| Campi Flegrei - Capo Miseno - Quivi fu sepolto, secondo la leggenda, il mitico trombettiere di Enea. |
Il presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e
Vulcanologia (INGV), è stato intervistato dopo poche ore dall’evento sismico di
magnitudo 4,4 registratosi nei Campi Flegrei il 21 maggio 2026 alle ore 5:50.
Scossa localizzata in mare a 3 chilometri di profondità.
Alla domanda della giornalista su cosa devono fare i
cittadini per continuare a vivere in questa problematica zona del napoletano
con un minimo di serenità, il direttore prof. Florindo ha innanzitutto chiarito
che bisogna seguire l’informazione ufficiale proveniente dalla protezione
civile e dall’osservatorio vesuviano: fidarsi dei professionisti è il primo
passo per vivere in una zona che si caratterizza per rischio sismico e
vulcanico. Il presidente ha poi ricordato che due anni fa c’è stata una esercitazione
di protezione civile (Exe flegrei 2024) coordinata dal suo istituto, per
vagliare e verificare il sistema emergenziale in tutte le sue diramazioni,
evacuazione compresa, coinvolgendo circa 1500 cittadini.
Le prove hanno visto pure la costituzione della DI. COMA.C
(Direzione Comando e Controllo) nel comune di San Marco Evangelista (Caserta).
L’esercitazione andò bene precisa il geofisico. Ci sono stati, sempre in
quell’ambito, anche dei momenti informativi organizzati dalla protezione
civile, ma sembra che non abbiano riscosso particolare successo di pubblico.
Il responsabile dell’INGV, continuando il colloquio, ha
rassicurato ricordando che il campo vulcanico dei Campi Flegrei è una delle
aree più monitorate al mondo, 24 ore su 24, e qualora il magma dovesse muoversi
verso la superficie, loro sono in grado di avvedersene alcune ore prima se non
giorni. Tra l’altro stanno migliorando il monitoraggio nell’area, implementando
le stazioni anche in mare, nella parte calderica sottomarina, grazie a sei milioni di euro accordati dalla
ministra Bernini, titolare del dicastero per l’università e la ricerca.
Un recente studio ha appena ricordato in premessa che i
vulcani a caldera si caratterizzano per il rischio eruttivo che, seppur a bassa
frequenza di accadimento, generalmente sono di elevata magnitudo. Dal punto di
vista della ricerca magari in chiave preventiva, occorre prendere atto che nel
flegreo riesce purtroppo difficile indagare gli spessori crostali al di sotto
del campo vulcanico, lì dove il magma si è incassato ai vari livelli e con
volumi diversi, che si interconnettono con dinamiche tutte da approfondire.
Comprendere i processi geologici insiti nelle viscere della caldera flegrea
infatti, è di fondamentale importanza per tentare la previsione del rischio vulcanico.
Il sottosuolo crostale e crostale profondo del super vulcano
dei Campi Flegrei, intanto pare si caratterizzi per un magma intrusivo che si
localizza a una quota di pochi chilometri dalla superficie, anche se sembra che
la materia incandescente sia modesta e tentacolare, al punto da non
essere facilmente discriminabile dal contesto. In tutti i casi questa discreta
invadenza del magma insinuatosi nei primi chilometri, interagisce pesantemente
con gli acquiferi termali normalmente abbondanti e circolanti nella parte semi
superficiale della caldera. Gli acquiferi surriscaldati dal magma e dai gas
magmatici che trapelano abbondanti dal profondo, generano molto vapore, mantenendo così alta una certa preoccupazione zonale tanto per il rischio di
eruzioni freatiche che magmatica, atteso che la freatica potrebbe essere
un'avvisaglia di guai peggiori.
D'altra parte le interazioni fisiche che avvengono
soprattutto come detto nei primi chilometri, generano pressioni elevatissime,
perché il vapore si espande enormemente in una misura dipendente anche dalle
temperature a cui è sottoposta l'acqua. Questo potrebbe significare che
eventuali sacche di vapore surriscaldato, per effetto di vampate di
calore provenienti dal sottosuolo e soprattutto dagli accumuli magmatici
intermedi localizzati tra gli 8 e i 20 chilometri di profondità, possono
aumentare la loro pressione per il raggiungimento di uno stato critico o
supercritico.
Oltre quest'ultima quota e fino ai limiti di transizione tra
crosta e mantello c'è la sorgente magmatica profonda. Qui si ammassano i magmi
primitivi che alimentano la colonna dei fusi e le loro stazioni di accumulo
ubicate come detto a varie quote. Più le indagini si spingono in profondità e
più aumentano le difficoltà di interpretazione dei processi dinamici e chimici
che caratterizzano il sottosuolo calderico. Allora il problema della previsione
diventa ancora più complesso perché a fare la differenza probabilmente
potrebbero essere le conoscenze sulle modalità di scambio tra i vari accumuli
di magma stipati alle varie quote, ancorchè alla loro capacità di laminarsi nel
sottosuolo prima di ascendere.
Anche se non sono chiarissimi i processi magmatici profondi,
è certo che il vapore surriscaldato che si genera dal contatto tra acqua e
fuoco magmatico o i fluidi a esso connessi, produce pressioni enormi capaci di
deformare gli strati superficiali fino al punto di rottura degli spessori
litoidi. Sarà a questo punto che si liberano onde sismiche generando terremoti
pericolosi perché superficiali. Dovrebbe essere proprio la diffusa
fratturazione degli strati rocciosi a evitare grossi accumuli di energia, ma contemporaneamente
la notevole fessurazione di questi stessi strati facilità il passaggio di
fluidi roventi e frazioni di magma verso la superficie. Intanto però, il
sistema è legato nel suo insieme da un complesso equilibrio che oggi tiene, ma
che può rompersi repentinamente dando spazio a una vera eruzione dopo quasi 500
anni di quiescenza vulcanica.
In termini predittivi, orientativamente in assenza di
certezze scientifiche, possiamo dire che la probabilità che si generi un falso
allarme eruttivo è del 33,3%. Sussiste pure un 33,3% di possibilità che si
riesca a produrre una previsione d’eruzione tempisticamente utile per
l’evacuazione, ma sussiste anche il 33,3% di probabilità che possiamo trovarci
di fronte a un mancato allarme eruttivo o a un allarme lanciato al di sotto dei
limiti temporali necessari per la buona riuscita del piano d’emergenza. D’altro
canto il professore Florindo dell'INGV, ha detto che la previsione può essere
possibile ore o giorni prima che si manifesti l’evento. Il termine ore da un
punto di vista scientifico rimane in tutti i casi inoppugnabilmente un successo
previsionale. Che poi questa indovinata previsione non riesca a coprire le
tempistiche evacuative stabilite nei piani d’emergenza, a dirla tutta non è un
problema scientifico ma tecnico, atteso che quest'ultima branca ha altri metodi
per ridurre il rischio, magari mitigando alcuni fattori come la densità
abitativa attraverso il blocco delle costruzioni ad uso residenziale. I tecnici
possono agire anche sull’impianto emergenziale ed evacuativo, migliorandolo
attraverso valutazioni pragmatiche e non aritmetiche di facciata. Ad esempio
attendere il turno per andare via in auto o navetta non è il massimo della
strategia.
In tutti i casi e riassumendo, in linea di principio
sussiste il 66.6% di probabilità che sarà fatta salva, in un modo o nell'altro,
la tutela della popolazione, accettando gioco forza la possibilità del falso allarme.
Rimanendo sull'aspetto tecnico, occorre ricordare che le
esercitazioni fin qui fatte nei Campi Flegrei, si può dire con una certa
cognizione di causa che non hanno una utilità pratica, perché simulare ad
esempio l’evacuazione di circa 1500 abitanti su 550.000 residenti è
incongruente. Il numero 1500 infatti, corrisponde ad appena lo 0,27 % del
totale dei residenti della zona rossa dei Campi Flegrei. Tra l'altro esiste già
un gap esercitativo ineluttabile dettato da una condizione di serenità dei
partecipanti per l’assenza del pericolo eruttivo.
Per rendere più chiaro il concetto della scarsa utilità delle esercitazioni prima menzionate, lo possiamo fare con un esempio: testare il piano di evacuazione a fronte del rischio incendio in un plesso scolastico di tipo 5 (1200 allievi), il valore del campione 0,27% corrisponderebbe a una movimentazione di appena 3 alunni sul totale degli studenti. Con questi numeri nella scuola si potrebbe provare al massimo il funzionamento della campanella...
Per quanto riguarda i gazebo informativi invece, occorre
tener presente che la popolazione puteolana e napoletana ha capito da tempo che
non ci sono certezze previsionali, e quindi trovano superfluo sentirsi ripetere
sempre le solite cose su quella che di fatto è la geologia dei forse. I
cittadini si informerebbero di più se fossero maggiormente coinvolti nelle
decisioni operative, e soprattutto sarebbero maggiormente interessati ai
processi informativi della protezione civile, se ricevessero magari risposte
sulla loro condizione post eruzione, semmai l'emergenza dovesse effettivamente
materializzarsi. Allo stato serpeggia l'idea, che rimane tale, che andranno
tutti nell'entroterra campano, ma non si capisce esattamente dove.
Purtroppo la scienza non sempre avanza a grandi passi, e
oggi le conoscenze sui processi vulcanici così come le strumentazioni di
monitoraggio ultra sofisticate, non consentono una previsione deterministica
del fenomeno eruttivo. Chi vuole vivere nei territori flegrei allora, deve
intuire che non ci sono certezze assolute, ma solo probabilità anche se di
sicuro sussiste il massimo impegno scientifico nei limiti purtroppo di quelle che sono le attuali conoscenze nazionali e internazionali. Eppure c’è chi vuole testardamente continuare
a costruire in area intracalderica, magari in modo decentrato, con mimetismo
diremmo, con la giustifica della necessità e della voglia di resilienza
ma in ogni caso e caparbiamente nell’ambito della zona rossa flegrea: magari a
Licola e dintorni... D'altra parte la identificazione della zona
bradisismica generale e ristretta, ha portato all'idea che quella è la reale
zona pericolosa e non altre, anche perché ben poca enfasi è stata dedicata
all'eruzione magmatica, nonostante il fenomeno sia immanente e sia la vera
spada di Damocle che incombe su questi territori.
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