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sabato 9 maggio 2020

Rischio Vesuvio: l'eruzione vista da Miseno... di MalKo

Campi Flegrei - Bacoli

Probabilmente gli stranieri ma anche i connazionali di altre regioni che conoscono l’arcinoto Vesuvio, si chiederanno spesso come si faccia a vivere nel raggio d’azione del vulcano esplosivo più famoso della storia. D’altra parte nonostante si sappia che la situazione intorno a questo apparato è alquanto caotica e antropizzata, si dà per scontato che molto è stato fatto per la salvaguardia delle popolazioni, perché la nostra civiltà occidentale garantisce salute e sicurezza, grazie anche a regole che dovrebbero affondare nei principi della elementare prudenza. Quindi, avere per il vesuviano un collaudato piano di emergenza è il minimo auspicabile.

In realtà il piano di evacuazione che è l’allegato più importante del piano di emergenza, è un documento in itinere, mancando ancora di indicazioni operative da parte di alcune ritardatarie municipalità della zona rossa. Quando sarà pronto questo documento che in tutti i casi ha previsto misure di protezione solo per eruzioni medie VEI 4, dovrà poi essere ben conosciuto e diffuso alle popolazioni esposte, in modo che le azioni di salvaguardia consentiranno all’occorrenza di porsi con la distanza guadagnata con l’evacuazione (d), fuori dalla portata dell’eruzione.


L’ipotesi che il Vesuvio possa produrre un’eruzione pliniana (VEI5), alla stregua di quella che si materializzò nel 79 d. C. è stata letteralmente obliata dalla scienza e dai media e dalla politica. I ricercatori hanno generalmente e sostanzialmente annullato la precedente e annosa tesi, che quanto maggiore sarà il tempo di quiescenza tanto maggiore sarà l’intensità eruttiva che verrà. Questa affermazione se non poggia su consolidate basi scientifiche porterà con sé conseguenze dannose per i posteri, che erediteranno da noi risorse e pericoli in un territorio antropizzato oltre misura. Nell’odierno, tale concetto passato per deterministico, intanto offre riparo alle omissive scelte politiche e amministrative che avrebbero dovuto contemplare la necessità di estendere la zona rossa. L'iniziativa avrebbe consentito di dare maggiore spazio alla prevenzione del rischio vulcanico, per evitare di farsi cogliere impreparati dalle imprevedibili energie esplosive del sottosuolo chilometrico.

D’altra parte l’attuale assenza di direttive che vadano nel senso della prevenzione delle catastrofi, sono un elemento che dimostra con gli strumenti della logica che questa teoria della: indifferenza temporale sulla intensità eruttiva al Vesuvio, sia di fatto e nei fatti quella seguita dagli organi preposti. In realtà è talmente formidabile questa notizia, che i giornalisti divulgatori della scienza dovrebbero interessarsene, magari scrivendo sulle riviste specializzate la novella. Una novità che offre una miracolosa e inaspettata  liceità a quanti disattendendo a tutti i livelli l’attuazione di misure di prevenzione del rischio vulcanico, perseverano nel ritenere l'edilizia residenziale il volano inalienabile per la rinascita dell'economia nel vesuviano, anche ai limiti della modesta zona rossa.

Il Vesuvio è un vulcano che ha dato origine nel corso dei millenni ad eruzioni di varia intensità e portata, come quelle minimamente stromboliane che potevano semplicemente dare vita a un fenomeno turisticamente avvincente, ed altre altamente pericolose come quelle pliniane, che pur nella loro rarità hanno letteralmente sconquassato i territori ubicati intorno al vulcano per un raggio di decine di chilometri.

L’eruzione esplosiva del Vesuvio del 79 d.C., un evento di taglia VEI5, fu narrato da un giovane spettatore comasco, che ammirò lo spettacolo dell’eruzione da un’altra area vulcanica non meno pericolosa della prima come quella dei Campi Flegrei. Plinio il Giovane dimorava nella zona di Bacoli, essendo nipote di Plinio il Vecchio, ammiraglio della flotta navale romana stanziata a Miseno. Il giovane scrittore su richiesta dello storico Tacito, narrò dello zio e dell’eruzione, in due epistole: lettera VI 16 - VI 20.

L’eruzione in questione avvenne durante l’impero di Tito. Plinio il Vecchio, ammiraglio della flotta romana a Miseno, stava rielaborando i suoi appunti dopo essersi esposto al Sole e poi bagnato e ristorato. Nel mentre il nipote Plinio il Giovane leggeva alcuni passi di Tito Livio, la madre di quest’ultimo ebbe a segnalare ai due scrittori che una nube insolita scura gravava in direzione est. Plinio il Vecchio notò questa nuvola a forma di pino e decise, da buon naturalista, che occorreva andare in quei luoghi per verificare il fenomeno da vicino. Chiese che si preparasse una liburna, e nel mentre arrivò un biglietto della nobildonna Rectina che implorava il suo aiuto per essere tirata fuori dal lungomare vesuviano devastato dall’eruzione. L’ammiraglio allora, fece mettere in armo alcune quadriremi per portare soccorso alle popolazioni.   



Durante la navigazione, più le navi si avvicinavano al traverso di Ercolano, più sulle tolde cadevano i prodotti dell'eruzione. Alcuni bassofondi non consentirono l’approdo nella cittadina votata ad Ercole: Plinio allora, spronando l’equipaggio che non si sentiva al sicuro, ordinò di procedere senza indugi per la villa di Pomponiano ubicata a Stabia. Su questa riva il naturalista sbarcò e abbracciò il suo amico che attendeva venti favorevoli per prendere il largo con la sua barca già carica. In attesa che le condizioni meteorologiche mutassero, andarono nella villa del senatore dove cenarono e si riposarono in una condizione di terremoti frequenti. La pausa non durò a lungo, perché la pioggia di cenere e lapilli stava bloccando le porte col rischio di intrappolarli. Il gruppetto riparatosi la testa con dei cuscini fissati al meglio con delle fettucce, si allontanò in un contesto di buio vulcanico martellati dai piroclastici di caduta. Aiutati da torce, giunsero in prossimità del mare: l’ammiraglio si distese su un lenzuolo poggiato da un servo sulla coltre di cenere chiedendo acqua. Il terzo giorno dall’approdò, lo rinvennero come dormiente tra i lapilli vulcanici ma era morto. Probabilmente la causa del decesso doveva addebitarsi alla cenere inalata che ricordiamo ha una componente vetrosa e acida molto irritante, e alcuni gas vulcanici che in genere, come l’anidride carbonica e l’anidride solforosa ristagnano al suolo.

Plinio il Vecchio sulla spiaggia di Stabia (dal sito Asciacatascia)

Intanto il giovane Plinio rimasto a Miseno con la madre, dormì poco a causa dei terremoti che poi divennero particolarmente intensi. Madre e figlio titubavano a prendere decisioni e s’interrogarono sul da farsi. Sopraggiunse intanto un amico dello zio che li rimproverò perché tardavano a mettersi in salvo. Alle prime ore del giorno, l’atmosfera opaca che gravava sulla casa tremolante, li spinse ad allontanarsi dal caseggiato dove i carri pur fermi su terreno piano venivano sballottati a destra e a sinistra dai terremoti, addirittura mettendosi in moto. Il mare si ritrasse abbastanza da mettere al secco dei pesci sulla spiaggia oramai più estesa. Dalla parte opposta invece, videro una grande nube nera percorsa da saette che, dopo aver percorso la terra, si adagiò sul mare. Madre e figlio furono invitati ancora una volta a correre per mettersi al sicuro. Usciti dalla casa, lasciarono la strada principale per evitare schiacciamenti e resse. Poco dopo si sedettero per riposare, e a quel punto la cenere li avvolse e con essa la più nera delle notti. La gente che scappava si chiamava tra loro a gran voce essendosi persa in quel buio vulcanico. Il fuoco sembrò correre da lontano nella loro direzione ma poi si arrestò, in un turbinio di polveri cineree che sopravanzarono imbrattandoli, e quindi cercarono di scuotersela di dosso: l’idea che si faceva largo era che sarebbero presto periti. Ritornati nella casa di Miseno, nonostante i sussulti decisero di restare in quel luogo familiare in attesa di notizie dello zio che poi funeste arrivarono...

L’eruzione pliniana del 79 d.C. che devastò il vesuviano, è stata valutata con un indice di esplosività VEI 5. In quei frangenti drammatici, come si evince dagli scritti di Plinio il Giovane, una nuvola di cenere raggiunse anche la zona di Miseno portando una profonda oscurità che accrebbe la paura tra gli abitanti. Occorre dire che tra il centro eruttivo del Vesuvio e Miseno corre una distanza di circa 30 chilometri. I residenti dell’agglomerato urbano localizzato nei pressi della flotta navale romana, fuggirono per sottrarsi all’avanzata di questa nuvola scura che si avvicinava e che scatenò il panico anche per i sismi che scuotevano la terra. I fuochi che sembravano avvicinarsi, ma che poi si fermarono come narra Plinio, potrebbero essere stati degli incendi nelle case distanti causati dai terremoti: le fiamme a seconda dell’intensità della cenere, diventavano più o meno visibili dando l’idea del movimento che in realtà non c’era. Tra i principali effetti del terremoto, quello degli incendi è un danno collaterale abbastanza frequente.

Rimane il dato che a 30 chilometri di distanza è arrivata cenere vulcanica nella direzione opposta  a quella che ha favorito l’introduzione della zona rossa 2 (Est - Sud- Est): quale fenomeno l’ha portata lì? E i terremoti vulcanici al Vesuvio potevano risultare copiosi e intensi anche a 30 chilometri di distanza dal centro eruttivo? Per risolvere questi dubbi ricorriamo alle competenze del Prof. Giuseppe Mastrolorenzo, noto vulcanologo dell’Osservatorio Vesuviano (INGV) che qui chiarisce:

<< Nelle due lettere di Plinio il Giovane a Tacito, è riportata senz’altro la prima descrizione dettagliata di un’eruzione esplosiva di grande portata. Il termine eruzione pliniana, è stato assunto nella letteratura vulcanologica per descrivere gli eventi esplosivi analoghi a quello narrato da Plinio il Giovane, ed è stato utilizzato per descrivere eventi come quello del Monte St. Helens, avvenuto nel 1980 o del Pinatubo del 1991.

Le ricerche vulcanologiche hanno rivelato come la descrizione dell’eruzione del 79 A.D. fosse adeguatamente dettagliata e priva di forzature letterarie. Ciò nonostante resta impossibile verificare con grande attendibilità scientifica alcuni elementi rilevanti dell’eruzione, quali ad esempio la durata e la tipologia degli eventuali fenomeni precursori, nonché l’entità della sismicità associata all’evento eruttivo. Resta inoltre non verificabile l’orario di inizio e la durata dell’eruzione.  
Circa la sismicità in fase sin-eruttiva non esistono evidenze oggettive, ma si può fare riferimento ad eruzioni pliniane analoghe, avvenute in tempi recenti a livello mondiale. In tali casi si è osservata un’attività sismica di magnitudo media, in genere non molto superiore al quinto grado Richter, e solo molto raramente associata a effetti al suolo di grande portata, se non nelle aree immediatamente prossime al centro eruttivo.

Quanto descritto da Plinio il Giovane relativamente al centro abitato di Miseno che sarebbe stato interessato da scosse di notevole intensità (come indicato dallo spostamento di carri), sembrano non compatibili con quelle potenzialmente associate a una possibile crisi sismica con magnitudo non elevate e ipocentri a distanze di circa trenta chilometri.

Per quanto riguarda il passaggio di una fitta nube alla fine dell’evento eruttivo sull’abitato di Miseno, questa è compatibile con l’ultima fase eruttiva del Vesuvio, caratterizzata dalla generazione di flussi piroclastici a bassa concentrazione con fronti di grande spessore e con elevata mobilità che ne consentiva l’espansione radiale fino a distanza dell’ordine di alcune decine di chilometri dalla bocca eruttiva.

Per la bassa densità, la scarsa concentrazione di particelle, la bassa temperatura e la bassa velocità di avanzamento, queste ultime nubi piroclastiche, a parte lo spavento non erano in grado di causare danni o mettere a rischio le comunità nell’abitato di Miseno. Cosa diversa invece, hanno appurato le mie ricerche negli abitati di Ercolano, Oplonti e Pompei, dove i residenti che si attardarono nella fuga morirono all’istante per effetto di temperature comprese fra 300° e 500° Celsius.  A fronte delle numerose ricerche pubblicate sull’eruzione del 79 A.D., restano ancora molte incognite, in particolare proprio sulla sua durata totale e sui precursori che hanno preceduto a medio e a lungo termine l’evento>>.


Ringraziamo il Professor Giuseppe Mastrolorenzo primo ricercatore dell’Osservatorio Vesuviano (INGV) per i preziosi chiarimenti che ci ha fornito.







1 commento:

  1. L'articolo rischio Vesuvio al tempo del coronavirus covid 19 lo trovate qui: https://miscellaneamalko.blogspot.com/2020/03/rischio-vesuvio-al-tempo-del.html
    L'articolo rischio Vesuvio e rischio coronavirus lo trovate qui: https://miscellaneamalko.blogspot.com/2020/03/rischio-vesuvio-e-rischio-coronavirus.html
    L'articolo Rischio Vesuvio e Campi Flegrei: società a rischio Lo trovate qui: https://miscellaneamalko.blogspot.com/2020/04/rischio-vesuvio-e-campi-flegrei-societa.html

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