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venerdì 4 settembre 2015

Rischio vulcanico ai Campi Flegrei: bradisismo, magma e ricerca scientifica... di MalKo



Bordo occidentale Vulcano Solfatara - Pozzuoli - Campi Flegrei

A leggere i resoconti delle situazione di rischio che caratterizzano nell’odierno i distretti vulcanici napoletani, per una serie di considerazioni i Campi Flegrei sono quelli che destano qualche preoccupazione in più. Lo dice lo stato di attenzione vulcanica a cui è sottoposta l’area calderica e principalmente la zona puteolana dove i valori geochimici e geofisici segnano mutamenti significativi e al rialzo.
Il Dott. Giovanni Chiodini, dirigente di ricerca dell’INGV – Osservatorio Vesuviano, in una interessantissima relazione chiarisce subito che i primi segnali di variazione dello stato di geo quiescenza dei Campi Flegrei si ebbero nel 2000 con una condizione di subsidenza dei suoli. Nel 2005 il fenomeno subisce un’inversione di tendenza e compare un bradisismo negativo che inizia a sollevare i terreni puteolani verso l’alto. L’area ad est della Solfatara comprendente i settori Pisciarelli e Scarfoglio, è sicuramente quella delle evidenze di questi cambiamenti con aumenti di temperatura e soprattutto di importanti emissioni di anidride carbonica dal sottosuolo.
Nel mese di Gennaio 2015 questa zona di degassamento emetteva circa 3000 tonnellate di anidride carbonica al giorno, collocandosi come sorgente naturale tra i primi dieci siti mondiali. Un valore che si registra di solito dai crateri attivi aggiunge Chiodini…
Il ricercatore conclude sottolineando che una eventuale trivellazione in questa zona sarebbe certamente una pratica che cozzerebbe frontalmente con il principio di precauzione, perché una tale portata di anidride carbonica a ridosso dei fabbricati non ha certamente bisogno di essere incrementata da interventi meccanici di fratturazione in un sottosuolo già ribollente e pregno di gas e vapori…

Con questa premessa introduciamo il recente studio a firma dei ricercatori dott. Luca D’Auria (INGV) e dott. Susi Pepe (CNR), che individuano in una sorta di iniezione magmatica il motivo del bradisismo flegreo, cioè l’innalzamento dei suoli, almeno nel periodo compreso da Gennaio 2012 a Giugno 2013. Secondo gli esperti, un filone di magma da una profondità di circa 8 chilometri, quota che localizza l’attuale ed estesa camera magmatica, si è diretto verso la superficie senza raggiungerla. Infatti, il magma in ascesa si è introdotto tra i vari strati crostali raggiungendo la quota di 3 chilometri per poi espandersi in senso orizzontale costituendo una sorta di lago magmatico sotterraneo (vedi disegno).
Schema (bozza) orientativo situazione del sottosuolo flegreo
La caldera vulcanica dei Campi Flegrei viene spesso citata quale sede di un super vulcano, tra l’altro dove dimorano migliaia e migliaia di persone. Una possibile eruzione potrebbe investire anche la città di Napoli, è questo spiega perché il sito è continuamente monitorato e genera apprensioni ad ogni piccolo mutamento.
Il Dott. Luca D’Auria, ricercatore dell’INGV, ha proprio la responsabilità della sala di monitoraggio dell’Osservatorio Vesuviano, ed ha condotto insieme a colleghi del CNR questa interessantissima ricerca che sembra fugare i dubbi circa l’origine del fenomeno bradisismico recente. Approfittiamo quindi di questa gentile disponibilità per approfondire l’argomento.

Dott. D’Auria, cosa hanno indicato i satelliti circa le deformazione del suolo ai Campi Flegrei?
Che tra il 2012 ed il 2013 all’interno dei Campi Flegrei c’è stato un aumento di volume di circa 4 milioni di metri cubi. Le nostre analisi hanno rivelato che questo incremento volumetrico è stato causato dall’espansione di una piccola camera magmatica superficiale, con una forma molto appiattita. Tecnicamente questo tipo di strutture geologiche è nota come sill.

E’ stata accertata l’intrusione magmatica all’origine del bradisismo recente? Esiste un punto d’iniezione preciso o la risalita del magma è diffusa seppur localizzata in una determinata zona flegrea?
Possiamo affermare che si tratta di magma anche attraverso il confronto con altre misure: ad esempio la composizione chimica delle fumarole. Dopo la crisi bradisismica del 1982-1984, anch’essa di origine prevalentemente magmatica, il movimento del suolo ai Campi Flegrei è stato causato essenzialmente dai fluidi idrotermali (acqua, gas e vapore) che permeano il sottosuolo calderico. Ogni volta che fluidi idrotermali vengono iniettati nelle rocce del sottosuolo flegreo, causano un piccolo sollevamento del suolo e, con mesi di ritardo, un cambiamento nella composizione chimica delle fumarole. In genere questi piccoli sollevamenti sono temporanei, perché il gas viene gradualmente disperso nell’atmosfera ed il suolo torna ad abbassarsi. Uno di questo episodi è accaduto ad esempio tra il 2006 ed il 2007.  Tra il 2012 ed il 2013, invece, il sollevamento del suolo non è stato seguito da importanti variazioni nella composizione delle fumarole e soprattutto il sollevamento è stato permanente. Tutte queste evidenze indicano abbastanza chiaramente che si è trattato principalmente di un’iniezione di magma.
Il punto da cui risale il magma è grossomodo localizzato al centro della caldera, ovvero al di sotto del Rione Terra a Pozzuoli. Quindi, arrivato a circa 3 chilometri di profondità, il magma ha smesso di salire e si è distribuito orizzontalmente in un raggio di pochi chilometri.

Rione Terra - Pozzuoli - Campi Flegrei
 Potremmo definire questa ascesa di magma una mancata eruzione?
E’ difficile rispondere a questa domanda. Ai Campi Flegrei, cosi come in altri vulcani simili, queste intrusioni superficiali di magma potrebbero essere molto più comuni delle eruzioni. Quindi, probabilmente è più corretto definire le eruzioni come “mancate intrusioni”.

I volumi di magma iniettati verso la superficie senza raggiungerla, sono inferiori a quelli che caratterizzarono l’eruzione del Monte Nuovo?
La quantità di magma iniettato (4 milioni di metri cubi) è piccola ma è dello stesso ordine di grandezza del magma emesso durante le eruzioni minori dei Campi Flegrei, come ad esempio quella di Monte Nuovo. C’è però da considerare che durante un’eruzione solo una piccola percentuale del magma presente nella camera magmatica viene effettivamente eruttata. Prima dell’eruzione di Monte Nuovo, infatti, il sollevamento del suolo ai Campi Flegrei fu molto rilevante, forse anche più di 10 metri.  Questo significa che l’iniezione di queste piccole quantità di magma, che tra l’altro si raffreddano e solidificano molto rapidamente, non dovrebbe essere particolarmente allarmante. Ogni episodio di sollevamento, comunque, viene attentamente seguito dai sistemi di monitoraggio.

Si ha l’impressione, anche valutando una serie di dati, che il processo ascendente del magma in questione, non abbia prodotto particolari dirompenze magari in termini di terremoti: è così?
Il processo fisico dell’intrusione del magma all’interno del sill è abbastanza “silenzioso”. Ciò non toglie che durante crisi violente, come quella bradisismica del 1982-84, la deformazione del suolo sia in grado da causare numerosi terremoti. Durante quella crisi, infatti, furono registrati ai Campi Flegrei circa 16000 terremoti, con magnitudo fino a 4. Nell’ultimo decennio, invece, ai Campi Flegrei ci sono in media solo un centinaio di piccoli terremoti ogni anno, con magnitudo sempre inferiori a 2.
Tuttavia, prima di una eventuale eruzione, il magma dovrà farsi strada attraverso circa 3 chilometri di rocce fragili. Sicuramente sarà un processo che non passerà inosservato e che consentirà di stimare l’avvicinarsi di una eventuale eruzione.

Il dato sismico fino a che punto può essere definito un precursore eruttivo in una zona calderica dove i sollevamenti si contano a metri e gli eventi sismici a migliaia in particolari periodi di crisi ad oggi sempre rientrate?
La previsione delle eruzioni, in particolar modo nelle caldere, si deve basare necessariamente sull’analisi contemporanea di diversi tipi di misure (terremoti, deformazioni, composizione chimica dei gas, etc…). Solo in questo modo è possibile avere una visione ragionevole di quello che accade all’interno del vulcano.
Inoltre, l’uso di tecniche di analisi avanzate, come quella che abbiamo recentemente proposto per i Campi Flegrei, aiuta a comprendere con maggiore chiarezza i processi che avvengono nel vulcano, e quindi a fornire uno strumento che non è solo di interesse scientifico, ma che può avere anche risvolti pratici in situazioni di emergenza.
Il vulcano Solfatara - Pozzuoli - Campi Flegrei


Secondo le sue conoscenze e studi effettuati sull’argomento, cosa sta succedendo al di sotto dei Campi Flegrei? Le trivellazioni in area calderica sono pericolose soprattutto alla luce della Sua recente scoperta?
I Campi Flegrei attraversano una fase di irrequietezza che si protrae probabilmente sin dagli anni ’50 del secolo scorso. In questo periodo i Campi Flegrei hanno alternato periodi di tranquillità a fasi di rapido sollevamento del suolo, verosimilmente causati dall’iniezione di magma a profondità più superficiali.
La quantità di magma iniettato ogni volta è stata di piccola entità e si è quindi già solidificato. La mia opinione è che in questo momento non vi siano rilevanti quantità di magma fuso a profondità superficiali (circa 3 chilometri).
Purtroppo non possiamo prevedere quello che succederà nei prossimi anni o decenni. Quello che facciamo è monitorare costantemente il vulcano alla ricerca anche di piccoli segnali che indichino un cambiamento nella sua attività.
Per quanto riguarda le trivellazioni a scopo scientifico, personalmente non ritengo comportino rischi significativi. Diverse trivellazioni profonde effettuate nei decenni scorsi ai Campi Flegrei non hanno prodotto alcun effetto particolare. Una perforazione avente lo scopo di studiare la struttura del vulcano, in particolare nell’area del Golfo di Pozzuoli che è ancora poco conosciuta, sarebbe sicuramente di utilità anche per interpretare meglio eventuali segnali precursori di una possibile futura eruzione.

La previsione degli eventi simici a che punto è?
Sfortunatamente la previsione dei terremoti, nonostante decenni di studi, non ha prodotto ancora risultati che possano essere di utilità. Al contrario sono stati fatti grossi passi avanti nella mitigazione del rischio sismico. Oggi esistono, almeno per l’area italiana, delle mappe del rischio molto accurate anche se, purtroppo, raramente vengono prese in giusta considerazione da chi dovrebbe amministrare il territorio. Inoltre, nell’ultimo decennio, sono stati sviluppati sistemi di Early Warning sismico, che forniscono tempestivamente un allarme appena inizia un forte terremoto.
Diverso è il discorso per la previsione delle eruzioni che, negli ultimi tempi ha fatto enormi passi in avanti. La maggior parte delle eruzioni avvenute negli ultimi decenni sono state previste ed è stato possibile evacuare la popolazione a rischio. Rimane ancora molto da imparare, ma il rapido sviluppo delle tecnologie di monitoraggio (satellitari e terrestri) e l’avanzamento delle conoscenze scientifiche per la sorveglianza dei vulcani, procedono speditamente.

Esprimiamo un particolare ringraziamento al Dott. Luca D’Auria per la importante intervista che ci ha rilasciato, tra l’altro con una chiarezza ideale per la diffusione scientifica di argomenti che riguardano aspetti particolarmente complessi del nostro territorio vulcanico.


sabato 29 agosto 2015

Rischio Vesuvio e Campi Flegrei: timori da prima pagina...di MalKo

Macellum - Pozzuoli (Campi Flegrei)

Gli allarmi di questi giorni a proposito del Vesuvio e dell’imminenza di una eruzione, sono partiti presumibilmente e involontariamente da una sbagliata associazione di idee che hanno seguito la notizia concernente la scoperta fatta da alcuni ricercatori, tra cui dott. Luca D’Auria dell’INGV e dott.ssa Susi Pepe del CNR. La novità proposta da questo studio consiste nell’aver individuato attraverso la precisione millimetrica dei satelliti di nuova generazione, alcuni meccanismi all’origine del bradisismo flegreo che dal 2012 al mese di giugno 2013 hanno caratterizzato il sollevamento dell’area puteolana di circa 10 centimetri.

Campi Flegrei: la zona scura indica il picco bradisismico

Secondo i dati dei due esperti infatti, il bradisismo di questo periodo è stato causato non già da condizioni fluidodinamiche ma da una intrusione di magma che da 8 – 10 chilometri di profondità ha raggiunto i 3 chilometri dalla superficie, per poi espandersi in senso orizzontale dando luogo a una sorta di scudo o lamina o lago o spessore per rimanere nella sfera degli esempi adottati dalla stampa, largo alcuni chilometri. 

Il Prof. Giuseppe Mastrolorenzo, intervistato da più organi di stampa sugli aspetti vulcanologici di questa recentissima scoperta, ha sottolineato come in una precedente pubblicazione scientifica coprodotta insieme alla dott.ssa Lucia Pappalardo, oltre a confermare l’esistenza di un bacino magmatico superficiale e unico per i Campi Flegrei e per il Vesuvio, metteva in risalto la possibilità che i tempi di risalita del magma potevano essere ben più rapidi rispetto ad alcune proiezioni ottimistiche del passato.  
Col fine di portare un contributo scientifico divulgativo alla faccenda, abbiamo chiesto al Professor Giuseppe Mastrolorenzo di rilasciarci un’intervista sui punti più salienti che riguardano l’area vulcanica napoletana, anche alla luce dei recenti fatti di attualità legati alle trivellazioni e alle richieste di sfruttamento geotermico nell’area calderica flegrea e quella insulare di Ischia. Poi c’è l’annoso problema dei piani di evacuazione.
Schema del Deep Drilling Project (CFDDP)

Professore, un’unica grande camera magmatica quindi…

La prima evidenza di un’unica camera magmatica comune a Vesuvio e Campi Flegrei è stata presentata da me e dalla Dott.ssa Lucia Pappalardo sulla testata internazionale Scientific Reports del gruppo Nature nell’ottobre del 2012. L’iniziativa ebbe un grosso impatto mediatico perché confermava la presenza di una enorme riserva di magma già differenziato e quindi pronto ad essere eruttato anche in tempi brevi. Sulla base delle nostre ricerche magmatologiche, la sommità della camera magmatica ritenemmo che poteva ben localizzarsi mediamente a 8 chilometri dalla superficie. Fu la prima volta che grazie allo studio della composizione e dei rapporti isotopici delle rocce eruttate dal Vesuvio e dai Campi Flegrei si poté individuare una origine comune ai due vulcani napoletani.


Questa scoperta del Dott. Luca D’Auria (INGV) ed altri, cosa aggiunge in termini di conoscenza circa i processi vulcanici dell’area flegrea?

La recente pubblicazione di D’Auria ed altri ricercatori dell’INGV e del CNR sulla stessa rivista Scientific Reports accennata in precedenza, ha confermato le conclusioni riportate sulle nostre pubblicazioni. In base ai loro studi sulla crisi bradisismica del 2012 – 2013, una massa magmatica sarebbe risalita dalla camera superficiale e “fortunatamente” si sarebbe espansa orizzontalmente alla profondità di 3 chilometri nell’area puteolana formando un esteso sill senza causare eruzione.
I vulcani hanno proprio questo tipo di funzionamento, con il magma che può risalire dalla camera magmatica arrestandosi a varie profondità o raggiungere la superficie producendo un’eruzione. Le nostre conoscenza sui sistemi vulcanici non ci consentono di prevedere l’evoluzione di tali processi che possiamo solo ipotizzarli. Quello che possiamo osservare direttamente invece è l’eruzione: ma questa potrebbe essere una magra consolazione in un contesto urbanizzato come il nostro. E’ grave invece, che pur sapendo della possibile presenza di corpi magmatici attivi nella caldera dei Campi Flegrei, nel 2012 mentre il magma risaliva si trivellava il suolo di Bagnoli.


Questa novità dell’iniezione di magma verso la superficie non sembra sia stata colta in precedenza dalla catena di monitoraggio esistente…

I sistemi di monitoraggio rilevano le variazione di parametri fisici e chimici mentre la determinazione delle cause di tali variazioni è oggetto di speculazione scientifica. In pratica anche con le metodologie più avanzate non è possibile definire con certezza parametri geometrici fisici ed evolutivi di strutture profonde quali i sistemi magmatici. Usiamo una serie di indirizzi e modelli generali per ipotizzare quello che avviene in profondità, e da questo deriva l’intrinseca imprevedibilità delle eruzioni vulcaniche. I sistemi magmatici non sono per niente semplici e annoverano una moltitudine di variabili per lo più sconosciute. Quindi, non ha alcun senso parlare di prevedibilità del fenomeno in sistemi così complessi. I dati del monitoraggio forniscono solo indirizzi da inserire in modelli del sottosuolo scarsamente definiti per formulare ipotesi.
 Vulcano Solfatara - Pozzuoli (Campi Flegrei)

Il direttore dell’Osservatorio Vesuviano ha emanato precipitosamente un bollettino per tranquillizzare quanti si sono allarmati a causa di alcuni articoli di stampa ad oggetto il Vesuvio e una possibile ripresa eruttiva. Non sfugge niente geologicamente parlando all’Osservatorio?

Una cosa è rilevare eventi sismici anche molto deboli così come minime deformazioni del suolo e modificazione dei flussi e della composizione chimica e della temperatura dei gas fumarolici e un'altra e ben diversa è la previsione delle eruzioni. Il monitoraggio ci consente di definire con accuratezza i cambiamenti che avvengono in superficie o anche a modesta profondità e in alcuni punti, ma il monitoraggio non consente alcuna previsione per il futuro. Il monitoraggio può avere una sua importanza per confermare o rigettare modelli interpretativi ed avrebbe un valore una volta scelte delle soglie di riferimento che sarebbero comunque arbitrarie per l’attivazione di un piano di evacuazione. Tra l’altro piani che al momento mancano esponendo oltre misura i 3 milioni di abitanti che vivono nei distretti vulcanici napoletani.

Rione Terra Pozzuoli -  (Campi Flegrei)
Le perforazioni in genere in un’area appunto come quella flegrea o ischitana potrebbero portare elementi utili alla prevenzione delle catastrofi?

Come dimostrano i vari disastri avvenuti a seguito di trivellazioni anche in zone per niente sismiche e vulcaniche, è quanto mai opportuno impedire qualsiasi attività di trivellazione superficiale o profonda, soprattutto nelle aree urbanizzate a tutela della collettività.
Per la zona dei Campi Flegrei e per quella di Ischia da tempo mi batto negli ambiti scientifici e istituzionali e governativi per impedire l’effettuazione di perforazioni soprattutto con estrazione e reiniezione dei fluidi sia per scopi scientifici che industriali legati all’energia geotermica. Non si può non condannare la trivellazione operata proprio nei suoli di Bagnoli nel 2012 con una crisi bradisismica in atto in una condizione di misura dei parametri controllati che hanno poi richiesto il passaggio alla fase di attenzione vulcanica come dai modelli di allerta vigenti. La perforazione si è fermata a 520 metri, ma se continuava avrebbe potuto attraversare l’esteso corpo magmatico ubicato a 3 chilometri di profondità con conseguenze non prevedibili ma certamente contrarie a qualsiasi principio di precauzione.

In zone vulcaniche ad altissimo rischio come il Vesuvio e i Campi Flegrei, la mancata redazione dei piani di evacuazione è come un pronto soccorso senza medicinali…

Il piano di evacuazione è l’unica difesa a fronte del rischio a cui sono sottoposte le popolazioni che abitano in aree vulcaniche per l’imprevedibilità del fenomeno eruttivo. Piani che da moltissimi anni ne invoco la disponibilità e che puntualmente viene riferito che sono nella imminenza della pubblicazione ma che di fatto ancora non esistono… Procedere con le rassicurazioni soprattutto da parte dei vertici istituzionali può avere una valenza solo nell’immediato, all’atto dell’affermazione, che potrebbe rivelarsi fallace già nei giorni successivi. Con questo si vuole dire che oggi non c’è allarme, ma è bene sottolineare che la previsione degli eventi vulcanici non è ancora alla nostra portata e che l’unica difesa realmente concreta è la prevenzione delle catastrofi: una disciplina poco o per niente applicata.

Ringraziamo per la cortese attenzione e per il tempo che ci ha dedicato il Professor Giuseppe Mastrolorenzo, primo ricercatore presso il prestigioso Osservatorio Vesuviano (INGV) di Napoli.

Al termine di questa intervista occorre ribadire alcuni importanti concetti: innanzitutto che il Vesuvio permane ad oggi in uno stato di quiescenza e chi ha responsabilità istituzionali  bene ha fatto a puntualizzare l’assenza del rischio eruttivo a breve,  ma avrebbe fatto ancora meglio se approfittando del picco mediatico avesse puntato il dito contro le mancate politiche di prevenzione che hanno reso le zone vulcaniche napoletane tra le più abitate al mondo e per questo le più rischiose del Pianeta.

L’oggetto dell’attenzione giornalistica doveva concentrarsi sui Campi Flegrei, dicevamo, e non solo per le particolarità calderiche da super vulcano. All’interno dell’area puteolana infatti, si è riscontrata un’intrusione magmatica che dovrà essere meglio studiata per capire come si colloca il fenomeno in un contesto di conclamato stato di attenzione vulcanica, che potrebbe essere forse pure rivisto al rialzo qualora i dati geochimici e geofisici dovessero attestare una impennata bradisismica indotta dal materiale magmatico.

I piani d’emergenza comprensivi di quelli di evacuazione tardano a concretizzarsi come documentazione ufficiale da sintetizzare poi sotto forma di memorandum per i cittadini. Per il resto gli argomenti scientifici e tecnici e politici che riguardano direttamente e indirettamente la platea a rischio vulcanico, devono battere strade nuove con sensibilità nuove, e i problemi devono essere affrontati non già con machiavellismo ma con la convinzione che mai più debbano piovere petali rosa su un mondo istituzionale ingiustificatamente ed eccessivamente distratto…

lunedì 24 agosto 2015

I vulcani Marsili, Campi Flegrei e Ischia: terre per il geotermico? Intanto il Vesuvio… ” di MalKo



La zona dei Campi Flegrei: quartieri Bagnoli e Fuorigrotta.
L’uomo ha sempre avuto sete di energia. Per produrla ha iniziato a bruciare legna, poi ha continuato col carbone ed ancora il petrolio che rimane la fonte energetica principale, anche se non pochi e già da tempo sfruttano il nucleare per produrre elettricità, ad eccezione dell’Italia che lo ha bandito e che punta sulle risorse rinnovabili come l’eolico e il fotovoltaico e il geotermico.  

In realtà l’eolico e il fotovoltaico sembrano energie più da propensione ambientale che da straordinario ed effettivo rendimento elettrico, atteso che una lattina di benzina (oggi) ha una capacità energetica di gran lunga superiore a un concentrato eolico o di radiazioni solari: elementi quest’ultimi inesorabilmente legati alle condizioni atmosferiche e alla rotazione terrestre.

Neanche l’energia prodotta dalle biomasse vegetali attraverso processi termochimici, biologici e fisici risultano (oggi) particolarmente convenienti per le non semplici modalità di trasformazione del prodotto e per una serie di implicazione anche morali a proposito dell’agricoltura che dovrebbe avere il principale ruolo di sfamare il Pianeta e non quello di produrre energia. Il metano pare sia allora la risorsa su cui puntare nel medio futuro, perché per quantità stimate nei giacimenti, potrebbe essere un sostituto energeticamente valido rispetto all’aborrito nucleare: un gas su cui molto probabilmente bisognerà puntare… 

Oltre all’idroelettrico, nel nostro Paese sta prendendo vigore lo sfruttamento delle risorse geotermiche di cui l’Italia vanta una primogenitura con gli impianti industriali di Larderello. Attraverso una serie di liberalizzazioni e concetti discutibili a proposito dell’interesse nazionale, sono nate numerose società che hanno avanzato richiesta di sfruttamento geotermico con alcune proposte attualmente al vaglio del Ministero dell’Ambiente che dovrà pronunciarsi sulla valutazione d’impatto ambientale (VIA). Ovviamente quasi tutti i luoghi della Terra possono attingere a questa risorsa energetica da raggiungere con le perforazioni, che sarà tanto più conveniente quanto minori saranno le profondità di captazione dei fluidi caldi, che saranno giudicati ottimali non solo in ragione delle elevate temperature ma anche delle concentrazioni saline che dovranno essere veramente minime. Fluidi ricchi di sostanze corrosive infatti, costituirebbero un serio problema per tubazioni e impianti di produzione.

D’altra parte il geotermico richiede generalmente operazione di trivellazione che anche nelle zone calde necessitano di profondità di diverse centinaia di metri. Le trivellazioni (oggi) sono invise a buona parte dell’opinione pubblica, probabilmente per la proliferazione della pratica che si sta intensificando sia in mare che sulla terra ferma. Le perforazioni a prescindere dall’uso eccessivo e successivo non avvengono di solito in un corpo omogeneo e monolitico, bensì in un sottosuolo fatto a strati in cui coesistono spessori liquidi e intermedi e disomogenei e rocciosi che si interallacciano e si scambiano elementi, chimismi e calore con interazioni raramente conosciute in anticipo.  In altre parole le operazioni di trivellazione contengono quasi sempre alcuni elementi di rischio ambientale difficili da valutare in partenza come i benefici, per cui si ricorre a impianti pilota. Rischi che si accentuano enormemente in aree sismiche e vulcaniche perché il sottosuolo in questo caso potrebbe essere particolarmente stressato e anche un piccolo elemento perturbante dovuto alla perforazione o alla reiniezione dei fluidi captati, potrebbero indurre subsidenze o eventi sismici e altro. Una quantificazione generale del rischio che potrebbe assurgere a valori inaccettabili qualora le trivellazioni dovessero realizzarsi in zone densamente abitate con infrastrutture di rilievo e nel nostro caso metropolitane.

In prima battuta un interessante progetto di sfruttamento geotermico era stato predisposto per il seamount Marsili; vulcano addormentato nelle profondità del mare Tirreno Meridionale. Tra l’altro il progetto non prevedeva neanche una valutazione d’impatto ambientale. Probabilmente perché il Marsili poggia sul fondo del mare a oltre 80 chilometri dalla costa più vicina; forse, in assenza di valore esposto si riteneva erroneamente che il progetto potesse conformarsi come esente da rischi… Ma il mare non è un elemento statico, e in realtà allarmi erano stati già lanciati in precedenza da emeriti studiosi, a proposito del rischio frane insito sui versanti scoscesi e flaccidi del poderoso vulcano sottomarino. Frane che avrebbero potuto innescare terribili onde di maremoto si ripeté… Senza dilungarci oltre, bene ha fatto il Ministero dell’Ambiente a pretendere una valutazione d’impatto ambientale (VIA) anche per il rischio frane e tsunami. Il progetto quindi, se sarà ripresentato dovrà contenere gli elementi valutativi sui pericoli non chiariti in precedenza.

Nella zona dei Campi Flegrei e di Ischia invece, sono in corso valutazioni d’impatto ambientale (VIA) per i progetti di sfruttamento geotermico denominati Scarfoglio e Serrara Fontana. Il primo prevede trivellazioni e captazione e reiniezione dei fluidi nella zona del vulcano Solfatara, e il secondo nei contrafforti del Monte Epomeo. Tra l’altro nella zona di Bagnoli, sempre nei Campi Flegrei, nel corso del 2012 si è dato il via a un altro progetto di perforazione in questo caso profondo finanziato da un consorzio internazionale (ICDP): il famoso Campi Flegrei Deep Drilling Project (CFDDP).

Schema del Campi Flegrei Deep Drilling Project

Uno scavo quest'ultimo che, come tutti gli scavi di questo mondo, ha sempre una valenza scientifica, ma il progetto mirava e mira soprattutto a braccare i fluidi supercritici (500°-600°) onde valutarne il potenziale geotermico di sfruttamento. L’opera, dichiarata di valenza internazionale, prevede una trivellazione da 4000 metri nel cuore caldo della caldera flegrea. E’ di questi giorni la notizia che è stato scoperto sempre dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) in collaborazione con il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) attraverso l'utilizzo di strumenti e tecniche satellitari, la causa del sollevamento dei suoli nell’area di Pozzuoli e zone limitrofe. Un bradisismo dovuto a uno strato intrusivo, una sorta di iniezione compulsiva che ha spinto il magma da circa 8 - 10 chilometri ad appena 3 chilometri dalla superficie.  Praticamente se la trivellazione prevista dal progetto CFDDP oggi ferma a 520 metri di profondità dovesse continuare come annunciato fino a toccare i 4 chilometri, si raggiungerebbe e si perforerebbe e si supererebbe (tecnologia permettendo), lo strato magmatico appena scoperto. 

La notizia che circola sui media in queste ore e che ha avuto una forte presa sul pubblico, ha posto erroneamente il Vesuvio al centro dell’attenzione perché si accennava in una intervista e come premessa alla risalita del magma da un’unica grande camera magmatica comune ai due complessi vulcanici napoletani : il Vesuvio e i Campi Flegrei.

In realtà la vera notizia l'abbiamo accennato in precedenza riguarda una recentissima pubblicazione del ricercatore Luca D’Auria dell’INGV, in cui si mette in luce che le deformazioni bradisismiche del suolo nell’area flegrea, soprattutto dagli inizi del 2012 e fino al mese di giugno del 2013, sono dovute come detto a una iniezione di magma dal profondo. Questo magma si è mosso nel giro di qualche anno e senza particolari dirompenze. Il dato è scientificamente interessante ma non tranquillizzante soprattutto in assenza di piani di evacuazione.

I piani di evacuazione sono oggi una misura fondamentale di salvaguardia perché i vulcani hanno complessivamente ancora elementi di indeterminatezza anche sui tempi di risalita del magma. La previsione è ancora un traguardo da raggiungere  e quindi la prevenzione delle catastrofi deve essere la disciplina su cui bisogna puntare per la sicurezza delle popolazioni esposte. La statistica deve essere utilizzata come riferimento privilegiando alternative più garantiste, così come bisogna evitare alchimie nella classificazione delle zone rosse con linee deterministiche che valgono per un comune e non per l'altro: generano disorientamento...  La ricerca nel campo della vulcanologia va sostenuta, così come la formazione e l'informazione delle popolazioni a rischio. Puntare su uno solo di questi elementi potrebbe essere riduttivo se non un grosso azzardo...



Il litorale vesuviano verso Napoli
Il Dipartimento della Protezione Civile ha ribadito con forza che i piani d’emergenza a fronte del rischio Vesuvio esistono eccome. Senza dubbi esistono... Contengono scenari, livelli di allerta, fasi operative, classificazione delle zone rosse e gialle, atti ufficiali a firma del presidente del Consiglio, coperture economiche per gli sfollati, accordo sui gemellaggi regionali, ecc. C’è tutto! Quelli che mancano sono i piani di evacuazione, per i quali sono stati stanziati fondi soprattutto a favore delle municipalità che ricadono in aree vulcaniche e che hanno l’obbligo di completare i lavori di pianificazione entro la data limite del  31 dicembre 2015, dopodiché gli inadempienti non dovrebbero ricevere alcun rimborso. Allora, corregga il tiro il dipartimento: un piano d'emergenza che prevede una sola ipotesi di rischio - l'eruzione -  con un solo comportamento - l'evacuazione -  può considerarsi sostanzialmente inutile o inesistente se mancano appunto i piani di evacuazione. Quando pronti questi strumenti di protezione attiva, dovranno essere sintetizzati e illustrati e assemblati sotto forma di vademecum che dovranno essere consegnati a ogni famiglia residente nei distretti vulcanici napoletani. Piaccia o non piaccia quindi, l'importante dicastero romano ha la responsabilità di un piano che si fregia unico nel suo genere del titolo di nazionale. Contiamo  purtroppo oltre  20 anni di gestazione ma il documento sembra ancora prematuro e le doglie  lungi dal venire... Ringraziamo quindi il buon Dio per la clemenza geologica accordataci fino ad (oggi), e un pò meno chi avrebbe dovuto garantire ai cittadini a rischio l'imprescindibile diritto alla sicurezza.


domenica 2 agosto 2015

Ischia e progetto geotermico a Serrara Fontana...di MalKo



MalKo

Sorvolare l’isola di Pithecusa (Ischia), ci procurava sempre una sensazione di piacere e di particolare ammirazione per questo grande “scoglio” tufaceo considerato la più vecchia colonia greca in Italia. Dal nostro elicottero apprezzavamo la forma trapezoidale e il rilievo centrale del Monte Epomeo, una sorta di pilastro tettonico che domina con i suoi 789 metri un abitato che segna senza soluzione di continuità gli oltre 30 chilometri della fascia costiera. Una conurbazione che elegge Ischia, dopo la Sicilia e la Sardegna, come isola col maggior numero di abitanti…
La sensazione che provavamo volando sull’isola era di ammirazione ma anche di consapevolezza che il gran complesso tufaceo pur mostrandosi monolitico nell’insieme, in realtà risultava fragile, perché il tufo nonostante si presti molto bene ad essere utilizzato come materia prima nelle costruzioni, rimane pur sempre un litoide diagenizzato particolarmente vulnerabile alle inclemenze meteorologiche e all’erosione meteo marina.  


Ischia - entroterra arenile maronti 
Ischia è esposta non solo ai dinamismi esogeni, ma è anche soggetta a significative e poco quantificate sollecitazioni endogene dovute alla parte crostale e alla camera magmatica forse in tensione o forse in rilassamento, ancorché percorsa dal calore vulcanico non sopito e particolarmente vivo intorno e al di sotto dell’Epomeo e dintorni.
Del calore sotterraneo ce ne accorgemmo nel mese di aprile del 2008 quando la nostra base nel salernitano fu allertata per un improvviso boato avvertito con un certo allarme nel comprensorio ischitano di Forio. Col nostro elicottero ci portammo in zona e scartammo subito il centro abitato quale origine del rimbombo perché in tal caso la sorgente emissiva sarebbe stata immediatamente individuata e segnalata. Stessa logica nel braccio di mare perché un eventuale scoppio avrebbe destato l’attenzione istantanea e sarebbero stati percepiti visivamente spruzzi e schiumeggi dalla piatta distesa marina. D’altra parte le indicazione puntavano tutte verso il monte… il Monte Epomeo, vero perno dell’isola.
Iniziammo quindi circuiti metodici fino a quando non notammo nella parte medio montana una zona fumarolica con una bocca emissiva di tutta evidenza, dove le volate di vapore erano più vistose e potenti rispetto alle altre. Terra fresca e pietre accumulate alla base di questo foro roboante ci convinsero che probabilmente l’origine del boato era da ascriversi a una degassazione repentina di una sacca di vapore in pressione nel sottosuolo.
La cosa che maggiormente ci colpì in questo sopralluogo montano non furono tanto le effusioni acquose, bensì la constatazione che non pochi massi costellavano la parete del montagnone in una condizione di equilibrio piuttosto precario. Con la storia sismica della vicina Casamicciola, pensammo subito che un’eventuale terremoto avrebbe potuto cagionare il rotolamento dei massi dabbasso con possibili danni agli abitati sottostanti.
Per il passato le popolazioni locali probabilmente avevano avuto a che fare non poche volte col fenomeno delle frane. Infatti, riuscivano a mettere immediatamente mano ai massi particolarmente grandi che precipitavano dall'Epomeo, perforando e modellando i malleabili blocchi tufacei letteralmente “piovuti dal cielo”, ricavando dall’ammasso litico con un lavoro di grossolano cesello, scale, stanze ben squadrate, e poi antri e finestre… ovvero case, con tanto di camino sommitale.
 
Casa di pietra - Forio (www.ischia.it)

Il fenomeno dell’accentuato dissesto idrogeologico e quindi delle frane, probabilmente è dovuto alle caratteristiche del tufo, spesso a sfoglie, non sempre omogeneo e facilmente attaccabile dagli elementi erosivi e soprattutto dall’acqua che qui e altrove rappresenta uno degli elementi scatenanti dello sbriciolamento dei versanti montuosi. Nel territorio ischitano si sommano vari aspetti all’origine dei dissesti fra cui l'abusivismo edilizio che modifica la regimentazione delle acque superficiali, e gli incendi boschivi che negli anni e a più riprese hanno divorato la vegetazione che copriva in senso protettivo il giallo elemento.
La foto sottostante mostra un enorme blocco staccatosi dal Monte Epomeo nel 1910, con alcuni abitanti che posano per una foto ricordo. In questo caso l’immagine vale più di mille parole…
 
Blocco precipitato dal Monte Epomeo (www.isclano.com)

La nostra sensazione sulle caratteristiche territoriali di Ischia è quella di un’isola dicevamo particolarmente fragile, che ha bisogno di mettere un freno innanzitutto al dilagare dell’edilizia in tutte le sue forme, e soprattutto di tanta manutenzione ai versanti scoscesi che producono per effetto dell’erosione e delle piogge, materiale litoide pronto a smottare o precipitare a valle come le cronache anche recenti ci riportano.
Il progetto di sfruttamento geotermico di Serrara Fontana, in attesa di Valutazione d’Impatto Ambientale (VIA), è un progetto industriale finalizzato alla produzione di energia elettrica attraverso lo sfruttamento di fluidi notevolmente caldi prelevati dal sottosuolo vulcanico dell’isola in un sistema sostanzialmente a ciclo chiuso. L’opera prevede la realizzazione di 3 pozzi che si spingeranno nel sottosuolo tufaceo a una profondità di 1300 metri dal piano campagna.  Due di questi saranno di emungimento e uno di reiniezione dei liquidi condensati. La tecnica di perforazione dovrebbe essere del tipo a raggiera, cioè i pozzi saranno iniziati a pochi metri di distanza l’un dall’altro: praticamente partiranno dallo stesso piazzale, per inoltrarsi poi nel sottosuolo in senso obliquo e in direzioni diverse, allontanandosi dal punto iniziale di perforazione di circa 600 metri.

Un pozzo di emungimento punterà a nord ovest, un altro a sud ovest e quello di reiniezione si diramerà invece verso est, assumendo quindi una posizione equidistante dalle bocche emungitrici che si troveranno a una distanza di 1200 metri. La tecnica è indubbiamente ingegnosa e consente di sfruttare l’obliquità dei pozzi per testare la maggiore superficie possibile.
Le nostre considerazioni sul progetto geotermico Serrara Fontana sono simili a quelle già segnalate per l’analogo progetto Scarfoglio ai Campi Flegrei. La differenza è nella vulnerabilità del territorio che ci sembra maggiore per l’isola verde, sia per i profili geologici del sottosuolo non particolarmente noti e sondati, sia per la possibilità che le trivellazioni e le reiniezioni dei fluidi possano innescare una serie di fenomeni di ordine sismico capaci di scuotere un profilo montuoso non scevro da pericoli statici dettati come detto da una particolare fragilità del tufo all’azione degli agenti erosivi che producono pietre e massi.
D’altra parte il progetto Serrara Fontana è un progetto pilota, cioè esplorativo; infatti, non conoscendo esattamente le caratteristiche dell’ambiente sotterraneo in cui si opererà, è possibile che in corso d’opera si rendano necessari dei cambiamenti a seconda delle risposte che le perforazioni e gli emungimenti e le reiniezioni lasceranno registrare in superficie. Ne consegue che è insito un rischio di fondo seppur minimo, e quindi bisognerebbe evitare affermazioni a proposito di un rischio zero delle trivellazioni tra l'altro in un contesto dove mancano scenari di pericolo e piani d'emergenza.
Trattandosi di un comprensorio isolano non particolarmente esteso ma densamente abitato, è opinione dello scrivente che una decisione politica sulla fattibilità dell’opera spetti al consesso dei sindaci ischitani, anche perché la più estesa concessione Ischia Forio li ingloba praticamente tutti. Una comunità che vive di mare e terme e bellezze naturali, dovrà interrogarsi seriamente sull’insediamento geotermico perché se l’obiettivo dell’indipendenza elettrica sarebbe un grande traguardo energetico, bisognerà comunque intuire che fatta eccezione per l’area portuale di Ischia Porto, tutta l’isola è terra di concessione geotermica.  Se si insedia uno stabilimento industriale che preleva e reimmette fluidi dal sottosuolo, non si capirebbe perché non se ne possa installare un altro…e poi un altro ancora.

Articolo del 02 agosto 2015.






domenica 19 luglio 2015

Rischio Vesuvio: nel 1999 panico da terremoto... di MalKo


Il Cono centrale del Vesuvio e l'orlo calderico del Monte Somma

Il 9 ottobre 1999 una scossa di terremoto con una magnitudo 3,6 (Md) localizzata nell’area craterica del Vesuvio a 3,8 chilometri di profondità dal livello medio mare, fu nettamente avvertita dalla popolazione vesuviana che rimase sgomenta, non solo per la sua evidente percettibilità, ma soprattutto perché l’energia proveniva dal ventre del temuto monte vulcanico. L'11 ottobre alle 4.35 una replica sismica da M 2.9 della scala Richter...
Il Comune di Portici, con cui eravamo in collegamento in ragione di una stretta collaborazione in tema di rischio vulcanico, ci riferì che la situazione era di ansia crescente tra i cittadini che chiamavano preoccupati al numero verde (H24) dell’ufficio comunale di protezione civile. Un servizio permanente che avevamo instaurato qualche anno prima perché le emergenze in genere, ma anche quelle sismiche e vulcaniche, hanno la caratteristica di potersi presentare con una certa rapidità, in qualsiasi giorno e a qualsiasi ora…
Le richieste telefoniche dell’utenza allarmata riguardavano prevalentemente un'unica e angosciosa e fondamentale domanda: dobbiamo scappare? La risposta sulle prime non era semplice e scontata, perché si trattava del terremoto più energetico dal 1944…ovvero dall'ultima eruzione del Vesuvio. Rispondemmo ai tanti appelli telefonici che al momento non c’erano presupposti di allarme e che bisognava attendere un po’ di giorni per capire se quella scossa aveva un significato importante. Ci rendemmo conto ben presto che anche all’Osservatorio Vesuviano erano dubbiosi e preoccupati e solo col passare delle ore e dei giorni o forse dei mesi si sarebbe potuto dare un significato alla spallata sismica che diede l’inaspettata sveglia ai vesuviani.

Nel frattempo conoscendo la localizzazione di qualche pozzo profondo in località Boscotrecase, cercammo di renderci utili partecipando a sondaggi sulle temperature dell’acqua insieme a personale dell’Osservatorio Vesuviano. Il comune di Portici aveva tra le attrezzature una sonda immergibile idonea a questo scopo. Nei due pozzi monitorati la temperatura dell’acqua a 125 metri di profondità superava di poco i 30° C. Trattandosi di siti non censiti in precedenza, il valore non risultò particolarmente indicativo per la mancanza di riferimenti passati. Passammo allora ad analizzare la temperatura nel pozzo campione di Torre del Greco. In questo caso scendemmo da una botola ubicata sul livello stradale e per alcuni metri nel sottosuolo. Da qui c’era l’accesso alla canna di pozzo. La temperatura che rilevammo dabbasso non si discostava dai valori base di riferimento. Il dato che ci allarmò molto invece, ci fu dato dal sensore elettrochimico collegato a un apparecchio portatile che avevamo per sicurezza aggrappato alla cintura: dopo pochi secondi incominciò ad emettere un cicalio assordante, intermittente e non tacitabile, perché l'apparecchio aveva rilevato il superamento della soglia limite di sopravvivenza all’anidride carbonica (CO2). Il locale era letteralmente invaso dal gas asfissiante proveniente dal pozzo saturo, fatta eccezione per la parte alta del locale areato appena dalla botola aperta…
A distanza di qualche giorno l’ex direttore dell'Osservatorio Vesuviano, Prof. Giuseppe Luongo, iniziò una querelle contro la Dott. Lucia Civetta, allora direttrice in carica, perché a suo dire con quel terremoto bisognava passare a un livello di attenzione vulcanica. Lo stesso livello di allerta che caratterizza oggi i Campi Flegrei

Gli attuali livelli di allerta vulcanica
Dall’Osservatorio invitarono alla calma e soprattutto evidenziarono che il dato anomalo riguardava un solo parametro e non gli altri. Risposta un po’ vera e un po’ governativa… Per affrontare questa diatriba che aggiunse ansia ai cittadini, pubblicammo in tutta fretta un numero speciale dell’informa comune, un giornale locale edito dal comune porticese e distribuito nelle piazze, in cui cercammo di spiegare come stavano i fatti aggiungendo elementi di tranquillità vertenti tutti sulla gran mole di lavoro e sugli importanti risultati raggiunti nel campo della prevenzione e dell’operatività a livello comunale. In quel periodo al governo della città c’era il sindaco Leopoldo Spedaliere, personaggio forse anche controverso, ma dal punto di vista della protezione dei cittadini dal pericolo vulcanico, si distinse per ruolo e competenza.  

L'edizione straordinaria dell'informa comune - Portici - .

Della diatriba scientifica possiamo aggiungere che in realtà Luongo aveva ragione, perché il livello di attenzione implica semplicemente una maggiore attività di sorveglianza geochimica e geofisica dei parametri del vulcano: non altro, ed era esattamente quello che occorreva fare in quel momento. Con una spallata sismica di quel tipo non bisognava aspettare il cambiamento di altri parametri per drizzare le orecchie, soprattutto se questi valori non venivano acquisiti in tempo reale grazie a stazioni automatiche. D’altra parte però, possiamo garantire che in quel contesto fatto di ignoranza generalizzata anche da parte dei comuni a proposito dei livelli di allerta vulcanica e delle fasi operative corrispondenti, dichiarare lo stato di attenzione equivaleva ad accendere forse la miccia del panico, ma più ancora del ridicolo perché si sarebbe messo in risalto la colpevole assenza dei piani di evacuazione.
Più di qualcuno nel bailamme delle notizie cambiò aria… La verità sull'intera faccenda fu che si passò nei fatti a uno stato di attenzione vulcanica senza per questo dichiararlo. Una soluzione veramente salomonica...

Oggi seguiamo con interesse le dissertazioni e gli argomenti che propone l’avvocato Giuseppe D’Aniello da un apposito sito web, a proposito di un sistema di monitoraggio vulcanico (Vesuvio) che presenta falle su molti lati, soprattutto sull’acquisizione in tempo reale dei dati riguardanti la chimica delle fumarole e i segnali sismici particolarmente disturbati dal passaggio dei bus turistici all’interno della Riserva naturale statale Tirone Alto Vesuvio.  Un andrivieni meccanico tra l'altro in contrasto con le necessità dichiarate di equilibrio ambientale dell'oasi...
Dagli scritti dell’avvocato ci sembra di capire che il presidente dell’INGV, Stefano Gresta, sia seccato da questo puntiglioso interesse scientifico di D’Aniello che segnala discrasie nel sistema di sorveglianza. Interesse centrato soprattutto sugli aspetti che riguardano il monitoraggio dei parametri fisici e chimici del Vesuvio. Riteniamo che la semplice appartenenza alla zona rossa Vesuvio, quale area geografica dove non è garantito l’imprescindibile diritto alla sicurezza, dia titolo per pretendere di sapere cosa accade all'interno delle strutture statali di monitoraggio, visto che la previsione dell’evento eruttivo rimane non già l’arma, ma l’unica speranza per non essere investiti improvvisamente da una colata piroclastica incandescente. Ne consegue che l’INGV deve rispondere nel concreto agli interrogativi e alle segnalazioni  dei cittadini a prescindere, perché solo dall'efficienza e dall'efficacia della pratica di monitoraggio in tempi reali dei parametri vulcanici, si possono cogliere sul nascere i salvifici prodromi pre eruttivi.
La parte istituzionale amministrativa (Dipartimento Protezione Civile e Comuni) hanno dalla loro il secondo elemento della sicurezza. Infatti, se anche l’Osservatorio Vesuviano riuscirà a cogliere sul nascere i sintomi di un possibile risveglio del Vesuvio, sarà necessario rendere operativo un piano di evacuazione che oggi non c'è! C’è l’obbligo si stilarli però, a cura dei Comuni vesuviani e flegrei entro il 31 dicembre del 2015, pena la perdita dei finanziamenti europei stanziati ad hoc. Staremo a vedere…

Se il vulcano avrà la bontà di mantenere la sua pace geologica almeno fino a questa data e l’Osservatorio Vesuviano metterà in secondo piano il geotermico e le trivellazioni concentrandosi sulla sorveglianza vulcanica con tutta l'efficacia possibile, probabilmente incominceremo a mettere insieme i tasselli giusti della sicurezza areale dei tre distretti vulcanici napoletani, a tutto vantaggio del giuridico e superiore interesse pubblico.  
Il presidente dell'INGV  si rimbocchi le maniche e aguzzi l'ingegno organizzativo e operativo della struttura che dirige, in modo che si tenga alto il concetto che uno dei ruoli fondamentali della scienza consiste nell'evitare che un evento naturale come un'eruzione, possa trasformarsi in una immane catastrofe...