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venerdì 9 dicembre 2016

Rischio Vesuvio: Fidel Castro chiese... di MalKo


Vesuvio visto da Napoli

Il Presidente dell’Istituto di Cooperazione e Sviluppo Italia-Cuba, dalle pagine del Corriere del Mezzogiorno ha raccontato che nel 1998 fu tra i pochi fortunati selezionati dall’ambasciatore cubano a Roma per incontrare Fidel Castro. Il Lider Maximo nel cordialissimo colloquio, inaspettatamente manifestò particolare interesse per il Vesuvio formulando al riguardo domande e lasciando trapelare incredulità sul fatto che sulle pendici del vulcano vivessero tante persone… e quindi chiese se erano stati approntati i piani di evacuazione. Un leader molto pragmatico…

I cittadini del vesuviano non pensano a come sia stato possibile che intorno a un vulcano esplosivo abbiano incredibilmente consentito di costruire palazzi su palazzi, perché loro fanno parte della parola incredibile; invece molto più realisticamente si chiedono se la posizione in cui risiedono sia più o meno pericolosa rispetto ad altre.

Nel merito del livello di rischio a cui giocoforza sono sottoposti per precisa collocazione geografica, e quindi distanza delle loro abitazioni dal cratere sommitale del Vesuvio, indubbiamente a fare la differenza sarà la portata energetica della prossima e imprevedibile eruzione. C’è da dire che le eruzioni maggiormente dirompenti possono differenziarsi per indice di esplosività vulcanica. Tra una sub pliniana (VEI4) e una pliniana (VEI5) passa un solo punto di differenza che non è poca cosa, perché i flussi piroclastici potrebbero coprire distanze di quasi 10 chilometri nel caso di una VEI4, ma anche il doppio in seno a una pliniana, come successe circa 4000 anni fa e ancora quasi 2000 anni or sono con la nota eruzione di Pompei del 79 d.C.

Il quadro delle conseguenze, ovvero dei territori coinvolgibili dai due stili eruttivi appena citati, come si vede è notevolmente differente. Ad essere ancora più precisi, nel caso di un’eruzione VEI4, le colate piroclastiche potrebbero percorrere distanze forse non eccedenti la linea nera Gurioli, rappresentata qui nella figura sottostante.


Se invece e malauguratamente l’eruzione dovesse assumere un carattere prettamente pliniano, cioè con un indice di esplosività vulcanica VEI5, le nubi ardenti dilagherebbero ben oltre il limite Gurioli, spingendosi fino all’area urbana di Napoli o alla base dei contrafforti dei Monti Lattari.

L’orlo calderico del Monte Somma non è sufficiente a proteggere gli abitanti di quel versante da una colata piroclastica. Questo spiega perché e nel dubbio, su un arco di 360° centrando il cratere, l’evacuazione dovrà essere totale nel momento dell’allarme.

Come abbiamo più volte scritto, l’autorità scientifica made in INGV, in assenza di elementi validi per poter definire con certezza l’energia della prossima eruzione del Vesuvio, ha potuto produrre solo conclusioni statistiche condivise appieno dalla Commissione Grandi Rischi che si è assunta l’onere di sancire definitivamente e nel senso deterministico che la prossima eruzione del Vesuvio sarà una VEI3 o al massimo una VEI4… In altre parole per i prossimi 128 anni Napoli è salva ma c’è il grosso problema proveniente dai contigui Campi Flegrei, in quanto pare che l’eruzione del Monte Nuovo nel 1538, abbia aperto un ciclo eruttivo piuttosto che chiuderlo.

La statistica offerta dagli esperti (Vesuvio) è tutta racchiusa nella tavola sottostante:

Proviamo a chiarire meglio i concetti di fondo che trapelano dallo schema riassuntivo. Il primo nodo che bisognava sciogliere riguardava l’arco di tempo da prendere in considerazione per avere la proiezione statistica dell’eruzione di riferimento. La finestra da prendere in esame poteva essere quella circoscritta da 60 a 200 anni (A), oppure da 60 anni in poi (B) senza un limite superiore. Quale hanno preso in esame? Ovviamente la prima tabella, perchè è maggiormente governabile in termini politichese, in quanto il broker statistico offre una percentuale pliniana dell’1% e posticipa ai posteri l’11% con cui dovranno poi misurarsi i tecnici e i politici e gli scienziati nelle pratiche di prevenzione delle catastrofi.

In realtà l’1% serve solo a ri-pararsi da un eventuale e imprevedibile fallimento prognostico, offrendo comunque agli ingegneri della politica la possibilità di consentire ai comuni di Scafati e Poggiomarino di impastare ancora cemento a uso residenziale, mettendo gente su gente, in quei luoghi che saranno spazzati via da una possibile eruzione pliniana, o anche da una VEI5 meno meno o da una VEI4 con lode.  Diceva Indro Montanelli, che noi siamo un popolo di contemporanei, che non teniamo in debito conto il passato e né tantomeno il futuro…

Gli ingegneri napoletani si sono riuniti qualche giorno fa alla mostra d’oltremare per discutere di rischio vulcanico, sancendo che se il Vesuvio dovesse scoppiare, in 300 secondi potrebbe fare anche seicentomila vittime, ma siamo certi che non accadrà nei prossimi mesi. Il “mago” che ha azzardato questa previsione ha anche detto che un’eruzione può essere prevista con un mese di anticipo...

Il Professor Edoardo Cosenza, anch’egli innanzitutto ingegnere ed ex assessore alla protezione civile regionale Campania, ha ricordato invece che nei Campi Flegrei il livello di allerta vulcanico è da alcuni anni sbilanciato sullo stato di attenzione (giallo): un primo gradino su quattro. Quando ci sarà l'eruzione ai flegrei però, è più probabile che sia piccola, riferisce… e in ogni caso ha aggiunto, le zone rosse per entrambe le aree, Vesuvio e Campi Flegrei, sono state preparate per i fenomeni più violenti (?).  Se l’ingegnere si riferisce ai piani di evacuazione, occorre che rettifichi immediatamente il dato perché è assolutamente inesatto.

L’assessore Cosenza è un tecnico molto preparato che alla base di qualsiasi discorso antepone i tempi di ritorno delle catastrofi. Da buon strutturista poi, da tempo tesse le lodi dell’Ospedale del Mare, un vero fortino bunker costruito in zona rossa Vesuvio (Ponticelli), capace di resistere ai sussulti simici estremi e ai depositi di prodotti piroclastici di ricaduta che si accumulerebbero in caso di eruzione sui tetti senza colpo ferire. Una grande resistenza statica comprovata da collaudi che in verità non serve molto alla sopravvivenza delle persone, visto che il grande nosocomio può essere investito dai flussi piroclastici che si caratterizzano in verità per un elevato potere distruttivo dinamico e termico, visto che avanzano con temperature che possono tranquillamente raggiungere e superare i 500°/600° gradi Celsius, ben oltre quindi i limiti di fusione dello stagno, dello zinco e anche dell’alluminio e del genere umano.

Sul versante dei Campi Flegrei invece, la notizia che campeggia sui giornali online, è la lettura stratigrafica che è stata fatta del carotaggio nel famoso pozzo del deep drilling project (CFDDP) a Bagnoli. Una perforazione che doveva raggiungere i 4000 metri di profondità ma che si è fermata a 501 metri. Secondo il dirigente del progetto, Il Dott. Giuseppe De Natale, il dato interessante che è emerso al momento, riguarda l’analisi dei sedimenti che testimonierebbe per potenza, un’attività vulcanica modesta nel settore orientale flegreo rispetto a quella più intensa da ascrivere alla parte occidentale. Un dato che potrebbe consentire di ritrattare in parte la pericolosità vulcanica in danno al centro urbano di Napoli...

Intanto pare che alla stesura generale dei piani di evacuazione del vesuviano, pardon di allontanamento, gestiti dal dirigente regionale Ing. Italo Giulivo, manchino all’appello ancora quattro o cinque comuni inadempienti, che rendono l’operazione di mobilità extra urbana complessivamente ancora da definire e ultimare. Il titolo di viaggio però ed è certo, sarà gratuito…

Nel festeggiare i 175 anni di esistenza dell’Osservatorio Vesuviano, si è tenuto il 7 dicembre scorso un incontro commemorativo di una certa importanza. Il Dott. Augusto Neri, direttore della struttura vulcani dell’INGV, ha detto alcune cose fondamentali su cui riflettere e riflettere molto. Innanzitutto che la percezione comune che la previsione dell’evento vulcanico sia più facile da formulare non è vera, perché la maggior parte dei vulcani hanno sistemi molto complessi e non abbiamo al nostro attivo una documentazione sui precursori eruttivi. Il ricercatore chiama in causa proprio i tre distretti vulcanici napoletani, tutti ubicati su un solo territorio provinciale e purtuttavia tutti e tre molto dissimili tra loro. I segnali che ci giungono da questi vulcani - aggiunge - si colgono tutti, ma sostanzialmente bisogna mettere in evidenza che mancando una documentazione scientifica di base dei segnali pre-eruttivi dei medesimi, una previsione dell’evento eruttivo è un’operazione oltremodo difficile.
Un invito al confronto con il mondo scientifico mondiale - conclude - è quindi necessario, soprattutto con quegli esperti che studiano vulcani per caratteristiche molto simili a quelli campani. Un’occasione potrebbe essere il congresso internazionale Cities on Volcanoes che si terrà a Napoli nel 2018.

giovedì 25 giugno 2015

Rischio Vesuvio: l'ospedale del mare in zona rossa... di MalKo




L'ospedale del mare - Ponticelli (Napoli) -

L’Ospedale del mare, il grande nosocomio dell’Italia meridionale ubicato a Napoli nella zona rossa Vesuvio, è stato al centro di notevoli polemiche perché ovviamente lo si poteva costruire in un’area non soggetta all’invasione dei flussi piroclastici in caso di eruzione vulcanica.
Alcune maestranze hanno affermato che pur se ne avessero avuto la possibilità lo avrebbe comunque ricollocato in quella precisa posizione, perché i cittadini del vesuviano hanno diritto ad essere curati così come ad avere altri tipi di servizi quali scuole e tribunali. Più o meno sulla stessa lunghezza d’onda i vertici del dipartimento della protezione civile…
Questa valutazione potrebbe avere una logica politica ma non tecnica, perché chi opera nel campo della sicurezza sa bene che ci sono strutture che hanno un ruolo particolarmente attivo nelle emergenze e quindi rappresentano una risorsa rispetto ad altre che lo sono meno o per niente.
In molti dicono che l’ospedale del mare doveva essere costruito in via argine, nei pressi degli uffici della motorizzazione civile. Non conosciamo le situazioni amministrative e di edilizia che hanno spinto il comune di Napoli e la Regione Campania a valutare una diversa collocazione del nosocomio costruito poi a Ponticelli in piena zona rossa. Non escludiamo però, che una siffatta decisione sia scaturita anche sulla base di tardive considerazioni circa la eccessiva contiguità che avrebbe avuto il mega ospedale nella destinazione iniziale, con la parte industriale orientale di Napoli, che in quei luoghi probabilmente prevedeva e prevede ancora strutture di stoccaggio di carburanti e gas. D’altra parte però, se queste sono le motivazioni per giustificare la posizione attuale dell’ospedale del mare, dobbiamo annotare che indubbiamente in termini di strategia preventiva non è stato fatto il possibile. Non saranno mancati gli strutturisti e i collaudatori al progetto, ma è mancata una elementare valutazione complessiva di ingegneria o architettura ambientale dando così seguito allo scellerato concetto che si dà peso a quello che si costruisce piuttosto che al dove lo si costruisce. Il complesso, vero bunker tutto cemento e ferro, purtroppo ricade in un contesto territoriale poco sicuro perché le colate piroclastiche hanno una capacità insinuativa e distruttiva di prim’ordine…
E’ opportuno precisare che scuole e tribunali, e ancora supermercati e parchi e palestre e piscine e teatri e università e biblioteche e cinema e parcheggi, possono anche costruirsi in zona rossa Vesuvio, ma non si possono seguire tesi indifendibili a proposito di oculata scelta di localizzazione del nosocomio, perché la sua ubicazione in zona ad altissimo rischio non solo priva i soccorritori in caso di pericolo vulcanico di una risorsa primaria, ma addirittura il complesso sanitario si rivelerebbe una pesante zavorra operativa, senza contare le mille incertezze in una situazione di pre allarme. Qualche alternativa del resto c’era…Ancora di più se si analizzano gli spazi da rivalutare e riurbanizzare proprio nel settore orientale di Napoli, dove esistono progettualità residenziali e di servizi molto ampie che si spingono fino ai limiti della linea nera in un settore che è stato completamente avulso dal rischio colate che conta zero fino allo steccato Gurioli.
Il segmento obliquo è la linea nera Gurioli. A destra
il Vesuvio e a sinistra la città di Napoli
Fino a quando non veniva perimetrato il settore vulcanico a maggiore pericolosità attraverso l’adozione della linea nera Gurioli, segmento curviforme e geo referenziato, si giocava spesso sull’equivoco della reale e precisa ubicazione del presidio sanitario del mare: è fuori; è ai limiti; metà e metà; ecc… Il dubbio è stato fugato e sulla cartografia ufficiale è possibile constatare che la struttura ricade interamente nella zona rossa a maggior pericolo vulcanico (figura a lato).
Le politiche di sicurezza richiedono conoscenza e strategie e anche un minimo di fantasia creativa. Per quello che stiamo appurando in termini di pericolosità vulcanica, con la tardiva scoperta che Napoli è una metropoli stretta tra Vesuvio e Campi Flegrei, bisognerà mettere insieme e al più presto, un’equipe di architetti nazionali e magari internazionali, ed esperti di altri rami, per dare vita a un consesso multidisciplinare (magari della comunità europea) capace di tracciare le future linee guida necessarie alla rielaborazione dello sviluppo urbanistico e del riordino territoriale della metropoli partenopea che dovrà attuarsi nei prossimi cento anni: pace geologica permettendo. Non è un auspicio, ma una necessità improcrastinabile che dobbiamo per onestà e umanità assicurare come lascito alle generazioni a venire.

Il mega ospedale dovrebbe essere ricostruito a nord, lontano dai distretti vulcanici, e quello attuale potrebbe essere magari adibito a polo universitario così da strappare alcune facoltà da una eccessiva promiscuità con zone ad altissimo indice di malessere sociale…Contemporaneamente e tra le tante altre cose, bisognerebbe dare impulso alla creazione delle aree atterraggio elicotteri nel vesuviano, per garantire interventi aerei di soccorso sanitario (eliambulanza) che andrebbero ad arricchire i servizi dei presidi stabili. Questo delle elisuperfici è un input sempre disatteso, perché quasi tutti sono convinti che un campetto di calcio sterrato è per sua natura una ideale area di atterraggio elicotteri. In realtà non è così, perché le turbine aspirano e ingurgitano ciò che sollevano, e il rotore nel momento di massima spinta cappotta baracche, panchine a volte veicoli leggeri e in altri casi ancora divella il prato artificiale e lamiere dalle recinzioni.  Tra l’altro molti non sanno che un elicottero dovrebbe decollare e atterrare come gli aerei, perché se tali operazioni le effettua in volo verticale, si pone in una condizione di fuori sicurezza.
Il sentiero di discesa per elicotteri dovrebbe avere questa incidenza per operare in sicurezza.

Quindi, i campetti di calcio con alte recinzioni e con il lato maggiore non in linea con i venti principali, non sono l’ideale per le operazioni aeree, soprattutto se i velivoli operano a pieno carico. D’altra parte non si può pianificare il soccorso indicando genericamente aree non idonee che potrebbero essere usate solo come ultima chances dagli equipaggi chiamati a intervenire in gravi situazioni…Distinguiamo allora aree occasionali da aree pianificate magari con segnale di località a lettura verticale, utile in un contesto di edificato senza soluzione di continuità come quello vesuviano. L’elicottero, in sintesi, può anche atterrare su una cabina telefonica, purché non abbia ostacoli rilevanti sulla direttrice di atterraggio e decollo.

Un piano regionale di elisuperfici multifunzioni dovrebbe essere varato. I comuni che riteniamo debbano dotarsi di strutture d'atterraggio permanente dovrebbero essere innanzitutto quelli che, per conurbazione e posizione e densità abitativa, presentano più di qualche criticità. Rimanendo sulle tematiche di rischio Vesuvio, citiamo sicuramente San Giorgio a Cremano, Portici, Ercolano e Torre del Greco. Ovviamente la problematica dovrebbe riguardare un po’ tutti i comuni che vogliono operare nel senso della pianificazione e che possono intanto individuare e vincolare nei loro piani urbanistici quelle aree che si presterebbero bene per i servizi aerei ad ala rotante. Nel vesuviano si è in linea con i venti dominanti con l’asse cardinale più o meno orientato 06° - 240°…

Portici partì molto bene negli anni ’90 con l’individuazione di due elisuperfici: una sul mare e un’altra a ridosso dell’autostrada in pieno centro. La prima ( ENEA) forse è rimasta agibile e la seconda è stata fagocitata dalla costruzione del maxi casello autostradale Portici - Ercolano. Se non è stato lasciato un serio varco d’emergenza per l’ingresso in autostrada verso Napoli, i porticesi possono ben ascriversi una pianificazione da danno e beffa…