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domenica 31 maggio 2026

Rischio eruttivo ai Campi Flegrei: America's Cup tra due vulcani... di Malko

 

Campi Flegrei - Capo Miseno - Quivi fu sepolto, secondo la leggenda, il mitico trombettiere di Enea.

Il presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), è stato intervistato dopo poche ore dall’evento sismico di magnitudo 4,4 registratosi nei Campi Flegrei il 21 maggio 2026 alle ore 5:50. Scossa localizzata in mare a 3 chilometri di profondità.

Alla domanda della giornalista su cosa devono fare i cittadini per continuare a vivere in questa problematica zona del napoletano con un minimo di serenità, il direttore prof. Florindo ha innanzitutto chiarito che bisogna seguire l’informazione ufficiale proveniente dalla protezione civile e dall’osservatorio vesuviano: fidarsi dei professionisti è il primo passo per vivere in una zona che si caratterizza per rischio sismico e vulcanico. Il presidente ha poi ricordato che due anni fa c’è stata una esercitazione di protezione civile (Exe flegrei 2024) coordinata dal suo istituto, per vagliare e verificare il sistema emergenziale in tutte le sue diramazioni, evacuazione compresa, coinvolgendo circa 1500 cittadini.

Le prove hanno visto pure la costituzione della DI. COMA.C (Direzione Comando e Controllo) nel comune di San Marco Evangelista (Caserta). L’esercitazione andò bene precisa il geofisico. Ci sono stati, sempre in quell’ambito, anche dei momenti informativi organizzati dalla protezione civile, ma sembra che non abbiano riscosso particolare successo di pubblico.

Il responsabile dell’INGV, continuando il colloquio, ha rassicurato ricordando che il campo vulcanico dei Campi Flegrei è una delle aree più monitorate al mondo, 24 ore su 24, e qualora il magma dovesse muoversi verso la superficie, loro sono in grado di avvedersene alcune ore prima se non giorni. Tra l’altro stanno migliorando il monitoraggio nell’area, implementando le stazioni anche in mare, nella parte calderica sottomarina, grazie a sei milioni di euro accordati dalla ministra Bernini, titolare del dicastero per l’università e la ricerca.

Un recente studio ha appena ricordato in premessa che i vulcani a caldera si caratterizzano per il rischio eruttivo che, seppur a bassa frequenza di accadimento, generalmente sono di elevata magnitudo. Dal punto di vista della ricerca magari in chiave preventiva, occorre prendere atto che nel flegreo riesce purtroppo difficile indagare gli spessori crostali al di sotto del campo vulcanico, lì dove il magma si è incassato ai vari livelli e con volumi diversi, che si interconnettono con dinamiche tutte da approfondire. Comprendere i processi geologici insiti nelle viscere della caldera flegrea infatti, è di fondamentale importanza per tentare la previsione del rischio vulcanico. 

Il sottosuolo crostale e crostale profondo del super vulcano dei Campi Flegrei, intanto pare si caratterizzi per un magma intrusivo che si localizza a una quota di pochi chilometri dalla superficie, anche se sembra che la materia incandescente sia modesta e tentacolare, al punto da non essere facilmente discriminabile dal contesto. In tutti i casi questa discreta invadenza del magma insinuatosi nei primi chilometri, interagisce pesantemente con gli acquiferi termali normalmente abbondanti e circolanti nella parte semi superficiale della caldera. Gli acquiferi surriscaldati dal magma e dai gas magmatici che trapelano abbondanti dal profondo, generano molto vapore, mantenendo così alta una certa preoccupazione zonale tanto per il rischio di eruzioni freatiche che magmatica, atteso che la freatica potrebbe essere un'avvisaglia di guai peggiori.

D'altra parte le interazioni fisiche che avvengono soprattutto come detto nei primi chilometri, generano pressioni elevatissime, perché il vapore si espande enormemente in una misura dipendente anche dalle temperature a cui è sottoposta l'acqua. Questo potrebbe significare che eventuali sacche di vapore surriscaldato, per effetto di vampate di calore provenienti dal sottosuolo e soprattutto dagli accumuli magmatici intermedi localizzati tra gli 8 e i 20 chilometri di profondità, possono aumentare la loro pressione per il raggiungimento di uno stato critico o supercritico.

Oltre quest'ultima quota e fino ai limiti di transizione tra crosta e mantello c'è la sorgente magmatica profonda. Qui si ammassano i magmi primitivi che alimentano la colonna dei fusi e le loro stazioni di accumulo ubicate come detto a varie quote. Più le indagini si spingono in profondità e più aumentano le difficoltà di interpretazione dei processi dinamici e chimici che caratterizzano il sottosuolo calderico. Allora il problema della previsione diventa ancora più complesso perché a fare la differenza probabilmente potrebbero essere le conoscenze sulle modalità di scambio tra i vari accumuli di magma stipati alle varie quote, ancorchè alla loro capacità di laminarsi nel sottosuolo prima di ascendere.

Anche se non sono chiarissimi i processi magmatici profondi, è certo che il vapore surriscaldato che si genera dal contatto tra acqua e fuoco magmatico o i fluidi a esso connessi, produce pressioni enormi capaci di deformare gli strati superficiali fino al punto di rottura degli spessori litoidi. Sarà a questo punto che si liberano onde sismiche generando terremoti pericolosi perché superficiali. Dovrebbe essere proprio la diffusa fratturazione degli strati rocciosi a evitare grossi accumuli di energia, ma contemporaneamente la notevole fessurazione di questi stessi strati facilità il passaggio di fluidi roventi e frazioni di magma verso la superficie. Intanto però, il sistema è legato nel suo insieme da un complesso equilibrio che oggi tiene, ma che può rompersi repentinamente dando spazio a una vera eruzione dopo quasi 500 anni di quiescenza vulcanica.

In termini predittivi, orientativamente in assenza di certezze scientifiche, possiamo dire che la probabilità che si generi un falso allarme eruttivo è del 33,3%. Sussiste pure un 33,3% di possibilità che si riesca a produrre una previsione d’eruzione tempisticamente utile per l’evacuazione, ma sussiste anche il 33,3% di probabilità che possiamo trovarci di fronte a un mancato allarme eruttivo o a un allarme lanciato al di sotto dei limiti temporali necessari per la buona riuscita del piano d’emergenza. D’altro canto il professore Florindo dell'INGV, ha detto che la previsione può essere possibile ore o giorni prima che si manifesti l’evento. Il termine ore da un punto di vista scientifico rimane in tutti i casi inoppugnabilmente un successo previsionale. Che poi questa indovinata previsione non riesca a coprire le tempistiche evacuative stabilite nei piani d’emergenza, a dirla tutta non è un problema scientifico ma tecnico, atteso che quest'ultima branca ha altri metodi per ridurre il rischio, magari mitigando alcuni fattori come la densità abitativa attraverso il blocco delle costruzioni ad uso residenziale. I tecnici possono agire anche sull’impianto emergenziale ed evacuativo, migliorandolo attraverso valutazioni pragmatiche e non aritmetiche di facciata. Ad esempio attendere il turno per andare via in auto o navetta non è il massimo della strategia.

In tutti i casi e riassumendo, in linea di principio sussiste il 66.6% di probabilità che sarà fatta salva, in un modo o nell'altro, la tutela della popolazione, accettando gioco forza la possibilità del falso allarme. 

Rimanendo sull'aspetto tecnico, occorre ricordare che le esercitazioni fin qui fatte nei Campi Flegrei, si può dire con una certa cognizione di causa che non hanno una utilità pratica, perché simulare ad esempio l’evacuazione di circa 1500 abitanti su 550.000 residenti è incongruente. Il numero 1500 infatti, corrisponde ad appena lo 0,27 % del totale dei residenti della zona rossa dei Campi Flegrei. Tra l'altro esiste già un gap esercitativo ineluttabile dettato da una condizione di serenità dei partecipanti per l’assenza del pericolo eruttivo.

Per rendere più chiaro il concetto della scarsa utilità delle esercitazioni prima menzionate, lo possiamo fare con un esempio: testare il piano di evacuazione a fronte del rischio incendio in un plesso scolastico di tipo 5 (1200 allievi), il valore del campione 0,27% corrisponderebbe a una movimentazione di appena 3 alunni sul totale degli studenti. Con questi numeri nella scuola si potrebbe provare al massimo il funzionamento della campanella...

Per quanto riguarda i gazebo informativi invece, occorre tener presente che la popolazione puteolana e napoletana ha capito da tempo che non ci sono certezze previsionali, e quindi trovano superfluo sentirsi ripetere sempre le solite cose su quella che di fatto è la geologia dei forse. I cittadini si informerebbero di più se fossero maggiormente coinvolti nelle decisioni operative, e soprattutto sarebbero maggiormente interessati ai processi informativi della protezione civile, se ricevessero magari risposte sulla loro condizione post eruzione, semmai l'emergenza dovesse effettivamente materializzarsi. Allo stato serpeggia l'idea, che rimane tale, che andranno tutti nell'entroterra campano, ma non si capisce esattamente dove. 

Purtroppo la scienza non sempre avanza a grandi passi, e oggi le conoscenze sui processi vulcanici così come le strumentazioni di monitoraggio ultra sofisticate, non consentono una previsione deterministica del fenomeno eruttivo. Chi vuole vivere nei territori flegrei allora, deve intuire che non ci sono certezze assolute, ma solo probabilità anche se di sicuro sussiste il massimo impegno scientifico nei limiti purtroppo di quelle che sono le attuali conoscenze nazionali e internazionali. Eppure c’è chi vuole testardamente continuare a costruire in area intracalderica, magari in modo decentrato, con mimetismo diremmo, con la giustifica della necessità e della voglia di resilienza  ma in ogni caso e caparbiamente nell’ambito della zona rossa flegrea: magari a Licola e dintorni... D'altra parte la identificazione della zona bradisismica generale e ristretta, ha portato all'idea che quella è la reale zona pericolosa e non altre, anche perché ben poca enfasi è stata dedicata all'eruzione magmatica, nonostante il fenomeno sia immanente e sia la vera spada di Damocle che incombe su questi territori.



Per quanto riguarda l'America's Cup, con gare veliche che si terranno dal 10 luglio 2027 nelle acque del Golfo di Napoli, occorre registrare che sono in ultimazione a Bagnoli le basi logistiche e operative e il villaggio dei 5 team che si sfideranno tra le due zone vulcaniche. Si parla di rischio sismico ed eruttivo per i partecipanti e i loro rispettivi staff: in linea di principio diremmo che tutto sommato il rischio è contenuto, perché le strutture finalizzate alle barche e alle dimore saranno presumibilmente antisismiche, e all'occorrenza, in caso di allarme vulcanico, le squadre veliche sono già in possesso del miglior mezzo di trasporto possibile per allontanarsi dal caos: la barca a vela con rotta preferibilmente verso Capri...  Se per il rischio ci si riferisce al pubblico, atteso che le gare dovrebbero svolgersi lungo il litorale Caracciolo, chi assisterà alle regate si ritroverà di fatto a sud  della linea collinare di demarcazione dei Campi Flegrei, nel quartiere Chiaia, in una posizione tutto sommato di agevole allontanamento almeno a piedi.

                                                                                                                                              Vincenzo Savarese





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