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lunedì 24 agosto 2015

I vulcani Marsili, Campi Flegrei e Ischia: terre per il geotermico? Intanto il Vesuvio… ” di MalKo



La zona dei Campi Flegrei: quartieri Bagnoli e Fuorigrotta.
L’uomo ha sempre avuto sete di energia. Per produrla ha iniziato a bruciare legna, poi ha continuato col carbone ed ancora il petrolio che rimane la fonte energetica principale, anche se non pochi e già da tempo sfruttano il nucleare per produrre elettricità, ad eccezione dell’Italia che lo ha bandito e che punta sulle risorse rinnovabili come l’eolico e il fotovoltaico e il geotermico.  

In realtà l’eolico e il fotovoltaico sembrano energie più da propensione ambientale che da straordinario ed effettivo rendimento elettrico, atteso che una lattina di benzina (oggi) ha una capacità energetica di gran lunga superiore a un concentrato eolico o di radiazioni solari: elementi quest’ultimi inesorabilmente legati alle condizioni atmosferiche e alla rotazione terrestre.

Neanche l’energia prodotta dalle biomasse vegetali attraverso processi termochimici, biologici e fisici risultano (oggi) particolarmente convenienti per le non semplici modalità di trasformazione del prodotto e per una serie di implicazione anche morali a proposito dell’agricoltura che dovrebbe avere il principale ruolo di sfamare il Pianeta e non quello di produrre energia. Il metano pare sia allora la risorsa su cui puntare nel medio futuro, perché per quantità stimate nei giacimenti, potrebbe essere un sostituto energeticamente valido rispetto all’aborrito nucleare: un gas su cui molto probabilmente bisognerà puntare… 

Oltre all’idroelettrico, nel nostro Paese sta prendendo vigore lo sfruttamento delle risorse geotermiche di cui l’Italia vanta una primogenitura con gli impianti industriali di Larderello. Attraverso una serie di liberalizzazioni e concetti discutibili a proposito dell’interesse nazionale, sono nate numerose società che hanno avanzato richiesta di sfruttamento geotermico con alcune proposte attualmente al vaglio del Ministero dell’Ambiente che dovrà pronunciarsi sulla valutazione d’impatto ambientale (VIA). Ovviamente quasi tutti i luoghi della Terra possono attingere a questa risorsa energetica da raggiungere con le perforazioni, che sarà tanto più conveniente quanto minori saranno le profondità di captazione dei fluidi caldi, che saranno giudicati ottimali non solo in ragione delle elevate temperature ma anche delle concentrazioni saline che dovranno essere veramente minime. Fluidi ricchi di sostanze corrosive infatti, costituirebbero un serio problema per tubazioni e impianti di produzione.

D’altra parte il geotermico richiede generalmente operazione di trivellazione che anche nelle zone calde necessitano di profondità di diverse centinaia di metri. Le trivellazioni (oggi) sono invise a buona parte dell’opinione pubblica, probabilmente per la proliferazione della pratica che si sta intensificando sia in mare che sulla terra ferma. Le perforazioni a prescindere dall’uso eccessivo e successivo non avvengono di solito in un corpo omogeneo e monolitico, bensì in un sottosuolo fatto a strati in cui coesistono spessori liquidi e intermedi e disomogenei e rocciosi che si interallacciano e si scambiano elementi, chimismi e calore con interazioni raramente conosciute in anticipo.  In altre parole le operazioni di trivellazione contengono quasi sempre alcuni elementi di rischio ambientale difficili da valutare in partenza come i benefici, per cui si ricorre a impianti pilota. Rischi che si accentuano enormemente in aree sismiche e vulcaniche perché il sottosuolo in questo caso potrebbe essere particolarmente stressato e anche un piccolo elemento perturbante dovuto alla perforazione o alla reiniezione dei fluidi captati, potrebbero indurre subsidenze o eventi sismici e altro. Una quantificazione generale del rischio che potrebbe assurgere a valori inaccettabili qualora le trivellazioni dovessero realizzarsi in zone densamente abitate con infrastrutture di rilievo e nel nostro caso metropolitane.

In prima battuta un interessante progetto di sfruttamento geotermico era stato predisposto per il seamount Marsili; vulcano addormentato nelle profondità del mare Tirreno Meridionale. Tra l’altro il progetto non prevedeva neanche una valutazione d’impatto ambientale. Probabilmente perché il Marsili poggia sul fondo del mare a oltre 80 chilometri dalla costa più vicina; forse, in assenza di valore esposto si riteneva erroneamente che il progetto potesse conformarsi come esente da rischi… Ma il mare non è un elemento statico, e in realtà allarmi erano stati già lanciati in precedenza da emeriti studiosi, a proposito del rischio frane insito sui versanti scoscesi e flaccidi del poderoso vulcano sottomarino. Frane che avrebbero potuto innescare terribili onde di maremoto si ripeté… Senza dilungarci oltre, bene ha fatto il Ministero dell’Ambiente a pretendere una valutazione d’impatto ambientale (VIA) anche per il rischio frane e tsunami. Il progetto quindi, se sarà ripresentato dovrà contenere gli elementi valutativi sui pericoli non chiariti in precedenza.

Nella zona dei Campi Flegrei e di Ischia invece, sono in corso valutazioni d’impatto ambientale (VIA) per i progetti di sfruttamento geotermico denominati Scarfoglio e Serrara Fontana. Il primo prevede trivellazioni e captazione e reiniezione dei fluidi nella zona del vulcano Solfatara, e il secondo nei contrafforti del Monte Epomeo. Tra l’altro nella zona di Bagnoli, sempre nei Campi Flegrei, nel corso del 2012 si è dato il via a un altro progetto di perforazione in questo caso profondo finanziato da un consorzio internazionale (ICDP): il famoso Campi Flegrei Deep Drilling Project (CFDDP).

Schema del Campi Flegrei Deep Drilling Project

Uno scavo quest'ultimo che, come tutti gli scavi di questo mondo, ha sempre una valenza scientifica, ma il progetto mirava e mira soprattutto a braccare i fluidi supercritici (500°-600°) onde valutarne il potenziale geotermico di sfruttamento. L’opera, dichiarata di valenza internazionale, prevede una trivellazione da 4000 metri nel cuore caldo della caldera flegrea. E’ di questi giorni la notizia che è stato scoperto sempre dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) in collaborazione con il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) attraverso l'utilizzo di strumenti e tecniche satellitari, la causa del sollevamento dei suoli nell’area di Pozzuoli e zone limitrofe. Un bradisismo dovuto a uno strato intrusivo, una sorta di iniezione compulsiva che ha spinto il magma da circa 8 - 10 chilometri ad appena 3 chilometri dalla superficie.  Praticamente se la trivellazione prevista dal progetto CFDDP oggi ferma a 520 metri di profondità dovesse continuare come annunciato fino a toccare i 4 chilometri, si raggiungerebbe e si perforerebbe e si supererebbe (tecnologia permettendo), lo strato magmatico appena scoperto. 

La notizia che circola sui media in queste ore e che ha avuto una forte presa sul pubblico, ha posto erroneamente il Vesuvio al centro dell’attenzione perché si accennava in una intervista e come premessa alla risalita del magma da un’unica grande camera magmatica comune ai due complessi vulcanici napoletani : il Vesuvio e i Campi Flegrei.

In realtà la vera notizia l'abbiamo accennato in precedenza riguarda una recentissima pubblicazione del ricercatore Luca D’Auria dell’INGV, in cui si mette in luce che le deformazioni bradisismiche del suolo nell’area flegrea, soprattutto dagli inizi del 2012 e fino al mese di giugno del 2013, sono dovute come detto a una iniezione di magma dal profondo. Questo magma si è mosso nel giro di qualche anno e senza particolari dirompenze. Il dato è scientificamente interessante ma non tranquillizzante soprattutto in assenza di piani di evacuazione.

I piani di evacuazione sono oggi una misura fondamentale di salvaguardia perché i vulcani hanno complessivamente ancora elementi di indeterminatezza anche sui tempi di risalita del magma. La previsione è ancora un traguardo da raggiungere  e quindi la prevenzione delle catastrofi deve essere la disciplina su cui bisogna puntare per la sicurezza delle popolazioni esposte. La statistica deve essere utilizzata come riferimento privilegiando alternative più garantiste, così come bisogna evitare alchimie nella classificazione delle zone rosse con linee deterministiche che valgono per un comune e non per l'altro: generano disorientamento...  La ricerca nel campo della vulcanologia va sostenuta, così come la formazione e l'informazione delle popolazioni a rischio. Puntare su uno solo di questi elementi potrebbe essere riduttivo se non un grosso azzardo...



Il litorale vesuviano verso Napoli
Il Dipartimento della Protezione Civile ha ribadito con forza che i piani d’emergenza a fronte del rischio Vesuvio esistono eccome. Senza dubbi esistono... Contengono scenari, livelli di allerta, fasi operative, classificazione delle zone rosse e gialle, atti ufficiali a firma del presidente del Consiglio, coperture economiche per gli sfollati, accordo sui gemellaggi regionali, ecc. C’è tutto! Quelli che mancano sono i piani di evacuazione, per i quali sono stati stanziati fondi soprattutto a favore delle municipalità che ricadono in aree vulcaniche e che hanno l’obbligo di completare i lavori di pianificazione entro la data limite del  31 dicembre 2015, dopodiché gli inadempienti non dovrebbero ricevere alcun rimborso. Allora, corregga il tiro il dipartimento: un piano d'emergenza che prevede una sola ipotesi di rischio - l'eruzione -  con un solo comportamento - l'evacuazione -  può considerarsi sostanzialmente inutile o inesistente se mancano appunto i piani di evacuazione. Quando pronti questi strumenti di protezione attiva, dovranno essere sintetizzati e illustrati e assemblati sotto forma di vademecum che dovranno essere consegnati a ogni famiglia residente nei distretti vulcanici napoletani. Piaccia o non piaccia quindi, l'importante dicastero romano ha la responsabilità di un piano che si fregia unico nel suo genere del titolo di nazionale. Contiamo  purtroppo oltre  20 anni di gestazione ma il documento sembra ancora prematuro e le doglie  lungi dal venire... Ringraziamo quindi il buon Dio per la clemenza geologica accordataci fino ad (oggi), e un pò meno chi avrebbe dovuto garantire ai cittadini a rischio l'imprescindibile diritto alla sicurezza.


mercoledì 17 giugno 2015

Rischio vulcanico ai Campi Flegrei : deep drilling project e geotermia Scarfoglio...di MalKo


Tempio di Serapide - Pozzuoli

Le operazioni di trivellazione del suolo e del sottosuolo, in mare e in terra, pare siano diventate il business della nuova economia mondiale, con torri perforanti che s’innalzano e s’innalzeranno dai deserti alle coltre polari, dalle tundre ai mari e finanche nelle spianate vulcaniche. Tra un paio di secoli trivelleremo pure i pianeti…Si cerca spasmodicamente petrolio o gas o fluidi caldi o chissà cosa da convertire in calore ed energia sonante… Una necessità è vero, ma non siamo ancora al punto da dover mollare tutte le garanzie di sicurezza.
Il sottosuolo è un ambiente sconosciuto, e in alcune località del mondo le perforazioni in qualche caso hanno causato danni catastrofici, come quelle che nel 2010 caratterizzarono l’inquinamento nel Golfo del Messico, con l’asfaltatura dei fondali marini, o le inarrestabili fuoriuscite di fango bollente a Giava (Lusi 2006). Problemi  si sono avuti pure alle Canarie e in Svizzera e in California e in Emilia Romagna e in altri siti che contano gli effetti diretti e indiretti delle sequenze sismiche provocate dalle trivellazioni e dalla pratiche di reiniezione dei liquidi in profondità.
Anche nel napoletano si è rimesso mano alle trivelle qualche anno fa con un progetto di perforazione profonda della caldera flegrea, che in prima battuta si associava al geotermico, anche se rapidamente e in corso d’opera si trasformò in pura ricerca scientifica. Forse si trattò di un lapsus giornalistico della prima ora…
Stiamo parlando del famoso deep drilling project (CFDDP), che suscitò non poche perplessità in alcuni ricercatori e proteste da parte di diversi movimenti di cittadini che ritennero assurda un’operazione di scavo profondo all’interno di un’area vulcanica e metropolitana come quella di Napoli. Così, il pozzo che doveva avvicinarsi ai 4000 metri di profondità, raggiunta la quota pilota di 502 metri nel ventre tufaceo di Bagnoli, si è fermato per consentire l’analisi del primo carotaggio, ma non si esclude una pausa più lunga del necessario dovuta a un impasse di tipo giudiziario.
Il tentativo corrente offerto anche da una conferenza stampa a tema, sembra quello di riavviare in qualche modo la trivella, o comunque di magnificarne virtù e assenza di controindicazioni, forse per dare forza a un nuovo progetto geotermico da attuarsi nella zona fumarolica di Pisciarelli a ridosso del vulcano Solfatara a Pozzuoli. Praticamente nel punto più stressato del super vulcano flegreo… L’operazione che si profila all’orizzonte si chiama progetto Scarfoglio,  e la consulenza scientifica è offerta dall’amra, un consorzio con nomi molto noti alla scienza e alle istituzioni statali.
I risultati scientifici conseguiti con il pozzo pilota del deep drilling project di Bagnoli (502 mt.), sono stati presentati a palazzo San Giacomo, sede del Comune di Napoli, nel corso di una conferenza stampa dell’INGV napoletano. Non sono pochi quelli che sperano che dallo scavo scientifico emergano alibi sufficienti per spalmare sui suoli contaminati dell’ex italsider palazzi di lusso con vista sul Golfo  calderico… Paradosso? Non scherzava affatto l’assessore regionale Prof. Edoardo Cosenza, quando disse in un recente convegno che le proibizioni edilizie a uso residenziale  valevoli per la zona rossa Vesuvio non valgono automaticamente  per la zona rossa del super vulcano dei Campi Flegrei: occorre una legge ad hoc…
Tra i dati offerti al pubblico, è stato posto in rilievo la scoperta di materiale tufaceo ascrivibile a un’eruzione di 45000 anni fa. Se, come viene scritto altrove, l’attività vulcanica nell’area flegrea è iniziata 60000 anni fa, riteniamo che il minimo che possa accadere carotando in giro per i Campi Flegrei, è di trovare tracce di eruzioni antecedenti o successive a quella famosa dell’ignimbrite campana…Tra l’altro, una buona parte della caldera flegrea è sommersa è non è da escludere che sorprese verranno prima o poi anche dall’ambiente sottomarino.
Un altro elemento che lascia dubbiosi ma probabilmente per difetto interpretativo della stampa, riguarda la scoperta che il bradisismo flegreo dipende un po’ dai fluidi e un po’ dal magma, al 50% dicono…
Emeriti scienziati anche del passato accennavano già a questa caratteristica dei campi ardenti, anche se da una interessante disquisizione del Prof. Giuseppe Luongo, ci è sembrato di capire che non si possa esclude che le forze in gioco all’origine del bradisismo ascendente lascino propendere per un intervento del magma piuttosto che dei fluidi, ovvero con una prevalenza del primo sul secondo. Che il contestatissimo Campi Flegrei deep drilling project con il suo pozzo esplorativo a 502 metri di profondità abbia rivoluzionato, come tuona in questi giorni la stampa, le conoscenze sulla caldera flegrea e sulle dinamiche del bradisismo, ci sembra un’affermazione forse un po’ eccessiva. Leggiamo infatti, da una pubblicazione del 2009 del Prof. Benedetto De Vivo, che il bradisismo è un fenomeno ampiamente studiato… Su un’autorevole rivista scientifica poi (amraGiovanni OrsiAldo Zollo), si cita che la caldera flegrea è stata indagata in dettaglio negli ultimi 30 anni attraverso perforazioni profonde (1 - 3 Km.), studi tomografici basati su dati di terremoti locali e telesismi, indagini gravimetriche e magnetiche, misure di temperatura in profondità e di flussi di calore in superficie. Immagini ad alta risoluzione della struttura calderica, sono state ottenute dall’analisi di dati di sismica a riflessione acquisiti durante l’esperimento SERAPIS nel 2001, supportate dalla nave oceanografica Nadir dell’ifremer e dall’installazione di più di 60 sismometri da fondali marini nelle baie di Napoli e Pozzuoli >>. Potremmo continuare con l’analisi delle perforazioni profonde e meno profonde dell’AGIP e di ENEL che si contano a diecine per poi passare ai satelliti e a tutte le altre tecnologie applicate in loco…
Certamente le trivellazioni sono un elemento pragmatico dello studio del sottosuolo della caldera flegrea con la sua struttura particolarmente complessa e dinamica. Il carotaggio però, consente di conoscere ciò che prospetticamente si vede dal buco della serratura ma non nelle stanze accanto come dimostra appunto il ritrovamento di tufi mai prima censiti… La caldera flegrea racchiude diverse decine di bocche eruttive e come dicevamo è in parte sommersa. La complessità del sottosuolo in siffatta area richiede sicuramente uno studio continuo e approfondito e quindi meritevole di finanziamenti mirati. Trattandosi di un territorio densamente abitato e metropolitano però, sede anche di importanti strutture viarie e ferroviarie, bisognerebbe privilegiare sistemi di esplorazione necessariamente indiretti, non solo per tenere alto il famoso principio di precauzione, ma anche perché lì dove ci sono agglomerati urbani  non è consentito dalla legge apportare modifiche artificiali a un sistema naturale che racchiude pericoli imprecisabili dettati da un sottosuolo sotto stress, con presenza di fluidi allo stato critico e supercritico.
Per quanto riguarda la stazione avanzata di monitoraggio installata nel pozzo pilota ubicato lì nel sottosuolo tufaceo di Bagnoli, questa coglie e coglierà anche i sommovimenti micrometrici, probabilmente consentendo di avere elementi meno perturbati su cui elaborare teorie endodinamiche. Difficilmente però, questi dati sui microsismi potranno essere definiti concreti elementi di previsione delle eruzioni flegree, perché nella zona i movimenti del suolo in realtà si contano a metri, e le scosse sismiche a migliaia durante le fasi acute di sollevamento. Segnali anche vistosi che potrebbero non approdare a un’eruzione, ma fenomeni certamente capaci di minare nel concreto la statica dei fabbricati.
Il deep drilling project, ovvero il progetto di perforazione profonda in zona calderica (Bagnoli), non ebbe il nulla osta dal sindaco d’allora, Rosa Russo Iervolino, e solo con l’avvento del successore è stato possibile perforare almeno il pozzo pilota (502 metri).
Oggi in Campania il problema delle perforazioni si pone in modo piuttosto serio, perché sono stati dati permessi (iter in corso) per lo sfruttamento geotermico dei fluidi caldi sia per l’isola d’Ischia, che per il settore occidentale e orientale dei Campi Flegrei con i progetti Forio, Cuma e Scarfoglio.
Certamente l’idea di collocare una centrale geotermica a ridosso della Solfatara di Pozzuoli è interessante in termini di strategia commerciale e rispetto del paesaggio. In questa zona ci sono i fluidi più caldi, e ciò che potrebbe fuoriuscire dalla centrale geotermica sarebbe sostanzialmente ciò che fuoriesce dalla Solfatara, il che non farebbe temere impatti ambientali dalla direzione dei venti, così come la eventuale sismicità indotta dalle trivelle e dalle rieiniezioni dei fluidi sul fondo del cratere sarebbe difficilmente discriminabile dai normali microsismi che interessano quella zona in particolare.

La Solfatara - Pozzuoli

Il problema principale è rappresentato dalle incertezze circa i possibili squilibri che si causerebbero a un sistema complesso e stressato come quello che caratterizza il sottosuolo flegreo, tra l’altro parliamo di un territorio che vive una condizione di bradisismo ascendente e un livello di allerta vulcanica in una fase di attenzione.

Con questo non si vuole dire che si ha la certezza che le perforazioni creino problemi di sicurezza diversi da quelli di cantiere; si vuole semplicemente affermare che se sussistesse questa possibilità anche minima, non è possibile accrescere artificialmente il rischio a un’area che di rischio sismico e vulcanico ne somma a sufficienza, tra l’altro in una condizione oggettiva di urbanizzazione spiccata e senza piani territoriali di protezione civile.
Nella valutazione del rischio poi, visto che una centrale geotermica richiede come nel caso in esame reiniezione dei fluidi con pratica non occasionale, il rischio di squilibrio nel sottosuolo si manterrebbe nel tempo con una certa indeterminatezza dovuta alle interazioni date da un sottosuolo in evoluzione. Soprattutto nella zona di trivellazione dei pozzi che ricadono nella zona Solfatara – Pisciarelli, dove dal 2006 si sono segnalati aumenti di temperatura e dei flussi delle emissioni fumaroliche.
Nell’analisi del rischio bisogna contemplare le caratteristiche territoriali per una misura in senso estensivo almeno pari alla distanza ricopribile dagli effetti delle energie che potrebbero rilasciarsi dalla sorgente emettitrice artificiale. In tutte le disquisizioni sul rischio poi, un ruolo fondamentale lo giocano le alternative che molte volte non vengono prese in considerazione perché più costose.
E’ chiaro che le uniche zone dove i fluidi presenti nel sottosuolo hanno temperature significative al punto da rendere interessante uno sfruttamento geotermico, sono quelle in Toscana, Tirreno Meridionale, Ischia e Campi Flegrei e il Canale di Sicilia. E’ altrettanto chiaro che gli impianti di sfruttamento terrestre hanno meno costi di esercizio rispetto a quelli ubicati in mare, così che l’Amiata, Ischia e i Campi Flegrei, sono probabilmente le zone più appetitose per il geotermico italiano.
L’area di Larderello è molto sfruttata e gli abitanti sono in subbuglio e tutt’altro che convinti dell’impatto zero del geotermico soprattutto con tecnologia non a circuito chiuso: rimane allora quella ischitana e flegrea da esplorare. Purtroppo o per fortuna, nel nostro caso quelle meridionali sono anche tra le zone più belle d’Italia e tra le più urbanizzate e con un flusso turistico di tutto rispetto. Al momento alternative alla produzione di energia elettrica ce ne sono e quindi dovrebbe essere preferibile non correre alcun rischio tra l’altro in una zona (Campi Flegrei) che registra parametri di alterazione geochimica e geofisica con punte localizzate soprattutto nella località Scarfoglio dove s’intende procedere con le trivellazioni per la realizzazione di tre pozzi emungitori, e due di reiniezione dei liquidi.
Il comune di Pozzuoli ovviamente dovrebbe avere un ruolo di vigilanza in questa faccenda visto che il progetto Scarfoglio dovrebbe attuarsi sui territori puteolani, e ci si augura che oltre all’accordo collaborativo con l’INGV, sia garantito innanzitutto il diritto all’informazione, pubblicizzando l’impegno geotermico in loco.
Nella relazione d’impatto ambientale prodotta dall’amra a firma del Prof. Paolo Gasparini, si legge che:<< l’attività sismica associata alle applicazioni geotermiche che è tipicamente di bassa energia (M< 3), è la risultante di differenti effetti, come l’iniezione e l’estrazione di fluidi che producono variazioni dello stress statico, sia per l’effetto della pressione di poro che per l’effetto dello stress termico…>>. Per quanto riguarda l’interferenza con il sistema vulcanico, Gasparini afferma che << non ci sono osservazioni o modelli collaudati in proposito e che, in linea teorica, poiché l’attività geotermica sottrae energia al sistema vulcanico, potrebbe semmai essere considerata stabilizzante allontanandola dal punto critico (eruzione)>>.
Gli aspetti delle trivellazioni napoletane è possibile dividerli in due filoni. Uno riguarda la zona (Bagnoli) dei Campi Flegrei, dove permane la possibilità  che il progetto scientifico (deep drilling project) di perforazione profonda riprenda vigore. Questo progetto non è stato soggetto a valutazione d’impatto ambientale (VIA), che d’altra parte dovrebbe essere un processo di garanzia e di sicurezza a prescindere dalle finalità della trivellazione. E’ particolarmente interessante rilevare che proprio il direttore del deep drilling project chiarisce che non c’è bisogno di valutazione d’impatto ambientale perché il progetto è di semplice carotaggio, e non comporta alcun prelievo o immissione di fluidi, quindi non può assolutamente turbare gli equilibri idrologici e di sforzo nel sottosuolo. L’annotazione è di rilievo…  Nei documenti d’impatto ambientale che riguardano il progetto Scarfoglio invece, ci sembra di cogliere elementi di garanzia per considerazioni opposte, cioè le operazioni si attuerebbero solo negli strati superficiali (1000 metri) sostanzialmente asismici e non nel profondo...

Le centrali geotermiche che sfruttano i fluidi caldi operando nell’ambito dei mille metri di profondità con un ciclo binario, cioè chiuso, pare che siano quelle più affidabili da un punto di vista dell’impatto ambientale di superficie. Il problema rimane nelle profondità e nelle eventuali alterazioni che si porterebbero agli equilibri presenti nel sottosuolo sotto forma di tensioni e circolazione dei fluidi caldi. Se in una terra “normale” questo tipo di attività richiede una certa attenzione, riteniamo che su terra bradisismica intracalderica caratterizzata da suoli  ballerini e super vulcano latente, i benefici economici che mai ritroveremo in bolletta, non valgono la candela di un rischio che difficilmente potrà essere a livello zero.

Per quanto riguarda la perforazione a uso non commerciale (CFDDP), questa riteniamo fortemente che debba essere parimenti e alla stregua di altre soggetta a Valutazione d’Impatto Ambientale, soprattutto per mantenere alto il concetto che non esistono attività che possano autoescludersi dalle necessità di verifica, onde non aprire il campo a scorciatoie scientifiche per analisi tutte commerciali.
Bagnoli ( Campi Flegrei) Quasi sul lungomare l'area del deep drilling project