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martedì 8 ottobre 2013

Il Vulcano Palinuro.




Uno scorcio di Capo Palinuro. 

Il Vulcano Palinuro: Informazioni chiave in breve.
  • Stato attuale: Considerato un vulcano potenzialmente attivo o in quiescenza, caratterizzato da attività idrotermale e micro-sismicità.
  • Ultima eruzione: Non ci sono datazioni storiche esatte per l'ultima eruzione esplosiva. I dati indicano che i coni nel settore centro-orientale hanno l'orlo craterico non occluso da sedimenti, suggerendo un'attività geologicamente recente.
  • Profondità: La sommità del vulcano sottomarino risale fino a soli 84 metri sotto il livello del mare.
  • Distanza dalla costa: Si trova a circa 100 chilometri dalla costa del Cilento (Salerno).
Il vulcano Palinuro è immerso nelle profondità tirreniche a circa cento chilometri dalla costa cilentana (Salerno), ergendosi abbastanza da poter essere raggiunto da un provetto subacqueo o da una lenza da pesca lunga una ottantina di metri. Quasi tutto il naviglio che naviga verso le isole Eolie o la Sicilia, passa sopra o vicino al misterioso monte sottomarino, senza nessun tremito per i viaggiatori che in gran parte non sanno che su quei fondali si contano un discreto numero di  bocche eruttive.
Sul finire di ottobre 2013, a Salerno e nel salernitano ci sarà un’esercitazione di protezione civile cofinanziata dalla comunità europea. Lo scenario operativo simulerà un’onda di maremoto generata da una frana sottomarina staccatasi dai versanti del vulcano Palinuro. Il Dipartimento della Protezione Civile ha scelto quest’apparato tra quelli giacenti nelle profondità tirreniche, perché dice, è quello più vicino alla costa. Non dovrebbe essere però,  quello a maggior rischio frane, atteso che, da questo punto di vista, secondo autorevoli scienziati è  il Marsili a fare storia. Infatti, qualche anno fa questo gigante degli abissi fu additato come potenziale flagellatore del Mediterraneo, per i suoi fianchi rocciosi flaccidi e in bilico, pronti a generare Tsunami terrificanti…
Certamente la storia dei maremoti nel Mediterraneo non è particolarmente ricca di eventi. Alcuni importanti fenomeni comunque ci sono stati e anche catastrofici, come lo tsunami che si formò in seguito all’eruzione e al collasso calderico dell’isola di Santorini, circa 3600 anni fa. Da notare che quasi in quel periodo avvenne anche la terribile e potentissima eruzione del Vesuvio chiamata pliniana di Avellino. Altri maremoti si ebbero col terremoto di Creta del 21 luglio dell’anno 365. In questo caso le onde di nove metri di altezza flagellarono il litorale greco, quello libico e la città di Alessandria  d’Egitto, dove lo storico Marcellino Ammiano annotò l’evento. Anche la linea di costa italiana rivolta a Creta fu investita dalle onde di maremoto, che impiegarono poco più di un’ora per infrangersi sui litorali orientali della Sicilia e della Calabria ionica..
Nel 1908 furono i sommovimenti del terremoto di Messina a formare onde di maremoto dirompenti che si schiantarono sulle coste calabre e sicule non senza danno. Nel dicembre del 2002 un’onda anomala fu generata da una frana staccatasi dai versanti emersi e sommersi dello Stromboli, con danni limitati ma forse un po’ ingigantiti dai media e dalla loro necessità di cronaca.
Il Prof. Girolamo Milano geofisico dell’Osservatorio Vesuviano – INGV, ha partecipato a due campagne oceanografiche nel 2007 e 2010 che hanno consentito di conoscere meglio il vulcano Palinuro che, come accennato in precedenza, sarà appunto il protagonista dell’esercitazione TWIST (Tidal Wave in southern Thyrrenian sea).

Nel merito del vulcano che ha assunto il nome del nocchiero di Enea che lì si perse tra i flutti, il Prof. Milano intervistato sull’argomento, ci ha gentilmente fornito interessanti notizie che squarciano un po’ il velo su questi apparati montuosi sommersi :<<  Il Palinuro è ubicato tra il bacino del Marsili a Sud, la catena appenninica ad Est ed il bacino sedimentario del Golfo di Salerno a Nord. Quest’ultima è l’unica zona del Tirreno Sud orientale a non essere affetta da vulcanismo. La genesi del Palinuro non è ancora chiara se la si confronta con quella del vicinissimo e più noto vulcano Marsili. Tuttavia, si ipotizza che il complesso vulcanico si sia impostato su una struttura profonda che si estende in direzione Est-Ovest la cui cinematica è compatibile con quella di una faglia trascorrente>>.
Professore, da quando e cosa si conosce di questo vulcano sottomarino?
Le prime campagne oceanografiche furono effettuate negli anni ’70. Il più recente modello digitale del fondo marino ad alta risoluzione, ottenuto dai dati acquisiti nel 2007, mostra che il Palinuro risale dai 3000 metri di profondità  fino a 84 metri dal livello medio del mare. La sua forma è approssimabile ad una ellisse la cui estensione massima raggiunge i 55 km. in direzione Est-Ovest. La parte sommitale del complesso vulcanico è costituita dalla sovrapposizione di edifici con tipiche forme coniche e tronco-coniche e da ampie depressioni attribuibili a collassi gravitativi. La parte Sud è caratterizzata invece, da pendii abbastanza ripidi, mentre la parte Nord mostra pareti  meno acclivi.
Il settore centrale è quello meno profondo del complesso vulcanico. I dati batimorfologici ben evidenziano i due coni vulcanici più significativi del Palinuro. Le sommità di questi coni, piatte e di forma circolare con diametri di circa 750 e 2500 metri, sono a 175 e 84 metri sotto il livello medio mare.
Nel margine orientale sono ben visibili altri coni vulcanici. Il più significativo di questi è localizzato a circa 570 metri di profondità ed è caratterizzato dalla presenza di un cratere profondo circa 70 metri. L’orlo craterico ben pronunciato e non occluso da sedimenti, suggerisce un’attività probabilmente più recente.
Professor Milano, quali informazioni hanno fornito i campioni di sedimento prelevati sul Palinuro?
I dati mineralogici e petrografici attualmente disponibili suggeriscono che il Palinuro si sia formato (oltre 300.000 anni fa) nel corso di un lungo intervallo temporale e le differenze morfostrutturali tra le zone occidentale, centrale e orientale potrebbero marcare i differenti stadi evolutivi del complesso vulcanico. Il settore occidentale sembrerebbe essere il più antico. Al contrario, la presenza di numerosi coni nel settore centrale, la presenza di un cratere vulcanico con un pronunciato orlo, la maggior ampiezza delle anomalie magnetiche rilevate in questo settore e l’età dei prodotti campionati sulla sommità, suggeriscono fortemente che quello centrale sia il settore più giovane.
Il vulcano Palinuro è ancora attivo?
La presenza di micro-sismicità con caratteristiche vulcano-tettoniche localizzata a sud-est del complesso vulcanico, le anomalie magnetiche e la presenza di attività idrotermale nel settore centro-orientale suggeriscono che l’area sud-orientale potrebbe essere attiva. L’acquisizione di nuovi dati geofisici, petrologici e geochimici potranno fornire nuove informazioni, sia per meglio comprendere la genesi del Palinuro nel contesto geodinamico del Tirreno sud –orientale, sia per  capire se il complesso vulcanico, o parte di esso, è da considerarsi attivo o in quiescenza.
Al Prof. Girolamo Milano vadano i ringraziamenti dei lettori e della redazione di Hyde Park per l’importante contributo scientifico che ci ha dato.
      
Mappa schematica del Mar Tirreno Sud-Orientale con locazione del complesso vulcanico Palinuro e rappresentazione “3D” (vista da Sud) del Palinuro Seamount ottenuta dall’elaborazione dei dati batimetrici multifascio “Multibeam” acquisiti nel corso della campagna oceanografica del 2007 (figura tratta dalla pubblicazione scientifica: S. Passaro, G. Milano, C. D’Isanto, S. Ruggieri, R. Tonielli, P. P. Bruno, M., E. Marsella, 2010: DTM-Based morphometry of the Palinuro seamount (Eastern Tyrrhenian Sea): Geomorphological and volcanological implications. Geomorphology, Vol. 115, issue 1-2, 129-140).
                                                                                                               Vincenzo Savarese (Malko)


lunedì 27 maggio 2013

Vesuvio,isola d'Ischia e i Campi Flegrei



 
"Vesuvio,Isola d'Ischia e i Campi Flegrei: un
trittico pericoloso" di MalKo

 
 ll terremoto è sicuramente una delle calamità naturali che temiamo di più per la sua capacità di rilasciare tantissima energia in un lasso di tempo molto breve. Un’energia che scuote “la terra sotto i piedi” con effetti che possono anche amplificarsi o mitigarsi in ragione della qualità dei suoli attraversati dalle onde sismiche.
Il terremoto come si sa, è un fenomeno assolutamente naturale e sinonimo di un pianeta in continua evoluzione, anche per quanto riguarda l’inanimata roccia che, pur non avendo nulla di organico, partecipa con i suoi cicli geologici a quegli equilibri globali che garantiscono vita e diversità biologica sulla Terra.
Il terremoto dicevamo scuote il suolo che a sua volta trasmette sommovimenti alle cose che su di esso poggiano. Vengono quindi sbatacchiate le case, ma anche le rocce instabili dai pendii (frane), e le masse d’acqua dai mari che possono in determinate condizioni dare origini ai famosi tsunami, cioè onde altissime che invadono la terraferma.
L’Italia, si legge in ogni dove, è una Penisola geologicamente parlando giovane, e per questo soggetta a un evidente dissesto idrogeologico. Le forze sotterranee invece, primordiali nel loro genere, inducono attraverso i movimenti del magma astenosferico, inusitate tensioni tra le zolle, che sono estesissime porzioni di litosfera che, ogni tanto, scivolano o si sovrappongono l’una all’altra o si scontrano, procurando sussulti in prossimità delle linee di contatto (faglie).
Noi conosciamo poco di quello che è racchiuso nel sottosuolo in una condizione estrema di temperature e pressioni, se non analiticamente attraverso l’esplorazione indiretta. La geologia ha quindi un bel daffare per giungere a conclusioni utili per la previsione dei terremoti: i risultati fin qui ottenuti sono incoraggianti ma non hanno ancora una utilità pratica. Dobbiamo quindi affermare e rilevare che per difenderci dai terremoti dobbiamo far capo, almeno per il momento, alla prevenzione piuttosto che alla previsione. Da questo punto di vista ci piacerebbe discutere su un nuovo modo di affrontare i temi della previsione tirando in ballo il termine proiezione che forse più si avvicina ai concetti offertici di recente da alcuni ricercatori. Un modo non per predire ed evacuare, ma per allertare ragionevolmente…
Operare nell’ambito della prevenzione significa incidere sui tre fattori cardini della sicurezza: UOMO, CASA, TERRITORIO.
L’uomo deve conoscere le regole di autoprotezione e il modo di comportarsi in situazioni difficili e di emergenza. Per casa s’intendono tutti quegli ambienti “confinati” dove per un qualsiasi motivo (riposo, lavoro, studio, relax) siamo chiamati a dimorarci (abitazione, ufficio, fabbrica, scuola ed altro). Le case devono essere costruite nei luoghi dove è possibile costruirle e devono essere adeguate strutturalmente ai rischi insiti nel territorio. Purtroppo, e lo abbiamo detto altre volte, “l’uomo bada più a quello che costruisce che al dove lo costruisce”. Una tendenza fortemente autodistruttiva: eppure con il telerilevamento spaziale e la aerofotogrammetria anche tramite “droni”, dovrebbe essere una bazzecola individuare gli abusi solo se ce ne fosse la volontà.
Il territorio invece è una porzione di area geografica fatta di strutture, infrastrutture e servizi, che contiene in termini fisici l’uomo e la casa. Generalmente i limiti di questa zona corrispondono con i confini comunali e provinciali. Questo spiega moltissimo perché la sicurezza, ma più in generale la qualità della vita, dipende innanzitutto dalla classe amministrativa locale prima ancora che da quella nazionale.
Nell’area vesuviana il rischio Vesuvio è altissimo perché la maggior parte degli amministratori dei diciotto comuni della zona rossa non lo ritiene un problema né tantomeno intende misurarsi con esso. Tutti snobbano il pericolo che il vulcano induce e rimandano la risoluzione a quelli che verranno dopo, perché affrontare la prevenzione in quell’area, significa affrontare problemi e problematiche affini anche a una consistente fetta d’illegalità che usa un atteggiamento coercitivo e arrogante sul territorio e sulle istituzioni amministrative a tratti compiacenti.
Governare una cittadina del vesuviano è veramente difficile. La sicurezza dovrebbe passare attraverso prassi di debellamento degli illeciti, degli abusi, della delinquenza, puntando a un’organizzazione del territorio onesta e competente, minimamente moderna e tanto ma tanto istituzionale.
Che cosa abbiamo invece? Amministratori che addirittura vogliono eliminare la zona rossa e se potessero, eliminerebbero anche il concetto stesso di rischio Vesuvio per tessere poi lodi al cemento, “l’oro grigio” che ripaga, rivaluta, ricicla e arricchisce… C’è anche chi è a favore dell’allargamento della zona rossa, ma con una rivisitazione al ribasso dei divieti e dei vincoli. Vesuvio, Isola d’Ischia e i Campi Flegrei. La provincia di Napoli ha un campionario vulcanico di assoluto rispetto, sia in termini di quantità sia di qualità dei distretti. Ischia racchiude pure un rischio sismico da tenere sempre in debita considerazione e che ci riconduce al terribile terremoto che distrusse il comune di Casamicciola nel 1883. L’evento causò oltre duemila morti. Allora ci fu una notevole differenza fra la magnitudo dell’evento e gli effetti (disastrosi) sui fabbricati dovuti a un ipocentro molto superficiale. La macro zonazione sismica dell’isola d’Ischia quindi, forse andrebbe arricchita e perfezionata da microzonazioni sismiche  almeno nei comuni di Casamicciola,Forio e Lacco Ameno. Non possiamo escludere che tale operazione sia già stata fatta dagli stessi comuni o dalla Regione Campania, che ha stilato da poco un bando per le sovvenzioni in tal senso con la pubblicazione online di gare con annesso elenco dei vincitori e dei vinti.
I Campi Flegrei invece sono teatro di una vistosa discrepanza tra zona rossa flegrea, deep drilling project, compiti istituzionali dell’ Osservatorio Vesuviano e destinazione d’uso dei suoli di Bagnoli Futura. Il tutto misto a un sindaco, De Magistris, che dovrebbe essere, e non abbiamo motivi per dubitarlo, un baluardo della legalità.
Per risolvere gli annosi problemi delle indecenze che insistono sulle zone rosse vulcaniche campane, riteniamo che debba essere nominato un mini pool di magistrati antiabusi edilizi in aree a rischio. Qualcosa di simile al pool antimafia, perché di similitudini ce ne sono veramente tante… Basterebbe il consenso dei ministri competenti e una ricognizione tra i dipendenti, a iniziare dalla Procura della Repubblica di Torre Annunziata che, ricadendo in piena zona rossa, dovrebbe conoscere il problema e le sfaccettature e le implicazioni che lo caratterizzano.
 

domenica 26 maggio 2013

Il Vulcano Marsili: intervista al Prof. G. Mastrolorenzo.



"Vulcano Marsili: intervista al Prof. Giuseppe Mastrolorenzo" di MalKo
Il Vulcano Marsili è un vulcano sottomarino ubicato in modo quasi equidistante tanto dalle coste calabre quanto da quelle sicule per circa 150 chilometri. Fa parte dell’arco insulare eoliano e misura quasi 3000 metri d’altezza. Un eventuale subacqueo intenzionato a porre una bandierina in cima al vulcano dovrebbe immergersi per 450 metri. La vetta quindi, è ancora inviolata. La colonna d’acqua che sovrasta l’apparato vulcanico  dovrebbe comunque essere sufficiente per “affogare” qualsiasi colonna eruttiva e con essa i fenomeni che maggiormente temiamo in terra ferma (colate piroclastiche, lahar, ecc…). Questa nostra confortevole supposizione supportata anche dall’assenza  di centri abitati (mare aperto) potrebbe avere qualche fondamento.
Il Marsili recentemente è balzato alle cronache invece, come possibile fonte di maremoti presumibilmente dovuti al distacco di pareti rocciose che movimenterebbero materiale a sufficienza per generare onde altissime nel tirreno meridionale. Il magma che fluisce in un liquido, infatti, ha un modesto potere “collante”  sugli strati  litoidi sottostanti  generando un prodotto roccioso (scaglie) alquanto instabile.
Marsili comunque non è l’unico vulcano sorto nelle profondità del mare. Bisogna contemplare anche il Vavilov a 160 chilometri a sud ovest del golfo di Napoli, così come il Magnaghi forse spento e il Palinuro, attivo, che dista appena sessantacinque chilometri dalla costa cilentana.
E’ di qualche giorno fa la notizia che anche nei pressi della costa calabra, al largo di Capo Vaticano, è stato individuato un vulcano ormai da millenni estinto che ci piacerebbe si chiamasse Talo (gigante a difesa di Creta che si buttava nel fuoco per diventare incandescente, onde  bruciare col suo corpo i nemici) .
La sua posizione corrisponde alla faglia calabra i cui sommovimenti causarono in quella regione un terribile terremoto nel 1905. Ancora senza nome, il ventinovesimo vulcano italiano ha una sommità che si può toccare ad appena centoventi metri sotto la superficie marina.
Al Prof. Giuseppe Mastrolorenzo abbiamo rivolto alcune domande :
a) Il Marsili recentemente a torto o a ragione viene chiamato in causa dagli esperti come un vulcano temibile perché simile al Vesuvio .  E’ così ?
L’analogia con il Vesuvio non è del tutto appropriata. Infatti, il rischio vulcanico è un parametro dato dal prodotto della pericolosità del vulcano per il valore esposto (persone e beni soggetti al rischio); nel caso delMarsili entrambi questi fattori sono di fatto e nell’ordine sconosciuto e assente. Bisogna allora  dire che la storia eruttiva e l’attuale livello di pericolosità del vulcano, e, quindi, il rischio potenziale associato a un possibile evento eruttivo, non sono stati ad oggi adeguatamente approfonditi. Di fatto, la distanza dalla costa e la profondità del vulcano, rendono in linea di massima minimo il rischio legato a un’eruzione, se si fa eccezione per la possibile generazione di tsunami. Quest’ultimo tipo di evento nel caso di apparati vulcanici come il Marsili, se pure possibile, richiede una complessa combinazione di fattori che difficilmente si presentano in contemporanea, o quantomeno il livello di probabilità che ciò accada è basso. Tant’è, la generazione di onde di tsunami è associata esclusivamente a eventi sismici di elevata magnitudo in fondali profondi e con peculiari movimenti di faglia. Gli tsunami si verificano anche in seguito a fenomeni franosi e/o di collasso parziale o totale di strutture vulcaniche, ma soltanto in caso di elevata rapidità ed estensione di tali fenomeni.
b) Che cosa ancora nasconde il tirreno centro meridionale a proposito di faglie,  vulcani e tsunami ?
Il bacino tirrenico è considerato dai geologi come un’area di oceanizzazione, che è il risultato di prolungati processi di distensione della litosfera che hanno generato un assottigliamento crostale e una piana abissale di profondità anche superiore ai 3000 metri. Da questi complessi processi geodinamici si è sviluppato il vulcanismo sommerso di natura basaltica molto diverso da quello delle aree vulcaniche napoletana e siciliana. Data l’elevata profondità del fondale, la conoscenza del bacino tirrenico anche in termini di strutture attive è ancora incompleta, essendo il risultato di prospezioni geofisiche di dettaglio su settori parziali e/o prospezioni a più grande scala ma a minore risoluzione. La difficoltà nella conoscenza è facilmente comprensibile considerando come l’identificazione delle faglie attive costituisca ancora un problema anche in superficie.
c) Abbiamo una carta del rischio tsunami nel tirreno centro meridionale?
Benché in passato siano stati realizzati modelli di tsunami per eventi generati nell’area tirrenica, non è disponibile al momento alcuna carta di rischio tsunami in senso stretto. Tale strumento dovrebbe descrivere la probabilità di ogni singolo punto della costa di essere interessato nell’unità tempo dal passaggio di onde anomale di una data ampiezza, risultanti da un qualsiasi potenziale evento sismico o vulcanico, sia all’interno dell’area tirrenica sia al di fuori di quest’ultima. Non esiste attualmente disponibilità di records geologici sufficienti per la realizzazione di tale mappa.
d) Questi vulcani sottomarini sono monitorati sporadicamente o sono dotati di stazioni fisse di misura dei parametri fondamentali ?
I vulcani sommersi come tutto il bacino tirrenico non sono sedi di reti di monitoraggio permanenti, ma sono stati studiati soltanto occasionalmente nell’ambito di campagne oceanografiche, sia nazionali sia internazionali, e d’indagini di sismica crostale. La campagna più recente è proprio quella iniziata nello scorso febbraio dalla nave oceanografica Urania del CNR, che ha rivelato condizioni d’instabilità dei versanti, a seguito della quale il Marsili è stato oggetto di numerose interviste, articoli giornalistici, ecc…
e) Mentre una rete di sorveglianza per gli tsunami generati da terremoti ha dei parametri di riferimento dettati dall’energia del sisma, che si calcola subito, nel caso di tsunami dovuti a vulcani sottomarini, quali fattori sarebbero presi in esame per la diramazione di un allarme?
Purtroppo nel caso di tsunami generati da collassi di settore di apparati vulcanici sottomarini, non esistono attualmente parametri indicativi affidabili ne in termini di prevenzione né di early warning (azioni di prevenzione immediata ad evento accaduto). Una delle strategie adottabili resta comunque la rilevazione in tempo reale dell’onda anomala in siti prossimi alla possibile sorgente dell’evento attraverso ondametri, con immediata attivazione dell’allarme nelle aree potenzialmente esposte al passaggio dello tsunami. Per quanto concerne il Tirreno, in particolare il Tirreno meridionale, tale strategia risulta critica, in quanto date le limitate dimensioni dell’area e l’elevata velocità di propagazione delle onde anomale (dell’ordine di diverse centinaia di km orari), il tempo per l’evacuazione delle coste dopo l’allarme potrebbe variare da meno di un minuto per le coste più prossime a solo qualche decina di minuti per quelle più distanti. Questo limite non superabile renderebbe necessario un efficientissimo piano di evacuazione con esercitazioni regolari e continue della popolazione a rischio che dovrebbe essere in grado di trasferirsi nel giro di minuti dalla costa a quote sicure. L’emergenza tsunami si è manifestata drammaticamente durante la crisi iniziata a fine dicembre 2002  a Stromboli (vedi foto Sciara del Fuoco – INGV), quando a seguito del collasso di qualche decine di milioni di metri cubi di versante, si è generato sull’isola un’onda anomala dell’altezza di diversi metri che non ha causato vittime solo per la bassissima densità di popolazione tipica del periodo e per l’assenza di turisti e bagnati lungo le coste. In quella circostanza si è temuta la successiva generazione di uno tsunami di maggiore entità, come quelli già avvenuti nella storia geologica dell’isola, che si potrebbe manifestare con onde di altezza anche superiori a 10 metri lungo le coste del Tirreno centro-meridionale.
(La redazione di Hyde Park ringrazia il Prof. Giuseppe Mastrolorenzo per la cortese e preziosa collaborazione.)