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venerdì 3 luglio 2026

Rischio eruttivo al Vesuvio: eruzione pliniana e dinamiche di potere...di Malko

 

 

Un pò di anni fa per elaborare i piani di emergenza a fronte del rischio Vesuvio, è stato necessario determinare probabilisticamente il tipo di evento che caratterizzerà la futura eruzione. Lo scenario eruttivo fissato dagli scienziati, è stato quello simil sub pliniano VEI4, con esclusione dell'eruzione pliniana (VEI5) dal novero degli eventi  statisticamente possibili per il prossimo secolo.

Warner Marzocchi, geofisico, già ricercatore INGV e oggi professore all’università di Napoli, fornì l’elemento  matematico-statistico chiamato BET (Bayesian Event Tree - Albero degli Eventi Bayesiano), con cui valutare l'evoluzione di sistemi complessi e stimare la probabilità di eventi eruttivi futuri attraverso dati di monitoraggio che si aggiornano di continuo. Il professore approdò alla conclusione che in termini probabilistici l’eruzione massima di riferimento per il Vesuvio poteva confermarsi appunto una sub pliniana VEI4. I risultati che emersero dai tavoli di lavoro, prendendo in considerazione una finestra temporale basata su un periodo di quiescenza dai 60 ai 200 anni, assegnarono all’evento pliniano una probabilità di manifestarsi dell’1%. Contemporaneamente però, negli stessi calcoli adottandi un arco temporale diverso, basato sempre sul limite di quiescenza minima dei 60 anni, ma questa volta senza un limite superiore, l’eruzione pliniana si prefigurò come uno stile eruttivo probabile all’ 11%. (Vedi tabella).

Occorre ricordare che l'estensione della zona rossa, cioè quell’area dove sussiste il pericolo del dilagare delle colate piroclastiche, è strettamente legata come ampiezza all’intensità dell’eruzione, e quindi all’altezza della colonna eruttiva che è un elemento importante che influenza enormemente le distanze orizzontali percorse dai flussi roventi. 


A scegliere definitivamente lo scenario eruttivo fu compito della commissione grandi rischi (CGR), che al termine dei necessari dibattiti adottò e propose ai vertici dipartimentali il calcolo statistico Marzocchi blindandolo, cosa che fecero anche funzionari d’alto rango e politici, accettando con sollievo l’eruzione sub pliniana  VEI4 come il massimo evento eruttivo atteso al Vesuvio. Sarà poi su questa conclusione che sono state elaborate strategie di sicurezza, tutte riconducibili alla stesura del piano d’emergenza nazionale con relativo piano di evacuazione. La decisione sub pliniana fu recepita immediatamente dalla regione Campania (presidente Caldoro), che in tal modo non era tenuta ad estendere il divieto di edificazione (Legge regionale 21/2003) oltre i limiti della vecchia zona rossa. Limiti oggi diciamo ampliati a scapito dell'equità; un processo pianificatorio quello della zonazione, a tratti carico di iniquità…

Da un punto di vista tecnico, il piano d'emergenza Vesuvio è un piano che non prevede operazioni in corso d’eruzione o pericoli diversi e superiori a quello principale: il piano di evacuazione allora, è esso stesso piano d’emergenza.

Le maestranze politiche e istituzionali afferrarono al volo le conclusioni di Marzocchi e altri: la tabella B fu ritenuta confacente alle necessità di tutela per il prossimo secolo e per almeno 2-3 generazioni. La possibilità che si materializzasse un’eruzione catastrofica come quella di Pompei del 79 d.C. venne considerata residuale e quindi obliabile. Un valore numerico quello dell’1%, che ha consentito al dipartimento della protezione civile, una volta archiviato lo scenario peggiore, di mettere mano a un piano di emergenza caratterizzato da risoluzioni operative basate su elementare arrimetica. La filosofia di fondo che trapelava tra i decisori e che oggi è legge, è quella di concentrarsi sul massimo evento credibile e non su quello possibile.

Una commissione grandi rischi (CGR), il cui fare è quello di riunirsi a porte aperte per sentire tutti e tutti i portatori di interessi, e poi a porte chiuse e senza pubblico per discutere e deliberare per sommi capi le conclusioni più delicate. Questo comporta che non si conoscano nella loro interezza i dibattiti tra scienziati, ancorchè difficilmente reperibili nella versione cartacea, secondo formule di riservatezza non sempre comprensibili e forse profondamente condizionate dai fatti che hanno seguito il terremoto dell'Aquila del 2009.

Dal nostro punto di vista, questa metodologia della riservatezza crea un problema democratico e istituzionale rilevante. Quando le decisioni scientifiche hanno un impatto così profondo sulla sicurezza pubblica e sulla pianificazione urbanistica, la linea di demarcazione tra consulenza tecnica pura e decisione politica si fa sottile. Gli scienziati più avanti citati, hanno formalizzato un parere basato sulla probabilità ritenuta più "ragionevole" nel medio termine, portandosi dietro l’indiscutibile effetto pratico di alleggerire un carico pianificatorio altrimenti di difficilissima elaborazione. 

Questa scelta dello stile eruttivo VEI4 suonò bene al settore istituzionale tecnico e politico, perché consentì di obliare il pericolo maggiore che diversamente avrebbe reso necessario introdurre l’intera città di Napoli nella pianificazione evacuativa, con tutto ciò che ne conseguiva anche in termini di estensione del divieto ad erigere manufatti a uso abitativo. Quest'ultimo punto è la vera preoccupazione, generalizzando, degli amministratori pubblici, atteso che la potenzialità di una catastrofe vulcanica in tempi di pace geologica non è percepita dai sensi, e quindi rimane un pourparler senza adrenalina.

La commissione grandi rischi che si riunì per stabilire l’eruzione di riferimento comprendeva esperti di altissimo livello:

  • Prof. Vincenzo Morra (Referente del Settore): Ordinario di Petrologia e Petrografia e Direttore del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università "Federico II" di Napoli.
  • Prof.ssa Lucia Civetta: Ordinaria di Geochimica e Vulcanologia alla "Federico II" ed ex Direttrice dell’Osservatorio Vesuviano.
  • Prof. Pierfrancesco Dellino: Ordinario di Vulcanologia e Geochimica all’Università di Bari e Direttore del Centro di Ricerca sul Rischio Sismico e Vulcanico.
  • Prof. Massimo Coltorti: Ordinario di Petrologia e Petrografia all’Università di Ferrara.
  • Prof.ssa Rosanna De Rosa: Ordinaria di Geochimica e Vulcanologia all’Università della Calabria.

Questi accademici insieme al geofisico Marzocchi, misero a verbale anche sulla scorta della relazione "Scenari eruttivi e livelli di allerta per il Vesuvio", firmata dal responsabile del gruppo di lavoro Macedonio, e dal direttore dell'osservatorio vesuviano Martini, le conclusioni su quella che dovrebbe essere la massima e futura eruzione del Vesuvio. Alfine le concordanze di pensiero approdarono al fatto che, l'evento teoricamente accettato (VEI4), copriva la quasi totalità delle probabilità statistiche cumulative di accadimento, lasciando  fuori solo l'eruzione pliniana VEI5. 

È bene chiarire che la scienza non determina con atti normativi il livello di rischio vulcanico: la scienza infatti, da sola non diventa legge, limitando il suo ruolo a un’azione consultiva anche di primissimo piano a cui e in tutti i casi bisogna tenerne conto.  E’ la politica, e spiccatamente la presidenza del consiglio dei ministri e il dipartimento della protezione civile a decidere sulla scorta delle indicazioni scientifiche ricevute, il livello di rischio accettabile dalla nostra società, soprattutto quando le intensità del pericolo in esame possono caratterizzarsi per crescita esponenziale. 

Il braccio politico nazionale di questa operazione fu il sottosegretario alla presidenza del consiglio (Guido Bertolaso), già Capo del Dipartimento della Protezione Civile. Davanti alle contestazioni di alcuni vulcanologi indipendenti come Giuseppe Mastrolorenzo, in disaccordo con l’eliminazione della tipologia eruttiva pliniana dal calcolo delle possibilità di accadimento, Bertolaso non solo non intese ritornare sull’argomento, ma non nascose neanche la sua contrarietà verso il contestatore minacciandolo di querela per procurato allarme.

Il sottosegretario Bertolaso difese il modello sub-pliniano (allora tarato sull’eruzione del 1631), rifiutando appunto l'inclusione della pliniana negli schemi emergenziali, perché una pianificazione in tal senso poteva essere considerato un irrealizzabile "libro dei sogni", in quanto avrebbe paralizzato la Campania dovendosi inevitabilmente includere Napoli nella pianificazione di emergenza. La sintesi del suo pensiero pare sia stata la seguente:<<Lo Stato non può pianificare l'emergenza basandosi sul rischio zero o sullo scenario peggiore in assoluto (la pliniana). Dobbiamo concentrarci sulla fattibilità logistica dei gemellaggi per l'evento sub-pliniano. Se la natura mostrerà segnali superiori, si gestirà l'estensione dell'emergenza in corso, ma la pianificazione a freddo deve restare confinata a ciò che è gestibile>>. 

Franco Gabrielli (Prefetto, Capo Protezione Civile 2010-2015). Ha partecipato al blindaggio normativo condividendo quell'1% di Marzocchi, liquidando le critiche scientifiche e tecniche con durezza. Sui dissidenti della pliniana si pronunciò così: <<Noi non sappiamo quando il Vesuvio erutterà, ma il Piano Nazionale d'Emergenza deve basarsi su criteri di stringente razionalità scientifica. Molto spesso, invece, in questo Paese si parla di questi sistemi e del rischio vulcanico come se si parlasse al bar dello sport>>.

Anche la Direttrice dell'Ufficio Emergenze del dipartimento della protezione civile portò avanti la stessa tesi, chiamando in causa addirittura un asteroide: <<se dovessimo pianificare per ogni evento teoricamente possibile sulla Terra, io allora vorrei anche un piano di emergenza nazionale per l'impatto di un asteroide. Ma non ce l'ho, perché la Protezione Civile deve pianificare su scenari credibili e gestibili, non su catastrofi totali che azzererebbero qualsiasi possibilità di intervento>>.

Edoardo Cosenza, ingegnere, professore universitario di tecniche di costruzioni,  è stato assessore alla protezione civile della regione Campania nel periodo delle decisioni importanti, contribuendo ad avallare lo scenario VEI 4, liquidando la minaccia di un'eruzione tipo Pompei (VEI5) con una celebre battuta sulla falsa riga dei colleghi:<< se dovessimo calcolare e tenere conto delle grandi catastrofi del passato, allora dovremmo valutare pure il diluvio universale>>. In un'altra occasione aggiunse: e ci sarebbero problemi per tutti quelli che non si chiamano Noè...

La commissione grandi rischi dopo aver valutato che un’eruzione VEI4 era quotata come massimo pericolo possibile, stabilì che i confini della zona pericolosa, ovvero quella dove potevano dilagare i flussi piroclastici, potevano essere rappresentati dalla linea curva (nera) Gurioli. Una linea che seguiva i limiti di deposito dei prodotti delle eruzioni sub pliniane del passato. La raccomandazione della commissione grandi rischi fu quella, ove possibile, di estenderli questi confini: abundans cautela non nocet. Un comune attraversato dalla linea nera anche marginalmente, passava per la totalità dil territori nella lista della zona rossa. Per i comuni new entry  fu quindi necessaria la mediazione dell'assessore regionale alla protezione civile per definire quali parti di territorio i comuni attraversati erano disposti a cedere alla zona rossa di inedificabilità a uso residenziale. 

L’ingegnere fu tra gli artefici principali della nuova zonazione rossa, instaurando una vera trattativa con alcuni comuni tra cui Poggiomarino e Scafati. Poggiomarino fu tentato addirittura di arretrare la linea nera Gurioli, onde liberare l’intero territorio poggiomarinese dai vincoli anti cemento. Il mayor del comune di Scafati invece, disse che:<< il nuovo piano d'emergenza Vesuvio approvato dalla protezione civile rischia di determinare problemi di natura urbanistica per il nostro territorio>>. Cosenza  a fronte delle titubanze comunali, minacciò  di classificare tutto il territorio delle due municipalità inedificabili, se non avessero deciso  in fretta quali porzioni di terreno volevano immolare sull’altare della propaganda dell’allargamento della zona rossa 1. Alla fine Poggiomarino ha ceduto qualche fazzoletto di terreno agricolo e Scafati niente.

Occorre dire che le affermazioni dei protagonosti istituzionali citati in precedenza sono affermazioni non sempre accettabili da un punto di vista della tutela delle popolazioni esposte. Il principio di fondo che invece è emerso dalle politiche di contenimento del pericolo vulcanico,  è che la pianificazione di emergenza deve dimensionarsi su un modello di intervento tarato sullo scenario più probabile o sul massimo evento credibile, e non sul massimo storico conosciuto, al fine di rendere le procedure di emergenza realmente applicabili: un principio che costituisce la spina dorsale della moderna dottrina della Protezione Civile italiana, della serie salviamo il salvabile. Purtuttavia occorre segnalare che il modello matematico del Prof. Marzocchi è uno strumento dinamico e flessibile, mentre le autorità politiche hanno preso i suoi risultati statistici e li hanno "blindati" in modo statico all'interno del piano d'emergenza nazionale. La politica ha così cristallizzato lo scenario VEI4 (sub-pliniana) per renderlo un dogma amministrativo immutabile, ignorando la natura fluida del modello scientifico.

Rimane il grosso problema di fondo che, questa filosofia operativa così determinata e addirittura coraggiosa, nella prevenzione della catastrofe vulcanica ha dimostrato asimmetria politica, timidezza e balbettii. Tutta quella ferrea determinazione usata per blindare il piano di evacuazione su una ipotesi massima VEI4, sparisce quando si passa alle politiche di prevenzione che hanno il difetto di non rendere nel campo del consenso e delle preferenze. Analizzeremo nel prossimo articolo la zona rossa attuale...

                                                                                                            Vincenzo Savarese