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sabato 8 dicembre 2018

Rischio Vesuvio: gli stoici del pericolo eruttivo... di MalKo


Vesuvio - Eruzione 1944
      
I recenti eventi sismici a bassa magnitudo che hanno interessato per giorni il complesso vulcanico del Somma – Vesuvio, hanno destato nel vesuviano una certa interessata curiosità più che preoccupazione, soprattutto per il protrarsi delle irrequietezze nel sottosuolo del vulcano più famoso del mondo.

Una parte della popolazione che vive alla base dell’arcinoto Vesuvio, percepisce il vulcano come una “montagna” che ha avuto certamente una sua furente giovinezza sancita dall’eruzione di Pompei del 79 d.C., con energie poi sfumate nel corso dei secoli con eventi energeticamente decrescenti fino all’ultima eruzione del 1944. 

I settantaquattro anni che ci separano da questa data, hanno rimosso nell’attuale generazione di giovani e meno giovani, il ricordo dei miti fenomeni vulcanici che si svilupparono in un contesto bellico portatore di molti e più pregnanti problemi: ovviamente in modo direttamente proporzionale alla distanza dall’apparato eruttivo.  Le colate di lava snodandosi molto lentamente nelle terre segnatamente vesuviane, non minacciarono direttamente i vesuviani, ma solo le loro case in modo molto localizzato e in tutti i casi senza intaccare la vicina Napoli.

Vesuvio 1944 - La lava a Terzigno

Neanche la generazione degli scienziati che oggi lavorano e studiano il Vesuvio hanno nel loro curriculum esperienze dirette circa l’osservazione e lo studio dell’andamento dei prodromi prima di un'eruzione. 

Le congetture degli studiosi dell’Osservatorio Vesuviano sono tutte di tipo analitico e tutte da confermare a proposito delle supposizioni che pure è necessario fare, ma occorrerebbe evitare toni da chi ha la situazione in pugno dal punto di vista della previsione delle eruzioni. La comparazione dei dati che si registrano con altri vulcani simili al Vesuvio, certamente aiuta ma non è sinonimo di equivalenza comportamentale dei sistemi magmatici, perché ogni apparato ha caratteristiche diverse, come diverse sono le innumerevoli variabili che entrano in gioco in una scienza, la geologia, che ha limiti esplorativi oggettivi e insormontabili, almeno nell'attualità.

Cosa abbia nel suo grembo il fantomatico Vesuvio nessuno lo sa. Questa crisi sismica che ha riguardato e caratterizzato prevalentemente gli ultimi trenta giorni, è stata definita dalla direttrice dell’Osservatorio Vesuviano assolutamente normale ancorchè rientrante in quegli episodi che periodicamente un vulcano attivo come il Vesuvio manifesta, senza per questo mutare la sua condizione di vulcano quiescente. 
Sono una consuetudine – ripete la Dott.ssa Francesca Bianco - l’insorgere di sciami a bassa magnitudo in questo distretto. Gli strumenti tra l’altro non indicano alcuna variazione dello stato di quiete del Vesuvio, tant’è che l’indice di allerta vulcanica ristagna sul colore verde (Base).

In realtà la stessa cosa la si diceva il 9 ottobre del 1999 quando una scossa di origine vulcanica abbastanza potente (3,6 M) da essere avvertita distintamente dai vesuviani, scatenò paure manifeste. Ne nacque pure una diatriba scientifica tra il Prof. Luongo e la direttrice Civetta, circa la necessità o meno di passare al livello di attenzione vulcanica. In quel periodo però, solo gli addetti ai lavori conoscevano la tavola di allerta con i rispettivi colori e significati. Tra l’altro inizialmente erano 7 i livelli con due di colore giallo: attenzione 1 e attenzione 2.  Su elementi scaturiti dall’esercitazione di protezione civile (Portici) - Vesuvio 2001 -, successivamente furono adottati 4 livelli per 4 corrispondenti fase operative.

La soluzione che adottò l’istituzione scientifica nel 1999 fu salomonica: nei fatti si accentuarono le osservazioni scientifiche ma senza dichiarare alcunché a una popolazione che non era assolutamente in grado di qualificare lo sconosciuto termine attenzione vulcanica, che poteva passare facilmente come allarme vulcanico…

Da un certo punto di vista gli eventi del ’1999 e quelli del ’2018 fanno scuola. Nel primo caso, ne fummo testimoni, si andò molto vicino a una situazione di panico perché i residenti percepirono direttamente il terremoto, e in qualche caso ci furono atteggiamenti molto vicini alla paura. In quel periodo più di qualcuno lasciò la zona rossa…  

Negli eventi di questi giorni invece, la maggior parte della popolazione è stata informata delle scosse sismiche che si susseguivano con frequenza, prevalentemente attraverso i media, spiccatamente i social e i giornali online. Quelli che hanno percepito i leggeri sommovimenti sono stati pochi. Questa condizione ha favorito un’apprensione veramente minima e sonni tranquilli quasi per tutti.  

Come abbiamo avuto modo di dire altre volte, all’occorrenza sarà proprio la percezione diretta che qualcosa stia cambiando nello status del Vesuvio, a minare la compostezza e l’efficacia delle operazioni di evacuazione della popolazione vesuviana. Diversamente, lo stato di allarme dichiarato dalle autorità governative senza che i cittadini avvertano i segnali ambientali di pericolo, favoriranno un esodo meno caotico e pericoloso.

Intanto i reportage giornalistici dalle falde del Vesuvio ci hanno proposto stoici personaggi che affermavano con grande sicumera di non aver paura della montagna buona, con cui condividono amorevolmente e da tanti anni, spazi e percorsi di vita. Premesso che il Vesuvio non ha amici ma neanche nemici, la realtà come sapete è tutt’altra.  

Generalmente quando il pericolo diventa qualcosa di molto più concreto di una sensazione o di una informazione, come può essere quella dettata dall’ambiente circostante che vibra e trema e oscilla e tuona, i freni inibitori del panico cedono in una misura anche legata al perdurare dello stimolo inusuale.  L’eroismo consiste nel governare la paura e l’istinto di sopravvivenza attraverso la contrapposizione di uno stimolo bilanciante ancora più grande, che può essere un alto ideale o il bene supremo che ci porta magari al sacrificio della nostra vita per salvarne altre.

Nella resistenza…nella resilienza al vulcano, non c’è nulla di tutto questo. Offrire il petto non già alle pallottole ma alla colata piroclastica, non avrebbe nulla di eroico, e non si passerebbe alla storia come Leonida alle Termopili, solo perché cenere e lapilli oscurerebbero il cielo… Gli stoici allora dovrebbero dire la verità, cioè -  non abbiamo un altro posto dove andare e soprattutto finché è possibile non vogliamo allontanarci dal teatro delle nostre radicate abitudini perché tutto sommato il Vesuvio dal nostro punto di vista è una imperturbabile montagna minimamente vitale, ma non per questo percepiamo pericoli e in tutti i casi il monte ci darebbe il tempo di scappare -.

Vesuvio - 1944


Gli stoici del vesuviano in realtà sono intervistati da molte televisioni con intervistatori che si fanno dire da costoro esattamente quello che già sanno che diranno. In altri casi invece, gli intervistati segnalano il fatalismo della loro condizione di “esposti”, della serie il destino ci ha messi su questa ruota territoriale esponendoci a dei rischi, che accettiamo nella consapevolezza delle incognite esistenti abitando in questi luoghi pericolosi. Versione rispettabile…

Lo stoico viene sempre preso con le molle però, e quindi è meno pericoloso mediaticamente di quelli che dall’alto di pulpiti a maggior incidenza persuasiva, dicono che gli strumenti non segnalano variazioni allarmanti. Occorre dire che il mutismo dello strumento per sua natura non allarma, bensì registra: è l’uomo che può allarmare o chetare. Certo, sapere che c’è un accordo di riservatezza tra chi ha gli strumenti in mano e chi dovrà decidere di diffondere l’allarme, non facilita l’instaurarsi di un rapporto di fiducia, visto che si censura il diritto alla conoscenza. Anche in questo caso, sono in pochissimi a conoscere l’esistenza di questi accordi…

Ancora più micidiali sono quelli sempre di collocazione istituzionale o pseudo tale, che dicono che un’eruzione è rilevabile almeno un mese prima, grazie ai formidabili strumenti iper tecnologici ben collocati su ampio raggio, che sono capaci di cogliere ogni piccolo cambiamento nel sottosuolo profondo vulcanico...

Dal nostro punto di vista un po’ pragmatico invece, ogni sciame sismico rappresenta un grosso punto interrogativo, perché la presenza e la persistenza dei sussulti crostali e litosferici non è decifrabile in seno ad un vulcano, e soprattutto non sono prevedibili le intensità dei sismi che potrebbero ancora ripresentarsi come continuità del fenomeno, con esiti magari imprevedibili e indesiderati. La sequenza sismica può interrompersi dopo alcune ore o giorni o settimane, così come può continuare magari per mesi e al rialzo, e non ci sono strumentazioni che hanno il dono della preveggenza dando un significato certo ai valori colti in automatico, anche dal punto di vista della temporalità del fenomeno. La scienza può e dovrebbe solo dire nel merito: per il momento la situazione indicata dai valori strumentali non sembra evolversi verso una condizione diversa dalla quiescenza di base…

In quest’ottica, la lezione che ci proviene dal terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009, dovrebbe essere alquanto formativa. In qualsiasi modo la si voglia girare, la riunione di esperti che si riunì nel capoluogo abruzzese pochi giorni prima del forte sisma, a prescindere dal livello di responsabilità personale, escluse che la sequenza di terremoti a bassa energia che si protraeva da mesi in quella zona, potesse poi sfociare in un terremoto ad alta magnitudo. Purtroppo la previsione ad excludendum così formulata dal consesso di esperti, appena una settimana dopo si rivelò fallace: la catastrofe sismica si abbatté su uomini e cose, seguita poi da una spirale di polemiche mai completamente sopite.

l comunicati allora dovrebbero essere maggiormente calzanti alle incognite e ai risultati fin qui raggiunti dalla scienza, per non ricalcare gli antefatti dell’Aquila dove qualcuno per distinguersi volle essere più rassicurante di altri.

Questa ed altre crisi sismiche, che si focalizzano più o meno sempre nello stesso punto, cioè nell’area del condotto centrale del Vesuvio, che dovrebbe essere anche il luogo maggiormente cedevole alle insufflazioni di fluidi e magma, deve essere seguita, e sicuramente lo è, con molta attenzione dal mondo scientifico ma anche dalla popolazione, che ricopre con molta partecipazione il ruolo di mero terminale delle informazioni istituzionali. I cittadini non dovrebbe essere un elemento astratto a cui dar conto solo quando il grande manovratore decide che è arrivato il momento di muovere le leve che lo riguardano…

Vesuvio 1944 - la lava distrugge case


L’autorità scientifica qualche volta e con fastidio chiama in causa i blogger e i social, rei di allarmismo ingiustificato. Viceversa, da alcuni blogger, partono note contrarie che accennano a un eccessivo manifesto ottimismo dell’autorità, perché mancano quei presupposti scientifici incontrovertibili e rigorosi per aspergere certezze. Magari ci sarebbe maggiore serenità se i dati di monitoraggio del vulcano venissero pubblicati online in tempo reale.  

I Sindaci neanche provano ad entrare in questo dibattito e ringraziano caldamente, perché in questo piccolo scambio di vedute utile a concentrare l’attenzione su aspetti diversi dalle loro dirette e fondamentali competenze in tema di sicurezza, possono continuare nel loro collaudato e sostanziale atteggiamento da pesce in barile, almeno fino a quando non dovranno affrontare un primo livello di allerta coi cittadini che batteranno alla loro porta per sapere, fagotti in mano, se devono o non devono lasciare la zona rossa

Vesuvio 1944 - Aeroporto Terzigno/Pompei -
 Bombardiere americano bombardato dalla cenere e dai lapilli dell'eruzione.


domenica 28 ottobre 2018

Rischio Vesuvio e comitati scientifici...di MalKo

Il Vesuvio da Napoli 


Il Vesuvio, specialmente nell’ultimo periodo con l’insorgere di alcuni sciami sismici localizzati all’interno dell’apparato vulcanico, ha suscitato attenzione ma solo in quella piccola fetta di popolazione che, in qualche misura, vive la plaga vesuviana con ansia, e quindi, seppur alla lontana, tenta di seguire le problematiche legate al rischio Vesuvio. La grande massa dei vesuviani invece, il pericolo lo intravede più che nella natura, nell’incertezza sociale: nell’area vesuviana non si progetta il futuro e si vive il presente senza badare all’imponderabile…

Eppure non c’è nessuno pronto a giurare che il Vesuvio abbia trovato la sua pace geologica: di conseguenza e fino a prova contraria, prima o poi il vulcano si cimenterà in una eruzione che sarà tanto più violenta quanto maggiore sarà il periodo di quiescenza che l’ha preceduta: su questo gli scienziati sono tutti d’accordo.

Come i terremoti che di tanto in tanto sferzano la catena appenninica, anche le eruzioni sono l’aspetto eclatante e pirotecnico di una Terra dinamica, che, se da un lato produce a volte rilasci di energia molto violenti, d’altra parte è proprio il dinamismo terrestre che ci consente la biodiversità e la nostra stessa esistenza, che dovrà necessariamente svilupparsi tra le pieghe pericolose di un Pianeta in perenne auto rigenerazione…

Per poter pianificare le azioni necessarie per la salvaguardia dei vesuviani in caso di ripresa eruttiva del Vesuvio, è stato necessario procedere innanzitutto alla definizione di uno scenario eruttivo di riferimento, e quindi di una taglia eruttiva da cui far discendere le varie zone pericolose (rossa 1, rossa 2, zona gialla, zona blu).

Le riflessioni e le deduzioni e le scelte operate dal mondo scientifico e istituzionale, confluite nell’assunzione di un’eruzione media da porre a base degli scenari eruttivi futuri, contengono elementi necessariamente di approssimazione nella elaborazione di teorie volte a contabilizzare “l’economia” complessiva di carico e scarico magmatico dalla camera o dalle camere sotterranee, con stadi di deposito intermedi a volte chiamati in causa senza precisazioni di sorta.

Nel 1990 il prof. Franco Barberi nella pubblicazione “Scenari eruttivi del Vesuvio”, stimava un volume di magma tra i 50 e i 100 milioni di metri cubi ubicato a 8 -10 Km. di profondità. La stima fatta nel 1998 dal prof. Roberto Santacroce invece, tocca i 200 milioni di metri cubi di magma insinuatisi, secondo il ricercatore, nella camera magmatica del Vesuvio dopo l’eruzione del 1944.

Nel 2012 Il dott. Giovanni Macedonio e il dott. Marcello Martini, coordinatori del Gruppo di lavoro “A”, hanno stimato in 200 - 800 milioni di metri cubi di magma la massa incandescente presente nel sottosuolo vulcanico.  I due ricercatori vennero incaricati dal Dipartimento della Protezione Civile di produrre una relazione ad oggetto “Scenari eruttivi e livelli di allerta vulcanica per il Vesuvio”.
Nel documento elaborato si accenna alle tomografie sismiche effettuate per carpire i segreti dell’arcinoto monte, dove emergerebbero evidenze che lasciano supporre la presenza di un serbatoio di fusi o fluidi magmatici in una matrice porosa, con dimensioni orizzontali di circa 20 Km per 20 Km, ad una profondità di 8-10 Km. Le dimensioni verticali di questa superficie sotterranea di 400 Kmq. mancano del tutto: probabilmente per difficoltà oggettive dei metodi di prospezione sismica. Su questi aspetti si può solo teorizzare alla lontana quindi, ma senza nessun elemento di attendibilità numerica certificata. Non è da escludere che attraverso muografie dell’apparato vulcanico, si riuscirà nel prossimo futuro, a determinare con buona precisione l’ubicazione e i volumi di magma stipati nel sottosuolo.

Come accennavamo in precedenza, la relazione del Prof. Franco Barberi del Gruppo Nazionale di Vulcanologia (GNV), ebbe a indicare per il Vesuvio, che l’eruzione da introdurre per stabilire gli scenari eruttivi nel breve e medio termine, spaziava da ultra stromboliana tipo 1906 o, nella peggiore delle ipotesi, sub pliniana tipo 1631.

Il Prof. Roberto Santacroce confermò il dato precedentemente indicato dal collega: l’eruzione massima attesa nel breve e medio termine sarebbe stata al massimo una sub pliniana, alla stregua di quella che sconvolse l’area vesuviana nel 1631. Santacroce ebbe pure ad inserire nello scenario complessivo di pericolo la zona blu.

Il gruppo di lavoro “A” invece, formato in larga parte da ricercatori dell’INGV, ebbe ad introdurre il concetto di classificazione delle eruzioni per indice di esplosività vulcanica (VEI), e non per similitudini con eventi del passato che hanno un nome o una data e una loro storia eruttiva caratterizzante.




Il Gruppo di lavoro presentò quindi una relazione, dove sostanzialmente si riconfermava ancora una volta che lo scenario eruttivo massimo atteso di riferimento per i piani d’emergenza, doveva essere di taglia VEI4. In realtà le conclusioni anche in questo caso concordano con l’evento proposto da Barberi, la cui relazione del 90’ ci sembra che rappresenti ancora oggi il solco principale entro cui tutti gli altri ricercatori istituzionalmente consultati si sono mossi.

Nella relazione a sostegno di questa tesi, il maggiore contributo congetturale sembra racchiuso nelle statistiche probabilistiche elaborate dal dott. Marzocchi (INGV). Il ricercatore ha presentato due tabelle, frutto di comparazioni mondiali fra vulcani simili al Vesuvio, che partono entrambe da un limite temporale inferiore fissato su un tempo di quiescenza di 60 anni: la tabella A però, non ha un limite superiore, mentre la tabella B stabilisce un tetto fissato a 200 anni. 

L’ex assessore regionale alla protezione civile, il Prof. Edoardo Cosenza, alla presentazione romana della nuova zona rossa, riferì che nell’odierno la probabilità di un’eruzione pliniana era dello 0,5%. La scelta quindi, era caduta sulla tabella B…


La tabella A si differenzia enormemente dalla tabella B, esclusivamente per la probabilità statistica assegnata all’eruzione pliniana (VEI5): nell’ordine proposto abbiamo una probabilità dell’11%, mentre nel caso della tabella B la percentuale assegnata è dell’1%. Se si fosse adottata la tabella A, il piano nazionale d’emergenza Vesuvio doveva essere, obtorto collo, tarato sull’eruzione massima conosciuta (VEI5) e non su quella massima attesa (VEI4).

Il gruppo di lavoro “A”, ebbe ad addurre le seguenti motivazioni per argomentare l’adozione della tabella B:

1) L’eruzione VEI4 ha una probabilità condizionata di accadimento di poco inferiore al 30%.
2) L’eruzione VEI 4 corrisponde a una ragionevole condizione di rischio accettabile, considerato che l’eruzione pliniana ha un indice probabilistico dell’1% per i prossimi 140 anni.
3) I dati geofisici non rivelano la presenza di una camera magmatica superficiale con volume sufficiente a generare un’eruzione pliniana.
4) Lo scenario VEI4 copre anche lo scenario VEI3 e le problematiche alluvionali.

Il punto 3 ci sembra discutibile, perché il Prof. Raffaele Cioni, membro della commissione grandi rischi, in una sua relazione scientifica ebbe a sancire dallo studio dei cristalli rinvenuti nei reperti petrologici, che l’eruzione pliniana del 79 d.C. attinse magma direttamente dalla camera magmatica ubicata a 8 – 10 chilometri di profondità: per intenderci, quella dei 20 Km per 20 Km, di cui non si conoscono le dimensioni verticali e quindi i contenuti per quanto stimati di magma…

I due ex direttori dell’Osservatorio Vesuviano citati in precedenza, giudicano un rischio accettabile quello di adottare come salvaguardia progettuale una eruzione (VEI4). In realtà si tratta di media ponderata del pericolo vulcanico, dove il peso è statistico, perchè un’analisi del rischio comporta multidisciplinarietà di valutazioni che vanno ben oltre il dato puramente scientifico.

La Commissione Grandi Rischi (CGR), organo scientifico consultivo del dipartimento di protezione civile, presieduto nel 2012 per il rischio vulcanico dal Prof. Vincenzo Morra, dopo aver esaminato le tesi formulate dai vari comitati scientifici, concordò con le conclusioni del gruppo di lavoro “A”: cioè avallò la VEI 4 come taglia dell’eruzione massima di riferimento da adottare per la stesura dei piani d’emergenza.


La CGR non menzionò la statistica della tabella B, ma l’eruzione pliniana (VEI5) non è mai più comparsa nei documenti di pianificazione d’emergenza Vesuvio: in altre parole è stata totalmente obliata dalle carte ma anche dai media…  Per capire se la comunità scientifica ha ponderato bene questa scelta relativa all’eruzione di riferimento, dobbiamo aspettare l’anno 2150
In realtà tutte le disquisizioni ad oggetto la taglia eruttiva dell’eruzione che verrà, interessano poco i vesuviani della zona rossa 1, che in ogni caso e a prescindere dovranno evacuare il settore altamente pericoloso e devono quindi attenersi a regole di prevenzione.

Chi dovrebbe dire ai cittadini che dimorano contiguamente alla zona rossa che un'eruzione pliniana è dieci volte superiore a un'eruzione sub pliniana, e i suoli che oggi bordano la zona rossa e che in tutta fretta vengono consumati dall'edilizia residenziale potrebbero in futuro essere spazzati via? La prevenzione delle catastrofi, che nessuno attua, comporterebbe ampie fasce di rispetto dalla Linea nera Gurioli e una diversa organizzazione del territorio....

La Commissione Grandi Rischi ha tra i suoi compiti anche quello di indicare le misure preventive per difendere le comunità future dai grandi cataclismi; certamente le dimensioni della zona rossa pliniana sono enormi, ma non è detto che attraverso misure strutturali di prevenzione non si riesca a limitare i danni... Intanto chiarire questi aspetti è un dovere delle istituzioni politiche e scientifiche e istituzionali…