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lunedì 25 luglio 2016

Rischio Vesuvio: qual'è l'eruzione attesa? ... di MalKo


Vesuvio: la pineta di Terzigno in fiamme

Per difendersi da un vulcano è innanzitutto necessario determinare l’area di ricaduta o di scorrimento dei prodotti vulcanici venuti alla luce dalle profondità del sottosuolo nel corso di tutte le eruzioni conosciute. La natura dei prodotti piroclastici che si rinvengono generalmente a strati, consente ai geologi di risalire oltre che alla data dell’eruzione, alla tipologia eruttiva e alle superfici territoriali su cui si sono abbattute le varie fenomenologie vulcaniche.

L’uomo dell’età dei metalli, se avesse avuto la conoscenza dei fenomeni naturali e dei principi fondamentali della prevenzione, si sarebbe dovuto insediare più o meno ai limiti dei prodotti piroclastici di un certo spessore. Avremmo così evitato la situazione attuale, dove l’ardente monte Vesuvio spicca tra una miriade di palazzi che gli pestano i piedi e lo sormontano e lo circondano. Il Vesuvio col tempo è stato assoggettato al titolo di vulcano metropolitano, come quello dei Campi Flegrei: quest’ultimo pur essendo strutturalmente diverso dal primo, presenta una vasta caldera alla stregua riempita immancabilmente e irrimediabilmente di case. Con l’urbanizzazione attuale, anche l’incendio che ha interessata in questi giorni la vegetazione vesuviana, ha creato non pochi disagi per il fumo che soprattutto di notte calava e stagnava sulle case.

I due vulcani dicevamo, ricadono così sotto la giurisdizione amministrativa metropolitana del sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, che da ex magistrato prima o poi dovrà chiedersi, ovvero chiedere al Dipartimento della Protezione Civile e ai comuni, come mai mancano ancora i piani di evacuazione a tutela delle popolazioni esposte al rischio eruttivo. Un pericolo quello vulcanico forse remoto, ma indubbiamente particolarmente devastante e soprattutto con dei tempi di crisi pre e post eruzione che possono essere anche molto lunghi, come ci suggerisce lo schema sottostante prodotto dall’USGS.

Tavola USGS
Il Vesuvio come sapete, è un vulcano che ha espresso per il passato varie tipologie eruttive molto dissimili tra loro, che vanno dall’eruzione dal taglio turistico con le patate cotte sotto la cenere, agli sconvolgimenti areali di grosso calibro (Avellino; Pompei), con interi villaggi e città devastate dai flussi piroclastici e seppellite dagli ammassi di cenere e lapilli. Fra i due poli estremi, ci sono poi le eruzioni intermedie (472;1631;1906...) che pure hanno sconquassato il litorale e l’entroterra del Golfo partenopeo…

Da quale eruzione dobbiamo allora difenderci? La commissione grandi rischi per il rischio vulcanico (CGR-SRV), prendendo in esame il lavoro della commissione incaricata di prefigurare gli scenari eruttivi quale premessa ai piani d’emergenza, ha sancito che le risultanze scientifiche raggiunte possono considerarsi in linea con l’attualità anche statistica e con il parterre scientifico precedente (1995), e che l’eruzione VEI 4 (sub pliniana), può quindi essere assunta come massima prefigurabile da qui ai prossimi 130 anni di quiescenza del Vesuvio (vedi tabella).
Tipologia eruttiva
VEI corrispondente
Probabilità condizionata di accadimento: quiescenza da 60 anni in su…
Probabilità condizionata di accadimento: quiescenza da 60 a 200 anni…
STROMBOLIANA VIOLENTA
VEI 3
65%
72%
SUB PLINIANA
VEI 4
24%
27%
PLINIANA
VEI 5
11%
1%
La linea nera Gurioli, novità introdotta dalla CGR-SRV, è stata ritenuta coerente come limite d’invasione delle colate piroclastiche insite nelle eruzioni VEI 4, e, quindi, il segmento nero circoscrive la zona ad alta pericolosità vulcanica
 
Vesuvio e area vesuviana: linea nera Gurioli

Non tutto è lineare però. In figura la zona “rosata” corrisponde alla vecchia classificazione della zona rossa. La linea nera invece, come detto circoscrive il perimetro scientifico dell’attuale zona rossa. La prima cosa che si nota è che tale zona di fatto è più stretta della precedente. Una notizia di questo genere sarebbe stata un tantino destabilizzante, soprattutto per i vecchi comuni costretti per anni all’astinenza cementizia.

Per ovviare a questo deliquio d’immagine garantista, la Regione Campania in accordo con il Dipartimento della Protezione Civile, ha deciso comunque di classificare con atto amministrativo, zona rossa (R1) anche le parti di territorio rosato che si trovano al di là della linea nera. Con questa trovata tutta politica, si è consentito alla precedente nomenclatura regionale e dipartimentale, di fregiarsi del titolo di più realisti del re, aumentando artificiosamente la zona ad alta pericolosità vulcanica, soprassedendo al conseguenziale vulnus giuridico, perché il principio di precauzione che poteva giustificare l'imposizione amministrativa, non ha trovato equa applicazione…

Infatti, il Comune di Boscoreale in ragione di queste discrepanze di trattamento, non accettò l’artificioso ingrandimento del perimetro ad alta pericolosità vulcanica (R1) che gli bloccava il cemento a uso residenziale, ricorrendo quindi al tribunale amministrativo regionale (TAR) che inevitabilmente, e non poteva fare altro, gli diede ragione. Il Consiglio di Stato invocato dalla soccombente e allarmatissima Regione Campania, bloccò ad horas la favorevole sentenza TAR sulla scorta del principio di pericolo in mora, ribaltandola poi e completamente dopo alcuni mesi, con citazioni di prudenza a sostegno dell’allargamento non in linea con le risultanze scientifiche….

L’iniquità di questa sentenza è data dalla piccola discrepanza offerta dal comune di Scafati, la cui parte territoriale di nord ovest, pur incuneandosi tra i territori di Boscoreale e Pompei sovrapponendosi alla linea nera, si è chiamato completamente fuori dalla prima fascia ad altissimo rischio vulcanico (R1). Nella zona R2 scafatese e poggiomarinese, si sfornano quindi palazzi e villette e case e fabbricati con regolare licenza edilizia. Un principio di cautela allora applicato per Boscoreale e Pompei ma disatteso per Scafati e Poggiomarino… La figura sottostante è sufficientemente e graficamente indicativa ed esplicativa.

Per tentare di uscire da questo pantano amministrativo che potrebbe essere arricchito da alcune disquisizioni sull’abusivismo edilizio, piaga apertissima e infetta, ritorniamo al discorso principale per capire da quale eruzione dobbiamo difenderci.

Per avere un metro di paragone, la nostra attenzione si è concentrata sul vulcano Mount St. Helens, nello stato di Washington, negli USA, per alcune caratteristiche simili al Vesuvio. Abbiamo chiesto all’U.S. Geological Survey quale statistica eruttiva è stata applicata al vulcano St. Helens per stabilire l’eruzione di riferimento circa la stesura dei piani d’emergenza. L’USGS ha risposto che <<non pubblicano statistiche e non usano le statistiche per l’elaborazione dei piani d’emergenza>>. Le nostre mappe di pericolo, hanno precisato, si basano sul mapping geologico delle precedenti eruzioni… Come dire: vanno sul concreto, sul tangibile…  Guardate lo schema sottostante:


Schematizzazione non in scala ad uso didattico
gli esperti dell’INGV hanno dichiarato con una probabilità condizionata di accadimento, che la prossima eruzione del Vesuvio, almeno per i prossimi 130 anni, sarà al massimo un evento dall’indice di esplosività VEI 4. I passi successivi però, hanno trasformato una probabilità in valore deterministico, tant’è che la linea nera Gurioli da limite di deposito ha assunto innaturalmente una funzione di limite di pericolo.

Fra 130 anni l’ottimistica scelta eruttiva operata dall’INGV e dal dipartimento della protezione civile, circa la zonazione R1 di altissimo rischio vulcanico, girerà l’angolo dei 200 anni... Una soglia indiscutibile che segnerà inevitabilmente la necessità di prendere giocoforza e seriamente in esame, anche statisticamente parlando (11%), la possibilità che una eruzione del Vesuvio possa avere uno stile pliniano (VEI 5).

I futuri territori invadibili dai flussi piroclastici di una pliniana (VEI5), sono quelli oltre la linea nera Gurioli per circa 10 chilometri. Una bella fetta di terreno dove continuano alacremente a erigere case e palazzi. In questo caso, lo Stato paradossalmente si ritrova in una condizione di produttore di rischio, magari proiettato nel futuro, ma pur sempre rischio con il quale bisognerà prima o poi misurarsi…

Il rischio vulcanico mediato su una VEI4, dovrebbe essere innanzitutto oggetto di informazione dettagliata per i cittadini. Il nostro parere è che in tal modo si consentirebbe in tempo di pace geologica a chiunque di esercitare il libero arbitrio circa l’accettazione o meno della residenza in area vulcanica. Intanto la classe politica dovrebbe elaborare piani di riordino territoriale e di costruzione di grandi assi viari a scorrimento veloce che consentano alla popolazione di allontanarsi in caso di pericolo vulcanico. Progetti che interessino e impegnino i prossimi 130 anni. Solo con queste premesse e promesse di opere mitiganti a vantaggio dei nostri figli, e nipoti e pronipoti, è moralmente proponibile l’accettazione del rischio pliniano.

La funzione principale della Commissione Nazionale per la Previsione e Prevenzione dei Grandi Rischi, è quella di fornire pareri  di carattere tecnico scientifico al Capo Dipartimento della Protezione Civile, come quello sull’eruzione di riferimento. Questa commissione però, molti non lo sanno, dovrebbe parimenti indicare anche come migliorare la prevenzione del rischio vulcanico, senza badare al consenso della politica. Compito arduo, che risulterebbe maggiormente agevole se  si affiancasse nell'opera divulgativa e propositiva, anche qualche autorevole alleato come il pregevole Osservatorio Vesuviano (INGV). L'importante struttura di ricerca e sorveglianza dei vulcani, sembra un po' schiva a puntare il dito sull'assenza delle politiche di prevenzione areali, dando l'impressione invece, che preferisce  cimentarsi  sulle più neutre politiche energetiche e di sfruttamento del sottosuolo...  Con la nomina del nuovo direttore dell'Osservatorio Vesuviano, la sismologa Francesca Bianco, si spera in un cambiamento di passo che sia innanzitutto utile per la prevenzione delle catastrofi.

domenica 19 giugno 2016

Rischio Vesuvio: politica, vulcani e vulcanologia... di MalKo


Vesuvio da Torre del Greco


Il disegno di legge S.580-B approdato dalla Camera al Senato della Repubblica, contiene disposizioni in materia di criteri per l'esecuzione delle demolizioni dei fabbricati abusivi posti al vaglio della magistratura. In sintesi, il singolare disposto legislativo che porta la firma del senatore Falanga, parlamentare di Torre del Greco, si prefigge di stabilire l’ordine di priorità per procedere agli abbattimenti delle case fuorilegge. Non essendoci soldi a sufficienza per ingaggiare le ruspe, questo astuto provvedimento servirà ad abbattere solo le costruzioni abusive ricadenti in zone particolarmente vulnerabili o di rilevanza ambientale, culturale, paesaggistica e archeologica o, con un'impronta del malaffare. 

Non sanare e non abbattere almeno quelle non poche magioni cosiddette di necessità, mandando le relative pratiche nel dimenticatoio burocratico, viene intravisto come un efficace espediente da realpolitik.

Il canovaccio che potrebbe allora diventare legge a breve, indica quindi cosa smantellare per primo, con un ordine prioritario che dovrebbe consentire alle costruzioni senza licenza, fatte dai poveri cristi, come li definisce in un articolo giornalistico il governatore campano, di cavarsela per il rotto della cuffia addirittura sanando il sanabile. Che sia un problema serio l’abusivismo edilizio ce lo conferma lo stesso governatore De Luca, quando afferma sulla stampa che se si procedesse a tutti gli abbattimenti abusivi in Campania (70.000), non ci sarebbero cave a sufficienza per smaltire le camionate di calcinacci… Non una parola però sugli eclatanti omessi controlli…

Al primo punto, si legge nel disposto 580-B, dovranno essere demolite le costruzioni di rilevante impatto ambientale o costruite su area demaniale o in zona soggetta a vincolo ambientale e paesaggistico o a vincolo sismico o vincolo idrogeologico o a vincolo archeologico o storico-artistico. A seguire poi, l’edificato che porta lo zampino della delinquenza, del business irregolare e in ultimo gli abusi edilizi riconducibili a soggetti appartenenti a nuclei familiari che non dispongano di altra soluzione abitativa, con contestuale comunicazione alle competenti amministrazioni comunali in caso di immobili in possesso di soggetti in stato di indigenza. Fin qui quindi, il massimo e il minimo su cui potrebbero accanirsi i mezzi cingolati.

Nella formulazione del disposto numero uno manca completamente il vincolo vulcanico. La zona rossa Vesuvio, anche fuori dai tenimenti del Parco Nazionale Vesuvio, annovera centinaia e centinaia di case abusive che gli accaparratori del voto tentano di sanare come promesso elettoralmente. Voto non olet!

Tecnicamente parlando allora, o anche per serietà se volete, per una sua completezza logica questo articolo di legge doveva così essere formulato: dovranno essere demolite prioritariamente le costruzioni di rilevante impatto ambientale o costruite su area demaniale o in zona soggetta a vincolo ambientale o ad alto rischio vulcanico o a vincolo paesaggistico o a vincolo sismico o vincolo idrogeologico o a vincolo archeologico o storico-artistico. Con siffatta e più completa enunciazione, avremmo dato senso compiuto al concetto che i grandi eventi naturali proprio per l’ingerenza e la sopraffazione antropica del territorio, sovente si trasformano in catastrofi.

Entrando dentro la faccenda, ricordiamo che la nostra Penisola raggruppa tre grandi problematiche di ordine naturale: i Terremoti, i Vulcani e il Dissesto Idrogeologico.

I terremoti come sapete sono legati ai movimenti litosferici delle zolle grandi e piccole che si scontrano, e si sfregano e si insinuano una sotto l’altra. Il rilascio istantaneo delle energie assimilate dagli immani blocchi, cagionano dei sussulti anche violenti che si trasmettono tanto ai manufatti dell’uomo che rovinano, quanto alle masse d’acqua marina adagiate sulla crosta. In quest’ultimo caso, le possenti energie in gioco possono a volte formare le terribili e devastanti onde di maremoto.
L’Italia è certamente un Paese soggetto ai fenomeni sismici, soprattutto lungo la catena alpina e appenninica e nella zona estrema peninsulare e insulare della Calabria e della Sicilia. I terremoti come sapete non si riescono ancora a prevedere e quindi ad escludere. Di conseguenza la difesa che le popolazioni devono attuare contro questo fenomeno non localizzato, è indubbiamente di ordine preventivo, con case che andrebbero realizzate o rinforzate con un indice di resistenza sismica adeguato alle sollecitazioni massime che solitamente in quel determinato luogo gli archivi storici ci consegnano.

Classificazione sismica Regione Campania

Il dissesto idrogeologico invece, è frutto degli elementi esogeni che hanno il compito di demolire i rilievi sfruttando tra l’altro le acque correnti e la forza di gravità. Se si abita al di sotto di un rilievo grande o piccolo che sia, o sulla groppa di un terreno instabile, bisogna valutare bene se sussistono gli estremi per realizzare opere di difesa o di contenimento, perché le frane sono repentine e difficilmente prevedibili.
I vulcani invece, portano in serbo energie di tutto rispetto non valutabili in anteprima. Nei 1171 Km2 della provincia di Napoli, oggi città metropolitana, sono ben tre (Vesuvio, Campi Flegrei, Ischia) i distretti vulcanici che caratterizzano il territorio partenopeo, con i suoi oltre tre milioni di abitanti.
Il Vesuvio  venne definito dalla rivista Nature come la bomba a orologeria d’Europa: una bomba che nessun artificiere è in grado di disinnescare. Il timer geologico di questo vulcano, rimanendo nel campo delle analogie, non è tarato su giorni e ore bensì su una quantità imponderabile di anni, e mesi, giorni, ore e minuti e secondi. Un tempo forse con moltissime cifre, come i granelli di una clessidra che alla fine però, scorreranno tutti dalla strozzatura vitrea.
Dall’ultima eruzione sono passati 72 anni. Il problema del Vesuvio è che non solo non si conosce esattamente l’eruzione zero da cui contabilizzare il tempo che passa, (scarni elementi statistici a disposizione), ma non si conoscono neanche nell’attualità le quantità di tritolo equivalenti che potrebbero essere messe in gioco dall’eruzione e che per il passato sono state tra le più impensabili ed espresse in megatoni.
D’altra parte non si conosce neanche la consistenza dell’involucro che costipa e tiene a freno le energie sotterranee e il suo livello di fratturazione, così come la composizione della miscela eruttiva. Insomma, il Vesuvio è uno scrigno di incognite per molti, mentre per pochi stranamente racchiude certezze statistiche inoppugnabili…
Dal terremoto ci si difende strutturalmente dimorando in edifici robusti abbastanza da resistere alle sollecitazioni sismiche preventivate per quella zona. Diversamente proiettandosi all’esterno dell’abitazione alle prime avvisaglie del sisma: cosa impossibile però, per chi abita luoghi diversi dal piano terra. Questo significa poi, che c’è una maggiore vulnerabilità per i dimoranti nelle ore notturne, perché si dorme e si è al buio. In siffatte condizioni, occorrono secondi per destarsi, comprendere e reagire. Per una serie di variabili dunque, la fuga non può essere la mossa vincente decisiva.
In teoria vivendo in zona sismica, possiamo fissare una parete o un solaio e chiederci con quanta violenza potranno essere scossi dal prossimo terremoto e se resisteranno e si manterranno integri. In altre parole il danno potrebbe derivarci da quello che già osserviamo, e la nostra difesa è racchiusa e legata idealmente alla struttura cementizia che ci circonda e su cui potremmo esercitare un’azione difensiva preventiva.
Nel caso delle eruzioni esplosive invece, tra i fenomeni maggiormente preoccupanti le colate piroclastiche occupano un posto da primo piano. Parliamo di qualcosa che può materializzarsi sopra il monte e che potrebbe collassare, rotolare e raggiungerci. Non c’è riparo dalle colate, non solo perché queste valanghe ardenti hanno un’azione meccanica di sradicamento e abbattimento dei manufatti di tutto rispetto, ma anche perché i flussi piroclastici hanno una temperatura d’esercizio di diverse centinaia di gradi Celsius.
L’ospedale del mare ubicato in zona rossa (Ponticelli), è additato come cattivo esempio di prevenzione, perché pur essendo largamente antisismico, non garantirebbe alcuna protezione a fronte delle nubi ardenti che in caso di eruzione potrebbero avvolgerlo e penetrarlo con materia e materiali che possono anche superare i 500° Celsius. Su questi depositi piroclastici roventi, tanto per dare l’idea, è impossibile camminarci  per un certo numero di giorni…
Le nubi ardenti di una pliniana possono scorrere e raggiungere anche i 20 chilometri di distanza dall’apparato vulcanico, e la parte aerea pure oltre come ci narrano le lettere di Plinio il giovane da Miseno... Questo significa che le procedure di difesa della popolazione dovranno comprendere giocoforza e all’occorrenza, esclusivamente l’evacuazione preventiva dalla zona vulcanica in 4320 minuti… Questo è il tempo che gli esperti regionali hanno calcolato per allontanare circa 800.000 abitanti e, quindi, il margine di dubbio entro cui le operazioni di allontanamento dovranno concludersi a prescindere se l’eruzione poi ci sarà (successo) o meno (insuccesso). Si badi però, il termine delle 72 ore per evacuare non è dettato solo dalla matematica evacuativa, bensì dalla necessità tutta vulcanologica di arrivare “sotto” abbastanza a una condizione di parametri del vulcano sufficientemente indicativi, e che vadano nella direzione dell’evento eruttivo che comunque e alla fine potrebbe non esserci.
La politica supportata dalla scienza statistica dell’INGV, lo ricordiamo ancora una volta, ha definito l’ampiezza della zona rossa basandosi con un piglio deterministico sulla proiezione statistica che la futura eruzione del Vesuvio sarà di bassa-media entità: una VEI 3 o al massimo una sub pliniana VEI 4. In questo caso i territori interessati dai fenomeni più deleteri sarebbero circoscritti nell’ambito dei circa dieci chilometri dalla bocca eruttiva.
Questa mediazione sull’intensità della prossima eruzione (VEI 4) non suffragata da dati matematici, porta all’assurda situazione che, anche se riesce il colpaccio della precisa previsione dell’evento vulcanico, e, quindi, le 72 ore sono rispettate e gli 800.000 abitanti vengono evacuati dall’attuale zona rossa prima dell’eruzione, in caso di evento con indice di esplosività VEI 5, cioè pliniana, nonostante il successo della previsione vulcanica assisteremmo a una catastrofe epocale dovuto alla sottostima dell’area da evacuare, che non comprende una corona di cerchio con superficie tripla rispetto a quella effettivamente evacuata.  Fatevi un po’ i conti… 


Schematizzazione concettuale delle aree soggette a invasione dei flussi piroclastici
Il mondo politico e istituzionale ribadisce continuamente che siamo protetti perché i vulcanologi dell’Osservatorio Vesuviano sono in grado di cogliere mesi prima l’eventuale variazione dei parametri fisici e chimici del vulcano tendenti all’allarme.  Alcune analogie con i fatti dell’Aquila e delle risultanze della commissione grandi rischi a proposito del terremoto escluso, suggerirebbe una maggiore accortezza in questa che detta così è una formulazione di previsione. Si chiarisca meglio il concetto. Bisogna spiegare bene che mesi e anni prima possiamo anche cogliere una variazione dei parametri controllati del vulcano, ma dobbiamo attendere comunque gli ultimi giorni magari realmente pre eruttivi per avere una modica certezza che si sta andando davvero verso l’eruzione. Bisogna allora avere la onestà intellettuale di ribadire nell’opera informativa alla cittadinanza, ma soprattutto alle istituzioni di protezione civile e soprattutto agli enti territoriali che nicchiano, che tutte le più sofisticate attrezzature del mondo e congegni super elettronici e di derivazione spaziale satellitari messi in campo per il monitoraggio dei vulcani, in realtà riescono solo ad anticipare i tempi della crisi, ma non portano un solo grammo in più di previsione dell’evento eruttivo. Il bradisismo degli anni ’80 docet

Nel frattempo dedichiamo questo articolo ai vulcanologi forse troppo presi dai loro studi e modelli matematici per accorgersi che nel frattempo e sulla base delle loro considerazioni preventive e statistiche, a un metro dalla linea nera Gurioli o se volete ai limiti della zona rossa VEI 4, si costruisce con regolare licenza edilizia come succede nei comuni di Poggiomarino e Scafati. Parliamo di due municipalità new entry di una certa superficie e importanza, che tra l’altro con pari dignità e cautela, sono  inserite nella zona rossa da evacuare in caso di allarme, come recita un provvedimento governativo a firma del presidente Letta.

La statistica risicata offerta dall’INGV che ha azzerato opzioni diverse dalla sub pliniana come eruzione di riferimento, non viene quindi usata per correre qualche rischio in più in nome del tempo necessario per riordinare i territori vesuviani con politiche viarie e di delocalizzazione degli abitati in nome della prevenzione. Tutt’altro: la buona novella è stata manovrata per urbanizzare a tutta forza quei territori con case tra l’altro ambite e comprate proprio dalla popolazione della zona rossa 1 (R1), che non potendo più edificare nel senso residenziale per effetto della legge regionale 21 del 2003, compra abitazioni nella zona rossa 2 (R2).



Qualcuno potrebbero chiedersi perché se la zona rossa è pericolosa e tutta da evacuare in caso di allarme o pre allarme vulcanico che potrebbe durare anni, nella zona R2 si costruisce a larga manica con licenza edilizia e nella zona R1 è impossibile edificare e secondo logica sanare gli abusi? Ve lo spieghiamo subito…


Vesuvio: zona rossa e gialla

La zona rossa Vesuvio come vedete dal disegno soprastante, è stata suddivisa dalla politica e da una certa scienza, in zona rossa una e zona rossa due. La zona rossa 1 è stata definita dai vulcanologi ad alta pericolosità vulcanica. La zona rossa 2 invece, solamente a pericolosità vulcanica. La mancanza del termine alta consente il rilascio di licenze edilizie… Eppure la commissione grandi rischi ha stabilito che la zona ad est del Vesuvio, a prescindere dal tipo di eruzione, e quindi dall’indice di esplosività vulcanica, sarà comunque soggetta alla pericolosa pioggia di cenere e lapilli…
Sarebbe stato particolarmente utile poi, che qualcuno avesse corretto l’ex assessore Edoardo Cosenza quando declamava che una sola eruzione pliniana aveva colpito negli ultimi 23000 anni la plaga vesuviana. La mappa Gurioli in realtà porta questa dicitura (1) intendendo i territori colpiti dalla tipologia pliniana.  Infatti, l’area gialla che vedete in figura, si estende verso nord facendo riferimento all’eruzione pliniana di circa 3800 anni fa, e quella che si estende verso sud, e la cui espansione è bloccata dai Monti Lattari, è relativa alla pliniana di Pompei.  Quattromila anni fa una pliniana, duemila anni fa un’altra…

Mappa redatta dalla ricercatrice Lucia Gurioli - In evidenza anche la linea nera

Non vorremmo che si sia cercato di obliare il concetto che una pliniana come quella tipo delle pomici di Avellino possa investire la città di Napoli e per un largo comprensorio e tra l’altro con un’incidenza verso nord diversamente dal baricentro dei fenomeni eruttivi attualmente sbilanciato ad est…

Visto che questo articolo è indirizzato ai vulcanologi, occorre anche precisare che ad oggi non esiste alcun piano di evacuazione per l’area vesuviana e flegrea mentre per l’isola d’Ischia mancano addirittura gli scenari di rischio. Com’è possibile che dopo 21 anni di annunci e supponenza interventistica si scopre che non c’è il piano d’evacuazione almeno per il Vesuvio? Semplice… il piano d’emergenza è un documento che racchiude praticamente tutto: gli scenari relativi all’eruzione di riferimento, i livelli di allerta, le fasi operative, l’organizzazione da mettere in campo, i gemellaggi, la catena di comando, ecc. Il problema è che in questo compendio manca il piano di evacuazione. E’ molto grave questa mancanza, perché non ci sono più scenari di rischio analizzati e con cui cimentarsi, e quindi comportamenti difensivi diversi. Il piano d’emergenza nazionale rischio Vesuvio tratta un unico grande pericolo: l’eruzione. Se malauguratamente dovesse manifestarsi questo evento di grande pericolo, l’unica operazione di tutela possibile è la totale evacuazione della zona rossa Vesuvio. Stampa e televisione hanno sempre e solo parlato di piano d'emergenza... e quello c'è!
Considerato che la politica non riesce a innescare alcuna opera di prevenzione, leggasi rinunce e impegno intellettuale di pianificazione basato su molti decenni, preferisce non rinunciare all’orocemento, affidandosi così a tutti coloro che giurano che la previsione vulcanica è possibile e con largo anticipo. In questo caso non occorre un piano di evacuazione che intanto non c’è, ma basta un programma di mobilitazione extraurbano del tipo grandi eventi…
Il lavoro degli scienziati allora non può essere di neutralità totale se vuole essere anche utile per l'umanità; anche gli scienziati dovrebbero sporcarsi le mani negando alla politica quella spalla, ovvero quell’enunciazione ad hoc per andare avanti verso una spregiudicatezza che poi può trasformarsi in catastrofe magari in danno ai posteri… Una eruzione pliniana diventerà un fattore possibile, tra alcune manciate di anni, anche per coloro che amano la statistica dei pochi dati tra le mani. Nel frattempo sappiate che i territori che un giorno saranno della pliniana, si stanno impinguendo di case. Sarà interessante la collocazione che il senatore Falanga e il presidente regionale Vincenzo De Luca daranno alla zona rossa Vesuvio, a proposito della priorità negli abbattimenti ovvero alla sussurrata sanatoria edilizia che, riferisce il governatore e con convinzione, dovrà essere attuata necessariamente ma con esclusione delle zone rosse in genere… Nel frattempo però, giudichiamo ancora più interessante l'atteggiamento dell'Osservatorio Vesuviano, dell'INGV e della scienza in generale...
La zona rossa Vesuvio da evacuare totalmente in caso di allarme vulcanico



  







 








domenica 27 marzo 2016

Rischio Vesuvio: Vesuvio vulcano gettonatissimo... di MalKo


L'impareggiabile Golfo di Napoli


Generalmente abbiamo la tendenza a ritenere che tutte le cose subiscano un invecchiamento.  Non sono pochi quelli che inquadrano il Vesuvio come un soggetto che abbia perso molte delle sue energie diciamo giovanili dopo tanti anni d’infuocata esistenza. In realtà i tempi geologici sono molto differenti da quelli umani… I rimescolamenti che avvengono nella parte superiore del mantello, tra l’altro in tempi insondabili e con meccanismi irregolari e variabili e forse compulsivi, provvedono a rinvigorire con nuovi fluidi a diversa composizione le sacche magmatiche da cui prendono linfa vitale i vulcani, che così si rigenerano, come le nostre cellule…

Un vulcano viene classificato estinto quando non si verifica un’eruzione da migliaia di anni… non è il caso del Vesuvio che sul panorama mondiale detiene ancora il primato mondiale del rischio vulcanico a causa della sua tempra esplosiva e della selvaggia conurbazione che lo avvolge e che ne fa una sorta di parco cittadino svettante tra i palazzi metropolitani.

Alcuni turisti non considerano saggio pernottare e soggiornare nella zona rossa Vesuvio neanche per qualche notte. Tant’è che il viaggiatore più timoroso preferisce allocarsi in quel di Sorrento, godendosi le forme del gigante che dorme dalle terrazze protese sul mare, omaggiato da odorose brezze dove primeggia il profumo dei fiori d’arancio.

La nostra caratteristica è quella di dare molta importanza alle cose materiali che possediamo e che non vogliamo perdere; diamo un senso all’attualità e al tangibile, al punto da ritardare qualsiasi valutazione in merito alle ipotesi di rischio che ci riguardano. Purtuttavia quando il pericolo si manifesta, generalmente ci sorprende sempre, e vorremmo privarci, ma solo nel momento della resa dei conti, di ogni cosa pur di salvare la pelle.

L’informazione allora non è sufficiente da sola a produrre scelte sensate senza l’aiuto di uno dei cinque sensi. La percezione del pericolo da parte dei sensi è la molla necessaria a farci produrre massicce dosi di adrenalina. Più sensi vengono stimolati tanto maggiore risulterà l’allerta.  Ad esempio, un sistema valido per ridurre il fenomeno dell’abusivismo edilizio potrebbe consistere nel mettere un apparecchio che produca volute di fumo all’interno della bocca eruttiva del Vesuvio. Nonostante l’artificiosità del meccanismo fumoso, il risultato in termini di deterrenza verrebbe comunque colto. Un altro esempio ci proviene dai consumatori di tabacco. Occorre la bronchite o l’affanno o peggio ancora una radiografia sospetta per farci gettare via il pacchetto di sigarette. In assenza di percezione diretta scrivere sulla confezione che il fumo uccide è quasi inutile…

Il secondo elemento che rema contro i principi di delocalizzazione della popolazione per sottrarsi dalla condizione di rischio vulcanico, sono gli opinionisti di verso contrario agli allarmisti. Sono quelli che decantano il Vesuvio alla stregua della beltà della natura che ci ha donato questo monte ricco di frutti e di storia e di suoli fertili da cui trarre pregiate albicocche e vino e pomodorini col pizzetto. La montagna non è solo rischio dicono, è anche opportunità, cultura, panorama, usanze, folklore: lasciate perdere i profeti di sventura che per qualche click in più sparano titoloni da sciagura imminente sul web, che vanno dalle trivellazioni spauracchio ai vulcani prossimi a divampare. Occorre più rispetto per il Vesuvio, affermano con sicumera… Tutto condivisibile, ma chiudere i discorsi secondo le regole del taralluccio e vino non porta un solo grammo di utilità alla prevenzione delle catastrofi.

Il Vesuvio allora viene tirato per la giacca dai catastrofisti e dai minimisti, dagli allarmisti e dagli imbonitori… e quando ci sono due fronti contrapposti, generalmente al centro rimane l’inerzia e l’indifferenza di un popolo che sonnecchia, un popolo di cicale.

Il nostro modus operandi di cittadino medio ci porta a prendere in considerazione tutte le cose che non vanno solo quando le tocchiamo con mano. Della sanità e delle sue disfunzioni ne prendiamo atto solo quando giungiamo nel nosocomio inefficiente per essere curati. I trasporti li scopriamo orribili solo quando prendiamo il treno di una linea ferroviaria che scopriamo avvezza alle soppressione delle corse (non solo la circumvesuviana…). Le ingiustizie istituzionali le riteniamo intollerabili solo quando ci riguardano. La burocrazia avvilente solo se chiediamo una licenza.  La commissione grandi rischi e i fatti dell’Aquila con lo strascico giudiziario che ancora persiste ci cala poco perché pensiamo erroneamente che sia un problema tutto locale… Praticamente il nostro agire verte sulla scorta dello stimolo che ci riguarda direttamente da vicino e in una misura dipendente dalla impellente necessità: diversamente, la nostra azione è tutta un pour parler

Prendete il caso dei Campi Flegrei. Il suolo si solleva; nella zona della Solfatara fuoriescono 3000 tonnellate al giorno di anidride carbonica; la temperatura dell’acqua ribollente è aumentata; in alcuni punti il magma si è intrufolato fino a 3 chilometri dalla superficie. Su tutta l’area vulcanica flegrea grava lo stato di attenzione in termini di allerta vulcanica. Elementi che possono essere indizi di pericolo o semplice ordinarietà per una terra vulcanica.  Non siamo in grado di dare un significato a questi fattori di vitalità di un sottosuolo ribollente, ovvero dei processi fisici e chimici che si intrecciano, si esaltano e poi com’è successo finora si acchetano nelle profondità, secondo logiche che nulla apportano alla previsione delle eruzioni.

Nel frattempo sappiamo che tra i Campi Flegrei e il Vesuvio c’è un’unica grande camera magmatica. Ci dicono poi che alcuni chilometri al largo del porto di Napoli il fondo marino si è ingobbito a causa della pressione dell’anidride carbonica (anche qui!) che preme e sfugge dai fondali portandosi in superficie sotto forma di bollicine. I ricercatori ora dovranno scoprire cosa c’è al di sotto della sabbia inseguendo a ritroso proprio quelle bollicine di CO2 indubbiamente appartenenti a un magma insito a un’ignota profondità… Tutto questo cambia qualcosa?

La realtà che può piacere o non piacere è che viviamo su un lago di magma sotterraneo dai contorni indefiniti. Sappiamo pochissimo dei processi che regolano i moti ascendenti e discendenti del magma e delle sue chimiche e delle sue densità che evidentemente cambiano con l’apporto di lingotti litosferici da fondere e nuova crosta che emerge espandendosi dalle dorsali. Non sappiamo l’incidenza delle spinte delle zolle che sgomitano così come non sappiamo in concreto la rotazione terrestre in che modo partecipa nel complesso degli equilibri che plasmano il nostro Pianeta con sollecitazioni anche esterne ad esso come l’attrazione lunisolare e magari le tempeste spaziali. La nostra personale convinzione è che indubbiamente i distretti vulcanici campani hanno una loro storia geologica che rappresenta nel complesso un semplice e breve canovaccio su cui si formulano ipotesi sull’andamento futuro del sistema. Bisogna considerare una certa percentuale di indeterminatezza da assegnare a questi processi. Questo significa che dobbiamo approcciare il problema della sicurezza vulcanica tenendo presente il fatto che così come la Terra non passa mai per lo stesso punto, anche le eruzioni non saranno mai una pedissequa ripetizione di quelle passate, e non solo perché cambiano gli scenari ambientali di superficie…

Senza aggravare i concetti di pericolo esistenti e senza voler introdurre nuove logiche, teniamo presente che l’eruzione pliniana è la massima conosciuta (VEI5), cosa ben diversa dalla massima attesa (VEI4) che gli scienziati pronosticano nel breve e medio termine; bisognerebbe anche dire che le due eruzioni non inquadrano la massima possibile (VEI?), in quanto in ragione delle incognite esistenti, il valore massimo di un’eruzione è ancora oggi un’incognita matematica.


Queste congetture sulla tipologia eruttiva servono solo a far capire che l’argomento è ancora un campo apertissimo dove non esistono determinismi. Così come bisogna leggere bene le nostre considerazioni finali che sono semplicemente di imponderabilità tant’è che non scartiamo affatto la possibilità che la prossima eruzione del Vesuvio possa essere simile a quella del 1906 se non inferiore, e non necessariamente una pliniana o una sub pliniana.
I ragionamenti fatti finora portano allora a una sola ed unica conclusione. L’accettazione di un rischio deve essere un fattore di miglioramento della nostra società. Poniamoci pure nelle logiche non dichiarate dei costi benefici, purché si riordini il territorio e si impostino condizioni migliori di vita per le generazioni future. Non sfidiamo oltremodo la natura… Accettare il rischio bovinamente come stiamo facendo è un insulto all’intelligenza, e un crimine contro noi stessi prima ancora che contro la nostra stessa società, tra l'altro oggi più che mai caratterizzata da piccoli e grandi egoismi...

giovedì 3 marzo 2016

Rischio Vesuvio:sui fondali del Golfo di Napoli un rigonfiamento da anidride carbonica...di Malko




La Nave oceanografica Urania mentre opera nel Golfo di Napoli - Foto G. Ventura

Sono passati pochi mesi dalla notizia che nei Campi Flegrei un’intrusione magmatica ha raggiunto i 3 chilometri dalla superficie creando grosse perplessità nel mondo scientifico e tecnico, per un fenomeno che potremmo definire una piccola mancata eruzione. Il 7 ottobre 2015 poi, 31 scosse di terremoto a bassa intensità crearono un ulteriore allarme nella cittadina di Pozzuoli, ma anche nel mondo istituzionale che nell’area flegrea ha dichiarato già da qualche anno lo stato di attenzione vulcanica dovuta al bradisismo e ad altri fenomeni connessi. Il magma asceso e poi espanso orizzontalmente, indubbiamente è un segnale di ardente vivacità del sottosuolo flegreo, come anche la notevole degassazione localizzata nella zona di Pisciarelli a ridosso della Solfatara.

E’ di oggi invece la notizia che nel Golfo di Napoli a circa 2,5 chilometri a sud est di Posillipo, è stata evidenziata una sorta di gibbosità dei fondali marini che si protende per circa 15 metri verso l’alto, evidenziata dal fluire di bollicine la cui composizione ci rimanda a prodotti magmatici del mantello.

La scoperta è stata resa possibile grazie a una campagna oceanografica denominata SAFE 2014, coordinata da CNR (IAMC-IGG), INGV e Università di Firenze, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Scientific Reports-Nature .

Il Dott. Guido Ventura, ricercatore dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e dell’Istituto Ambiente Marino Costiero del CNR di Napoli, ha fatto parte dello staff scientifico che ha operato nel Golfo partenopeo, avvalendosi della nave Urania quale base mobile del monitoraggio dei fondali costieri. Grazie ad una gentile disponibilità del Dott. Ventura, approfittiamo dell’occasione per porgli alcune domande.

Dott. Ventura, nel progetto Safe 2014 quali tecniche di monitoraggio sono state utilizzate e quali sono state le zone esplorate?

Più che tecniche di monitoraggio in senso stretto, e cioè rilievi ripetuti più’ o meno frequentemente nel tempo, sono state utilizzate tecniche di prospezione sismica ed ecoscandaglio ad alta risoluzione; tecniche di campionamento e analisi dei gas e altre metodologie volte alla determinazione dei parametri fisico-chimici della colonna d’acqua. Abbiamo inoltre operato con un veicolo subacqueo teleguidato per catturare immagini, produrre filmati e campionare il fondo marino e i gas.
Golfo di Napoli - Attività di campionamento dei gas. Foto G. Ventura
 
Quali erano gli scopi della ricerca?

Lo scopo della ricerca era quello di identificare le emissioni gassose nel Golfo di Napoli. L'iniziativa scientifica è stata finanziata dal IAMC-CNR e si è svolta nel 2014 a bordo della nave Urania del CNR, nell’ambito di una campagna alla quale hanno partecipato anche ricercatori INGV e dell’Università di Firenze.

Esattamente cosa è stato scoperto?
E’ stato scoperto un rigonfiamento del fondo del mare di forma sub-circolare che copre circa 25 km, è alto 15 m ed è localizzato a profondità comprese tra i 100 e 170 m.   In quest'area abbiamo rilevato una trentina di punti di emissione attiva di gas, la cui composizione è simile agli elementi gassosi emessi dal Vesuvio e dai Campi Flegrei.

 Quali considerazioni bisogna fare a seguito di questa scoperta?

La struttura rilevata si è formata in seguito alla risalita di gas dalle profondità e non coinvolge, almeno attualmente, magma.  Per questa ragione il rigonfiamento non rappresenta una struttura vulcanica, ma solo una struttura di degassamento. Simili conformazioni sono generalmente associate alla risalita di metano: in questo caso, invece, è dovuta alla risalita di anidride carbonica. 

L’analisi delle emissioni gassose a cosa ci rimanda in termini di interpretazione dei dati acquisiti?

Le analisi dei gas ci indicano che la loro sorgente primaria è localizzata nel mantello a circa 20 km di profondità, ma, durante la risalita verso la superficie, questi gas si mescolano con altri di origine crostale correlabili a reazioni di decarbonatazione all’interno della crosta. Infatti, come ormai è noto da tempo, il basamento del Golfo di Napoli è costituito da carbonati (calcari).



(Golfo di Napoli) - Rilievo digitale del fondo marino oggetto della ricerca - Foto G. Ventura


Sarà necessaria un’ulteriore campagna esplorativa per arrivare ad una comparazione di dati di deformazione del fondale?

Stiamo valutando la possibilità di organizzare una nuova campagna per avere più informazioni sulla struttura ‘profonda’ di questo rigonfiamento. Ad oggi sappiamo solo che il gas risale lungo condotti verticali che si estendono almeno 100-200 m sotto il fondo del mare.

Il prossimo “cliente” da esplorare potrebbe essere il Golfo di Pozzuoli e il circondario dell’isola d’Ischia, in modo da avere un quadro di unione abbastanza completo della situazione sui fondali che caratterizzano i distretti vulcanici campani?
 
Su Ischia stiamo lavorando in questo periodo e abbiamo già una batimetria di dettaglio. Anche su Pozzuoli siamo a buon punto, ma comunque manca ancora una rilevazione mirata delle emissioni gassose. Ne conosciamo alcune, ma la zona non è stata coperta da rilievi in maniera sistematica.

L'isola d'Ischia - Foto G. Ventura
 Di recente nel Golfo di Pozzuoli con qualche "strisciata" anche del litorale vesuviano ha operato la nave Minerva uno che ha condotto delle prospezioni geologiche utilizzando la tecnica dell’airgun. Vi sono collegamenti tra il vostro lavoro e questa esplorazione dei fondali sempre made in CNR?
Le tecniche di ricerca sono le stesse e, nel caso specifico, sono sempre coordinate dall’IAMC- CNR.

Un ringraziamento al Dott. Guido Ventura, ricercatore dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e dell’Istituto Ambiente Marino Costiero del CNR di Napoli, per l'importante intervista che ci ha concesso.