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giovedì 2 luglio 2015

Rischio Vesuvio: Noè e l'ultima spiaggia...di MalKo



Il Vesuvio da Torre del Greco

Il principale compito della commissione incaricata di provvedere all’aggiornamento dei piani d’emergenza dell’area vesuviana per il rischio Vesuvio, è stato quello di individuare il tipo di eruzione da cui dobbiamo difenderci, perché non è stata assunta quella massima conosciuta per delineare gli scenari eruttivi di riferimento. Interpretare i segnali che ci giungono in superficie da quel mondo sotterraneo dove i magmi si costipano, si muovono e si rinnovano, non è facile per le innumerevoli variabili e interazioni che caratterizzano la chimica e la fisica delle rocce allo stato plastico. Quindi, non solo è difficile prevedere un’eruzione, ma è da vero azzardo stimarne l’intensità eruttiva e con essa il territorio su cui si potrebbero abbattere le fenomenologie vulcaniche più deleterie. 

Alcuni ricercatori dell’INGV con l'avallo della commissione grandi rischi, hanno indicato l’evento eruttivo ultra stromboliano come quello più probabile nel medio termine, mentre il sub pliniano come evento massimo di riferimento.  La possibilità che possa verificarsi un’eruzione pliniana simile a quella che distrusse Pompei nel 79 d.C. o a quella di Avellino che 3800 anni fa sconvolse la plaga vesuviana, è stata letteralmente scartata: il grosso problema è che non ci sono basi deterministiche per farlo… Questa decisione scientifica è stata accettata e condivisa dagli organismi tecnici regionali e dipartimentali.

Il direttore dell'Osservatorio Vesuviano, Dott. Giuseppe De Natale, esclude invece che oggi sia possibile definire i tempi di ritorno di un'eruzione di qualsivoglia tipologia eruttiva; regola che vale per tutti i vulcani in generale ma in particolare per le eruzioni pliniane del Vesuvio. Quelle a noi note infatti, sono in numero talmente esiguo che qualunque analisi statistica ha una significatività estremamente bassa.

Allora, cosa c’è dietro alle politiche di protezione civile applicate agli ambiti territoriali del vesuviano e del flegreo per quanto ci riguarda e abbastanza chiaro, e lo si poteva intuire partecipando al convegno tenutosi nella prestigiosa sede del castello Angioino di Napoli il 29 giugno 2015. Per tutti coloro che si sono persi l’importante dibattito, c’è la possibilità di riascoltare gli esperti attraverso i programmi di radio radicale, a cui va il merito di garantire una puntuale informazione sull’argomento.

Ebbene, secondo le filosofie del Prof. Edoardo Cosenza, figura preminente dell’ultimo quinquennio della protezione civile regionale e nazionale, non si tutelano le persone allargando la zona rossa, ma al contrario bisogna restringerla secondo logiche ottimali; così i falsi allarmi che sono una concreta possibilità in questo campo minato della previsione vulcanica, diventerebbero gestibili riducendo al minimo i rischi intrinsechi allo spostamento delle masse. Il professore chiarisce poi, che bisogna tenere presente gli intervalli legati alla frequenza delle catastrofi, cioè i tempi di ritorno, e su quelli concentrare le politiche di protezione civile e non già sull’evento peggiore che si conosce. Se per esempio volessimo prendere in esame il massimo evento di riferimento nel campo della geologia, aggiunge, dovremmo partire dal super continente iniziale e dalla deriva dei continenti; come eventi massimi poi, apocalisse, estinzione dei dinosauri e diluvio universale, soprattutto per coloro che non si chiamano Noè

Il richiamo a Noè ci torna utile quale esempio di azzeccatissima previsione delle catastrofi… Tra l’altro la previsione proprio perché prevede un fenomeno che ancora non c’è, invisibile e impercettibile, richiede da parte dei destinatari del messaggio premonitore un’assunzione di fede per non vanificare l'efficacia dell'anteprima informativa. La fede laica invece, riguarda la fiducia nelle istituzioni…
L’esempio di Noè si presta bene anche per far capire l’importanza dell’informazione. L’altissimo proprio per bonificare l’ambiente terrestre dai peccatori, rese noto al solo patriarca la previsione del diluvio: non diffondendo quindi la notizia dell’approssimarsi della catastrofe, gli impuri e i corrotti vennero travolti dalle acque.

Le teorie del Prof. Cosenza diciamola tutta non sono il massimo della garanzia ma trovano applicazione nelle situazioni estreme, altrimenti dette da ultima spiaggia… Quindi, diamo per scontato che c'è una condizione critica nel vesuviano, dettata da una miscela comprendente un vulcano esplosivo, previsione incerta del fenomeno, prevenzione zero e 700.000 abitanti arroccati sulla bomba.  Le condizioni estreme oggettivamente sussistono e ci sono tutte… Ma tutti sono inermi al capezzale della prevenzione che nessuno tenta di rianimare.

Il Prof. Cosenza espone poi un altro dato che si collega alla faccenda rischio: le chances che ha la popolazione vesuviana sono racchiuse in una matrice due per due. Cioè, possiamo avere un’evacuazione senza eruzione. Un’evacuazione con eruzione. Un’eruzione con evacuazione. Un’eruzione senza evacuazione. A nostro avviso manca una quinta possibilità dettata proprio dall’incognita VEI (Indice di Esplosività Vulcanica): infatti, un’eruzione al rialzo fuori dalla scala statistica delle probabilità, cioè una pliniana, diverrebbe anche con l’evacuazione preventiva una catastrofe, perché i territori investiti dai flussi piroclastici, sarebbero in questo caso ben più estesi di quelli evacuati. Diciamo allora che l'assunto adottato dal dipartimento della protezione civile e dalla Regione Campania, comporta, nel caso dovesse verificarsi un’eruzione pliniana, il totale fallimento del piano d'emergenza, a prescindere se il fenomeno eruttivo viene previsto o non previsto all'insorgere. Su tutto poi, manca l'informazione corretta e puntuale come strumento attivo di prevenzione del rischio vulcanico... 

In tutte queste disquisizioni il grande assente come accennavamo in precedenza è la prevenzione delle catastrofi. La prevenzione è sinteticamente parlando una sorta di surrogato della previsione. Cioè, se non si riesce a prevedere il fenomeno distruttivo, è possibile almeno mitigarne gli effetti attraverso misure adeguate che nel nostro caso possono avere un’incidenza utile abbassando drasticamente il numero degli abitanti esposti al pericolo e contemporaneamente conformando un piano d'emergenza e d'evacuazione particolarmente efficace. Ritornando a uno dei principi descritti dall’Ing. Cosenza, cioè che le zone rosse devono essere ristrette quando la misura abitativa è grande e sussiste il problema dei falsi allarmi, potremmo intanto sottolineare che la formula inversa apre spiragli, cioè restringendo il fattore (numero) abitanti, si potrebbe allargare la zona rossa Vesuvio.

Per avere un quadro della realtà si guardino le figure sottostanti : la A evidenzia Il cerchio che  rappresenta la linea nera Gurioli, che è quella che delimita in senso deterministico i limiti d’invasione dei flussi piroclastici unicamente per eruzioni di tipo sub pliniano o inferiore. All’interno della linea nera Gurioli ricade poi la vera zona rossa che non consente nuovo edificato a uso abitativo. Appena oltre però si può costruire, come sanno perfettamente molti comuni ai confini della black line che nicchiano: in primis Poggiomarino, Scafati e Napoli...
La figura B invece, rappresenta il limite diciamo pliniano di scorrimento dei flussi piroclastici. Ora, se sovrapponiamo la situazione attuale (A) all’interno del cerchio pliniano (B), avremo la condizione di figura C che mostra tematicamente la prospettiva futura. Una situazione per niente rassicurante, perché si continua ad ammassare palazzi e persone all’interno di quel settore che verrebbe letteralmente travolto da un’eruzione pliniana, che nessun scienziato al mondo già oggi può escludere.
 

La mancata prevenzione delle catastrofi come vedete, allora ha parecchi attori tutti protagonisti, provenienti sia dal mondo amministrativo che tecnico e politico e anche scientifico. Tutti recitano una parte, la stessa parte. Offrendo scenari eruttivi statistici con pochi numeri in colonna, si da corso a una pratica che serve solo agli ingiustificabili per non dare conto ai cittadini, tra l'altro distratti, circa le responsabilità del caos urbanistico che regna sovrano in un'area segnata da agglomerati urbani che gravano sul vulcano dal carattere esplosivo.  

Nelle conferenze a venire chiedete pure ai protagonisti della protezione civile cosa si è fatto nel campo della prevenzione delle catastrofi vulcaniche; e al mondo scientifico chiedete tra quanti anni riterrà che un’eruzione pliniana possa ritornare nelle possibilità eruttive di cui tenerne conto... e agli esperti di politica e di politiche del territorio, chiedete quale condizione urbanistica erediteranno i posteri vesuviani, visto che la futura zona rossa dovrà essere necessariamente allargata, da questa generazione o comunque dall'altra.  Il business sta divorando tutto, compreso la sicurezza dei cittadini che in qualche caso aggirano le regole che sono anche di salvaguardia attraverso l'abusivismo edilizio che non può essere di necessità perchè non è a costo zero. Nessun Tribunale potrà condonare gli abusi in zona rossa senza garanzie di sicurezza e piani d'emergenza adeguati: solo il cinismo della politica potrà farlo.
Al Prof. Cosenza bisogna poi annotare chiudendo, che non si vuole scendere ai primordi della nascita del Pianeta per indicare l’evento massimo da cui difendersi:  i riferimento ce li danno i resti umani  di Ercolano e Pompei che sono ancora lì riversi al suolo sotto forma di scheletri e volumi, quali prede inermi della nube ardente che duemila anni fa precipitò dalle pendici del Vesuvio avvolgendoli… Ecco: sono i poveri resti che ancora impietosiscono i visitatori a fissare i limiti temporali di riferimento delle catastrofi che ancora oggi dovremmo tenere in debito conto...


giovedì 25 giugno 2015

Rischio Vesuvio: l'ospedale del mare in zona rossa... di MalKo




L'ospedale del mare - Ponticelli (Napoli) -

L’Ospedale del mare, il grande nosocomio dell’Italia meridionale ubicato a Napoli nella zona rossa Vesuvio, è stato al centro di notevoli polemiche perché ovviamente lo si poteva costruire in un’area non soggetta all’invasione dei flussi piroclastici in caso di eruzione vulcanica.
Alcune maestranze hanno affermato che pur se ne avessero avuto la possibilità lo avrebbe comunque ricollocato in quella precisa posizione, perché i cittadini del vesuviano hanno diritto ad essere curati così come ad avere altri tipi di servizi quali scuole e tribunali. Più o meno sulla stessa lunghezza d’onda i vertici del dipartimento della protezione civile…
Questa valutazione potrebbe avere una logica politica ma non tecnica, perché chi opera nel campo della sicurezza sa bene che ci sono strutture che hanno un ruolo particolarmente attivo nelle emergenze e quindi rappresentano una risorsa rispetto ad altre che lo sono meno o per niente.
In molti dicono che l’ospedale del mare doveva essere costruito in via argine, nei pressi degli uffici della motorizzazione civile. Non conosciamo le situazioni amministrative e di edilizia che hanno spinto il comune di Napoli e la Regione Campania a valutare una diversa collocazione del nosocomio costruito poi a Ponticelli in piena zona rossa. Non escludiamo però, che una siffatta decisione sia scaturita anche sulla base di tardive considerazioni circa la eccessiva contiguità che avrebbe avuto il mega ospedale nella destinazione iniziale, con la parte industriale orientale di Napoli, che in quei luoghi probabilmente prevedeva e prevede ancora strutture di stoccaggio di carburanti e gas. D’altra parte però, se queste sono le motivazioni per giustificare la posizione attuale dell’ospedale del mare, dobbiamo annotare che indubbiamente in termini di strategia preventiva non è stato fatto il possibile. Non saranno mancati gli strutturisti e i collaudatori al progetto, ma è mancata una elementare valutazione complessiva di ingegneria o architettura ambientale dando così seguito allo scellerato concetto che si dà peso a quello che si costruisce piuttosto che al dove lo si costruisce. Il complesso, vero bunker tutto cemento e ferro, purtroppo ricade in un contesto territoriale poco sicuro perché le colate piroclastiche hanno una capacità insinuativa e distruttiva di prim’ordine…
E’ opportuno precisare che scuole e tribunali, e ancora supermercati e parchi e palestre e piscine e teatri e università e biblioteche e cinema e parcheggi, possono anche costruirsi in zona rossa Vesuvio, ma non si possono seguire tesi indifendibili a proposito di oculata scelta di localizzazione del nosocomio, perché la sua ubicazione in zona ad altissimo rischio non solo priva i soccorritori in caso di pericolo vulcanico di una risorsa primaria, ma addirittura il complesso sanitario si rivelerebbe una pesante zavorra operativa, senza contare le mille incertezze in una situazione di pre allarme. Qualche alternativa del resto c’era…Ancora di più se si analizzano gli spazi da rivalutare e riurbanizzare proprio nel settore orientale di Napoli, dove esistono progettualità residenziali e di servizi molto ampie che si spingono fino ai limiti della linea nera in un settore che è stato completamente avulso dal rischio colate che conta zero fino allo steccato Gurioli.
Il segmento obliquo è la linea nera Gurioli. A destra
il Vesuvio e a sinistra la città di Napoli
Fino a quando non veniva perimetrato il settore vulcanico a maggiore pericolosità attraverso l’adozione della linea nera Gurioli, segmento curviforme e geo referenziato, si giocava spesso sull’equivoco della reale e precisa ubicazione del presidio sanitario del mare: è fuori; è ai limiti; metà e metà; ecc… Il dubbio è stato fugato e sulla cartografia ufficiale è possibile constatare che la struttura ricade interamente nella zona rossa a maggior pericolo vulcanico (figura a lato).
Le politiche di sicurezza richiedono conoscenza e strategie e anche un minimo di fantasia creativa. Per quello che stiamo appurando in termini di pericolosità vulcanica, con la tardiva scoperta che Napoli è una metropoli stretta tra Vesuvio e Campi Flegrei, bisognerà mettere insieme e al più presto, un’equipe di architetti nazionali e magari internazionali, ed esperti di altri rami, per dare vita a un consesso multidisciplinare (magari della comunità europea) capace di tracciare le future linee guida necessarie alla rielaborazione dello sviluppo urbanistico e del riordino territoriale della metropoli partenopea che dovrà attuarsi nei prossimi cento anni: pace geologica permettendo. Non è un auspicio, ma una necessità improcrastinabile che dobbiamo per onestà e umanità assicurare come lascito alle generazioni a venire.

Il mega ospedale dovrebbe essere ricostruito a nord, lontano dai distretti vulcanici, e quello attuale potrebbe essere magari adibito a polo universitario così da strappare alcune facoltà da una eccessiva promiscuità con zone ad altissimo indice di malessere sociale…Contemporaneamente e tra le tante altre cose, bisognerebbe dare impulso alla creazione delle aree atterraggio elicotteri nel vesuviano, per garantire interventi aerei di soccorso sanitario (eliambulanza) che andrebbero ad arricchire i servizi dei presidi stabili. Questo delle elisuperfici è un input sempre disatteso, perché quasi tutti sono convinti che un campetto di calcio sterrato è per sua natura una ideale area di atterraggio elicotteri. In realtà non è così, perché le turbine aspirano e ingurgitano ciò che sollevano, e il rotore nel momento di massima spinta cappotta baracche, panchine a volte veicoli leggeri e in altri casi ancora divella il prato artificiale e lamiere dalle recinzioni.  Tra l’altro molti non sanno che un elicottero dovrebbe decollare e atterrare come gli aerei, perché se tali operazioni le effettua in volo verticale, si pone in una condizione di fuori sicurezza.
Il sentiero di discesa per elicotteri dovrebbe avere questa incidenza per operare in sicurezza.

Quindi, i campetti di calcio con alte recinzioni e con il lato maggiore non in linea con i venti principali, non sono l’ideale per le operazioni aeree, soprattutto se i velivoli operano a pieno carico. D’altra parte non si può pianificare il soccorso indicando genericamente aree non idonee che potrebbero essere usate solo come ultima chances dagli equipaggi chiamati a intervenire in gravi situazioni…Distinguiamo allora aree occasionali da aree pianificate magari con segnale di località a lettura verticale, utile in un contesto di edificato senza soluzione di continuità come quello vesuviano. L’elicottero, in sintesi, può anche atterrare su una cabina telefonica, purché non abbia ostacoli rilevanti sulla direttrice di atterraggio e decollo.

Un piano regionale di elisuperfici multifunzioni dovrebbe essere varato. I comuni che riteniamo debbano dotarsi di strutture d'atterraggio permanente dovrebbero essere innanzitutto quelli che, per conurbazione e posizione e densità abitativa, presentano più di qualche criticità. Rimanendo sulle tematiche di rischio Vesuvio, citiamo sicuramente San Giorgio a Cremano, Portici, Ercolano e Torre del Greco. Ovviamente la problematica dovrebbe riguardare un po’ tutti i comuni che vogliono operare nel senso della pianificazione e che possono intanto individuare e vincolare nei loro piani urbanistici quelle aree che si presterebbero bene per i servizi aerei ad ala rotante. Nel vesuviano si è in linea con i venti dominanti con l’asse cardinale più o meno orientato 06° - 240°…

Portici partì molto bene negli anni ’90 con l’individuazione di due elisuperfici: una sul mare e un’altra a ridosso dell’autostrada in pieno centro. La prima ( ENEA) forse è rimasta agibile e la seconda è stata fagocitata dalla costruzione del maxi casello autostradale Portici - Ercolano. Se non è stato lasciato un serio varco d’emergenza per l’ingresso in autostrada verso Napoli, i porticesi possono ben ascriversi una pianificazione da danno e beffa…



mercoledì 17 giugno 2015

Rischio vulcanico ai Campi Flegrei : deep drilling project e geotermia Scarfoglio...di MalKo


Tempio di Serapide - Pozzuoli

Le operazioni di trivellazione del suolo e del sottosuolo, in mare e in terra, pare siano diventate il business della nuova economia mondiale, con torri perforanti che s’innalzano e s’innalzeranno dai deserti alle coltre polari, dalle tundre ai mari e finanche nelle spianate vulcaniche. Tra un paio di secoli trivelleremo pure i pianeti…Si cerca spasmodicamente petrolio o gas o fluidi caldi o chissà cosa da convertire in calore ed energia sonante… Una necessità è vero, ma non siamo ancora al punto da dover mollare tutte le garanzie di sicurezza.
Il sottosuolo è un ambiente sconosciuto, e in alcune località del mondo le perforazioni in qualche caso hanno causato danni catastrofici, come quelle che nel 2010 caratterizzarono l’inquinamento nel Golfo del Messico, con l’asfaltatura dei fondali marini, o le inarrestabili fuoriuscite di fango bollente a Giava (Lusi 2006). Problemi  si sono avuti pure alle Canarie e in Svizzera e in California e in Emilia Romagna e in altri siti che contano gli effetti diretti e indiretti delle sequenze sismiche provocate dalle trivellazioni e dalla pratiche di reiniezione dei liquidi in profondità.
Anche nel napoletano si è rimesso mano alle trivelle qualche anno fa con un progetto di perforazione profonda della caldera flegrea, che in prima battuta si associava al geotermico, anche se rapidamente e in corso d’opera si trasformò in pura ricerca scientifica. Forse si trattò di un lapsus giornalistico della prima ora…
Stiamo parlando del famoso deep drilling project (CFDDP), che suscitò non poche perplessità in alcuni ricercatori e proteste da parte di diversi movimenti di cittadini che ritennero assurda un’operazione di scavo profondo all’interno di un’area vulcanica e metropolitana come quella di Napoli. Così, il pozzo che doveva avvicinarsi ai 4000 metri di profondità, raggiunta la quota pilota di 502 metri nel ventre tufaceo di Bagnoli, si è fermato per consentire l’analisi del primo carotaggio, ma non si esclude una pausa più lunga del necessario dovuta a un impasse di tipo giudiziario.
Il tentativo corrente offerto anche da una conferenza stampa a tema, sembra quello di riavviare in qualche modo la trivella, o comunque di magnificarne virtù e assenza di controindicazioni, forse per dare forza a un nuovo progetto geotermico da attuarsi nella zona fumarolica di Pisciarelli a ridosso del vulcano Solfatara a Pozzuoli. Praticamente nel punto più stressato del super vulcano flegreo… L’operazione che si profila all’orizzonte si chiama progetto Scarfoglio,  e la consulenza scientifica è offerta dall’amra, un consorzio con nomi molto noti alla scienza e alle istituzioni statali.
I risultati scientifici conseguiti con il pozzo pilota del deep drilling project di Bagnoli (502 mt.), sono stati presentati a palazzo San Giacomo, sede del Comune di Napoli, nel corso di una conferenza stampa dell’INGV napoletano. Non sono pochi quelli che sperano che dallo scavo scientifico emergano alibi sufficienti per spalmare sui suoli contaminati dell’ex italsider palazzi di lusso con vista sul Golfo  calderico… Paradosso? Non scherzava affatto l’assessore regionale Prof. Edoardo Cosenza, quando disse in un recente convegno che le proibizioni edilizie a uso residenziale  valevoli per la zona rossa Vesuvio non valgono automaticamente  per la zona rossa del super vulcano dei Campi Flegrei: occorre una legge ad hoc…
Tra i dati offerti al pubblico, è stato posto in rilievo la scoperta di materiale tufaceo ascrivibile a un’eruzione di 45000 anni fa. Se, come viene scritto altrove, l’attività vulcanica nell’area flegrea è iniziata 60000 anni fa, riteniamo che il minimo che possa accadere carotando in giro per i Campi Flegrei, è di trovare tracce di eruzioni antecedenti o successive a quella famosa dell’ignimbrite campana…Tra l’altro, una buona parte della caldera flegrea è sommersa è non è da escludere che sorprese verranno prima o poi anche dall’ambiente sottomarino.
Un altro elemento che lascia dubbiosi ma probabilmente per difetto interpretativo della stampa, riguarda la scoperta che il bradisismo flegreo dipende un po’ dai fluidi e un po’ dal magma, al 50% dicono…
Emeriti scienziati anche del passato accennavano già a questa caratteristica dei campi ardenti, anche se da una interessante disquisizione del Prof. Giuseppe Luongo, ci è sembrato di capire che non si possa esclude che le forze in gioco all’origine del bradisismo ascendente lascino propendere per un intervento del magma piuttosto che dei fluidi, ovvero con una prevalenza del primo sul secondo. Che il contestatissimo Campi Flegrei deep drilling project con il suo pozzo esplorativo a 502 metri di profondità abbia rivoluzionato, come tuona in questi giorni la stampa, le conoscenze sulla caldera flegrea e sulle dinamiche del bradisismo, ci sembra un’affermazione forse un po’ eccessiva. Leggiamo infatti, da una pubblicazione del 2009 del Prof. Benedetto De Vivo, che il bradisismo è un fenomeno ampiamente studiato… Su un’autorevole rivista scientifica poi (amraGiovanni OrsiAldo Zollo), si cita che la caldera flegrea è stata indagata in dettaglio negli ultimi 30 anni attraverso perforazioni profonde (1 - 3 Km.), studi tomografici basati su dati di terremoti locali e telesismi, indagini gravimetriche e magnetiche, misure di temperatura in profondità e di flussi di calore in superficie. Immagini ad alta risoluzione della struttura calderica, sono state ottenute dall’analisi di dati di sismica a riflessione acquisiti durante l’esperimento SERAPIS nel 2001, supportate dalla nave oceanografica Nadir dell’ifremer e dall’installazione di più di 60 sismometri da fondali marini nelle baie di Napoli e Pozzuoli >>. Potremmo continuare con l’analisi delle perforazioni profonde e meno profonde dell’AGIP e di ENEL che si contano a diecine per poi passare ai satelliti e a tutte le altre tecnologie applicate in loco…
Certamente le trivellazioni sono un elemento pragmatico dello studio del sottosuolo della caldera flegrea con la sua struttura particolarmente complessa e dinamica. Il carotaggio però, consente di conoscere ciò che prospetticamente si vede dal buco della serratura ma non nelle stanze accanto come dimostra appunto il ritrovamento di tufi mai prima censiti… La caldera flegrea racchiude diverse decine di bocche eruttive e come dicevamo è in parte sommersa. La complessità del sottosuolo in siffatta area richiede sicuramente uno studio continuo e approfondito e quindi meritevole di finanziamenti mirati. Trattandosi di un territorio densamente abitato e metropolitano però, sede anche di importanti strutture viarie e ferroviarie, bisognerebbe privilegiare sistemi di esplorazione necessariamente indiretti, non solo per tenere alto il famoso principio di precauzione, ma anche perché lì dove ci sono agglomerati urbani  non è consentito dalla legge apportare modifiche artificiali a un sistema naturale che racchiude pericoli imprecisabili dettati da un sottosuolo sotto stress, con presenza di fluidi allo stato critico e supercritico.
Per quanto riguarda la stazione avanzata di monitoraggio installata nel pozzo pilota ubicato lì nel sottosuolo tufaceo di Bagnoli, questa coglie e coglierà anche i sommovimenti micrometrici, probabilmente consentendo di avere elementi meno perturbati su cui elaborare teorie endodinamiche. Difficilmente però, questi dati sui microsismi potranno essere definiti concreti elementi di previsione delle eruzioni flegree, perché nella zona i movimenti del suolo in realtà si contano a metri, e le scosse sismiche a migliaia durante le fasi acute di sollevamento. Segnali anche vistosi che potrebbero non approdare a un’eruzione, ma fenomeni certamente capaci di minare nel concreto la statica dei fabbricati.
Il deep drilling project, ovvero il progetto di perforazione profonda in zona calderica (Bagnoli), non ebbe il nulla osta dal sindaco d’allora, Rosa Russo Iervolino, e solo con l’avvento del successore è stato possibile perforare almeno il pozzo pilota (502 metri).
Oggi in Campania il problema delle perforazioni si pone in modo piuttosto serio, perché sono stati dati permessi (iter in corso) per lo sfruttamento geotermico dei fluidi caldi sia per l’isola d’Ischia, che per il settore occidentale e orientale dei Campi Flegrei con i progetti Forio, Cuma e Scarfoglio.
Certamente l’idea di collocare una centrale geotermica a ridosso della Solfatara di Pozzuoli è interessante in termini di strategia commerciale e rispetto del paesaggio. In questa zona ci sono i fluidi più caldi, e ciò che potrebbe fuoriuscire dalla centrale geotermica sarebbe sostanzialmente ciò che fuoriesce dalla Solfatara, il che non farebbe temere impatti ambientali dalla direzione dei venti, così come la eventuale sismicità indotta dalle trivelle e dalle rieiniezioni dei fluidi sul fondo del cratere sarebbe difficilmente discriminabile dai normali microsismi che interessano quella zona in particolare.

La Solfatara - Pozzuoli

Il problema principale è rappresentato dalle incertezze circa i possibili squilibri che si causerebbero a un sistema complesso e stressato come quello che caratterizza il sottosuolo flegreo, tra l’altro parliamo di un territorio che vive una condizione di bradisismo ascendente e un livello di allerta vulcanica in una fase di attenzione.

Con questo non si vuole dire che si ha la certezza che le perforazioni creino problemi di sicurezza diversi da quelli di cantiere; si vuole semplicemente affermare che se sussistesse questa possibilità anche minima, non è possibile accrescere artificialmente il rischio a un’area che di rischio sismico e vulcanico ne somma a sufficienza, tra l’altro in una condizione oggettiva di urbanizzazione spiccata e senza piani territoriali di protezione civile.
Nella valutazione del rischio poi, visto che una centrale geotermica richiede come nel caso in esame reiniezione dei fluidi con pratica non occasionale, il rischio di squilibrio nel sottosuolo si manterrebbe nel tempo con una certa indeterminatezza dovuta alle interazioni date da un sottosuolo in evoluzione. Soprattutto nella zona di trivellazione dei pozzi che ricadono nella zona Solfatara – Pisciarelli, dove dal 2006 si sono segnalati aumenti di temperatura e dei flussi delle emissioni fumaroliche.
Nell’analisi del rischio bisogna contemplare le caratteristiche territoriali per una misura in senso estensivo almeno pari alla distanza ricopribile dagli effetti delle energie che potrebbero rilasciarsi dalla sorgente emettitrice artificiale. In tutte le disquisizioni sul rischio poi, un ruolo fondamentale lo giocano le alternative che molte volte non vengono prese in considerazione perché più costose.
E’ chiaro che le uniche zone dove i fluidi presenti nel sottosuolo hanno temperature significative al punto da rendere interessante uno sfruttamento geotermico, sono quelle in Toscana, Tirreno Meridionale, Ischia e Campi Flegrei e il Canale di Sicilia. E’ altrettanto chiaro che gli impianti di sfruttamento terrestre hanno meno costi di esercizio rispetto a quelli ubicati in mare, così che l’Amiata, Ischia e i Campi Flegrei, sono probabilmente le zone più appetitose per il geotermico italiano.
L’area di Larderello è molto sfruttata e gli abitanti sono in subbuglio e tutt’altro che convinti dell’impatto zero del geotermico soprattutto con tecnologia non a circuito chiuso: rimane allora quella ischitana e flegrea da esplorare. Purtroppo o per fortuna, nel nostro caso quelle meridionali sono anche tra le zone più belle d’Italia e tra le più urbanizzate e con un flusso turistico di tutto rispetto. Al momento alternative alla produzione di energia elettrica ce ne sono e quindi dovrebbe essere preferibile non correre alcun rischio tra l’altro in una zona (Campi Flegrei) che registra parametri di alterazione geochimica e geofisica con punte localizzate soprattutto nella località Scarfoglio dove s’intende procedere con le trivellazioni per la realizzazione di tre pozzi emungitori, e due di reiniezione dei liquidi.
Il comune di Pozzuoli ovviamente dovrebbe avere un ruolo di vigilanza in questa faccenda visto che il progetto Scarfoglio dovrebbe attuarsi sui territori puteolani, e ci si augura che oltre all’accordo collaborativo con l’INGV, sia garantito innanzitutto il diritto all’informazione, pubblicizzando l’impegno geotermico in loco.
Nella relazione d’impatto ambientale prodotta dall’amra a firma del Prof. Paolo Gasparini, si legge che:<< l’attività sismica associata alle applicazioni geotermiche che è tipicamente di bassa energia (M< 3), è la risultante di differenti effetti, come l’iniezione e l’estrazione di fluidi che producono variazioni dello stress statico, sia per l’effetto della pressione di poro che per l’effetto dello stress termico…>>. Per quanto riguarda l’interferenza con il sistema vulcanico, Gasparini afferma che << non ci sono osservazioni o modelli collaudati in proposito e che, in linea teorica, poiché l’attività geotermica sottrae energia al sistema vulcanico, potrebbe semmai essere considerata stabilizzante allontanandola dal punto critico (eruzione)>>.
Gli aspetti delle trivellazioni napoletane è possibile dividerli in due filoni. Uno riguarda la zona (Bagnoli) dei Campi Flegrei, dove permane la possibilità  che il progetto scientifico (deep drilling project) di perforazione profonda riprenda vigore. Questo progetto non è stato soggetto a valutazione d’impatto ambientale (VIA), che d’altra parte dovrebbe essere un processo di garanzia e di sicurezza a prescindere dalle finalità della trivellazione. E’ particolarmente interessante rilevare che proprio il direttore del deep drilling project chiarisce che non c’è bisogno di valutazione d’impatto ambientale perché il progetto è di semplice carotaggio, e non comporta alcun prelievo o immissione di fluidi, quindi non può assolutamente turbare gli equilibri idrologici e di sforzo nel sottosuolo. L’annotazione è di rilievo…  Nei documenti d’impatto ambientale che riguardano il progetto Scarfoglio invece, ci sembra di cogliere elementi di garanzia per considerazioni opposte, cioè le operazioni si attuerebbero solo negli strati superficiali (1000 metri) sostanzialmente asismici e non nel profondo...

Le centrali geotermiche che sfruttano i fluidi caldi operando nell’ambito dei mille metri di profondità con un ciclo binario, cioè chiuso, pare che siano quelle più affidabili da un punto di vista dell’impatto ambientale di superficie. Il problema rimane nelle profondità e nelle eventuali alterazioni che si porterebbero agli equilibri presenti nel sottosuolo sotto forma di tensioni e circolazione dei fluidi caldi. Se in una terra “normale” questo tipo di attività richiede una certa attenzione, riteniamo che su terra bradisismica intracalderica caratterizzata da suoli  ballerini e super vulcano latente, i benefici economici che mai ritroveremo in bolletta, non valgono la candela di un rischio che difficilmente potrà essere a livello zero.

Per quanto riguarda la perforazione a uso non commerciale (CFDDP), questa riteniamo fortemente che debba essere parimenti e alla stregua di altre soggetta a Valutazione d’Impatto Ambientale, soprattutto per mantenere alto il concetto che non esistono attività che possano autoescludersi dalle necessità di verifica, onde non aprire il campo a scorciatoie scientifiche per analisi tutte commerciali.
Bagnoli ( Campi Flegrei) Quasi sul lungomare l'area del deep drilling project



giovedì 28 maggio 2015

Rischio Vesuvio:le eruzioni passano come le guerre...di MalKo

Vesuvio 

Il pericolo Vesuvio è un problema che può cagionare danni collaterali di tutto rispetto a una quantità di persone maggiore di quelle normalmente indicate nelle valutazioni ufficiali del rischio. Viceversa una possibile eruzione potrebbe produrre un gran botto senza nessuna conseguenza per gli abitanti allontanati per tempo grazie a una serie di congiunture favorevoli, come ad esempio un regolare crescendo dei prodromi eruttivi e un’infallibile previsione dell’evento contato a giorni sulle dita di almeno una mano. In attesa che le istituzioni competenti stilino e pubblichino i piani di evacuazione, bisogna notare che l’argomento tutele continua a essere al nervo della questione nei dibattiti di pochi. La popolazione vesuviana generalizzando ha un interesse superficiale su questi temi tra l’altro approcciati senza convinzione da una platea che gironzola su internet esclusivamente per vedere se la loro indifferenza è minacciata da qualche novità dell’ultima ora. In caso di percezione fisica del pericolo (terremoti), l’attenzione ovviamente diventerebbe immediatamente viscerale e profonda…

Non sono pochi i cittadini vesuviani che nei commenti alle pagine web rilasciano pillole di mistico fatalismo sul Vesuvio: <<A’ muntagna è buona e noi la rispettiamo e lei non ci farà  male...>>. Intanto non è vero che la rispettiamo perché in molti  angoli del grigio monte pezze e televisori sfondati coronano non poche superfici tra le macchie di robinie e ginestre odorose dove capeggia pure qualche orchidea. Senza contare le discariche non ufficiali che marciscono nei lapilli e quelle ufficiali che donano innaturali gobbe artificiali a un profilo vulcanico che racchiude alla base ricchezze archeologiche in parte ancora da svelare. Indubbiamente il Vesuvio è tra i vulcani il vulcano per antonomasia, quello più bello, ricco di storia e superbo protagonista dell’immagine iconografica del Golfo di Napoli. Come si fa a temere la bellezza…

Le eruzioni quando avvengono sono come le guerre: passano… Si contano i danni umani e materiali; disagi e ristrettezze e poi ricostruzione e rinascita secondo cicli che impongono la vita su tutto. Le eruzioni come sapete sono un prodotto naturale dei dinamismi astenosferici, con i loro movimenti lineari e ascendenti e discendenti all’interno del guscio litosferico, con zolle che trascinano continenti che emergono e altri ancora che affondano, perturbando un sistema che oltre certi limiti di tolleranza si riaggiusta rilasciando onde elastiche (terremoti) o spruzzi di magma (eruzione), col fine di ridurre le tensioni endogene, recuperando quindi una condizione di equilibrio isostatico e dinamico che in verità non dura molto.

I fenomeni naturali violenti muovono gli uomini come formiche all’interno di formicai stuzzicati da bastoni. Si generano nelle catastrofi frenesie che favoriscono in ogni uomo il rilascio di sentimenti che possono essere il meglio o il peggio dell’animo umano. Benefattori e sciacalli si muovono sullo stesso terreno, in una condizione che vede nella povertà un aggravante della tragedia e nella ricchezza un lenitivo alla sofferenza.

Noi siamo il prodotto di un attecchimento che si è avuto grazie ai tre elementi fondamentali che ci circondano e che ci hanno animato: aria, acqua e suolo. Elementi che dovremmo curare e che invece consumiamo e modifichiamo a un ritmo troppo sostenuto, in nome del progresso e del business operato dalla longa manus degli speculatori che  metteranno molto presto in azione le trivelle addirittura nelle coltri di ghiaccio polare…

Se ben riflettiamo, noi viviamo nel punto esatto dove aria, acqua e suolo, elementi a diversa densità, si muovono interagendo a volte violentemente grazie alle energie che provengono dal calore terrestre e solare.  Elementi capaci di rilasciare grandi forze quando se ne alterano gli equilibri, capaci di produrre come conseguenza modificazioni del clima e del paesaggio. Processi che non sono altro che una risposta operativa della stessa natura, che dobbiamo intenderla come un sistema autosufficiente che punta a un solo obiettivo: garantire la vita ovunque e comunque e senza alcun riconoscimento e sconto per il genere umano.

Noi stessi siamo animati da energia e quindi campiamo tra elementi energetici. Le catastrofi non hanno niente di punitivo e svolgono un ruolo esclusivamente riequilibrante con tempi talora brevissimi e altre volte millenari. Quelle che noi chiamiamo catastrofi sono la normalità per un sistema in evoluzione… Come ideogramma potremmo dire che ogni catastrofe altro non è che il piombo preformato che il gommista pone sui lati della ruota da riequilibrare che gira incessantemente  …

Anche se non ce ne rendiamo conto, il nostro vivere è un rischio e quindi si accettano compromessi di buon senso con la natura in nome della radicazione sociale sul territorio. La politica dovrebbe essere l’arte di comprendere i bisogni sociali e tutti i fenomeni che regolano la vita sul Pianeta, con una particolare propensione e interesse al futuro, che dovrebbe essere l’argomento più importante dell’umanità. La politica dovrebbe tenere in evidenza la necessità di custodire i tre elementi fondamentali prima citati e di cui abbiamo necessariamente bisogno: d'altra parte lo scenario ambientale sarà il nostro lascito alle generazioni future. L’agire di un politico si misura quindi su quanta parte del suo sapere e della sua azione preventiva e programmatrice e strategica riserverà al futuro, che non può essere solo money e banche e business. Senza futuro noi non siamo niente…

Le ipocrisie che si nascondono dietro agli inviti a non allarmare le popolazioni a rischio, in realtà ledono il diritto all’informazione e al consenso informato sulle caratteristiche del territorio dove si vive, quale atto di civiltà verso ogni cittadino che risiede nella nostra Penisola quale titolare dell’imprescindibile diritto alla sicurezza.

Una recente interrogazione parlamentare, prima firmataria senatrice Paola De Pin, indirizzata alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e al Ministro dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca Stefania Giannini, pone in evidenza interrogativi di non poco conto circa gli accordi con clausole di esclusività a proposito di alcuni servizi offerti dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) al Dipartimento della Protezione Civile. Ed ancora, si chiede nell’atto parlamentare cofirmato anche dall’esponente del Pd Senatrice Laura Puppato, i motivi alla base di provvedimenti disciplinari giunti fino alla decurtazione dello stipendio in danno del Prof. Giuseppe Mastrolorenzo, primo ricercatore dell’Osservatorio Vesuviano (INGV). Vorremmo escludere tra le motivazioni della multa quelle inerenti la pubblicazione su autorevoli riviste scientifiche, tradotte in più lingue, di teorie non in linea con quelle dell’istituto di appartenenza (INGV) a proposito del rischio Vesuvio. In tal caso la libertà di ricerca sarebbe gravemente compromessa.

Vogliamo far rilevare ancora una volta, che nella determinazione degli scenari eruttivi il Dipartimento della Protezione Civile ha completamente obliato la possibilità che possa verificarsi un’eruzione del Vesuvio di tipo VEI 5 simile a quella famosa di Pompei del 79 d.C.; ed ancora è stata assunto innaturalmente un limite di deposito da flussi piroclastici (Linea Gurioli) come limite di pericolo; ed ancora non è stata tranciata quella spirale contorta che vede l'edilizia continuamente in fiore in barba a qualsiasi regola di buon senso con lo Stato che addirittura è esso stesso produttore di rischio per non aver esercitato politiche di precauzione in questa plaga a rischio. Non si capisce poi, perché in tanti anni (ventennio), nonostante le discrete risorse impegnate non si sia prodotta alcuna pianificazione d’evacuazione, mentre è stata data enfasi all’ipocrisia degli aggiornamenti e  delle rimodulazioni degli scenari. Dulcis in fundo, il segreto di Stato sui dati geofisici e geochimici del Vesuvio...

Il politico non ha il dono del sapere in assoluto e deve quindi avere a disposizione anche le istituzioni scientifiche che hanno il dovere di illustrare i problemi del vivere fisico su di un mondo dinamico, con una particolare attenzione alla prevenzione delle catastrofi e agli indici di rischio accettabile in assenza di alternative. Le istituzioni però, devono essere luoghi aperti alla politica e ai popoli in pari misura, senza omissioni e senza raccordi eccessivi con i poteri forti che amano l’attualità e il breve periodo piuttosto che gli investimenti sul futuro. Se la scienza diventa ipovedente e smette di essere imparziale, parteciperebbe anche col solo non aprir bocca, alle possibili arroganze di un sistema di comando sociale, che potrebbe decidere in nome di interessi vari, chi deve vivere e chi no. 


lunedì 11 maggio 2015

Rischio Vesuvio: con il Prof. G. Mastrolorenzo, eruzioni e archeologia... di MalKo

Scavi archeologici Ercolano

Un interessante filmato che ci rimanda il web, mostra una concentrazione di resti fossili di dinosauri rinvenuti ammassati l’uno sull’altro in una sorta di fossa ubicata nel deserto del Gobi in Cina. Qualcuno di questi predatori presentava il collo spezzato probabilmente in seguito a un combattimento. Il mistero protrattosi per oltre cento milioni di anni è stato spiegato analizzando i sedimenti che ricoprivano le carcasse di questi carnivori. Tutti preda di una sorta di fango oltremodo vischioso che li ha bloccati e poi inglobati. Oggi, grazie ai processi erosivi naturali, sono ritornati alla luce del giorno sotto forma di fossili ben conservati …
I formidabili dominatori del Pianeta si ritrovarono a caccia di cibo in una rigogliosa palude, quando incominciò a piovere copiosamente cenere sottilissima frutto di una eruzione vulcanica. I finissimi prodotti piroclastici precipitati nell’acquitrino innescarono la trappola del fango. Il primo predatore in difficoltà divenne vittima per gli altri che a loro volta divennero prigionieri di una fatale poltiglia incollante…  Gli autori del documentario o forse gli stessi paleontologi hanno intitolato il filmato: la Pompei dei dinosauri…Intendendo un’istantanea tridimensionale di esseri viventi bloccata per migliaia e migliaia di anni sulla “lastra fotografica” offerta dai prodotti di un vulcano in eruzione…

Professore Mastrolorenzo, l’eruzione del Vesuvio di circa 3800 anni fa, meglio nota come delle pomici di Avellino, ha conservato e restituito nel nolano un villaggio preistorico dell’età del bronzo a distanza di migliaia di anni dal furioso evento che sconvolse la plaga vesuviana. Una caratteristica dei prodotti vulcanici questa propensione alla conservazione?

La deposizione di ceneri vulcaniche a seguito di eventi esplosivi, in molti casi ha consentito la perfetta conservazione di siti di interesse paleontologico, archeologico e storico, grazie al rapido e progressivo accumulo di strati  in grado di preservare ogni dettaglio della superficie terrestre interessata; dal suolo, alle impronte, ai resti di fauna, flora e insediamenti umani. 
Pompei è l'esempio più noto al mondo di come un'eruzione possa restituire alla stregua di un fermo immagine scene di vita quotidiana datate centinaia di anni. Altri esempi analoghi riguardano l'intera storia del Pianeta con casi anche recenti come l'eruzione del monte Merapi, nel 2010, che ha drammaticamente riproposto scene di morte e distruzione molto verosimilmente analoghe a quelle di Pompei…
Oltre al tasso di accumulo dei depositi piroclastici, che può essere decine di migliaia di volte più elevato dei normali processi di sedimentazione e di formazione dei suoli, altri fattori che influenzano le modalità di conservazione dei siti sono i processi di modificazione chimico fisica e di fossilizzazione, quali le temperature di deposizione, a volte elevate e l'eventuale rilascio di fluidi  dai materiali vulcanici  durante e dopo la deposizione.  In ogni caso, il rapido seppellimento, sia da ceneri fredde che calde, di fatto isola il sito per un lungo periodo consentendone spesso una migliore conservazione.  In realtà, anche negli eventi più devastanti, caratterizzati da flussi piroclastici ad alta temperatura e velocità, spesso restano perfettamente conservati gli effetti della catastrofe anche per millenni.

Sempre nel villaggio preistorico sono state rinvenute negli strati di cenere le orme dei fuggitivi che tentarono di sfuggire all’ira del Vesuvio. Riuscirono a mettersi in salvo?

I miei studi sulle due eruzioni pliniane delle Pomici di Avellino e di Pompei, hanno rivelato per la prima volta gli effetti catastrofici che ha subito il territorio e gli insediamenti umani da nord a sud,  in seguito alle devastanti manifestazioni esplosive del Vesuvio.
G. Mastrolorenzo - Pnas 2006
Resti del villaggio preistorico (Bronzo Antico) - Nola
Nel caso dell'eruzione dell'età del Bronzo Antico, in uno scavo effettuato nel 1995 nelle campagne di S. Paolo Belsito, ritrovammo alla base di uno spesso strato di Pomici i primi e unici due scheletri di vittime di quell’eruzione. Tra il 2001 ed il 2004  poi, ci fu la sensazionale scoperta di un villaggio preistorico perfettamente conservato dal deposito piroclastico, ed ancora  migliaia di impronte umane, segno che la  comunità insediata in quei luoghi si diede alla fuga nel corso dell'eruzione. Dallo studio di tali evidenze con la collaborazione di archeologi e antropologi, ho potuto ricostruire le varie fasi delle eruzioni e i suoi effetti. Mentre le uniche vittime rinvenute nelle pomici indicano una morte riconducibile alla prima fase dell'evento a causa dell'intensa pioggia di lapilli, tutti gli indizi e le evidenze riscontrate nel  villaggio, testimoniano un  esodo di massa dall’inizio dell'eruzione. D’altra parte le orme nei primi strati della cenere non lasciano dubbi. E' probabile che molti individui riuscirono a mettersi in salvo, per poi tentare successivamente ma senza successo,  la ricostruzione dei villaggi in quello che oramai era diventato un deserto vulcanico, esteso migliaia di chilometri quadrati tutto intorno al vulcano.  

Studiando i resti umani restituitici dal Vesuvio nell’eruzione di Avellino e in quella famosa di Pompei del 79 d. C. ci sono analogie tra le cause di morte?

L'assenza di vittime nell'area interessata dai flussi piroclastici, impediva una valutazione diretta degli effetti dell'eruzione sulle persone.  D'altra parte le mie ricerche sulle vittime dell'eruzione di Pompei, sconfessando definitivamente una vecchia ipotesi di morte per asfissia, hanno dimostrato che la maggior parte dei pompeiani che si erano  attardati nella fuga morirono all'istante per esposizione alle nubi piroclastiche con temperature anche superiori ai 300 gradi centigradi.

G. Mastrolorenzo  et al Plos One 2010
Calco di donna con bambino e bambino dormiente, così come ce li ha restituiti la cenere vulcanica (Pompei).
La postura è quella  immediatamente precedente al passaggio di un micidiale flusso  piroclastico.

Solo una parte degli abitanti dell’epoca  morì nella prima fase dell'eruzione  a seguito del crollo dei tetti.  Le evidenze di esposizione ad altissima temperatura riscontrabili nelle ossa delle vittime e documentate dalle loro posture (classificate come da cadaveric spasm), testimoniano inconfutabilmente la morte istantanea e senza  agonia, analoga a quella causata dalle esplosioni nucleari o da altri eventi estremi. Non è da escludere che gli stessi fenomeni interessarono le probabili vittime dell'eruzione di Avellino che ancora non sono state rinvenute. Dopo l'eruzione del Bronzo Antico si è avuto un arresto totale della facies culturale di almeno due secoli, per poi avere una ripresa lenta ascrivibile al periodo del Bronzo Medio.

La qualità e la quantità dei prodotti eruttati dalle due eruzioni citate avevano notevole differenze?
In  termini vulcanologici, le due eruzioni pliniane  citate non sono molto differenti tra loro, sia dal punto di vista dei volumi che dei meccanismi eruttivi; cambia solo la direzione di propagazione dei flussi piroclastici, che nell'eruzione del Bronzo Antico  si diffusero anche nell'area successivamente occupata dalla città di Napoli, evidenziando l'estrema pericolosità di un possibile e analogo evento futuro.

Diversi fuggitivi lì ad Ercolano nel 79 d.C., si ripararono sotto dei fornici in prossimità del mare: morirono tutti…
Una mia prima ricerca sugli effetti dell'eruzione del 79 A.D. sugli ercolanesi, pubblicata nel 2001 sulla rivista scientifica Nature e poi ripresa dai mass media, ha dimostrato come i circa 300 rifugiati nei 12 fornici lungo l'antica spiaggia di Ercolano, morirono all'istante in seguito al passaggio del primo flusso piroclastico, il surge S1, ad una temperatura superiore ai 500 gradi centigradi.

G. Mastrolorenzo - Nel 79 d. C. alcune centinaia di ercolanesi si rifugiarono all'interno di fornici
ubicati sul litorale. Furono vaporizzati da un flusso piroclastico e i loro resti sono stati custoditi per circa
duemila anni dalla finissima cenere vulcanica...

Posture naturali, connessioni anatomiche, modificazioni nella microstruttura delle ossa, estese fratturazioni da contrazione termica ed esplosioni dei crani, indicano come le vittime raggiunte dalla nube ardente, persero la vita in una frazione di secondo. Pur senza soffrire, subirono la vaporizzazione delle parti molli sostituite dalla cenere vulcanica che è valsa a preservarli per due millenni. La posizione posturale di centinaia di donne, uomini e bambini, che erano sopravvissuti alla prima fase della catastrofe vulcanica, è quella dell'ultimo istante di vita ed è giunta fino a noi.
Le vaste conoscenze delle quali disponiamo sui fenomeni vulcanici e sui loro micidiali effetti, dovrebbero imporre senza indugi la necessità di tutela della popolazione esposta al pericolo vulcanico. La mancanza di un piano di evacuazione nell’area a maggior rischio del mondo, è veramente un fatto di assoluta gravità...


Ringraziamo il Professor Giuseppe Mastrolorenzo per averci dedicato del tempo illustrandoci con chiarezza gli importanti fenomeni che hanno riguardato la storia umana e geologica dei nostri territori. Il protagonista centrale è il Vesuvio, che nonostante i millenni mantiene inalterato una buona dose di fascino e tante altre di pericolo.

sabato 9 maggio 2015

Rischio Vesuvio: Torre del Greco comune mediano... di MalKo

Porto di Torre del Greco

Ultimamente parlando del Vesuvio e del rischio vulcanico associato, gli argomenti di discussione vertono spesso sulla nuova zona rossa e su tutto ciò che ne concerne. Il tono discorsivo in prevalenza è ottimistico e la stampa da ampio spazio ai protagonisti di una pianificazione di emergenza che si arricchisce giorno dopo giorno di nuovi capitoli. La Regione Campania si è distinta per una decisa partecipazione alle operazioni di classificazione del territorio, in qualche caso sovraesponendosi addirittura al Dipartimento della Protezione Civile, che rimane comunque il soggetto principale e istituzionale di riferimento.
Nell’euforia generale i comuni della vecchia zona rossa che ricadono territorialmente nella fascia costiera sono passati nella sordina mediatica, anche perché non sono interessati dalla linea nera Gurioli e dalle complicazioni amministrative che questo tracciato sembra portare con se sul fronte orientale. Nel frattempo avendo intascato qualche soldo dai fondi europei, dovrebbero essere tutti presi dalla stesura dei piani comunali di protezione civile che devono comprendere anche quello per un’eventuale emergenza vulcanica dettata dal Vesuvio.
Nelle mappe tematiche ufficiali, la linea nera Gurioli è stata destinata a rappresentare una sorta di limite di pericolo dalle colate piroclastiche, che sono in assoluto il fenomeno più temuto in caso di eruzione. Non è stata allungata e riportata sul mare la black line, forse perché la campagna di indagini campali effettuata da Gurioli e altri non prevedeva la costosa pratica di prelievo e analisi dei campioni di sedimenti marini, tra l’altro sicuramenti rimaneggiati o definitivamente dispersi dalle onde.
Abbiamo quindi tracciato analiticamente il prolungamento del limite Gurioli, col solo scopo di rendere chiaro anche visivamente alle popolazioni costiere che si è ben dentro all’area ad alto rischio vulcanico, che addirittura, come noterete (fig.a), prosegue oltre la linea di costa. Questo significa una situazione di pericolo che per tutto il perimetro segnalato non comprende aree franche.
Come già abbiamo avuto modo di accennare in precedenti articoli, la fascia costiera a parità di condizioni è quella a maggior rischio perché è stretta tra mare e vulcano. Tecnicamente parlando due ambienti ostili, che in caso di allarme costringerebbero i cittadini a procedere parallelamente al tracciato Gurioli.
Torre del greco è il quarto comune campano per numero di abitanti con una densità abitativa ben più alta dei numeri ufficiali riportati nelle statistiche. Torre è anche il comune ubicato in una posizione mediana costiera, che genera qualche criticità aggiuntiva rispetto ad altre municipalità più defilate. In caso di allarme vulcanico l’evacuazione dei cittadini avverrebbe prevalentemente su ruote. Questa condizione di centralità mediana imporrebbe direzioni di marcia pressoché obbligate, secondo direttrici di fuga parallele alla linea nera Gurioli. Occorrerebbe che i cittadini torresi si accodassero ad altre masse in movimento dalle cittadine viciniori, che andrebbero a gravare su altre frange ancora in allontanamento rinforzandone le schiere.

D’altra parte se nella parte orientale vesuviana è ancora possibile e auspicabile costruire una strada sopraelevata che si protende verso l’autostrada A30 Caserta – Salerno, nel settore occidentale, appunto quello marittimo, l’indice di affollamento e di conurbazione è tale da rendere problematica qualsiasi nuova progettazione viaria che in tutti i casi non cambierebbe orientamento al percorso trasversale al vulcano. L’impegno in emergenza della viabilità ordinaria, come molti sanno è caldamente sconsigliato…
Come scrissero appena 23 anni fa (Quaderni Vesuviani), la via del mare nonostante la sua dipendenza dalle condizioni meteo marine, variabili e non preventivabili in anticipo, può essere una eccezionale risorsa da tenere in debita considerazione per i comuni della fascia costiera qualora si debba evacuare. Il mare è una strada che consentirebbe con adeguati mezzi e organizzazione, di mettersi al riparo dai fenomeni vulcanici più travolgenti percorrendo alcune miglia marine. Cosa che non fu possibile ai disperati ercolanesi che nel 79 d.C. si rifugiarono sotto i fornici della litoranea, mai prevedendo di essere in un attimo mortalmente surriscaldati dalle travolgenti colate piroclastiche.
Un catamarano in servizio nel Golfo di Napoli
Quando analizzammo la via del mare come risorsa strategica, ci rendemmo immediatamente conto che poteva essere una possibilità percorribile perché nel Golfo di Napoli sono normalmente in esercizio due tipi di battelli particolarmente utili in operazioni di evacuazione di massa: i catamarani e le monocarene. Un naviglio veloce che ha come caratteristica principale un basso pescaggio e una buona manovrabilità.
Gli equipaggi poi, hanno grande esperienza perché operano ordinariamente nei collegamenti con le isole napoletane, attraccando in porti di piccole dimensioni. Ognuno di questi traghetti potrebbe trasportare per ogni corsa e nel giro di pochi minuti, oltre 300 passeggeri in direzione porto di Napoli. Ovviamente lo sfruttamento di questa risorsa già disponibile in loco, richiede la necessità di avere nel porto oggetto di possibili operazioni marittime, un tratto di banchina permanentemente agibile e conformato e attrezzato per un attracco rapido. 

Durante l’esercitazione Vesuvio 2001 tenutasi a Portici, fu preteso e si ottenne di testare proprio la via del mare come risorsa alternativa evacuativa delle popolazioni appiedate, facendo giungere nel porto del Granatello un traghetto veloce. Seguimmo con attenzione le operazioni di attracco e imbarco e rimanemmo veramente meravigliati dalla rapidità della manovra e dalla velocità di crociera della monocarena, che alla partenza lasciò in coda tutti i pur veloci battelli d’appoggio.
Il Porto del Granatello (Portici)
L’assessore regionale Edoardo Cosenza potrebbe in seno all’attualissimo e interessantissimo progetto di sistemazione integrata del porto di Napoli, prevedere nel primo tratto portuale dai grandi piazzali, predisposizioni strutturali d’attracco rapido in banchina e anche una elisuperficie segnalata. Se ricordiamo bene, da quella posizione si accede tra l’altro e rapidamente anche alla rampa d’immissione in autostrada.
Lo stesso dovrebbe fare l’amministrazione comunale di Torre del Greco impegnando le migliori risorse umane disponibili in loco per strutturare al meglio il suo porto nelle logiche della prevenzione e della gestione delle emergenze, e non solo del turismo... L’assessore alla protezione civile potrebbe farsi parte diligente visto che nelle sue competenze rientra il rischio vulcanico e tutte le logiche della prevenzione delle catastrofi. L’esponente politico potrebbe proporre l’inclusione nel piano comunale urbano di tali interventi preventivi, compreso un’area atterraggio elicotteri che manca…
Per poter vivere con una certa serenità in un territorio vulcanico, occorre innanzitutto che sia bandita dalle genti l’indifferenza quale modus pensandi e operandi. Se non ci fosse stata l’indifferenza, non ci sarebbero stati venti anni di mancata sicurezza...