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lunedì 9 ottobre 2017

Rischio Vesuvio: zona rossa,abusi edilizi e il ddl Falanga... di MalKo





Napoli e il Vesuvio

Il fenomeno dell’abusivismo edilizio è sufficientemente esteso al punto da dare ad ogni cittadino che si propone di leggere minimamente il paesaggio che lo circonda, contezza diretta del fenomeno di fagocitazione del territorio da cemento residenziale.

In Campania il dato complessivo è numericamente impressionante, al punto da far profferire al governatore De Luca che non esistono cave a sufficienza per ospitare eventualmente i calcinacci delle demolizioni. Questa dismisura introduce alla riflessione che non ci sono stati neanche occhi a sufficienza per vedere e bloccare sul nascere la costruzione di migliaia di palazzi fuorilegge…

Nel vesuviano il fenomeno è talmente dilagante che in qualche paese la quantità di fabbricati abusivi sembra equivalere per numero i palazzi edificati con licenza edilizia. D’altro canto nella zona rossa Vesuvio classificata R1, vige la legge regionale 21/2003 che vieta la realizzazione di qualsiasi manufatto cementizio ad uso residenziale: misura assolutamente necessaria (come vedremo), per non aumentare il numero di abitanti nella plaga classificata a rischio eruttivo. Una sentenza del tribunale di Ottaviano non accordò a un ricorrente il diritto a edificare nonostante questi avesse una regolare licenza edilizia rilasciata antecedentemente al 2003. La motivazione fu chiara: in presenza di un rischio acclarato dalla scienza e dallo Stato non si può vantare alcun diritto retroattivo. Figuriamoci post 2003...

Il problema dei problemi in questo campo consiste proprio nell’ingente numero di abusi edilizi che costellano anche l’area vesuviana, con il dato tutt’altro marginale che le famiglie che si correlano ad ogni costruzione abusiva, alla fine costituiscono voti in abbondanza per garantire un grande risultato elettorale ai politici che reclamano una sanatoria premendo sulle direzioni partitiche e sui colleghi recalcitranti da indottrinare e convertire alla realpolitik: voto non olet!

Nessun sindaco oggi è nella condizione di abbattere “impunemente” un fabbricato abusivo a meno che l’immobile non appartenga a famiglie imbelli o l'opera cementizia fuorilegge è talmente appariscente o realizzata in un luogo veramente inaccettabile, che a lasciarla lì sarebbe controproducente per l'immagine di molti con sindaco in testa. Invero lo schiaffo è anche alla legalità che viene obliata sotto gli occhi delle letargiche autorità di polizia che non vedono neanche che sul Monte Somma incomincia a intravedersi a chilometri di distanza, qua e là qualche sbuffo di cemento che traspare tra la vegetazione in quota…

Sull’argomento abusivismo si registrano non pochi malumori, perché il decreto proposto dal senatore avv. Ciro Falanga, parlamentare che affonda il suo bacino di preferenze presumibilmente nel comprensorio torrese ubicato totalmente in zona rossa Vesuvio, prevede un certo indice di priorità degli abbattimenti delle costruzioni abusive, secondo logiche giuridiche  inveroconde che risparmierebbero alla fine i cosiddetti abusi di necessità.

In questo disegno di legge fortemente rimaneggiato dalle varie commissioni parlamentari perché improponibile nella sua stesura originale, è prevista la movimentazione delle poche ruspe che si riusciranno a finanziare, innanzitutto contro gli immobili di rilevante impatto ambientale o comunque costruiti su area demaniale o in zona soggetta a vincolo ambientale e paesaggistico o a vincolo sismico o a vincolo idrogeologico o a vincolo archeologico o storico-artistico.

L’attenzione dei cingolati passerebbe poi agli immobili che per qualunque motivo costituiscono un pericolo per la pubblica e privata incolumità, con scelte prioritarie da concordare con le autorità amministrative preposte.

Il testo del disegno di legge si concentrerebbe alfine sugli immobili che sono nella disponibilità di soggetti condannati per i reati di associazione mafiosa o associazione criminale o di soggetti ai quali sono state applicate misure gravi di prevenzione personali, patrimoniali e amministrative.

Nell'ambito di ciascuna tipologia, pur tenendo conto delle caratteristiche territoriali dove sorge l’abuso, alcuni criteri decisionali dovranno privilegiare gli abbattimenti di immobili in corso di costruzione o comunque non ultimati alla data della sentenza di condanna di primo grado e agli immobili non stabilmente abitati. In altre parole, se l’abuso edilizio riguarda una magione ordinariamente occupata bisogna andarci coi piedi di piombo…

La notizia che rimbalza nelle cronache, è che la discussione alla camera del decreto Falanga è rimandata di due settimane. Il testo infatti, che si prefigurava inizialmente come un cinico e furbo e mascherato condono edilizio, ancora non trova grandissima sponda parlamentare, perché lo Stato con questa proposta preannuncia bandiera bianca.

Non sono pochi quei parlamentari stimolati dai sindaci che auspicano l'approvazione del DL Falanga per accaparrarsi voti a sufficienza intanto nella prossima e vicina tornata elettorale, per fare il colpaccio alle spalle del prossimo futuro che perde “terreno sotto i piedi”.  Ci sarà poi tempo e modo per buttarla sul Trump di turno per garantirsi un’aureola di ambientalismo…

Con i pochi fondi a disposizione dicevamo, le ruspe dovrebbero puntare le costruzioni illegali ricadenti in zone salvaguardate da vincoli importanti. I legislatori però, forse come atto di gentilezza nei riguardi del primo firmatario della proposta di legge C.1994-B, hanno dimenticato di inserire nel disposto e tra i vincoli anche quello certificato di alta pericolosità vulcanica che grava interamente sulla zona rossa Vesuvio, composta da oltre venti comuni tra cui alcune municipalità napoletane.

zona rossa 1 e 2 - la zona ombrata intorno al cratere invece, corrisponde al territorio del parco nazionale Vesuvio.
Per chi non ha dimestichezza con la materia, la zona rossa Vesuvio ad alta pericolosità vulcanica è quella classificata R1: zona quest’ultima dove un documento dello Stato certifica che, in caso di ripresa dell’attività eruttiva, la zona potrebbe essere invasa dalle micidiali colate piroclastiche diversamente dette nubi ardenti. Le stesse valanghe fumanti che nel 79 d.C. calarono su Pompei ed Ercolano, vaporizzando con la loro elevatissima temperatura tutti gli ercolanesi che non riuscirono a fuggire dall’eruzione, mentre dei pompeiani ci restano solo i calchi.

Sotto la spinta di questa minaccia, la Regione Campania dicevamo, varò nel 2003 il DL regionale numero 21, che vieta qualsiasi costruzione capace di aumentare il numero di residenti nell’area vesuviana maggiormente a rischio: il rischio però, non è una costante immutabile con il tempo.

Esiste una formula che nella sua misura concettuale focalizza in che modo si crea una condizione di rischio esplicitando alcuni concetti che ci aiutano a inquadrare anche le problematiche di origine vulcanica, abusivismo compreso. R= P x Ve.

Per avere un fattore di rischio (R), è necessario che un pericolo (P), incomba su di un valore esposto (Ve) rappresentato nella sua forma più importante dalla vita umana.  Il rischio Vesuvio quindi, è dato dal pericolo eruttivo esplosivo quantificato oggi con una intensità eruttiva VEI 4 (sub pliniano), che grava almeno su 700.000 abitanti della plaga vesuviana.
E’ bene ricordare che tutti e due i fattori (P e Ve), non sono stabili nel tempo. Il pericolo (P) tende al rialzo con la quiescenza (t), tant’è che col passare degli anni il pronostico eruttivo si avvicina sempre di più a un’eruzione pliniana (VEI 5). In altre parole, per i residenti della zona rossa attuale, i decenni di pace geologica determinano un aumento del rischio non solo per l’intensità eruttiva pronosticabile, quanto per la distanza da percorrere per porsi fuori dalla portata delle colate piroclastiche.

Il numero di abitanti della plaga vesuviana può aumentare o diminuire a seconda delle politiche che si adottano anche sul fronte dell'abusivismo edilizio. Bisogna dare merito al presidente Bassolino che ebbe il coraggio di varare la legge regionale 21/2003 finalizzata a non aumentare il numero di abitanti grazie al blocco dell'edilizia. La lotta all'abusivismo era implicito nella norma, ovvero se non posso rilasciare licenze come posso assegnare condoni?...

Il numero di abitanti in zona rossa ha registrato qualche calo negli ultimi decenni nella parte super antropizzata di Portici e San Giorgio a Cremano, mentre in altre località il dato abitativo è piuttosto stabile o in aumento come ad esempio a San Giuseppe Vesuviano, Palma Campania o Nola. In tutti i casi bisognerebbe accendere i riflettori anche sull’implementazione degli stranieri che risiedono nella plaga vesuviana e sovente sono affittuari delle magioni abusive.

Mediamente quindi, possiamo dire che il numero di residenti nella zona rossa 1 è stabile, ma la crescita del pericolo eruttivo che marcia come dicevamo verso una intensità eruttiva VEI 5, ingloberà anno dopo anno nuovo territorio che sarà pericolosamente compromesso sommandosi all’attuale zona rossa 1 (R1). Da questo dato incontrovertibile, se ne ricava che anche la zona rossa 2 (R2) doveva essere preservata attraverso politiche residenziali di prevenzione delle catastrofi. L’attualità invece, lascia registrare che nella zona rossa 2 non c’è alcun vincolo vulcanico e si costruisce ancora con regolare licenza edilizia: esattamente come succede all'interno del super vulcano flegreo.

Atteso il fallimento di qualsiasi politica di delocalizzazione della popolazione vesuviana dall’area a maggior pericolo (R1), e la impossibilità di disinnescare o proteggersi dal pericolo eruttivo, bisogna convenire che per rendere il rischio Vesuvio nullo occorre agire sull’unico fattore che la formula R= P x VE  ci consente di manipolare: il valore esposto. In questo caso bisogna ridurre questo elemento a zero attraverso l’applicazione di un piano di evacuazione capace di spostare l’intera popolazione vesuviana a un limite di almeno 15 Km. dal centro eruttivo, tra l'altro in un tempo utile per sottrarsi alla furia del vulcano e dei suoi flussi piroclastici, ovvero dal suo indice di esplosività valutato con non poche critiche in VEI 4 invece che VEI 5.

Purtroppo e nonostante un battage pubblicitario di tutto rispetto, il piano di evacuazione non è ancora una realtà operativa. La strategia messa in campo dal dipartimento della protezione civile e dalla regione Campania, con le aree d’attesa comunali e poi quelle d’incontro extra comunali, rispecchia per linearità il termine con il quale coerentemente è stato appellato: piano di allontanamento. 

Le incongruenze di questo piano sono messe in evidenza platealmente dal comune di Nocera Inferiore (SA), che vede la sua stazione ferroviaria classificata come punto d’incontro per tre comuni vesuviani: Boscoreale, Boscotrecase e Torre Annunziata. Come se il comune di Nocera non fosse inserito nella zona gialla e fossero certificate previsioni di eruzione con diecine di giorni di anticipo... In qualità di esperti riteniamo che le perplessità espresse dal comune di Nocera siano più che fondate.
L'argomento come si vede è vastissimo. Vogliamo semplicemente concludere segnalando che sarebbe opportuno che nel disegno di legge Falanga venga introdotto anche il vincolo vulcanico, perché i limiti del parco nazionale Vesuvio sono di gran lunga inferiori rispetto all' estensione della zona rossa Vesuvio. Quindi non si dia per scontato che un vincolo vale l'altro... Un vincolo che tutela le piante o lo scavo archeologico, tra l'altro e senza sminuirne l'importanza, è diverso da quello che tutela la salvaguardia fisica degli esseri umani...

mercoledì 23 agosto 2017

Ischia: terremoto a Casamicciola... di MalKo




Lacco Ameno - Ischia

Un terremoto di magnitudo Md 4.0 si è manifestato il 21.08.2017 alle ore 20 e 57 minuti, in un punto a mare a nord dell’isola d’Ischia, ad una profondità di circa 5 chilometri: 20 le repliche a bassa energia.
La scossa di terremoto si è irradiata colpendo le cittadine di Casamicciola, Lacco Ameno e Forio. La zona alta di Casamicciola è risultata quella maggiormente colpita con effetti devastanti sui fabbricati, soprattutto quelli datati o strutturalmente compositi e quindi a differente quanto inutile risposta antisismica.

I morti accertati sono due; gli sfollati alcune migliaia; i feriti sono invece 39 mentre si contano alcuni sopravvissuti estratti dalle macerie dopo ore di lavoro. Particolarmente delicate sono risultate le operazioni di salvataggio di 3 bambini, di cui uno di appena sette mesi; tutti salvatisi dalla caduta dell’intera palazzina dove abitavano, grazie forse al letto utilizzato come riparo o ad altri elementi fortuiti che ne hanno evitato lo schiacciamento. Il resto poi, lo hanno fatto gli instancabili Vigili del Fuoco.

il salvataggio operato dai Vigili del Fuoco a Ischia
L’isola d’Ischia conta normalmente circa 65.000 abitanti che diventano 250.000 nella stagione estiva. In questo periodo in casi eccezionali i servizi legati alle emergenze sono logicamente e localmente insufficienti, e i rinforzi devono giungere via mare. In questo caso grazie ai traghetti provenienti da Napoli che hanno garantito corse straordinarie notturne, per trasportare i Vigili del Fuoco e le forze dell’ordine, con le loro colonne di mezzi anche pesanti come camion, autogru e qualche autoscala.

mezzo VVF in partenza per Ischia


Le incertezze iniziali circa l'entità dell’energia sismica rilasciata dal terremoto in questione, ci sono sembrate eccessive. Un’intensità inizialmente stimata in 3.6 ha infatti indotto perplessità nel Prof. Enzo Boschi presente ai primi dibattiti televisivi, perché l’intensità Richter indicata dall’INGV sembrava minima in confronto agli effetti riscontrati sui fabbricati. Solo successivamente l'istituto nazionale di geofisica e vulcanologia ha rettificato in 4.0 la Magnitudo durata (Md). In tutti i casi Il sistema di rilevamento EMSC e quello americano dell’USG hanno calcolato in 4.3 la magnitudo del terremoto che ha investito Ischia. Difformità anche nella profondità dell'ipocentro. L'anomalia potrebbe ricondurci forse a una carenza strumentale a corredo delle attività di monitoraggio sull'isola. Condizione da modificare subito nel senso della precisione, perché a fonte di una possibile crisi vulcanica, i dati che si acquisiscono devono essere necessariamente molto precisi.
Che Casamicciola abbia delle caratteristiche geologiche che amplificano le conseguenze distruttive di un terremoto, è un fatto arcinoto che non sembra però che abbia influenzato di molto la necessità di adeguare sismicamente i fabbricati soprattutto di vecchia fattura. Se il terremoto malauguratamente si fosse verificato in orario decisamente notturno, forse le conseguenze per le persone sarebbero state ancora più severe.
In un articolo del 2012, si legge della necessità di procedere a una macro zonazione sismica dell’isola d’Ischia, da arricchire poi da micro zonazioni almeno nei comuni di Casamicciola, Forio e Lacco Ameno.
L’effetto di amplificazione delle conseguenze sismiche sui fabbricati nella località di Casamicciola infatti, è una caratteristica che non doveva passare inosservata alle attività di pianificazione urbanistica, perché la zona è quella che borda un pilastro tettonico meglio conosciuto come Monte Epomeo. E l’isola d’Ischia ricade poi in un contesto ancora più grande che si chiama distretto vulcanico dei Campi Flegrei, dove gli eventi sismici non sono una rarità assoluta.  La caldera flegrea, non dimentichiamolo, è una località tra l’altro soggetta a un livello di allerta vulcanica di attenzione: condizione che introduce un aumento del rischio eruttivo non lontano dall'isola d'Ischia. E poco oltre andando verso oriente, c’è un Monte oggi annerito e incattivito dagli incendi boschivi che si chiama Vesuvio…
Le regole di elementare prudenza prevedevano e prevedono quindi di muoversi nel senso della prevenzione antisismica da applicare ai manufatti abitativi scartando completamente le zone dove la risposta sismica dei terreni è alterata.
D’altra parte l’isola sismovulcanica vede quadruplicato il numero dei residenti nel periodo estivo; il livello di rischio così s’impenna di molto per l’elevazione del valore esposto, cioè il numero di abitanti che popolano a dismisura anche quei luoghi a settentrione maggiormente sensibili alle sollecitazioni simiche.
Un altro elemento che ci lascia perplessi, è la presentazione del progetto di una centrale geotermica finalizzata alla produzione di energia elettrica da costruire nel tenimento isolano di Serrara Fontana. L’assenza di obiezioni da parte di alcune istituzioni competenti, propendono per una sottovalutazione del rischio sismico areale ma anche puntiforme. Tale proposta attualmente al vaglio (VIA) del Ministero dell’Ambiente, prevede trivellazioni oltre il chilometro di profondità per la realizzazione di pozzi emuntori, che nel sistema binario necessitano poi della pratica della reiniezione dei fluidi termali direttamente nel sottosuolo per il ripascimento della riserva idrica. Pratica che non è esente però, da una serie di rischi tra cui quello di produrre una certa sismicità indotta che mal si sposa con le caratteristiche del territorio ischitano.
A un esame obiettivo del territorio isolano, pratica che risulta molto agevolata da ricognizioni aeree, risulta evidente un carico antropico insopportabile, soprattutto lungo la costa che appare conurbata per lunghi tratti. Si parla poi di 27000 abusi edilizi alcuni dei quali minori, ma altri realizzati secondo logiche di eccessiva economia. Come soluzione al problema di vulnerabilità degli edifici, da più parti si evoca il libretto del fabbricato, per evidenziare la qualità e la resistenza delle costruzioni, soprattutto quelle non recenti che in tal modo dovrebbero essere oggetto di miglioramenti strutturali per essere in regola con la norma.
Il problema principale però, è che l’uomo pensa - più a quello che costruisce che al dove lo costruisce -. Un’amministrazione che propone di risolvere il problema degli abusi edilizi confiscando il fabbricato e trasformando il proprietario in inquilino, non ci sembra una mossa strategica per risolvere il problema delle tutele nella sua gravità di fondo. Sotto una frana o nella zona rossa Vesuvio o in un vallone erosivo di Ischia, che cosa risolverebbe un cotale provvedimento amministrativo o il libretto del fabbricato?
La splendida isola anticamente chiamata Pithecusa, con la sua conformazione tufacea presenta elementi naturalmente di fragilità geologica, estremizzati poi da forze irresistibili come lo possono essere quelle sismiche e vulcaniche. C'è poi il subdolo dissesto idrogeologico, che specialmente sui versanti occidentali erosi dagli elementi esogeni, portano con se i segni e il pericolo delle colate di fango e il distacco di massi dai versanti scoscesi.
Occorre che si provveda per il futuro a un attento utilizzo del suolo e del soprassuolo e anche del sottosuolo ischitano, dove sono vivi e ben sviluppati sistemi geotermici ad alta pressione, che sovrastano certamente una camera magmatica che sarebbe bene che venisse posta sotto la lente d’ingrandimento della comunità scientifica (INGV), onde offrire intanto uno scenario di riferimento fondamentale per l’elaborazione di un piano di emergenza e di evacuazione che oggi ancora manca.
Nel nostro disquisire, abbiamo accennato a un certo svantaggio territoriale di Torre del Greco, cittadina del vesuviano, perché stretta tra mare e vulcano. Qualora dovesse rendersi necessaria un'evacuazione a fronte del rischio Vesuvio, le attuali direttrici di allontanamento prevedono per i torresi percorsi secanti e di sovrapposizione ad altri fuggitivi vicini. Per gli ischitani la problematica è maggiore, e nessun comune può ritenersi geograficamente meglio posizionato rispetto ad altri, perché Ischia è un'isola e la porta d'uscita sono i porti...
Mentre è abbastanza chiara la vulnerabilità di Casamicciola e Lacco Ameno e Forio a fronte del pericolo sismico, non è chiara invece la mappa del rischio vulcanico. La logica indurrebbe a ritenere per conformazione e dimensioni dell’isola, che nessun luogo ischitano è scevro dal pericolo eruttivo. L'affermazione è necessariamente generica e aleatoria, probabilmente perché non ci sono studi specifici alla stregua di quanto è stato fatto per il Vesuvio e il super vulcano dei Campi Flegrei, attraverso l’individuazione dell’indice di esplosività vulcanica (VEI) di riferimento, e l'individuazione della zona rossa e poi gialla... Ecco: il nuovo capo della protezione civile Borrelli, potrebbe intanto commissionare l'individuazione dello scenario eruttivo di riferimento per l'isola d'Ischia.
 

martedì 8 agosto 2017

Rischio Vesuvio: Torre del Greco comune svantaggiato?... di MalKo


Vesuvio: porto di Torre del Greco - foto Liguoro

Parlando del Vesuvio e del rischio eruttivo, gli argomenti di discussione vertono spesso sulla nuova zona rossa e su tutto ciò che ne concerne. Il tono discorsivo sui media qualche anno fa è stato di taglio ottimistico col mondo politico e istituzionale che ha dato per scontato la bontà di una pianificazione di emergenza che in realtà si basa su una possibilità statistica (eruzione VEI4), passata tra l’indifferenza generale a deterministica, con buona pace del principio di precauzione bruciato sull’altare poco nobile dei costi benefici. Un piano comunque che continua a mancare del suo annesso più importante che si chiama piano di evacuazione.

I comuni della vecchia zona rossa che ricadono territorialmente nella fascia costiera, non mostrarono particolare interesse alla nuova zonazione di pericolo, perché la loro posizione geografica è interamente addentro alla famigerata linea nera Gurioli, e quindi non accamparono alcun distinguo oppure obiezioni o rettifica.

La Regione Campania si è distinta per una decisa partecipazione alle dubbie operazioni di classificazione del territorio, in qualche caso sovrapponendosi addirittura al Dipartimento della Protezione Civile, che rimane comunque il soggetto principale e istituzionale di riferimento per la salvaguardia dei vesuviani.

Nelle mappe tematiche ufficiali, la linea nera Gurioli rappresenta il limite di scorrimento delle colate piroclastiche originate da una colonna eruttiva VEI4; colate che restano in assoluto e per virulenza distruttiva, il fenomeno più temuto in caso di ripresa dell’attività vulcanica.

Nelle carte diffuse dalla Regione Campania e dal Dipartimento della Protezione Civile, la linea nera Gurioli non è stata tracciata sul mare e, quindi, il segmento non è chiuso. In realtà tale omissione non è indicativa di assenza di pericolo da quel versante, non solo perché colate piroclastiche se ne contano così come quelle di fango, ma più verosimilmente non sono stati effettuati rilievi subacquei per definire i limiti di deposito dei prodotti vulcanici come invece è stato fatto sulla terraferma.

Le operazione di verifica in mare sono difficili, perché i materiali piroclastici riversatisi dal Vesuvio oltre il litorale, sono stati in larga parte dispersi e rimaneggiati dalle correnti marine e dai movimenti ondosi.

Per dare completezza alla linea Gurioli rendendola un cerchio asimmetrico (mappa a sinistra), abbiamo tracciato il prolungamento mancante sul mare, col solo scopo di rendere chiaro anche visivamente alle popolazioni costiere, che i fenomeni vulcanici pliniani e sub pliniani ebbero a sconquassare per grande parte pure il litorale. Quindi, se la linea nera evidenzia i punti di massimo scorrimento raggiunti dalle colate piroclastiche, sul mare ufficialmente non c’è linea non perché non ci siano stati flussi, ma molto più semplicemente non sono stati referenziati geograficamente sui fondali. Questo significa che purtroppo su tutto il territorio circoscritto dalla linea nera Gurioli, grava il pericolo delle nubi ardenti e dei lahar.

Le barche romane comandate da Plinio il Vecchio nel 79 d.C., non riuscirono ad attraccare nella zona tra Ercolano ed Oplonti, forse per il rigonfiamento dei fondali, o forse neanche ci provarono perché la nobildonna Rectina, mittente di una richiesta d’aiuto, si trovava verso Pompei. Il dubbio resta…

Un’altra tesi potrebbe rimandare ai flussi piroclastici e di fango la modifica batimetrica sotto costa. Per evitare le secche, può darsi che Plinio abbia preferito tirare al largo proseguendo la navigazione fino a Stabia col favore di vento in poppa, incappando comunque e dal traverso di Torre Annunziata, in una battente pioggia di cenere, pomici e lapilli.

Il Comune di Torre del Greco, tra i comuni vesuviani è forse quello che presenta aspetti di maggiore vulnerabilità, perché una consistente parte della popolazione dimora e orbita nell’area del porto che segna una posizione mediana rispetto al Vesuvio ancorchè stretto tra mare e vulcano. Tra l’altro l’area portuale è molto periferica rispetto all’intera area comunale, al punto da collocarsi a ridosso del comune di Ercolano.
Vesuvio - foto Andrew Harris
Se dovesse presentarsi una situazione di rischio pre eruttivo, cioè una condizione di allerta vulcanica di attenzione o di preallarme, l’attesa per i cittadini torresi risulterebbe particolarmente snervante. Tecnicamente parlando infatti, ritrovarsi tra mare e monte, comporterebbe e costringerebbe gli abitanti della città del corallo a procedere parallelamente alla linea di costa, per fuggire secondo logiche e direttrici ineluttabili (nord). In questo caso e con le autovetture o i bus, occorrerà procedere accodandosi ai fuggitivi di San Giorgio a Cremano, Portici ed Ercolano, rinforzando massicciamente le schiere di autoveicoli in fila che possono allontanarsi sull’unica arteria disponibile, cioè l’autostrada A3 Napoli – Salerno. Anche proseguendo a piedi non cambierebbe la logica del discorso, con l’unica differenza che s’impegnerebbero percorsi diversi da quelli autostradali.

E ancora, se nella parte orientale del Vesuvio è ancora possibile e auspicabile costruire bretelle di collegamento all’autostrada A30 Caserta – Salerno, come quella che si innesta dalla SS 268 al casello di Palma Campania, nel settore occidentale, cioè quello marittimo, l’indice di affollamento e di conurbazione è tale da rendere problematica qualsiasi nuova progettazione viaria.

In tutti i casi l’autostrada Napoli – Salerno rimane l’unica carreggiata da utilizzare per un esodo massivo delle popolazioni che si allontanano con autoveicoli. Impegnare la viabilità ordinaria per sfuggire dai perimetri della linea nera infatti, è sconsigliabile se non vietato nella fase di allarme, ancorchè infruttuoso se non si è appiedati…
Così come riportato appena 23 anni fa sul periodico i “Quaderni Vesuviani”, la via del mare nonostante la sua dipendenza dalle condizioni meteo marine, variabili ma raramente proibitive, può essere una eccezionale risorsa da tenere in debita considerazione per i comuni della fascia costiera qualora si debba evacuare precipitosamente.

Il mare è una strada che consentirebbe con adeguati mezzi e infrastrutture, di alleggerire il traffico stradale, mettendosi così al riparo dal pericolo vulcanico percorrendo quelle poche miglia marine che separano i quartieri portuali, nel caso in questione di Torre del Greco, con il porto di Napoli. Cosa che non fu possibile invece agli ercolanesi nel 79 d.C., per mancanza d’imbarcazioni, ma anche perché rifugiandosi sulla spiaggia sotto alcuni fornici, mai avrebbero previsto di essere in un attimo mortalmente vaporizzati dalle travolgenti e roventi nubi ardenti da 350 gradi Celsius.

La possibilità che il fondale possa sollevarsi rendendo impraticabili i porti, è una condizione ascrivibile ai prodromi pre eruttivi, ma non repentina e certamente difficilmente riscontrabili durante la fase di attenzione e pre allarme.  La variazione delle batimetrie infatti, è un fenomeno già macroscopicamente avanzato, e dovrebbe potersi ascrivere esclusivamente a una fase di allarme vulcanico, e quindi senza popolazione sul posto oramai evacuata. Anche con voluminosi sollevamenti dei terreni o dei fondali, non ci sarebbero certezze matematiche sull’ineluttabilità dell’eruzione o sui tempi; purtuttavia in nessun caso il fenomeno potrebbe essere conciliabile con il dimoramento degli abitanti in loco.

Quando analizzammo la via del mare come risorsa strategica nel 2001, ci rendemmo immediatamente conto che poteva essere una possibilità con buoni margini di successo, perché nel Golfo di Napoli sono ordinariamente e normalmente in esercizio due tipi di battelli particolarmente utili in operazioni di rapido allontanamento: i catamarani e le monocarene. Trattasi di un naviglio veloce che ha di suo e come caratteristica principale oltre alla velocità, un basso pescaggio e una buona manovrabilità che non guastano nelle operazioni navali nei porti minori. Soprattutto sono imbarcazione permanentemente in servizio da e per le isole napoletane e quindi facilmente disponibili. Saranno proprio le brevi distanze da percorrere che favorirebbero una siffatta strategia emergenziale.

Gli equipaggi poi, hanno grande esperienza anche in condizioni estreme. Ognuno di questi traghetti potrebbe trasportare per ogni corsa e nel giro di pochi minuti, oltre 300 passeggeri in direzione porto di Napoli. Ovviamente lo sfruttamento di questa risorsa richiede la necessità di avere nei porti, oggetto di possibili operazioni marittime, un tratto di banchina conformata e attrezzata per l’attracco rapido di questi natanti. Bisogna poi contemplare viceversa, l’approdo torrese anche come centro di sbarco di eventuali aiuti provenienti non già da Miseno ma dal porto di Napoli.

Durante l’esercitazione Vesuvio 2001 tenutasi a Portici nell’omonimo anno, fu testata la via del mare come risorsa evacuativa alternativa per le popolazioni appiedate, utilizzando un traghetto veloce fatto giungere nel porto del Granatello (Portici). Seguimmo con attenzione le operazioni di attracco e imbarco e rimanemmo veramente meravigliati dalla rapidità della manovra e dalla velocità di crociera della monocarena, che alla partenza lasciò subito in coda tutti gli altri e pur veloci battelli d’appoggio.

I piani di emergenza e di evacuazione che tardano ad essere pubblicati sotto forma di vademecum, prevedono l’allontanamento della metà degli abitanti, circa 42.961 persone, da indirizzare alla stazione centrale di Napoli per imbarcarsi su convogli ferroviari con destinazione Lombardia.  Il trasporto da Torre del Greco a Napoli, avverrebbe tramite 1074 corse di autobus da effettuarsi in un massimo di 72 ore. Parliamo di circa 15 viaggi ora, cioè uno ogni 4 minuti… Con i traghetti veloci si arriverebbe invece alla stessa movimentazione di pubblico utilizzando nelle 72 ore disponibili un solo traghetto ogni mezzora e senza ingorghi.

L’amministrazione comunale di Torre del Greco dovrebbe forse appaltare all’esterno, così come ha fatto per il piano comunale di emergenza nel 2015, servizi di analisi e progettazione per pianificare una rivalutazione e ristrutturazione complessiva del porto nel senso della funzionalità delle banchine anche dal punto di vista della profondità dei fondali.

Nel 1989 l’esercitazione di protezione civile organizzata nell’area vesuviana simulando un terremoti di origine vulcanica, segnò l’insuccesso a causa dei traghetti carichi di mezzi e uomini del soccorso, che non poterono accedere nel porto pur provandoci, perché i fondali erano troppo bassi. Dovettero districarsi e dirigere su Torre Annunziata per poi proseguire sulla statale per Ercolano epicentro del sisma…

Per poter vivere con una certa serenità nel territorio vesuviano, occorre innanzitutto che sia bandita dalle genti l’indifferenza quale modus pensandi e operandi. Se non ci fosse stata l’indifferenza, non ci sarebbero stati venti anni di mancata sicurezza con una sopravvivenza legata forse alla clemenza geologica e non certo alla lungimiranza della politica.

venerdì 28 luglio 2017

Rischio Vesuvio: la realtà che brucia… di MalKo

Vesuvio e Somma: incendi fase iniziale - 2017

Attraverso gli incendi che hanno totalmente devastato la macchia mediterranea e le aree boscate del Vesuvio e del Monte Somma riducendo i rilievi a una pietra annerita dal fuoco, la popolazione circumvesuviana ha scoperto che le calamità ad ampio raggio d’azione, come l’incendio diffuso, minacciano case e abitanti senza distinzione di sorta. Serve poco a rinchiudersi tra le mura domestiche, pensando che il massiccio battente sia un netto confine col mondo esterno, e soprattutto ostacolo insormontabile alle energie incontrollate...

Come abbiamo sempre detto, la percezione del pericolo si avverte solo attraverso una ferrea cultura della prevenzione o grazie alla stimolazione di uno dei cinque sensi. Nell’ambito dei vari comitati spontanei sorti qua e là nell’area vesuviana per discutere di incendi e mancata prevenzione antincendio, l’analogia con il fuoco vulcanico non è stata colta, neanche dai politici che hanno guidato una moderata protesta concentrata sulla difesa preventiva del parco nazionale del Vesuvio, senza pensare che oltre alle piante ci sono migliaia di esseri umani che costellano il contorno vulcanico, ancorchè soggetti in caso di eruzione alla micidiale furia delle colate piroclastiche. 

Il pericolo vulcanico è sfuggente perché non si percepisce e non fa parte del bagaglio di esperienze dei vesuviani, soprattutto in riferimento alle eruzioni più dure. L’ultima quella del 1944, fu vissuta ai bordi della lava senza nessun timore per l’incolumità dei presenti…

Il fuoco, quello tradizionale fatto di fumo e fiamme che ha avvolto la vegetazione vesuviana, è stato percepito grazie alla vista e all’olfatto. L’organismo ha fiutato l’atavico pericolo e non sono stati pochi quelli che hanno cambiato aria nel vero senso della parola, riparando da amici e parenti ben lontani dalla linea di fuoco che si è estesa dal Vesuvio al Monte Somma.

Alcuni politici dell’opposizione hanno cavalcato le polemiche sorte anche sui media a proposito della mancata prevenzione antincendio, puntando l’indice contro la macchina regionale e la sua insipienza preventiva e operativa volta allo spegnimento delle fiamme. Il governatore però, ha spalle larghe…

La percezione del pericolo i vesuviani l’hanno vissuta attraverso le vampe e il fumo acre che ha avvolto lo sterminator Vesevo dalla cima alla bassa fascia pedemontana, costringendo i cittadini a barricarsi all’interno delle loro abitazioni patendo caldo e senso d’impotenza. Il fumo si è sprigionato dagli incendi che hanno carpito combustibile dalla fascia arborea di pini e ontani e castagni e robinie e rovere e macchia mediterranea. Fiamme striscianti nel sottobosco che hanno covato brace nelle radici rinsecchite degli alberi più vecchi. L’incedere degli incendi non ha risparmiato materiale plastico e scarti delle industrie tessili ed elettrodomestici sgangherati buttati in ogni loco. Il fumo a tratti molto acre, si è diffuso nell’aria scivolando poi silenzioso sulle case come cappa malevole, avvolgendole e ammorbandole.



Ben altri effetti si sarebbero registrati, se al posto della caligine a calare sull’abitato fossero stati i micidiali flussi piroclastici, col loro incedere distruttivo capace di carbonizzare qualunque cosa si fosse opposto e frapposto al loro cammino rapido e ferale. 


La situazione attuale di prevenzione del rischio vulcanico, a studiarne le carte, segna punti di spossante mediocrità. La stoffa di cui è fatto il piano di emergenza infatti, è di assoluta inconsistenza operativa, trattandosi di un prodotto dall’iniqua strategia, con il piano di evacuazione che segna un’impasse che non si riesce a superare nonostante il modello sempliciotto su cui sono basate aritmeticamente le partenze dei profughi all’occorrenza.


Il vulnus di questa pianificazione di emergenza in itinere, ha nelle sue fondamenta una premessa fallace che assegna a molti cittadini la salvezza solo se l’ordalia statistica resisterà col suo pronostico eruttivo. 

Il vaticinio INGV stabilisce che da qui ai prossimi due secoli circa, la massima intensità eruttiva che può scaturire dalle viscere del Vesuvio sarà di taglia sub pliniana, ovvero e secondo l’indice di esplosività vulcanica, una VEI4.

Ogni intensità eruttiva corrisponde in linea generale a una porzione di territorio che potrà essere investito dai fenomeni previsti per quella formula eruttiva. A un’eruzione VEI 4 corrisponderà un territorio VEI 4 che ne pagherà le pene… Ovviamente a un evento vulcanico di intensità VEI 5, cioè pliniano, corrisponderà un territorio ben più ampio che verrà devastato.


La morale che se ne ricava è che la pianificazione di emergenza prevede di fronteggiare al massimo un evento VEI 4 stabilendo che il piano di evacuazione debba spostare i soli vesuviani che popolano il territorio VEI 4 oggi classificato come zona rossa Vesuvio.

Nel caso in cui l’eruzione che dovesse malauguratamente presentarsi nel medio termine sia invece di intensità VEI 5, anche mettendo in pratica e con successo il piano di evacuazione nelle 72 ore previste, sarebbe una colossale catastrofe perché le colate piroclastiche andrebbero ben oltre i confini della zona VEI 4 portando morte e distruzione nella corona circolare dichiarata indenne.

Quali garanzie abbiamo che la prossima eruzione non sarà eccedente una VEI 4… Garanzie esclusivamente di taglio statistico! Infatti, il prospetto proposto dagli esperti dell’INGV, si basa sulle varie tipologie eruttive con una probabilità di accadimento condizionato misurato a partire dai 60 anni di quiescenza vulcanica.

Le due tabelle hanno pari dignità, purtuttavia gli esperti hanno optato per la tabella B onde procedere alla stesura del piano di emergenza col suo annesso più importante: il piano di evacuazione ancora in itinere. Scegliendo la tabella B, i tecnici del Dipartimento della Protezione Civile hanno inteso obliare l’accadimento pliniano ritenendo l’1% previsto più che improbabile. Il problema è che tra quasi due secoli possiamo confermare la bontà del prodotto statistico offertoci: non prima…

Il Gruppo di Lavoro – A - incaricato di studiare e riferire quale sia l’eruzione di riferimento da cui difendersi, ha indicato statisticamente una sub pliniana (VEI4); ipotesi avallata e condivisa dalla commissione grandi rischi - sezione rischio vulcanico - che ha ritenuto congruo il lavoro del Gruppo A introducendo solo la linea nera Gurioli come margine d’invasione dei flussi piroclastici.

La linea nera Gurioli indica i limiti di scorrimento de flussi
piroclastici in seno ad eventi eruttivi  VEI 4.
 
In altre parole, se dovesse verificarsi un’eruzione superiore a quella limite adottata nel piano d’emergenza attuale, cosa che nessuno può escludere, alcuni comuni non previsti nella zona rossa si ritroverebbero nell’inferno vulcanico alla mercé delle nubi ardenti.

Il cerchio rosso che abbiamo tracciato nella figura a lato, rappresenta secondo la nostra concezione delle garanzie ovvero secondo il principio di precauzione, la vera zona rossa da evacuare per potersi ritenere al sicuro dai peggiori fenomeni insiti in un’eruzione appena VEI4 accentuata.
Speriamo che i cittadini del vesuviano e del flegreo attraverso gli incendi boschivi che hanno imperversato e minacciato ampie fette del territorio campano, si siano resi conto che non si può affidare bovinamente alla politica e alle istituzioni, la sicurezza di un’intera plaga geografica che li comprende, senza seguirne criticamente le attività e le iniziative di previsione e prevenzione delle catastrofi.



mercoledì 7 giugno 2017

Rischio vulcanico ai Campi Flegrei: eruzione work in progress?... di MalKo



La Solfatara - Pozzuoli - Campi Flegrei

A ovest della città di Napoli sorge il distretto vulcanico dei Campi Flegrei. Dall’altro lato, ad est, capeggia invece il Vesuvio. I due vulcani sono in vista l’uno dell’altro e ricadono geograficamente sullo stesso parallelo a 40° e 49’ di latitudine. La città di Napoli è posta quindi al centro di queste due aree vulcaniche che sono accomunate da un’unica grande camera magmatica che si sviluppa anche sotto la metropoli partenopea…

I Campi Flegrei non hanno un apparato montuoso ma solo brandelli collinari e semi collinari a volte rotondeggianti, che delimitano e punteggiano l’estensione geografica di un territorio forse sede del mitico vulcano Archiflegreo, sbriciolato nell’antichità da immani eruzioni fino alla condizione di caldera depressa, poi riempita da decine di bocche monogeniche che hanno proposto il loro vagito eruttivo molto spesso esplosivo respingendo in parte il mare.

Nell’arco di tre periodi diversi, sono stati espulsi da questo singolare distretto grandi quantità di materiale piroclastico anche a grandi distanze. L’ultima eruzione del 1538 ha segnato la quiescenza macroscopica dell’area, segnata comunque dal fenomeno anche recente e perdurante del bradisismo flegreo, che non sembra mettere tutti gli scienziati d’accordo circa la genesi di un suolo particolarmente irrequieto. In tutti i casi appare inoppugnabile il collegamento con la fonte energetica rappresentata dal calore magmatico sottostante…

Pochi giorni fa è stata formulata una teoria circa le intrusioni magmatiche che caratterizzano l’area flegrea; una tesi secondo la quale il magma insinuatosi fino a pochi chilometri dalla superficie si sia raffreddato dopo aver dato “spettacolo” e apprensione col suo calore oggi disperso…

Macellum - Pozzuoli - Campi Flegrei
Il Dott. Giovanni Chiodini, dirigente di ricerca dell’INGV, è tra i massimi conoscitori della geochimica dei Campi Flegrei.

Dott. Chiodini, secondo una recente tesi il magma che sembra si sia infiltrato fino a basse profondità nel sottosuolo flegreo, pare possa datarsi e ascriversi alle crisi bradisismiche degli anni 70’ e 80’: è così?

C’è dibattito su questo. Io sono d’accordo con questa interpretazione: altri autori affermano che quel magma si sia già solidificato….

Che ci sia stata un’intrusione magmatica sembra un dato su cui concorrono con qualche distinguo un po’ tutte le tesi. Nel merito possiamo confermarlo questo dato ed ancora conosciamo l’estensione, ovvero le dimensioni di questa protuberanza magmatica insinuatasi nei territori flegrei?

Che nel 1983/1984 ci sia stata una intrusione di magma è un dato su cui concordano la maggior parte dei ricercatori (se non tutti). Si pensa ad un volume di magma relativamente piccolo, dell’ordine di 0,1 Km3.

Dott. Chiodini, se di intrusione magmatica si tratta, il fenomeno è da attribuirsi prevalentemente alla possente spinta magmatica o a una scarsa resistenza della coltre crostale che in questi luoghi è aggredita da una chimica e da una temperatura che ne minano la resistenza? Una Sua recente teoria…

Immagino che la recente teoria a cui fa riferimento sia il lavoro pubblicato nel Dicembre 2016 nella rivista Nature Communications. In quel lavoro consideriamo quanto è avvenuto dopo il 2000. Per quello che riguarda, la crisi del 1983/1984 e la intrusione magmatica che l’ha causata, posso solo dirle come elemento di riflessione che a quelle profondità (4 km) la temperatura è molto elevata. D’altra parte nella zona di massima deformazione non si osservano terremoti a profondità più grandi. E’ la stessa zona dove si ipotizza una intrusione datata di alcuni secoli, quella che ha generato probabilmente e in qualche modo l’evento eruttivo di Monte Nuovo (1538). Ne sappiamo poco, ma in quella zona e a quelle profondità le rocce potrebbero avere un comportamento ‘plastico’ e non rigido.

Se la caldera flegrea è stata sede di alcune decine di bocche eruttive monogeniche, quest’intrusione potrebbe corrispondere a una nuova bocca o a una bocca eruttiva precedente…

Credo che la zona di Pozzuoli col tratto di mare adiacente sia una zona di accumulo di magma… Nel 1538 la deformazione inizialmente era su questa zona, poi si spostò prima dell’eruzione verso ovest, dando così origine all’ultimo evento riscontrato nei Campi Flegrei: quello appunto di Monte Nuovo.

La Solfatara e la fumarola di Pisciarelli con i suoi possenti sintomi di degassazione non è detto che sia la parte più vulnerabile all’ascesa del magma in superficie. La Solfatara è una sorta di camino, una specie di collettore zonale, ma il magma non è certo che segua la strada dei vapori.


Porto di  Pozzuoli (Campi Flegrei) - L'agglomerato del Rione Terra
La geochimica fino a che punto riesce a dare risposte sulle dinamiche magmatiche che interessano un fondo calderico come i flegrei?

Noi abbiamo interpretato le variazioni osservate alle fumarole della Solfatara come un processo di depressurizzazione del magma. Ora, secondo me, il magma sta rilasciando fluidi in maggiore quantità ed arricchiti in H2O perché si sta appunto depressurizzando. Penso che l’evento che ha causato questo processo sia in realtà collegabile alle migliaia di terremoti registrati nel 1983/1984 che hanno in qualche modo aperto il sistema alla risalita dei fluidi che, rilasciati dal magma, starebbero riscaldando le parti più superficiali della caldera.

Dott. Chiodini, i dati geochimici e geofisici flegrei cosa segnalano… cosa raccontano nell’odierno?

In sintesi e nell’insieme uno spostamento della crisi verso le zone più superficiali della caldera.

Un po’ di anni fa effettuammo un lavoro ad oggetto i dissesti statici nel napoletano infiltrandoci nei condotti acquedotto del sottosuolo di Napoli. Dissesti molto spesso originati dalle caratteristiche del tufo giallo che perde la sua resistenza statica fino al 40% una volta imbibito… La possente struttura tufacea su cui poggia la città di Napoli trova pari caratterizzazione nell’area flegrea?

Il sottosuolo di Napoli - Centro storico -  San Carlo all'Arena
Quello che diciamo nel lavoro che citava prima, riferendoci a lavori specifici fatti da colleghi stranieri, è che il tufo giallo se sottoposto a riscaldamento diminuisce la sua resistenza meccanica.

Un sottosuolo anche profondo rimaneggiato dalla chimica delle acque e dalle temperatura elevate potrebbe consentire una rapida risalita del magma, magari senza acquistare una veemenza particolarmente dirompente? In altre parole, un’eruzione nel flegreo può essere anche rapida ma contenuta negli effetti? 

A questa domanda è difficile dare una risposta. Credo che nel caso di una futura eruzione l’attuale fase di elevato degassamento possa attenuarne gli effetti dirompenti. Ma gli effetti comunque bisogna relazionarli anche e in gran parte alle quantità totali di magma coinvolgibili in un’eventuale eruzione….

In che modo si può migliorare la sorveglianza vulcanica dell’area flegrea?

La sorveglianza che viene fatta oggi è già a un ottimo livello. Quello che manca non è la sorveglianza ma la ricerca. La gente spesso sopravvaluta le nostre capacità di ‘sorvegliare’ un vulcano. Nel caso dei Campi Flegrei, ad esempio, bisogna tenere presente che non abbiamo mai misurato quello che accade prima di una eruzione.

L’unico modo per cercare di capire cosa potrà succedere e quali sono i processi in corso, è quello di assicurare una interazione tra il sistema di sorveglianza con delle ricerche scientifiche mirate. Penso che servono più cervelli che studiano il problema, piuttosto che ulteriori strumenti di monitoraggio del vulcano.

 
Strumentazione scientifica di monitoraggio - Vulcano Solfatara - Pozzuoli

L’Osservatorio Vesuviano sarebbe saggio che spostasse la collocazione dei suoi uffici e sala di monitoraggio nelle retrovie del fronte vulcanico? 

Secondo me sì. Sarebbe opportuno che la struttura che sorveglia e gestisce la rete dei sensori posti sul vulcano sia ubicata al di fuori di quelle zone che verrebbero evacuate qualora dovesse rendersi necessario diramare un allarme vulcanico….

Ringraziamo il Dott. Giovanni Chiodini, dirigente di ricerca dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, per averci illustrato con chiarezza la situazione attuale dei Campi Flegrei.

Il quadro complessivo che possiamo farci nelle conclusioni circa la situazione di pericolosità vulcanica esistente ai Campi Flegrei, è quello di una condizione complessiva che suggerisce grande attenzione ai processi magmatici che avvengono nel comprensorio terracqueo di Pozzuoli e per largo raggio. Qualche nodo scientifico incomincia a sciogliersi ma rimane una situazione molto complessa dettata anche dalla mancanza di comparazione scientifica con gli eventi eruttivi e pre eruttivi del passato.

Nei Campi Flegrei la popolazione esposta al pericolo vulcanico conta 550.000 abitanti. Nella caldera flegrea l’organizzazione della sicurezza dovrebbe avere precise strategie e idee molto chiare sul da farsi all’occorrenza. Non è sufficiente dare visibilità e risalto a chi rassicura oltre misura: le popolazioni non necessitano di massicce dosi di valeriana mediatica. Alle popolazioni bisogna assicurare il diritto all’informazione, perché la democrazia passa anche attraverso la conoscenza della realtà che ci circonda.

Alle incertezze della previsione vulcanica, si potrebbero contrapporre le certezze della prevenzione come metodo per mitigare le catastrofi: disciplina che nessuno persegue e che molti eludono. Mentre gli scienziati si confrontano con qualche distinguo sui temi vulcanici, la politica e le amministrazioni locali e nazionali sono invece concentrate sulle cubature cementizie da calare sulla ex spianata industriale di Bagnoli (Campi Flegrei), attraverso una cabina di regia che tutti reclamano. C’è pure chi appalesa in quest’area geologicamente attenzionata la possibilità di accedere all’affare energetico trivellando per il geotermico lì dove la crosta è più gonfia e satura di fluidi caldi…

La parola d’ordine allora è il business, in barba a tutti i gufi catastrofisti che pensano di vivere nell’epoca dei dinosauri coi vulcani  sbuffanti ed eruttanti…