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martedì 30 settembre 2014

Rischio Vesuvio: la commissione grandi rischi...di Malko

Il Vesuvio visto dalla spianata usata per la perforazione del pozzo di Trecase

“ Rischio Vesuvio: la commissione grandi rischi e la
previsione dello stile eruttivo...”
di MalKo

Oggi vogliamo accennare a una decisione di qualche anno fa, tra l’altro coraggiosa, assunta dalla ricostituita commissione grandi rischi (CGR-RV), ad oggetto gli scenari di rischio ipotizzati in un documento di analisi scientifica, sicuramente propedeutico alla rivisitazione delle nuove zone rosse Vesuvio.
La commissione grandi rischi (CGR), per la parte rischio vulcanico, è composta dal prof. Vincenzo Morra, dal prof. Alessandro Aiuppa, dal prof. Raffaello Cioni, dalla prof.ssa Lucia Civetta, dal prof. Massimo Coltorti, dal prof. Pierfrancesco Dellino, dalla prof.ssa Rosanna De Rosa, dal dott. Marcello Martini, dal dott. Domenico Patanè, dal dott. Maurizio Ripepe e dal prof. Giulio Zuccaro.
Nel merito e come premessa, gli illustri accademici appena elencati hanno vagliato e condiviso l’analisi del pericolo Vesuvio contenuta in una relazione (2012) a firma di due ex direttori dell’Osservatorio Vesuviano, Macedonio e Martini, rispettivamente quale responsabile del “Gruppo di lavoro A” e Direttore dell’Osservatorio Vesuviano.
Il Gruppo A (scenari e livelli di allerta), è uno dei quattro rami della “commissione incaricata di provvedere all’ aggiornamento dei piani d’emergenza dell’area vesuviana e flegrea per il rischio vulcanico”. Il documento firmato in rappresentanza dai due direttori, è stato quindi sottoposto al Dipartimento della Protezione Civile, che a sua volta ha chiesto un parere alla Commissione Grandi Rischi.
L’importante relazione visionata dai massimi esperti nazionali (CGR), indica in un’eruzione sub pliniana (VEI 4) quella massima che potrebbe caratterizzare da qui in avanti una possibile ripresa eruttiva del Vesuvio nel medio termine. Un’analisi che nelle conclusioni ci sembra con una certa continuità in linea con la prima analoga relazione firmata da Franco Barberi nel 1990 e con quella firmata da Roberto Santacroce nel 1998.
L’eruzione più probabile, si legge sempre nell’attuale documento in linea con quelli precedenti, è di tipo stromboliana violenta (VEI3), che produrrebbe una serie di effetti più che problematici, ma senza le colate piroclastiche che sono il fenomeno maggiormente pericoloso per la vita umana.
L’eruzione pliniana invece, la più forte e temuta, è stata relegata completamente nel limbo dell’1% statistico, anche perché, si legge, non si evidenzia una camera magmatica superficiale con volumi di magma sufficienti a generare appunto un’eruzione di tipo pliniano (VEI 5).
Un altro dato interessante che si carpisce dalla relazione per controdeduzione, è che per i prossimi 130 anni sostanzialmente il tasso probabilistico del 99% che esclude una pliniana, dovrebbe mantenersi integro in assenza di novità scientifiche. Nel documento di Santacroce il limite temporale di accettabilità della previsione è di 50 anni.
Per chi è lontano dalla vulcanologia, accettando il dato attuale significa che per oltre un secolo dovremmo essere al riparo dagli effetti di un’eruzione come quella famosissima che seppellì Pompei nel 79 d. C.  I quasi duemila anni che ci separano dall’ultimo cataclisma pliniano, non sono stati ritenuti un intervallo sufficientemente lungo per dare un valore massimo al pericolo eruttivo.
La commissione grandi rischi comunque e alla fine, mettendo insieme tutti i dati fin qui prospettati, ne ha aggiunto uno di suo che è la linea nera Gurioli, ritenendola congrua come limite massimo raggiungibile dai flussi piroclastici in seno a eruzioni sub pliniane.
Tale adozione ha di fatto trasformato un limite di sedimento in un limite geologico di pericolo, definendo e circoscrivendo con geo referenze la zona rossa secondo un continuum, che si estende per qualche chilometro anche sul mare. Queste recenti decisioni e considerazioni di carattere scientifico, hanno avuto una importante ricaduta nella organizzazione sociale e di emergenza del territorio.
La commissione grandi rischi ha quindi scritto (27 giugno 2012) al dipartimento della protezione civile, chiarendo che la linea Gurioli può considerarsi come nuovo limite della zona rossa Vesuvio. La zona a maggior pericolo quindi, è da considerarsi unicamente quella circoscritta in figura da questa linea nera per il verso che guarda il cratere sommitale del Vesuvio. Oltre siamo nel campo giallo...a nord nord est giallo e  blu...
Vesuvio e  linea nera Gurioli.
Il Dipartimento della Protezione Civile insieme all’assessore Edoardo Cosenza della Regione Campania, ha invece varato un pastrocchio consistente in zona rossa 1 e zona rossa 2. Il Tribunale amministrativo regionale (TAR) ha dato ragione, e non poteva essere diversamente, al comune di Boscoreale che, proprio in sintonia con quanto prescritto dalla commissione grandi rischi, ha preteso e ottenuto con sentenza, che la parte di territorio eccedente la linea nera non fosse considerata a maggior pericolo. Nei fatti allora e contrariamente a quello che dicono Dipartimento e Regione Campania, la zona rossa in realtà si è ristretta rispetto a quella formata dai famosi e iniziali diciotto comuni.
La profonda ipocrisia di queste due istituzioni consiste in questo: se l’autorità scientifica ha sancito i limiti della zona rossa a maggiore pericolosità e lo ha fatto stabilendo un confine molto concreto, per intenderci  alla Romolo, cioè una sorta di solco (linea nera) entro cui e nella peggiore delle ipotesi si svilupperanno i fenomeni più pericolosi in caso di eruzione, i piani di evacuazione devono essere misurati per la reale quantità di abitanti da mettere in salvo all’occorrenza, perché una ingiustificata sproporzione potrebbe essere all’origine addirittura del fallimento evacuativo.
L’adozione della linea nera Gurioli come limite di pericolo è un’assunzione di responsabilità enorme, perché di fatto gli scienziati si sono assunti l’onere della previsione della tipologia eruttiva: il che non è poco.
Con tale certezza che ruota su eventi con energie VEI 3 o nella peggiore delle ipotesi VEI 4, potrebbe ritornare utile addirittura il baluardo protettivo del Monte Somma. Un fatto determinante ai fini della strategia operativa che consentirebbe di scaglionare le partenze con un indice di priorità a favore dei comuni del litorale che, tra l’altro, e con il loro elevato numero di abitanti corroborato da densità abitative da megalopoli asiatiche, rappresentano lo zoccolo duro dell’evacuazione del vesuviano, “la madre di tutte le evacuazioni”, visto che sulla fascia costiera dimorano i due terzi della popolazione della zona rossa, in una condizione territoriale di morsa, perché stretti fra mare e monte.
Bisogna essere congrui e lineari alle decisioni che si adottano: diversamente è tutto un guazzabuglio col rischio quello sì del ridicolo, come ha dimostrato la sentenza del TAR. Esistono allora due chances: seguire con fiducia quanto sancito dagli scienziati, con un conseguenziale strategico logico, oppure rivedere necessariamente la previsione circa la tipologia eruttiva attesa... Non possiamo mediare con un fifty fifty seguendo poi una terza strada e nel frattempo mandiamo a carte quarantotto il tutto, condonando e ristrutturando e ampliando i ruderi nella zona rossa, anche quella vera, ammassando genti alle genti nell’area votata al massimo pericolo, con costruzioni poi, che si sviluppano con tanto di licenza edilizia a un metro dalla linea Gurioli, come succede a Poggiomarino e a Scafati...

Ci sembra tutto estremamente ipocrita, come il battage che si è fatto qualche giorno fa sui livelli di allerta vulcanica finalmente fissati dalla commissione speciale ecc… ecc…. Nuovissimi: li elaborammo unilateralmente (erano troppi) a Portici nel 1999 e pubblicati sul vademecum dell’esercitazione Vesuvio 2001…
Estratto dal vademecum Vesuvio 2001 - Portici

lunedì 15 settembre 2014

Rischio Vesuvio: le inarrestabili colate di lava...di Malko





 “Rischio Vesuvio: difendersi dalla lava.” di MalKo

Il Vesuvio rispetto ad altri vulcani non è particolarmente alto ed esteso, ed ha la caratteristica di avere una corona circolare di base notevolmente conurbata con un edificato serrato che conta oggi circa seicentomila abitanti. Grazie alla loro meravigliosa posizione geografica, questi territori sono stati oggetto di un sacco edilizio che si è accentuato negli anni ’60 con il boom economico. Nelle cittadine vesuviane prospicienti la città di Napoli, la densità abitativa in alcune zone è lievitata a dismisura con punte superiori alle 12.000 unità per chilometro quadrato. Valori abnormi per  una comunità adagiata su un vulcano esplosivo, al punto che la rivista Nature in un editoriale curato dalla giornalista Katherine Barnes, assegnò al Vesuvio il titolo di bomba a orologeria d’Europa...

Pure ipotizzando fenomenologie vulcaniche meno pericolose delle nubi ardenti e della caduta di prodotti piroclastici, in queste condizioni di fitta tessitura urbana, anche delle semplici e lente colate laviche, per le distanze che separano la bocca eruttiva del Vesuvio dalle case, rappresentano un fenomeno travolgente per i manufatti ubicati sui versanti dove potrebbero incanalarsi e scorrere le lave.
L’alta esposizione residenziale quindi, non trova giustificazioni se non in quelle del profitto nella forma più acuta ed egoistica …
            



La lava per le case rappresenta un fenomeno distruttivo non arginabile, e da cui non ci si può difendere a lungo, in quanto gli interventi dell’uomo sulla massa incandescente in cammino, possono solo ritardarne l’avanzata nell’attesa, che poi è speranza, che il rubinetto magmatico venga chiuso dalla natura al raggiungimento degli equilibri endogeni.

Operazioni di contenimento della lava furono attuate sul maestoso vulcano Etna nel 1992 per proteggere l’abitato di Zafferana Etnea.  In quell’occasione furono costruite varie barriere tra cui un terrapieno lungo 250 metri e alto 21 metri, che per circa un mese riuscì a tenere a freno la lava che si slargava e si sovrapponeva a strati ma senza procedere oltre. Risulta difficile infatti, deviare la massa incandescente soprattutto quando è viscosa, se non attraverso dei veri salti gravitativi di solito realizzati con l’utilizzo della dinamite e appositi scavi preparatori. Pratiche che necessitano di mezzi meccanici che devono raggiungere quota attraverso dislivelli anche pronunciati, su terreni particolarmente accidentati, aguzzi e friabili.
Il secondo intervento che si attuò sempre sull’Etna per proteggere le case dal magma incandescente, fu quello di interrompere l’alimentazione del flusso lavico a quota 2000 metri. Infatti, la continuità emissiva generò una inarrestabile forza motrice che, per il raffreddamento degli strati esterni, consentì alla lava d’ingrottarsi negli autogenerati tunnel lavici, al punto da costituire una vera vena fluida incandescente; l’effetto thermos infatti, dato dalla scorza lavica solidificata, garantisce a lungo il mantenimento della temperatura di fusione. Potremmo definire i tunnel di lava come una naturale protuberanza della bocca eruttiva, che può raggiungere e scaricare a distanze chilometriche il suo fardello infuocato. Ovviamente e per l’attrazione gravitazionale, queste diramazioni si estendono sempre verso il basso rispetto alla sorgente emissiva.

In cima all’Etna furono utilizzati elicotteri Chinook dell’esercito e i Sea Stallion americani, per lanciare a volte in condizioni di severa turbolenza, blocchi di cemento capaci di rompere e ostruire i tunnel di lava. L’operazione fu chiamata “trombosi”: un termine piuttosto allusivo per chiarire la strategia operativa volta a spaccare la vena fluida, consentendo così alla lava di dilagare in più rivoli perdendo direzione ed energia di scorrimento.
L’apertura di una bocca effimera a quota 1600 metri fu comunque provvidenziale in quanto ridusse i flussi che si desideravano interrompere alleggerendone la portata, in una situazione che trasse poi beneficio dall’utilizzo degli esplosivi, con cui si riuscì in parte a deviare la lava nella zona alta della Valle del Bove. La natura alla fine assegnò una pace vulcanica al possente vulcano, offrendo la possibilità agli operatori di tirare un profondo sospiro...

La lava ha una sua mobilità rapportata alla viscosità dipendente a sua volta dal contenuto di silicio. Questo elemento abbondante in natura, imprime una caratterizzazione alle lave che vengono così classificate come granitiche o acide, andesitiche e basiche. Queste ultime generalmente sono le meno viscose e, quindi, hanno una maggiore velocità di avanzamento. Una lava basica (poco silicio) a circa 1200 °C scorrerà rapidamente. Queste temperature però, si riscontrano solo sul bordo della bocca eruttiva. Ovviamente maggiore è la distanza percorsa dalle “lingue” di fuoco, e tanto minore sarà la temperatura del magma che risulterà alla fine poco fluido. Un magma freddo (800°), è un magma oramai solidificato con una velocità d’avanzamento pari a zero.


Etna 1983 - La lava circonda e "cuoce" una casa - Foto D. Andronico
Per poter effettuare interventi capaci di mitigare la travolgente avanzata della lava, sono necessari tre elementi fondamentali: tempo a disposizione, spazi su cui operare e mezzi meccanici nella disponibilità delle forze d’intervento.
L’Etna proprio in ragione delle sue frequenti eruzioni è stata una buona palestra per vulcanologi e tecnici. Già nel 1983 si tentò di indirizzare un flusso lavico in un terreno fiancheggiante il canale di lava, sfruttando il dislivello esistente. Uno dei problemi che si cercò di risolvere fu quello di far resistere alle alte temperature gli esplosivi ficcati nei fori dei suoli sottolavici. Nel caso etneo l’operazione fu alquanto difficile e le esplosioni alla fine consentirono l’apertura di una breccia nel canale di lava, col magma che trasbordò dalla falla nell’area voluta ma per breve tempo, perché ben presto si riformò la crosta lavica che cicatrizzò l’alveo di fuoco ripristinandone la portata. Già in questa occasione fu utilizzata l’acqua, ma senza una concreta utilità. 

In Islanda, nel 1973, quella dell’acqua fu proprio la tecnica usata per tentare di bloccare un flusso lavico originatosi da una inaspettata eruzione fessurale sull’isola Heimaey. La lava minacciava di creare problemi anche al porto peschereccio della cittadina di Vestmannaeyjar, bloccandone l’agibilità. In quasi cinque mesi furono versati sul magma circa 8 milioni di metri cubi di acqua di mare. L’operazione in questo caso fu sufficientemente efficace e il porto fu salvo. L’acqua si dimostrò la strategia vincente innanzitutto perché prelevata dalla prospiciente e inesauribile riserva marina, ma anche le condizioni morfologiche e chimiche del magma favorirono un siffatto intervento.
Secondo alcuni calcoli scientifici, un metro cubo d’acqua riesce a raffreddare circa 0,7 metri cubi di lava. L’efficacia della procedura di raffreddamento è molto condizionata dalla penetrazione dell’acqua nel magma che avviene attraverso fessure e giunti formatisi nella massa in movimento.

In basso abbiamo riportato la cartina schematica del Vesuvio con le varie colate di lava che nel corso dei secoli hanno invaso soprattutto la zona litorale. Il baluardo del Monte Somma in alcuni casi ha funzionato da barriera, ma di contro ha costantemente indirizzato lava nei comuni ubicati appena ai margini dell’orlo calderico, e soprattutto nell’abitato di San Sebastiano al Vesuvio, in ragione delle pendenze e di un alveo naturale quale prolungamento dell’Atrio del Cavallo.
 Ovviamente con il discorso lave non si può non tenere in debito conto la possibilità che il magma rovente possa fuoriuscire anche da fratture che possono aprirsi in posizioni diverse dalla bocca principale. Sul Vesuvio se ne riconoscono alcune riconducibili a eruzioni passate, come quella di Fossa della Monaca e della località Viuli. Zone quest’ultime oggi profondamente modificate da una spiccata edilizia residenziale, portata avanti secondo le famose logiche che danno importanza a quello che si costruisce piuttosto che al dove lo si costruisce…
Bisogna anche intuire che la conurbazione operata secondo uno sviluppo circolare, non consente operazione di deviazione dei flussi lavici, perché da un punto di vista giuridico non è possibile convogliare il magma su un abitato piuttosto che su un altro. In questi casi la natura deve fare il suo corso …
Etna 2001 - Stazione di arrivo  della funivia detta Piccolo
Rifugio  (2500 mt.) invasa dalla lava - Foto D. Andronico
Infatti, nel 1669, quando dall’Etna una colata di lava incominciò a minacciare Catania, un uomo, tale Pappalardo e altri cinquanta compaesani, coprendosi con pelli bagnate per proteggersi dal calore del magma, si diedero da fare con interventi prettamente manuali riuscendo a rallentare e deviare il flusso incandescente che purtroppo puntò il paese di Paternò. Successe ovviamente un putiferio, consistente innanzitutto in una vigorosa cacciata da quei luoghi del manipolo catanese… Anche nel 1929 una colata lavica partita dal Vesuvio forse poteva essere deviata in un vallone meno antropizzato (a quel tempo). L’esercito si oppose a siffatte manovre per evitare disordini e la lava in più punti distrusse un certo numero di abitazioni.
Vesuvio -Boscotrecase .1755 - Proprietà  S. Vitulano
 Lava penetra un vecchio casale -
Ritornando ai giorni nostri, se non ci sarà una inversione di tendenza, il vesuviano è destinato a subire prima o poi l’ira del vulcano. I secoli, che secondo gli scienziati statisticamente ancora ci proteggono dalle eruzioni fortemente esplosive, sono appena sufficienti a varare politiche serie di riordino del territorio nella auspicata direzione della prevenzione delle catastrofi e della conservazione dei beni. Ma non c’è tempo da perdere…


(Questo articolo è stato realizzato anche grazie alla cortese collaborazione del Dott. Daniele Andronico, dell’INGV di Catania, a cui va tutta la nostra gratitudine, e siamo sicuri anche quella dei lettori che ci seguono da tempo e con interesse).



lunedì 8 settembre 2014

Rischio Vesuvio: la piaga degli abusi edilizi...di Malko



Rischio Vesuvio: l’abusivismo edilizio in zona rossa è 
la vera piaga del vesuviano?  di MalKo

Il fenomeno dell’abusivismo edilizio all’ombra del Vesuvio accende sempre vivaci dibattiti perché ci sono molte code di paglia che hanno investito direttamente o indirettamente nel mattone selvaggio. Chi ha profuso soldi nell’abuso, generalmente non trova altra soluzione morale al malfatto, che accodarsi in silenzio alle chiacchiere del politico di turno che sbandiera in tutta libertà il bisogno come motore dell’illegalità perpetrata. A dirla tutta invece, i veri bisognosi non hanno nelle loro possibilità i soldi necessari a mettere su la palazzina abusiva. Infatti, non sfuggirà all’attento lettore, che per la semplice ristrutturazione di un bagno, tra l’altro piccolo, occorrono circa seimila euro… con le dovute proporzioni si facciano un po’ i conti sui costi di un fabbricato, anche di un solo piano. Scavo; piattaforma di base e isolamento; plinti o  solaio rovescio; spiccato; solai di piano; copertura; tompagni e divisori; intonaco; impianto fognario; impianti tecnologici (luce, gas e acqua); pavimenti e rivestimenti;  pittura ed altro…

L’abusivismo ha varie sfaccettature che vanno da quelle economiche consistenti nell’assenza di fatture a quelle che riguardano la sicurezza letteralmente obliata dalle ditte che operano notte tempo sovente senza alcun progetto esecutivo affidandosi spesso completamente al capo mastro e una manovalanza non sempre inquadrata.
La politica conosce molto bene il problema condoni edilizi e di quanti consensi se ne possono ricavare senza esosi contropartite a danno del “solo” territorio in tutte le sue accezioni. Un conto che in area vesuviana nella migliore delle ipotesi dovrà essere pagato dalle generazioni future, che potrebbero vedersi presentare la ricevuta fiscale sotto forma di un possibile evento da cigno nero, favorito purtroppo dall’inusitato affollamento areale. In realtà la corsa al condono è dettato dall’esigenza di assegnare intanto un valore al manufatto abusivo. Senza accatastamento infatti, il prezzo dell’immobile crolla…

A dirla proprio tutta la faccenda è grave e bisogna incominciare a connotarla nelle sue giuste dimensioni. L’aumento indiscriminato della popolazione in zona rossa attraverso l’abusivismo edilizio, visto che non si rilasciano più licenze, gridiamolo pure aumenta intanto i fattori di rischio degli abitanti che risiedono nella plaga vesuviana da tempo rispettando le regole. Quindi, l’abusivismo e poi i condoni, minano immediatamente il territorio e la sicurezza di quelli insediati con le carte in regola, e ancora espongono le generazioni future a un rischio maggiore a causa dell’aumento del pericolo, perché secondo la scienza, con il tempo cresce la possibilità che l’eruzione che verrà abbia un indice energetico decisamente più alto delle stime probabilistiche attuali.

Come sia possibile con siffatte premesse che lo Stato posso favorire i condoni edilizi in una zona dallo stesso Stato classificato a rischio altissimo è un mistero giuridico. Un altro mistero è come sia stato possibile in alcune cittadine il dilagare del fenomeno abusivismo edilizio a livelli tali da generare un paese nel paese…da qui la richiesta che riproponiamo con forza al premier Matteo Renzi, di una commissione d’inchiesta parlamentare che faccia luce sul fenomeno.

Se la regione Campania procede con il condono edilizio e la riattazione dei ruderi a scopo abitativo, dovrà sperare per il futuro che la pace vulcanica sia una costante, perché potrebbe rischiare denunce per colpa cosciente, una particolare e grave imputazione giuridica molto concreta e che invitiamo i nostri lettori ad approfondire.

Il fenomeno dell’abuso edilizio ha assunto dimensioni drammatiche al punto che difficilmente sarà possibile procedere agli abbattimenti di migliaia di edifici. Il dato l’abbiamo recepito, concordiamo e ne discuteremo. Intanto sorge la necessità di porre veramente la parola fine a ulteriori insediamenti residenziali nel settore a rischio vulcanico. Solo dopo aver fissato un inamovibile paletto e aver profferito nei fatti la parola basta! si potrà procedere per decidere la sorte degli immobili abusivi. Le istituzioni intanto escano dallo stato di accidia in cui versano... 

Secondo la nostra idea, chi ha costruito abusivamente non può vedersi riconosciuto il diritto al condono, perché non può esserci un passaggio di proprietà di un manufatto localizzato in un settore a rischio vitale formalizzato con atti scritti dall’ex premier Letta come spesso si pubblicizza con enfasi. Chi ha costruito si assuma la responsabilità della colpa e del bisogno conclamato, abitandoci direttamente e senza lasciti di rischio a chicchessia. Questo deve valere per i soli abusi cosiddetti di necessità che comportano già una situazione di domicilio conclamato. Per tutte le altre costruzioni, spiccati e palazzine e rustici e fabbricati allo stato grezzo o disabitati, tale regola non può valere perché non c’è una situazione di allarme sociale o di emergenza abitativa. All'uopo si vigili attentamente perchè il tamburo del condono genera astuzie.

La polvere da sparo ha rivoluzionato il modo di colpire da lontano senza neanche guardare negli occhi il colpito: per la coscienza risulta molto più facile e accettabile… figuriamoci quanta coscienza occorre nella tutela di una generazione che ancora deve fare la sua comparsa sul pianeta Terra e che si ritroverà immersa tra cento anni in una calca forse col dubbio amletico se conviene affrontare l’ira del vulcano o la folla impazzita… Il futuro è sempre incerto, ma quello che sarà dipende intanto pure da noi. 

giovedì 28 agosto 2014

Rischio Vesuvio: quale difesa?...di Malko



“Rischio Vesuvio: difendersi o non difendersi, questo è 
il problema...” di MalKo

Il 31 luglio 2014  in consiglio regionale (Campania), tra le frange di un’area politica vicina al presidente Caldoro, si battevano pacche sulle spalle per l’approvazione del maxiemendamento contenente varie norme tra cui quelle che consentono di riattare anche i ruderi ubicati in zona rossa Vesuvio, oppure di realizzare sottotetti per difendersi dalle inclemenze termiche… Nel contestato panorama pro cemento, dobbiamo  inserirci anche norme di condono edilizio con riapertura dei termini di sanatoria. Secondo il nostro punto di vista non è possibile concedere condoni in una zona definita e classificata dallo stesso Stato ad altissimo rischio per la vita umana. Ci appare anche illogico vantare diritti su domande e progetti presentati prima dell’entrata in vigore della legge regionale 21 del 2003 a proposito dell’inedificabilità in zona rossa. Sarebbe come pretendere di utilizzare ancora lastre di amianto per le coperture se il progetto che ne prevede l’uso risale a una data antecedente la comprovata cancerogenicità del prodotto.Che ragionamento…

Gli allarmi Vesuvio che provengono prevalentemente dall’estero o da qualche ricercatore nostrano non allineato, non incutono particolari timori, perché il mondo scientifico istituzionale dichiara che i segnali premonitori di una possibile eruzione del Vesuvio si coglieranno mesi prima dall’efficiente rete di sorveglianza dell’Osservatorio Vesuviano. Il motto è: non è possibile che il Vesuvio ci colga di sorpresa! Con queste premesse, più che un piano di evacuazione dalla portata biblica intravediamo come difesa un piano di mobilità extraurbana in giacca e cravatta e borsa frigorifero e bambini frignanti al seguito.
Per capire meglio questo ottimismo tutt’altro che sottaciuto e sciogliere qualche nodo, dobbiamo rifarci a una clausola dei piani di emergenza: i cittadini possono lasciare la zona rossa già nella fase di preallarme, detta anche di esodo volontario.
Quindi, in teoria, nel momento in cui si passerebbe dalla fase di attenzione a quella di preallarme, chi ha magione altrove può già allontanarsi. Su questa possibilità gli strateghi della quadratura del cerchio contano moltissimo, perché il numero di seconde case è cospicuo come le possibilità di alloggio presso parenti ed amici. Sfoltita la zona rossa allora e, dato importante, senza diramare allarmi, si potrà attendere con maggiore calma l’incedere degli avvenimenti e allontanare la restante parte della popolazione e dei soccorritori a prodromi incalzanti entro il famoso margine delle 72 ore.

In realtà se si coglieranno come dicono i sintomi pre eruttivi già mesi prima dell’evento, la patata bollente dovrà passare al dipartimento della protezione civile, che dovrà poi gestire i tempi e interpretare i dati con il determinante apporto della Commissione Grandi Rischi (CGR) e l’appoggio come centro di competenza dell’Osservatorio Vesuviano e probabilmente con la partecipazione di  luminari della scuola pisana.
In questi frangenti la politica dovrà poi decidere al tavolo di crisi quando diramare l’allarme. I rischi connessi alla diffusione di tale segnale possono sortire tre effetti: un allarme evacuazione senza eruzione; un colpevole ritardo con popolazione in loco ed eruzione in corso; oppure, come si auspica, una previsione attendibile e utile per una corretta gestione dell’evacuazione, sfruttando il massimo intervallo temporale possibile tra certezza di previsione ed evento. Una siffatta precisione potrebbe essere solo figlia dell’esperienza che nessuno ha. L’ultima eruzione infatti, si è verificata 70 anni fa… 

La differenza decisionale la farà, dicevamo, anche questa famosa commissione (CGR) rappresentata qualche anno addietro da esperti che a ottobre dovranno ritornare sul banco degli imputati al tribunale dell’Aquila. L’accenno non è provocatorio. Si dovrà ridiscutere di una storica condanna a sei anni di reclusione, secondo l’accusa, per avere eccessivamente rassicurato la popolazione aquilana una settimana prima del funesto terremoto che colpì la cittadina abruzzese il 6 aprile 2009.
La commissione grandi rischi dicono che recentemente non rischi fornendo indicazioni sui pericoli, in attesa che il tribunale dell’Aquila faccia ammenda sulla sentenza di primo grado. I successi del dipartimento della protezione civile sono legati nell’odierno soprattutto allo scafo della costa Concordia. Essendo vuoto però, non rappresenta un grande  rischio per la vita umana.
Parlare di questa delicata faccenda giudiziaria dell’Aquila è un po’ avvilente, perché in realtà il principale accusato è un sistema di strapotere made in Bertolaso che in quegli anni faceva il buono e il cattivo tempo. In nome del potere si facevano e si disfacevano molte cose a seconda delle esigenze mediatiche. Oggi ci si tira indietro dalle responsabilità di quegli anni che in prima battuta sono di appartenenza… appartenenza a un sistema bacato, che all’epoca però, nessuno ha mai avuto il coraggio di denunciare o sottrarsene.
Il 31 marzo 2009 all'Aquila il guaio pare che lo combinò De Bernardinis, e la sua voglia di menar le mani per compiacere il capo e schiacciare a chiacchiere l’imbecille locale e le sue previsioni al radon. Enzo Boschi forse è stata la vittima più illustre del sistema B&B. Abbiamo letto con attenzione e amarezza la sua lettera in cui riferisce della lunghezza di serate una volta cortissime… Attendiamo l’appello e soprattutto cosa verrà fuori dal troncone Bertolaso prima di voltare pagina.

Ritornando alla recentissima approvazione a cura della Regione Campania del maxiemendamento pro cemento, dobbiamo notare che il disposto è la prova provata che il rischio Vesuvio non palesandosi come pericolo di fatto non viene considerato materia di interventi preventivi. Un consigliere comunale pro Caldoro, addirittura e a proposito dei contestatori politici dell’opposizione, nella sostanza pare abbia detto: << o si dimostri scientificamente che il rischio Vesuvio esiste o si lasci impastare in santa pace il cemento restauratore e ristoratore…>>.
Il pressapochismo con cui è stata trattata fin qui la materia rischio Vesuvio e piani di evacuazione è tutta racchiusa nella confortante previsione di un’eruzione preventivabile a mesi. L’interesse allora, si è tutto concentrato sulla parte scientifica che aiuta tantissimo con queste salutari e comodissime previsioni che tra l’altro nessuno esclude che possano risultare verosimili in futuro. Per decenni il piano di evacuazione è stato obliato a tutto vantaggio del piano di emergenza costituito prevalentemente dal corposo trattato scientifico. Il valore statistico in questo caso è stato assunto come valore matematico, sia per quanto riguarda gli scenari di rischio (VEI 3 – 4)  che quelli di previsione temporale e corta del fenomeno. Quello che poi sussurrano tra i denti, della serie: qui lo dico e qui lo nego! E’ che la popolazione vesuviana se ne andrà via comunque e spontaneamente e senza nessuna soluzione di continuità, già all’inizio dei prodromi pre eruttivi, a iniziare da quelli sismici e a prescindere da quale fase operativa verrà sancita dalle autorità competenti a cui nessuno baderà, sulla scorta di una assoluta sfiducia nelle istituzioni in senso generale.

A guardare il Vesuvio nessuno dei nostri cinque sensi coglie segnali di pericolo. Anzi: la pace del monte, la sua vegetazione e i suoi colori e i suoi splendidi frutti vanno esattamente nella direzione opposta. L’assenza di segnali percepibili non desta allarmi nei vesuviani, che risultano un po’ annoiati e un po’ divertiti da questa stampa esterofila che terrorizza. Tutta pubblicità dicono…  
La chiave di volta di una certa indifferenza è poi data dai bisogni della popolazione che, soprattutto nell’attuale condizione di crisi economica, vuole a tutti i costi utilizzare per scopi abitativi per se e per i figli, ciò che ha nelle immediate disponibilità: ruderi, tetti e terreni. La filosofia regnante, è quella di distinguere l'oggi dal domani…
Da buon testimone però, vi dico che basta qualche evento sismico appena ripetuto e avvertito dalla popolazione, come successe nel 1999 con un terremoto di origine vulcanica di 3,6 della scala Richter, che le orecchie dei vesuviani si drizzano a dismisura così come le narici che si allargano immediatamente a carpir ossigeno…

Se noi accettassimo davvero il concetto che non sempre si riescono a cogliere i sintomi pre eruttivi con largo anticipo, saremmo costretti a mettere in campo politiche decisamente restrittive che comportano il blocco dell’edilizia e il varo di misure atte a delocalizzare sul serio gli abitanti. I ruderi non si riatterebbero ma si demolirebbero; I sottotetti non potrebbero avere altezze da abitabilità; niente più condoni; massicci abbattimenti dei manufatti abusivi ricadenti in zona rossa; reticoli viari di emergenza e non di sviluppo. E ancora censimenti vari che lascino emergere in chiaro i domicili e le residenze e il numero di stranieri dimoranti in loco… la visione del futuro poi, dovrebbe inquadrarsi per le generazioni future soprattutto al di là del perimetro a rischio. Lo sviluppo sostenibile dovrebbe concretizzarsi secondo le necessità del piano di emergenza e non viceversa e così via...
Tristezze certo, ma l’incedere dei mesi e poi degli anni e poi dei secoli porta al passaggio generazionale nelle statistiche da rischio pliniana o da cigno nero come dir si voglia. 
Dobbiamo difenderci dal rischio Vesuvio tenendo in debito conto i tempi di previsione valutati a mesi o a giorni? Nessuno lo sa! Nessuno... Il problema sarà l'interpretazione dei segnali e il loro trend; da qui le decisioni della politica che dovrà assumersi l'onere dello start.

Tecnicamente parlando probabilmente le fasi operative del piano Vesuvio diventeranno di fatto 3 e non 4. Un risveglio del vulcano ci porterebbe da un livello base a una fase di attenzione e poi di allarme senza quel passaggio intermedio (preallarme) in cui sperano gli strateghi del cerchio, che vogliono far quadrare sviluppo, business, sicurezza, efficienza, scienza, organizzazione, esigenze della politica e responsabilità istituzionale in un contesto sociale disordinato, disincantato, e da tempo poco avvezzo alle regole soprattutto per la mancanza di buoni esempi da seguire.

Il Dipartimento della Protezione civile e l’ufficio equivalente regionale coordinato dal Prof. Edoardo Cosenza, devono tenere in debito conto questi fattori tutt'altro che trascurabili, senza sposare formule semplicistiche come se le settecentomila persone (pedine) fossero lì in loco ad attendere placidamente e con fiducia di essere mosse dal professore. Nella prima stesura del piano di emergenza (1995) gli strateghi optarono per un’evacuazione del settore litoraneo via treno. In quel di Portici valutammo subito l’assurdità di tale decisione che vedeva un concentramento della mobilità evacuativa su di una linea ferroviaria Fs che rasenta per chilometri palazzi del settecento, che portano ancora i segni del terremoto dell’80. Oggi la linea ferroviaria Napoli – Salerno è interrotta da mesi per un crollo di un muro sui binari, appartenente appunto a uno di questi vetusti fabbricati storici, da dove allungando la mano è possibile addirittura accarezzare il treno…
Le amministrazioni comunali non si scervellano per trovare soluzione ai fattori di rischio bensì a quelli del cemento. Tra i tanti l'attualità ci consegna Terzigno, (Ter Ignis, perché tre volte distrutta dal fuoco del Vesuvio), che vuole subito ridiscutere i condoni edilizi (3000 pratiche in attesa), in quanto ha tra i fardelli dell’abuso il carico più grande. Ci si chiede se questo peso abbia invogliato le autorità locali ad autorizzare qualche anno fa la discarica dei rifiuti made B&B sulle colline circostanti, che la leggenda vuole siano state addirittura care a Bacco…
Il premier Matteo Renzi, dovrebbe far recuperare credibilità istituzionale in queste zone, incominciando con l'aprire un'inchiesta sullo sproporzionato numero di abusi edilizi che segnano un territorio a rischio. Incominci poi a sospendere alcune norme del maxiemendamento, a iniziare dai condoni e da qualsiasi altra iniziativa che comporti un aumento del numero di residenti. Se non per abitarci per quale motivo si ristrutturebbero i ruderi? Per sicurezza si possono più facilmente abbattere... Prima di qualsiasi condono è necessario che si  ufficializzi uno straccio di piano di evacuazione, secondo quelle regole che prevedono la sicurezza come uno dei diritti fondamentali dell’uomo, un diritto che forse dovrebbe valere anche nella terra dei speriamo che me la cavo

venerdì 15 agosto 2014

Rischio Vesuvio: l'editoriale di MalKo.



RISCHIO VESUVIO
C'è il pericolo di una nuova eruzione?
Siamo preparati ad affrontarla?
L'editoriale di MalKo...

Attenti al Vesuvio.
Non siamo pronti per un’eruzione e fortunatamente neanche il Vesuvio lo è stato fino a oggi...  Quanti lo sanno?

Nel 2011 katherine Barnes su Nature definì il Vesuvio una bomba ad orologeria. A distanza di un paio di anni è toccato al vulcanologo giapponese Nakada Setsuya riproporre la questione a margine di un seminario sui geoparchi nel Cilento. Periodicamente gli organi di stampa amplificano o minimizzano il grido di allarme degli esperti sul pericolo Vesuvio e sulla possibilità che possa produrre improvvisamente un’eruzione esplosiva devastante. Ogni allarme è accompagnato dalla ferrea certezza che non siamo preparati a una simile evenienza o anche che lo siamo. Affermazioni differenti che dipendono molto dalla testata giornalistica o dal giornalista e soprattutto se il problema è affrontato da un punto di vista scientifico o tecnico.

Dal dopoguerra a oggi, dopo l’eruzione del 1944, i paesi vesuviani sono stati protagonisti e complici di uno scempio urbanistico senza precedenti, regalandoci un sacco edilizio da guinness dei  primati con Portici e San Giorgio a Cremano che vantano densità abitative da metropoli asiatiche, con oltre 12.000 abitanti per chilometro quadrato.  Altro che bomba... A voler compilare una lista delle scelleratezze compiute in questi ultimi 70 anni di pace vulcanica, rischiamo di mettere insieme più pagine dell’elenco telefonico.
Piuttosto è vero che siamo così impreparati a un’eruzione? Sì! Molto di più di quanto si possa immaginare... Il Vesuvio fortunatamente è uno dei vulcani più monitorati al mondo insieme al Mauna Kea e al monte Fuji. Il possibile risveglio di questi ultimi due è argomento trattato di recente ma senza l’enfasi riservata al nostro Vesuvio. Forse perché questi vulcani d’0ltre oceano non hanno al loro attivo il “merito” di aver sepolto con una sola eruzione intere città come Pompei ed Ercolano al punto da cancellarle per secoli dalle carte geografiche.

A differenza dei terremoti le eruzioni vulcaniche potrebbero essere prevedibili, almeno entro certi limiti (previsione corta del fenomeno), senza nessuna certezza matematica assoluta. Comunque non è possibile  quantificare in anticipo l’intensità eruttiva. Se il Vesuvio dovesse eruttare, avremmo il tempo di limitare i danni ma difficilmente di azzerarli per le incognite che caratterizzano una calca disorientata e in fuga.
Sì, ma i piani di emergenza? Ci sono! Riguardano prevalentemente la parte scientifica con scenari eruttivi e livelli di allerta. E’ anche prevista l’organizzazione della catena di comando e le fasi operative. Un contributo decisivo è stato dato dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), dal Dipartimento della Protezione Civile e dalla Regione Campania che negli ultimi anni è stata maggiormente investita dalle problematiche di quello che è un piano nazionale, e che vede quindi nel dipartimento di Franco Gabrielli l’autorità centrale (D.L. 225/1992) di riferimento. I comuni non hanno contribuito fino ad oggi alla stesura del piano d’emergenza perché esula dalle loro dirette competenze. Ai comuni toccherà invece l’arduo compito della redazione dei piani di evacuazione, quando il comitato operativo della protezione civile avrà finalmente varato la strategia operativa di allontanamento, che al momento è ondivaga, e si basa su numeri e ipotesi  per niente  convincenti. Vedremo...

L’ex presidente del consiglio Enrico Letta ha firmato il 14 febbraio 2014 non il nuovo piano d’emergenza nazionale Vesuvio, ma gli aggiornamenti sulle aree da evacuare e i gemellaggi comuni - regioni per l'accoglienza delle popolazioni. Inoltre, nella direttiva in questione, si stabilisce anche la necessità di fornire, a cura del capo dipartimento, indicazioni alle strutture operative per l'aggiornamento dei rispettivi piani d'emergenza.

La popolazione vesuviana interessata dal piano Vesuvio ammonta a circa  700.000 mila persone dimoranti in 25 comuni prevalentemente del napoletano e uno solo del salernitano (Scafati). L’evacuazione dovrà avvenire in caso di necessità entro tre giorni (72 ore) dall'allarme.
Ultimamente la scena dell'informazione è stata occupata dalle polemiche per un ospedale chiamato del mare progettato incredibilmente nella zona rossa, e che in caso di necessità assorbirà soccorritori e mezzi piuttosto che erogare servizi di prima necessità. E poi è stata battuta grancassa sulla mappa che identifica la nuova zona rossa Vesuvio. Contrariamente a quanto si afferma su qualche rivista, l'informazione in questo caso è stata capillare, ma l'interesse suscitato molto basso. Probabilmente  meritava tutta la pubblicità del caso la parte assurda che è sfuggita a molti commentatori dell'attualità, consistente nella possibilità per alcuni comuni della zona rossa di concedere licenze edilizie in barba al decreto regionale 21 del 2003 di inedificabilità assoluta nelle aree a maggior rischio vulcanico. Decreto intanto pure “lesionato” dalla spallata (31 luglio 2014) offerta dall'approvazione in consiglio regionale Campania del maxi emendamento che riapre condoni e ristrutturazioni fortificanti con ampliamento volumetrico e sottotetti termici finanche  in zona rossa...


La pubblicità alla cartina della nuova zona rossa andava fatta e, infatti, è stata assicurata come notizia da tutti i giornali e dal web. L'enfasi data alla novità ci è sembrata fumo negli occhi per garantire agli inadempienti del piano di evacuazione una sorta di giustifica (alibi) per tentare di pianificare usando a sproposito il termine aggiornamento. L’aggiornamento c’è stato ma solo della superficie a rischio e non dei piani di evacuazione che sono tuttora inesistenti.  Le prove di evacuazione andranno fatte ma solo quando sarà stata varata una concreta strategia operativa, in modo da offrire ai comuni maggiormente volenterosi la possibilità di produrre uno straccio di piano da testare, da pubblicare online e poi da consegnare sotto forma di vademecum a ogni cittadino amministrato.


A dirla tutta, la mappa contenente i percorsi d’evacuazione dalla zona rossa andrebbe affissa nelle classi scolastiche di ogni ordine e grado di fianco a quella obbligatoria d'istituto. Perché prima o poi un’eruzione ci sarà e dobbiamo limitare i danni senza dar colpa a una mancata informazione.  Ed ancora si faccia autocritica e si ammetta che nel vesuviano si è un tantino distratti e indifferenti alle problematiche connesse al rischio Vesuvio, e se le istituzioni risultano  ancora inadempienti, molta responsabilità è addossabile proprio ai cittadini, con l’unica attenuante che non hanno avuto buoni esempi da seguire, con amministrazioni locali un po' schizofreniche che non predicano neanche e razzolano invece malissimo.
Bisogna poi dire che la carta stampata  a volte allarma, celebra o edulcora, in una misura  tale da suscitare  probabilmente disorientamento, favorendo così quella disattenzione e indifferenza richiamata da Marco Cattaneo nell'editoriale della rivista Le Scienze.

domenica 10 agosto 2014

Rischio Vesuvio e l'informazione di massa: ... di Malko

il Vesuvio visto da Castellammare di Stabia


“Rischio Vesuvio e l’informazione di massa ” di Malko

MalKo è un ex ufficiale pilota di elicotteri del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, tra l’altro esperto di rischio Vesuvio, e vive in uno dei diciotto comuni della prima zona rossa. Se ci fosse stato un piano di evacuazione sarebbe stato probabilmente tra i primi a saperlo, sia per il suo ruolo operativo che ha rivestito fino a qualche anno fa, che per quello di cittadino del vesuviano, tra l’altro per niente distratto o indifferente.
Il 4 agosto 2014 la rivista Le Scienze ha dedicato spazio e copertina al rischio Vesuvio. L’illustre direttore ha invitato ad appendere nelle classi di ogni scuola del vesuviano la mappa della zona rossa per fare cultura e informazione. Ai ragazzi toccherà poi spiegare come mai in alcuni di questi paesi è ancora possibile costruire con tanto di licenza edilizia.  Al momento di cartine da appendere c’è solo quella asimmetrica e rossa, perché quell’altra tematica  contenente a scala locale le vie di fuga corredate da simboli e note, non è stata ancora approntata da quelle autorità competenti richiamate nell’articolo.

Il piano di emergenza Vesuvio di cui si blatera da anni, esiste e contiene tutto lo scibile umano, tranne le istruzioni operative di tutela della popolazione. Per decidere quest’ultimo e delicatissimo punto, infatti, occorre innanzitutto una strategia operativa che deve essere illustrata a tutti gli attori del servizio nazionale della protezione civile. Bisogna quindi delineare e approvare le linee strategiche su cui dovranno poi operare i comuni supportati dalla grande macchina istituzionale statale in un piano che si definisce appunto nazionale.

Ed è quello che è stato fatto l’8 agosto 2014 a Roma nella riunione dell’apposito comitato operativo della protezione civile presieduto dal Prefetto Franco Gabrielli. Nella nota diffusa agli organi di stampa dall’assessore regionale Prof. Edoardo Cosenza, si legge tra l’altro che <<…è stato fornito alle diverse componenti e strutture operative del Servizio nazionale della Protezione civile, le indicazioni per l'aggiornamento delle rispettive pianificazioni di emergenza ai fini dell'evacuazione cautelativa della popolazione in caso di emergenza. In tale contesto, il Dipartimento, in raccordo con la Regione Campania, aveva già predisposto una bozza di tali indicazioni ed era indispensabile un momento di condivisione con tutte le istituzioni coinvolte. Entro settembre si avrà la versione finale del documento, che dovrà poi essere sottoposto alla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome>>.
Il  piano è ancora in itinere… lo sa bene l'elenco telefonico. Se poi c’è qualche zelante giornalista d’assalto che vuole vederci chiaro, incominci a chiedersi  come mai in questa storia dei piani di evacuazione i sindaci dei 25 comuni interessati non si fanno sentire e risultano particolarmente defilati sui media e sull’argomento...  

Che qualcosa non quadra nell’informazione è abbastanza evidente. Prendiamo ad esempio la condanna della commissione grandi rischi. In quel caso la prevalenza dei mass media ha criticato il tribunale dell’Aquila per aver condannato esimi scienziati rei di non aver previsto il terremoto del 6 aprile 2009. E’ una colossale bugia, perché la condanna è giunta per i motivi opposti, cioè perché la commissione aveva dato frettolosamente delle rassicurazioni su argomenti non supportati da certezze scientifiche.
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Un altro caso evidente riguarda il vulcanologo Nakada Setsuya, le cui dichiarazioni alla stampa sono state sminuite dai colleghi italiani come delle semplici ovvietà.  In realtà alla conferenza mondiale sui geoparchi tenutasi nel 2013 ad Ascea nel Cilento, il ricercatore nipponico rilasciò un’intervista, dove evidenziava che il Vesuvio da vulcano quiescente può eruttare ma non si hanno certezze sui tempi di previsione del fenomeno, perché i segnali premonitori potrebbero comparire anche solo poche ore prima dell’evento. Sarebbe quindi il caso di parlarne e approntare un adeguato piano d’intervento. Con tutta la gentilezza orientale, il messaggio del ricercatore nipponico era un invito a non starsene con le mani in mano…

L’articolo contenuto nella rivista Le Scienze è istituzionalmente perfetto. La giornalista si lancia in un’accorata spiegazione dei progressi fatti dal mondo scientifico e istituzionale che addirittura ha aumentato la superficie del territorio considerato a rischio Vesuvio (zona rossa). In realtà non è proprio così: è stata sì aumentata la superficie da evacuare (25 comuni) e con essa il numero di abitanti passati a 700.000 unità, ma è stata ridotta l’area a maggior rischio (area Gurioli) circoscritta da una linea nera, offrendo tra l’altro ai cittadini una falsa percezione del pericolo, dando ad alcuni comuni, come quello di Boscoreale, la possibilità di potersi addirittura svincolare dalla tenaglia dello stop al cemento, chiamando in causa il TAR che gli ha dato pure ragione. 

E’ vero anche che ai comuni di fresca nomina è stata data la possibilità di decidere se inglobare nella zona rossa tutto il territorio comunale fino ai limiti amministrativi o solo parte di esso. Ma non come riferisce la gentile giornalista per decidere chi evacuare. La mappa della zona rossa parla chiaro: sono tutti da evacuare. Ai sindaci è stato semplicemente lasciato l’arbitrio di decidere quale porzione di territorio lasciare in zona rossa 1 e quale in zona rossa 2. La differenza consiste che in zona rossa 1 vale la legge regionale 21 del 2003 (inedificabilità assoluta per fini residenziali), mentre in quella rossa 2 tale legge non trova applicazione…  

L’esperto ingegnere Fabrizio Curcio del Dipartimento della Protezione Civile chiamato in causa sempre nell’articolo pubblicato su Le Scienze, riferisce di una ingiusta critica rivolta ai progettisti dell’Ospedale del Mare perché lo hanno ubicato in zona rossa 1.  <<Settecentomila persone hanno diritto all’assistenza>>, afferma… La piccola nota è che il nosocomio del mare serve a garantire servizi sanitari su vasta scala con 500 posti letto e 18 camere operatorie e un eliporto. Non ci sembra cosa da poco. L’ingegnere in questione ha anche incredibilmente affermato: <<E non c’è nessun motivo per pensare che, siccome da oggi abbiamo una nuova e più ampia zona rossa, dobbiamo comportarci come se il Vesuvio dovesse eruttare domani senza alcuna ragione scientifica per dirlo>>. Affermazione disastrosa...
Anche il consigliere regionale Gennaro Salvatore del gruppo politico Caldoro presidente, ha usato quasi le stesse parole per difendere condono e cemento in zona rossa… << Se il rischio Vesuvio è reale, scientificamente reale, o viene a Napoli il presidente del Consiglio, Matteo Renzi e con il presidente Caldoro e i sindaci della Zona Rossa si dispone un Piano Straordinario di evacuazione, oppure si lasci ai cittadini la possibilità di rendere le proprie case quanto meno più sicure>>.  Che non ci sia un piano d’evacuazione, è ripetuto dall’illuminato consigliere...



Alla giornalista de Le Scienze va comunque tutta la nostra comprensione perché non è facile districarsi in questo labirinto di differenziazioni che caratterizza un territorio dove si tenta da anni di far quadrare sviluppo, business e sicurezza, attraverso la mediazione di una politica tutt’altro che garantista e veritiera e largamente miope. La maggior parte degli articoli che riguardano il Vesuvio, compreso quelli di note firme del giornalismo, non sempre riescono a centrare l’obiettivo della corretta informazione che si caratterizza purtroppo per essere sempre di più la cassa di risonanza delle amministrazioni centrali e periferiche che veicolano quello che vogliono. Il potere di verifica da parte dei media è ben lontano dal giornalismo investigativo alla anglosassone.

Lo sviluppo di internet ha consentito comunque di aggirare questi filtri passando a un reperimento diretto delle notizie che vengono diffuse in rete dagli stessi utilizzatori del web, a volte credibili e a volte incredibili nella doppia funzione del termine. Ovviamente l’assenza di filtri potrebbe consentire la diffusione di false notizie: ma è un rischio che dobbiamo necessariamente correre, se vogliamo sapere cosa succede in certi paesi, incluso il nostro, che non occupa i primi posti nella classifica dedicata alla libertà di stampa… 
Solo di recente si sta squarciando quel velo fatto di informazioni fuorvianti creato ad arte sul rischio Vesuvio e i piani d'emergenza. Sarà anche interessante conoscere le conclusione della corte europea di Strasburgo sulle misure di tutela che lo Stato italiano ha fin qui approntato per proteggere i vesuviani... Ma ancora più interessante sarà conoscere la strategia operativa che si intende adottare nei piani d'evacuazione che verranno: da lì capiremo se l'operazione sarà mediatica, amministrativa od operativa. Da esperto di sicurezza, posso solo dirvi che finchè sarà possibile impastare cemento, il rischio Vesuvio non esiste...