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domenica 4 settembre 2022

Rischio Vesuvio e Campi Flegrei: il preallarme eruttivo non ha passato...di MalKo

 

Comitato Operativo Protezione Civile Nazionale

Un piano di emergenza a fronte del rischio vulcanico è un documento complesso e soprattutto oltremodo responsabilizzante che richiede una stretta collaborazione tra il mondo scientifico e quello tecnico, onde consentire a chi deve premere il pulsante di allarme (presidente del consiglio), di poterlo fare avendo ben presente il quadro della situazione e del rischio. Per mitigare lo stress decisionale legato a una funzione che implica cambiamenti repentini della normalità su vasta scala, si è messo a punto una tavola di colori che in modo sintetico e intuitivo rappresenta l'incalzare dei sintomi prodromici fino all'eruzione.


I 4 livelli di allerta vulcanica

Occorre subito dire che, per il passaggio da un colore all'altro non c’è nessuna tempistica codificata, tant'è che potrebbero passare mesi, giorni o poche ore, oppure che si salti letteralmente un livello in assenza di stasi perdurante degli indicatori di pericolo. Ad esempio si potrebbe passare dal giallo al rosso direttamente. Una possibilità tutt'altro che remota. D’altra parte i livelli di allerta vulcanica potrebbero anche recedere, ma presumibilmente in tempi lunghi rispetto all'incremento.

La decisione di dichiarare lo stato di preallarme (arancione) vulcanico  è forse la più difficile. La più difficile perché il decisore si troverebbe di fronte a una condizione mai sperimentata prima, né per il Vesuvio e né per i Campi Flegrei. Infatti, non esiste una soglia numerica di riferimento, e quindi non ci sono elementi da comparare per decidere il da farsi. 

La decisione del passaggio di livello verrebbe assunta dalla commissione grandi rischi (CGR), che andrebbe appositamente mobilitata con input del dipartimento della protezione civile. Il Prof. Francesco Dellino, referente di settore (CGR) per il rischio vulcanico, in un’intervista ebbe a precisare che egli opera in contesti dove si accendono discussioni a porte aperte seguite poi da discussioni a porte chiuse. La commissione grandi rischi, concluse, comunica con i verbali che contengono le decisioni finali da comunicare all’esterno. Una di queste decisioni fu appunto quella di assumere l'area circoscritta dalla linea nera Gurioli come zona invadibile dai flussi piroclastici, attestando con tale decisione uno scenario di rischio al Vesuvio non eccedente un evento sub pliniano (VEI4).

La necessità di passare al preallarme o anche al livello di allarme, verrebbe sollecitata dal dipartimento della protezione civile al presidente del consiglio, presumibilmente in un consesso operativo tecnico scientifico, e in ogni caso spetterebbe al premier la decisione ultima di preallarmare o allarmare, sentito pure il presidente della regione Campania. Al riguardo non dimentichiamo che il piano d’emergenza Vesuvio è un piano di livello nazionale, che in fase operativa comporta una mobilitazione generale di enti e istituzioni preposte, insieme a tutte le regioni e a quei comuni a cui spetta dare ospitalità agli sfollati. Non ultimo è un piano che per essere attuato richiede un intervento economico di tutto rispetto.


Il compito di monitorare lo stato dei vulcani campani è a cura dell’osservatorio vesuviano. La cosa che subito viene detta in ogni conferenza o seminario o consesso informativo e formativo, a cui partecipa il pregevole ente, è che diuturnamente il Vesuvio e i Campi Flegrei vengono sorvegliati con strumentazioni ad alta tecnologia, anche di taglio satellitare, e che quindi nulla sfugge agli osservatori. 

Purtroppo la dotazione iper tecnologica che indubbiamente ci rimanda secondo dopo secondo la misura anche micrometrica dei dati geochimici e geofisici dei vulcani, non rappresenta un metodo di previsione degli eventi eruttivi, ma solo il report di una situazione geologica ad horas. Mancano come dicevamo, elementi di comparazione per azzardare una previsione; manca un database  sui parametri strumentali che hanno caratterizzato i prodromi pre eruttivi delle eruzioni passate. Basta pensare, tenendo presente le date degli eventi, che tra le mani abbiamo ben pochi dati e in larghissima misura i periodi storici che hanno accompagnato quelli eruttivi sono senza elettricità, con tutto quello che ne concerne. Infatti, la prima centrale elettrica nacque in Italia nel 1883. Questo ci fa capire che la storia strumentale dei Campi Flegrei e del Vesuvio è decisamente recente.

In ogni caso, ogni singola eruzione ha le sue caratteristiche che si somigliano ma non sono mai uguali. Proprio il Vesuvio è un esempio lampante di questa semplice constatazione, atteso che l'ardente monte ha la prerogativa di materializzare eruzioni effusive dal taglio attrattivo turistico, ma anche eruzioni di portata esplosiva e catastrofica come quella di Pompei del 79 d.C. Lo sterminator Vesevo purtroppo per noi, perché lui fa il suo mestiere, può spaziare su livelli energetici che vanno da un indice di esplosività VEI3, VEI4 ma anche VEI5.

La scienza, quella attuale, non tutta certamente, contrariamente alla passata informazione soporifera e rassicurante, chiarisce timidamente che il mondo sotterraneo non ha un orizzonte visibile, pertanto è inaccessibile e quindi le informazioni che provengono dalle profondità chilometriche, sono indirette e per questo non particolarmente precise. Al di là delle prospezioni elettromagnetiche, ci sono poi le perforazioni, che ci dicono con precisione la natura dei prodotti estratti ai vari livelli di carotaggio: ma il dato non è molto attendibile con l’incremento della distanza orizzontale  dal centro di trivellazione. In tutti i casi le trivellazioni hanno raggiunto al massimo i 12 chilometri che sono ben poca cosa rispetto ai circa 6400 chilometri del raggio terrestre, o comunque ai circa 35 Km. di spessore della crosta.

Gli scienziati con il tempo hanno fissato una serie di parametri dei vulcani, ufficializzando uno stato di quiete quasi “certificata” che in ogni caso non assegna all’area in esame un rischio eruttivo pari a zero. Quindi, il continuo delle misurazioni geofisiche e geochimiche di alcune aree vulcaniche, anche attraverso stazioni automatizzate, ci consentono di registrare eventuali incrementi di elementi significativi, come ad esempio la temperatura, la concentrazione di CO2, CO, le deformazioni, ecc. Questo consente agli scienziati di proporre previsioni eruttive probabilistiche che possono diventare deterministiche (100%) solo in presenza della colonna eruttiva. Anche in questo caso è possibile certificare il giorno e l'ora della ripresa eruttiva, ma non è possibile cogliere la quantità di energia che si sta liberando (VEI), che è un dato tutto sommato che può essere valorizzato con precisione solo al termine dell’eruzione.

A fronte di questi limiti, la presidenza del consiglio dei ministri per tramite del dipartimento della protezione civile, ha emesso un decreto che recita: è bene ricordare che le previsioni di tipo probabilistico, non sono sempre possibili e non per ogni tipologia di fenomeno. Inoltre, queste previsioni sono fortemente condizionate dalla disponibilità di adeguate e numerose serie storiche di osservazioni collegabili all’effettivo verificarsi di eventi.

Per completezza è interessante segnalare pure la direttiva del presidente del consiglio dei ministri (2/2021). Quivi si legge che Le procedure e le attività finalizzate all’allertamento e all’allarme pubblico devono quindi esplicitare, quando e ove possibile, i limiti delle attività di valutazione e decisionali. In particolare, è opportuno dare conto:

  • dei limiti scientifici delle previsioni probabilistiche.
  • della latenza, incertezza e/o indisponibilità dei dati, delle misure e delle     informazioni.
  • del possibile malfunzionamento e/o di disfunzionalità degli apparati e delle reti.
  • del margine di errore derivante dall’imprescindibile discrezionalità delle attività di valutazione e decisionali.
A voler concludere, i livelli di allerta vulcanica indicano il progressivo avvicinamento alla soglia eruttiva di quell'eruzione di scenario che gli scienziati hanno prospettato in sede di analisi per definire l'ampiezza della zona rossa da evacuare.  Se arriveranno le risposte proposte nell'articolo precedente al nuovo direttore dell'osservatorio vesuviano, capiremo meglio lo stato dell'arte, in ossequio al diritto all'informazione e alla sicurezza dei cittadini napoletani.

                                                                            di Vincenzo Savarese








venerdì 2 settembre 2022

Rischio Vesuvio e Campi Flegrei: la scienza tappabuchi (stopgap science)... di MalKo

A sinistra il Vesuvio e a destra il Monte Somma (orlo calderico)

 

Nella percezione collettiva la quiete vulcanica durerà in eterno. Questa affermazione che corrisponde a una sensazione iper ottimistica, consente ai residenti delle zone rosse di affrontare tutte quelle necessità che a volte diventano difficoltà e che caratterizzano il vivere quotidiano, senza subire l’angoscia di questo pericolo immanente che viene relegato in un angolo remoto della mente. Il rischio eruttivo purtuttavia rimane una minaccia seria ma per sua natura non decifrabile, databile e quantificabile, e quindi nulla vieta di credere che il problema potrebbe presentarsi magari a distanza di svariati secoli.

Nei territori del super vulcano dei Campi Flegrei, tra l’altro soggetti al fenomeno del bradisismo, ci sono persone che seguono con moderato interesse i bollettini che segnalano i millimetri di sollevamento dei suoli, agognando una inversione di tendenza che in verità mitigherebbe l’ansia da bradisismo, ma quasi niente toglierebbe alla indecifrabilità del rischio vulcanico che rimane integro. D’altra parte i sommovimenti sismici a bassa intensità che caratterizzano da tempo il flegreo, rimandano al fenomeno bradisismico che in tutti i casi deriva dalla natura vulcanica dei luoghi, con la presenza ad alcuni chilometri di profondità di magma responsabile di surriscaldare gli acquiferi che generano spinte e sussulti in genere localizzati. 

L’autorità scientifica sembra maggiormente propensa a porre interesse al fenomeno del bradisismo piuttosto che al rischio vulcanico. Il problema si ferma al vapore surriscaldato che gonfia i terreni, o questo stato critico dell’acqua non è altro che il sintomo di un corpo semi plastico e rovente che s’insinua lentamente dal profondo o che magari si è insinuato e staziona a pochi chilometri di profondità? Difficile una risposta netta… 

Perforazione ai Campi Flegrei 

A est invece, il Vesuvio troneggia sornione sul Golfo di Napoli, lasciando che i turisti raggiungano la vetta, da dove con meraviglia si gustano un panorama stupefacente che mal si coniuga con una scellerata urbanizzazione accalcata sull’area di base dello sterminator Vesevo. La morsa dei palazzi è asfissiante, e in mezzo a questi l’ardente vulcano sormonta il cemento presentandosi come una sorta di arido giardino metropolitano. I dibattiti degli arrampicatori rinvangano la straordinarietà degli inquietanti calchi umani in mostra nella cittadina pompeiana, così come la sommità del vulcano si presta ad offrire ampi spazi all’immaginazione. Il turista infatti, sovente guarda in aria e poi subito in basso, quasi a voler rivedere quei prodotti piroclastici che nel 79 d.C. ricaddero su Pompei, Ercolano e Stabia, stravolgendo e seppellendo quelle che erano prospere cittadine che oggi sono un eccezionale museo a cielo aperto. 

Il visitatore non può non provare un fremito offertogli dalla permanenza sul monte vulcanico più famoso del mondo. I film che narrano l’eruzione di due millenni fa, certamente contribuiscono al brivido adrenalinico, atteso che rinvangano la tragedia dei flussi piroclastici che nella scena finale travolgono eroi ed eroine. La prima riflessione degli ospiti è sempre la stessa: come si fa a vivere e progettare il futuro  qui sotto al Vesuvio… 

Il Vesuvio e i Campi Flegrei, oggigiorno vengono considerati dalla comunità scientifica e soprattutto dell’osservatorio vesuviano, distretti che non destano grandissimi allarmi anche se al flegreo da dieci anni c'è lo stato di attenzione. D’altra parte la famosa struttura di ricerca e sorveglianza dell’INGV, ebbe a paventare qualche anno fa la buona probabilità che la strumentazione dell’ente possa cogliere eventuali movimenti ascendenti del magma in netto anticipo sugli eventi eruttivi. Per completezza d’informazione bisogna aggiungere che nella pagina web del dipartimento vulcani (INGV), struttura di ricerca nazionale, si precisa che la stima della pericolosità di un vulcano non è mai una valutazione esatta né una previsione deterministica del comportamento futuro: i vulcani sono sistemi complessi la cui struttura profonda è poco conosciuta perché, di fatto, inaccessibile. 

A sinistra zona rossa Campi Flegrei, a destra zona rossa Vesuvio



La logica porterebbe a pensare che chi dice di avere il magma sotto controllo parte dal principio che la sostanza astenosferica, prima di spingersi e aspergersi in superficie, debba risalire per ristagnare a bassa profondità (3-4 km.), per poi accumularsi, e indi per effetto di stimoli pressori, prima o poi dirompere all’aria aperta. Temiamo che non sia sempre così e in ogni caso non ci sono conferme della tappa obbligatoria del magma al terzo piano chilometrico. In tutti i casi e di fatto, il rischio pliniana è stato obliato al punto che il piano di evacuazione è stato tarato per una sub pliniana (VEI4), perché l’osservatorio vesuviano ha rassicurato che non c’è magma a sufficienza nella camera magmatica superficiale per un'eruzione VEI5. Se l'eruzione che verrà fosse veramente e come dicono non eccedente i valori di esplosività VEI4, I maggiori danni si riscontrerebbero nel raggio di circa 7 km. dal centro eruttivo (linea nera Gurioli) con i flussi piroclastici che lambirebbero appena la metropoli partenopea. Pensiamo che queste logiche che riguardano le camere magmatiche potrebbero essere alla base delle argomentazioni prospettate sempre dalla dott.ssa Bianco, quando profferì in seno a una tavola rotonda organizzata alcuni anni fa presso la sede della protezione civile campana, che lo scenario eruttivo VEI 4 non cambierà con il passare dei secoli ma solo con nuove valutazioni scientifiche. 


Vesuvio - linea nera Gurioli: zona a rischio invasione flussi piroclastici
                         
Quello che non viene ben valutato dall’osservatorio vesuviano, è il fatto tutt’altro trascurabile che una affermazione di questo tipo consente alla politica, quella con la pi minuscola, di permettere che in zona rossa vengano realizzati ulteriori insediamenti residenziali: ai Campi Flegrei manca il vincolo di inedificabilità abitativa. Il Prof. Cioni nel 2008 in uno studio asseriva che le eruzioni al Vesuvio possono attingere magma tanto dal serbatoio superficiale quanto da quello più profondo. Questo interessante studio è stato superato? 

In tutti i casi eventuali notizie allarmanti provenienti dai tre distretti vulcanici campani, localizzati tutti nella provincia di Napoli, verrebbero trattati in prima battuta in segretezza e per il seguito dal dipartimento della protezione civile. Le valutazioni predittive dell’osservatorio vesuviano, occorre precisarlo, sono tutte basate su elementi statistici che assegnano ai due vulcani napoletani, in caso di ripresa dell’attività eruttiva, dirompenze non eccedenti le energie di una sub pliniana (VEI4) e probabilmente con attestazioni energetiche da ultra stromboliana (VEI3). L'attuale direttore dell'osservatorio vesuviano, il dott. Mauro Antonio Di Vito, illustre lucano che avemmo modo di conoscere nell'ambito di un corso a Portici, dovrebbe garantire diversamente dal passato, una informazione meno soporifera, magari dicendo chiaramente se le disquisizioni sulle camere magmatiche hanno un senso, e ancora se è vero che lo scorrere del tempo sia ininfluente sulla pericolosità vulcanica, e se l'adozione di scenari eruttivi sub pliniani nei piani d'emergenza siano nell'attualità in linea con il diritto alla sicurezza dei cittadini.

                                                       di Vincenzo Savarese                                                                                         



giovedì 5 maggio 2022

Rischio Vesuvio e Campi Flegrei: la previsione dell'eruzione... di Malko

 


Nei Campi Flegrei, alcuni eventi sismici a bassa magnitudo ma con un trend energetico al rialzo, hanno destato non poche perplessità nei 550.000 dimoranti che popolano la caldera del super vulcano flegreo. I residenti si chiedono, senza esagerate apprensioni, se i tempi incominciano ad essere maturi per il passaggio dalla fase di attenzione a quella di pre allarme.

Dal punto di vista delle istituzioni, la direttrice dell’Osservatorio Vesuviano in un intervento rimandato sui social, ha confermato che in realtà quelle flegree sono energie sismiche che si sviluppano per bradisismo e che producono terremoti modesti, anche se a volte vengono avvertiti nettamente nel comprensorio flegreo. Gli eventi, continua la responsabile napoletana dell’INGV, si localizzano prevalentemente intorno ai 2 Km. di profondità, in quella che è l’area sismogenetica compresa tra la Solfatara e le emissioni di Pisciarelli. Gli altri parametri geofisici e geochimici del vulcano, precisa la dott.ssa Bianco, non sembrano denotare variazioni significative. Tra l’altro il monitoraggio in continuo effettuato dall’osservatorio vesuviano, non presenta segnali che possano eventualmente indicare dinamiche ascendenti del magma con annessa possibilità d’innesco di una eruzione. In conclusione, la dirigente rassicura e segnala che Il fenomeno del bradisismo al momento non è correlabile con un aumento della pericolosità vulcanica, ma con l’andare del tempo le deformazioni del terreno potrebbero incidere sulla resistenza statica degli edifici.

Parole perlopiù confortanti e in linea con le FAQ pubblicate nelle pagine web INGV dello stesso osservatorio vesuviano. Quivi la prima domanda ad oggetto giustappunto la previsione degli eventi vulcanici, contiene elementi molto confortevoli, che ad ogni buon conto riportiamo integralmente:

Domanda: È possibile prevedere la prossima eruzione del Vesuvio o dei Campi Flegrei? Risposta. Non è possibile prevedere a lungo termine quando ci sarà la prossima eruzione. Tuttavia, grazie alla sorveglianza del vulcano è possibile rilevare con ampio anticipo l'insorgenza di fenomeni precursori, che generalmente precedono un'eruzione, e procedere all'evacuazione prima che avvenga l'eruzione.

Secondo il nostro punto di vista, la parola ampio anticipo utilizzata dall'osservatorio vesuviano è in contrasto con i contenuti della direttiva della presidenza del consiglio (12/02/2021), che segnala la necessità di pubblicizzare i limiti scientifici delle previsioni probabilistiche. Lo stesso dipartimento della protezione civile però, ripete che le applicazioni di tipo probabilistico sono possibili solo per alcune fenomenologie che caratterizzano i vulcani attivi in forma permanente, ad esempio l’Etna e lo Stromboli. La lettura dell'articolo precedente chiarisce questi aspetti.

Nel campo della previsione degli eventi vulcanici, occorre dire che le eruzioni in genere possono essere preannunciate da fenomeni anche minimi monitorabili da strumentazioni ad alta tecnologia, compresa quella satellitare. Il problema grosso però, è dettato proprio dalla sensibilità degli strumenti, che possono registrare una condizione anche minimale di “irrequietezza” del magma con tutti i suoi prodotti liquidi e gassosi di cui è intriso, che accompagnano anomalie geochimiche e geofisiche, a cui non sempre corrisponde un allarme. Quindi: l’elevata tecnologia può solo anticipare la fase di attenzione, ma nulla può dirci sulla previsione dell’evento vulcanico che rimane ancorato a valutazione e tempistiche tutte umane, corroborate da basi statistiche molto limitate per il Vesuvio e ancora di più per i Campi Flegrei.  

Interpretare allora, è la parola chiave proposta e richiesta alla commissione grandi rischi, che dovrà pronunciarsi, carte alla mano, sui risultati del monitoraggio vulcanico, con responsi difficilissimi da trarre da semplici dati per quanto accurati, che potranno oscillare su un ventaglio di possibilità che partono da innocui riequilibri profondi del magma a possibili e allarmanti condizioni pre eruttive. In tutti i casi non è l’osservatorio vesuviano che decide i livelli di allerta vulcanica, ma la commissione grandi rischi per il rischio vulcanico, atteso che a un livello di allerta superiore ad attenzione (giallo), corrisponde un importante corrispettivo operativo e amministrativo. Ricordiamo ancora una volta che il pulsante per l'evacuazione, quello rosso, è pigiabile solo dal premier: nell'attualità Mario Draghi. Di seguito i livelli attuali stabiliti dall’autorità scientifica:

In realtà, in assenza di soglie limite strumentali di riferimento, riferite a valori numerici codificati, il passaggio ascendente o discendente da uno dei 4 colori illustrati, sono legati a fattori umani. Precisiamo che le uniche due colorazioni che non è difficile determinare, sono quella verde e giallo, perché non prevedono azioni per la popolazione. La più difficile in assoluto è proprio quella del pre allarme (arancione), mentre per quella rossa temiamo prodromi probabilmente avvertiti direttamente dalla popolazione. Una condizione quest'ultima, non contemplata nei piani d'emergenza, ma che può essere la circostanza capace di alterare in negativo i comportamenti umani (panico), con tutto ciò che ne consegue, soprattutto in un contesto evacuativo organizzato secondo formule da gita aziendale. 

La valutazione dei tempi che segnano e accompagnano la previsione eruttiva nei Campi Flegrei e del Vesuvio, nelle carte dicevamo è molto rassicurante. Ampio anticipo riferisce l’osservatorio vesuviano: 72 ore riferiscono invece le istituzioni politiche e tecniche. Il presidente della Regione Campania De Luca, molto pragmaticamente disse che questi tre giorni a disposizione per l’evacuazione potrebbero esserci, ma potrebbero anche non esserci…. In realtà, da un punto di vista strettamente tecnico, se la previsione dell’evento vulcanico fosse possibile in un ambito ottimistico di ampio anticipo, non ci sarebbe nel percorso operativo la fase dubitativa diversamente chiamata di pre allarme, dove i cittadini che ne sentissero la necessità, potrebbero allontanarsi spontaneamente usufruendo pure di un contributo statale di autonoma sistemazione. La fase di preallarme consente in ultima analisi al cittadino, di scostarsi dalle indecisioni scientifiche, assumendo con propria iniziativa la responsabilità di allontanarsi dalla zona rossa.

Quanti terremoti e con quali intensità possono essere interpretati come precursori di eruzioni? E quali sono le concentrazioni di gas e le temperature e le deformazioni limiti del suolo quali sintomi prodromi dell’eruzione? Nessuno lo sa! Perchè le variabili d'intreccio di questi dati, possono essere numericamente considerevoli, ma in tutti i casi con combinazioni mai verificate, per esempio per apparati come i Campi Flegrei la cui ultima eruzione risale al 1538. Non ci sono elementi di comparazione per azzardare una previsione, non solo perché non abbiamo dei database di riferimento che vanno indietro per decine di secoli, ma anche perché ogni vulcano ha delle caratteristiche proprie non sovrapponibili in genere a qualsiasi altro vulcano.

Ci sembra il caso di chiedere un parere al Professor Giuseppe Mastrolorenzo, primo ricercatore presso l’osservatorio vesuviano, molto presente con le sue spiegazioni sui media nazionali e internazionali.

Professore, ai Campi Flegrei come al Vesuvio è possibile prevedere un’eruzione con ampio anticipo?

Se il “largo anticipo“ è inteso come un tempo ampiamente superiore a quello necessario a garantire la messa in sicurezza di tutte le comunità a rischio, la risposta è certamente no. Ho dovuto ricordare, come spesso ho evidenziato, anche con rapporti ad organi Istituzionali e di Protezione Civile, come la previsione di eruzioni, in vulcani, come il Vesuvio e i Campi Flegrei sia impossibile.

L’intrinseca imprevedibilità deriva dalla complessità dei sistemi vulcanici a tutti i livelli, dalla sorgente magmatica alla superficie, dai processi fisici, chimico-fisici a diverse scale spaziali e temporali, che controllano complessi processi di genesi ed evoluzione del magma e della sua risalita verso la superficie.

Tali processi, così come i parametri coinvolti, sono solo ipotizzabili, sulla base delle indagini geofisiche e vulcanologiche, svolte principalmente negli ultimi decenni. A tali limiti, si aggiunge la natura caotica dei processi, la cui evoluzione può variare drasticamente in funzione di minime variazioni dei parametri, fuori dalla portata di qualsiasi indagine scientifica.

In altri termini, anche se la crosta terreste fosse totalmente trasparente e potessimo vedere il magma   e definirne le proprietà in ogni punto, non saremmo in grado di prevedere un’eruzione e la sua intensità.

Ma la crosta è tutt’altro che trasparente, e le nostre conoscenze sono indirette e quasi esclusivamente basate su ipotesi e   modelli descrittivi, spesso in contrasto tra loro, e più o meno sostenute da pochi parametri misurabili. Anche se disponessimo di esperienza diretta di un grande numero di crisi eruttive monitorate in ogni fase, resterebbe comunque imprevedibile una futura eruzione. 

Premettendo una camera magmatica ubicata a circa 8 km. di profondità per entrambi gli apparati vulcanici citati, è assodato scientificamente che il magma prima di assurgere in superficie deve saturare camere magmatiche superficiali ubicate a 3-4 km. di profondità?

Anche il dibattito scientifico riguardo la profondità del magma prima degli eventi eruttivi rientra nella più generale tematica della modellistica vulcanologica, basata su dati indiretti, principalmente di natura magmatologica e geofisica.

Studi sulle rocce vulcaniche di eruzioni avvenute in passato, hanno indotto alcuni autori a ipotizzare uno stazionamento del magma a profondità di alcuni chilometri, per una successiva evoluzione pre-eruttiva. Tale processo è stato ipotizzato principalmente in relazione alle maggiori eruzioni del Somma-Vesuvio, e solo vagamente per i Campi Flegrei e per eruzioni minori.

Per quanto gli studi in merito rivestano un notevole interesse scientifico, sarebbe un vero azzardo affidare la sicurezza di milioni di persone all’ipotesi di un prolungato arresto della risalita del magma ad una profondità intermedia, per un tempo prolungato prima dell’evento eruttivo. La sosta di questa massa magmatica fusa, potrebbe consentirne  la facile identificazione, e quindi in assenza di tali  evidenze, per ragionamento  inverso si è portati ad escludere una eruzione.

Di fatto, quello dell’accumulo superficiale del magma, per lungo tempo, prima di una eruzione, resta solo un modello o un’ipotesi di lavoro, e non deve essere adottato a fini di sicurezza e protezione civile. In  realtà, con le  tecnologie attualmente disponibili,  può risultare critica anche l’individuazione di  un  processo  di  risalita  magmatica,  che  può  manifestarsi   attraverso fratture  nella  crosta,  di  dimensione   di alcuni  metri, ed  evolversi  rapidamente  con sismicità modesta e segnali, quali  deformazioni del  suolo , variazioni di accelerazione di gravità locale, flusso di  gas e di calore, difficilmente rilevabili, almeno  nelle prime  fasi  del processo di risalita ,e  magari  anche   in quelle immediatamente  precedenti l’eruzione  .

Ed è proprio questo, lo scenario che prudenzialmente deve essere considerato, mentre le ipotesi che prevedevano ottimisticamente evidenti precursori e manifestazioni rilevabili della risalita del magma, seppure scientificamente validi, comportano, se adottati a fini di protezione civile, un azzardo inaccettabile.

Contrariamente, lo scenario di una risalita “silenziosa” del magma, attraverso sottili condotti, non rilevabili, attraverso il monitoraggio geofisico e geochimico, comporta la concreta possibilità di un mancato allarme o di un allarme solo a eruzione in corso o imminente. Di conseguenza, anche una evacuazione in frangenti eruttivi, deve essere   considerata e pianificata: questa eventualità non è considerata nei piani di emergenza. La statistica ci pone di fronte all’evidenza di non pochi casi registrati nel mondo, di evacuazioni avvenute con eruzione in corso, dettate da vulcani esplosivi e non, tra l’altro sottoposti a sistemi di monitoraggio avanzati e piani di emergenza mirati.

Il bradisismo flegreo può essere considerato un fenomeno che non riguarda direttamente le caratteristiche vulcaniche dell’area? Se l’ascesa del suolo dovesse continuare bisognerà preoccuparsi dei terremoti e quindi della statica dei palazzi o del pericolo vulcanico che avanza?

L’attività   sismica, associata all’attuale fase bradisismica, costituisce certamente un fondamentale indicatore dello stato e dell’evoluzione del sistema vulcanico, anche se per quanto detto di difficile interpretazione.

Coesistono modelli contrastanti sulle cause e la possibile evoluzione del bradisismo, ma in generale, la sismicità è interpretata come un effetto diretto del rilascio dello stress, prodotto dalla deformazione degli ultimi chilometri della struttura calderica per complessi processi di   circolazione dei fluidi all’interno del sistema geotermico, verosimilmente a causa di modificazioni nel sistema magmatico sottostante e/o della permeabilità dello stesso sistema geotermico.

L’esperienza delle passate crisi bradisismiche, suggerisce che la sismicità, e lo stesso bradisismo, non sono necessariamente precursori di eruzioni. In tempi storici, infatti, l’unico caso di eruzione a seguito di una prolungata   fase bradisismica, è quella del Monte Nuovo nel 1538. Ma è superfluo ribadire, come   nessuna valutazione probabilistica può avere senso per sistemi con così ampie lacune conoscitive.

Circa il rischio direttamente connesso con la sismicità, questo è risultato modesto nelle passate fasi bradisismiche, fino a magnitudo di poco superiori al quarto grado Richter. Ma è evidente, come dati gli elevati valori di accelerazione locale, dovuta alla bassa profondità ipocentrale, nonché alla diffusa disomogeneità dei terreni interessati, si renderebbe necessaria una valutazione accurata delle condizioni statiche degli edifici pubblici e privati, nell’intera area calderica dei Campi Flegrei, dei settori occidentali dell’area urbana napoletana e dei comuni limitrofi.

Il Professor Mastrolorenzo ha espresso con chiarezza il suo pensiero scientifico circa la previsione degli eventi vulcanici e la variante bradisismica. Di questo lo ringraziamo.

Da un punto di vista tecnico invece, occorre ricordare che non ci sono strumenti per quanto tecnologicamente avanzati, capaci di apportare sicurezze matematiche al vivere quotidiano delle popolazioni esposte al rischio vulcanico, tanto nel vesuviano quanto nei Campi Flegrei.

Purtuttavia è necessario avere contezza del rischio areale, ma poi occorre avere pure l’arguzia per comprendere che se da un lato la nostra corsa verso la conoscenza dei fenomeni vulcanici ad un certo punto si ferma per raggiunti limiti conoscitivi, nulla ci vieta di essere civicamente e criticamente presenti sul territorio, favorendo politiche organizzative, strutturali e infrastrutturali, capaci di mettere per quanto possibile in sicurezza la terra dove viviamo. Un territorio quello flegreo, che non potrà essere ancora oltre sovraccaricato di abitanti, magari adottando il prima possibile un vincolo di inedificabilità totale residenziale nella zona rossa, alla stregua di quanto fatto per il Vesuvio. Il sindaco Manfredi intanto deve sciogliere il rebus Bagnoli...

                                                                    di Vincenzo Savarese




martedì 15 febbraio 2022

Rischio Vesuvio e Campi Flegrei: la probabilità eruttiva... di Malko

 



La direttiva del presidente del consiglio dei ministri pubblicata in gazzetta il 12/02/2021, tratta anche il fondamentale argomento ad oggetto l’allertamento delle popolazioni in caso di pericolo. In questo documento si paventa la possibilità di inaugurare quanto prima e dopo un periodo di prova, un sistema di allarme pubblico con tecnologia Cell broadcast, che consentirebbe di far giungere su smartphone e tablet, un messaggio di allerta zonale. L’anonimo destinatario allertato, dovrebbe mettere in atto tutte le misure di autoprotezione presumibilmente già contenute in dettagliati piani di emergenza comunali, ad oggetto uno o più rischi con cui sta convivendo.

In questa direttiva anticipatrice di tecnologia e nuove linee guida, c’è anche un passaggio che va oltre la semplice raccomandazione, e riguarda la necessità, a proposito delle emergenze, di chiarire i limiti scientifici delle previsioni probabilistiche. E poi evidenziare semmai sussistessero le condizioni, i dubbi relativi alla indisponibilità di dati o di misure precise per quantificare e qualificare il pericolo. Non ultimo occorrerà valutare pure le incertezze statistiche e strumentali che bisognerà aggiungere eventualmente ai possibili errori derivanti dall’imprescindibile discrezionalità umana, in quelle che possono essere le valutazioni e le decisioni che si comunicherebbero alle popolazioni, a fronte di un pericolo potenziale, immanente o manifesto.

Anche sul sito web della protezione civile nazionale a proposito del rischio eruttivo è scritto che:<< è bene ricordare che le previsioni di tipo probabilistico, non sono sempre possibili e non per ogni tipologia di fenomeno. Inoltre, queste previsioni sono fortemente condizionate dalla disponibilità di adeguate e numerose serie storiche di osservazioni collegabili all’effettivo verificarsi di eventi. Applicazioni di tipo probabilistico sono possibili solo per alcune fenomenologie che caratterizzano i vulcani attivi in forma permanente, ad esempio l’Etna e lo Stromboli>>.

Che ci sia un’esigenza di fare chiarezza sulle prerogative decisorie della scienza e della tecnica, ci sembra una necessità scaturita all’indomani degli opinabili pronunciamenti della commissione grandi rischi, che nel 2009 ebbe a sottovalutare gli indizi di pericolosità sismica nell’aquilano. Infatti, una settimana dopo il raffazzonato consesso rassicuratorio degli esperti, inviati in loco più per zittire che per chiarire, il terremoto si presentò implacabile (6 aprile 2009) col suo carico di morti.

Nella direttiva richiamata all’inizio sugli allarmi da indirizzare alle popolazioni, viene sottolineata pure la necessità, ai fini della trasparenza, di conservare i documenti da cui si possa evincere il contesto in cui si è operato, ancorché il modus pensandi et operandi che ha determinato quelle scelte che hanno poi acceso le procedure di allarme pubblico. In altre parole, chi assume delle decisioni importanti per la collettività, ne deve dare meticolosamente conto. Il problema tutto italiano è quello che siamo pronti ad infervorarci e puntare il dito sulle défaillance operative, ma poco o niente ci interessa delle omissioni, in alcuni casi eclatanti, ad oggetto la mancata prevenzione delle catastrofi. La prevenzione non è amata dagli amministratori perché per sua natura non produce visibilità e voti...

Comunicare e ancora comunicare la conoscenza e lo stato dell’arte, è dichiarato come dogma dal coordinatore della commissione grandi rischi per il rischio vulcanico, Prof. Francesco Dellino. Il Luminare in un’intervista (gennaio/2021), ebbe a lanciare un accorato appello affinché con umiltà si comunichi moltissimo e a tutti i livelli, da quelli politici alla popolazione, senza nascondere quello che ancora non si conosce. Premessa diremmo importante e democratica, anche se poi l’accademico delude un poco, ma magari è la prassi, quando precisa che egli opera in contesti dove si accendono discussioni a porte aperte seguite poi da discussioni a porte chiuse. La commissione grandi rischi, conclude, comunica con i verbali che contengono le decisioni finali da comunicare all’esterno.

La commissione grandi rischi (CGR), ebbe a sancire proprio con un verbale, che la linea nera Gurioli rappresentava coerentemente i limiti d’invasione dei flussi piroclastici nel vesuviano, per eventi eruttivi sub pliniani (VEI4): tipologia eruttiva quest’ultima, che la stessa commissione aveva classificato come eruzione massima attesa nel breve - medio termine.

La delimitazione scientifica della zona rossa Vesuvio quindi, con i successivi ampliamenti e distinguo e incongruenze di taglio amministrativo made in Regione Campania, è quella tuttora vigente. Le eruzioni pliniane non sono entrate in nessun onere previsionale, letteralmente sparite dall'orizzonte del possibile, perché secondo la probabilità statistica INGV, condivisa dalla CGR, gli eventi VEI5 sono stati classificati improponibili nel computo degli accadimenti possibili al Vesuvio, e da oggi in saecula saeculorum...

In un consesso tenutosi il 10 aprile 2019 presso le strutture della regione Campania, avemmo a proporre alle massime autorità scientifiche e dipartimentali (DPC) settore emergenze, un invito a varare regole per il riordino territoriale nel vesuviano, in ossequio ai principi di prevenzione delle catastrofi. Questa necessità doveva trovare input nella semplice riflessione che, con l’avanzare del tempo secolare, il rischio che un’eruzione del Vesuvio potesse assumere tipologia sempre più potente e invadente, doveva essere tenuta in debito conto dalle autorità comunali e regionali nella pianificazione degli assetti urbanistici nel vesuviano e dintorni. Intervenire oggi per rendere sicuro il domani, doveva essere un atto di prevenzione moralmente dovuto ai posteri, perché col passare del tempo il rischio di una pliniana non potrà più sottacersi. Nella malaugurata ipotesi che tale possente evento dovesse materializzarsi, pure i residenti ubicati oltre l’attuale zona rossa verrebbero travolti dagli effetti deleteri di una eruzione esplosiva. 

Nel contesto urbanistico contiguo alla zona rossa, nella figura sottostante rappresentato come corona circolare di colore arancio, la densità abitativa è in aumento, perché i primi chilometri a ridosso della zona rossa, vengono ritenuti incautamente sicurissimi. Si tenga presente che la legge 21/2003 non consente nella zona rossa 1 la realizzazione di opere residenziali, quindi l'offerta di alloggi, proviene dalla zona rossa 2 e da quella appunto arancio. Col passare dei decenni questi due settori "ammorseranno" con l'edilizia abitativa la zona rossa1, a tutto svantaggio della politica degli spazi e delle prassi evacuative.   


Nel dibattito conseguente la taglia eruttiva futuribile, la direttrice dell'osservatorio vesuviano affermò che da nessuna parte è scritto che il passare dei secoli possa incidere sull’indice di esplosività vulcanica (VEI). Continuando, l’accademica precisò che l’eruzione di scenario (VEI4) sub pliniana, presa ad esame per la determinazione della zona rossa Vesuvio, può essere diversamente rivalutata al rialzo, solo se le ricerche scientifiche che si svilupperanno in futuro porteranno a conclusioni revisioniste. Il trascorrere del tempo (ultrasecolare), secondo l’esperta è da considerarsi ininfluente sulla qualificazione della futura taglia eruttiva…

Avemmo a precisare alla dirigente, che la teoria dell’intensità eruttiva assolutamente slegata dai tempi di quiescenza, imponeva un urgente aggiornamento della letteratura scientifica vulcanologica esistente, visto che nei libri si recita esattamente il contrario. In questa tavola rotonda erano presenti e silenti pure il direttore operativo per il coordinamento delle emergenze del dipartimento della protezione civile nazionale (DPC), e il dirigente coordinatore per le attività di protezione civile della Regione Campania.  

Alla base di una siffatta teoria rivoluzionaria sulla tempistica millenaria delle dinamiche vulcaniche pliniane, forse c'è il lavoro scientifico pubblicato su Science Advances - 12 gennaio 2022, Vol. 8, Numero 2: opera intellettuale di alcuni ricercatori svizzeri e italiani, finanziati dal politecnico di Zurigo. Nel merito, il 25 gennaio 2022 il giornale il Mattino ebbe a lanciare questo titolo: «Vesuvio, la prossima eruzione devastante tra mille anni». Alcuni ricercatori come Francesca Forni, al riguardo ebbe a precisare:<<Sulla base del comportamento del Vesuvio osservato attraverso l’occhio dei granati durante gli ultimi circa 9 mila anni di attività, ipotizziamo che una futura eruzione Pliniana o sub-Pliniana che coinvolge magmi fonolitici, necessiterebbe di almeno un migliaio di anni di quiescenza>>.

Sul giornale della protezione Civile.it del 26 gennaio 2022 viene fornito qualche chiarimento in più su questo argomento con un articolo intitolato: Il Vesuvio si sta facendo una lunga siesta? Al ricercatore italiano che ha partecipato al lavoro scientifico, Dott. Sulpizio dell’università di Bari, è stato chiesto a cosa hanno portato di concreto le ricerche sulla datazione dei granati:<<Visto che l’ultima grande eruzione del Vesuvio potrebbe essere quella del 472 d.C. o del 1631, quello che ci aspettiamo è che per avere una ricarica di questo tipo e quindi un’eruzione di grande volume e intensità devono passare almeno 1000/1500 anni. Quello che non diciamo è che lo stesso valga per le eruzioni di dimensioni inferiori, come ad esempio quella del 1944 è di un ordine di grandezza inferiore a quelle di cui stiamo parlando". C'è stata l’interpretazione sbagliata che alcuni hanno dato della nostra ricerca. Noi ci riferiamo alle eruzioni pliniane, su quelle minori non possiamo affermare nulla. E anche per quelle più grandi non diciamo che non possa avvenire prima un’eruzione, ma che se estrapoliamo il dato del passato sembrerebbe che abbiamo ancora tempo prima che avvenga una forte eruzione del Vesuvio".

Da un punto di vista tecnico e mediatico, se questa teoria della eruzione pliniana che fiorisce a ritmi più che millenari dovesse consolidarsi, diverse generazioni di napoletani che risiedono e risiederanno fuori dalla zona rossa, ovvero arancio nel disegno sopra, potranno tirare un grosso sospiro di sollievo anche per i mutui bancari accesi. 

In questo ragionamento complessivo sugli eventi naturali particolarmente energetici, qualche tempo fa pure l’ex assessore regionale della Campania per la protezione civile, profferì che non bisogna pianificare avendo come visione gli eventi peggiori, altrimenti per le alluvioni dovremmo valutare il diluvio universale, e sarebbe un problema per tutti quelli che non si chiamano Noè. In verità a noi risulta che il diluvio universale sia stato un evento mitologico, e in ogni caso e alla stregua, sono un problema pure le eruzioni vulcaniche per tutti quelli che non si chiamano Efesto…

Premesso che circa tre milioni di abitanti vivono affastellati a tre distretti vulcanici ubicati nella sola area metropolitana di Napoli, i calcoli statistici legati alla probabilità di eruzione andrebbero fatti magari pure su lunghi periodi di quiescenza, ma inevitabilmente su tre vulcani. Allora tutto ciò che riguarda la vulcanologia, acquista nel napoletano una valenza operativa e mediatica di tutto rispetto per le inevitabili ricadute che tali argomenti potrebbero avere sulla sicurezza dei cittadini. Nell’attualità i partenopei sono accompagnati da una quiescenza di 720 anni per Ischia, 484 per i Campi Flegrei e 78 anni per il Vesuvio. 


A dirla tutta e scientificamente parlando, lo stato dell’arte a  proposito del Vesuvio e dei Campi Flegrei è così riassumibile: con buona probabilità prevedono di prevedere 72 ore prima l’insorgenza delle dirompenze vulcaniche: tecnicamente parlando, la incognita probabilistica si raddoppia…

                                                                        di Vincenzo Savarese



domenica 16 gennaio 2022

Rischio vulcanico ai campi Flegrei: IT-Alert... di Malko

 

Anfiteatro di Pozzuoli

L’apprensione a fronte della scossa sismica di magnitudo 2.3 Richter, avvenuta alle 20.37 del 06/01/2022 e altre successive di minore intensità verificatesi nei Campi Flegrei, ha lasciato apprensione tra la popolazione che ha avvertito distintamente alcuni di questi sussulti. Va da sé che in un’area ad alta pericolosità vulcanica dove vige l’allerta gialla (attenzione), i cittadini dopo ogni scossa percepita dai sensi, si chiedono se il pericolo dettato dal sottosuolo vulcanico abbia raggiunto una soglia tale da suggerire un allontanamento preventivo.

Il sindaco di Pozzuoli ha battuto un post dove sostanzialmente accenna al fatto che condivide ansie e preoccupazioni dei concittadini, precisando alcune cose: <<Il terremoto di ieri delle 20:37 rientra in una fase di ripresa di attività del bradisismo che sta in questo momento proseguendo il suo corso… Secondo l’Osservatorio Vesuviano la velocità con cui il Rione Terra e la zona del porto si stanno sollevando è mediamente di circa 12 centimetri all'anno, una velocità raddoppiata rispetto a quella che abbiamo avuto dal 2018 alla metà del 2020… Tra le carte che ho in mano per giocare questa difficile partita, non ho un asso nella manica che mi consenta di eliminare alla radice il problema…So che questo stato di cose potrà proseguire anche nei mesi e negli anni a venire e da questo devo realisticamente partire. Quello che quindi posso fare, e vi assicuro che lo sto facendo con la massima determinazione, è tutto il possibile affinché non siamo colti di sorpresa da qualsiasi tipo di situazione difficile… Non intendo in questo messaggio farvi l’elenco delle iniziative che, su mia richiesta e indicazione, si stanno portando avanti per essere vicini alle esigenze dei cittadini e per essere in grado di fronteggiare qualsiasi situazione ci si possa presentare davanti. Lo farò però a breve perché giustamente molti di voi desiderano essere informati in modo puntuale su questo>>.

La nota del primo cittadino è sicuramente una professione di intenzioni, anche perché nei Campi Flegrei è impossibile carpire elementi di certezza utili per azzardare un pronostico sull’evoluzione del rischio eruttivo che pure c’è.  Se il sindaco puteolano avesse promesso a breve un divieto a rilasciare licenze edilizie nel suo territorio ad altissimo rischio vulcanico, avrebbe dimostrato quel realismo da cui partire, tentando in prima battuta di porre freno a una situazione di pericolo crescente, per il duplice aumento del valore esposto e del pericolo eruttivo legato al bradisismo. Purtroppo neanche a mettersi col decimetro in mano si riesce a monitorare in chiave preventiva l’evoluzione del pericolo che cresce coi millimetri d'innalzamento, perché potrebbero essere cambiate le condizioni a cui richiamarsi per comparazione: una replica dei fenomeni di unrest degli anni ’80 con uguale epilogo benevolo non è garantita.

Quale sia l’origine della misurata ma non rara sismicità che si osserva nella caldera flegrea, rimane a tutt’oggi oggetto di studio e di interpretazione scientifica. Tra le tesi più accreditate c’è quella dell’acqua che circola e si surriscalda facilmente in un sottosuolo naturalmente fratturato (caldera) e interessato da intrusioni magmatiche.

Questi corpi intrusivi riscaldano gli acquiferi innescando quella forza motrice capace di far circolare l’acqua mista a vapore nei primi chilometri crostali interessati da rigonfiamenti dei suoli e da fenomeni di chimismo. Gli scienziati propendono nell’ascesa del magma come la causa principale del bradisismo, di contro altri ritengono il meccanismo legato prevalentemente all’acqua calda e al vapore surriscaldato. In entrambi i casi pare abbastanza assodato la presenza di un corpo caldo a pochi chilometri di profondità che produce conduzione e convezione nelle masse solide e liquide promiscue. Più aumenta il bradisismo, più dovrebbero accentuarsi i fenomeni sismici. In queste condizioni si può giungere pure a un’esplosione freatica imponderabile dal punto di vista delle conseguenze sugli equilibri interni.

Quello che non si spiega bene in questo meccanismo d’innalzamento del terreno, è la fase bradisismica discendente che si sposa male con il fenomeno fisico del corpo intrusivo. Quindi un ruolo importante dovrebbero giocarlo i fluidi. Ovviamente gli scenari potrebbero cambiare se arrivasse nuovo magma dagli accumuli più profondi: l’osservatorio vesuviano però, assumendosi una grande responsabilità, in un pubblico dibattito ha lasciato intendere di avere la tecnologia giusta per cogliere gli eventuali movimenti del magma verso la superficie.

Se la situazione geologica ai Campi Flegrei e al Vesuvio è da una, nessuna o centomila interpretazioni, va da sé che le rassicurazioni filo governative su questo memorabile rischio, possono avvalersi esclusivamente della rete di sorveglianza con operatore che valuta i valori geofisici e geochimici che arrivano in continuo dalla rete di monitoraggio. Gli strumenti esprimono parametri numerici precisissimi: una vera fotografia del momento secondo dopo secondo, ma senza un acino nè di previsione e neanche di tendenza. Le misure quindi si offrono all'interpretazione che va nella sola direzione della probabilità eruttiva.

La probabilità però, è un fattore da maneggiare con estrema cautela, perché per sua natura non offre soluzioni deterministiche anche se sugli scenari eruttivi il metro di misura utilizzato è stata proprio statistico: valga per tutti il caso del Vesuvio, dove l’eruzione pliniana non è stata contemplata nel calcolo delle probabilità di accadimento, e quindi questa tipologia eruttiva è stata totalmente esclusa dai piani di emergenza.

Certi limiti li conoscono bene i decisori tecnici, e scientifici e governativi chiamati a consulto, tant’è che nella recente circolare a cura della presidenza del consiglio dei ministri, viene ribadito che: nella diramazione di allarmi rivolti alla popolazione, bisogna tener ben presente i limiti delle attività di valutazione e decisionali. In particolare, è opportuno dare conto dei limiti scientifici delle previsioni probabilistiche; della latenza, incertezza e/o indisponibilità dei dati, delle misure e delle informazioni; del possibile malfunzionamento e/o disfunzionalità degli apparati e delle reti; del margine di errore derivante dall’imprescindibile discrezionalità delle attività di valutazione e decisionali.

In altre parole bisogna tenere in debito conto gli errori probabilistici e gli errori di valutazione della situazione da parte dei decisori nei momenti clou, in cui devono diramare allerte  nel nostro caso vulcaniche, per attivare e sollecitare l’autoprotezione dei cittadini. Per i Campi Flegrei, il sistema di allerta è basato sui colori e le fasi di autoprotezione sono racchiuse nella fase operativa di preallarme e allarme. Gli errori probabilistici e valutativi possono incidere sui tempi di attesa eruzione, il cui margine superiore e inferiore è rappresentato dal falso allarme e dal mancato allarme.

Livelli di allerta vulcanica

D’altra parte è bene che si acquisisca con contezza il concetto di autoprotezione: all’occorrenza non c’è un’entità esterna alla zona rossa che viene a soccorrere i cittadini magari con ambulanze ed elicotteri. La popolazione è parte attiva nel sistema di protezione civile, e alla medesima è demandato il compito di comportarsi in emergenza secondo le modalità stabilite dal piano di evacuazione, senza improvvisazione e senza lacune conoscitive. Chiunque in caso di emergenza riterrà di sottrarsi alle regole di autoprotezione stabilite dalle autorità competenti (Stato, Regione e Comune), rappresenterà una minaccia per tutta la comunità. Anche se siamo molto critici sulla funzionalità del piano di evacuazione redatto per i Campi Flegrei, finché non ci sarà una revisione occorre rispettarne tutti i contenuti: nei manuali si dice spesso che la cosa peggiore non è non avere un piano di emergenza, bensì averne due. 

Nel discorso complessivo legato alla sicurezza, il dato più sconfortante è quello che non ci sono in cantiere progetti e politiche di prevenzione della catastrofe vulcanica. Il decentramento abitativo dalle aree ardenti, e il miglioramento delle vie di comunicazione, rimangono lo strumento principale per mitigare il rischio vulcanico: argomenti che non sembrano però ricadere nell’agenda politica delle cosiddette autorità competenti.

Come novità nel campo delle iniziative, c’è quello del sistema IT-Alert di allarme pubblico, che può diramare messaggi attraverso canali di comunicazione istantanei «cell broadcast», gestito in autonomia da ciascun operatore nazionale di telefonia mobile, con messaggi ricevibili dalla popolazione direttamente sui telefoni cellulari, smartphone, tablet. Ovviamente se entrerà in vigore tra qualche anno questo sistema che consentirà di allertare selettivamente la popolazione delle zone rosse, compresi i cittadini in transito, sarà il dipartimento della protezione civile a stabilire i contenuti e le condizioni per la diffusione del messaggio di allertamento. Ai livelli di allerta codificati nei piani di emergenza, corrisponde infatti una fase operativa sfociante all’occorrenza, nell'allontanamento volontario (preallarme),se non nell'allarme, dove ai cittadini che ancora permangono nella zona rossa e ai soccorritori, è fatto obbligo di abbandonare l'area senza indugi. 

                                                                        di Vincenzo Savarese



sabato 1 gennaio 2022

Rischio Vesuvio e Campi Flegrei: la comunicazione solonica.. di Malko

 



Il Vesuvio

 

Che i vulcani se non estinti eruttano è una informazione ben nota a tutti, perché contrariamente al passato, la quasi totalità dei cittadini può accedere almeno alla cultura di base e poi a trasmissioni televisive e al web che, con la parola e le immagini, chiariscono abbastanza compiutamente i tratti salienti legati al fuoco astenosferico con tutto ciò che ne concerne.

Trattandosi di un sistema complesso quello delle eruzioni, non ci sono elementi a sufficienza per potersi spingere sul terreno della previsione deterministica dell’evento e della sua portata energetica, che rimane una incognita ancora più difficile da esplorare, con la classe scientifica che in assenza di certezze utilizza il dato delle probabilità per difendere le popolazioni esposte. Il problema che anche la scienza statistica richiede un certo numero di dati che non abbondano…

Il rischio eruttivo che sussiste in Campania è legato non solo alla natura sovente esplosiva degli apparati vulcanici che la caratterizzano, ma anche dal fatto che sono ben tre i distretti in questione, e tutti racchiusi nell’ambito della provincia di Napoli. Trattasi di un territorio che conta oltre 3.000.000 di abitanti, con le prime quattro città napoletane più popolose, Napoli, Giugliano, Torre del Greco e Pozzuoli, che ricadono tutte in zone vulcaniche.

In una intervista di un anno fa curata dall’INGV, il Prof. Dellino della Università di Bari, autorevole membro della commissione grandi rischi (CGR), ebbe ad esprimere tra i tanti, due pensieri che qui vorremmo richiamare:

Qual è “l’insegnamento” sul rischio vulcanico che più di ogni altro vorrebbe che percepissero i suoi studenti dell’Università degli Studi di Bari?

Il rischio è una probabilità. I rischi, di qualsiasi tipo, sono quindi legati al concetto di incertezza che va sempre tenuto conto negli studi e nelle discussioni. Saper fare dell’incertezza un dato scientifico è un passo fondamentale verso la vera conoscenza scientifica dei fenomeni naturali e sociali e verso la capacità di prevedere e prevenire.

Il rischio che incorpora l'elemento probabilistico, riteniamo che sia una condizione a cui si può soggiacere per scelta, per ineluttabilità o anche per calcolo.  Come abbiamo avuto più volte modo di dire, il rischio è senz’altro associato se non a un numero a un valore, che può essere basso, medio, alto o altissimo o addirittura insostenibile. Nel campo della risoluzione del fattore rischio c’è un elemento che concorre al dipanamento del problema: si chiama alternativa. Questa può esserci o non esserci o magari non può essere perseguibile, e va messa sul piatto della bilancia con tutte le motivazioni, in modo che si può propendere per l’accettazione o meno dell’esposizione a un pericolo.

Nell’analisi del rischio concorrono anche altri fattori come quelli culturali, economici, religiosi, ideologici ecc... L’esempio più attuale ci perviene dalla pericolosità del virus meglio noto come Covid-19. Ebbene l’alternativa al rischio di finire in terapia intensiva a pancia sotto con fame d’aria, si chiama vaccino in mancanza di un farmaco efficace. La dose iniettabile a più riprese, anche se non garantisce la preventiva e totale protezione dall’infezione, mitiga in ogni caso gli effetti maggiormente deleteri del contagio, ed è il traguardo del secondo gradino. In questo caso occorre allora che ognuno valuti se accettare il rischio minimale dettato dalla vaccinazione, o in alternativa scegliere di vivere defilato in attesa di una valida cura.

Continuando con gli esempi, in alcune parti del mondo alcuni bambini si cibano recuperando scarti alimentari nelle discariche. Il rischio sanitario che ne consegue per noi è inaccettabile, ma per loro è accettabilissimo perché l’alternativa sarebbe la fame.

Il rischio dettato dai meteoriti o dagli asteroidi è accettabilissimo, non solo perché sono rarissimi questi eventi totalmente distruttivi, ma soprattutto perché non c’è alternativa al pericolo, atteso che tutto il Pianeta è esposto a una siffatta condizione.

I cittadini del vesuviano e del flegreo hanno alternative alla soggiacenza al rischio vulcanico? Anche i più sprovveduti sanno che la risposta è sì. Infatti, nessuno vieta a costoro di trasferirsi di sana pianta in una località fuori dalla zona rossa: certamente l’operazione sarebbe sacrificata, ma metterebbe la parola fine al rischio eruttivo incombente. All’interno della zona rossa Vesuvio, col tempo abbiamo constatato che i cittadini a fronte del rischio eruttivo non sono particolarmente arrabbiati o insofferenti all’inerzia della politica e delle istituzioni, perché si sentono corresponsabili di questa condizione, in quanto pur avendone la possibilità non assumono iniziative di trasloco verso terre meno rischiose.

I cittadini dovrebbero invece valutare che esistono anche strade alternative per mitigare il rischio vulcanico, come ad esempio la realizzazione di arterie a scorrimento veloce, piani di evacuazione non aritmetici, ma soprattutto dovrebbero spingere affinché non s’insedino ulteriori abitanti nelle zone rosse facendo così lievitare il rischio verso una condizione di inaccettabilità: la densità abitativa gioca un ruolo importante nelle situazioni di emergenza. Anche se avessimo la certezza della previsione, e non facessimo null’altro per regolare compiutamente l'allontanamento, il pronostico da solo potrebbe  non bastare.

Nel suo ruolo di componente, Professore, lei è membro della CGR per il rischio vulcanico. Qual è, a suo avviso, l’intervento primario su tutti gli altri per la migliore conoscenza dei vulcani antropizzati? Cosa rappresenta per lei ricoprire questo ruolo?

L’intervento primario deve essere: comunicare, comunicare, comunicare. Comunicare verso la popolazione. Comunicare fra i diversi ruoli tecnici e scientifici dello Stato. Comunicare verso i decisori politici. Comunicare con un linguaggio rigoroso, semplice, comprensibile ed univoco. Comunicare con umiltà verso le popolazioni interessate. Comunicare senza nascondere quello che ancora non sappiamo. Comunicare che per avere uno sviluppo sostenibile e resiliente verso le criticità sanitarie, naturali, finanziarie, ecc. Non c’è un uomo al comando ma un organismo vivente, la Società, che condivide le scelte e gli investimenti. Questo si raggiunge comunicando con chiarezza ed umiltà. Troppo spesso certi “Soloni”, scienziati improvvisati o improvvidi, davanti ad una telecamera o un microfono pensano di esporre le loro teorie personali come “scoop” pseudo giornalistici. Questo porta a mettere in crisi il lavoro di paziente opera sul territorio che chi lavora in questi ambiti, compreso l’INGV, fa ogni giorno.

Il Prof. Dellino riferisce che non bisogna nascondere quello che non sappiamo: verità sacrosanta, anche se non trapela questo auspicabile modus operandi dagli organismi centrali e periferici che a vario titolo s’interessano di geologia, in collaborazione con altre istituzioni che a volte possono avere divergenti scale di priorità o finalità, magari esplicabili nella parte “chiusa” della riunione. 

La previsione di un evento vulcanico è fatto molto complesso, eppure viene offerta come pratica ordinaria con ampi margini di successo. A sostegno di questa confortante tesi, si menzionano super strumentazioni di monitoraggio anche spaziali, capaci di misurare nel flegreo il passo di una formica nel sottosuolo. Il cittadino vuole credere che non potrà esserci quindi eruzione senza preallarme, ma su quanto potrà essere lungo questo preallarme per poi regredire o accentuarsi, non ci sono elementi per determinarlo. Allora è bene ricordare quello che troverete nelle conclusioni al termine dell'articolo, e accettare il concetto che i preallarmi e gli allarmi vulcanici, oggi possono essere di taglio probabilistico con la possibilità intrinseca di qualche errore.

Alla stregua bisognerebbe dire che i dubbi sulla previsione dell’intensità eruttiva, che è il dato che veramente manca per definire i limiti inoppugnabili di una zona rossa, sono stati risolti obliando inopinatamente un’eruzione pliniana (VEI5) dal novero delle possibilità di accadimento. Il consesso di esperti (CGR) ha adottato come eruzione di riferimento per i piani di emergenza la media mediata tra le intensità eruttive, cioè un evento dieci volte inferiore a quello massimo conosciuto (eruzione di Pompei), con la zona rossa circoscritta scientificamente dalla Linea nera Gurioli e poi ampliata amministrativamente dalla regione Campania con ampi spazi di discrezionalità oltremodo discutibili.

Magari bisognerà sfruttare la verve comunicativa del Prof. Dellino, per indurre le istituzioni competenti, grandi e piccole, a definire pure la zona rossa 2 nell’area flegrea, in modo da non attendere all’occorrenza il momento eruttivo per capire chi deve allontanarsi preventivamente dal centro storico di Napoli, onde sottrarsi dalla ricaduta massiccia di cenere e lapilli quale fenomeno che si concretizza in pochi minuti dall'evento.

Sarebbe interessante sapere in nome della menzionata chiarezza comunicativa, quanta importanza e che ruolo ha la camera magmatica superficiale del Vesuvio: è lì la madre di tutte le previsioni eruttive? Vorremmo anche sapere se il passare dei secoli, magari dai due in poi, non incidono sull’intensità eruttiva futuribile, atteso che l’osservatorio vesuviano ha affermato che non è la somma dei secoli la misura al rialzo della variabilità dell’indice di esplosività vulcanica, bensì la ricerca scientifica con le sue novità. Questi elementi offerti in un pubblico dibattito sotto l’occhio vigile della protezione civile nazionale, mastino delle infrangibili verità governative dall'attacco dei Soloni, è un elemento da rendere noto e maggiormente da pubblicizzare, non solo per gli elementi di conforto che contiene, ma anche perchè faciliterebbe di molto il riordino dei territori in chiave di prevenzione delle catastrofi, atteso che sarebbero più circoscritti.

Per concludere è interessante segnalare la direttiva del presidente del consiglio dei ministri (2/2021). Quivi si legge che Le procedure e le attività finalizzate all’allertamento e all’allarme pubblico devono quindi esplicitare, quando e ove possibile, i limiti delle attività di valutazione e decisionali. In particolare, è opportuno dare conto:

a) dei limiti scientifici delle previsioni probabilistiche.
b) della latenza, incertezza e/o indisponibilità dei dati, delle misure e delle     informazioni.
c) del possibile malfunzionamento e/o di disfunzionalità degli apparati e delle reti.
d) del margine di errore derivante dall’imprescindibile discrezionalità delle attività di valutazione e decisionali.

                                                                    di Vincenzo Savarese