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martedì 21 luglio 2020

Rischio vulcanico ai Campi Flegrei: pericolo, prevenzione e battaglie... di MalKo


I Campi Flegrei
Circa un mese fa ad Agnano (Campi Flegrei), a ridosso delle grandi concessionarie di auto di via Antiniana, è stato trivellato un pozzo che ha preoccupato non poco gli abitanti della zona per la fumarola che si è sprigionata dalla perforazione, tra l’altro poco profonda. L’operazione ha presentato e presenta dei retroscena per niente convincenti su quello che sembra essere un progetto sperimentale (Geogrid) legato al geotermico in una zona che si caratterizza per dei fluidi idrotermali molto caldi già a bassa profondità nel sottosuolo. Come tutti i fallimenti del mondo, anche questa trivellazione risulta orfana di responsabili, nonostante la Regione Campania abbia speso una cifra considerevole per vestire questa creatura oggi politicamente innominabile, ma ben conosciuta agli uffici regionali per le attività produttive e ricerca scientifica. Al grido delle opposizioni “riprendiamoci i soldi”, l’assessore al ramo si giustifica, almeno così ci è sembrato di capire, dicendo più o meno che il finanziamento è stato in gran parte consumato nel cantiere della metropolitana di piazza Municipio, e non è quindi possibile chiedere la restituzione delle cifre anticipate per il Geogrid…

I politici, quelli che vivono il territorio, si sono subito allertati manifestando grande interesse e compartecipazione alla preoccupazione collettiva dei cittadini e soprattutto dei gruppi organizzati, per quel buco fumarolico che emetteva vapore portando seco un carico di idrogeno solforato e anidride carbonica ed altri elementi salini. Esposti e denunce sono partiti a raffica e si sono sovrapposti accendendo l’interesse della magistratura. Intanto a fronte del pericolo dettato dalle emissioni gassose, si è adottata la cautelativa risoluzione di chiudere minerariamente il buco: cosa che è stata fatta attraverso l’installazione di un “tappo” con valvola sommitale.

Agnano: pozzo chiuso.

Tale intervento di chiusura non sappiamo se può dirsi risolutivo: solo il tempo potrà dirlo, e si spera che i fluidi riescano ad interallacciarsi alle linee di frattura preesistenti nel sottosuolo, favorendo così il ripristino similmente naturale della circolazione dei prodotti liquidi e gassosi, in modo che in ogni caso si stabilizzi, circolo o non circolo, una pressione nel condotto verticale sotto ai limiti di resistenza della copertura. 

La trivellazione è stata un po’ maldestra perché è stata effettuata in un territorio dove le rocce sono già pregne di vapori termali, che a ondate periodiche trasudano e sbuffano gas, che viene rilasciato in alcuni punti della conca, dando origine all'inconfondibile odore di uova marce. Non era affatto imprevedibile che scavando pur a profondità contenute si favorisse la fuoriuscita dei vapori, e quindi non è chiaro perché si è proceduto…

Intanto e a corredo della faccenda, occorre essere chiari e dire che è abbastanza facile intestarsi una battaglia contro gli organizzatori della improvvida operazione di perforazione nel comprensorio flegreo, soprattutto quando si condensa una comunanza fra i cittadini, favorita dalle indesiderate volute di vapore. Tutt’altra cosa invece, è incidere fortemente sui più complessi temi della sicurezza e della prevenzione del rischio vulcanico, con argomenti che generalmente sfuggono all'attenzione delle masse. Non ci risulta infatti, una pari convergenza dei cittadini, dei movimenti, della politica e degli amministratori contro l’accidia con la quale il governo nazionale e soprattutto regionale e locale stanno palleggiando la necessità di porre fine a nuovi insediamenti residenziali nella zona rossa calderica dei Campi Flegrei, attraverso norme ad hoc, alla stregua di quanto è stato fatto per il Vesuvio con la legge regionale numero 21 del 2003.

Questa necessità di grande ambizione preventiva, dovrebbe andare nella direzione di una coerente legislazione atta a fronteggiare o mitigare qualsiasi ipotesi di catastrofe vulcanica: gli esperti anche istituzionali, sfuggono questo ambito discorsivo, perché significa mettersi contro il potere politico che, generalizzando, in queste come in altre zone, a volte sfrutta la cementificazione per favorire addirittura il consenso elettorale. 
Il mondo degli amministratori e dei politicanti, allora evita nelle conferenze pubbliche e con grande abilità questo tema, per evitare imbarazzi e distinguo difendendo l'indifendibile. Non c’è volontà politica di introdurre nella zona rossa flegrea, sic et simpliciter, una legge anti cemento che vieti qualsiasi nuovo insediamento residenziale in un settore territoriale definito dallo stesso Stato ad alta pericolosità vulcanica. È urgente attivarsi, ed è appena il caso di ricordare che problematiche residenziali riguardano l’area metropolitana di Bagnoli quale esempio del controsenso: un sito questo, ubicato in zona rossa, dove è previsto sì la bonifica, ma anche un carico urbanistico di tutto rispetto. 

I sindacati e le organizzazioni di categoria poi e in genere, sono contrarie alle limitazioni dell’edilizia, perché il settore dei lavoratori edili è in crisi: chi va a spiegare a costoro che in nome dell’economia non si può mettere fuori sicurezza una zona ad alto rischio vulcanico, addirittura favorendo una antropizzazione già dai numeri spropositati, che oggi conta nella depressione calderica del super vulcano un numero di residenti doppio rispetto alla città di Venezia, o quasi pari al numero di abitanti di Genova…

A leggere i resoconti (2019) delle audizioni ad oggetto problematiche relative alla definizione delle istanze di condono edilizio legge regionale 21/2003 appare molto chiaro il pensiero dei sindaci del vesuviano e degli esperti chiamati a supportare i primi cittadini: l’eloquio degli oratori è intraprendente e ridondante. Il Vesuvio e la zona rossa è un problema di protezione civile affermano, che non va confuso con i piani di urbanizzazione comunale! Ovvero, dovranno essere i comuni a decidere dove possono ancora sorgere dimore e bisogna magari abrogare la legge 21 del 2003 e riscriverla velocemente e di sana pianta. Innanzitutto però, i sindaci chiedono il condono edilizio per le migliaia di pratiche che stipano gli uffici tecnici, perché non si può fare la traversata del deserto (audizione in commissione regionale) e tornare a mani vuote dai concittadini, e tra questi pure gli abusivi, che andrebbero invece ristorati amministrativamente, pena il risarcimento degli oneri di urbanizzazione già anticipati.

Invocare una legge contro l’edilizia residenziale in area vulcanica flegrea dicevamo è problematico, e gli amministratori pubblici hanno recepito tutte le acuzie che hanno individuato gli strategici colleghi del vesuviano, e non vogliono fare lo stesso “errore”. Costoro auspicano il varo di una legge per i Campi Flegrei che abbia possibilmente il ventre flaccido, e quindi consenta di coniugare il divieto di cementificare con la velata possibilità di poter manovrare senza enfasi e propaganda, direttamente sulle licenze edilizie, magari favorendo l'edificato in quelle zone cittadine che gli stessi comuni pretendono di accamparsi il diritto di classificarle come luoghi compatibili con il rischio vulcanico. Non a caso la municipalità di Pozzuoli non esclude di decentrare la zona abitata del Rione Terra a favore di altri siti periferici, secondo la personalissima visione che basta essere lontani dai fenomeni acuti del bradisismo per ritenersi al sicuro…

zona rossa Campi Flegrei


Su questo argomento il panorama politico regionale individua la sola consigliera  Maria Muscarà dei cinque stelle, come propositrice della legge ad oggetto:<< Norme urbanistiche per i comuni rientranti nelle zone a rischio vulcanico dell’area flegrea>>, depositata il 29 giugno 2016. I disposti contenuti in questa proposta, sono senza tentennamenti ed escludono a chiari lettere qualsiasi nuovo insediamento abitativo nella caldera flegrea, proibendo anche i cambi di destinazione d'uso da commerciale a residenziale, favorendo invece il processo inverso, cioè da dimora a struttura turistica o commerciale. Da esperti della sicurezza e del rischio vulcanico, non possiamo che condividere questa proposta che per essere efficace non può essere assolutamente portatrice di postille e comma che in qualche modo aprano una breccia nello stop al cemento, in quanto una possibile eruzione vulcanica può avvenire in un punto qualsiasi del pavimento calderico, e le possibili colate piroclastiche così come i prodotti piroclastici, possono colpire a chilometri di distanza dal centro o dai centri eruttivi. Insediare nuove costruzioni magari sui bordi calderici, non offre nessuna garanzia di sicurezza... 

Noi abbiamo il dovere morale di lasciare ai posteri un habitat migliore di come lo abbiamo trovato, magari maggiormente congeniale a una più sicura vivibilità morale e fisica, secondo politiche che possono andare solo nella direzione della salvaguardia e del recupero degli spazi. Non si vada però nella direzione suggerita da un ex sindaco del vesuviano, che si professò attento a certe necessità, e quindi affermò che avrebbe favorito la realizzazione di mansarde a spiovente col duplice scopo di scongiurare l’accumulo di cenere e lapilli e consentire l’abitabilità nelle nuove volumetrie sopraelevate senza consumare un solo centimetro di terreno… 

Il pericolo vulcanico nel flegreo è inquantificabile: non c’è alcuno che possa definire con certezza il livello di rischio che incombe sugli abitanti del super vulcano. È possibile stimare il rischio in senso concettuale, partendo da fatti un po' azzardati, come quello che un evento vulcanico può avere un indice di esplosività nella migliore delle ipotesi non eccedente VEI4: e poi conosciamo l’ammontare del valore esposto (550.000 ab.). Nella classica e semplificata formula del rischio (R= PxVe), occorre dire che l’uomo non potendo incidere sulla pericolosità vulcanica, può solo architettarsi per variare il valore esposto al ribasso, cioè il numero di abitanti. Se pensate che il capillare monitoraggio che caratterizza quest’area sia sufficiente a far assurgere il problema della sicurezza ai soli beni materiali siete fuori strada. La geologia non è una disciplina in tutti i casi esatta e ampiamente prevedibile nelle sue manifestazioni energetiche, neanche utilizzando un monitoraggio super tecnologico, soprattutto se il pericolo proviene dal profondo. Quindi, le politiche di sicurezza sono strettamente connesse con le politiche degli spazi. Senza spazi si è più vulnerabili: allora se più abitanti confluiscono nella caldera flegrea, tanto maggiore sarà il rischio e tanto minore le capacità di resilienza dei residenti che, in tutti i casi e a iniziare da Pozzuoli, il più popolato dei paesi flegrei,  devono avere o progettare vie di fuga orientate a nord, e non sul centro storico di Napoli. Quest’ultimo è in zona rossa 2, anche se si tituba a certificarlo e a definirne i contorni… 














lunedì 9 ottobre 2017

Rischio Vesuvio: zona rossa,abusi edilizi e il ddl Falanga... di MalKo





Napoli e il Vesuvio

Il fenomeno dell’abusivismo edilizio è sufficientemente esteso al punto da dare ad ogni cittadino che si propone di leggere minimamente il paesaggio che lo circonda, contezza diretta del fenomeno di fagocitazione del territorio da cemento residenziale.

In Campania il dato complessivo è numericamente impressionante, al punto da far profferire al governatore De Luca che non esistono cave a sufficienza per ospitare eventualmente i calcinacci delle demolizioni. Questa dismisura introduce alla riflessione che non ci sono stati neanche occhi a sufficienza per vedere e bloccare sul nascere la costruzione di migliaia di palazzi fuorilegge…

Nel vesuviano il fenomeno è talmente dilagante che in qualche paese la quantità di fabbricati abusivi sembra equivalere per numero i palazzi edificati con licenza edilizia. D’altro canto nella zona rossa Vesuvio classificata R1, vige la legge regionale 21/2003 che vieta la realizzazione di qualsiasi manufatto cementizio ad uso residenziale: misura assolutamente necessaria (come vedremo), per non aumentare il numero di abitanti nella plaga classificata a rischio eruttivo. Una sentenza del tribunale di Ottaviano non accordò a un ricorrente il diritto a edificare nonostante questi avesse una regolare licenza edilizia rilasciata antecedentemente al 2003. La motivazione fu chiara: in presenza di un rischio acclarato dalla scienza e dallo Stato non si può vantare alcun diritto retroattivo. Figuriamoci post 2003...

Il problema dei problemi in questo campo consiste proprio nell’ingente numero di abusi edilizi che costellano anche l’area vesuviana, con il dato tutt’altro marginale che le famiglie che si correlano ad ogni costruzione abusiva, alla fine costituiscono voti in abbondanza per garantire un grande risultato elettorale ai politici che reclamano una sanatoria premendo sulle direzioni partitiche e sui colleghi recalcitranti da indottrinare e convertire alla realpolitik: voto non olet!

Nessun sindaco oggi è nella condizione di abbattere “impunemente” un fabbricato abusivo a meno che l’immobile non appartenga a famiglie imbelli o l'opera cementizia fuorilegge è talmente appariscente o realizzata in un luogo veramente inaccettabile, che a lasciarla lì sarebbe controproducente per l'immagine di molti con sindaco in testa. Invero lo schiaffo è anche alla legalità che viene obliata sotto gli occhi delle letargiche autorità di polizia che non vedono neanche che sul Monte Somma incomincia a intravedersi a chilometri di distanza, qua e là qualche sbuffo di cemento che traspare tra la vegetazione in quota…

Sull’argomento abusivismo si registrano non pochi malumori, perché il decreto proposto dal senatore avv. Ciro Falanga, parlamentare che affonda il suo bacino di preferenze presumibilmente nel comprensorio torrese ubicato totalmente in zona rossa Vesuvio, prevede un certo indice di priorità degli abbattimenti delle costruzioni abusive, secondo logiche giuridiche  inveroconde che risparmierebbero alla fine i cosiddetti abusi di necessità.

In questo disegno di legge fortemente rimaneggiato dalle varie commissioni parlamentari perché improponibile nella sua stesura originale, è prevista la movimentazione delle poche ruspe che si riusciranno a finanziare, innanzitutto contro gli immobili di rilevante impatto ambientale o comunque costruiti su area demaniale o in zona soggetta a vincolo ambientale e paesaggistico o a vincolo sismico o a vincolo idrogeologico o a vincolo archeologico o storico-artistico.

L’attenzione dei cingolati passerebbe poi agli immobili che per qualunque motivo costituiscono un pericolo per la pubblica e privata incolumità, con scelte prioritarie da concordare con le autorità amministrative preposte.

Il testo del disegno di legge si concentrerebbe alfine sugli immobili che sono nella disponibilità di soggetti condannati per i reati di associazione mafiosa o associazione criminale o di soggetti ai quali sono state applicate misure gravi di prevenzione personali, patrimoniali e amministrative.

Nell'ambito di ciascuna tipologia, pur tenendo conto delle caratteristiche territoriali dove sorge l’abuso, alcuni criteri decisionali dovranno privilegiare gli abbattimenti di immobili in corso di costruzione o comunque non ultimati alla data della sentenza di condanna di primo grado e agli immobili non stabilmente abitati. In altre parole, se l’abuso edilizio riguarda una magione ordinariamente occupata bisogna andarci coi piedi di piombo…

La notizia che rimbalza nelle cronache, è che la discussione alla camera del decreto Falanga è rimandata di due settimane. Il testo infatti, che si prefigurava inizialmente come un cinico e furbo e mascherato condono edilizio, ancora non trova grandissima sponda parlamentare, perché lo Stato con questa proposta preannuncia bandiera bianca.

Non sono pochi quei parlamentari stimolati dai sindaci che auspicano l'approvazione del DL Falanga per accaparrarsi voti a sufficienza intanto nella prossima e vicina tornata elettorale, per fare il colpaccio alle spalle del prossimo futuro che perde “terreno sotto i piedi”.  Ci sarà poi tempo e modo per buttarla sul Trump di turno per garantirsi un’aureola di ambientalismo…

Con i pochi fondi a disposizione dicevamo, le ruspe dovrebbero puntare le costruzioni illegali ricadenti in zone salvaguardate da vincoli importanti. I legislatori però, forse come atto di gentilezza nei riguardi del primo firmatario della proposta di legge C.1994-B, hanno dimenticato di inserire nel disposto e tra i vincoli anche quello certificato di alta pericolosità vulcanica che grava interamente sulla zona rossa Vesuvio, composta da oltre venti comuni tra cui alcune municipalità napoletane.

zona rossa 1 e 2 - la zona ombrata intorno al cratere invece, corrisponde al territorio del parco nazionale Vesuvio.
Per chi non ha dimestichezza con la materia, la zona rossa Vesuvio ad alta pericolosità vulcanica è quella classificata R1: zona quest’ultima dove un documento dello Stato certifica che, in caso di ripresa dell’attività eruttiva, la zona potrebbe essere invasa dalle micidiali colate piroclastiche diversamente dette nubi ardenti. Le stesse valanghe fumanti che nel 79 d.C. calarono su Pompei ed Ercolano, vaporizzando con la loro elevatissima temperatura tutti gli ercolanesi che non riuscirono a fuggire dall’eruzione, mentre dei pompeiani ci restano solo i calchi.

Sotto la spinta di questa minaccia, la Regione Campania dicevamo, varò nel 2003 il DL regionale numero 21, che vieta qualsiasi costruzione capace di aumentare il numero di residenti nell’area vesuviana maggiormente a rischio: il rischio però, non è una costante immutabile con il tempo.

Esiste una formula che nella sua misura concettuale focalizza in che modo si crea una condizione di rischio esplicitando alcuni concetti che ci aiutano a inquadrare anche le problematiche di origine vulcanica, abusivismo compreso. R= P x Ve.

Per avere un fattore di rischio (R), è necessario che un pericolo (P), incomba su di un valore esposto (Ve) rappresentato nella sua forma più importante dalla vita umana.  Il rischio Vesuvio quindi, è dato dal pericolo eruttivo esplosivo quantificato oggi con una intensità eruttiva VEI 4 (sub pliniano), che grava almeno su 700.000 abitanti della plaga vesuviana.
E’ bene ricordare che tutti e due i fattori (P e Ve), non sono stabili nel tempo. Il pericolo (P) tende al rialzo con la quiescenza (t), tant’è che col passare degli anni il pronostico eruttivo si avvicina sempre di più a un’eruzione pliniana (VEI 5). In altre parole, per i residenti della zona rossa attuale, i decenni di pace geologica determinano un aumento del rischio non solo per l’intensità eruttiva pronosticabile, quanto per la distanza da percorrere per porsi fuori dalla portata delle colate piroclastiche.

Il numero di abitanti della plaga vesuviana può aumentare o diminuire a seconda delle politiche che si adottano anche sul fronte dell'abusivismo edilizio. Bisogna dare merito al presidente Bassolino che ebbe il coraggio di varare la legge regionale 21/2003 finalizzata a non aumentare il numero di abitanti grazie al blocco dell'edilizia. La lotta all'abusivismo era implicito nella norma, ovvero se non posso rilasciare licenze come posso assegnare condoni?...

Il numero di abitanti in zona rossa ha registrato qualche calo negli ultimi decenni nella parte super antropizzata di Portici e San Giorgio a Cremano, mentre in altre località il dato abitativo è piuttosto stabile o in aumento come ad esempio a San Giuseppe Vesuviano, Palma Campania o Nola. In tutti i casi bisognerebbe accendere i riflettori anche sull’implementazione degli stranieri che risiedono nella plaga vesuviana e sovente sono affittuari delle magioni abusive.

Mediamente quindi, possiamo dire che il numero di residenti nella zona rossa 1 è stabile, ma la crescita del pericolo eruttivo che marcia come dicevamo verso una intensità eruttiva VEI 5, ingloberà anno dopo anno nuovo territorio che sarà pericolosamente compromesso sommandosi all’attuale zona rossa 1 (R1). Da questo dato incontrovertibile, se ne ricava che anche la zona rossa 2 (R2) doveva essere preservata attraverso politiche residenziali di prevenzione delle catastrofi. L’attualità invece, lascia registrare che nella zona rossa 2 non c’è alcun vincolo vulcanico e si costruisce ancora con regolare licenza edilizia: esattamente come succede all'interno del super vulcano flegreo.

Atteso il fallimento di qualsiasi politica di delocalizzazione della popolazione vesuviana dall’area a maggior pericolo (R1), e la impossibilità di disinnescare o proteggersi dal pericolo eruttivo, bisogna convenire che per rendere il rischio Vesuvio nullo occorre agire sull’unico fattore che la formula R= P x VE  ci consente di manipolare: il valore esposto. In questo caso bisogna ridurre questo elemento a zero attraverso l’applicazione di un piano di evacuazione capace di spostare l’intera popolazione vesuviana a un limite di almeno 15 Km. dal centro eruttivo, tra l'altro in un tempo utile per sottrarsi alla furia del vulcano e dei suoi flussi piroclastici, ovvero dal suo indice di esplosività valutato con non poche critiche in VEI 4 invece che VEI 5.

Purtroppo e nonostante un battage pubblicitario di tutto rispetto, il piano di evacuazione non è ancora una realtà operativa. La strategia messa in campo dal dipartimento della protezione civile e dalla regione Campania, con le aree d’attesa comunali e poi quelle d’incontro extra comunali, rispecchia per linearità il termine con il quale coerentemente è stato appellato: piano di allontanamento. 

Le incongruenze di questo piano sono messe in evidenza platealmente dal comune di Nocera Inferiore (SA), che vede la sua stazione ferroviaria classificata come punto d’incontro per tre comuni vesuviani: Boscoreale, Boscotrecase e Torre Annunziata. Come se il comune di Nocera non fosse inserito nella zona gialla e fossero certificate previsioni di eruzione con diecine di giorni di anticipo... In qualità di esperti riteniamo che le perplessità espresse dal comune di Nocera siano più che fondate.
L'argomento come si vede è vastissimo. Vogliamo semplicemente concludere segnalando che sarebbe opportuno che nel disegno di legge Falanga venga introdotto anche il vincolo vulcanico, perché i limiti del parco nazionale Vesuvio sono di gran lunga inferiori rispetto all' estensione della zona rossa Vesuvio. Quindi non si dia per scontato che un vincolo vale l'altro... Un vincolo che tutela le piante o lo scavo archeologico, tra l'altro e senza sminuirne l'importanza, è diverso da quello che tutela la salvaguardia fisica degli esseri umani...

domenica 7 febbraio 2016

Rischio Vesuvio: vulcano o non vulcano? Questo è il problema... di Malko



Vesuvio

I dati che riguardano il numero di abusi edilizi perpetrati nella Regione Campania sono molto alti, anche se non è possibile contabilizzarli con precisione. Alcune fonti di un certo credito stimano in 175.000 gli immobili o le opere irregolari da sanare o abbattere, con migliaia di queste che affastellano proprio la zona vesuviana. Solo nel comune di Torre del Greco infatti, le pratiche di condono pare siano oltre diecimila. Un dato assolutamente drammatico per la sicurezza e l’ordine sociale, ma è anche un numero che da solo vale una congettura su un altrettanto e preoccupante fenomeno che si chiama accidia istituzionale, perché è impossibile che tante case possano sorgere dal nulla senza che i preposti all'ordine se ne avvedano… 

L’impasse dettato dalla tardiva legge regionale n° 21 del 2003 che stabilisce il divieto di edificare per usi residenziali nella zona ad alta pericolosità vulcanica, ovviamente va molto stretta agli imprenditori edili nel loro insieme, così come ai lavoratori dell’edilizia e a tutti quei cittadini che hanno poco provvidamente investito nel cemento irregolare all’ombra del Vesuvio. Una tale e folta lagnanza è pane per i denti della scaltra politica del consenso…

In ragione di un allarme sociale dovuto alle circa 70.000 sentenze di abbattimento emesse negli ultimi anni, la Procura della Repubblica di Torre Annunziata aveva provato nel 2013 a gestire almeno nel vesuviano questo dramma sociale, mettendo in campo delle logiche demolitive già adottate nel 2012 nel casertano a cura della Procura di Santa Maria Capua Vetere.
Nel nostro caso però, più che un protocollo operativo si è tentato di mettere insieme un concordato tra i comuni di Torre del Greco, Boscotrecase, Boscoreale, Trecase e il Parco Nazionale del Vesuvio e il Corpo Forestale dello Stato. Un dispositivo estendibile anche altrove per guadagnare tempo... Gli abbattimenti finanziati dal Parco avrebbero seguito nel loro incedere una sorta di cronologia del demerito: «Abbiamo individuato precisi criteri di priorità negli abbattimenti – riferì il procuratore capo - a partire dagli edifici che costituiscono pericolo per la pubblica e privata incolumità, le abitazioni occupate abusivamente, gli immobili utilizzati per attività criminose e i locali nella disponibilità di soggetti appartenenti a organizzazioni camorristiche fino ai fabbricati di rilevante impatto ambientale».



L'area del Parco Nazionale del Vesuvio

L’iniziativa doveva riguardare in prima battuta la demolizione di case all’interno del territorio del Parco Vesuvio, in modo che si ripristinasse la legalità nell’area protetta e si lanciasse contemporaneamente un monito a chi ritiene di aggirare le leggi edificando nottetempo sulla scorta di assicurazioni provenienti dalle zone opache del territorio.
La recente introduzione della linea nera Gurioli però, che circoscrive la zona a massima pericolosità vulcanica e sui cui vige il divieto di inedificabilità totale, contiene e racchiude interamente il limite territoriale del Parco Vesuvio.






 Vesuvio: la linea nera Gurioli circoscrive la zona a massima pericolosità vulcanica. All'interno di questo perimetro vige il divieto di edificare ad uso residenziale: legge regionale 21/2003.

Di fatto allora, la strada degli abbattimenti mirati delle case secondo un profilo criminogeno delle stesse non poteva e non può essere perseguito nel vesuviano, poiché la sicurezza ha una valenza superiore alla repressione del crimine. Rendiamo chiaro il concetto con un esempio: non possiamo blindare una scuola perché rubano i computer se mettendo sbarre alle porte e alle finestre non ci sono poi vie di fuga sufficienti da utilizzare in caso di incendio…Le norme di salvaguardia della vita umana infatti, si applicano a tutte le frange della popolazione senza subordine e senza alcuna distinzione di sorta. Nel caso in esame poi, il rischio è quello vulcanico, accertato non solo da documenti e relazioni scientifiche, ma sancito addirittura da un atto di governo.

L’invisa norma regionale (21/2003) anti edilizia nella zona rossa 1 del Vesuvio, risponde all’esigenza di non aumentare il Valore Esposto, cioè il numero di vite umane all’interno di una zona invadibile dai flussi piroclastici, che rimane il fenomeno più devastante in assoluto ma non unico, insito nelle eruzioni esplosive pliniane e sub pliniane.
Quale politica o accordo giuridico può quindi sanare o ritardare a tempo indeterminato l’abbattimento di un fabbricato abusivo fatto in un territorio che potrebbe essere spazzato via dalle colate piroclastiche senza certezze matematiche di previsione dell’evento e senza piano di evacuazione che è ancora in itinere? La norma che sancisce la totale inedificabilità a uso residenziale nel vesuviano, non è stata adottata per salvaguardare una cosa terza seppur importante, come il paesaggio o l’archeologia o la flora o la fauna o l’ambiente nella sua interezza, bensì è una legge varata per la tutela di un bene unico e irripetibile: la vita umana.

Addirittura, se volessimo adottare un elenco delle priorità di abbattimento in ordine alla sicurezza, l’inconfutabile formula del rischio: (Rischio= Pericolo X Valore Esposto), comporterebbe lo scientifico utilizzo delle ruspe innanzitutto contro gli immobili abusivi che registrano l’allocazione di famiglie particolarmente numerose. Una procedura che può sembrare un paradosso e che sarebbe socialmente invisa ma tecnicamente è ineccepibile, perché diminuendo il valore esposto si diminuisce l'indice di rischio. Addirittura in zona rossa 1 Vesuvio gli abbattimenti da concretizzarsi per ultimi dovrebbero essere proprio quelli che non comportano un carico abitativo stabile, cioè i fabbricati allo stato grezzo di spiccato, i manufatti per uso commerciale (magazzini e depositi) e le seconde case ad uso weekend e quelle turistiche. Ovviamente queste congetture sono molto diverse da quelle stabilite dalla procura che logicamente ha una sua naturale propensione verso la lotta al crimine: da qui le indicazioni degli interventi che vertevano e tenevano conto della qualità e quantità e finalità dell’infrazione edilizia.

La zona rossa suddivisa in R1 e R2. 
Intanto è al vaglio parlamentare una proposta di legge a firma del senatore verdiniano Ciro Falanga: il disegno di legge dal titolo Disposizioni in materia di criteri di priorità per l’esecuzione di procedure di demolizioni di manufatti abusivi, è stato già approvato al Senato e quindi è stato rinviato alla Camera dei deputati per il relativo iter procedurale e approvazione finale.
Nel prospetto di legge menzionato e di cui il senatore torrese è primo firmatario, si sono recuperati i parametri e le logiche di abbattimento già previsti dalla procura oplontina riportandoli nel disegno di legge. Le cronologie individuate dai procuratori per l’ordine di abbattimento, conferiscono al documento politico un alibi inoppugnabile di legalità per chi non vuole distinguere le due funzioni. 
La legge in questione propone, è bene ricordarlo,  questa scaletta di priorità d'intervento per smantellare i manufatti abusivi:
a) immobili che, per condizioni strutturali, caratteristiche o modalità costruttive ovvero per qualsiasi altro motivo, costituiscono un pericolo, già accertato, per la pubblica e privata incolumità, anche nel caso in cui l'immobile sia abitato o comunque utilizzato;
b)   immobili in corso di costruzione o comunque allo stato grezzo e non ultimati;
c)  immobili, anche abusivamente occupati, utilizzati per lo svolgimento di    attività criminali;
d) immobili di qualsiasi valore e dimensione, anche se abitati dai componenti della famiglia, nella disponibilità di soggetti condannati per i reati di cui all'articolo 416-bis del codice penale o per i delitti aggravati ai sensi dell'articolo 7 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 203, o di soggetti colpiti da misure di prevenzione irrevocabili ai sensi della legge 31 maggio 1965, n. 575, e del codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, di cui al decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159, e sempre che non siano acquisibili al patrimonio dello Stato;
e) immobili di rilevante impatto ambientale o costruiti su area demaniale o in zona soggetta a vincolo ambientale e paesaggistico ovvero a vincolo idrogeologico o a vincolo archeologico;
f) immobili di complessi o villaggi turistici o comunque oggetto di lottizzazione abusiva;
g)  immobili non stabilmente abitati (seconde case, case di vacanza);
h)  immobili adibiti ad attività produttive di tipo industriale o commerciale;
i)  immobili abitati, la cui titolarità è riconducibile a soggetti appartenenti a nuclei familiari che dispongano di altra soluzione abitativa;
l) altri immobili non compresi nelle categorie sopraindicate, ad eccezione di quelli di cui alla lettera m);
m) immobili abitati, la cui titolarità è riconducibile a soggetti appartenenti a nuclei familiari che non dispongano di altra soluzione abitativa, con contestuale comunicazione alle competenti amministrazioni comunali in caso di immobili in possesso di soggetti in stato di indigenza.

Se passa alla camera questa cronologia di abbattimenti, praticamente i casi che rientrano nelle lettere l) ed m) possono contare su di una sorta di immunità permanente dovuta alla farraginosità della burocrazia che ha bisogno di tempi lunghi per concordare la demolizione di un fabbricato. Anni d'implicita immunità... Una legge che in ragione delle logiche da formula inversa, consentirebbe viceversa di progettare l’abuso avendo l’accortezza di crearsi una situazione collocabile lontano dalle prime lettere, meglio ancora da lettera m) … Si resterebbe complessivamente abusivi, ma modicamente al sicuro dalle ruspe.

In realtà questa logica delle demolizioni non già per numero di protocollo ma, diciamo per tipologia di reato, nel caso dell’area vesuviana ad alta pericolosità vulcanica non dovrebbe essere una strada percorribile, perché lo Stato dovrebbe avere innanzitutto il dovere di provvedere alla sicurezza dei cittadini, e poi all’esigenza abitativa e non viceversa a scapito della salvaguardia di uomini, donne e bambini. Un particolare quello della linea nera Gurioli che le solerti amministrazioni comunali avevano forse e probabilmente dimenticato di portare all’attenzione della volenterosa e sovraccarica procura di Torre Annunziata.

Il nostro parere tecnico va sicuramente nella direzione di operare tenendo conto e ben distinguendo tra le opere abusive ricadenti all'interno del perimetro Gurioli dalle altre. Nella zona infra Gurioli infatti, vige la denominazione di zona ad alta pericolosità vulcanica, quindi si comprenderà che difficilmente potrà essere disposta una sanatoria edilizia, un condono o qualcosa che gli somigli, per evitare che sullo Stato ricada il ridicolo giurisprudenziale delle garanzie obliate. Chi sana il rischio?
Al di fuori di questo perimetro che pure doveva essere oggetto di regolamentazione edilizia, se la Regione Campania consente ai Comuni di Scafati e Poggiomarino di rilasciare ancora licenze edilizie, gli altri comuni o parte di essi oltre la linea nera potranno ben pretendere una sanatoria o una scaletta di priorità negli abbattimenti, in modo da salvare machiavellicamente capre e cavoli che, diciamolo ancora una volta,  hanno proliferato in un contesto di totale assenza di validi pastori istituzionali.
Una commissione d'inchiesta che accerti responsabilità nei mancati controlli sull'edilizia abusiva, dovrebbe essere il minimo sindacale dell'azione di un governo che governa, che prima ancora di qualsiasi formula alchimistica per fronteggiare il problema abbattimenti e condoni, dovrebbe innanzitutto individuare misure concrete di debellamento del fenomeno dell'abusivismo edilizio sul nascere e dei controlli che mancano.

Il ricatto lavorativo non è applicabile in una zona dove l'alito rovente (surges) del vulcano può vaporizzare con i suoi 500° C. tutto il materiale organico che incontra sul suo cammino, come successe in soli tre minuti ad Ercolano nel 79 d.C. .
Diversamente possiamo dichiarare il Vesuvio un vulcano estinto, cosicché facciamo fiorire il lavoro, le imprese, condoniamo le case abusive, favoriamo il business del cemento, offriamo maggiore tranquillità sociale e soprattutto dormiremmo meglio e risparmieremmo non poco tra commissioni e gruppi e affini che non sono a costo zero. Possiamo fare diverse cose, ma dobbiamo assolutamente evitare la margherita politica del rischio: vulcano sì, vulcano ni; vulcano sì,  vulcano ni...

In un sistema di tutela basato sulla prevenzione delle catastrofi, questo articolo doveva essere condensato in una nota a cura di chi ha compiti istituzionali di prevenzione. Magari scrivendo a tergo del DDL C.1994 quale suggerimento e per competenza, la seguente modifica alla lettera a): immobili che, per condizioni strutturali, caratteristiche o modalità costruttive, ovvero per ubicazione in zona ad alta pericolosità vulcanica o idrogeologica, costituiscano un pericolo già accertato, per la pubblica e privata incolumità, anche nel caso in cui l'immobile sia abitato o comunque utilizzato.

 Tutto qui!


lunedì 8 settembre 2014

Rischio Vesuvio: la piaga degli abusi edilizi...di Malko



Rischio Vesuvio: l’abusivismo edilizio in zona rossa è 
la vera piaga del vesuviano?  di MalKo

Il fenomeno dell’abusivismo edilizio all’ombra del Vesuvio accende sempre vivaci dibattiti perché ci sono molte code di paglia che hanno investito direttamente o indirettamente nel mattone selvaggio. Chi ha profuso soldi nell’abuso, generalmente non trova altra soluzione morale al malfatto, che accodarsi in silenzio alle chiacchiere del politico di turno che sbandiera in tutta libertà il bisogno come motore dell’illegalità perpetrata. A dirla tutta invece, i veri bisognosi non hanno nelle loro possibilità i soldi necessari a mettere su la palazzina abusiva. Infatti, non sfuggirà all’attento lettore, che per la semplice ristrutturazione di un bagno, tra l’altro piccolo, occorrono circa seimila euro… con le dovute proporzioni si facciano un po’ i conti sui costi di un fabbricato, anche di un solo piano. Scavo; piattaforma di base e isolamento; plinti o  solaio rovescio; spiccato; solai di piano; copertura; tompagni e divisori; intonaco; impianto fognario; impianti tecnologici (luce, gas e acqua); pavimenti e rivestimenti;  pittura ed altro…

L’abusivismo ha varie sfaccettature che vanno da quelle economiche consistenti nell’assenza di fatture a quelle che riguardano la sicurezza letteralmente obliata dalle ditte che operano notte tempo sovente senza alcun progetto esecutivo affidandosi spesso completamente al capo mastro e una manovalanza non sempre inquadrata.
La politica conosce molto bene il problema condoni edilizi e di quanti consensi se ne possono ricavare senza esosi contropartite a danno del “solo” territorio in tutte le sue accezioni. Un conto che in area vesuviana nella migliore delle ipotesi dovrà essere pagato dalle generazioni future, che potrebbero vedersi presentare la ricevuta fiscale sotto forma di un possibile evento da cigno nero, favorito purtroppo dall’inusitato affollamento areale. In realtà la corsa al condono è dettato dall’esigenza di assegnare intanto un valore al manufatto abusivo. Senza accatastamento infatti, il prezzo dell’immobile crolla…

A dirla proprio tutta la faccenda è grave e bisogna incominciare a connotarla nelle sue giuste dimensioni. L’aumento indiscriminato della popolazione in zona rossa attraverso l’abusivismo edilizio, visto che non si rilasciano più licenze, gridiamolo pure aumenta intanto i fattori di rischio degli abitanti che risiedono nella plaga vesuviana da tempo rispettando le regole. Quindi, l’abusivismo e poi i condoni, minano immediatamente il territorio e la sicurezza di quelli insediati con le carte in regola, e ancora espongono le generazioni future a un rischio maggiore a causa dell’aumento del pericolo, perché secondo la scienza, con il tempo cresce la possibilità che l’eruzione che verrà abbia un indice energetico decisamente più alto delle stime probabilistiche attuali.

Come sia possibile con siffatte premesse che lo Stato posso favorire i condoni edilizi in una zona dallo stesso Stato classificato a rischio altissimo è un mistero giuridico. Un altro mistero è come sia stato possibile in alcune cittadine il dilagare del fenomeno abusivismo edilizio a livelli tali da generare un paese nel paese…da qui la richiesta che riproponiamo con forza al premier Matteo Renzi, di una commissione d’inchiesta parlamentare che faccia luce sul fenomeno.

Se la regione Campania procede con il condono edilizio e la riattazione dei ruderi a scopo abitativo, dovrà sperare per il futuro che la pace vulcanica sia una costante, perché potrebbe rischiare denunce per colpa cosciente, una particolare e grave imputazione giuridica molto concreta e che invitiamo i nostri lettori ad approfondire.

Il fenomeno dell’abuso edilizio ha assunto dimensioni drammatiche al punto che difficilmente sarà possibile procedere agli abbattimenti di migliaia di edifici. Il dato l’abbiamo recepito, concordiamo e ne discuteremo. Intanto sorge la necessità di porre veramente la parola fine a ulteriori insediamenti residenziali nel settore a rischio vulcanico. Solo dopo aver fissato un inamovibile paletto e aver profferito nei fatti la parola basta! si potrà procedere per decidere la sorte degli immobili abusivi. Le istituzioni intanto escano dallo stato di accidia in cui versano... 

Secondo la nostra idea, chi ha costruito abusivamente non può vedersi riconosciuto il diritto al condono, perché non può esserci un passaggio di proprietà di un manufatto localizzato in un settore a rischio vitale formalizzato con atti scritti dall’ex premier Letta come spesso si pubblicizza con enfasi. Chi ha costruito si assuma la responsabilità della colpa e del bisogno conclamato, abitandoci direttamente e senza lasciti di rischio a chicchessia. Questo deve valere per i soli abusi cosiddetti di necessità che comportano già una situazione di domicilio conclamato. Per tutte le altre costruzioni, spiccati e palazzine e rustici e fabbricati allo stato grezzo o disabitati, tale regola non può valere perché non c’è una situazione di allarme sociale o di emergenza abitativa. All'uopo si vigili attentamente perchè il tamburo del condono genera astuzie.

La polvere da sparo ha rivoluzionato il modo di colpire da lontano senza neanche guardare negli occhi il colpito: per la coscienza risulta molto più facile e accettabile… figuriamoci quanta coscienza occorre nella tutela di una generazione che ancora deve fare la sua comparsa sul pianeta Terra e che si ritroverà immersa tra cento anni in una calca forse col dubbio amletico se conviene affrontare l’ira del vulcano o la folla impazzita… Il futuro è sempre incerto, ma quello che sarà dipende intanto pure da noi.