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sabato 12 ottobre 2019

Rischio Vesuvio e Campi Flegrei: rischio accettabile?... di MalKo

Il Vesuvio visto dal treno

Quando si affronta  discorsivamente un pericolo come quello vulcanico, imponderabile nei tempi e  nell’intensità  energetica  e  quindi nella prospettiva di danno, occorre inquadrare l’argomento e le differenze che lo caratterizzano nei suoi aspetti principali:
  1. Non tutti i vulcani sono uguali e quindi le caratteristiche geologiche di uno non valgono per l’altro;
  2. Ogni eruzione anche se scaturisce dallo stesso apparato è sempre diversa da qualsiasi altra eruzione precedente;
  3. I prodromi pre eruttivi si differenziano in ogni eruzione tanto per la diversificazione dei fenomeni, quanto per i tempi di insorgenza, intensità e durata;
  4.  I vulcani a condotto chiuso hanno generalmente caratteristiche diverse da quelli a condotto aperto;
  5. Le caldere vulcaniche hanno notevoli differenze rispetto ai distretti vulcanici caratterizzati da un rilievo montuoso quale centro eruttivo;
  6. I vulcani sottomarini hanno incidenze di pericolo diverse da quelli subaerei, perché di solito sott’acqua scema la pericolosità eruttiva ma può innescarsi quella delle frane che potrebbero scatenare  maremoti;
  7. I vulcani che coi loro prodotti eruttivi formano isole, hanno un potenziale di pericolo diverso da quelli basati sulla terraferma;
  8. In Campania ci sono tutte le tipologie di vulcani appena indicate compresi quelli sottomarini che caratterizzano i fondali al largo del Cilento.
   Come abbiamo scritto in altre occasioni, riusciamo a convivere con i vulcani perché le eruzioni,soprattutto quelle di un certo livello energetico sono un fatto piuttosto raro. Chi è nato nel vesuviano nel 1944, data dell’ultima eruzione, oggi ha 75 anni e quindi non dovrebbe essere testimone ricordevole di un’eruzione, tranne rari casi riferibili a soggetti con un’età prossima o superiore ai 90 anni. Chi abita il flegreo non può essere stato matematicamente spettatore di un evento eruttivo perché l’area dei Campi Flegrei vive il suo 481 esimo anno di quiete vulcanica. A Ischia la pace geologica è ancora più acclarata, visto che non si segnalano eruzioni da 781 anni.  

   In Italia ma anche in tante altre parti del mondo, quando si registrano condizioni di disequilibrio, di agitazione (unrest) nelle viscere o nell'apparato vulcanico, si utilizzano colori o termini per marcare il livello di criticità,cioè di allerta vulcanica. La scheda sottostante per quanto riduttiva è forse quella più chiara sull’argomento.
I livelli di allerta vulcanica
La variazione dei parametri controllati comporta un passaggio da un livello all’altro in tempi non quantificabili, perché la progressione al rialzo e talora al ribasso dell’allerta, che non ha un procedere temporale da moto uniforme o uniformemente accelerato, dipende da elementi fisici e chimici in contesti dinamici, poco conosciuti e non quantificabili in termini di energie e resistenze e accumuli.

D’altra parte lo stesso Dipartimento della Protezione Civile per il vulcano Stromboli ha precisato che bisogna tener presente:<<… anche quando il livello di allerta è “verde” il rischio non è mai assente e che, come per ogni vulcano, il passaggio di livello di allerta può non avvenire necessariamente in modo sequenziale o graduale, essendo sempre possibili variazioni repentine o improvvise dell’attività, anche del tutto impreviste>>.

Con queste premesse appare alquanto strano che nell’attualità il Dipartimento della Protezione Civile abbia mantenuto nelle sue pagine web e per il Vesuvio, i livelli di allerta vulcanica indicati nella bozza di piano del 2001, che riportano anche un ulteriore dato offerto in chiave deterministica: i tempi di attesa eruzione. 
Questi sono da considerarsi una vera previsione scientifica ad excludendum dell’evento vulcanico. Evidentemente il terremoto dell’Aquila e il susseguente processo alla commissione grandi rischi, sono un ricordo troppo lontano per avere una funzione pedagogica attuale. La tabella è quella sotto riportata:


Secondo queste indicazioni, un’eruzione può manifestarsi dopo un tempo di quiescenza indefinito e comunque non meno di diversi mesi dalla variazione dei parametri controllati. La proclamazione dello stato di allarme, secondo gli esperti del dicastero, verrebbe diffusa con un margine di settimane prima del verificarsi dell’evento eruttivo.
In realtà siamo di tutt’altro avviso. I tempi di eruzione sono indefiniti e indefinibili con le conoscenze attuali. I tempi di attesa eruzione indicati nella tabella soprastante non corrispondono all’attualità scientifica, e il Dipartimento si assume una grave responsabilità a declamarli, perché in realtà non ci sono parametri neanche per definire la soglia di inizio dello stato di allarme, cioè il punto da dove incominciare a contare le due settimane di attesa eruzione.

Possiamo solo dire che la sensibilità della strumentazione di monitoraggio, potrà anticipare lo stato di attenzione vulcanica, ma un’eventuale escalation dei parametri controllati non prevede una soglia minima di sicurezza o una soglia massima per introdurre il successivo livello di allerta vulcanica propedeutico alle fasi operative. Infatti, dalla condizione di attenzione in poi, tutte le decisioni di proclamazione dello stato di pre allarme e allarme, saranno in capo al potere politico.

Le nostre misure di salvaguardia sono racchiuse allora nei prodromi pre eruttivi: questi segnali che cambiano da eruzione a eruzione e da vulcano a vulcano, sono gli elementi su cui si basa la previsione corta di quelle che potrebbero essere delle dirompenze magmatiche in arrivo e che magari si arrestano a pochi chilometri dalla superficie (mancata eruzione). La capacità tecnologica di cogliere i micro segnali fisici e chimici che registrano sul nascere una variazione dei parametri di monitoraggio vulcanico, sono elementi che devono essere soppesati e valutati soprattutto dalla commissione grandi rischi sezione rischio vulcanico che, ponderando le notizie pervenute dai centri di competenza (Osservatorio Vesuviano), offrirà all’autorità politica un parere di pericolosità vulcanica, ma non la decisione ultima che spetta, almeno fino alle prossime elezioni, al premier Prof. Giuseppe Conte che detiene i poteri di ordinanza e una serie di funzioni vitali supportate dal Comitato Operativo della Protezione Civile e presumibilmente dai ministri competenti.  

Un'altra riflessione è che le proprietà immobiliari sono inamovibili, e quindi il danno economico non è scongiurabile neanche con la più infallibile delle previsioni eruttive: la collocazione geografica non perdona... Occorre dire che la perdita delle proprietà certamente ha ben poca importanza rispetto all’incolumità fisica, ma non si può non riflettere sul fatto che cambierebbe per ogni sfollato la qualità della vita. Ovviamente la regola vale soprattutto per chi non ha residenze alternative o mezzi economici consistenti. Calcolando 550.000 evacuati nel flegreo, ci sarebbe all’occorrenza la necessità di reperire oltre 180.000 case che non potrebbero essere ricollocate nelle zone attraversate dalle colate piroclastiche o reinsediabili magari ancora in area vulcanica inventandosi altrettanti rioni Toiano 2 e 3 e Monterusciello 2 e 3…

Ma c’è un altro aspetto della faccenda: quello degli abusi edilizi, perché oltre ad essere titolari di diritti, dovremmo essere anche titolari di doveri, come quello di non costruire abusivamente in barba a leggi e regolamenti, in modo da essere a pieno titolo contemplati e all’occorrenza, fra quelli che devono essere assegnatari di case erogate dal sistema di pubblica assistenza. Il nostro pensiero, a proposito delle case realizzate abusivamente nei settori a pericolosità vulcanica, è quella sì di sanare gli abusi per evitare un conflitto sociale, ma renderli senza valore commerciale, cioè invendibili per evitare la trasmissione del rischio vulcanico dall'autore dell'insediamento a terzi.

Il Dipartimento della Protezione Civile nella pagina dedicata all’aggiornamento del piano nazionale di protezione civile, per il Vesuvio riporta testualmente: <<La nuova zona rossa, a differenza di quella individuata nel Piano del 2001, comprende oltre a un’area esposta all’invasione di flussi piroclastici (zona rossa 1) anche un’area soggetta ad elevato rischio di crollo delle coperture degli edifici per l’accumulo di depositi piroclastici (zona rossa 2). La ridefinizione di quest’area ha previsto anche il coinvolgimento di alcuni Comuni che hanno potuto indicare, d’intesa con la Regione, quale parte del proprio territorio far ricadere nella zona da evacuare>>.

In realtà la zona rossa 2, quella soggetta a elevato rischio di crollo delle coperture, in caso di allarme vulcanico deve essere totalmente evacuata senza alcun distinguo: lo dice la direttiva Vesuvio del 14 febbraio 2014 a firma del Presidente del Consiglio Enrico Letta. Non ci risulta infatti, per la ridefinizione di quest’area (rossa 2), che alcuni Comuni siano stati coinvolti per decidere unitamente alla Regione Campania, quale parte dei loro territori far ricadere nella zona rossa da evacuare. Il Dipartimento forse ha fatto confusione, perché alcuni Comuni inzialmente hanno tentato di differenziarsi, ma la chiamata in causa è stata per stabilire quale parte del loro territorio doveva includersi cautelativamente nel perimetro della zona rossa 1 e quindi nella morsa della legge regionale 21/2003 che vieta la realizzazione di nuove residenze nella zona ad alta pericolosità vulcanica. Qualche porzione di territorio l’hanno ceduta i Comuni di Nola, San Gennaro Vesuviano e più ancora Palma Campania. Il Comune di Napoli invece, Poggiomarino e soprattutto Scafati, sostanzialmente non hanno ceduto il resto di niente, per dirla alla Eleonora Pimentel Fonseca…  

Forse il Dipartimento dovrebbe incominciare ad interessarsi seriamente al rischio vulcanico, analizzando i propri scritti dopo aver visionato bene i rapporti e i pareri scientifici, e poi quelli amministrativi prodotti dalla Regione, e per finire analizzare le carte compilate dalle amministrazioni comunali, tentando alla fine un'operazione di armonizzazione dei vari testi, senza per questo ledere il diritto alla conoscenza e alla sicurezza dei cittadini esposti.

In chiusura vorremmo chiarire al Dipartimento, che nella zona rossa 1 vige il divieto di edificare palazzi; nella zona rossa 2 invece, si possono ancora costruire fabbricati e case e ville e mansarde con regolare licenza edilizia, in quanto questa zona è classificata solo a pericolosità vulcanica, mentre la rossa 1 ad alta pericolosità vulcanica… fermo restante che sia i cittadini della zona rossa 1 che quelli della zona rossa 2, alla diramazione dell’allarme devono scappare gambe in spalle senza alcuna distinzione di sorta.
Zona rossa totale soggetta all'evacuazione preventiva in caso di allarme eruttivo

Una situazione che dal punto di vista della prevenzione è paradossale… ma è figlia della cultura politica ingegnerizzata in auge qualche anno fa, che declamava, che se volessimo prendere in esame il peggio di ogni elemento di pericolo, per le alluvioni occorrerebbe prendere in esame il diluvio universale, soprattutto da tutti coloro che non si chiamano Noè

Il nostro sospetto è che il libro Il Vesuvio Universale della scrittrice Maria Pace Ottieri, abbia preso spunto dall’affermazione appena riportata, nel senso analogico dell’evento massimo conosciuto nella storia del Vesuvio...

Ci sono fondati motivi per ritenere il dott. geologo Italo Giulivo, dell’Ufficio III attività tecnico scientifiche Previsione e Prevenzione dei Rischi del Dipartimento della Protezione Civile, come il più competente a spiegare nella campagna io non rischio, com’è possibile che nella zona rossa 2 si costruisca alacremente e nei Campi Flegrei non è stata varata ancora alcuna norma anti cemento, se non impegni che vanno nel senso opposto in quel di Bagnoli. Ed ancora l’alto dirigente spieghi ai cittadini e alle scolaresche che si presenteranno ai gazebi di Pozzuoli o di Napoli durante l'esercitazione EXE 2019, come mai i livelli di allerta del Vesuvio riportano un elemento deterministico come quello sui tempi di attesa eruzione, e perchè nelle pagine web ad oggetto dossier Vesuvio,  la zona rossa 2 non è definita correttamente; ed ancora perchè da oltre un ventennio non si riescono a mettere a punto i piani di evacuazione per le aree vulcaniche campane...  Pompei, la patria per antonomasia delle eruzioni esplosive, non ha ancora un piano di evacuazione.


E' intuibile che, per chi non ha mai approfondito il rebus rischio Vesuvio e Campi Flegrei, in tutte le sue complicazioni e contraddizioni e tortuosità, come sia veramente difficile riuscire a discernere e operare un distinguo tra realtà e propaganda, e tra il mediatico e il pragmatico. 

Le giovani leve che un giorno saranno vesuviani e flegrei, forse dovrebbero mettersi un cartello sotto al braccio alla stregua di Greta Thunberg, magari per chiedere sicurezza preventiva e operativa, atteso che la loro vita e quella dei loro figli si svolge e si svolgerà sul groppone di un enorme e incontrollabile bacino magmatico, in un contesto sociale  dove la vita umana è soggetta anch'essa a pratiche accademiche e istituzionali di rischio accettabile, appena mitigato da pillole di papaverina esercitativa.








venerdì 10 novembre 2017

Rischio Vesuvio: chi ci salverà? ...di MalKo

Il Vesuvio

Le peggiori fenomenologie vulcaniche che hanno caratterizzato le dinamiche eruttive del Vesuvio nell’arco di alcune decine di secoli, certamente non sono state contemplate direttamente dalla nostra generazione smartfonica. Il Vesuvio nell’immaginario collettivo sembra consolidarsi come quel vulcano buono che un po’ di tempo fa consentiva di cuocere le patate nella cenere. Un tubero fumante da offrire ai forestieri che si avventuravano in quota fino ai margini della lava incandescente, che offriva un senso di avventura ai turisti che affollavano la metropoli partenopea.

Nel 1787 anche Goethe, nel gran tour italico, rimase affascinato tanto dalla città di Napoli quanto dal Vesuvio, lanciandosi per tre volte lungo i pendii per arrivare sulla sommità dello Sterminator Vesevo, onde ammirare direttamente la lava pulsante che caratterizzava con grosse volute di vapore alcuni anfratti della famosa montagna.

Le immagini o i filmati che ci offrono una testimonianza abbastanza ampia dei fenomeni eruttivi del 1944, cioè dell'ultima eruzione, ci presentano scene di palazzi abbattuti dalle inesorabili colate laviche e i carri stracolmi di masserizie che si allontanano mogi dal fronte del fuoco. Intanto gli aerei americani allineati sul campo d’aviazione ubicato tra Terzigno e Poggiomarino, vennero anch’essi martoriati dalla pioggia di cenere e lapilli probabilmente perché non fecero in tempo a decollare quando il vento cambiò direzione irrorandoli di pietrisco...
Aeroporto Terzigno - 1944 -
Nelle vecchie pellicole si notano quasi sempre spettatori che osservano il movimento lentissimo e strisciante della lava, che avveniva alla stregua delle salvifiche processioni con San Gennaro in testa.

La straordinaria eruzione pliniana del 79 d.C. invece, cataclisma che seminò lutti e sventura in una plaga letteralmente sconquassata dalla potente eruzione, è fuori dalla portata percettiva dei vesuviani e degli interessi della politica e delle istituzioni che non allarmano. Un evento quello pliniano, che tutti conoscono indirettamente grazie all’area archeologica di Pompei, ma che ritengono sostanzialmente irripetibile perché appartenente al passato millenario che non torna, e quindi alla leggenda come il mito di Atlantide.

Che non ci si dovesse preoccupare per un'eruzione pliniana lo diceva spesso l’ex assessore regionale alla protezione civile della regione Campania, che non riteneva utile nelle pratiche di prevenzione delle catastrofi dare spazio ad eventi con tempi di ritorno troppo lunghi. Sovente tirava in ballo e con una battuta il diluvio universale, da cui, diceva, non ci possiamo difendere soprattutto se non ci si chiama Noè… Quindi perché evocarlo?

Questa filosofia ad excludendum non ha aiutato moltissimo il principio di precauzione consentendo all’organizzazione dipartimentale sostenuta dalla commissione grandi rischi e alla stessa Regione Campania di condividere la scelta dello scenario eruttivo di riferimento tarato sul medio evento, cioè su un indice di esplosività VEI 4 (sub pliniano). Il primo risultato è stato quello di consentire ai cittadini di Scafati e di Poggiomarino ubicati in zona rossa 2 (quella dell’aeroporto appena citato), di continuare a edificare palazzi con regolare licenza edilizia.

L’eruzione di taglia pliniana (VEI 5), nei documenti scientifici ufficiali è stata ritenuta poco probabile ma mai obliabile come invece ha fatto la politica. Non c’è una sola nota redatta dagli esperti che la cancelli. Tant’è che i relatori hanno scritto nel documento plenario ad oggetto gli scenari di rischio, che nel breve e medio termine il Vesuvio potrebbe produrre un’eruzione di tipo stromboliano o al massimo di taglia sub pliniana, ma non possiamo escludere, aggiungono congelando il precedente assunto, che il livello energetico possa essere di taglia superiore a quelli fin qui ipotizzato.  Mani avanti insomma...
Statistica eruttiva Vesuvio su due archi di tempo.
Incredibili sono i silenzi del mondo scientifico in generale e dell’INGV in particolare, che nulla hanno fatto e detto circa la magica sparizione dell’eruzione di taglia pliniana dalle carte della politica. Lapidario fu la sintesi espressa da un recente direttore dell’Osservatorio Vesuviano, che ebbe a dire che loro non si occupano di sicurezza e di allarmi ma solo di ricerca e monitoraggio, e quindi non entrano in dibattiti che competono al Dipartimento della Protezione Civile. Ergo, le uniche denunce sull’argomento a tutela di una distratta popolazione, provengono da uno sparuto gruppo di esperti che a contarli si utilizzano poche dita di una sola mano.

Il Prof. Giuseppe Mastrolorenzo, vulcanologo dell’INGV, è l’indice di questa mano, tra l’altro oggetto qualche anno fa, di attenzioni amministrative disarmanti, per aver avallato tesi che non escludono il pericolo pliniano e la città di Napoli dalle conseguenze di una possibile per quanto remota eruzione VEI 5. Teorie che comportarono minacce per procurato allarme per mano di Guido Bertolaso, all’epoca deus ex machina del dipartimento della protezione civile.

Qualche anno fa ci fu pure chi ebbe a ridire in risposta a una critica circa l’assenza di un piano di emergenza per fronteggiare un’eruzione pliniana, che sarebbe stato utile anche una pianificazione per fronteggiare un meteorite che piomba nel centro di Roma: ma non c’è un tale piano!   L’esempio naturalmente voleva essere un paradosso sarcastico...  Intanto diciamo subito che ci sono studi anche su quest’argomento ma non certo da parte del Dipartimento della Protezione Civile italiana che non ha razzi e missili e testate esplosive per deviare o disintegrare fuori dall’orbita terrestre i macigni in arrivo che sbucano dallo spazio.  Diversamente, il primo passo per difendersi dai massi che piombano dal cielo è quello di individuare con il maggior anticipo possibile un meteoroide in rotta di collisione con la Terra. Poi, occorrerebbe affidarsi ai calcoli matematici per scappare dal punto stimato d’impatto, con la speranza che le conseguenze fisiche del tremendo botto non colpiscano le popolazioni presumibilmente in fuga magari da regione a regione.

Le incognite che regolano questo rischio proveniente dallo spazio, non consentono di produrre in anticipo un piano di emergenza per i meteoriti perché non siamo in condizione di dare al pericolo (P) una quantizzazione energetica che è assolutamente variabile per composizione e massa e velocità dei bolidi. Elementi di assoluta indeterminatezza che non ci consentono di assegnare una magnitudo al fenomeno che potrebbe anche comprendere un mega asteroide che spazzerebbe totalmente la vita dal Pianeta. Il meteorite quindi, non c'entra niente col Vesuvio di cui si conoscono invece le coordinate geografiche (40° 29’ N – 14° 26’ E) e la massima magnitudo (VEI5) espressa nell’arco di una millenaria esistenza, così come i limiti di territorio (zona rossa) su cui s’infrangerebbero le fenomenologie vulcaniche più deleterie per la vita umana… Come si evince, la differenza c’è…

Per cercare qualche determinatezza nel discorso del rischio vulcanico, alla direttrice dell’Osservatorio Vesuviano inviammo una lettera certificata con richiamo al freedom of Information Act (FOIA), dove chiedevamo se corrispondesse a verità che una eruzione pliniana fosse da escludere nel prossimo futuro perché manca magma a sufficienza nella camera superficiale del Vesuvio. Affermazione quest'ultima di grande importanza strategica, riportata tra l’altro nel documento scientifico redatto dal gruppo di lavoroA”. Un’equipe di esperti nominata dal Dipartimento della Protezione Civile per offrire ai tecnici dipartimentali e regionali lo scenario di riferimento su cui attagliare la relativa pianificazione d’emergenza carente a tutt'oggi e come sapete del piano di evacuazione.

La dirigente dell'INGV - OV direttrice Bianco, non ha trovato tempo per rispondere come non lo trovò parimenti l’ex direttore Martini, nonostante sia stato tra i firmatari del documento in questione.

Intanto le eruzioni del Vesuvio, secondo le analisi petrografiche effettuate sui minerali espulsi durante l’evento del 79 d.C., sono avvenute con materiale magmatico asceso direttamente dalla camera magmatica ubicata allora come nell’attualità, a circa 10 chilometri di profondità.  In assenza di risposte chiarificatrici, si potrebbe pensare che la nota sulla camera superficiale sia un assist alla famosa politica ad excludendum.

L’Osservatorio Vesuviano è anche quella istituzione scientifica che in occasione del terremoto di Ischia del 21 agosto 2017 ebbe bisogno di alcuni giorni per indicare la posizione esatta dell'epicentro del sisma, inizialmente dato a nord, in mare e lontano dalla costa. Si scoprì poi che la localizzazione esatta era sotto i piedi degli abitanti di Casamicciola Terme, così come segnalarono alcuni esperti in diretta televisiva analizzando semplicemente i danni che si riscontrarono sull’isola. Se l’errore epicentrale fosse stato sbilanciato verso est, si sarebbe dovuta attivare la commissione grandi rischi perché l’evento si collocava al di sotto dei Campi Flegrei che già gode di un livello di allerta gialla: con un sussulto da 4.0 si sarebbe dovuto seriamente valutare il passaggio a una fase operativa di pre allarme…

Alcuni accademici hanno rumoreggiato su questo svarione che segue e anticipa una serie di perplessità sull’organizzazione interna dell’istituto napoletano dell’INGV. Tra l’altro incomincia ad essere noto a una platea sempre più ampia che i dati di monitoraggio dei vulcani napoletani ricavati dall’Osservatorio Vesuviano non possono essere forniti in tempo reale alle popolazioni. Infatti, c’è un’esclusiva contrattuale che prevede l’invio dei valori strumentali corredati da note ad oggetto Vesuvio e Campi Flegrei e Ischia, in prima battuta al dipartimento della protezione civile. E solo successivamente pare che possano essere immessi sul mercato dell’informazione libera in favore dei sudditi…

In questi giorni il corriere del mezzogiorno ha pubblicato la notizia che un certo numero di costose attrezzature di monitoraggio giacciono inutilizzate in un deposito dell’Osservatorio Vesuviano. Altri media recitano il contrario. In un altro articolo ancora viene pubblicato un pourparler telefonico tra due tecnici della sede dell’Osservatorio Vesuviano (INGV): non si capisce bene se trattasi di una intercettazione, ma la discorsiva abbraccia temi delicati come l'efficienza del sistema di vigilanza e i dati di monitoraggio che a loro dire e a proposito dei Campi Flegrei, non vengono commentati nella loro reale gravità...  C’è anche una preoccupante allusione al discusso progetto geotermico di Serrara Fontana.  Un progetto tra l’altro ancora al vaglio del Ministero dell’Ambiente che intanto ha archiviato con buona pace di tutti l‘ipotesi di un impianto pilota geotermico a Scarfoglio (Pozzuoli). L’idea proposta prevedeva di perforare il ventre della Solfatara e carpire calore dai fluidi caldi che poi sarebbero stati reiniettati in profondità… la provvida archiviazione e non bocciatura ha salvato i promoters anche istituzionali che si sono spesi moltissimo per la geotermia nel flegreo e più in generale sulle trivellazioni.

Cosa bolla realmente nel sottosuolo della caldera flegrea non è dato saperlo con certezza. I segnali colti dalle strumentazioni sono certamente preoccupanti e da tenere sotto stretto controllo. Occorre pure dire che gli strumenti per quanto sofisticati registrano i dati in tempo reale ma non come questi evolveranno un minuto dopo. Le apparecchiature quindi non prevedono le eruzioni, che è una pratica complicata e sovente imperfetta e che resta tutta nelle mani degli scienziati e a seguire in quelle del premier…

Secondo alcune teorie recenti, la coltre rocciosa e tufacea che ricopre la camera magmatica flegrea è stata intaccata dal calore, dalla chimica termale e dalle sollecitazioni fisiche dettate dal bradisismo. Questo significa che se gli strati litoidi che coprono il magma agissero come una sorta di porta tagliafuoco, ebbene la struttura di contenimento così provata potrebbe cedere in qualsiasi momento alle "fiamme" astenosferiche e più velocemente rispetto a una copertura monolitica indenne. Questa bassa resistenza potrebbe allora innescare più facilmente eruzioni ma di piccola taglia in ragione della cedevolezza? Impossibile prevederlo… il mondo della vulcanologia è ancora oggi costellato di forse.
Statistica eruttiva Campi Felgrei
Chi ci salverà dai vulcani non lo sappiamo… Il quadro generale è disarmante e non c’è una reale opinione pubblica che lamenti efficienza e chiarezza su questi grandi argomenti tra l’altro relegati erroneamente a un ambito regionale. La classe politica locale è tutta protesa ad accaparrarsi la proposta contenuta nel decreto Falanga che non è altro che un disposto di tolleranza dell’abusivismo edilizio anche in zona rossa.

I brontolii del pubblico si sono avuti con gli incendi boschivi al Vesuvio perché il fuoco era ben visibile come i fumi e le vampe nella boscaglia che in alcuni casi hanno lambito le case. Il fuoco vulcanico non si vede perché interrato come gli incubi, e quindi non si coglie la pericolosità che è un fattore assegnato alla percezione dei sensi o a una grande cultura della prevenzione che latita...

I piani di evacuazione del Vesuvio, paciocconamente e realisticamente appellati di allontanamento, così come quello dei Campi Flegrei sono ancora in itinere, mentre Ischia non compare neanche nel computo degli inadempienti perché manca ancora uno scenario di rischio. Terme e turismo intanto, diciamola tutta, non si conciliano con gli allarmi sismici e vulcanici…

In conclusione, per superare la china dell’indifferenza e della sfiducia e della inefficienza, occorre che l’Osservatorio Vesuviano, quale struttura di riferimento per il rischio vulcanico, intanto riprenda la sua autonomia e il suo ruolo di attenta sentinella vulcanica.  Occorre poi che si riporti ordine nell'organizzazione e che si valuti una sede diversa da quella ubicata all'interno del super vulcano flegreo.
La nomina del direttore deve essere sicuramente corroborata da alte competenze scientifiche, ma anche da un credo istituzionale volto a garantire ai cittadini l'imprescindibile diritto alla sicurezza, attraverso un operato che non lasci niente di intentato per evitare che un evento naturale, come un'eruzione vulcanica, possa trasformarsi in catastrofe.
A volte per raggiungere questo obiettivo, risulta necessaria mantenere una certa distanza dal mondo politico e  da quei poteri forti che fanno business...

mercoledì 17 giugno 2015

Rischio vulcanico ai Campi Flegrei : deep drilling project e geotermia Scarfoglio...di MalKo


Tempio di Serapide - Pozzuoli

Le operazioni di trivellazione del suolo e del sottosuolo, in mare e in terra, pare siano diventate il business della nuova economia mondiale, con torri perforanti che s’innalzano e s’innalzeranno dai deserti alle coltre polari, dalle tundre ai mari e finanche nelle spianate vulcaniche. Tra un paio di secoli trivelleremo pure i pianeti…Si cerca spasmodicamente petrolio o gas o fluidi caldi o chissà cosa da convertire in calore ed energia sonante… Una necessità è vero, ma non siamo ancora al punto da dover mollare tutte le garanzie di sicurezza.
Il sottosuolo è un ambiente sconosciuto, e in alcune località del mondo le perforazioni in qualche caso hanno causato danni catastrofici, come quelle che nel 2010 caratterizzarono l’inquinamento nel Golfo del Messico, con l’asfaltatura dei fondali marini, o le inarrestabili fuoriuscite di fango bollente a Giava (Lusi 2006). Problemi  si sono avuti pure alle Canarie e in Svizzera e in California e in Emilia Romagna e in altri siti che contano gli effetti diretti e indiretti delle sequenze sismiche provocate dalle trivellazioni e dalla pratiche di reiniezione dei liquidi in profondità.
Anche nel napoletano si è rimesso mano alle trivelle qualche anno fa con un progetto di perforazione profonda della caldera flegrea, che in prima battuta si associava al geotermico, anche se rapidamente e in corso d’opera si trasformò in pura ricerca scientifica. Forse si trattò di un lapsus giornalistico della prima ora…
Stiamo parlando del famoso deep drilling project (CFDDP), che suscitò non poche perplessità in alcuni ricercatori e proteste da parte di diversi movimenti di cittadini che ritennero assurda un’operazione di scavo profondo all’interno di un’area vulcanica e metropolitana come quella di Napoli. Così, il pozzo che doveva avvicinarsi ai 4000 metri di profondità, raggiunta la quota pilota di 502 metri nel ventre tufaceo di Bagnoli, si è fermato per consentire l’analisi del primo carotaggio, ma non si esclude una pausa più lunga del necessario dovuta a un impasse di tipo giudiziario.
Il tentativo corrente offerto anche da una conferenza stampa a tema, sembra quello di riavviare in qualche modo la trivella, o comunque di magnificarne virtù e assenza di controindicazioni, forse per dare forza a un nuovo progetto geotermico da attuarsi nella zona fumarolica di Pisciarelli a ridosso del vulcano Solfatara a Pozzuoli. Praticamente nel punto più stressato del super vulcano flegreo… L’operazione che si profila all’orizzonte si chiama progetto Scarfoglio,  e la consulenza scientifica è offerta dall’amra, un consorzio con nomi molto noti alla scienza e alle istituzioni statali.
I risultati scientifici conseguiti con il pozzo pilota del deep drilling project di Bagnoli (502 mt.), sono stati presentati a palazzo San Giacomo, sede del Comune di Napoli, nel corso di una conferenza stampa dell’INGV napoletano. Non sono pochi quelli che sperano che dallo scavo scientifico emergano alibi sufficienti per spalmare sui suoli contaminati dell’ex italsider palazzi di lusso con vista sul Golfo  calderico… Paradosso? Non scherzava affatto l’assessore regionale Prof. Edoardo Cosenza, quando disse in un recente convegno che le proibizioni edilizie a uso residenziale  valevoli per la zona rossa Vesuvio non valgono automaticamente  per la zona rossa del super vulcano dei Campi Flegrei: occorre una legge ad hoc…
Tra i dati offerti al pubblico, è stato posto in rilievo la scoperta di materiale tufaceo ascrivibile a un’eruzione di 45000 anni fa. Se, come viene scritto altrove, l’attività vulcanica nell’area flegrea è iniziata 60000 anni fa, riteniamo che il minimo che possa accadere carotando in giro per i Campi Flegrei, è di trovare tracce di eruzioni antecedenti o successive a quella famosa dell’ignimbrite campana…Tra l’altro, una buona parte della caldera flegrea è sommersa è non è da escludere che sorprese verranno prima o poi anche dall’ambiente sottomarino.
Un altro elemento che lascia dubbiosi ma probabilmente per difetto interpretativo della stampa, riguarda la scoperta che il bradisismo flegreo dipende un po’ dai fluidi e un po’ dal magma, al 50% dicono…
Emeriti scienziati anche del passato accennavano già a questa caratteristica dei campi ardenti, anche se da una interessante disquisizione del Prof. Giuseppe Luongo, ci è sembrato di capire che non si possa esclude che le forze in gioco all’origine del bradisismo ascendente lascino propendere per un intervento del magma piuttosto che dei fluidi, ovvero con una prevalenza del primo sul secondo. Che il contestatissimo Campi Flegrei deep drilling project con il suo pozzo esplorativo a 502 metri di profondità abbia rivoluzionato, come tuona in questi giorni la stampa, le conoscenze sulla caldera flegrea e sulle dinamiche del bradisismo, ci sembra un’affermazione forse un po’ eccessiva. Leggiamo infatti, da una pubblicazione del 2009 del Prof. Benedetto De Vivo, che il bradisismo è un fenomeno ampiamente studiato… Su un’autorevole rivista scientifica poi (amraGiovanni OrsiAldo Zollo), si cita che la caldera flegrea è stata indagata in dettaglio negli ultimi 30 anni attraverso perforazioni profonde (1 - 3 Km.), studi tomografici basati su dati di terremoti locali e telesismi, indagini gravimetriche e magnetiche, misure di temperatura in profondità e di flussi di calore in superficie. Immagini ad alta risoluzione della struttura calderica, sono state ottenute dall’analisi di dati di sismica a riflessione acquisiti durante l’esperimento SERAPIS nel 2001, supportate dalla nave oceanografica Nadir dell’ifremer e dall’installazione di più di 60 sismometri da fondali marini nelle baie di Napoli e Pozzuoli >>. Potremmo continuare con l’analisi delle perforazioni profonde e meno profonde dell’AGIP e di ENEL che si contano a diecine per poi passare ai satelliti e a tutte le altre tecnologie applicate in loco…
Certamente le trivellazioni sono un elemento pragmatico dello studio del sottosuolo della caldera flegrea con la sua struttura particolarmente complessa e dinamica. Il carotaggio però, consente di conoscere ciò che prospetticamente si vede dal buco della serratura ma non nelle stanze accanto come dimostra appunto il ritrovamento di tufi mai prima censiti… La caldera flegrea racchiude diverse decine di bocche eruttive e come dicevamo è in parte sommersa. La complessità del sottosuolo in siffatta area richiede sicuramente uno studio continuo e approfondito e quindi meritevole di finanziamenti mirati. Trattandosi di un territorio densamente abitato e metropolitano però, sede anche di importanti strutture viarie e ferroviarie, bisognerebbe privilegiare sistemi di esplorazione necessariamente indiretti, non solo per tenere alto il famoso principio di precauzione, ma anche perché lì dove ci sono agglomerati urbani  non è consentito dalla legge apportare modifiche artificiali a un sistema naturale che racchiude pericoli imprecisabili dettati da un sottosuolo sotto stress, con presenza di fluidi allo stato critico e supercritico.
Per quanto riguarda la stazione avanzata di monitoraggio installata nel pozzo pilota ubicato lì nel sottosuolo tufaceo di Bagnoli, questa coglie e coglierà anche i sommovimenti micrometrici, probabilmente consentendo di avere elementi meno perturbati su cui elaborare teorie endodinamiche. Difficilmente però, questi dati sui microsismi potranno essere definiti concreti elementi di previsione delle eruzioni flegree, perché nella zona i movimenti del suolo in realtà si contano a metri, e le scosse sismiche a migliaia durante le fasi acute di sollevamento. Segnali anche vistosi che potrebbero non approdare a un’eruzione, ma fenomeni certamente capaci di minare nel concreto la statica dei fabbricati.
Il deep drilling project, ovvero il progetto di perforazione profonda in zona calderica (Bagnoli), non ebbe il nulla osta dal sindaco d’allora, Rosa Russo Iervolino, e solo con l’avvento del successore è stato possibile perforare almeno il pozzo pilota (502 metri).
Oggi in Campania il problema delle perforazioni si pone in modo piuttosto serio, perché sono stati dati permessi (iter in corso) per lo sfruttamento geotermico dei fluidi caldi sia per l’isola d’Ischia, che per il settore occidentale e orientale dei Campi Flegrei con i progetti Forio, Cuma e Scarfoglio.
Certamente l’idea di collocare una centrale geotermica a ridosso della Solfatara di Pozzuoli è interessante in termini di strategia commerciale e rispetto del paesaggio. In questa zona ci sono i fluidi più caldi, e ciò che potrebbe fuoriuscire dalla centrale geotermica sarebbe sostanzialmente ciò che fuoriesce dalla Solfatara, il che non farebbe temere impatti ambientali dalla direzione dei venti, così come la eventuale sismicità indotta dalle trivelle e dalle rieiniezioni dei fluidi sul fondo del cratere sarebbe difficilmente discriminabile dai normali microsismi che interessano quella zona in particolare.

La Solfatara - Pozzuoli

Il problema principale è rappresentato dalle incertezze circa i possibili squilibri che si causerebbero a un sistema complesso e stressato come quello che caratterizza il sottosuolo flegreo, tra l’altro parliamo di un territorio che vive una condizione di bradisismo ascendente e un livello di allerta vulcanica in una fase di attenzione.

Con questo non si vuole dire che si ha la certezza che le perforazioni creino problemi di sicurezza diversi da quelli di cantiere; si vuole semplicemente affermare che se sussistesse questa possibilità anche minima, non è possibile accrescere artificialmente il rischio a un’area che di rischio sismico e vulcanico ne somma a sufficienza, tra l’altro in una condizione oggettiva di urbanizzazione spiccata e senza piani territoriali di protezione civile.
Nella valutazione del rischio poi, visto che una centrale geotermica richiede come nel caso in esame reiniezione dei fluidi con pratica non occasionale, il rischio di squilibrio nel sottosuolo si manterrebbe nel tempo con una certa indeterminatezza dovuta alle interazioni date da un sottosuolo in evoluzione. Soprattutto nella zona di trivellazione dei pozzi che ricadono nella zona Solfatara – Pisciarelli, dove dal 2006 si sono segnalati aumenti di temperatura e dei flussi delle emissioni fumaroliche.
Nell’analisi del rischio bisogna contemplare le caratteristiche territoriali per una misura in senso estensivo almeno pari alla distanza ricopribile dagli effetti delle energie che potrebbero rilasciarsi dalla sorgente emettitrice artificiale. In tutte le disquisizioni sul rischio poi, un ruolo fondamentale lo giocano le alternative che molte volte non vengono prese in considerazione perché più costose.
E’ chiaro che le uniche zone dove i fluidi presenti nel sottosuolo hanno temperature significative al punto da rendere interessante uno sfruttamento geotermico, sono quelle in Toscana, Tirreno Meridionale, Ischia e Campi Flegrei e il Canale di Sicilia. E’ altrettanto chiaro che gli impianti di sfruttamento terrestre hanno meno costi di esercizio rispetto a quelli ubicati in mare, così che l’Amiata, Ischia e i Campi Flegrei, sono probabilmente le zone più appetitose per il geotermico italiano.
L’area di Larderello è molto sfruttata e gli abitanti sono in subbuglio e tutt’altro che convinti dell’impatto zero del geotermico soprattutto con tecnologia non a circuito chiuso: rimane allora quella ischitana e flegrea da esplorare. Purtroppo o per fortuna, nel nostro caso quelle meridionali sono anche tra le zone più belle d’Italia e tra le più urbanizzate e con un flusso turistico di tutto rispetto. Al momento alternative alla produzione di energia elettrica ce ne sono e quindi dovrebbe essere preferibile non correre alcun rischio tra l’altro in una zona (Campi Flegrei) che registra parametri di alterazione geochimica e geofisica con punte localizzate soprattutto nella località Scarfoglio dove s’intende procedere con le trivellazioni per la realizzazione di tre pozzi emungitori, e due di reiniezione dei liquidi.
Il comune di Pozzuoli ovviamente dovrebbe avere un ruolo di vigilanza in questa faccenda visto che il progetto Scarfoglio dovrebbe attuarsi sui territori puteolani, e ci si augura che oltre all’accordo collaborativo con l’INGV, sia garantito innanzitutto il diritto all’informazione, pubblicizzando l’impegno geotermico in loco.
Nella relazione d’impatto ambientale prodotta dall’amra a firma del Prof. Paolo Gasparini, si legge che:<< l’attività sismica associata alle applicazioni geotermiche che è tipicamente di bassa energia (M< 3), è la risultante di differenti effetti, come l’iniezione e l’estrazione di fluidi che producono variazioni dello stress statico, sia per l’effetto della pressione di poro che per l’effetto dello stress termico…>>. Per quanto riguarda l’interferenza con il sistema vulcanico, Gasparini afferma che << non ci sono osservazioni o modelli collaudati in proposito e che, in linea teorica, poiché l’attività geotermica sottrae energia al sistema vulcanico, potrebbe semmai essere considerata stabilizzante allontanandola dal punto critico (eruzione)>>.
Gli aspetti delle trivellazioni napoletane è possibile dividerli in due filoni. Uno riguarda la zona (Bagnoli) dei Campi Flegrei, dove permane la possibilità  che il progetto scientifico (deep drilling project) di perforazione profonda riprenda vigore. Questo progetto non è stato soggetto a valutazione d’impatto ambientale (VIA), che d’altra parte dovrebbe essere un processo di garanzia e di sicurezza a prescindere dalle finalità della trivellazione. E’ particolarmente interessante rilevare che proprio il direttore del deep drilling project chiarisce che non c’è bisogno di valutazione d’impatto ambientale perché il progetto è di semplice carotaggio, e non comporta alcun prelievo o immissione di fluidi, quindi non può assolutamente turbare gli equilibri idrologici e di sforzo nel sottosuolo. L’annotazione è di rilievo…  Nei documenti d’impatto ambientale che riguardano il progetto Scarfoglio invece, ci sembra di cogliere elementi di garanzia per considerazioni opposte, cioè le operazioni si attuerebbero solo negli strati superficiali (1000 metri) sostanzialmente asismici e non nel profondo...

Le centrali geotermiche che sfruttano i fluidi caldi operando nell’ambito dei mille metri di profondità con un ciclo binario, cioè chiuso, pare che siano quelle più affidabili da un punto di vista dell’impatto ambientale di superficie. Il problema rimane nelle profondità e nelle eventuali alterazioni che si porterebbero agli equilibri presenti nel sottosuolo sotto forma di tensioni e circolazione dei fluidi caldi. Se in una terra “normale” questo tipo di attività richiede una certa attenzione, riteniamo che su terra bradisismica intracalderica caratterizzata da suoli  ballerini e super vulcano latente, i benefici economici che mai ritroveremo in bolletta, non valgono la candela di un rischio che difficilmente potrà essere a livello zero.

Per quanto riguarda la perforazione a uso non commerciale (CFDDP), questa riteniamo fortemente che debba essere parimenti e alla stregua di altre soggetta a Valutazione d’Impatto Ambientale, soprattutto per mantenere alto il concetto che non esistono attività che possano autoescludersi dalle necessità di verifica, onde non aprire il campo a scorciatoie scientifiche per analisi tutte commerciali.
Bagnoli ( Campi Flegrei) Quasi sul lungomare l'area del deep drilling project