica. Il decentramento abitativo dalle aree ardenti, e il miglioramento delle vie di comunicazione, rimangono lo strumento principale per mitigare il rischio vulcanico: argomenti che non sembrano però ricadere nell’agenda politica delle cosiddette autorità competenti.

Come novità nel campo delle iniziative, c’è quello del sistema IT-Alert di allarme pubblico, che può diramare messaggi attraverso canali di comunicazione istantanei «cell broadcast», gestito in autonomia da ciascun operatore nazionale di telefonia mobile, con messaggi ricevibili dalla popolazione direttamente sui telefoni cellulari, smartphone, tablet. Ovviamente se entrerà in vigore tra qualche anno questo sistema che consentirà di allertare selettivamente la popolazione delle zone rosse, compresi i cittadini in transito, sarà il dipartimento della protezione civile a stabilire i contenuti e le condizioni per la diffusione del messaggio di allertamento. Ai livelli di allerta codificati nei piani di emergenza, corrisponde infatti una fase operativa sfociante all’occorrenza, nell'allontanamento volontario (preallarme),se non nell'allarme, dove ai cittadini che ancora permangono nella zona rossa e ai soccorritori, è fatto obbligo di abbandonare l'area senza indugi. 

                                                                        di Vincenzo Savarese



sabato 1 gennaio 2022

Rischio Vesuvio e Campi Flegrei: la comunicazione solonica.. di Malko

 



Il Vesuvio

 

Che i vulcani se non estinti eruttano è una informazione ben nota a tutti, perché contrariamente al passato, la quasi totalità dei cittadini può accedere almeno alla cultura di base e poi a trasmissioni televisive e al web che, con la parola e le immagini, chiariscono abbastanza compiutamente i tratti salienti legati al fuoco astenosferico con tutto ciò che ne concerne.

Trattandosi di un sistema complesso quello delle eruzioni, non ci sono elementi a sufficienza per potersi spingere sul terreno della previsione deterministica dell’evento e della sua portata energetica, che rimane una incognita ancora più difficile da esplorare, con la classe scientifica che in assenza di certezze utilizza il dato delle probabilità per difendere le popolazioni esposte. Il problema che anche la scienza statistica richiede un certo numero di dati che non abbondano…

Il rischio eruttivo che sussiste in Campania è legato non solo alla natura sovente esplosiva degli apparati vulcanici che la caratterizzano, ma anche dal fatto che sono ben tre i distretti in questione, e tutti racchiusi nell’ambito della provincia di Napoli. Trattasi di un territorio che conta oltre 3.000.000 di abitanti, con le prime quattro città napoletane più popolose, Napoli, Giugliano, Torre del Greco e Pozzuoli, che ricadono tutte in zone vulcaniche.

In una intervista di un anno fa curata dall’INGV, il Prof. Dellino della Università di Bari, autorevole membro della commissione grandi rischi (CGR), ebbe ad esprimere tra i tanti, due pensieri che qui vorremmo richiamare:

Qual è “l’insegnamento” sul rischio vulcanico che più di ogni altro vorrebbe che percepissero i suoi studenti dell’Università degli Studi di Bari?

Il rischio è una probabilità. I rischi, di qualsiasi tipo, sono quindi legati al concetto di incertezza che va sempre tenuto conto negli studi e nelle discussioni. Saper fare dell’incertezza un dato scientifico è un passo fondamentale verso la vera conoscenza scientifica dei fenomeni naturali e sociali e verso la capacità di prevedere e prevenire.

Il rischio che incorpora l'elemento probabilistico, riteniamo che sia una condizione a cui si può soggiacere per scelta, per ineluttabilità o anche per calcolo.  Come abbiamo avuto più volte modo di dire, il rischio è senz’altro associato se non a un numero a un valore, che può essere basso, medio, alto o altissimo o addirittura insostenibile. Nel campo della risoluzione del fattore rischio c’è un elemento che concorre al dipanamento del problema: si chiama alternativa. Questa può esserci o non esserci o magari non può essere perseguibile, e va messa sul piatto della bilancia con tutte le motivazioni, in modo che si può propendere per l’accettazione o meno dell’esposizione a un pericolo.

Nell’analisi del rischio concorrono anche altri fattori come quelli culturali, economici, religiosi, ideologici ecc... L’esempio più attuale ci perviene dalla pericolosità del virus meglio noto come Covid-19. Ebbene l’alternativa al rischio di finire in terapia intensiva a pancia sotto con fame d’aria, si chiama vaccino in mancanza di un farmaco efficace. La dose iniettabile a più riprese, anche se non garantisce la preventiva e totale protezione dall’infezione, mitiga in ogni caso gli effetti maggiormente deleteri del contagio, ed è il traguardo del secondo gradino. In questo caso occorre allora che ognuno valuti se accettare il rischio minimale dettato dalla vaccinazione, o in alternativa scegliere di vivere defilato in attesa di una valida cura.

Continuando con gli esempi, in alcune parti del mondo alcuni bambini si cibano recuperando scarti alimentari nelle discariche. Il rischio sanitario che ne consegue per noi è inaccettabile, ma per loro è accettabilissimo perché l’alternativa sarebbe la fame.

Il rischio dettato dai meteoriti o dagli asteroidi è accettabilissimo, non solo perché sono rarissimi questi eventi totalmente distruttivi, ma soprattutto perché non c’è alternativa al pericolo, atteso che tutto il Pianeta è esposto a una siffatta condizione.

I cittadini del vesuviano e del flegreo hanno alternative alla soggiacenza al rischio vulcanico? Anche i più sprovveduti sanno che la risposta è sì. Infatti, nessuno vieta a costoro di trasferirsi di sana pianta in una località fuori dalla zona rossa: certamente l’operazione sarebbe sacrificata, ma metterebbe la parola fine al rischio eruttivo incombente. All’interno della zona rossa Vesuvio, col tempo abbiamo constatato che i cittadini a fronte del rischio eruttivo non sono particolarmente arrabbiati o insofferenti all’inerzia della politica e delle istituzioni, perché si sentono corresponsabili di questa condizione, in quanto pur avendone la possibilità non assumono iniziative di trasloco verso terre meno rischiose.

I cittadini dovrebbero invece valutare che esistono anche strade alternative per mitigare il rischio vulcanico, come ad esempio la realizzazione di arterie a scorrimento veloce, piani di evacuazione non aritmetici, ma soprattutto dovrebbero spingere affinché non s’insedino ulteriori abitanti nelle zone rosse facendo così lievitare il rischio verso una condizione di inaccettabilità: la densità abitativa gioca un ruolo importante nelle situazioni di emergenza. Anche se avessimo la certezza della previsione, e non facessimo null’altro per regolare compiutamente l'allontanamento, il pronostico da solo potrebbe  non bastare.

Nel suo ruolo di componente, Professore, lei è membro della CGR per il rischio vulcanico. Qual è, a suo avviso, l’intervento primario su tutti gli altri per la migliore conoscenza dei vulcani antropizzati? Cosa rappresenta per lei ricoprire questo ruolo?

L’intervento primario deve essere: comunicare, comunicare, comunicare. Comunicare verso la popolazione. Comunicare fra i diversi ruoli tecnici e scientifici dello Stato. Comunicare verso i decisori politici. Comunicare con un linguaggio rigoroso, semplice, comprensibile ed univoco. Comunicare con umiltà verso le popolazioni interessate. Comunicare senza nascondere quello che ancora non sappiamo. Comunicare che per avere uno sviluppo sostenibile e resiliente verso le criticità sanitarie, naturali, finanziarie, ecc. Non c’è un uomo al comando ma un organismo vivente, la Società, che condivide le scelte e gli investimenti. Questo si raggiunge comunicando con chiarezza ed umiltà. Troppo spesso certi “Soloni”, scienziati improvvisati o improvvidi, davanti ad una telecamera o un microfono pensano di esporre le loro teorie personali come “scoop” pseudo giornalistici. Questo porta a mettere in crisi il lavoro di paziente opera sul territorio che chi lavora in questi ambiti, compreso l’INGV, fa ogni giorno.

Il Prof. Dellino riferisce che non bisogna nascondere quello che non sappiamo: verità sacrosanta, anche se non trapela questo auspicabile modus operandi dagli organismi centrali e periferici che a vario titolo s’interessano di geologia, in collaborazione con altre istituzioni che a volte possono avere divergenti scale di priorità o finalità, magari esplicabili nella parte “chiusa” della riunione. 

La previsione di un evento vulcanico è fatto molto complesso, eppure viene offerta come pratica ordinaria con ampi margini di successo. A sostegno di questa confortante tesi, si menzionano super strumentazioni di monitoraggio anche spaziali, capaci di misurare nel flegreo il passo di una formica nel sottosuolo. Il cittadino vuole credere che non potrà esserci quindi eruzione senza preallarme, ma su quanto potrà essere lungo questo preallarme per poi regredire o accentuarsi, non ci sono elementi per determinarlo. Allora è bene ricordare quello che troverete nelle conclusioni al termine dell'articolo, e accettare il concetto che i preallarmi e gli allarmi vulcanici, oggi possono essere di taglio probabilistico con la possibilità intrinseca di qualche errore.

Alla stregua bisognerebbe dire che i dubbi sulla previsione dell’intensità eruttiva, che è il dato che veramente manca per definire i limiti inoppugnabili di una zona rossa, sono stati risolti obliando inopinatamente un’eruzione pliniana (VEI5) dal novero delle possibilità di accadimento. Il consesso di esperti (CGR) ha adottato come eruzione di riferimento per i piani di emergenza la media mediata tra le intensità eruttive, cioè un evento dieci volte inferiore a quello massimo conosciuto (eruzione di Pompei), con la zona rossa circoscritta scientificamente dalla Linea nera Gurioli e poi ampliata amministrativamente dalla regione Campania con ampi spazi di discrezionalità oltremodo discutibili.

Magari bisognerà sfruttare la verve comunicativa del Prof. Dellino, per indurre le istituzioni competenti, grandi e piccole, a definire pure la zona rossa 2 nell’area flegrea, in modo da non attendere all’occorrenza il momento eruttivo per capire chi deve allontanarsi preventivamente dal centro storico di Napoli, onde sottrarsi dalla ricaduta massiccia di cenere e lapilli quale fenomeno che si concretizza in pochi minuti dall'evento.

Sarebbe interessante sapere in nome della menzionata chiarezza comunicativa, quanta importanza e che ruolo ha la camera magmatica superficiale del Vesuvio: è lì la madre di tutte le previsioni eruttive? Vorremmo anche sapere se il passare dei secoli, magari dai due in poi, non incidono sull’intensità eruttiva futuribile, atteso che l’osservatorio vesuviano ha affermato che non è la somma dei secoli la misura al rialzo della variabilità dell’indice di esplosività vulcanica, bensì la ricerca scientifica con le sue novità. Questi elementi offerti in un pubblico dibattito sotto l’occhio vigile della protezione civile nazionale, mastino delle infrangibili verità governative dall'attacco dei Soloni, è un elemento da rendere noto e maggiormente da pubblicizzare, non solo per gli elementi di conforto che contiene, ma anche perchè faciliterebbe di molto il riordino dei territori in chiave di prevenzione delle catastrofi, atteso che sarebbero più circoscritti.

Per concludere è interessante segnalare la direttiva del presidente del consiglio dei ministri (2/2021). Quivi si legge che Le procedure e le attività finalizzate all’allertamento e all’allarme pubblico devono quindi esplicitare, quando e ove possibile, i limiti delle attività di valutazione e decisionali. In particolare, è opportuno dare conto:

a) dei limiti scientifici delle previsioni probabilistiche.
b) della latenza, incertezza e/o indisponibilità dei dati, delle misure e delle     informazioni.
c) del possibile malfunzionamento e/o di disfunzionalità degli apparati e delle reti.
d) del margine di errore derivante dall’imprescindibile discrezionalità delle attività di valutazione e decisionali.

                                                                    di Vincenzo Savarese




mercoledì 24 novembre 2021

Rischio vulcanico ai Campi Flegrei: la zona rossa 2? ...di Malko

 


La dott.ssa Bianco, dirigente dell’osservatorio vesuviano, in una recente intervista ha chiarito che i terremoti a bassissima intensità registrati nei Campi Flegrei, sono legati al fenomeno del bradisismo che nell’area del Rione Terra ha superato gli 80 centimetri. Non c’è nulla da temere nell’immediato, ripete, così come la bassissima energia dei sismi non dovrebbe preoccupare neanche da un punto di vista della staticità degli edifici, soprattutto se questi non sono particolarmente fatiscenti. Chi vive in quest’area, prosegue la scienziata, in ogni caso deve avere contezza del dove vive, e deve essere pronta ad evacuare all’occorrenza, osservando le istruzioni di un piano di emergenza che, assicura, esiste! Quest’ultima affermazione rilasciata come pillola finale non richiesta di verità inconfutabile, forse è frutto dello zelo, ovvero del senso di appartenenza a un’organizzazione (Protezione Civile), più vasta e interistituzionale, che apprezza il sostegno ideologico al sistema. 

La nota pragmatica riassunta nel verbo esiste, forse serve a rispondere ai detrattori del piano di emergenza e di evacuazione flegreo, visto che qualcuno ritiene il documento di base sottostimato per l’assunzione di scenari eruttivi inadeguati alla incognita vulcanica, e qualcun altro è scettico sull’efficacia di un piano evacuativo basato su criteri tutto sommato da esercizio aritmetico disconnesso dalla realtà territoriale. Che ci sia un corposo dossier agli atti chiamato piano di evacuazione a fronte del rischio vulcanico nei Campi Flegrei, non ci sono dubbi ed è depositato nei cassetti comunali da alcuni anni. Che nelle pagine del piano di “allontanamento” siano indicate le migliori soluzioni per mettere in salvo all’occorrenza i 550.000 cittadini che affollano il flegreo, è opinabile ma non per le istituzioni che rifuggono dalle critiche serrando le file. 

La base di partenza per la stesura di un piano di emergenza, è la determinazione delle fenomenologie pericolose che accompagnano l’eruzione, e le zone dove queste energie deleterie per la vita umana possono abbattersi. A fronte del rischio eruttivo, il Vesuvio e i Campi Flegrei hanno molte similitudini legate alla comune indole esplosiva, come ad esempio la concreta possibilità che si generino correnti piroclastiche e da subito una massiccia pioggia di cenere e lapilli. La zona invadibile dalle correnti piroclastiche (R1), viene circoscritta e inquadrata come zona rossa ad alta pericolosità vulcanica. Il settore (R2), invece, appena fuori portata dei flussi piroclastici e in linea con i venti predominanti che soffiano generalmente e statisticamente verso est, per il fatto di essere sottoposto per un buon tratto alla nutrita pioggia di cenere e lapilli, deve essere parimenti evacuato contemporaneamente alla zona rossa fuoco (R1). Nella mappa in basso rappresentante l’area vesuviana, si nota la zona rossa 1 (R1), la rossa 2 (R2) con qualche buco (n.d.r.), la zona blu a nord e quella gialla ad estensione variabile.



I motivi per i quali si deve abbandonare la zona rossa 2 con la stessa velocità di fuga dalla zona rossa 1, sono racchiusi nell'immediatezza del fenomeno di ricaduta dei prodotti piroclastici, che si depositano al suolo con spessori incalzanti di circa 15 centimetri ora, e la cui diffusione nell'aria comporta una perdita di visibilità, il possibile spegnimento dei motori e severe difficoltà respiratorie e agli occhi per il contatto con minuto materiale siliceo: tutti disagi a gravità variabile, soprattutto in danno a vecchi e bambini. 

La pioggia di piroclastiti sul centro storico di Napoli sarebbe preoccupante, calcolando una modesta resistenza dei piatti solai di copertura dei vecchi fabbricati, così come gli accumuli nelle strade che diventerebbero problematici soprattutto nei vicoli, tra l'altro comprendenti a volte abitazioni striminzite ubicate al piano terra e a fronte strada (bassi). 

Il piano di emergenza dei Campi Flegrei parte con una défaillance iniziale dettata dalla mancata determinazione della zona rossa 2 che non potrà fare a meno prima o poi di essere evidenziata, e che inevitabilmente dovrà comprendere il centro storico di Napoli e con esso i quartieri Pendino, Mercato, San Lorenzo e Vicaria, cioè quelli che ospitano la stazione centrale ferroviaria di piazza Garibaldi. Non si capisce allora  la tattica di salvaguardia, atteso che i cittadini di Pozzuoli non in grado di spostarsi con mezzi autonomi, secondo le indicazioni del piano dovranno essere trasportati con bus dai punti di attesa comunali all’area d’incontro individuata a piazza Garibaldi: da lì gli evacuati dovrebbero proseguire in treno per la Lombardia. L’area d’incontro intanto non dovrebbe corrispondere per strategia con un settore (zona rossa 2) a sua volta da evacuare tempestivamente… 

Nella figura in basso con un disegno esplicativo si è assunto a mo' d'esempio un centro eruttivo corrispondente a uno dei fuochi (a est) insiti nell'ellisse calderica flegrea. Nei documenti ufficiali è pubblicizzata la zona rossa 1 e gialla, mentre manca completamente la zona rossa 2.


La prima regola che doveva varare la politica nel flegreo, doveva essere quella di non implementare i fattori di rischio evitando innanzitutto che nelle zone ad alta pericolosità vulcanica, si continuino ad erigere fabbricati ad uso residenziale. Per l’area vesuviana è stata varata la legge anti cemento 21/2003 a firma di Bassolino: disposti in tutti i casi erosi dall’abusivismo e dai tentativi di mitigare le norme a cura di alcune cordate politiche. Per l’area dei Campi Flegrei, solo di recente “scoperta” come zona vulcanica, sul tema del vincolo anti cemento non si notano interessi civici, ma solo quelli affaristici legati alla spianata di Bagnoli: l’area ad altissimo rischio vulcanico offerta alla speculazione edilizia di lusso. Non ci sono politici che perorano degnamente questa causa perché non porta voti: meglio pubblicizzare le piste ciclabili allora, che hanno estimatori trasversali e il pregio racchiuso in un argomento che francamente non impone serrate battaglie intellettuali. 

Il dato da tener presente è che i Campi Flegrei e il Vesuvio sono posti quasi sullo stesso parallelo, forse su un'unica camera magmatica, a una distanza tra di loro risibile al punto che i due distretti vulcanici sono collegati da un servizio ferroviario metropolitano. In questo caso la statistica degli esposti deve fare i conti probabilistici non già con un solo apparato ma con due. 

Nel documentario Sotto il vulcano, trasmesso da Rai 2, si è palesata una buona organizzazione che comunque ad oggi ancora non supera le incognite del sottosuolo dal punto di vista della previsione delle eruzioni, anche se il documento filmato ha avuto il pregio di essere maggiormente pragmatico rispetto ad alcune dichiarazioni alla camomilla rilasciate da esperti del ramo. Oltre all'INGV e alla commissione grandi rischi, nell'entourage tecnico scientifico e amministrativo metropolitano, si contano figure competenti come la direttrice Bianco dell'osservatorio vesuviano, il prof. Rosi consigliere del Comune di Pozzuoli, il sindaco Manfredi di Napoli e Figliolia di Pozzuoli, così come l'assessore comunale alla protezione civile di Napoli, ing. Edoardo Cosenza, veterano del rischio vulcanico. Ebbene, forse è il caso che dette autorità forniscano elementi sulla zona rossa 2 flegrea, atteso che la prima curva di isocarico delle piroclastiti interessa inequivocabilmente il centro storico di Napoli.






 


lunedì 18 ottobre 2021

Rischio Vesuvio: un pericolo dimenticato... di MalKo

 


Foto aerea dell'interno del cono del Vesuvio

Il pericolo eruttivo dettato dal Vesuvio fu “scoperto” sul finire degli anni ’80 con interlocuzioni sull’argomento intercorse tra le principali istituzioni competenti in auge in quel periodo: la presidenza del consiglio col ministro delegato, la prefettura di Napoli, l’osservatorio vesuviano, i vigili del fuoco e la provincia di Napoli.

La prefettura in quegli anni aveva competenze notevoli sulla gestione delle emergenze, innanzitutto perché il pericolo vulcanico rientrava territorialmente nel piano provinciale d’intervento. Il problema della prefettura ieri come oggi, è che non ha una grande memoria storica se non generalista sui rischi naturali che tratta, perché cambiano i componenti che ruotano tra uffici e sedi, e ogni volta con le nuove nomine bisogna ricominciare tutto daccapo, in un contesto in cui le tematiche vulcaniche vengono troppo spesso sopraffatte da molte e più cogenti necessità quotidiane. La prima regola delle prefetture intanto è quella di non allarmare…

In quegli anni e su input del compianto ispettore regionale dei vigili del fuoco, ing. Alberto d’Errico, cercammo di capire che cosa avremmo potuto trovarci di fronte in caso di eruzione. Intanto c’erano alcuni punti fermi da cui partire per procedere a una disanima della situazione qui riassumibile:

  • non è possibile prevedere deterministicamente il momento delle dirompenze vulcaniche;
  • non è possibile valutare in anticipo la tipologia eruttiva della prossima eruzione al Vesuvio        che può avere carattere ultra stromboliano (VEI3), sub pliniano (VEI4) o pliniano (VEI5);
  • non c’è ombrello o barriera capace di proteggere le popolazioni ubicate in zona rossa dagli   effetti deleteri di un’eruzione esplosiva;
  • non è possibile garantire interventi delle squadre di soccorso con eruzione in corso.

Le chance, oggi come allora, in assenza di pratiche di prevenzione strutturali, sono tutte racchiuse in procedure meramente emergenziali: cioè, in caso di allarme vulcanico, occorrerà spostare in tempo rapidi e a una distanza di sicurezza (d), tutti i cittadini della zona rossa, onde sottrarli dal possibile dilagare delle micidiali colate piroclastiche.


by Malko

Nell’odierno la situazione è quella suggerita dalla prima immagine a sinistra (Fig. A): si noti la totale promiscuità della vita umana col pericolo vulcanico. La figura B illustra invece la tattica di salvaguardia vigente, consistente nell’interporre una distanza di sicurezza (d) tra popolazione e fenomeni eruttivi, ma solo nel momento in cui dovesse palesarsi l’approssimarsi di un’eruzione.

La commissione grandi rischi (CGR), sentito l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e valutata la relazione redatta da un consesso di esperti nominati, è stata chiamata un po’ di anni fa a indicare da quale tipologia eruttiva occorrerà difendersi in futuro: notizia indispensabile per definire i limiti della zona rossa e quindi il numero di cittadini da evacuare che dovranno essere spostati dal centro eruttivo alla distanza (d).

Ebbene, la CGR accettò l’indicazione probabilistica sponsorizzato da alcuni ricercatori dell’INGV, tra cui il Dott. Marzocchi, adottando un’eruzione di taglia VEI 4 come evento massimo alla base dei piani di emergenza. Occorre anche dire che i previsori hanno indicato come eruzione probabile un evento VEI3 (ultra stromboliano) mentre una pliniana VEI5 è stata completamente esclusa dal ventaglio delle possibilità. La Commissione Grandi Rischi con motu proprio ebbe ad assumere la linea nera della ricercatrice Lucia Gurioli, come limite scientifico d’invasione dei flussi piroclastici con energie VEI4. Il segmento curvilineo in questione, fu ricavato da rilievi campali.

Rispetto alla vecchia zona rossa formata da 18 comuni, sono state inserite nel perimetro a rischio piccole porzioni di territorio non prima contemplate, come ad esempio quelle orientali delle municipalità napoletane di Ponticelli, San Giovanni a Teduccio e Barra. Di contro ci sono vaste aree comunali che debordano oltre la linea nera Gurioli (mappa in basso) e che andavano liberate da vincoli di alta pericolosità come suggerì lo stesso consesso di esperti a proposito di Torre Annunziata.

Linea nera Gurioli: limite scientifico di scorrimento dei flussi piroclastici al Vesuvio

L’ex assessore alla protezione civile della regione Campania, Ing. Cosenza, in tutti i casi decise di mantenere i confini amministrativi precedenti della vecchia zona rossa (18 comuni) integrati da tutti i territori ricadenti nel perimetro Gurioli con estensione per le new entry fissata dai consigli comunali. L’innovazione che fu introdotta, fu l’instaurazione della zona rossa 2 da evacuare all’occorrenza con la stessa urgenza prevista per la zona rossa 1. La pubblicità battente fu quella che la regione aveva ampliato di molto la zona rossa da evacuare per motivi precauzionali. Pubblicità progresso diremmo…Nella realtà l’ampliamento è stato solo di taglio operativo (evacuazione), ma non preventivo atteso che i comuni di Poggiomarino e Scafati pur aggettandosi verso l’apparato vulcanico ben oltre i limiti orientali della cittadina di Boscoreale, non hanno controindicazioni all’edilizia residenziale, perché sono classificati a pericolosità vulcanica e non ad alta pericolosità vulcanica (legge regionale 21 del 2003).

In termini operativi occorre tener presente che non sono possibili interventi di soccorso con eruzione in corso: ne consegue, che tutto ciò che è possibile fare per salvaguardare i vesuviani, occorre farlo col supporto delle istituzioni competenti ma ben prima dell’evento eruttivo. Con eruzione in corso, qualora non sia stata completata l'evacuazione, eventuali necessità di soccorso dovrebbero confidare soprattutto nell’organizzazione comunale, che non deve essere passiva in un contesto emergenziale di questa portata. Inoltre, non è possibile durante l’eruzione l’impiego di elicotteri per evitare il blocco delle turbine e la ridotta visibilità dovuta alle abrasioni sui plexiglass della cabina di pilotaggio, causate dal silicio (cenere) in sospensione.

Sulla previsione dell’evento vulcanico in tempi più che utili per l’evacuazione, la direttrice dell’osservatorio vesuviano ha espresso il suo totale ottimismo confidando sul fatto che le attrezzature di monitoraggio di cui dispone, sono in grado di cogliere l’eventuale ascesa del magma verso la camera magmatica superficiale con largo anticipo. Il riempimento di questo serbatoio ubicato ad alcuni chilometri di profondità, è ritenuto dalla dirigente il vero indicatore di pericolosità vulcanica. Alla domanda circa la tipologia eruttiva correlabile ai tempi di quiescenza, la Dott.ssa Bianco ha affermato che il perdurare della pace vulcanica, finanche secolare, non incide sulla futura intensità eruttiva. Solo nuovi studi e ricerche possono modificare l’eruzione di riferimento (VEI4), tant'è che se la ricerca non farà passi in avanti, il parametro VEI 4 quale intensità eruttiva massima attesa è immutabile nei secoli…

La mappa sottostante offre una chiara visione della situazione attuale. Come si vede la zona rossa 1 è quella dove è possibile il dilagare di flussi piroclastici. La zona rossa 2 invece è particolarmente soggetta alla pioggia di piroclastiti che potrebbe far crollare i solai piatti e meno resistenti e rendere impossibile la permanenza in zona a causa della sospensione in aria delle ceneri vulcaniche. La zona rossa 1 e rossa 2 sono un unicum da evacuare prima dell’eruzione. La zona a nord del Vesuvio (zona Blu) invece, è quella allagabile dalle acque meteoriche che accompagnano l’eruzione, con ristagni che possono superare anche i due metri di altezza soprattutto nella conca di Nola.


Mappa della pericolosità vulcanica al Vesuvio con le tre zone

In termini di prevenzione siamo lontani dalle esigenze che dovrebbero accompagnare il rischio vulcanico, perché nella zona rossa ma anche nei comuni di Volla e Striano viciniori alla perimetrazione di alta pericolosità, è ancora possibile l’incremento abitativo con normale licenza edilizia. Chi compra casa nelle zone ad est del Vesuvio, deve tener presente che qualsiasi tipologia eruttiva comporterebbe statisticamente la necessità di salvaguardarsi dalla pioggia di cenere e lapilli.  

La cartina sottostante mostra la linea nera Gurioli e in giallo il dilagare dei flussi piroclastici in seno alle eruzioni pliniane (VEI5) di circa 4000 anni fa (Pomici di Avellino) e di circa 2000 anni fa (Pompei). Dalle superfici coinvolti s’intuisce la necessità che non vengano sottovalutate le pratiche di prevenzione delle catastrofi in favore delle generazioni future che popoleranno la plaga vesuviana. Nelle zone VEI 5 non c’è alcuna regola edilizia (non diciamo vincoli ma almeno regole). Di fatto, escludendo una maggiore intensità eruttiva dettata dallo scorrere del tempo, si sta offrendo sponda alla conurbazione nella zona rossa pliniana.


Mappa tratta dalla pubblicazione: Pyroclastic flow hazard assessment at
Somma-Vesuvius based on the geological record di Lucia Gurioli

Nei Campi Flegrei la situazione non è migliore: anzi. Innanzitutto perché vige uno stato di attenzione; poi non c’è un vincolo vulcanico capace di tenere a freno l’edilizia residenziale, e quindi il tempo giuoca doppiamente a sfavore. Di contro non è possibile stabilire in anticipo il centro o i centri eruttivi della futura eruzione. Un’altra nota che crea apprensione, è che bisogna fare i conti con un indice di pericolosità vulcanica che al momento possiamo dire che varia in ragione dell’incremento bradisismico; dato altalenante e vivace, ma soprattutto potrebbe repentinamente cambiare. Anche in questa zona i soccorsi con eruzione in corso non sono possibili.

                                                                 


malkohydepark@gmail.com

domenica 12 settembre 2021

Rischio Vesuvio: in fila per due.

 



Il Vesuvio non esiste più. Ovvero non esiste più il rischio eruttivo che è proprio di questo monte, perché lo scuro ammasso roccioso sorto a strati, è sempre lì con la sua forma conica che svetta e si palesa dalla asimmetrica caldera del possente Somma.  Nelle viscere c’è sempre fuoco magmatico, ma sul vulcano e sul pericolo a cui dovrebbe rimandare, è sceso l’oblio, dovuto innanzitutto all’emergenza pandemica che cattura la totale attenzione dei media e delle popolazioni. La paura dominante in questo periodo, e di finire a pancia sotto nelle terapie intensive. Essendo che la natura umana a fronte della minaccia alla sopravvivenza parte dalle priorità temporali e dalla tangibilità dei fenomeni deleteri, sia nella zona rossa Vesuvio che in quella ancora più enigmatica dei Campi Flegrei, i discorsi dei cittadini e delle autorità cosiddette competenti, scivolano prioritariamente sul virus, sulle vaccinazioni e sul green pass. A dirla tutta, non è che in tempi pre pandemici l’attenzione sull’argomento Vesuvio fosse stata molto più alta…

Molte volte il popolo vulcanico viene spinto a manifestare tutto il suo ottimismo contro i cosiddetti profeti di sventura, alla stregua dei nostalgici emigranti che si ritirano nei loro luoghi natii cantando prose di conforto come quelle:<< basta che ci sta o cielo, basta che ci sta il mare…(Simm'e Napule Paisà)>>. Questo modus pensandi  ben rappresentato nel film pane e cioccolato, non genera alcuna sicurezza dal rischio vulcanico: anzi, lo aggrava.

Certamente un aiuto all’ottimismo lo hanno offerto varie istituzioni come quella universitaria (Federico II) e l’Osservatorio Vesuviano: la prima ha prodotto di recente una video conferenza in cui si annunciava che il pericolo vulcanico è in decrescita, mentre la struttura periferica dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia  (INGV) ha sancito addirittura che non c’è un nesso tra tempi di quiescenza e l’intensità eruttiva, aggiungendo  che la strumentazione disseminata nel flegreo e sul Vesuvio consentirà agli esperti di monitorare all’occorrenza e in tempi utili la risalita del magma in superficie. Queste novità assolute nel panorama vulcanologico, hanno consentito alla dirigente dell’Osservatorio Vesuviano di sottintendere marcatamente che una eruzione nei Campi Flegrei o nel vesuviano non potrà mai cogliere alla sprovvista la popolazione: la previsione quindi, è cosa fatta. Bisognerebbe dirlo pure al presidente della regione Campania, che affermò molto pragmaticamente, che i tempi a disposizione per evacuare potrebbero esserci e potrebbero non esserci...

Uno dei problemi di comunicazione che riguardano questi argomenti nell’odierno declassati all’ultima pagina, e la correlazione tra azione amministrativa e affermazioni scientifiche. Infatti, sancire come ha fatto la responsabile dell’Osservatorio Vesuviano, che il trascorrere dei decenni e dei secoli e fino a quando la ricerca scientifica non sia di diverso avviso, non influisce sulla determinazione energetica dell’eruzione massima attesa, produce accidia nell'azione di governo del territorio. Affermazione quindi non da poco, che consente, generalizzando, agli amministratori pubblici, il cui mandato elettorale generalmente è misurabile in anni e sulle dita di una mano, di tenere manica largo sull'uso espansionistico del territorio da urbanizzare anche in area storicamente vulcanica, declinando così ogni azione utile alla prevenzione del disastro vulcanico, soprattutto in favore dei posteri. Pare che si prediligano invece gli aspetti economici legati al riciclo delle cose che spostano capitali... le case si ricostruiscono. Per comprare una casa in questi settori vulcanici, occorrerebbe avere rassicurazioni per almeno 30 anni di pace geologica: un tempo veramente minimo per recuperare il capitale iniziale investito nell'acquisto di un alloggio, soprattutto se le risorse economiche sono misurate

La classe politica preferisce circuire e rimuginare sui limiti della iniziale e vecchia zona rossa Vesuvio, artefattamente dichiarata allargata, preferendo adoperarsi per rodere i limiti di questo settore dal 2003 inibito all’edilizia residenziale. Una zona questa, permanentemente sotto attacco ad opera degli speculatori dell’edilizia e dei cacciatori di condono. Nei Campi Flegrei poi, non si riesce a varare uno straccio di norma che, alla stregua dell’area vesuviana, vieti le costruzioni finalizzate ad insediare nuove famiglie nella caldera vulcanica, con la conseguenza che lievita  il rischio già oggi insopportabile. Alcuni politici premono per le piste ciclabili, ma molto meno per istituire un vincolo di salvaguardia dal fuoco astenosferico... Nell'imminenza delle elezioni, i candidati a sindaco di Napoli, dovrebbero dichiarare in anteprima nei loro comizi elettorali, quali iniziative intendono porre in campo per affrontare il rischio vulcanico nel vesuviano e nel flegreo e alla stregua nell'ischitano. Magari la stampa potrebbe concorrere con domande appropriate, in quella che potrebbe essere un'opera di chiarezza per favorire l'informazione come strumento assolutamente necessario per l'esercizio della democrazia. 

Stando a quanto si legge è in produzione il film -  in fila per due -, del regista Bruno De Paola, che per un mese si girerà all’ombra del Vesuvio. La trama del film riguarda un paesino alle falde del Vesuvio dove, in seguito a una scossa di terremoto di origine vulcanica, viene attivato il piano di evacuazione col trasferimento degli abitanti del paese verso un altro Comune gemellato. Il protagonista vede l’evacuazione come un’ottima opportunità per allontanarsi dalla gelosissima fidanzata che lo perseguita. Sarà interessante vedere come il mondo cinematografico rappresenterà l’evacuazione dalla zona rossa.

I problemi legati al rischio vulcanico nell’area metropolitana di Napoli sono incentrati innanzitutto sulla impossibilità di determinare il momento eruttivo e l’intensità eruttiva. In quest'ultimo caso capirete che anche se si riesce a prevedere il momento dell'eruzione, il dubbio sulle distanze coperte dagli effetti deleteri delle dirompenze geologiche può essere il principio della catastrofe o della salvezza. D’altra parte molte incongruenze che riguardano i piani di evacuazione, potrebbero prestare il fianco al caos comportamentale dei cittadini che, generalizzando, a volte  sottovalutano interesse e partecipazione, salvo inveire inutilmente a posteriori contro il governo inadempiente... 

domenica 4 aprile 2021

Rischio vulcanico ai Campi Flegrei: la teoria delle teorie… di Malko


Il rischio vulcanico nell’area napoletana per numeri ed energie in gioco è un problema veramente notevole e per molti versi sottostimato: a fronte di una cotale minaccia, le uniche armi che disponiamo sono tutte concentrate nella conoscenza non univoca dei processi che innescano un’eruzione e la possibilità di individuarli e prevederli.

La previsione a lungo termine di un’eruzione non è possibile. La previsione corta e cortissima invece, potrebbe essere un traguardo maggiormente abbordabile ma ricco di incognite che potrebbero fare la differenza tra la corretta predizione e la catastrofe.

Per avere il successo evacuativo occorrerebbe che l’istituto di vigilanza geologica ubicato in piena area calderica, emanasse all’occorrenza una segnalazione di pericolo al dipartimento della protezione civile, che riunirebbe la commissione grandi rischi deputata a valutare la portata delle informazioni ricevute. Le conclusioni di questo comitato ristretto di esperti ai massimi livelli scientifici, sarebbero poste all’attenzione del presidente del consiglio dei ministri, a cui spetta la decisione ultima sull’emanazione o meno dell’ordine di abbandonare la zona rossa flegrea, con tutto ciò che una tale scelta comporterebbe.

Il provvedimento di allarme e quindi la successiva evacuazione dovrebbe concludersi in un tempo limite di 72 ore (tre giorni). Trattasi di un tempo netto però, che non comprende quello lordo necessario per consentire all’equipe scientifica e poi politica di addivenire a una conclusione sul livello di rischio incombente nell’area vulcanica. L’Osservatorio Vesuviano per contratto non è titolato a diffondere direttamente allarmi.

Nel nostro sistema nazionale, il Sindaco è certamente l’autorità locale di immediato riferimento dei cittadini, quello su cui ricadono in prima battuta la maggior parte dei problemi di protezione civile; a seguire il presidente della Regione e poi il dipartimento della protezione civile quale organo connesso alla presidenza del consiglio dei ministri. A dirla in breve, il presidente Draghi è il vertice del nostro sistema nazionale di salvaguardia dai pericoli naturali e indotti dall’uomo, quando per vastità dell’evento si richiede un intervento coordinato di livello nazionale. Il Vesuvio e i Campi Flegrei sono un problema nazionale. Ischia non lo sappiamo ancora perché l’isola non è stata vagliata geologicamente in una misura ufficiale e sufficientemente approfondita da poter teorizzare e prospettare scenari eruttivi futuri.

Quando si utilizza il termine protezione civile, il cittadino in genere immagina prevalentemente operatori volontari dalle divise sgargianti che aiutano ai gazebi; altre volte che spalano fango o gestiscono tendopoli e cucine da campo. In realtà quando diciamo protezione civile e a prescindere dal livello chiamato in causa, intendiamo innanzitutto tutte le attività che afferiscono alla previsione delle catastrofi, alla prevenzione delle catastrofi, e poi alle misure per fronteggiare la catastrofe. In un secondo momento si attivano tutte le iniziative necessarie per il ritorno alla normalità.

Mentre il Vesuvio maestosamente e solo apparentemente sembra immoto e privo di fuoco vulcanico alla stregua dell’isola d’Ischia, i Campi Flegrei hanno sbalzi di umore geologico ben rappresentato dal bradisismo, dai microsismi e dai fenomeni di degassazione che in superficie disperdono molte tonnellate di anidride carbonica e altri gas pestilenziali, al punto che è risultato necessario inibire l’accesso nella zona di Pisciarelli, che sembra essere diventata la canna fumaria del sottosuolo ribollente.

Recentemente in una riunione tenutasi a Pozzuoli sul rischio eruttivo ai Campi Flegrei, il consesso ha visto la partecipazione delle massime autorità amministrative, scientifiche e del dipartimento della protezione civile. Durante l’assise sono circolati messaggi di grandi rassicurazioni, come quello che si riuscirà a monitorare il cammino del magma verso la superficie attraverso la strumentazione multi parametrica dislocata nell’area calderica dall’Osservatorio Vesuviano. Anche il responsabile dell’Ufficio emergenze del dipartimento della protezione civile ha dissipato i dubbi sull’argomento della salvaguardia, affermando che le popolazioni flegree esposte al rischio eruttivo saranno evacuate all’occorrenza molto prima delle dirompenze. L’immagine di una evacuazione con eruzione alle spalle, ha affermato il dirigente dipartimentale, è assolutamente da rigettare.

Nel 2012 alcuni articoli scientifici paventavano il successo di una previsione che era riuscita a prevedere il momento esatto di un’eruzione un’ora prima che si presentasse: un cotale anticipo che noi considereremmo inutile, gli scienziati lo classificarono in quel periodo un grande successo.

C’è poi un lavoro prodotto da alcuni famosissimi esperti della vulcanologia nazionale, report classificato molto confidenziale (nell’attualità forse rimosso dalla rete), che hanno scritto a proposito del sottosuolo flegreo che:<<… la visione d’insieme mostra un reservoir di grandi dimensioni a circa 7-9 km di profondità, che corrisponde assai bene a quello messo in evidenza dalla tomografia sismica dove risiedono magmi a composizione variabile da shoshonite a trachite, e numerosi reservoirs di più piccole dimensioni messisi in posto a profondità variabili fino a meno di 2 km, dove magmi più profondi periodicamente giungono mescolandosi col magma residente e in via di differenziazione. I dati suggeriscono che processi di mixing tra magmi composizionalmente diversi siano continuamente avvenuti a varie profondità nel corso della storia magmatica dei Campi Flegrei, e che in numerose occasioni l’arrivo di magma profondo in una camera magmatica abbia preceduto anche di pochi giorni il verificarsi di una eruzione. In tale visione, la magnitudo dell’eruzione non necessariamente riflette il volume della camera magmatica più superficiale, in quanto più reservoirs a diversa profondità possono essere interessati. Questo sembra essere avvenuto, ad esempio, per l’eruzione di Agnano Monte Spina, la maggiore dell’ultima epoca di attività per intensità e magnitudo. Nel caso di tale eruzione le ricostruzioni petrologiche mostrano una camera magmatica superficiale (2-3 km di profondità), di piccole dimensioni e ospitante magma di composizione fonolitica, invasa probabilmente 1-2 giorni prima dell’eruzione da magma di composizione trachitica e di provenienza più profonda…>>.

Di contro una recentissima conferenza online proposta da esperti della Università Federico II di Napoli ad oggetto sempre il rischio vulcanico flegreo, ha dato spazio a una tesi forse la più tranquillizzante degli ultimi anni, che è quella che la probabilità che si verifichi un’eruzione è la più bassa in assoluta da 500 anni a questa parte e dovrebbe ulteriormente diminuire col tempo. Lo scenario può cambiare prosegue la ricercatrice che ha curato questa edizione online, se arriva magma dal profondo nella camera di alimentazione dei Campi Flegrei. In questo caso si presuppone che il modello di deformazione del suolo cambierebbe notevolmente.

Questa tesi come altre ha la sua dignità propositiva, anche se bisogna notare che nel 2012 è stato dichiarato lo stato di attenzione vulcanica che perdura tutt’ora e che in pratica poco si attaglierebbe a una condizione di pacatezza geologica.

Al Professore Giuseppe Mastrolorenzo, noto vulcanologo dell’Osservatorio Vesuviano (INGV) e importante voce scientifica che spesso dai media ci illustra l’attualità dei distretti vulcanici napoletani, ci sembra naturale chiedere a fronte di numerose teorie, catastrofiste o rassicuranti, quali ipotesi devono essere ispiratrici per l’azione del mondo istituzionale, deputato ad affrontare il complesso nodo della sicurezza nei distretti vulcanici napoletani. Di seguito la risposta…

Il Prof. Giuseppe Mastrolorenzo col cane Zeus

La quantificazione della pericolosità per eventi naturali, quindi della probabilità che un dato evento disastroso si verifichi in un dato intervallo di tempo, presenta sempre gravi criticità per carenze di conoscenze spesso incolmabili. Nel caso specifico del rischio vulcanico nell’area napoletana, comprendente Vesuvio, Campi Flegrei e isola di Ischia, benché siano state riconosciute per ognuno dei distretti vulcanici menzionati numerose decine di eruzioni nelle ultime decine di migliaia di anni, le conoscenze acquisite rimangono assolutamente insufficienti per valutazioni probabilistiche capaci di fornirci la quantificazione della pericolosità per ogni singola classe di eruzione.

Di fatto, le decine di eventi riconosciuti, sono dispersi in un estesissimo intervallo di classi di eruzioni che, per i Campi Flegrei ad esempio, spaziano da piccole eruzioni stromboliane a super eruzioni con differenze di volume di magma eruttato tra i due estremi di oltre diecimila volte.

Un’ulteriore criticità deriva dalla distribuzione estremamente disomogenea nel tempo degli eventi che tendono a concentrarsi in alcuni periodi e a diradarsi in altri. Di conseguenza, qualsiasi valutazione statistica avrebbe l’effetto di mediare sui volumi eruttivi e sui tempi di ritorno in modo inaccettabile ai fini previsionistici. Per tali motivi, il valore del rischio resta arbitrario per le troppe incognite che inficiano un’adeguata valutazione della pericolosità vulcanica. Tuttavia, su tali approcci statistici sono basati i piani di emergenza nazionali, ed in particolare la definizione degli scenari di riferimento e il valore di pericolosità relativo a tale scenario.

A titolo di puro esempio, una ipotetica valutazione del rischio fatta immediatamente prima della super eruzione dell’ignimbrite campana, dopo un lungo periodo di attività rara e modesta, sarebbe stata estremamente tranquillizzante. Di contro, l’evento che stava per verificarsi, si sarebbe rivelato invece il più devastante dell’intera storia geologica dell’area mediterranea.

D’altro canto, verso la metà di settembre del 1538, una ipotetica valutazione del rischio vulcanico, avrebbe suggerito un prossimo evento di portata sub pliniana, analogo a quello previsto dallo scenario attualmente adottato nel piano di emergenza per i Campi Flegrei. Ma tra la fine di settembre e gli inizi di ottobre, si verificò l’eruzione del Monte Nuovo, classificabile tra i minori eventi eruttivi nella storia dei Campi Flegrei, con un volume di magma eruttato, di almeno dieci volte inferiore ad un evento subplinano.

Oltre gli approcci probabilistici, fondamentalmente inattendibili, negli ultimi decenni, abbiamo sviluppato diversi modelli concettuali sui sistemi vulcanici dell’area napoletana e sui processi che potenzialmente potrebbero portare ad una eruzione.

In particolare, per i Campi Flegrei, che al momento destano la maggiore preoccupazione a causa degli eventi bradisismici in atto, quasi ogni mese vengono pubblicati nuovi articoli scientifici sulle maggiori riviste mondiali.

I dati geofisici e geochimici sul sistema vulcanico dei Campi Flegrei, si arricchiscono continuamente, grazie al monitoraggio H24 e alle numerose campagne di indagine di dettaglio. Gli elementi così raccolti sono di pubblico dominio, e lo scambio di dati, informazioni, ipotesi e modelli tra ricercatori e gruppi di ricerca, è sempre più efficace, grazie alle sempre maggiori potenzialità della rete.

La coesistenza di modelli interpretativi sullo stato del vulcano con diverse formulazioni e conclusioni, in merito alla possibile evoluzione a medio e a lungo termine, rivela un quadro di estrema complessità del sistema vulcanico.

Tale complessità comune a gran parte dei sistemi naturali, ha come conseguenza la non prevedibilità dell’evoluzione dei processi, per il coinvolgimento di un elevato numero di variabili, tra loro interconnesse, con relazioni note al più in termini generali. Infatti, le conoscenze del sottosuolo ed in particolare della natura e dello stato del sistema magmatico, e delle sue interazioni con le formazioni geologiche profonde e superficiali, non sono indagabili con dettaglio adeguato alla definizione univoca dei processi fisici e chimico-fisici in atto...

D’altra parte, per la intrinseca imprevedibilità dei sistemi complessi, anche nell’eventualità del tutto ipotetica di poter indagare e monitorare direttamente il sistema vulcanico in tutta la sua estensione, dalla camera e fino alla superficie, resterebbe comunque imprevedibile l’evoluzione del sistema nel breve, medio e lungo termine.

Questo proprio per la natura dei sistemi complessi, la cui evoluzione può differire drasticamente anche per minime variazioni di uno solo degli svariati parametri che influenzano il sistema.

Per tali ragioni, i diversi modelli proposti su quella che potrebbe essere l’evoluzione e la pericolosità vulcanica dei Campi Flegrei, spesso divergono nelle conclusioni, talora più allarmistiche, talora relativamente più tranquillizzanti. I modelli concettuali e fenomenologici pur fornendo un fondamentale supporto alla conoscenza, non possono costituire uno strumento certamente affidabile per i fini di Protezione Civile, e quindi con diretta implicazione sulla sicurezza di milioni di persone.

Di fatto, mentre le posizioni scientifiche di un singolo ricercatore o gruppo di ricerca, restano un semplice contributo alla conoscenza, quelle espresse ufficialmente da istituzioni o commissioni incaricate di fornire scenari agli organi di protezione civile, seppure basate su analoghe conoscenze, ancorché condizionate dai medesimi quanto insuperabili limiti scientifici, costituiscono pareri ufficiali. Tali pareri, con finalità operative e decisionali, pertanto implicano una assunzione di responsabilità per le eventuali conseguenze.

Il fatto che i pareri istituzionali, in genere, rappresentino una mediazione tra le diverse opinioni e i diversi modelli disponibili, non conferisce maggiore attendibilità alle argomentazioni.  Pertanto, la percezione, spesso indotta dalle comunicazioni istituzionali e dai mass-media, che i pareri ufficiali siano frutto di “ipotetiche conoscenze superiori “non opinabili, è priva di fondamento. È vero invece, che i soggetti responsabili, possono rispondere anche giuridicamente per le tesi sostenute.

Per quanto detto, è evidente come, a fronte di ogni valutazione di natura statistica o derivante da pur raffinati modelli scientifici, la gestione del rischio vulcanico debba essere basata fondamentalmente sulla prevenzione, che è garantita esclusivamente da piani di emergenza basati su scenari adeguati, e di tempestiva attuazione anche a rischio di incorrere in falsi allarmi. L’alternativa a un falso allarme è il mancato allarme, che può comportare la perdita di milioni di vite umane. Va da sé, che una scelta di massima tutela della sicurezza implica una assunzione di responsabilità da parte delle autorità governative nell’adozione di decisioni in base alla massima precauzione e non semplicemente sulla base di pur complessi modelli probabilistici o fenomenologici, che per quanto detto, conservano una rilevante arbitrarietà.

A tal fine, sarebbe doveroso da parte dei ricercatori e delle istituzioni preposte, evidenziare sempre, agli organi di protezione civile e alla popolazione, attraverso i mass-media, i limiti sostanziali e attualmente non superabili delle conoscenze scientifiche e della capacità di previsione dei sistemi vulcanici.

Per tali motivazioni, pur avendo svolto personalmente, già da decenni ricerche sulla pericolosità vulcanica al Vesuvio e ai Campi Flegrei, nonché sui processi di risalita del magma, ho ritenuto più opportuno in queste brevi considerazioni, soffermarmi sulle criticità e sulle carenze del trasferimento delle conoscenze scientifiche in strategie di protezione civile. Questo anche in considerazione di quanto abbiamo sperimentato a livello nazionale e mondiale in merito ai piani pandemici.

Di fatto, a fronte delle migliaia di ricerche scientifiche disponibili in ambito di virologia e pandemie, si è sperimentata una pressoché totale impreparazione nell’affrontare almeno le prime fasi decisive della pandemia. In prima battuta infatti, non era probabilmente cruciale una ulteriore conoscenza virologica, ma l’attuazione tempestiva, accurata e diffusa delle comuni procedure di protezione dal contagio, e quindi di un piano pandemico adeguato, efficace e di rapida applicazione, indipendentemente dalla natura del virus e dalla sua effettiva diffusione.

Ringraziamo il Professor Giuseppe Mastrolorenzo per la disponibilità e la chiarezza esplicativa che ci ha consentito di avere le idee più chiare sul grande tema del rischio vulcanico.

A voler tracciare delle conclusioni possiamo così riassumerle: la condizione geochimica e geofisica del vulcano flegreo nelle profondità chilometriche non sono note con una precisione che possa consentire agli esperti di determinare in anticipo l'intensità eruttiva o i tempi di accadimento del fenomeno con precisione. D’altra parte la previsione corta del fenomeno vulcanico non può spingersi a pronosticare l’ora e i minuti e i secondi che mancano alle dirompenze: quindi è il peso antropico che grava sull’area a dettare limiti di incompatibilità visto che il calcolo evacuativo si basa su 72 ore a disposizione. Per l’autorità scientifica una previsione oscillante su più o meno dieci giorni è comunque una previsione azzeccatissima, ma per il piano di evacuazione potrebbe non esserlo…

A fronte delle incognite geologiche, i centri di competenza e la commissione grandi rischi si sono assunti la responsabilità di una proiezione di quelli che potrebbero essere gli scenari eruttivi futuri, congiuntamente a una previsione utile dell’insorgere del fenomeno. In ogni caso resta salva la responsabilità ultima del presidente del consiglio dei ministri nel decidere in quale momento bisognerà premere il pulsante dell’allarme evacuativo.

Non resta che suggerire alle popolazioni dei Campi Flegrei e del Vesuvio, che è forse un errore limitare il loro interesse ai soli aspetti geo vulcanologici, perché lì non ci sono grosse mancanze a fronte delle numerose incertezze racchiuse in questa disciplina scientifica costretta ad operare su orizzonti non visibili. Non può dirsi lo stesso per le tattiche e le strategie evacuative però, che rimangono l’unica strada per mitigare le incertezze sul diritto alla sicurezza, che deve essere corroborato e perfezionato con interventi mirati di prevenzione attiva, spesso riconducibili al riordino territoriale che cammina di pari passo con le prospettive antropiche future.