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venerdì 2 gennaio 2015

Rischio Vesuvio:oggi più di ieri e meno di domani...di Malko



Il Vesuvio

“Rischio Vesuvio: oggi più di ieri e meno di domani…” di MalKo

Nel resoconto di fine anno 2014 dobbiamo annotare che non è stata un’annata totalmente negativa per la prevenzione del rischio vulcanico in Campania, anche se nessuna soluzione di tutela è ancora vigente per mettere in salvo all’occorrenza e in pochissimo tempo migliaia e migliaia di cittadini. Una moltitudine di gente oggi più di ieri e meno di domani esposta al rischio di essere investita dai fen0meni esplosivi che potrebbero scaturire dai due principali vulcani napoletani: il Vesuvio e i Campi Flegrei. Due apparati che serbano nel grembo sotterraneo capacità distruttive di prim’ordine e difficili da prevedere…
Non è stata un’annata negativa perché almeno molta parte della popolazione napoletana ha ricevuto direttamente o indirettamente e comunque ufficialmente la notizia di essere esposta a un rischio tutt’altro che secondario e contenibile come quello vulcanico. Soprattutto ai Campi Flegrei dove i residenti per l’assenza di spiccati rilievi dal caratteristico aspetto a cono rovescio e città sepolte come Pompei, non hanno mai riflettuto abbastanza sul termine Campi Flegrei (campi ardenti) e su una vasta caldera che corona il circondario, smembrata e ridotta a brandelli da fenomeni evidentemente tutt’altro che effusivi… Questa scarsa perspicacia ha dato corso qualche tempo fa a un tentativo di cordata da parte di alcuni imprenditori e intellettuali napoletani, circa una proposta di cementificazione del litorale di Bagnoli, in nome del “risorgimento napoletano e del riscatto della città…” L’idea di costruire alloggi nella spianata di Bagnoli, sede del deep drilling project a pochi passi dal vulcano Solfatara,  non è nuovissima, ed è frutto della filosofia che assegna importanza a quello che si costruisce piuttosto che al dove lo si costruisce…

I comuni o quartieri della zona rossa flegrea
L’informazione veicolata a sufficienza grazie alla pubblicazione sui media dei perimetri delle zone rosse con tutto quello che ciò comporta, cozza comunque contro l’indifferenza della maggior parte delle amministrazioni locali che non si sono spese abbastanza in tema di informazione e prevenzione delle catastrofi. Viceversa, si sono adoperate non poco nel pretendere a tutti i costi i condoni edilizi anche nelle zone a rischio tabula rasa, chiamando in causa il principio popolare di quel che è fatto è fatto! Il Comune di Terzigno da questo punto di vista gioca all’attacco con tremila pratiche di condono edilizio pronte alla firma…Ovviamente quando le cifre incominciano ad essere a tre zeri, è indubbio che il problema risieda nell’omissione dei controlli. Il governo centrale avrebbe dovuto insediare una commissione d’inchiesta per chiarire i retroscena della faccenda, perché l’abuso edilizio commesso in zona rossa Vesuvio non è solo un’operazione fraudolenta, ma anche un rischio vitale per chi s’insedia e un’aggravante in termini di affollamento per chi nell’area dimora da tempo.
Il comune di Terzigno è anche il municipio che ha emesso un bando pubblico per affidare a tecnici esterni la redazione dei piani di emergenza comunali, compreso quello a fronte del rischio Vesuvio, nonostante abbia tecnici formati in tal senso da appositi corsi, e non certo a costo zero, varati dalla Regione Campania qualche anno fa in sinergia con il Dipartimento della Protezione Civile e l’Osservatorio Vesuviano, in un clima di grande celebrazione.

Zona Rossa Vesuvio (R1 e R2)

In due recenti articoli a firma del geofisico Enzo Boschi e del Prof. Benedetto De Vivo pubblicati sul foglietto della ricerca, è stato messo in evidenza un ruolo eccessivamente esaltato della statistica come elemento su cui basare le politiche di prevenzione delle catastrofi. Ci chiediamo spesso come uscire da questa disciplina numerica esasperante, veicolata come valore deterministico ancorché mercanteggiato dalla politica e anche inflazionato nell’odierno dall’assessore regionale alla protezione civile, Ing. Edoardo Cosenza, che ad ogni dibattito e convegno sforna calcoli mischiando il sismico col vulcanico anche se in realtà sono due tipologie di rischio sovrapponibili ma che richiedono diverse strategie difensive.
Il rischio sismico all’arrivo delle onde trasversali ha nella resistenza dello stabile in cui si staziona il vero elemento di difesa passiva. Quindi parliamo di un fattore assolutamente mutevole in ragione dei luoghi che frequentiamo (casa, ufficio, negozi, chiese, palestra, cinema, ecc.), perché non hanno tutti lo stesso criterio costruttivo antisismico o un’efficace manutenzione. Il massimo della difesa consisterebbe allora nel vivere in un punto della sfera terrestre asismico, diversamente in un agglomerato urbano caratterizzato totalmente da una similitudine strutturale particolarmente resistenze alle scosse telluriche.
Nel caso del pericolo vulcanico invece, per difendersi da una colata piroclastica bisogna portarsi inevitabilmente e fisicamente fuori dalla portata di scorrimento della medesima. Questo significa che non c’è fattore costruttivo che tenga, e l’unica difesa efficace consiste nel frapporre una notevole distanza tra noi e i flussi roventi.
Al riguardo molto spesso viene richiamata la bontà costruttiva e antisismica dell’ospedale del mare costruito incredibilmente in zona rossa Vesuvio. Ebbene, nel caso di evento sismico particolarmente robusto dettato da prodromi pre eruttivi, il più grande nosocomio del sud Italia resterebbe di certo in piedi nonostante le possenti scosse litosferiche, ma sarebbe comunque da evacuare. Ora, se l’ospedale del mare è un bunker, non si può dire lo stesso dell’edificato che lo circonda. Questo vuol dire che la vulnerabilità del piano di evacuazione ospedaliero dovrà scontrarsi comunque con le incognite stradali causate dalle macerie altrui che ingombrerebbero o incomberebbero sulla viabilità ordinaria da impegnare.
Ospedale del mare (Ponticelli - Napoli)
Quindi, la scelta del sito dove costruire il nosocomio tra l’altro oggetto di accese polemiche, probabilmente è stata dettata da molte ragioni ma non da quelle di una impellente necessità sanitaria da soddisfare in quel preciso luogo, atteso che, c’è un ospedale a Torre del Greco, Boscotrecase, Scafati, Sarno, Pollena Trocchia, Castellammare di Stabia così come molte cliniche private nel circondario vesuviano garantiscono in surroga molti servizi di tipo ospedaliero, day Hospital e pronto soccorso. Nulla si toglie alla eccellenza delle prestazioni che verranno erogate dall'ospedale  del mare appena aprirà, ma non è che oggi per farsi curare bisogna affrontare i viaggi della speranza.

Certamente gli eventi sismici possono essere i precursori inovviabili di un’eruzione e, quindi, bisogna che le case, tutte, siano costruite per resistere a siffatte sollecitazioni. Anzi, la vulnerabilità sismica del costruito può incidere pesantemente sull’efficacia dei piani di evacuazione del vesuviano. Quello che abbiamo appena detto e che vale per l’ospedale del mare infatti, vale logicamente anche per tutta l’area vesuviana…
Hanno sicuramente un senso allora, le politiche di ristrutturazione antisismica dei fabbricati esistenti e abitati all’ombra del Vesuvio. Molto meno condivisibile è la possibilità di consentire il recupero statico di spiccati o ruderi diroccati e inabitati perchè aggiungerebbero abitanti ai troppi già dimoranti nel vesuviano…
Per quanto riguarda i condoni continuiamo a ritenere che non è possibile che lo Stato possa sanare i manufatti abusivi in zone dallo stesso Stato dichiarate ad altissimo rischio per la vita umana, anche se comprendiamo che le migliaia di costruzioni abusive che costellano il vesuviano rappresentano indubbiamente un problema di difficile soluzione.

Qualche scordatura ci sembra emergere in questo campo pure tra il direttore del parco nazionale del Vesuvio, Luca Capasso, particolarmente favorevole ai condoni edilizi in zona rossa, e il commissario straordinario del medesimo parco, Ugo Leone, che non ha avuto dubbi sul definire connivente con il rischio chi non si oppone alla cementificazione nella zona rossa Vesuvio, sia in senso colposo dovuto presumibilmente all’ignoranza, sia in senso doloso dovuto magari a un mero calcolo elettorale. Affermazioni sicuramente condivisibili...

Tra Campi Flegrei e Vesuvio ad essere chiamata in gioco è la metropoli vulcanica napoletana. Un’area di 1171 kmq.  con oltre tre milioni di abitanti.  Una metropoli che deve essere oggetto di dibattiti interdisciplinari anche internazionali che traccino le linee guide o elaborino idee sul come coniugare abitabilità e sicurezza nei distretti vulcanici. L'unico urbanista che abbiamo sentito affrontare il problema è Aldo Loris Rossi e non molti altri, probabilmente perchè la professione di architetto è decisamente in conflitto con quella di mitigatore del valore esposto, non sempre proteso ai valori dell'urbanizzazione... 
Per il bene della collettività servono urgentemente indicazioni sullo sviluppo sostenibile, e la scienza, che non può essere solo quella istituzionale e politicizzata, deve esprimersi sui livelli di pericolosità vulcanica, nel breve,medio e lungo termine, in modo che non si lascino pesanti eredità alle generazioni che ci succederanno.  

Per remare nella direzione indicata dall’assessore Cosenza, abbiamo pubblicato le istruzioni che il dirigente aveva chiesto ad ogni comune della plaga vesuviana di diffondere. Le indicazioni da fornire alla cittadinanza riguardano le linee strategiche del piano che verrà. L’assessore comprenderà che dire di recarsi a una determinata area in caso di necessità e che questa sarà indicata solo successivamente quando saranno pronti i piani di emergenza comunali, non è il massimo della sicurezza da aspergere a favore di una popolazione che al momento crede solo nella bontà della perdurante quiescenza geologica.
La sicurezza dell’area vesuviana è un processo lungo che richiede moltissimi anni e personaggi autorevoli e lungimiranti che traccino le linee guida della rivoluzione urbanistica tanto necessaria per una vivibilità futura all'insegna della sicurezza. Ridurre il numero di abitanti è fondamentale come lo stop all’edilizia che doveva essere imposto in tutta la zona rossa Vesuvio, a prescindere se di prima (R1) o di seconda fascia (R2). I giochini delle zone rosse purtroppo hanno procurato e procurano danni enormi. Infatti, la prima classificazione di zona rossa (18 comuni) escludeva Scafati e Poggiomarino. La conseguenza è stata una domanda abitativa notevolmente incisiva specialmente nel comune salernitano (Scafati), che ha registrato un trend costantemente al rialzo circa la crescita del numero di abitanti che oggi superano le cinquantamila unità. Con la classificazione attuale (25 comuni) il giochino continua risultando semplicemente allargato  il cerchio del pericolo, e i vesuviani cercheranno allora casa ai limiti, tra Angri e Nocera. Poi, tra un po’ di anni la zona rossa Vesuvio verrà rielaborata di nuovo perché l’eruzione di riferimento sarà sicuramente pliniana, da notare che il Prof. Giuseppe Mastrolorenzo lo chiede già oggi, e i confini della zona rossa Vesuvio coincideranno allora con i limiti estremi della piana dell’agro nocerino -  sarnese fino ai contrafforti montuosi dei Monti Lattari e dei Monti Sarnesi. A nord  fino ai limiti della zona rossa flegrea...  Ovviamente il settore a rischio si amplificherà all’ennesima potenza. Nelle more degli ampliamenti delle zone rosse e prima che la cementificazione divori il territorio, è necessario che si costruiscano quelle famose bretelle di collegamento che in senso radiale dovranno collegare la sp 268 del Vesuvio con l’autostrada Caserta – Salerno (A30).  
Nell'attualità si può sperare solo nell'elaborazione di un piano d'emergenza... d'emergenza. Tra molti virtuosi anni avremo invece un piano d'emergenza strutturale che impone al territorio lo sviluppo sostenibile e non viceversa, cioè un piano che dovrà adeguarsi alle storture imposte dal cementificatore di turno.
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domenica 21 dicembre 2014

Il Vulcano Marsili e il deepwater drilling: di Malko



“Il vulcano sottomarino Marsili e il deepwater drilling” di MalKo

Il Marsili è un seamount vulcanico dalle mastodontiche dimensioni che riposa disteso sui fondali tirrenici meridionali, ad alcune migliaia di metri di profondità e a circa 45 miglia a Nord Ovest delle isole Eolie. Il dorso del vulcano si spinge verso l’alto mantenendosi comunque al di sotto del livello del mare a una profondità di circa cinquecento metri. Bastava veramente poco per svettare in superficie come i suoi confratelli Eoliani… Il Marsili è il più grande vulcano mediterraneo ed europeo. Fino a non molto tempo fa lo si considerava estinto, ma alcune recenti campionature hanno consentito di individuare prodotti eruttivi databili al di sotto dei 5000 anni di età.
La sismicità che si denota in quest’area tirrenica e il rilascio di gas magmatici congiuntamente all’osservazione della buona conservazione di alcuni coni vulcanici sommitali, lasciano ritenere il Marsili ancora attivo, anche se non è chiaro lo stato di pericolosità… Molto probabilmente occorreranno nuove prospezioni profonde per capire meglio di quanta vitalità intrinseca goda, ma dubitiamo che si focalizzeranno certezze, visto che neanche per i vulcani emersi come il Vesuvio è possibile sbilanciarsi con la previsione del fenomeno eruttivo che rimane tutt’oggi un’incognita geologica…
I dati fin qui raccolti sul possente apparato sommerso lasciano intendere un’attività eruttiva passata prevalentemente di taglio effusivo e forse modicamente esplosiva. Risulta quindi particolarmente importante continuare le campagne esplorative dei fondali marini tirrenici, onde reperire altri dati geochimici e geofisici capaci di chiarire con qualche certezza in più non solo lo stato attuale del Marsili, ma anche quello degli altri vulcani meno noti che pure costellano e per largo raggio la piana abissale.

Le acque calde con temperature oscillanti fra i 300° e i 500° C. che circolano con una forte pressione e come linfa vitale nella parte medio alta del Marsili dando origine pure a qualche geyser, hanno catturato l’attenzione della Eurobuilding spa che intende sfruttare i caldissimi acquiferi per la produzione di energia elettrica attraverso uno o più impianti   galleggianti posizionati sulla verticale del vulcano. Un progetto sicuramente originale e futuristico che dovrà superare perplessità inerenti l’impatto ambientale.

Uno studio preliminare forse in corso di attuazione o da attuarsi (filtrano poche notizie), si prefigge innanzitutto di “fissare” i parametri geofisici e geochimici del Marsili e delle acque che lo circondano e dell’aria che lo sovrasta in superficie prima di procedere con la perforazione. Tutti dati che serviranno a fornire elementi di base utili per le comparazioni future a proposito della salvaguardia dell’ambiente che le attività geotermiche nel loro complesso potrebbero minare.  Nelle note introduttive la Eurobuilding chiarisce che l’area oggetto della perforazione e quindi dello sfruttamento geotermico non ha vincoli particolari di tutela biologica o archeologica o di ripopolamento ittico, e che la costa più vicina è rappresentata appunto dalle isole Eolie che distano circa 80 chilometri dalla nave che effettuerà il pozzo esplorativo.
I metodi di screening iniziali sono stati ritenuti non invasivi e senza effetti collaterali sull’ambiente, tanto che lo stesso Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, ha deciso di non applicare le disposizioni sulla Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), almeno in questa fase.

Il progetto della Eurobuilding contiene elementi particolarmente avveniristici e affascinanti. Produrre energia direttamente sulla verticale di un gigantesco vulcano sommerso richiede tecnologia e un forte spirito imprenditoriale. I costi ovviamente sono elevati come le incognite che sono di gran lunga superiori a un impianto di pari tipo ma terrestre. I fluidi caldi idrotermali infatti, contrariamente a quanto si pensi, non sono totalmente innocui perché in genere contengono sostanze molto pericolose come l’arsenico e i metalli pesanti che certo non sono un toccasana per la salute. Infatti, la captazione di queste acque richiede attenzione. In un sistema aperto il pompaggio delle acque prelevate e deriscaldate dall’uso geotermico e poi condensate e immesse direttamente nella sorgente di prelevamento dovrebbe garantire in buona parte il contenimento degli inquinanti.
Nello studio preliminare relativo alle operazioni di screening, è stato dato molto spazio alla caratterizzazione dei campioni d’acqua e dei suoli intorno al sito di perforazione. Si è largheggiato anche sull’inquinamento acustico che potrebbe danneggiare gli organi sensoriali dei cetacei, stabilendo poi una soglia limite per la possibile intrusione in superficie dell’idrogeno solforato. Quello che manca però, è la disamina dei rischi correlati direttamente alla perforazione del vulcano attivo. Da questo punto di vista l’argomento non è nuovissimo, perché è stato già oggetto di accesi dibattiti legati a un’altra nota perforazione: quella del super vulcano flegreo nell’ambito del Campi Flegrei deep drilling project (CFDDP). Una iniziativa scientifica da più parti ritenuta un azzardo. Lo scalpello rotante in questo caso si è fermato a 500 metri di profondità, con una battuta di arresto che perdura da due anni senza nessun segnale di ripresa dell’attività di scavo. Sorge forte il dubbio allora, che il deepwater abbia una corsia preferenziale per la sua posizione in alto mare. Mancando la popolazione infatti, manca il rischio…ma solo apparentemente. Se le attività di perforazione direttamente o indirettamente dovessero attivare seppur remotamente una frana, gli effetti di un’onda di maremoto si ripercuoterebbero sulla costa e non sul sito di perforazione. Il riversamento in mare degli inquinanti idrotermali produrrebbe invece effetti deleteri in ragione delle quantità e delle concentrazioni disperse…
Nel comitato scientifico della Eurobuilding ci sono scienziati dell’INGV che possono sicuramente argomentare meglio l’innocuità della trivellazione, ovvero i rischi che essa può determinare nell’equilibrio di una struttura litica, dai fianchi acclivi e flaccidi, di differente coesione e a strati e internamente dinamica. Argomentazioni che avrebbero dovuto arricchire lo studio preliminare ambientale relativo alla perforazione del pozzo esplorativo offshore chiamato Marsili 1.
Probabilmente la perforazione del vulcano Marsili ci offre lo spunto per una riflessione più grande che bisognerà fare, meglio prima che dopo, sulle trivellazioni, a prescindere se inseguono petrolio e gas e fluidi caldi. Gli studi a tema sono oggi alquanto controversi… Come dobbiamo inquadrare questa pratica poco gradita alle popolazioni che vogliono al bando le trivelle (il sud della Sicilia ne sarà invaso), come un’occasione di sviluppo in più o come un azzardo?

Abbiamo provato a battere a varie porte istituzionali e politiche per introdurre l’argomento e avere delle risposte, ma senza alcun successo. Se la scelta di trivellare il Marsili non è discutibile perché trattasi  di una irrinunciabile risorsa strategica nazionale, vorremmo che si chiariscano meglio questi aspetti in modo che l’esposizione a un rischio sia consapevolmente accettato dai cittadini, così  che abbiano libertà di decisione a proposito della dipendenza energetica dall’estero. Per il nucleare fu fatto un referendum...Un tema come si vede a forte valenza politica e scientifica, che vorremmo avere certezze sia immune da quel bubbone appena scoperto da mafia capitale. 

lunedì 8 dicembre 2014

Vesuvius Risk: Operative Instruction... by Malko



“Vesuvius Risk: operative instruction …”  by MalKo

There are about seventy thousand people living around the Vesuvius of whom several thousand are foreigners who come from diverse nations and continents. One presumes they have heard of the emergency plans for the area at risk but do not clearly underhand the situation and what they should do in the event of alarm. Here is some brief information on the civil protection plans in case of an alarm.
First of all we should point out that our present knowledge does not permit us to predict how soon there will be a volcanic eruption or how violent it will be. The Vesuvius Observatory, however, with its highly sophisticated network of instruments, continuously monitors the volcanoes of Vesuvius,the Phlaegraean Fields and Ischia and is ready to launch the alarm in case of danger.
Each district in the Vesuvius area and the Phlegraean Fields is preparing emergency plans to prepare for a future reawakening of the volcanoes. At the moment, the situation is tranquil. By December 31 2015, the districts will publish civil protection plans online giving useful information for the population.
The mayor, the local authority of the civil protection department, has the duty of guaranteeing the safety of everyone, whether resident or in transit on the territory administered by him, irrespective of nationality or legal status.

It is necessary, however, for each citizen to understand both the basic organisation of the civil protection department and the levels of volcanic alert established by the scientific authorities:


Each alert level corresponds to an operative phase indicating the action to be taken. The base level is the present state. If it should pass to phase 1 Alert (yellow), people are only required to organise themselves should the danger from the volcano increase. The alert could also regress. At Phase 2 of pre-alarm (orange), those with their own transport and access to lodging outside the risk area may choose to leave.

In case of alarm (phase 3) everyone must leave red zones 1 and 2. Those without vehicles must go to the communal district meeting area. Those with their own vehicle but without lodging outside the risk area are required to go to the reception areas outside the risk zone. Both the district meeting areas and the reception areas will soon be indicated in the new civil protection plans.





Translation: by Lisa Norall

domenica 7 dicembre 2014

Rischio Vesuvio: l'informazione comunale che manca...di Malko



La linea rossa circoscrive i 25 comuni vesuviani da evacuare totalmente in caso di allarme vulcanico.

“Rischio Vesuvio: istruzioni operative… “  di MalKo

Intorno al Vesuvio si contano circa settecentomila abitanti, tra cui alcune migliaia di stranieri provenienti da diverse nazioni e continenti, che sentono parlare di area a rischio e piani d’emergenza, magari senza capire perfettamente la situazione e quali cose bisogna sapere e cosa fare in caso allarme.
Innanzitutto precisiamo che non è possibile allo stato attuale delle conoscenze riuscire a prevedere tra quanto tempo potrà verificarsi un’eruzione vulcanica e quanto possa essere violenta. Di certo c’è una struttura scientifica chiamata Osservatorio Vesuviano, che effettua il monitoraggio continuo dei vulcani (Vesuvio, Campi Flegrei e Ischia) ed è pronta a lanciare l’allarme in caso di pericolo.
Ogni comune dell’area vesuviana e dell’area flegrea sta preparando per precauzione i piani d’emergenza comunale per affrontare l’eventuale futuro risveglio dei vulcani. Al momento la situazione è tranquilla. Entro il 31 dicembre 2015 i comuni pubblicheranno i piani di protezione civile anche online dove saranno riportati alcuni dati utili per la popolazione.

Il sindaco è l’autorità locale di protezione civile ed ha il compito di garantire la sicurezza ad ogni cittadino residente o di transito sul territorio amministrato a prescindere dalla nazionalità e dallo stato giuridico.
E necessario però, che ogni cittadino conosca una serie di notizie che riguardano l’organizzazione di protezione civile, come ad esempio i livelli di allerta vulcanica stabiliti dall’autorità scientifica che sono :
I 4 livelli di allerta vulcanica.
Ad ogni livello di allerta vulcanica corrisponde una fase operativa che indica cosa fare. Per il Vesuvio il livello base (verde) è quello attuale. Se si dovesse passare alla fase 1 di attenzione (gialla), non è richiesta alla popolazione un’azione particolare se non quella di organizzare le proprie cose se l’indice di pericolosità vulcanica dovesse aumentare. L’allerta potrebbe anche regredire. La fase 2 di pre allarme (arancione) consente ai cittadini che hanno un proprio mezzo di trasferimento e la possibilità di una sistemazione autonoma fuori dal settore a rischio, di potersi già allontanare se lo desiderano.
In caso di allarme (fase 3) tutti gli abitanti e i soccorritori devono necessariamente allontanarsi dalle zone rossa 1 e rossa 2. Chi non ha un proprio mezzo di trasferimento deve portarsi nell’area d’incontro comunale. Chi ha un proprio mezzo di trasferimento ma non un alloggio autonomo, deve raggiungere le aree di accoglienza al di fuori della zona a rischio. Sia le aree d’incontro comunale che le aree di accoglienza, saranno prossimamente indicate nei piani di protezione civile che sono in corso di redazione.

Le 4 fasi operative.
L’autorita’ regionale di protezione civile ha definito tre diverse categorie di appartenenza corrispondenti alle esigenze di ogni singolo cittadino. Queste categorie potrebbero essere oggetto di censimento comunale ai fini organizzativi.

Classificazione (A,B,C) delle esigenze dei cittadini da evacuare in caso di allarme vulcanico,
Di seguito riportiamo la tabella dei gemellaggi prevista per i 25 comuni dell’area vesuviana con le regioni italiane. La procedura dei gemellaggi sarà attuata prossimamente anche per i comuni dell’area flegrea.


                                                     

venerdì 21 novembre 2014

Rischio Vesuvio: vivere in zona rossa porta dei vantaggi?...di Malko






Il Vesuvio visto da sud

“Rischio Vesuvio: vivere in zona rossa porta dei vantaggi?” di MalKo

L’assessore alla protezione civile della regione Campania, Edoardo Cosenza, ha chiesto ai sindaci dei comuni vesuviani di assumere ogni utile iniziativa per informare i cittadini dei rischi a cui è sottoposto il territorio in caso di allarme vulcanico.
L’iniziativa del Prof. Cosenza è assolutamente condivisibile perché i sindaci troppo spesso assumono un atteggiamento terzo rispetto ai grandi problemi di sicurezza, dimenticando che la norma prevede per i primi cittadini il ruolo tutt’altro marginale di autorità locale di protezione civile. Quello dell’assessore in realtà è un ulteriore pungolo perché già esistono dei disposti legislativi (Legge 3 agosto 1999, n. 265 art.12) che hanno da tempo passato l’onere dell’informazione sui rischi territoriali dal prefetto al sindaco.
L’informazione da dare ai cittadini sul rischio vulcanico deve essere chiara ed efficace in modo che ogni singolo abitante possa decidere in piena autonomia se accettare o meno un’esposizione a un pericolo non ancora mitigato dalle tecniche di previsione e da quelle organizzative attraverso l’adozione di un piano di evacuazione purtroppo ancora in itinere.
In termini di previsione, anche se la nostra scienza avveniristica e super tecnologica ci ha consentito di inviare un lander su di una cometa, ancora non siamo in grado di prevedere un’eruzione, sia in termini di quando (t) si verificherà l’evento sia con quanta energia (VEI) balzerà fuori dalle viscere della Terra.
Il dato che possiamo mettere sulla bilancia nel piatto dell’ottimismo, è che le eruzioni catastrofiche non si verificano con una certa frequenza e quasi sempre e in generale queste presentano sovente dei sintomi che lasciano presagire con un certo anticipo l’evento. Ma non v’è certezza…  Nessun ottimismo è possibile riporre nella salvaguardia delle case invece, che a causa della loro inamovibilità sono esposte alle manifestazioni energetiche e meno energetiche di un’eventuale eruzione vulcanica, comprese quelle a bassa velocità di propagazione come le lave.

Il mondo scientifico ha definito quattro livelli di allerta vulcanica corrispondenti in termini operativi ad altrettanti fasi che dettano il da farsi all’occorrenza. Le fasi potremmo quindi interpretarle come azioni codificate che i cittadini e le istituzioni attuano ogni qualvolta si registrano variazioni di rilievo dello stato di pericolo del vulcano sancite da un atto dipartimentale o governativo.
Ancora una volta pubblichiamo i livelli di allerta:

I livelli di allerta vulcanica
Il livello di allerta base è anche quello che caratterizza ad oggi lo stato di quiete del complesso vulcanico del Somma Vesuvio. In sintesi significa che non c’è nulla da temere o da segnalare nell’odierno a proposito del pericolo eruttivo.
La quiete del vulcano però, comporta non la passività operativa e programmatica (il dolce far niente), ma l’elaborazione a cura delle istituzioni competenti di progetti di difesa attiva e passiva per proteggere la comunità vesuviana da un’eruzione quando questa verrà. L’informazione troverebbe spazio nelle logiche di prevenzione…
Il secondo livello di allerta vulcanica è quello di attenzione. Significa che uno o più dati (fisici e chimici) presentano delle anomalie di cui non è chiaro il trend, e quindi viene richiesta all’autorità scientifica e di vigilanza (Osservatorio Vesuviano), un’accentuazione delle osservazioni e una maggiore frequenza nella diramazione dei bollettini informativi. Se dovessero aumentare quantitativamente e qualitativamente le anomalie rilevate dalle stazioni di monitoraggio del vulcano si passerebbe a uno stato di pre-allarme. Il superamento di certi parametri oltre una determinata soglia di rischio, anche per effetto di una percezione valutativa a cura degli esperti della commissione grandi rischi, segnerebbe una condizione sintomatica pre-eruttiva del vulcano, che farebbe scattare lo stato di allarme eruzione in tutto il comprensorio vulcanico.
Ovviamente ad ognuna di queste allerte dovrebbe corrispondere una fase operativa di pari grado. I piani comunali d’emergenza a fronte del rischio Vesuvio e flegreo, servono appunto a riempire queste caselle che oggi sono irresponsabilmente vuote (????). 

Le fasi operative
Per capire appieno il senso di quanto appena detto, prendiamo l’esempio dei Campi Flegrei. Nei Campi Flegrei è stato dichiarato lo stato di attenzione vulcanica nel dicembre 2012: condizione che permane ancora… Sono passati due anni ma non ci risulta che i comuni di Napoli, Pozzuoli, Quarto, Bacoli e Monte di Procida, per rimanere nella prima classificazione della zona rossa flegrea, abbiano mai riempito quelle caselle bianche a fronte del rischio eruzione nella caldera del super vulcano flegreo. Ogni casella (fase), prevede tra le azioni da compiere quelle necessarie e preparatorie per l’ingresso nella fase successiva. Il Comune di Pozzuoli ha dichiarato lo stato di attenzione, ma non può rodare l’organizzazione per la fase successiva (preallarme) perché non ha il piano d’emergenza a fronte di una possibile escalation dei livelli di allerta vulcanica, che prevedono nella fase 2 l’esodo spontaneo della popolazione verso le regioni gemellate, ancora non definite per l’area flegrea, e che rientrano in termini di competenza e risoluzione in capo all’autorità statale. Come si vede allora, la responsabilità e i ritardi sono equamente divisi tra il Dipartimento della Protezione Civile e i Comuni che non si sono mai presi la briga di segnalare lo stallo del percorso strategico operativo. In assenza di manifestazioni percepibili del pericolo infatti, l’allarmismo non rende politicamente quanto  il cemento ristoratore e i condoni edilizi e il recupero statico di rustici e ruderi che portano voti e consensi…In questo modo però, è lo Stato a produrre rischio.
L’urbanistica territoriale dovrebbe seguire le necessità del piano d’emergenza e di evacuazione e non viceversa come spesso accade. Il piano deve essere uno strumento sicuramente aggiornabile, ma non deve rincorrere di continuo le metamorfosi dettate dall’edilizia abusiva o gli stravolgimenti proposti da concetti di sviluppo che non rispettano le logiche che ci pervengono da un’attenta analisi territoriale, che nel caso della plaga vesuviana vanno tutte in direzione della decrescenza demografica. Da questo punto di vista le dichiarazioni novembrine del Prefetto Gabrielli rilasciate all’inaugurazione del Centro Operativo Comunale di Pozzuoli lasciano un tantino perplessi, ad iniziare da quella che :<< vivere su di un territorio a rischio porta pure dei vantaggi…>> ed ancora continuando : <<è vero che questi territori (vulcanici N.d.R.) non possono avere ulteriori forme accentuate di antropizzazione, ma va seguita comunque la logica di dare servizi e prospettive di sviluppo alla comunità >>.

A voler sintetizzare il pensiero, nel primo caso rifuggiamo dall’idea che il vantaggio consisterebbe nel contributo di sfollamento... La seconda affermazione ci sembra che vada nella direzione del consenso alla modica quantità cementizia in un territorio drogato dalla conurbazione selvaggia. Concentrasse la sua attenzione il Prefetto Gabrielli sui ruoli precipui della protezione civile, che attengono alle pratiche di previsione, prevenzione, interventistica e superamento dell’emergenza. Gabrielli deve occuparsi di portare in salvo in caso di necessità e fuori dalla zona rossa i settecentomila abitanti del vesuviano e i circa cinquecentomila dell’area flegrea. Per quanto riguarda lo sviluppo modicamente antropico del territorio, lasciamo i proclami al mondo della politica maggiormente avvezzo alla propaganda. Il dipartimento della protezione civile quale struttura di coordinamento dell’unico piano d’emergenza di taglio nazionale che è appunto quello del Vesuvio, vigili e sia parte diligente anche sulle attività di coordinamento dei piani comunali che ancora non saltano fuori dai famosi cassetti incasellati nel “comò regionale” campano, e al momento pieni solo di banconote provenienti dai fondi europei in attesa di trasformazione in bond sulla sicurezza (piani d’emergenza).
I livelli di responsabilità decisionale
Consigliamo ai comuni interessati da massici piani di evacuazione della popolazione, come quelli ricadenti in area vulcanica (Vesuvio e Campi Flegrei), di emanare a scopo precauzionale, un decreto sindacale che vieti con la dichiarazione dello stato di allarme (fase 3), la circolazione sul territorio comunale di autoveicoli commerciali che superano le 3,5 tonnellate, per non intasare il traffico e soprattutto per non correre il rischio che questi mezzi pesanti, per avaria, incidente o altro, blocchino la viabilità comunale o le rampe d’accesso in autostrada. Il piano d'emergenza Vesuvio non deve assolutamente prevedere il recupero di masserizie nella fase di evacuazione...

sabato 8 novembre 2014

Rischio Vesuvio e lo strategico assessore regionale...di Malko




“Rischio Vesuvio e lo strategico assessore regionale...”

Il primo problema per gli strateghi del piano d’emergenza Vesuvio dovrebbe essere l’impossibilità di definire con certezza il territorio su cui potrebbero abbattersi gli effetti di una possibile eruzione vulcanica. La Commissione Grandi Rischi e il parterre della Protezione Civile Nazionale guidata dal prefetto Franco Gabrielli, hanno ufficializzato la linea nera Gurioli come limite di pericolo per marcare la zona a massima pericolosità corrispondente a quella invadibile dai flussi piroclastici per eruzioni non eccedenti un indice energetico VEI 4. Ovviamente queste certezze confluite nell’adozione di una linea geo referenziata sono discutibili, perché un tale decisionismo non è supportato da elementi concreti di valutazioni che consentano un fare deterministico. Parliamo di una struttura vulcanica emersa e sommersa che ad ogni eruzione muore e risorge senza nessun rapporto gemellare con la miscela magmatica precedente.

Le eruzioni pliniane (VEI 5) di fatto sono state scartate nella scenografia del pericolo, perché secondo gli esperti statistici e la commissione grandi rischi, la possibilità di una siffatta tipologia eruttiva è solo dell’1%. L’assessore regionale alla protezione civile, Ing. Edoardo Cosenza, ha aggiunto in alcune dotte disquisizioni che il rischio di essere colpiti da un meteorite supera la possibilità che ci colga una pliniana. Secondo la tabella statistica allo scopo adoperata, tra 130 anni la probabilità che una futura eruzione del Vesuvio assuma carattere da pliniana salirà secondo le stime all’11%, e forse bisognerà ridisegnare la nuova zona rossa Vesuvio che oggi già ricade nei limiti per niente periferici della metropoli partenopea.
L’assessore Ingegnere Edoardo Cosenza è stato il vero protagonista del consesso di geologi riunitisi a Napoli il 14 ottobre 2014 per discutere di rischio Vulcanico. Con fare deciso, il responsabile della protezione civile regionale Campania ha spiegato alla platea che i tempi di ritorno di un’eruzione pliniana sono di 23.000 anni, quelli sismici di 475 anni e quelli alluvionali legati al fiume Sarno di appena 100 anni.   Secondo il relatore, in zona rossa Vesuvio bisogna quindi occuparsi in primis della robustezza delle case che vanno riattate, adeguate in senso antisismico e dotate di tetto a spiovente per evitare pesanti accumuli di cenere e lapilli sulle coperture. Questa posizione è condivisa anche dal Prefetto Franco Gabrielli. Non ci hanno spiegato i due dirigenti però, i ruderi e gli spiccati che non contemplano oggi e per degrado alcun abitante, una volta ripristinati con quale legge se ne vieterà l’utilizzo a uso abitativo per non incrementare il valore esposto nel sedime a rischio. Diversamente perchè spendere? Non c’è tempo per una risposta, perché nelle attenzioni dell’ingegnere c’è già il fiume Sarno che dovrà essere dotato di una procedura o di un sistema di rapida ripulitura degli alvei dagli accumuli di piroclastiti per evitare fastidiosi alluvionamenti…

Il secondo elemento su cui ugualmente non si possono riporre certezze è il numero di abitanti che deciderà autonomamente di andare via, con o senza supporto economico dell’amministrazione statale, dalle zone prossime a quelle rosse ufficializzate, semplicemente per motivi precauzionali magari perché non si condividono le meteoritiche certezze… Un caso potrebbe offrirlo la cittadina di Striano che pur incastrata geograficamente tra Palma Campania e Poggiomarino non è stata contemplata nel settore da evacuare preventivamente in caso di allarme. In compenso però, nell’ultimo consiglio comunale strianese sono state approvate le linee regionali per la prevenzione del rischio sismico.

Zona rossa Vesuvio 1 e 2

Il terzo elemento che è di riflessione, riguarda la possibilità offerta agli abitanti ubicati a oriente del vulcano (Poggiomarino e Scafati), di continuare a costruire con licenza edilizia saturando metro dopo metro un territorio che con il passare degli anni ricadrà per intero nel settore dei flussi piroclastici pliniani. Questi comuni fanno parte della zona rossa 2 (R2), quella cioè, dove la ricaduta di prodotti piroclastici potrebbe creare fin dai primi momenti eruttivi problemi seri alla respirazione. Inoltre, la statica dei solai di copertura potrebbe essere compromessa dall’accumulo dei prodotti cinerei espulsi dal vulcano.  Una decisione miope la mancata prevenzione in quest’area, con disposti normativi che non vietano l’implemento della popolazione ma stabiliscono la fuga a gambe levate in caso di allarme vulcanico. Non vogliono comprendere gli amministratori che i decenni non sono eternità, e quindi non dovrebbero consentire ulteriori insediamenti nella plaga vesuviana, con cittadini che possono ritrovarsi esposti come birilli su un tracciato di bowling…

Il quarto elemento di incertezza riguarda i tempi a disposizione per evacuare all’occorrenza l’area vesuviana e che dovranno essere utili e di anticipo sull’evento eruttivo. L’autorità scientifica ci ricorda che lo start lo dovrà dare l’autorità politica su cui si faranno confluire tutti i dati rilevati dalle stazioni di monitoraggio. Sarebbe interessante capire qual è la percentuale di rischio che potrà essere assorbita dalle spalle della Presidenza del Consiglio e dalla commissione grandi rischi riunita, in caso di emergenza, in seno al dipartimento della protezione civile, e quale valore percentuale invece dovrà dare origine inevitabilmente all’evacuazione della plaga vesuviana. Ovviamente e condividiamo, in ultima analisi è preferibile un falso allarme piuttosto che uno tardivo… L’indice probabilistico eruttivo per far scattare l’evacuazione totale dovrebbe essere del 50% + 1. Purtroppo c'è un'assenza di riferimenti utili per indicizzare trend e percentuale statistica... La percezione degli scienziati allora, rimarrà quindi di fondamentale importanza.

Il quinto elemento di incertezza riguarda i Comuni che stanno lavorando con i fondi europei ai piani di emergenza nel rispetto delle linee guide ricevute. Come abbiamo accennato altre volte, speriamo che i municipi non affidino in toto ad esperti esterni la redazione dei piani di protezione civile, perché verrebbe meno il processo auto formativo degli addetti locali, particolarmente importante per la gestione delle emergenze e per l’aggiornamento degli elaborati tecnici.

Il Vesuvio nel frattempo è pregato di mantenere il suo stato di quiete almeno fino al 31 dicembre del 2015, che pare sia la data limite per la consegna e la pubblicazione dei piani comunali di protezione civile anche online. Nella tabella che segue sono riportati i livelli di allerta, le fasi operative e le autorità politiche che decideranno i vari passaggi. 



Il sesto elemento di perplessità riguarda le affermazioni rilasciate  dall’assessore regionale Edoardo Cosenza a proposito dei tempi di ritorno delle eruzioni pliniane misurate a 23.000 anni.  Trattasi di una colossale inesattezza…I maggiori organismi scientifici infatti, e fra tutti l’Osservatorio Vesuviano, rifuggono da una tale interpretazione perché non è possibile oggi definire i tempi di ritorno di una qualsivoglia tipologia di eruzione per tutti i vulcani in generale e in particolare per le eruzione pliniane del Vesuvio.   C’è allora da riflettere sul perché di certe affermazioni…

In realtà se fosse passato il principio che i piani d’emergenza devono contemplare l’evento massimo conosciuto e non quello maggiormente probabile, per prassi normativa all’intera metropoli partenopea segnata da tre distretti vulcanici, bisognava applicare il divieto di edificare in senso residenziale. Principi stabiliti dalla legge regionale numero 21 del 2003. Con tale modus operandi si avrebbe avuto l’indiscutibile vantaggio di una stabilizzazione del numero di abitanti della metropoli vulcanica. Di conseguenza si sarebbe dovuto pianificare lo sviluppo sostenibile in altre province campane che possono assorbire agilmente un certo numero di abitanti e, quindi, partire dalla progettazione di nuove vie di comunicazioni che si andrebbero a scostare da quelle tradizionali e parallele alla linea di costa. I nastri d’asfalto e le linee ferrate punterebbero verso gli appennini… L’edificato nascente comprenderebbe palazzi costruiti con criteri antisismici, in un contesto urbanistico più equilibrato, con ampi spazi e a misura d'uomo. Nel frattempo e auspicabilmente sarebbe iniziato il secolo del riordino territoriale, una sorta di primavera napoletana, con ambiziosi traguardi di rivalutazione del patrimonio paesaggistico e archeologico e storico della metropoli vulcanica, oggi sopraffatta dalla politica e dal cemento quali elementi per niente disgiunti fra di loro.

Vorremmo salutare al più presto il primo piano d’emergenza pubblicato online da qualche virtuoso comune campano per capire come si sta procedendo nel fronteggiare il rischio vulcanico vesuviano, calderico flegreo e ischitano. Sono soldi europei tra l’altro spesi su un argomento che dovrebbe essere nelle attenzioni della corte europea di Strasburgo sui diritti dell'uomo, a proposito delle azioni volte a difendere i vesuviani dal rischio vulcanico. Una problematica oggi nelle mani di un assessore talmente sicuro del fatto suo, che non ha avuto difficoltà ad affermare che ricostruirebbe di nuovo e in zona rossa il più grande e antisismico ospedale del sud Italia... Ipse dixit!

Ospedale del mare - Napoli -