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mercoledì 10 maggio 2023

Rischio vulcanico ai Campi Flegrei: la caldera dei forse... di Malko

 

Nisida

Nei Campi Flegrei c’è timore per un certo intensificarsi degli eventi bradisismici e sismici con qualche evento in più e più avvertibile dalla popolazione, soprattutto nel comune di Pozzuoli che rimane il fulcro dell’unrest vulcanico. I responsabili regionali e nazionali della protezione civile, hanno sempre detto che non bisogna mai immaginare una situazione in cui si fugge con alle spalle l’eruzione che ci insegue… Premesso che i medesimi accedono alle notizie oltre “porte chiuse” rilasciate dalla commissione grandi rischi per il rischio vulcanico, bisognerà, a prescindere, dargli credito. D’altra parte l’alternativa che rimane è avere una borsa pronta dietro la porta, in modo da prendere il largo nel momento in cui la nostra percezione segnala pericolo, con o senza il parere illuminato delle istituzioni competenti. Questo vale soprattutto per chi ha una casa grande o piccola al mare o in montagna o in campagna. Diversamente, bisognerà attendere la prima chiama del pre - allarme, dove lo Stato, per chi decide di andarsene prima dell'allarme generale, assicurerebbe con una tempistica sconosciuta, un contributo di autonoma sistemazione.

Il dato che purtroppo regna inequivocabilmente sovrano, è che siamo di fronte alla geologia dei forse… Forse il bradisismo è l’antefatto dell’eruzione; forse il sollevamento del suolo è strettamente legato agli acquiferi surriscaldati; forse è il magma che sale; forse la verità sta nel mezzo col magma che s’intrufola verso l’alto e l’acqua che scende in abundantia sfruttando le nuove fratturazioni nel basamento crostale locale: tutto è possibile, quindi nulla è certo.

A fronte dei forse, c’è la certezza che bisognerà fare il possibile per andare via prima dell’eruzione, magari improvvidamente rimanendo impegolati in un falso allarme. Guai a criticare il falso allarme però, perché è sempre meglio del mancato allarme. L’ideale sarebbe una previsione che anticipi almeno di tre giorni l’insorgenza di una eruzione: nulla ci porta ad escludere questo tipo di successo previsionale che all’occorrenza si auspica.

Il piano di emergenza e quindi di evacuazione, è stato da qualche mese aggiornato e le autorità di protezione civile si sono assunte l’impegno di spiegare alle popolazioni insediate nella caldera, cosa è cambiato di questo piano, e quali sono le istruzioni attuali per allontanarsi dal pericolo eruttivo attraverso nuovi percorsi.

I dirigenti Luigi D'angelo del DPC e Italo Giulivo della Regione Campania 

Quello che invece ci sembra strano da parte della commissione grandi rischi, e che, pur costituita da scienziati di alto livello, pur avendo per funzioni competenze anche dal punto di vista della prevenzione delle catastrofi, nessuno di loro apre bocca sulla mancata istituzione del divieto di costruire in senso residenziale nella zona rossa dei Campi Flegrei. Nel vesuviano si ebbe il coraggio di varare una legge anti cemento: la legge regionale 21/2003 a firma di Bassolino, che vieta qualsiasi costruzione ad uso abitativo nella zona rossa, per non incrementare il valore esposto in un ambito territoriale ad alta pericolosità vulcanica. Fu chiaro sull’argomento un ex assessore regionale alla protezione civile, noto ingegnere, che seguì l'asimmetrico allargamento amministrativo della zona rossa Vesuvio, che non ci sembra di totale garanzia per tutti. Questi disse che per rendere applicabili nei Campi Flegrei i disposti già varati per la zona rossa Vesuvio con la legge 21/2003, non bastava agire richiamando per similitudine la classificazione di territori ad alta pericolosità vulcanica per imporre divieti, bensì occorreva una legge ex novo mirata e ad vulcano… Nel frattempo, nel comune di Pozzuoli pare si licenzino sanatorie edilizie corredate dalle ricevute degli oboli versati, e da perizie tecniche attestanti che la costruzione da sanare non guasta il panorama ed è antisismica.  Una bella garanzia quella ottenuta con ferro e calcestruzzo, che non soddisfa però, tutte le esigenze di protezione connesse ad una zona vulcanica con abitati che saranno pure antisismici, ma posizionati all’interno della caldera del super vulcano, in mezzo a una quarantina di bocche monogeniche.

Occorre dire che la resistenza strutturale dei fabbricati alle sollecitazioni orizzontali e verticali provenienti dal sottosuolo, è molto importante in un’area sismica, ma la loro utilità non è onnicomprensiva, e cessa nel momento in cui si presenta l'evento eruttivo. Infatti, nei Campi Flegrei si temono, nel corso di una possibile eruzione, la formazione di nubi ardenti. Questo fenomeno insito nelle eruzioni esplosive, consiste in un flusso di gas e materiale magmatico di svariate misure espulse dal vulcano, che avanza anche per chilometri con una temperatura globale dell’ammasso che oscilla intorno ai 500° Celsius. Di conseguenza, la costruzione antisismica ci difende sì dalle scosse litosferiche, ma non da quei fattori dinamici e termici che rappresentano il pericolo principale legato alle nubi ardenti.  I trecento ercolanesi che trovarono rifugio in un magazzeno sulla spiaggia per proteggersi dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. furono raggiunti dalle nubi ardenti, che determinarono l’immediata evaporazione dei fluidi corporei e in più di qualche caso l’esplosione dei crani.

In caso di minaccia eruttiva allora, occorrerebbe proteggersi allontanandosi dall'area in anticipo sulle dirompenze ed è la migliore delle soluzioni; nell'impossibilità, occorrerebbe proteggersi in un bunker dal profilo aerodinamico arrotondato e chiuso sul fronte vulcano: una piccola apertura dal lato opposto per verificare se sussistono le condizioni per un cessato allarme. Fu proprio una costruzione simile, una prigione semi interrata, che salvò dagli effetti delle colate piroclastiche del vulcano la Pelèe in Martinica, il condannato Augusto Ciparis, anche se si ustionò gravemente.  I suoi 30.000 concittadini morirono tutti. Intanto pur volendo non possiamo cogliere il suggerimento che ci proviene dalla storia di Ciparis, in quanto non siamo in grado di determinare in anticipo che orientamento dare al bunker, perché nella caldera flegrea non c’è la certezza sul dove possa generarsi il punto eruttivo. Circa 3800 anni fa, in questo distretto, e non è stata l'unica volta, si aprirono due bocche eruttive a 5,4 chilometri di distanza l’una dall’altra: una pluralità che assomma i problemi ai forse.

I vulnus che accompagnano il piano di emergenza vulcanica ai Campi Flegrei, sono da ricercarsi pure nella mancata determinazione della zona rossa 2, cioè quella fuori portata delle nubi ardenti, ma in piena vulnerabilità alla pioggia di cenere e lapilli.

Zona Rossa 1: Nubi ardenti - Zona rossa 2: pioggia intensa cenere e lapilli -
Zona gialla: pioggia di cenere e lapilli.

Premesso che anche per i Campi Flegrei i venti dominanti in quota spirano generalmente verso est, tutto ciò che sta oltre la collina di Posillipo e per diversi chilometri, quindi parliamo di alcuni quartieri storici di Napoli, potrebbero essere "bombardati" massicciamente dai prodotti piroclastici sciolti emessi dalla o dalle bocche eruttive. I problemi dettati dalla cenere e dai lapilli, potrebbero essere molto seri intanto per i cittadini esposti che avrebbero necessità di ripararsi subito, e poi per alcune infrastrutture come il porto e la stazione ferroviaria centrale e l'aeroporto di Capodichino per dirne qualcuna, che andrebbero in tilt. Anche i palazzi sarebbero pericolosamente esposti, soprattutto quelli con carenze strutturali e tetti piani. Il pericolo avrebbe una sua intensità rapportata alla posizione del punto eruttivo e dalla taglia del fenomeno così come la direzione dei venti predominanti che soffieranno sui Campi Flegrei nel momento dell’insorgere del fenomeno, segnando i territori a rischio.

Ci sembra opportuno chiedere un parere al Professor Giuseppe Mastrolorenzo, primo ricercatore all'Osservatorio Vesuviano, che ringraziamo per il contributo.
Professore: il sottosuolo Flegreo è un concentrato di forse?

E' proprio così! Come evidenzio da anni, a fronte di raffinati modelli e interpretazione dei dati rilevati dai sistemi di monitoraggio e dagli studi vulcanologici e magmatologici, non disponiamo di alcuna certezza sull'assetto profondo e superficiale del sistema vulcanico dei Campi Flegrei, sulla sua possibile evoluzione e sui processi che possono condurre ad una eruzione. Il sistema vulcanico è intrinsecamente un sistema complesso, e come tale è un sistema imprevedibile.

Di fatto, anche se conoscessimo i valori di tutte le possibili variabili responsabili dell'evoluzione del sistema, non saremmo comunque in grado di prevedere un'eruzione; in realtà, a fronte dei notevoli sviluppi della ricerca, le nostre conoscenze sono ancora estremamente limitate, e la comunità scientifica dovrebbe segnalarlo.

I limiti della scienza dovrebbero essere sempre dichiarati alle collettività esposte a rischi, nel nostro caso eruttivo, per non indurle nell'infondata e pericolosa convinzione, che i vulcanologi conoscano adeguatamente lo stato del sistema e le sue modalità di evoluzione verso un'eruzione, analogamente a quello che succede in meteorologia, con gli esperti  che riescono il più delle volte a descrivere e prevedere il tempo atmosferico.

Per i Campi Flegrei, a parte le generiche descrizioni dell'eruzione del Monte Nuovo del 1538, non disponiamo di alcuna esperienza riguardo gli eventi eruttivi ed i fenomeni che li hanno preceduti, contrariamente ad altri contesti vulcanici come l'Etna o lo Stromboli.

Per l'estrema, possibile variabilità dei processi responsabili di un evento eruttivo, anche se disponessimo di dettagliate osservazioni su decine di eventi, la previsione risulterebbe comunque inaffidabile. Di fatto, come osservato in numerose eruzioni verificatesi nel mondo negli ultimi decenni, i successi nella previsione degli eventi, sia in termini temporali di tipologia e di scala, così come gli effetti associati, sono risultati scarsi. Le conseguenze sono state fughe disperate ed estensione delle zone rosse in corso di eruzione, come successe durante l'eruzione del Monte Merapi nel 2010. Piani di emergenza accurati ed esercitazioni con il coinvolgimento della popolazione, ci sembra al momento la strada da perseguire  per mitigare il rischio.

Ringraziamo il Professor Mastrolorenzo. 

                                                          di Vincenzo Savarese

                                                             




lunedì 8 maggio 2023

Rischio Vesuvio: le zone rosse 1 e 2 e gialla e blu... di Malko

Vesuvio da sud




Un giorno di un futuro lontano o lontanissimo, il Vesuvio darà origine a una eruzione presumibilmente dal taglio esplosivo. Quanto potrà essere problematica questa eruzione la cui intensità può essere nell’odierno solo stimata, lo si può dedurre dall’ampiezza che gli scienziati hanno assegnato alla zona rossa. La zona rossa infatti, è quella parte di territorio vulcanico che dovrà essere sgomberato all’occorrenza e necessariamente da tutti gli abitanti prima che si manifestino possibili dirompenze esplosive, con l’invasione delle micidiali colate piroclastiche e la massiccia ricaduta di cenere e lapilli.

La commissione grandi rischi, organo scientifico che assicura la consulenza al dipartimento della protezione civile, ha ritenuto congrua la zona rossa scientifica circoscritta dalla linea nera Gurioli. Trattasi di un segmento curvilineo ricavato da indagini campali e che, circoscrivendo il vulcano, formalizza di fatto i punti di massima propagazione dei flussi piroclastici in seno alle passate eruzioni sub pliniane. Questa zona è stata poi ampliata amministrativamente ma non con logiche omogenee di protezione e di prevenzione della catastrofe vulcanica.

Linea nera Gurioli

Partendo dal principio che ciò che è successo nel passato può succedere anche nel futuro con un’eruzione inferiore o di pari intensità a quella di riferimento, il cammino dei flussi piroclastici potrebbe avvenire entro la linea nera che in ogni caso non può ritenersi un limite di sicurezza. Partendo da questa premessa, illustriamo le caratteristiche delle 4 zone di pericolo che interessano il Vesuvio.

Zona rossa 1. Ebbene la zona rossa 1 definita ad alta pericolosità vulcanica, è quella invadibile dalle colate piroclastiche. Queste si concretizzano nel momento in cui la colonna eruttiva collassa per perdita di spinta e per effetto della gravità precipita sui fianchi del vulcano, per poi continuare la corsa per chilometri, travolgendo e distruggendo ogni cosa al suo passaggio. La micidialità di questo fenomeno è racchiusa non solo nel dinamismo dell'ammasso, ma anche dalla temperatura di circa 500° C. che caratterizza il miscuglio roccioso e gassoso in movimento. Un certo numero di vittime dell’eruzione del 79 d.C. persero la vita per gli effetti meccanici delle colate e quindi mai più ritrovati. I circa 300 ercolanesi che trovarono rifugio in un magazzeno sulla spiaggia, furono raggiunti all’interno del ricovero dalla parte più leggera della valanga piroclastica, quella gassosa e pregna di sottile cenere, che a causa delle elevate temperature cagionò l’evaporazione istantanea dei fluidi corporei, che in taluni casi comportò l’esplosione dei crani e la rottura delle ossa per shock termico. Ecco: la linea nera rappresenta le distanze percorse dai flussi piroclastici riconducibili alle eruzioni sub pliniane che si verificarono nel passato: l’ultima nel 1631. A fronte di questo pericolo, in caso di allarme nella zona rossa 1 si procederà necessariamente all’evacuazione di tutti gli abitanti.

Zona rossa 2. Questa zona intermedia ubicata tra la zona rossa 1 e la zona gialla, si caratterizza perché in caso di eruzione verrebbe letteralmente "bombardata" da una intensa pioggia di cenere e lapilli con una intensità tanto maggiore quanto minore è la distanza dal centro eruttivo. Questi prodotti piroclastici si andrebbero a depositare sui tetti piani dei fabbricati posti sottovento al Vesuvio, determinando in molti casi lo sprofondamento del solaio di copertura e, con effetto domino, pure di quelli sottostanti.

Nel caso del Vesuvio, gli esperti hanno individuato la zona rossa 2 nei territori ubicati da est nord est a est sud est, oltre la zona rossa 1, perché la statistica dei venti dominanti indica in quella direzione il prevalente fluire ventoso che interessa e passa sulla vetta del vulcano. La zona rossa 2 riguarda i territori dei comuni di San Gennaro Vesuviano, Palma Campania, Poggiomarino e Scafati. In caso di allarme eruttivo, alla stregua della zona rossa 1, tutti i cittadini devono evacuare. Questo perché la cenere porta oscurità, arresto dei motori, problemi nei trasporti, ma principalmente irritazione agli occhi e difficoltà di respirazione soprattutto per vecchi e bambini. Gli ammassi di cenere e lapilli potrebbero bloccare pure l’apertura delle porte che si aprono sul piano stradale. D’altro canto anche i soccorritori tecnici e sanitari coi loro mezzi, avrebbero serie difficoltà a muoversi in questo settore con eruzione in corso.

Zona Gialla. La zona gialla è quella che circonda il Vesuvio oltre le zone rosse, e presenta estensioni molto variabili e particolarmente incidenti nel primo e secondo quadrante col vulcano come centro mappale. Trattasi di territori dove la pioggia di cenere e lapilli ha una intensità decrescente con l’aumentare della distanza dal centro eruttivo. La necessità di evacuare alcuni settori della zona gialla, sarebbe oggetto di valutazione da fare con eruzione in corso.  L’evacuazione non avverrebbe fuori dalla regione Campania, perché si presume che i cittadini allontanati rientrerebbero al termine dell’eruzione col ripristino di un minimo di servizi essenziali. I comuni interessati e caratterizzati dal colore giallo sono 63 e sono quelli riportati nella cartina sottostante.

 

Plaga vesuviana: pericoli e zone

Zona blu. La zona blu è quella parte di territorio della plaga vesuviana ubicata a nord del Vesuvio. Detta anche conca di Nola, in caso di eruzione in questo comprensorio appena depresso e rappresentato in figura coi confini comunali colorati in celeste, possono presentarsi fenomeni di alluvionamento diffuso con altezza delle acque che potrebbero superare i due metri. Tra l’altro la zona blu è pure zona gialla, e quindi la caduta di cenere favorirebbe l’impermeabilizzazione dei suoli, accrescendo la persistenza delle acque.

In conclusione, i flussi piroclastici o anche colate o nubi ardenti, sono un fenomeno che al Vesuvio caratterizzano eruzioni sub pliniane e pliniane. Gli esperti della commissione grandi rischi hanno escluso statisticamente e per i tempi di quiescenza, che possa concretizzarsi un’eruzione pliniana, e quindi non ci sono direttive per fronteggiare una siffatta calamità vulcanica qualora si materializzasse. Diciamo pure che lo stile eruttivo è l’incognita più grande che grava sui piani di emergenza, così come la previsione corta del momento dirompente…

Per quanto riguarda il fenomeno della pioggia di cenere e lapilli, questo è un pericolo insito in eruzioni di tipo ultra stromboliano (VEI3), sub pliniano (VEI4) e pliniano (VEI5). Il VEI è l’indice di esplosività vulcanica.

Non è da escludere che non sono particolarmente garantite le tre municipalità di Napoli: San Giovanni a Teduccio, Barra e Ponticelli, perché su un totale di 112.765 residenti, è prevista l’evacuazione in fase di allarme di soli 38.401 abitanti. Di fatto sarebbero quelli posizionati oltre linea nera verso il vulcano.  Lo stesso dicasi per il Comune di Volla che confina in modo tangente con la linea nera che non è un limite di pericolo. Il comune di Sarno per posizione geografica doveva rientrare nella zona rossa 2. Il Comune di Portici, Ercolano e Torre del Greco, sono quelli leggermente più svantaggiati in caso di evacuazione, perché in auto o anche a piedi, dovrebbero in tutti i casi muoversi in modo secante rispetto al Vesuvio.  Il piano di emergenza Vesuvio, è bene ricordarlo, è pur sempre una mediazione, frutto di logiche le cui filosofie si basano sulla probabilità statistica e sui concetti costi - benefici.

                                                            di Vincenzo Savarese
                                                             


martedì 2 maggio 2023

Rischio vulcanico ai Campi Flegrei: somma di pericoli? di MalKo



Spianata di Bagnoli (Napoli)

                                                            

Nelle ultime settimane ai Campi Flegrei si è avvertita una certa recrudescenza degli eventi simici: molteplici ma a bassa intensità. I terremoti hanno generato  apprensione nella popolazione, e soprattutto in quei cittadini che seguono con motivato interesse l’evolversi dei fenomeni bradisismici: In tutti i casi senza allarmismi particolari. Del resto ci si abitua a tutto…

Nella settimana dal 17 al 23 aprile 2023, riferisce l’osservatorio vesuviano, nell’area dei Campi Flegrei sono stati localizzati 67 terremoti, di cui il più intenso è stato di Md 2,2. Il rigonfiamento dei suoli registrato alla stazione GPS del Rione Terra, è stato di circa 102 cm. a partire da gennaio 2011.  Per quanto riguarda i parametri geochimici invece, pare che non ci siano variazioni significative rispetto ai dati precedenti.

Con queste premesse, nel puteolano vige preoccupazione per il bradisismo inteso come fenomeno che potrebbe indurre danni ai fabbricati. Riteniamo che i problemi siano riconducibili per lo più a fessurazioni sulle pareti, e ove si presentassero dovrebbero essere largamente investigati, perché oltre al bradisismo, nel flegreo marcia di pari passo la sismicità anche se a bassa intensità. Questo vuol dire che in ultima analisi a quale dei due fenomeni naturali bisogna accollare le fessure che abbiamo individuato sul muro è difficile dirlo, anche se nella maggior parte dei casi la lesione dovrebbe essere riconducibile ai terremoti o ad assestamenti del terreno. Infatti, il bradisismo provoca sollevamento del suolo, ma non così puntiforme da generare asimmetrie ravvicinate e tali da indurre reazioni squilibrate sulle fondazioni dei palazzi. Anche se nella malaugurata ipotesi la "zolla" su cui grava l'edificio dovesse presentare una inclinazione, i possibili danni alle case potrebbero presentarsi ma a valori diversi dal millimetrico. In altre parole e chiarendo il concetto con un esempio, sollevando un tavolo al cui centro è posto un palazzo, quest'ultimo non dovrebbe subire alcun danno a prescindere dell'altezza che raggiunge il piano, purché quest'ultimo si mantenga entro certi limiti livellato. D'altra parte il sollevamento è talmente lento, da non generare neanche problemi di accelerazione o di repentinità dei dislivellamenti...

Per poter avere un quadro analitico dei livelli nell'area interessata dal bradisismo, sarebbe interessante conoscere le quote del terreno intorno al punto di massimo sollevamento del suolo (102 cm.), corrispondente al Rione Terra di Pozzuoli. Da qui bisognerebbe individuare con precise misurazioni, la curvilinea del livello dei 50 centimetri, la isoipsa, e poi quella dello zero, cioè i limiti della zona che non ha subito alcuna deformazione verso l’alto. Dati che dovrebbe poi essere riportati su carta, secondo le logiche delle isoipse topografiche. Probabilmente il disegno sottostante chiarisce meglio delle parole quello che abbiamo appena cercato di argomentare.




Nella zona flegrea e nello spazio coi satelliti, esistono strumentazioni particolarmente sensibili e precise al millimetro, che potrebbero offrire i risultati topografici appena auspicati. Le isoipse riportate su carta darebbero, rispetto alle immagini di rigonfiamento areale, la possibilità di focalizzare l’attenzione sulle caratteristiche della "gobba" bradisismica, e sui punti maggiormente esposti alle differenze di altezza, partendo dal principio topografiche che isoipse ravvicinate indicano un dislivello verticale più accentuato perchè spalmato su una minore distanza orizzontale. Nel nostro caso dovremmo parlare di valori veramente minimi: ma non abbiamo dati su cui ponderare una valutazione oggettiva… In altre parole se il palazzo non si trova col suo perimetro di base su due punti a differenti quote, difficilmente dovrebbe essere vulnerabile, soprattutto se le fondamenta non sono di vecchia fattura.

Per meglio capire il concetto, è da notare che in altri casi calamitosi, per esempio in una condizione di frana o alluvionamento dinamico, si possono creare addirittura vuoti parziali sotto le fondamenta di un casamento, con lo stabile che resisterebbe staticamente grazie alla tipologia della robusta fondazione,  generalmente a solaio rovescio o a platea armata, che distribuirebbe il carico sugli appoggi residui senza cedere nei tratti pensili. A rigor di logica allora, una casa realizzata secondo criteri antisismici, generalmente dovrebbe ben sopportare tanto un bradisismo accentuato, quanto i terremoti. D’altra parte gli esperti assicurano che di solito in area vulcanica le scosse telluriche sono di magnitudo non eccezionali, fatto salvi i sommovimenti registrabili in una fase pre eruttiva ed eruttiva. Fotografando l’attualità e la situazione, il rischio maggiore nel flegreo dovrebbe essere ancora una volta quello eruttivo. Con un bradisismo triplicato negli effetti, non si escluderebbe la dichiarazione dello stato di allarme, con l’evacuazione totale dei cittadini dalla zona rossa. Un po' diversi sono gli approcci ai servizi tecnologici come acqua e gas, perché hanno una continuità strutturale orizzontale, che li rende più vulnerabili alle crisi bradisismiche.

Il comune di Pozzuoli può darsi che abbia già assicurato l’apertura di un ufficio bradisismo in seno a quello di protezione civile, con tecnici deputati 24 ore su 24, in presenza o tramite la reperibilità, a garantire sopralluoghi a chi ne faccia richiesta, soprattutto dopo eventi sismici inusuali. Il coinvolgimento degli ordini professionali in chiave volontaria sarebbe auspicabile.

Il rischio eruttivo è quindi ben presente nel flegreo, con tutta la sua indeterminatezza, sia sul quando potrebbe presentarsi l’evento, sia con quale indice di esplosività vulcanica (VEI). A fronte di questi dubbi, il piano di emergenza che si traduce nel piano di evacuazione, dovrebbe essere l'unico strumento di salvaguardia influenzabile dalla politica, sia in termini operativi che preventivi. Un piano di evacuazione areale per essere efficace dovrebbe essere "autoportante" e con poche ma basilari istruzioni. L’attuale aggiornamento del documento fatto dalla regione Campania, non siamo riusciti a leggerlo tutto, perchè non particolarmente chiaro e quindi ci si perde tra le mappe. 

Una delle mappe a corredo dell'aggiornamento del piano di evacuazione della zona rossa flegrea


Per agevolare il compito dell'attento e civico cittadino allora, sarebbe il caso che l’autorità competente incominci a chiarire nelle prime pagine dell'aggiornamento, cosa è cambiato nelle procedure evacuative rispetto al modello precedente, e quali miglioramenti caratterizzano nell’odierno questa aggiornatissima pianificazione di emergenza. 

La nostra posizione sul piano di evacuazione continua a essere scettica,  soprattutto quando si parla di aree di attesa e orari (appuntamenti) per essere prelevati. Così come riteniamo di difficile esecuzione l’evacuazione con veicoli privati che devono rispettare orari di allontanamento: procedura che ha una sua logica per mantenere i flussi automobilistici costanti,  ma che potrebbe rivelarsi una strategia difficilmente attuabile in condizioni di panico diffuso, che s’innescherebbe, statene certi, se dovessero presentarsi prodromi pre eruttivi chiaramente avvertiti dalla popolazione, come boati e tremore sismico perdurante. Rimane poi il grosso problema della zona gialla contigua alla zona rossa, quella che si estende per i primi chilometri dal confine di alta pericolosità vulcanica, che sarebbe da evacuare parimenti per i notevoli volumi  di cenere e lapilli che ricadrebbero al suolo. Rimanendo nel merito della zona gialla, oggi ci sono discordanze sul da farsi, già  con la zona rossa 2 del Vesuvio: quella flegrea tra l'altro neanche è stata determinata... Il successo del piano di emergenza probabilmente si giocherà tutto sulla fase di preallarme...

Leggiamo da Terra Nostra News, che nella ex Chiesa di San Severo al Pendino di Napoli, si terrà dal 2 maggio 2023 e fino al 5,  il Workshop internazionale ‘Genesis and dynamics of large calderas: Campi Flegrei and Campanian Plain’. Un evento non sapremmo quanto importante, ma in tutti i casi è stato preannunciato dal Direttore della sezione di Napoli del CNR-ISMAR, che il Workshop servirà anche a mettere a punto un grande progetto di ricerca internazionale sulla caldera dei Campi Flegrei e sull’Ignimbrite Campana, attraverso studi crostali dettagliati, anche mediante perforazioni in terra ed in mare, da proporre per il finanziamento congiunto alle due Organizzazioni Internazionali ECORD-IODP ed ICDP…

                                                                                        di Vincenzo Savarese



 

 


mercoledì 15 febbraio 2023

Rischio vulcanico ai Campi Flegrei: auspici o previsioni scientifiche? di MalKo

 



Il piano di emergenza a fronte del rischio vulcanico ai Campi Flegrei, si basa su alcuni presupposti fondamentali, gravati da un grosso carico di incertezze. Il primo fra tutti riguarda da quale futura tipologia eruttiva bisognerà difendersi. Infatti, la scelta già fatta circa l’eruzione di riferimento, è stata propedeutica per dimensionare la zona rossa flegrea. Gli organi competenti ritennero l’adozione di uno scenario eruttivo VEI4 in linea con le attuali necessità di protezione dell’area esposta. Rispetto al Vesuvio però, per i Campi Flegrei sussiste l’ulteriore incertezza sul dove potrebbe aprirsi la bocca o le bocche eruttive. La plaga ha una superficie di circa 450 km2, tant’è che la zona rossa e nelle incertezze, è stata dimensionata all’intera area calderica.



In termini strategici, dopo aver individuato probabilisticamente l’eruzione di riferimento, occorreva conseguentemente determinare e per quanto possibile, gli indicatori di rischio che al momento non sono deterministici. Questi, di natura geochimica e geofisica, sono i dati di monitoraggio acquisiti dall’osservatorio vesuviano, che vengono analizzati dagli esperti per cogliere eventuali indizi di pericolosità, ovvero di disequilibrio delle forze sotterranee. Da questo punto di vista, gli elementi maggiormente significativi che vengono costantemente monitorati, sono quelli che riguardano in particolare:

  1.        La sismicità;
  2.         La deformazione dei suoli;
  3.         La quantità e la qualità dei gas rilasciati in atmosfera;
  4.         La temperatura e la composizione chimica dei fluidi delle fumarole;
  5.         Altri elementi…

L’osservatorio vesuviano mette insieme tutti i dati di monitoraggio trasmettendoli alla protezione civile nazionale, che in caso di anomalie si avvale della consulenza della commissione grandi rischi (CGR), organo scientifico di massimo livello, deputata ad esprimere un parere finale sul livello di allerta da assegnare al distretto vulcanico in esame. Nei Campi Flegrei, il livello di pericolo attuale già vigente dal 2012 è di attenzione (giallo). Questi livelli non hanno una tempistica collaudata o aritmeticamente progressiva. Mentre passare dal verde a uno stato di pericolosità giallo è abbastanza agile con dichiarazione del capo dipartimento della protezione civile, molto meno semplice risulterebbe l’ingresso in una condizione di preallarme (arancione) se non di allarme (rosso), perché non c’è esperienza pregressa sul comportamento del super vulcano, e i famosi indicatori di rischio potrebbero essere portatori di falsi allarmi o di mancati allarmi. Il livello arancione e rosso implica l’attivazione del piano di emergenza nazionale, quindi questi due livelli che vanno a braccetto con le fasi operative, possono essere dichiarati solo dal presidente del consiglio dei ministri.

A fronte di immani eruzioni del passato, l’ultimo evento registrato nel flegreo riguarda la misurata eruzione del Monte Nuovo nel 1538. Sono quindi quasi 500 anni che nei Campi Flegrei non si verifica un’eruzione, anche se sono presenti tutti i segnali che denotano un sottosuolo vulcanico alquanto irrequieto e poco sondabile, con eventi sismici, sollevamento dei suoli e importanti degassazioni di anidride carbonica. Fenomeni nell’attualità non eclatanti, e quindi ritenuti dall’autorità governativa, elementi tutto sommato di attenzione e non sufficienti per il passaggio alla fase di preallarme (livello arancione). 

L’ex direttore Giovanni Macedonio, in un programma su Rai cultura, chiarì che le deformazioni in area calderica sono più ambigue da interpretare, perché potremmo avere grandi sollevamenti senza eruzioni vulcaniche, e viceversa piccoli sollevamenti che portano all’eruzione. Gli studi, aggiunse, sono rivolti a dare un’interpretazione ai dati di monitoraggio, per coglierne aspetti e misure che portino a ritenere possibile un’eruzione. In altre parole, la scienza dei vulcani è un work in progress.

Livelli di allerta vulcanica (OV)


Nei Campi Flegrei capeggia tra l’altro il fenomeno del bradisismo: ancora non è possibile capire con certezza, se il sollevamento dei suoli è dovuto all’acqua in abundantia che pregna i terreni, che a sua volta raggiunge sul fondo la superficie magmatica, surriscaldandosi e premendo come vapore verso la massa meno consistente ubicata in alto.  Diversamente, si ipotizza pure che il magma possa essersi insinuato a pochi chilometri dalla superficie, inserendosi negli strati imbibiti come intrusione nella crosta già fratturata e resa debole dai movimenti ascendenti e discendenti. In tutti i casi comunque, la discussione alla fine è solo sulla profondità del magma (3-8 Km.), con tutto quello che ne concerne, e che rimane l’elemento fondamentale che attiva il fenomeno del bradisismo e che in ultima analisi alimenta il pericolo eruttivo.

Nella tabella soprastante redatta dall’INGV, c’è una novità rispetto ad altri e analoghi prospetti stilati nel passato: non è più indicato, tra un livello e un altro, il tempo di attesa eruzione. Presumibilmente non è una dimenticanza, ma molto verosimilmente la consapevolezza che indicare tempi equivale a produrre una previsione che in realtà nessuno è in grado di fare.  Anche perché non essendoci parametri numerici di riferimento, all’occorrenza l’allarme non può che pervenire dalla valutazione degli scienziati della commissione grandi rischi. Infatti, se dovessero essere preoccupanti le valutazioni finali di pericolosità (CGR), spetterebbe al premier la decisione o meno di evacuare la zona rossa flegrea e non all’osservatorio vesuviano, che in tutti i casi farà parte del comitato ristretto come centro di competenza.  

Che i fenomeni naturali abbiano delle complessità di tutto rispetto, alla fine hanno reso cauto pure l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), che anche nei bollettini settimanali ai Campi Flegrei chiarisce alcune cose :<<L'INGV fornisce informazioni scientifiche utilizzando le migliori conoscenze scientifiche disponibili; tuttavia, in conseguenza della complessità dei fenomeni naturali in oggetto, nulla può essere imputato all'INGV circa l'eventuale incompletezza ed incertezza dei dati riportati e circa accadimenti futuri che differiscano da eventuali affermazioni a carattere previsionale presenti in questo documento. Tali affermazioni, infatti, sono per loro natura affette da intrinseca incertezza>>.

In un recente convegno che vide la partecipazione del dirigente regionale Campania della protezione civile e del direttore operativo coordinamento emergenze del dipartimento della protezione civile, furono declamati alcuni concetti legati all’affaire rischio vulcanico ai Campi Flegrei così riassumibili:

  1. Sbagliato pensare che l'evacuazione possa avvenire con eruzione in corso;
  2. L'attività di allontanamento avverrà molto prima che l'eruzione si verifichi;
  3. Non dobbiamo immaginare di scappare con l'eruzione alle spalle;
  4. Non ci sarà un campanello d'allarme e tutti che scapperemo contemporaneamente.

Parole molto rassicuranti. È interessante notare come nelle sedi giudiziarie di recente è saltato fuori che le comunicazioni circa la pericolosità di un fattore come quello sismico, verosimilmente associabile a quello vulcanico, ricada sull’ente tecnico e non sul consesso scientifico. Infatti, in realtà simili affermazioni potrebbero suonare come una previsione, del resto più che confortante, in un contesto però, in cui l’INGV si chiama fuori da previsioni di accadimenti (vulcanici), dichiarando che per loro natura sono fenomeni affetti da intrinseca incertezza.  




Appare in controtendenza quello che scrive da un’altra parte l’INGV- osservatorio vesuviano, che risponde così a questa domanda: è' possibile prevedere la prossima eruzione del Vesuvio o dei Campi Flegrei? Risposta :<< Non è possibile prevedere a lungo termine quando ci sarà la prossima eruzione. Tuttavia, grazie alla sorveglianza del vulcano è possibile rilevare con ampio anticipo l'insorgenza di fenomeni precursori, che generalmente precedono un'eruzione, e procedere all'evacuazione prima che avvenga l'eruzione>>.

Le deduzioni finali imporrebbero all’INGV di usare forse termini maggiormente adeguati ai criteri dichiarati di “intrinseca incertezza”. Diversamente il cittadino potrebbe pensare che si vuole rassicurare senza per questo assumersi responsabilità, magari perché c’è l’esempio eclatante del terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009, dove a fronte della fallace previsione ad excludendum, la commissione grandi rischi giudiziariamente ne uscì indenne, e unico responsabile risultò il vice capo dipartimento della protezione civile perché ricopriva un ruolo amministrativo. D’altro canto e a riprova, la presidenza del consiglio è stata chiamata a risarcire i danni di quel terremoto…

In tutto questo c’è una morale. I cittadini che vivono nelle zone rosse vulcaniche, devono capire che ci sono dei limiti oggettivamente insuperabili in quella che è la previsione dell’evento eruttivo, e quindi ciò che è auspicabile non è ciò che è prevedibile. Chi invece deve rispondere in materia pragmatica del proprio operato, senza trincerarsi dietro all'aleatorietà della natura, è l’autorità amministrativa. Sindaco, Presidente regionale, Presidenza del consiglio, magari attraverso le loro strutture tecniche e politiche dedicate.

Organizzare riunioni con scienziati che ripetono che l’osservatorio vesuviano è il più vecchio del mondo, che Vesuvio e Campi Flegrei sono i vulcani più monitorati del mondo, ed elencano con enfasi strumentazioni e uso dei satelliti per esercitare un monitoraggio permanente passandolo come sinonimo di controllo, non risolve il problema della previsione dell’eruzione, fermo restante la bontà delle affermazioni che servono anche per richiedere fondi dedicati. La previsione in assenza di un pregresso documentato può essere un azzardo, a meno che non si ordini una evacuazione presumibilmente in netto anticipo sui tempi, e così sembra, accettando il falso allarme. La certezza dell’eruzione, allo stato dell’arte, può essere data solo dalla colonna eruttiva…

In conclusione, occorrerebbe organizzare pure riunioni anche e solo con l’autorità politica e amministrativa; questi eletti dovranno dire tra le altre cose e per esempio, perché non s’instaura un divieto di costruire in senso residenziale nella zona rossa flegrea, alla stregua di quanto fatto al Vesuvio, quale misura opportuna per limitare il valore esposto… E poi rispondere sulla bontà dei piani di evacuazione... 

                                                             di Vincenzo Savarese





martedì 10 gennaio 2023

Rischio vulcanico ai Campi Flegrei: in caso di eruzione la Napoli storica attenderà istruzioni ... di MalKo

 
Napoli centro

La caldera flegrea ha un diametro di circa 15 km. Quivi si riconoscono decine di bocche eruttive monogeniche riconducibili alla passata e ultra secolare attività vulcanica fatta anche di eruzioni epocali.  Trattandosi di una zona dove il vulcanesimo è manifestato da una serie di fenomeni collegati direttamente o indirettamente alla presenza di magma nel sottosuolo a profondità chilometriche, un’eruzione rientra nel campo delle possibilità future non quantificabili temporalmente, così come non è possibile neanche definirne in anticipo l’intensità eruttiva. Come se non bastasse, l’indeterminatezza nel flegreo vale anche per il luogo o i luoghi dove l’eruzione potrebbe originarsi.

I flussi piroclastici o le nubi ardenti, sono fenomeni distruttivi insiti nelle eruzioni esplosive, e le zone rosse evidenziano le aree soggette a questo enorme pericolo. Non è dato sapere in anticipo se i flussi che si svilupperebbero nel flegreo riuscirebbero a superare la collina di Posillipo riversandosi sulla Napoli storica. Molto dipenderebbe proprio dalla posizione del centro eruttivo e dall’intensità delle dirompenze: due elementi che di fatto determinerebbero la reale zona rossa oggi misconosciuta.  Da questo punto di vista la peggiore delle ipotesi sarebbe rappresentata da un’eruzione con indice di esplosività vulcanica uguale o maggiore di VEI 4, che andrebbe a concretizzarsi a ridosso dei contrafforti collinari di Napoli, in quartieri come Fuorigrotta o Bagnoli, finitomi ai poggi.

Quindi, se da un lato, a fronte dei flussi piroclastici è lasciata aperta una minima possibilità protettiva della city partenopea affidata alla barriera posillipina, purtroppo non c’è riparo al fenomeno della caduta dei prodotti piroclastici, che non verrebbe influenzato dalla modesta altezza dei rilievi in questione. Quest’ultimo fenomeno poi, si accompagna a molteplici tipologie eruttive: da una ultra stromboliana (VEI3) a una sub pliniana (VEI4) e pliniana (VEI5). Quindi, a meno che non si verifichi un misurato sbuffo, il problema del materiale piroclastico in caduta libera sussisterebbe per una vasta gamma di stili eruttivi.

La cenere e i lapilli e i brandelli di magma proiettati in atmosfera da una ipotetica eruzione flegrea, cadrebbero al suolo a distanze dipendenti dal peso, a partire dal centro eruttivo con linee di trasporto dei materiali più leggeri verso est, cioè sulla città di Napoli. Questa direzione asseverata statisticamente, e già contemplata nei piani di emergenza, è frutto dello studio dei venti dominanti che sembrano prediligere una direzione orientale. Queste conclusioni sono state adottate anche per il Vesuvio con l’individuazione della zona rossa 2 e di quella gialla. I prodotti più fini dell'eruzione, potrebbero invece essere trasportati dalle correnti in quota per decine se non centinaia di chilometri

La Napoli storica quindi, con molta probabilità, in caso di eruzione verrebbe ricoperta da una coltre di cenere e lapilli, con spessori che potrebbero raggiungere i 300 kg. al mq.; in questo caso sussisterebbe il rischio che i tetti piani potrebbero collassare e cedere con conseguenze rovinose pure per i solai sottostanti. L’aria diverrebbe velocemente insalubre, specialmente in danno di bambini e anziani, che in assenza di protezioni soffrirebbero anche per irritazione e bruciori agli occhi. In tali frangenti calamitosi, la visibilità scenderebbe ai livelli della peggiore nebbia. I motori degli autoveicoli si bloccherebbero per intasamento dei filtri, e le auto che ancora arrancherebbero dovrebbero percorrere strade ricoperte di cenere e lapilli e quindi particolarmente sdrucciolevoli. Le coltri piroclastiche potrebbero mascherare insidie stradali. In ogni caso, con la centrifugazione della cenere in aria dovuta alle ruote slittanti degli autoveicoli, l’indice di vivibilità all'aperto sulle strade, peggiorerebbe in modo insostenibile. La situazione diventerebbe velocemente apocalittica soprattutto nelle viuzze strettissime che caratterizzano il centro storico partenopeo. Qui sussistono spesso dei bassi: abitazioni di pochi metri quadrati con accessi diretti sulla strada, luogo da dove occorrerebbe cogliere luce e aria.

Basso napoletano

Secondo il piano di evacuazione messo a punto dalla protezione civile nazionale e regionale, l’evacuazione dei cittadini dalla zona gialla, quella in figura sottostante contigua alla zona rossa, avverrebbe solo ad eruzione in corso e solo parzialmente sulla base della maggiore vulnerabilità dettata dai depositi piroclastici. In tali frangenti, gli strateghi pensano di definire quale parte della zona gialla sarà necessario evacuare. Una strategia che forse richiederebbe l'imprescindibile condizione di preventiva e totale evacuazione dei residenti dalla zona rossa. Infatti, sarebbe oltremodo problematico gestire zona rossa e zona gialla contemporaneamente, tra l’altro con i puteolani orbitanti al centro della zona rossa, e che dovrebbero evacuare verso la stazione ferroviaria centrale, ubicata nel cuore della zona gialla a Napoli - piazza Garibaldi.

Zona rossa e gialla Campi Flegrei

La statistica prevede per la zona gialla flegrea, così come dicevamo, l’accentuato fenomeno della caduta di cenere e lapilli in modo inversamente proporzionale alla distanza dal centro eruttivo, che può essere anche plurimo. Fin dall’inizio dell’eruzione, sarebbero probabilmente messe in ginocchio sia le operazioni di volo dall’aeroporto di Capodichino, ma anche quelle dalla stazione ferroviaria di Napoli centrale.

Con il particolato vulcanico dai differenti diametri diffuso in aria, non sarebbe possibile neanche volare con elicotteri, perché i prodotti silicei dispersi in atmosfera, creerebbero gravi problemi alle turbine che si ritroverebbero con le palette erose e con profili aerodinamici magari sfalsati per effetto della vetrificazione dovuta alle elevate temperature. Ovviamente anche le carlinghe trasparenti verrebbero abrase dalla cenere con una perdita totale della visibilità al parabrezza.

Per visualizzare al meglio le problematiche, torna allora utile lo schema sottostante puramente teorico e non contemplato dalle disposizioni governative. Nella zona rossa 1 il pericolo predominante sono le colate piroclastiche che si caratterizzano per furore distruttivo ed elevate temperature non compatibili con la vita umana. Nella zona rossa 2, nell'odierno non prevista dalle autorità competenti, il principale fenomeno vulcanico da cui e all'occorrenza bisognerà difendersi fin dai primi momenti dell’eruzione, è la massiccia pioggia di cenere e lapilli. In tali circostanze gli accumuli più pericolosi si riscontrerebbero sull’edificato e sulle strade del centro cittadino di Napoli, al punto da lasciar temere il collasso delle coperture dei fabbricati a pianta piana. Nella zona rossa 2 e alla stregua di quanto pianificato per il Vesuvio, dovrebbero valere le stesse regole di evacuazione preventiva previste per la zona rossa 1. Nella zona gialla periferica invece, enormi disagi permarrebbero ugualmente per la pioggia di piroclastiti, magari non intensissima a chilometri di distanza, ma continua, in una misura probabilmente di minore intensità rispetto alla zona rossa 1 e 2, e quindi magari con maggiori possibilità di resilienza o di allontanamento successivo della popolazione dai settori interessati.

Schematizzazione delle zone di pericolo che contraddistinguo il rischio eruttivo ai Campi Flegrei

Se dovessero formalizzare la zona rossa 2 come si auspica, sussisterebbero tra le altre tante necessità, quella di evacuare nella fase di preallarme tutti i pazienti dalle case di cura e dagli ospedali della fascia collinare e centrale, delocalizzandoli verso strutture sanitarie fuori dalle zone a rischio.  Classificare zona rossa 2 ad esempio, quella parte di territorio che dalla linea d'impluvio collinare si estende verso est inglobando alcuni quartieri come Mercato e da lì verso nord fino a Piscinola, consentirebbe nella fase di preallarme l'evacuazione spontanea dei cittadini che per una serie di fattori potrebbero sentirsi maggiormente esposti al rischio vulcanico (case fatiscenti; infermi; bambini; vecchi; malati ecc.). Certamente coinvolgere Napoli centro con procedure emergenziali di ampia portata è forse il più grande problema di protezione civile che abbiamo in Italia e in Europa: d'altro canto difficile ignorarlo...

                                                  di Vincenzo Savarese




domenica 11 settembre 2022

Rischio Vesuvio e Campi Flegrei: i livelli di allerta e il rebus del preallarme... di MalKo


 

I livelli di allerta vulcanica sono quattro e indicano nell’eventualità, una certa progressione dello stato di disequilibrio (unrest) fisico e chimico del vulcano in esame, il più delle volte manifestato con un incremento dei valori di monitoraggio che non sempre danno la misura esatta della pericolosità vulcanica e della tempistica eruttiva. In tutti i casi, è da queste informazioni strumentali che si parte, per tentare di offrire attraverso l’analisi dei dati, una provvida previsione d’eruzione per mettere al sicuro i cittadini delle zone rosse. 

I rischi insiti nella previsione degli eventi vulcanici, comprendono un minimo e un massimo che spaziano dal mancato allarme al falso allarme: al centro dei due estremi la previsione utile del fenomeno eruttivo. Un ulteriore matrice di rischio per quanto remota e non contemplata, è quella di una eruzione di intensità eruttiva superiore a quella adottata nei piani di emergenza. Questi ultimi infatti, sia per i Campi Flegrei che per il Vesuvio, sono   stati stilati per fronteggiare al massimo un’eruzione tipo sub pliniana, non eccedente un indice di esplosività vulcanica VEI 4. L’eruzione di Pompei del 79 d.C. per capirci, ebbe un’intensità eruttiva VEI 5, cioè circa dieci volte superiore a quella di piano. 



Il livello di preallarme vulcanico (arancione), potrebbe sopravvenire allo stato di attenzione su indicazione della commissione grandi rischi che verrebbe chiamata in causa dal dipartimento della protezione civile. Ovviamente il consesso di esperti vaglierebbe le congetture e i dati raccolti dall’osservatorio vesuviano, che è l’ente deputato al monitoraggio in continuo dei vulcani napoletani. Le eventuali anomalie geofisiche e geochimiche registrabili dall’osservatorio vesuviano, andrebbero girate con un certo indice di riservatezza al dipartimento della protezione civile. Quest’ultimo si avvarrebbe appunto della consulenza della commissione grandi rischi per il rischio vulcanico (CGR-RV) che, dopo aver vagliato i dati, rilascerebbe il suo parere scritto al dipartimento, circa il livello di allerta da adottare. Secondo alcuni disposti legislativi recenti, i contenuti di questi passaggi e delle riunioni, dovrebbero essere meticolosamente verbalizzati, così come i singoli pareri degli esperti. 

Il dipartimento della protezione civile informerebbe tempestivamente il presidente del consiglio che, in seno al comitato operativo della protezione civile, deciderebbe, in forza dell’analisi complessiva del rischio, di diramare o meno il preallarme vulcanico. È appena il caso di ricordare che ci sono differenze tra i livelli di pericolosità e l’indice di rischio: quindi, non ci sono automatismi tra i livelli di allerta e le fasi operative, anche se viaggiano in buona parte affiancati. 

Il livello di preallarme vulcanico, è forse il più difficile da adottare perché ci si muove nell’ambito del nuovo, non essendoci in archivio dati precisi di monitoraggio che riguardano prodromi pre eruttivi delle eruzioni precedenti. Negli annali si possono individuare resoconti scritti di testimonianze orali, così come nell’eruzione di Pompei del 79 d.C. Plinio il Giovane in una missiva a Tacito descrisse l’eruzione ma non i fenomeni che la precedettero. Il sisma del 62 viene spesso tirato in ballo come precursore della pliniana, ma parliamo di molti anni prima della fatidica data del 79. Questo significa che dopo l’eruzione i segnali premonitori lapalissianamente vengono tutti individuati, ma 17 anni prima dell’evento sarebbe stato molto difficile collegare l’evento sismico al Vesuvio come precursore a lungo termine.  In ogni caso questa fase (preallarme) è la più problematica, anche da un punto di vista operativo, perché il piano di emergenza in una condizione dubitativa prevede di demandare direttamente ai cittadini della zona rossa la valutazione personale se abbandonare o meno il settore a rischio eruzione. 

Alla diramazione del preallarme, le autorità, secondo i piani di settore interni alle istituzioni e alle amministrazioni interessate, dovrebbero procedere intanto all’evacuazione degli ospedali, dei penitenziari, degli animali da allevamento e dei beni culturali che si prestano a spostamenti. È interessante notare che esiste anche un patrimonio artistico culturale in mano ai privati, che dovrebbe avere pari garanzie a patto che il bene sia stato censito in anticipo sui tempi, cioè in regime di pace vulcanica, per consentire la pianificazione del trasporto fuori dalla fase emergenziale.



L’informazione sulle situazioni di rischio che una volta era affidata al prefetto, ora rientra nelle competenze dirette del sindaco. I Campi Flegrei sono dal 2012 in una condizione di attenzione vulcanica. Quindi, i cittadini settimanalmente sono messi al corrente dei valori di monitoraggio a cura dell’osservatorio vesuviano, con un occhio particolare ai centimetri di sollevamento, atteso che nel flegreo è in corso il fenomeno del bradisismo. Questi dati di ordine scientifico è possibile reperirli online sul sito dell’osservatorio, mentre quelli di carattere tecnico - operativo, dovranno essere diffusi dal sindaco tramite web, manifesti, totem pubblicitari, o altri canali informativi pubblici, specialmente se le notizie da diffondere riguardano le procedure evacuative e il piano di emergenza comunale. In caso di crisi vulcanica, i bollettini sui dati di monitoraggio verrebbero vagliati in anteprima dal dipartimento della protezione civile. Non dimentichiamo infatti, che la responsabilità della dichiarazione del preallarme e dell’allarme rientra nei compiti della presidenza del consiglio e non dell’organo di ricerca e vigilanza geologica dei vulcani campani (INGV), che non può fornire anticipazioni sullo stato del rischio. 

Alla dichiarazione del preallarme, tutti i cittadini che ne dovessero sentire il bisogno, potrebbero allontanarsi dalla zona rossa che intanto verrebbe presidiata dalle forze dell’ordine ai cancelli stradali prestabiliti dal piano. Tra le cose che i cittadini devono vagliare, c’è appunto questo, cioè che non è possibile una volta allontanatisi, rientrare in zona rossa a piacimento, perché i transiti dalla fase di preallarme in poi verrebbero regolamentati. Il secondo elemento da tenere presente, è che si può passare dal preallarme all’allarme nel giro di ore, settimane o mesi… D’altra parte questo livello di allerta arancio, prevede che i cittadini che si allontanino possano usufruire di un contributo economico statale finalizzato all’autonoma sistemazione. Questo significa che nelle zone rosse già soggette al livello di attenzione vulcanica (giallo), i residenti devono avere ben chiara la loro situazione familiare e l’imprevedibilità dei tempi di allerta, in modo che se dovesse scattare il preallarme, i dubbi sulle cose da fare sarebbero in buona parte argomento già discusso all’interno della famiglia, in modo che ogni decisione nel merito sarebbe rapidamente assunta. 

La fase di preallarme, qualora ci fossero gli estremi temporali per dichiararla, sarebbe di grandissimo aiuto operativo, perché in caso di successiva evacuazione, il numero dei cittadini e di auto da mobilitare sarebbe ridotto anche se non si sa di quanto. L’impossibilità di quantificare i numeri e i tempi in gioco, ha fatto si che nel piano di evacuazione sia stata valutata una condizione di zero allontanamenti di cittadini e veicoli durante la fase di preallarme, che potrebbe non esserci, e quindi la totalità di auto e residenti da evacuare è stata addossata numericamente interamente alla fase di allarme. Dicono che il sistema reggerebbe.

Il piano di evacuazione prevede sia per la zona rossa Vesuvio o per la zona rossa dei Campi Flegrei (molto difficile che avvenga una contemporaneità di allarme vulcanico), che nel giro di 72 ore venga effettuata la completa evacuazione dei settori a rischio. Addirittura la documentazione ufficiale regionale e dipartimentale, assegna alla procedura evacuativa solo 48 ore. Il restante margine di tempo (24 ore), servirebbe, secondo la strategia evacuativa, per prepararsi (12 ore) e per far fronte agli imprevisti (12 ore). 

Possiamo definire la fase di preallarme come una condizione in cui i prodromi pre eruttivi (boati e terremoti), per intensità e durata non sono percepiti o lo sono in una misura poco allarmante per la popolazione. Con siffatta condizione ideale, sarebbe possibile procedere a un allontanamento auspicabilmente in buona parte gestibile. Se invece i prodromi pre eruttivi dovessero essere chiaramente avvertiti dalla popolazione esposta, si darebbe vita a una condizione evacuativa disordinata, caotica e scarsamente gestibile per effetto del panico, e addirittura l’evacuazione potrebbe trasformarsi in spontanea per effetto della percezione sensoriale del pericolo che innescherebbe emulazione collettiva irrefrenabile e senza regole. La massa si muoverebbe allora senza attendere disposizioni dall’autorità comunale o statale. Quindi la differenza tra un piano di evacuazione e uno di allontanamento, è data dalla percezione del pericolo.