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domenica 12 novembre 2023

Rischio vulcanico ai Campi Flegrei: le due commissioni... di Malko

 



C’è ancora una grande attenzione mediatica sul problematico distretto vulcanico dei Campi Flegrei, soprattutto all’indomani della nota rilasciata dal ministro Musumeci, circa la possibilità che possa rendersi necessario dichiarare nella zona rossa flegrea (mappa in basso), il passaggio del livello di allerta vulcanica da attenzione (giallo) a preallarme (arancione). A prospettare una evoluzione del pericolo vulcanico in tal senso, sono stati alcuni membri della commissione grandi rischi, dopo la lettura di recenti lavori scientifici,  ma anche dopo aver rivisto i dati in possesso delle stazioni di monitoraggio e aver audito alcuni esperti nazionali e stranieri.  Una delle pubblicazioni che è stata visionata nell’ambito del consesso scientifico, ipotizza sacche di magma nei primissimi chilometri del sottosuolo flegreo, mai prima censite, e che potrebbero essere foriere di un indice di pericolosità di non poco conto.



Dopo il clamore suscitato dalla notizia del possibile cambio del livello di allerta vulcanica, ecco che le autorità competenti non hanno più insistito sulle posizioni allarmistiche precedenti, perché i sindaci hanno rumoreggiato, e anche perché l'attualità sta regalando una stasi del bradisismo, che rimane il fenomeno su cui si registra la massima e interessata convergenza dei primi cittadini flegrei. 

A fare pace con gli imbufaliti amministratori che lamentavano il crollo del mercato immobiliare e un forte calo di presenze degli ignari turisti, ci ha pensato il ministro Musumeci, che ha promesso ristori da distribuire sulla ex novo zona rossa bradisismica (mappa in basso), comprendente una popolazione di 85.000 abitanti e 15.000 edifici, alcuni dei quali da irrobustire, magari utilizzando tra gli altri benefici, pure il bonus sismico richiestissimo ad alta voce da tutti i sindaci.



Il comitato grandi rischi partenoflegreo, quello che fa capo al sindaco di Napoli Manfredi, è rimasto molto soddisfatto che la fase allarmistica sia stata lasciata cadere, e si sia tornati tutti alla normalità, addirittura con una chance in più per chi per posizione del fabbricato dove abita, rientra nella nuova zona rossa bradisismica, con diritto a vedersi riqualificata strutturalmente la magione se cedevole, magari per poi rivendersela dopo qualche anno, e uscirsene in ogni caso dalla zona rossa.

La notizia del magma che forse è ad alcuni chilometri nel sottosuolo flegreo, non ha impressionato un granché gli amministratori, anche perché l’osservatorio vesuviano da tempo si assegna, e magari avrà pure ragione, la capacità scientifica di individuare e monitorare il magma, qualora dovesse veramente spingersi verso la superficie, scoprendolo in tempo utile.

In tutti i casi, l’opinione pubblica è risultata un poco disorientata, forse perché non erano ben chiari i presupposti che accompagnano l’eventuale dichiarazione dello stato di preallarme vulcanico. Un siffatto ingresso in una fase in ogni caso problematica, non avrebbe previsto per i 500.000 abitanti del flegreo un obbligo di evacuazione generalizzato. L’allontanamento col preallarme è a carico della sola platea penitenziaria e ospedaliera. I cittadini invece, possono in piena libertà scegliere se andare via o permanere ancora in zona rossa. Nel caso decidessero per l’allontanamento, lo Stato gli riconoscerebbe un contributo economico di autonoma sistemazione, ma non potrebbero rientrare in zona rossa fino al ripristino del livello di allerta precedente. Purtroppo la fase di preallarme non ha una tempistica prevedibile, e quindi l’attesa potrebbe protrarsi per mesi o anni o per ore se dovessero precipitare gli eventi verso l’allarme rosso: condizione che nessuno può escludere.



Il passaggio alla fase operativa di preallarme, doveva essere la risposta governativa al mutamento del livello di pericolosità vulcanica: in realtà tale condizione è stata annunciata come prospettiva dal ministro Musumeci ma non dichiarata con atti ufficiali. In tutti i casi il preallarme scientifico a leggere tra le righe di fatto sussiste, non in termini di fase, ma di livello di allerta, perché è stato previsto come risposta un ulteriore incremento del monitoraggio del vulcano, con tecnici e scienziati che opereranno nella direzione proposta dalla stessa commissione grandi rischi, magari incrementando attività campali e strumentali e satellitari e in mare e in terra. Si andranno quindi a cercare e valutare e comprovare, quegli elementi che hanno condizionato il parere dei componenti della commissione grandi rischi. Soprattutto si cerca il magma…

Con l’innalzamento, ripetiamo, verbale del livello di pericolosità vulcanica, tutti gli organi operativi e amministrativi legati alle attività di protezione civile centrali e periferici, si sono sentiti chiamati in causa e per questo hanno ritenuto di adottare misure preventive di protezione dei cittadini, preparandosi innanzitutto alla fase successiva di allarme, anche se si dovrà contare all’occorrenza,  su un piano di evacuazione francamente aritmetico più che operativo. Ogni passaggio di fase, per quanto non ufficializzato, in automatico comporta la preparazione alla fase successiva a prescindere da ogni altra iniziativa. Teoricamente i livelli di allerta dovrebbero essere cosa diversa dalle fasi. Ma una tale distinzione non è stata fatta.



Nell’ambito dell’audizione della commissione grandi rischi, il responsabile del rischio vulcanico, prof. Rosi, ha chiarito che l’osservatorio vesuviano lavora molto sulla previsione probabilistica a livello giornaliero, ovvero sul breve termine. La commissione invece, in questo caso è scesa in profondità analizzando carte e relazioni e pareri, rilanciando poi valutazioni di pericolosità sul lungo termine. Nell’attualità allora, è stato precisato che le posizioni dell’osservatorio vesuviano e della commissione grandi rischi non sono molto distanti l’uno dall’altro, almeno sull’analisi nel breve periodo che si giova della frenata del bradisismo. Continuando, il responsabile del settore vulcanico della commissione grandi rischi, chiarisce pure che non ci sono nel mondo casi di metropoli costruite su un vulcano attivo, sottintendendo una necessaria prudenza suppletiva. Per finire, Mauro Rosi ha ricordato a tutti che i Campi Flegrei sono insidiosi e ingannevoli...

Occorre riflettere un attimo sulla zona rossa bradisismica, area ex novo all’interno della zona rossa flegrea. In realtà questa zonazione è stata prevista per focalizzare la vulnerabilità dei fabbricati ricadenti nelle zone maggiormente soggette alla sismicità bradisismica. La delimitazione della zona rossa, servirà pure per mettere a punto un piano d’emergenza qualora dovessero esserci manifestazioni plateali del bradisismo e dei terremoti a  esso associato, con necessità di allocare altrove la popolazione a rischio.

Il problema di fondo è che il bradisismo e la sismicità bradisismica, sono da rapportare ai movimenti di rigonfiamento del sottosuolo, dovuti ai fluidi surriscaldati a distanza dal magma; oppure dal magma che staziona nel sottosuolo dopo essersi insinuato nei bassi strati; oppure a una combinazione delle due cause appena citate. Quindi, senza girarci intorno, la causa del bradisismo è il magma, in una forma diretta o indiretta. Tant'è che se si solleva il suolo repentinamente dando origine a una caterva di terremoti, si arriverà a dover evacuare tutta la zona rossa e non la sola zona rossa bradisismica, perché se si forma una colonna eruttiva, gli effetti si sentirebbero pesantemente pure a distanza.

Con questo si vuole dire che i sindaci che si stanno facendo in quattro per pretendere che lo Stato metta mano al portafoglio per rinforzare gli edifici vetusti e consentire di assumere personale per la polizia municipale e per gli uffici tecnici, non possono pretendere di continuare a rilasciare licenze edilizie o permessi in sanatoria o condoni, in una zona a rischio, esigendo poi che lo Stato attenzioni e ristori i cittadini. Ricordiamoci che la zona rossa bradisismica, ricade e si somma alla zona rossa ad alta pericolosità vulcanica. Insomma: zona rossa su zona rossa...

Nella zona rossa Vesuvio, plaga con pari caratteristiche di alta pericolosità vulcanica, entrò in vigore grazie a una legge regionale, la 21/2003, il divieto di edificare nel senso residenziale nell’intera zona rossa. Vietati pure cambi di destinazioni d’uso o frazionamenti che avrebbero inciso sul numero di residenti nel vesuviano. Ebbene, non si capisce per quale motivo con la determinazione della zona rossa dei Campi Flegrei, non si sia varata in automatico diremmo, una identica legge per inibire qualsiasi ulteriore insediamento residenziale nella caldera. L’assessore regionale dell’epoca, ing. Cosenza, attuale assessore metropolitano, a domanda rispose che non potevano esserci automatismi inibitori residenziali per il flegreo, perché occorre una legge ad hoc per quella specifica area vulcanica. Era l’anno 2014, e il presidente della commissione grandi rischi per il rischio vulcanico, ha appena detto nove anni dopo, che nel mondo non c’è un altro caso di metropoli in un vulcano… Allora è forte la sensazione che non si presti particolare attenzione al denaro pubblico. In alcune zone della Penisola italica, esistono politiche da modesto quartiere più che metropolitane, che non tengono in debito conto la programmazione del futuro: ovvero quella capacità tutta umana che ci distingue dagli animali. Se si continua ad ampliare la calderopoli flegrea, ai nostri posteri lasceremo, sulla falsa riga dell’esistente, una situazione di invivibilità territoriale con gli stessi identici rischi e problemi di adesso, e con il medesimo dubbio amletico se andarsene o non andarsene dalla zona rossa...cinismo politico e accidia istituzionale, ad oggi non hanno favorito soluzioni.

La logica vorrebbe che si instauri, alla stregua di quanto fatto per il Vesuvio, una legge che impedisca di edificare nel senso residenziale nei Campi Flegrei, per non aumentare il numero di abitanti e con esso il valore esposto a un rischio che non offre difese passive. Come lo Stato ha fatto sentire la sua fondamentale presenza per spezzare il malaffare in quel di Caivano, anche qui lo Stato deve materializzarsi fornendo strumenti di tutela dal rischio vulcanico, da ricercarsi innanzitutto nell'organizzazione del territorio. Il problema di fondo, è che il rischio eruttivo con le inibizioni che dovrebbero inevitabilmente accompagnarlo, nessuno lo vuole evocare, e il territorio in talune parti come la spianata di Bagnoli, enigmatica col suo colore bianco in mappa, attende che le acque si calmino, magari per poi procedere alla stesa a colpi di sacchi di cemento...  

                                                                di Vincenzo Savarese
                                                             


venerdì 21 novembre 2014

Rischio Vesuvio: vivere in zona rossa porta dei vantaggi?...di Malko






Il Vesuvio visto da sud

“Rischio Vesuvio: vivere in zona rossa porta dei vantaggi?” di MalKo

L’assessore alla protezione civile della regione Campania, Edoardo Cosenza, ha chiesto ai sindaci dei comuni vesuviani di assumere ogni utile iniziativa per informare i cittadini dei rischi a cui è sottoposto il territorio in caso di allarme vulcanico.
L’iniziativa del Prof. Cosenza è assolutamente condivisibile perché i sindaci troppo spesso assumono un atteggiamento terzo rispetto ai grandi problemi di sicurezza, dimenticando che la norma prevede per i primi cittadini il ruolo tutt’altro marginale di autorità locale di protezione civile. Quello dell’assessore in realtà è un ulteriore pungolo perché già esistono dei disposti legislativi (Legge 3 agosto 1999, n. 265 art.12) che hanno da tempo passato l’onere dell’informazione sui rischi territoriali dal prefetto al sindaco.
L’informazione da dare ai cittadini sul rischio vulcanico deve essere chiara ed efficace in modo che ogni singolo abitante possa decidere in piena autonomia se accettare o meno un’esposizione a un pericolo non ancora mitigato dalle tecniche di previsione e da quelle organizzative attraverso l’adozione di un piano di evacuazione purtroppo ancora in itinere.
In termini di previsione, anche se la nostra scienza avveniristica e super tecnologica ci ha consentito di inviare un lander su di una cometa, ancora non siamo in grado di prevedere un’eruzione, sia in termini di quando (t) si verificherà l’evento sia con quanta energia (VEI) balzerà fuori dalle viscere della Terra.
Il dato che possiamo mettere sulla bilancia nel piatto dell’ottimismo, è che le eruzioni catastrofiche non si verificano con una certa frequenza e quasi sempre e in generale queste presentano sovente dei sintomi che lasciano presagire con un certo anticipo l’evento. Ma non v’è certezza…  Nessun ottimismo è possibile riporre nella salvaguardia delle case invece, che a causa della loro inamovibilità sono esposte alle manifestazioni energetiche e meno energetiche di un’eventuale eruzione vulcanica, comprese quelle a bassa velocità di propagazione come le lave.

Il mondo scientifico ha definito quattro livelli di allerta vulcanica corrispondenti in termini operativi ad altrettanti fasi che dettano il da farsi all’occorrenza. Le fasi potremmo quindi interpretarle come azioni codificate che i cittadini e le istituzioni attuano ogni qualvolta si registrano variazioni di rilievo dello stato di pericolo del vulcano sancite da un atto dipartimentale o governativo.
Ancora una volta pubblichiamo i livelli di allerta:

I livelli di allerta vulcanica
Il livello di allerta base è anche quello che caratterizza ad oggi lo stato di quiete del complesso vulcanico del Somma Vesuvio. In sintesi significa che non c’è nulla da temere o da segnalare nell’odierno a proposito del pericolo eruttivo.
La quiete del vulcano però, comporta non la passività operativa e programmatica (il dolce far niente), ma l’elaborazione a cura delle istituzioni competenti di progetti di difesa attiva e passiva per proteggere la comunità vesuviana da un’eruzione quando questa verrà. L’informazione troverebbe spazio nelle logiche di prevenzione…
Il secondo livello di allerta vulcanica è quello di attenzione. Significa che uno o più dati (fisici e chimici) presentano delle anomalie di cui non è chiaro il trend, e quindi viene richiesta all’autorità scientifica e di vigilanza (Osservatorio Vesuviano), un’accentuazione delle osservazioni e una maggiore frequenza nella diramazione dei bollettini informativi. Se dovessero aumentare quantitativamente e qualitativamente le anomalie rilevate dalle stazioni di monitoraggio del vulcano si passerebbe a uno stato di pre-allarme. Il superamento di certi parametri oltre una determinata soglia di rischio, anche per effetto di una percezione valutativa a cura degli esperti della commissione grandi rischi, segnerebbe una condizione sintomatica pre-eruttiva del vulcano, che farebbe scattare lo stato di allarme eruzione in tutto il comprensorio vulcanico.
Ovviamente ad ognuna di queste allerte dovrebbe corrispondere una fase operativa di pari grado. I piani comunali d’emergenza a fronte del rischio Vesuvio e flegreo, servono appunto a riempire queste caselle che oggi sono irresponsabilmente vuote (????). 

Le fasi operative
Per capire appieno il senso di quanto appena detto, prendiamo l’esempio dei Campi Flegrei. Nei Campi Flegrei è stato dichiarato lo stato di attenzione vulcanica nel dicembre 2012: condizione che permane ancora… Sono passati due anni ma non ci risulta che i comuni di Napoli, Pozzuoli, Quarto, Bacoli e Monte di Procida, per rimanere nella prima classificazione della zona rossa flegrea, abbiano mai riempito quelle caselle bianche a fronte del rischio eruzione nella caldera del super vulcano flegreo. Ogni casella (fase), prevede tra le azioni da compiere quelle necessarie e preparatorie per l’ingresso nella fase successiva. Il Comune di Pozzuoli ha dichiarato lo stato di attenzione, ma non può rodare l’organizzazione per la fase successiva (preallarme) perché non ha il piano d’emergenza a fronte di una possibile escalation dei livelli di allerta vulcanica, che prevedono nella fase 2 l’esodo spontaneo della popolazione verso le regioni gemellate, ancora non definite per l’area flegrea, e che rientrano in termini di competenza e risoluzione in capo all’autorità statale. Come si vede allora, la responsabilità e i ritardi sono equamente divisi tra il Dipartimento della Protezione Civile e i Comuni che non si sono mai presi la briga di segnalare lo stallo del percorso strategico operativo. In assenza di manifestazioni percepibili del pericolo infatti, l’allarmismo non rende politicamente quanto  il cemento ristoratore e i condoni edilizi e il recupero statico di rustici e ruderi che portano voti e consensi…In questo modo però, è lo Stato a produrre rischio.
L’urbanistica territoriale dovrebbe seguire le necessità del piano d’emergenza e di evacuazione e non viceversa come spesso accade. Il piano deve essere uno strumento sicuramente aggiornabile, ma non deve rincorrere di continuo le metamorfosi dettate dall’edilizia abusiva o gli stravolgimenti proposti da concetti di sviluppo che non rispettano le logiche che ci pervengono da un’attenta analisi territoriale, che nel caso della plaga vesuviana vanno tutte in direzione della decrescenza demografica. Da questo punto di vista le dichiarazioni novembrine del Prefetto Gabrielli rilasciate all’inaugurazione del Centro Operativo Comunale di Pozzuoli lasciano un tantino perplessi, ad iniziare da quella che :<< vivere su di un territorio a rischio porta pure dei vantaggi…>> ed ancora continuando : <<è vero che questi territori (vulcanici N.d.R.) non possono avere ulteriori forme accentuate di antropizzazione, ma va seguita comunque la logica di dare servizi e prospettive di sviluppo alla comunità >>.

A voler sintetizzare il pensiero, nel primo caso rifuggiamo dall’idea che il vantaggio consisterebbe nel contributo di sfollamento... La seconda affermazione ci sembra che vada nella direzione del consenso alla modica quantità cementizia in un territorio drogato dalla conurbazione selvaggia. Concentrasse la sua attenzione il Prefetto Gabrielli sui ruoli precipui della protezione civile, che attengono alle pratiche di previsione, prevenzione, interventistica e superamento dell’emergenza. Gabrielli deve occuparsi di portare in salvo in caso di necessità e fuori dalla zona rossa i settecentomila abitanti del vesuviano e i circa cinquecentomila dell’area flegrea. Per quanto riguarda lo sviluppo modicamente antropico del territorio, lasciamo i proclami al mondo della politica maggiormente avvezzo alla propaganda. Il dipartimento della protezione civile quale struttura di coordinamento dell’unico piano d’emergenza di taglio nazionale che è appunto quello del Vesuvio, vigili e sia parte diligente anche sulle attività di coordinamento dei piani comunali che ancora non saltano fuori dai famosi cassetti incasellati nel “comò regionale” campano, e al momento pieni solo di banconote provenienti dai fondi europei in attesa di trasformazione in bond sulla sicurezza (piani d’emergenza).
I livelli di responsabilità decisionale
Consigliamo ai comuni interessati da massici piani di evacuazione della popolazione, come quelli ricadenti in area vulcanica (Vesuvio e Campi Flegrei), di emanare a scopo precauzionale, un decreto sindacale che vieti con la dichiarazione dello stato di allarme (fase 3), la circolazione sul territorio comunale di autoveicoli commerciali che superano le 3,5 tonnellate, per non intasare il traffico e soprattutto per non correre il rischio che questi mezzi pesanti, per avaria, incidente o altro, blocchino la viabilità comunale o le rampe d’accesso in autostrada. Il piano d'emergenza Vesuvio non deve assolutamente prevedere il recupero di masserizie nella fase di evacuazione...