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domenica 7 aprile 2019

Vesuvio: la VII commissione e i gemellaggi in Campania...di MalKo


Il Vesuvio visto dal mare


L’organizzazione dei piani d’emergenza e di evacuazione a fronte del rischio Vesuvio, prevede che in caso di allarme vulcanico i comuni del vesuviano che rientrano nella zona rossa (R1+R2), devono evacuare portandosi nelle regioni italiane e/o province autonome con cui c’è un’intesa di fondo sui gemellaggi.

Per rendere operativi gli accordi con tutte le regioni, il 09. 01. 2019 il governatore De Luca e il capo del dipartimento della protezione civile Borrelli, avevano chiesto alle amministrazioni comunali interessate, di sottoscrivere i protocolli d’intesa con le regioni deputate all’accoglienza, entro il termine perentorio del 28 febbraio 2019, secondo lo schema qui riportato.

Tavola dei gemellaggi
La VII commissione consiliare della regione Campania però, il 29.01.2019 ha approvato un documento a firma dei consiglieri Oliviero, Amato, Beneduce, Muscarà, e Viglione, ad oggetto “il piano di evacuazione per il rischio vulcanico in Campania e gemellaggi”. Questo documento, in concreto, chiede che la Regione Campania nel dotarsi di un piano di allontanamento della popolazione residente nelle zone rosse a fronte del rischio vulcanico, punti a rivitalizzare e valorizzare le aree interne della Regione Campania.
 La VII commissione consiliare, si legge nel documento, impegna la giunta regionale a:

Sollecitare la convocazione di un tavolo tecnico di confronto presso il Dipartimento di Protezione Civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri, per l’aggiornamento del Piano di Evacuazione dell’ Area Vesuviana, secondo il principio per cui i gemellaggi avvengono all’interno del territorio regionale, al fine di ridurre i centri decisionali per la gestione del rischio, limitare i fenomeni di spopolamento di diverse aree del territorio regionale e favorire, attraverso le intese con i territori interessati, processi sinergici di crescita economica, culturale e sociale, che mitighino, nel contempo, il rischio vulcanico.

A Sollecitare l’applicazione del medesimo principio anche nelle attività di pianificazione di emergenza per il rischio vulcanico in area flegrea.



Ad attuare, parallelamente, un meccanismo d’infrastrutturazione sociale, che informi e formi la popolazione delle zone vesuviana e flegrea dei comuni di accoglienza.

A promuovere l’organizzazione, in via sperimentale, sotto la supervisione ed il coordinamento della Protezione Civile, di una esercitazione che interessi almeno 40.000 cittadini vesuviani, che dovranno raggiungere i comuni di accoglienza, individuati tra quelli delle aree interne soggette a spopolamento e con surplus abitativi.

A fornire, sulla base degli indirizzi e dei criteri generali formulati dal Dipartimento della Protezione Civile, linee guida alle Province di Caserta, Salerno, Benevento ed Avellino, per predisporre aree di accoglienza di breve, medio e lungo periodo.

A sollecitare tutti i comuni ancora inadempienti alla redazione dei “Piani Comunali di Protezione Civile o di Emergenza.



La VII, si legge, <<per addivenire a queste conclusioni, ha svolto un ciclo di audizioni con le associazioni del territorio, per valutare lo stato di attuazione delle attività di previsione e prevenzione avviate in collaborazione con il Dipartimento della Protezione Civile Nazionale relative al rischio vulcanico in Regione Campania per l’area vesuviana e flegrea, nell’ambito delle quali sono emerse alcune valutazioni sulla necessità che i piani di evacuazione prevedano una più stretta sinergia con i territori limitrofi in ambito regionale e con le aree interne>>.

Incominciamo col dire che la previsione dell’evento vulcanico è legata a elementi probabilistici, una sorta di exit poll che finiscono di essere tali solo nel momento in cui una colonna eruttiva avverte che si è raggiunto il 100% del campione previsionale che da statistico diventa reale. Gli strumenti anche di tecnologia spaziale infatti, possono solo anticipare la fase di attenzione, ma non forniscono elementi utili per la risoluzione del problema della previsione deterministica dell’eruzione, non solo nel lungo termine ma anche nel breve periodo.

La difficoltà di una valutazione sul decorso temporale dei fenomeni precursori dell’eruzione è argomento vecchio ma irrisolto. In altre parole, il problema principale che si tenta di risolvere, è quello di riuscire a fornire una previsione di eruzione in tempo utile per avviare la procedura di evacuazione della popolazione a rischio, senza dover fare i conti con i falsi allarmi, o peggio ancora con i ritardati o i mancati allarmi.

Il secondo problema riguarda la determinazione dello stile eruttivo dell’eruzione futura. Purtroppo non è possibile stabilire in anticipo l’intensità eruttiva, se non attraverso calcoli statistici, che a loro volta hanno consentito di determinare i confini della zona rossa (statistica), che altro non è che il territorio su cui si possono abbattere le famigerate colate piroclastiche, e nella zona Rossa 2 grandi quantità di cenere e lapilli.

Se si sovradimensionasse troppo la zona rossa, si avrebbe l’aumento dei tempi di evacuazione col rischio di incappare nell’eruzione. Se invece si sottostimasse la zona rossa, si accelererebbero le procedure evacuative, ma di contro si rischierebbe di lasciare sul posto una certa quantità di abitanti totalmente alla mercé dell’eruzione. Questo significa a proposito della prevenzione della catastrofe vulcanica, che aiuterebbe moltissimo una formula preventiva comprendente un’estensione della zona rossa contemporaneamente a un decremento del numero di abitanti.

Le principali tipologie eruttive del Vesuvio espresse in VEI (Volcanic Explosivity Index). 


L’eruzione che il mondo scientifico ha inteso adottare come scenario di riferimento per delimitare la zona rossa Vesuvio, è quella VEI4. Come s’intuisce anche dalla tabella soprastante, trattasi di un’eruzione mediamente intensa e non quella massima conosciuta (Pliniana). Questo significa che anche col successo previsionale ed evacuativo, l’insorgere seppure poco probabile di un’eruzione di taglia maggiore di quella prevista dal piano, comporterebbe una catastrofe senza precedenti.
Da questa determinazione energetica (VEI4) è scaturita la zona rossa totale i cui limiti cartografici sono meglio evincibili nell’immagine sottostante.

La zona rossa Vesuvio circondata dalla zona gialla e in alto da quella blu.

I livelli di allerta, quelli che determinerebbero il preallarme, cioè la fase di evacuazione spontanea e poi l’allarme con conseguente abbandono totale della zona rossa, in realtà non hanno un incremento temporale uniformemente progressivo; questo vuol dire che potremmo passare direttamente dalla fase di attenzione a quella di allarme senza il livello intermedio su cui contano tantissimo le autorità di protezione civile per ridurre il numero dei vesuviani prima dell’allarme vero e proprio.
Questi preamboli servono a far capire che non ci possono essere tentennamenti aggravati da indecisioni sulla destinazione degli sfollati, qualora si dovesse dichiarare operativa la fase di evacuazione del vesuviano.


La zona rossa nella sua interezza conta circa 700.000 abitanti. La cifra corrisponde alla popolazione di una città come Palermo, o se volete alla somma degli abitanti della provincia di Avellino e Benevento…
La VII commissione consiliare regionale Campania, quella che tratta ambiente e protezione civile, suggerisce che in caso di allarme vulcanico i vesuviani potrebbero essere allocati nella parte interna della regione, in quella dove è particolarmente sentito il problema dell’abbandono dei paesi, dello spopolamento, garantendo così un sinergismo tra procedura evacuativa, territori limitrofi e aree interne che andrebbero ripopolate.

In linea di principio il concetto ha una sua logica, ma intanto oltre che a scontrarsi con i numeri bisognerebbe chiedersi i motivi dello spopolamento delle aree interne. Innanzitutto le cause potrebbero ascriversi al pericolo sismico e al dissesto geologico e agli alluvionamenti che hanno comportato in qualche caso l’abbandono di intere cittadine. Secondo alcuni dati la Campania è la terza regione italiana incalzata dal dissesto idrogeologico soprattutto con la provincia di Salerno.

Ai problemi di origine naturale e poi a quelli storici come l’abbandono dei monti e quelli infrastrutturali che sono proprie di zone montuose e collinari dell’entroterra, qualsiasi progetto di reinsediamento abitativo potrà essere appetibile solo quando verranno incrementate le vie di comunicazioni e quei servizi non solo di primaria importanza che rendono accettabile un perdurevole stanziamento fuori mano.
Il beneventano e l’avellinese sono le due province dove il numero di abitanti è diminuito. Caserta e Salerno godono invece di un discreto indice demografico perché ad occidente confinano col mare quale zona molto ambita e votata anche per il futuro a un maggiore affollamento.

In linea di massima il progetto di poter usufruire di alloggi lì dove le case sono state lasciate per emigrazione di varia natura, anche economica, dovrebbe avere come presupposto di fattibilità la gratuità dell’appartamento o del casolare, perché se non è di proprietà l’abitazione, difficilmente il titolare dell’alloggio potrà avere convenienza a ristrutturarlo privatamente. D’altra parte neanche si può caricare sulle tasche pubbliche una tale iniziativa, perché occorrerà recuperare e mantenere l’efficienza statica e ove occorra antisismica e infrastrutturale e tecnologica delle magioni reintrodotte nel circuito abitativo: in comodato d'uso o proprietà?
Qualsiasi tipo di edificato recuperato all’abitabilità in pianta stabile, necessita poi della buona manutenzione delle strade, assolutamente fondamentali per raggiungere l’entroterra, compreso tutti i servizi di urbanizzazione. Un entroterra che nelle mire dei destinatari del progetto di reinsediamento post evacuazione, potrebbe poi tradursi in una spiccata volontà di insediarsi prevalente nelle due province maggiormente ambite, che sono il salernitano e il casertano. I cilentani con il loro parco,  se dovesse passare il progetto della VII, dovrebbero iniziare a preoccuparsi perché il concetto di entroterra associato a quello di territori limitrofi, è molto politicamente interpretabile…

In tutti i casi la VII ha commesso forse un grave errore mischiando le problematiche dell’abbandono dell’entroterra con il piano di evacuazione della zona rossa Vesuvio, perché i numeri in gioco e i tempi di realizzo di una progettualità reinsediativa pianificata, sono troppo ampi e misurabili a colpi di decenni; quindi occorrono pianificazioni e incentivi e fondi, magari anche europei, traducibili in durate non conciliabili con le esigenze di una pianificazione di emergenza per un rischio che non ha intervalli temporali certi. Diciamo chiaramente che una cosa è il ripopolamento strutturale delle zone interne, e un’altra cosa è il piano di evacuazione che serviva già ieri, e che dobbiamo ringraziare solo la pace geologica se non abbiamo dovuto fare i conti con questa grave mancanza istituzionale volta alla tutela delle popolazioni esposte.

Anche il concetto di aree di accoglienza a breve, medio e lungo termine che si legge nelle indicazioni della settima commissione, non ha un grandissimo senso, perché la differenziazione sui tempi di permanenza in una tendopoli o similare, derivano dalle strutture e infrastrutture a servizio del campo, così come le caratteristiche del circondario e le inclemenze meteorologiche e la stagione e la morfologia dei luoghi. Una tendopoli però, per sua natura in ogni caso è da ritenersi temporanea, nel senso breve del termine. Una roulottopoli per un cotale numero di utenti richiederebbe grandi spazi di parcheggio già in tempi di pace.  Insediamenti preventivi che utilizzino prefabbricati rispetto a un’emergenza che potrebbe presentarsi anche a distanza di secoli, non è proponibile perché i prefabbricati richiedono continua manutenzione.  I tempi dell’emergenza vulcanica e del ripristino delle zone colpite poi, ricordiamolo bene, possono misurarsi ad anni…

Utilizzare le case in muratura abbandonate come seconde case significa accollarsi una spesa non indifferente che graverà su chi le acquisisce a prescindere se trattasi di una amministrazione pubblica o privati cittadini. Certo, il patrimonio edilizio recuperato potrebbe allettare gli interessati magari come case vacanze, ma non c’è una grande richiesta in tal senso per le zone interne, bellissime, ma relegate agli amatori della campagna e delle colline e dei monti e della pace in genere.
Le due province che soffrono di spopolamento sono quella avellinese e beneventana. A conti fatti escludendo Napoli, le altre quattro province hanno un numero di comuni pari a 458. Questo significa ipoteticamente che per ogni comune dovrebbero destinarsi, calcolando solo il 50% degli sfollati del Vesuvio, 764 abitanti per ogni singola municipalità.
dati tratti dal sito tuttitalia.it 

A voler garantire assistenza abitativa alla metà della popolazione di Portici ad esempio, quindi 27.288 abitanti, con il tasso di 764 unità per comune, i porticesi dovrebbero stringere protocolli d’intesa con circa 36 municipalità. Nell’avellinese su 118 comuni 111 hanno cadauno meno di 10.000 abitanti e Avellino (54.353 ab.) ha quasi l’identico numero di residenti di Portici. Nel beneventano su 78 comuni 73 hanno popolazioni inferiori alle 10.000 unità per paese. La città di Benevento (59.945 ab.) ha una popolazione di poco superiore a quella di Portici (54.577 ab.).
Gli elementi sopra riportati dimostrano che qualsiasi aggregazione massiva in ambiti territoriali campani delle popolazioni sfollate, stravolgerebbe gli equilibri sociali ed economici e anche territoriali dell'esistente.

L’errore che si sta commettendo, è quello di aver offerto un ulteriore alibi ai comuni vesuviani per non adempiere alla sottoscrizione dei gemellaggi con le altre regioni italiane. La proposta della VII in tutti i casi è un po' un guazzabuglio, perché  mette insieme la volontà di pianificare gli interventi sul territorio per ovviare allo spopolamento interno, con esigenze di protezione civile che, in nome della prevenzione delle catastrofi, potrebbe contare su soldi e mano libera dagli appigli burocratici, che non porterebbero però a un grande successo antropico strutturato. Per ottenere questo risultato auspicabile, ci vuole l'esca del lavoro nell'entroterra...

La prevenzione della catastrofe vulcanica prevede l'immediata messa in sicurezza dei vesuviani prima che avvenga l'eruzione, collocando velocemente la popolazione  fuori dalla zona rossa. Successivamente o contemporaneamente, si procederà per una destinazione alloggiativa provvisoria o sufficientemente stabile, ma in nessun caso bisognerà ritardare le dinamiche di salvataggio iniziale. 

Non diamo spazio a idee di neocolonialismo regionale, ancorché se non ci sono garanzie di equità tra i cittadini. Facciamo prima i conti e le valutazioni sulle opportunità offerte dall'entroterra, magari anche fuori dal concetto emergenziale come meriterebbe,  e solo in un secondo momento a proposito dell'evacuazione in regione, se tornano i numeri e gli spazi e le volontà e le soluzioni grideremo Eureka!










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