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lunedì 15 gennaio 2018

Rischio Vesuvio e Campi Flegrei: livelli di allerta e fasi operative... di MalKo




Il Vesuvio


I livelli di allerta vulcanica servono a sintetizzare attraverso un colore o un termine, lo stato di “agitazione” del distretto vulcanico in esame. Il monitoraggio continuo dei valori geochimici e geofisici viene attuato da una struttura generalmente scientifica che ha anche le competenze specialistiche necessarie per vagliare, analizzare, valutare e infine esprimere un parere sullo stato di unrest del vulcano. E’ prassi nel nostro Paese, che la valutazione finale circa la pericolosità di un apparato spetti poi alla Commissione Grandi Rischi sezione rischio vulcanico, tra l’altro e di recente rinnovata. Il referente di questo settore è ora il prof.  Pierfrancesco Dellino, ordinario di   Geochimica e vulcanologia presso l’università di Bari.
Il livello di allerta base - verde - indica che non si denotano variazioni significative dei parametri geochimici e geofisici monitorati. Ciò non toglie che il rischio eruttivo anche al livello base non è mai totalmente assente ma solo basso.

Il livello di allerta attenzionegiallo - indica che uno o più parametri legati ai dinamismi del vulcano sono cambiati e, quindi, si richiede un potenziamento di tutte quelle attività tecnico scientifiche atte a meglio inquadrare i processi endogeni in corso.
Il livello di allerta pre allarme - arancione - indica che le variazioni geochimiche e geofisiche presentano incrementi preoccupanti che potrebbero richiedere il passaggio successivo al livello di massimo pericolo.

Il livello di allerta allarme - rosso - indica che tutti i parametri fino a quel momento monitorati, lasciano ritenere molto probabile un’eruzione.

Livelli di allerta vulcanica

Il dato rilevante ai fini della tutela delle popolazioni esposte al rischio eruttivo è che bisogna tenere in debito conto, è la progressione dei tempi di attesa tra un livello di allerta e un altro: purtroppo non c'è proporzionalità aritmetica. Questo significa che si potrebbe passare da un colore all’altro in tempi molto differenti tra loro, magari con estrema lentezza o con una rapidità tale, da rendere possibile addirittura il salto di un livello. Viceversa la regressione sarebbe generalmente piuttosto lenta…

D’altro canto ricordiamo pure che tutte le stime sul momento esatto dell'eruzione sono di taglio probabilistico, e anche se possono essere statisticamente molto alte, non potranno mai raggiungere la certezza deterministica del 100% che può essere data solo e tangibilmente dalla ripresa eruttiva.   

I piani di evacuazione prevedono che dall’atto della dichiarazione dello stato di allarme le operazioni di allontanamento rapido della popolazione debbano durare complessivamente al massimo tre giorni (72 ore). La Regione Campania ha così diviso questo tempo: 12 ore per organizzare la macchina evacuativa; 48 ore per evacuare tutti i cittadini dal vesuviano o dal flegreo e le ultime 12 ore rimanenti sono intese come grasso che cola, cioè un surplus di tempo disponibile per recuperare eventuali disfunzioni che dovessero manifestarsi durante le operazioni di allontanamento.

E’ interessante altresì segnalare che burocraticamente il passaggio allo stato di attenzione vulcanica viene sancito dal dipartimento della protezione civile sentito il presidente della regione interessata. I livelli di allerta di pre allarme e allarme invece, vengono dichiarati dalla presidenza del consiglio dei ministri previa consultazione col presidente della regione interessata.

livelli di allerta e fasi operative

Nella tabella appena proposta, si nota come ad ogni passaggio di livello deve, ovvero, dovrebbe corrispondere una fase operativa di pari importanza. Nessuna di queste 4 fasi in ogni caso può sopportare l’assenza di un piano di evacuazione.

Molto riassuntivamente ricordiamo che nella fase di attenzione bisogna rodare a cura del Comune, il piano di evacuazione messo a punto precedentemente, e verificare ed eliminare tutte le criticità eventualmente esistenti nella viabilità e nel sistema locale di protezione civile. La fase di attenzione inoltre, richiede e si caratterizza per l’informazione da dare ai cittadini, che dovrà essere chiara, puntuale e a cura del sindaco o degli organi dipartimentali. Anche l’Osservatorio Vesuviano ad esempio, stante lo stato di attenzione vigente tuttora ai Campi Flegrei, emana un bollettino informativo settimanale oltre a quello mensile. Non bisogna confondere però, il bollettino scientifico da quello tecnico e amministrativo emanato dal sindaco, che dovrà contenere notizie utili all’organizzazione sociale e operativa del territorio in emergenza.

La fase operativa di pre allarme, comporta l’evacuazione preventiva degli ospedali e delle case di cura e delle carceri, così come sarà necessario mettere in sicurezza i beni culturali trasportandoli altrove ove possibile, o comunque tentare di metterli al riparo. In questo contesto è anche possibile che, quella parte di popolazione che lo desidera e che ha una residenza alternativa in luogo sicuro, possa allontanarsi autonomamente dalla zona a rischio vulcanico, magari segnalando lo spostamento all’autorità locale. In questo caso è previsto per chi va via un contributo di autonoma assistenza.

La fase di allarme prevede la totale e obbligatoria evacuazione delle popolazioni dalla zona rossa secondo le modalità previste dai piani di evacuazione che in verità ancora non si ufficializzano e quindi non sono vigenti. L’uscita dalla zona dichiarata pericolosa è consentita attraverso percorsi prestabiliti e da punti prestabiliti (cancelli). L'allontanamento riguarda anche il personale di tutte le forze istituzionali e volontari intervenuti. 
Ovviamente l’evacuazione può avvenire con autovetture private o con mezzi collettivi (Bus), con esigenze di alloggio diversificate secondo le necessità previste dallo schema riassuntivo che vi segnaliamo in basso, che classifica in A, B e C, le varie condizioni delle famiglie e dei singoli.

Le tre classi di assistenza

Le pianificazioni d’emergenza ad oggetto il Vesuvio e i Campi Flegrei, sono di carattere nazionale perché coinvolgono non solo la regione Campania ma anche tutte le altre  deputate all’accoglienza degli sfollati.

La Regione Campania è stata individuata dal dipartimento come ente referente per alcuni piani di settore: il più importante è quello ad oggetto le procedure e i mezzi e quant’altro necessita per l’allontanamento della popolazione dalla zona rossa; ed ancora tutto ciò che richiede e investe la Sanità e le telecomunicazioni di emergenza.
La strategia del piano di emergenza ad oggetto il rischio Vesuvio ma similmente anche per i Campi Flegrei, prevede come detto che nella fase di allarme la popolazione lasci la zona rossa usando i percorsi predefiniti nei piani locali armonizzati con le municipalità limitrofe.  Coloro che sono appiedati devono recarsi nelle aree di attesa (comunali) secondo le modalità e i mezzi previsti dal piano comunale di protezione civile.

Dalle aree di attesa alle aree di incontro (fuori zona rossa), il trasporto è assicurato da un servizio autobus/navetta a cura della Regione Campania.
Dalle aree di incontro ai punti di prima accoglienza, il trasferimento è garantito dalla regione ospitante (individuabile nella carta dei gemellaggi), e fino alle strutture di accoglienza.
Strategia del piano di evacuazione a fronte del rischio Vesuvio

Le regioni italiane dovrebbero garantire trasporto intermedio e ospitalità alla comunità vesuviana o flegrea, secondo questo modello di gemellaggi Regioni/Comuni:
la mappa dei gemellaggi previsti per l'area vesuviana
Gemellaggi previsti per l'area flegrea


In conclusione dobbiamo ricordare che generalmente i livelli di allerta vulcanica, possono prevedere risposte operative molto diverse fra di loro, in ragione delle caratteristiche del vulcano da cui bisogna difendersi. Un apparato prevalentemente effusivo  potrebbe non richiedere un'evacuazione totale e preventiva della zona vulcanica, come invece è previsto e necessario quando il vulcano potrebbe caratterizzarsi per manifestazioni eruttive di tipo esplosivo, come ad esempio il Vesuvio o i Campi Flegrei.



 

giovedì 11 gennaio 2018

Il rischio vulcanico ai Campi Flegrei: il super vulcano minaccia la metropoli napoletana? ...di MalKo



Solfatara di Pozzuoli - immagine sullo spettro visibile e agli infrarossi (G. Chiodini)

Alcuni ricercatori hanno valutato in termini probabilistici le varie tipologie eruttive che possono interessare, chissà quando, il Vesuvio e i Campi Flegrei. Un’eruzione dall’indice di esplosività VEI 4 viene quotata nel flegreo al 23,8%, mentre una pliniana (VEI5) al 4,0%.

Per il Vesuvio un’eruzione dallo stile eruttivo VEI 4 è ritenuta probabile al 27%, mentre una pliniana VEI5 viene letteralmente obliata perché assoggettata alla risibile percentuale dell’1%. E’ necessario chiarire però, che le indicazioni ad oggetto il Vesuvio sono frutto di una scelta fra due percorsi statistici disponibili e differenziati da archi di tempo diversi. Diversamente, un’eruzione pliniana al Vesuvio avrebbe vantato nel percorso tralasciato un 11% di probabilità condizionata di accadimento. Una bella differenza… 

Per i Campi Flegrei non c’è differenziazione statistica basata sui tempi di quiescenza, in quanto l’area calderica si caratterizza per un mezzo millennio di pace geologica, che è un tempo, presumiamo, ampio abbastanza da ipotizzare una discreta ricarica volumetrica della camera magmatica che può sostenere a questo punto tutti gli stili eruttivi menzionati.

E’ inutile aggiungervi che tanto per il Vesuvio quanto per i Campi Flegrei, il mondo scientifico ha adottato per entrambi i distretti vulcanici l’eruzione VEI4 come quella di riferimento, per definire zone rosse e piani di emergenza.

Le eruzioni VEI 4 lo ricordiamo ancora una volta, possono produrre le famigerate nubi ardenti che sono un fenomeno particolarmente distruttivo e da cui non ci si può difendere se non con l’evacuazione preventiva del territorio a rischio.
In ogni caso Napoli è l’unica metropoli mondiale che annovera ben tre vulcani quiescenti e differenti ed esplosivi, su di una superficie di 1171 chilometri quadrati, affollata da 3.107.000 abitanti che campano e dormono su un’unica grande camera magmatica…
Le politiche di sicurezza in assenza di prevenzione, sono tutte indirizzate sulla necessità di produrre dei buoni piani di evacuazione che, come sapete, sono ancora in itinere. Il problema grosso è che per la riuscita operativa di questi piani è indispensabile che i segnali eruttivi che un domani dovranno cogliersi dal profondo sottosuolo, dovranno essere individuati in tempo utile per la completa evacuazione della zona rossa flegrea, vesuviana o ischitana che sia.
Quindi, gli scienziati saranno costretti a pronunciarsi interpretando dei segnali che giungono o non giungono o che giungono in ritardo in superficie, onde stabilire con logiche a volte da Risiko, se i prodromi pre eruttivi ci sono tutti e se il magma è in ascesa. La caldera flegrea è forse oggi il rebus geologico tra i più interessanti al mondo, e su cui convergono preoccupazioni di non poco conto, atteso che parliamo di un super vulcano in stato di attenzione all’interno di una affollata metropoli.  
Il Dott. Giovanni Chiodini è un dirigente di ricerca dell’INGV. Qualificatissimo esperto della geochimica dei vulcani, è autore di non pochi lavori scientifici pubblicati su importanti riviste internazionali ad oggetto proprio la caldera flegrea.
Dott. Chiodini, di recente ad alcuni visitatori della Solfatara è capitato un bruttissimo e fatale incidente dovuto all’anidride carbonica accumulatasi in alcune sacche nel terreno. E’ proprio tanta l’anidride carbonica che si diffonde dalla Solfatara?
<< Su questo sta indagando la procura che mi ha sentito come persona informata sui fatti a causa anche (credo), dei numerosi studi che ho fatto basandomi sui dati raccolti alla Solfatara. Rispetto a quanto mi chiede mi sembra che una precisazione sia necessaria: credo che l'ipotesi al momento più accreditata sia che il gas risultato fatale sia l'H2S (idrogeno solforato, o acido solfidrico).
Quello che penso è che comunque, sia che si tratti di CO2 o H2S, la causa principale dell'incidente sia stata l'apertura di una 'voragine' profonda un paio di metri. Credo che il tetto dell'anfratto, di poche decine di cm o meno, sia crollato al passaggio delle persone. La Solfatara è interessata da un diffuso processo d'emissione di gas vulcanici-idrotermali che arrivati in superficie vengono diluiti dall'aria ma che nel sottosuolo raggiungono concentrazioni molto elevate e letali.
Nell'ambito di progetti di ricerca sono state fatte numerose campagne di misura dei flussi di CO2 emessi dalla Solfatara e dintorni a partire dal 1998 fino al 2016 (forse una campagna anche ad inizio 2017). I dati mostravano un aumento nel tempo con flussi che nel 2015 sono arrivati fino a 2-3000 tonnellate di CO2 al giorno. Purtroppo al momento non esistono progetti finanziati per proseguire queste campagne ne per sperimentare nuove tecniche per la misura dei flussi di gas delle fumarole (es. Pisciarelli)>>.
Pozzuoli. Solfatara. Le nuove fumarole di Pisciarelli. Foto: Carmine Minopoli 
Quali altri gas fuoriescono dalle fumarole e dalle fenditure nel terreno mare compreso?
<< I gas principali emessi dalle fumarole della Solfatara sono il vapor d'acqua (H2O) e il biossido di carbonio (CO2). Le rispettive concentrazioni sono cambiate nel tempo ed ora, rispetto ad altri vulcani, le fumarole sono particolarmente ricche in CO2 (fino al 28%). Poi, come le ho detto prima, un gas tipico della Solfatara, ma anche di quasi tutte le emissioni gassose dei vulcani, è l'H2S che è in un rapporto con il CO2 di circa 1/200. In concentrazioni minori, escono sia gas tipicamente idrotermali quali idrogeno (H2), monossido di carbonio (CO) e metano (CH4) sia gas poco o non reattivi (e non pericolosi) quali Azoto (N2), Elio (He), Argon (Ar). Purtroppo da quando è successo l'incidente a cui faceva riferimento l'area della Solfatara è chiusa non solo al pubblico ma anche ai ricercatori che fanno sorveglianza vulcanica. Da Settembre non sappiamo più niente della composizione delle fumarole>>.

I valori di monossido di carbonio perché sono ritenuti indizi importanti della risalita del magma verso la superficie?

<< Il monossido di carbonio (CO nel seguito), non è necessariamente indicatore di risalita di magma. Il CO è un importante indicatore della temperatura del sistema. Il CO infatti si forma per dissociazione della molecola della CO2 (uno dei componenti principali dei fluidi idrotermali), e l'aumento della temperatura favorisce la sua formazione. Quindi nelle nostre interpretazioni l'aumento della concentrazione del CO è interpretato come indicatore d'aumento di temperatura nel sottosuolo e non di risalita di magma >>.
Stefano Caliro e Giovanni Chiodini - Bocca Grande - Solfatara

 Una teoria suffragata da elementi di analisi strumentali sembra stabilire in un'unica grande camera magmatica quella che caratterizza le profondità della caldera e del Vesuvio e forse di Ischia. Notandosi fenomeni estremamente differente fra i tre distretti, è lecito ritenere che la differenza a proposito di certi fenomeni (bradisismo; fumarole; emissioni;) la faccia innanzitutto la profondità del magma o le caratteristiche del soprassuolo o entrambi i fattori?
<< Diciamo che esistono delle ipotesi sull'esistenza ad una certa profondità (>10-12 km) di un livello, contenente materiale fuso o parzialmente fuso, fra i Campi Flegrei e il Vesuvio (non Ischia). Assumendo per vera questa ipotesi, quanto dice è ragionevole: il differente comportamento dei due vulcani è condizionato dalle caratteristiche delle rocce, dei terreni che separano il magma dalla superficie e possibilmente dalla profondità del magma. E' chiaro comunque che si tratta di due vulcani differenti: i Campi Flegrei sono una caldera, il Vesuvio uno strato vulcano. Ai Campi Flegrei le eruzioni non si sono mai ripetute dallo stesso centro eruttivo, al Vesuvio molte delle eruzioni si originano nel cratere omonimo ecc. >>.
 
Le Sue teorie sulla chimica delle caldissime acque termali flegree che hanno inficiato la resistenza della coltre rocciosa e tufacea che ricopre la camera magmatica ci sembra molto convincente. Questa teoria trova equivalenze e condivisioni in altre parti del mondo?

<<Il ragionamento, a cui fa riferimento, riguarda la separazione differenziata di H2O e CO2 da un corpo magmatico che si depressurizza. Il primo gas a essere rilasciato è il CO2 e, a mano a mano che la depressurizzazione prosegue, vengono emesse quantità crescenti di H2O. Questa, condensando, scalda le rocce oltre a formare un liquido che può essere molto acido e agire come fattore additivo nel processo di indebolimento della matrice rocciosa. Che i fluidi magmatici possano scaldare il sistema è cosa ben risaputa (molti sistemi geotermici si trovano presso vulcani attivi), e soluzioni acide calde vengono spesso rinvenute nei sistemi vulcanici. Quello che è poco conosciuto, e che abbiamo provato ad affrontare nel lavoro a cui fa riferimento, è la dinamica di questi sistemi idrotermali in parte ricaricati da fluidi magmatici. Abbiamo prospettato che esiste una pressione critica durante la depressurizzazione, in cui il magma può emettere quantità di fluidi molto elevate. Abbiamo poi ipotizzato che tale dinamica stia caratterizzando l'attuale momento dei Campi Flegrei, e nello stesso lavoro abbiamo teorizzato che una dinamica simile potrebbe aver caratterizzato periodi di crisi di altri vulcani>>.
La Solfatara di Pozzuoli - Emissioni gassose

Un’altra teoria ancora parla di un certo snervamento e quindi indebolimento della coltre che ricopre la camera magmatica flegrea, dovuto al bradisismo negativo e positivo. In questo caso la cedevolezza degli strati che ricoprono la camera magmatica dovrebbe favorire una più rapida ascesa del magma?
<<Immagino che si stia riferendo al lavoro recente di un collega inglese e di 2 colleghi dell'Osservatorio Vesuviano. Se così, il lavoro segnala come il ripetersi di crisi sismiche ai Campi Flegrei (iniziate 40-50 anni fa), abbiano causato un indebolimento delle rocce che perdono elasticità e si comportano in modo 'fragile' a causa delle numerose fratture aperte dai terremoti. Secondo gli autori questo comportamento può favorire la risalita del magma>>.

 In termini antincendio e protezione delle sovrappressioni, in alcuni fabbricati o depositi di esplosivi, una parete viene realizzata molto più cedevole delle altre per indirizzare le eventuali sovrappressioni in quella direzione. Se sapessimo quale parte dell’area flegrea è più sottile o più cedevole ci darebbe il punto stimato della futura eruzione? Se sì, Il dato è possibile evincerlo strumentalmente?
 
<<Il calcolo non è certo facile! La natura è molto più complessa delle nostre costruzioni. Un dato di fatto inoppugnabile è quello che prevedere il luogo di un'eruzione in una caldera è molto difficile. Alcuni colleghi hanno tentato questa strada attraverso metodi statistici basati su quanto successo durante la storia eruttiva della caldera flegrea…>>.

Le osservazioni fin qui fatte a proposito della cedevolezza dei terreni in un contesto di magma a bassa profondità, dovrebbero essere implicitamente un ostacolo alle perforazioni profonde. E’ così?
<< Su questo punto è difficile esprimersi. Sono stato contrario al progetto Scarfoglio che prevedeva perforazioni a scopo industriale in un’area centro della fenomenologia (terremoti e emissione di gas) che sta caratterizzando ora la zona Flegrea. Un pozzo a fini scientifici e di monitoraggio del vulcano è differente: ci sono aspetti negativi e aspetti positivi. Fra gli aspetti negativi il più rilevante è che un eventuale incidente durante la perforazione andrebbe comunque a impattare in un territorio molto abitato. Fra gli aspetti positivi, la possibilità di un monitoraggio più efficiente del vulcano attraverso misure dirette della temperatura, pressione, caratteristiche meccaniche delle rocce, composizione dei fluidi (ecc.) e delle loro variazioni nel tempo. Forse la decisione non dovrebbe essere lasciata ad un unico ricercatore ma ad una commissione di esperti che possa valutare nel complesso tutti gli aspetti>>.
Le Sue interessantissime teorie come altre ad oggetto la caldera flegrea ci rimandano a quale situazione di pericolo attuale?
<< Credo che il colore giallo attuale nello stato del vulcano (cioè attenzione scientifica) sia quello che meglio esprime lo stato del vulcano>>.
L’Osservatorio Vesuviano a proposito del terremoto di Casamicciola del 21 agosto 2017, ha impiegato alcuni giorni per dare il giusto epicentro del terremoto. In queste condizioni operative è giusto puntare le chance della sicurezza interamente sulla previsione dell’evento vulcanico?

 <<Premetto che da qualche anno non lavoro più all'Osservatorio Vesuviano; comunque credo che la rete dei sismometri (e degli altri sensori geofisici) dei Campi Flegrei sia molto efficiente. Le faccio io ora una domanda, ci sono alternative alla previsione tempestiva di un eventuale eruzione?>>.
Campi Flegrei - La Solfatara di Pozzuoli

La sala di monitoraggio dell’Osservatorio Vesuviano è ubicata nella caldera flegrea. Non Le sembra una collocazione particolarmente esposta in caso di preallarme e allarme vulcanico?

<< Non mi esprimo. Noto comunque che l'Osservatorio Vesuviano sta cercando una sede differente. Forse il comune di Napoli o altri enti pubblici dovrebbero aiutare l'OV in questa ricerca (è possibile che il Comune di Napoli non abbia edifici adatti al di fuori della caldera?) >>.

Perché ancora non viene ripetuta un’analisi strumentale indiretta per calcolare con una sufficiente precisione lo stato intrusivo del magma nel flegreo, al Vesuvio o ad Ischia?

<< Purtroppo in questo momento le attività di ricerca (dico 'ricerca' e non routine di monitoraggio), per meglio capire cosa sta succedendo ai Campi Flegrei, sono praticamente ferme e senza finanziamenti>>.

Gli elementi che ci ha fornito in quest’intervista il Dott. Giovanni Chiodini, dirigente di ricerca dell’INGV, sono di grandissimo interesse, anche da un punto di vista della conoscenza degli aspetti vulcanici che caratterizzano oggi la caldera flegrea. Ringraziamo per l’importante disponibilità.

 Nel concludere questo articolo, dobbiamo ahimè confermare che la sicurezza dei cittadini metropolitani del napoletano a fronte del rischio vulcanico, è oggi affidata prevalentemente alla previsione dell’evento. Non una previsione generalizzata della serie i vulcani prima o poi erutteranno, che potremmo fare lapalissianamente già adesso, ma una previsione oculata diremmo mediata tra il falso allarme e il mancato allarme, con una preferenza a scegliere riconducibile ovviamente e sicuramente al primo caso…

Mentre mancano certezze assolute sulla previsione utile dell’evento vulcanico, potremmo intanto e di contro e con assoluta scioltezza e risolutezza redigere i piani di evacuazione che invece ancora non ci sono e quello che c’è è strategicamente discutibile.

D’altra parte è anche vero che per la previsione delle eruzioni aiuta molto la messa in campo di strumenti ipertecnologici, ma riteniamo ancora di più la ricerca, che nell’attualità e a fronte di uno stato di allerta giallo, ci sembra di capire che sia stata messa all’angolo dalla mancanza di fondi: un dato su cui riflettere e agire.

D’altro canto, un altro elemento che è senz’altro da perorare, è il trasferimento dell’Osservatorio Vesuviano presso una sede diversa dall’attuale perché ubicata in piena zona rossa flegrea. Le autorità metropolitane e regionali potrebbero istituzionalmente farsi carico di questo problema, magari proponendo a livello comunitario qualche interessante progetto di ricollocazione della sede altrove. L’Osservatorio Vesuviano nel flegreo e l’Ospedale del Mare nel Vesuviano, diciamola tutta, non sono un esempio lampante di lungimiranza operativa.

Quello che oggi si può fare in termini di prevenzione, è operare attraverso un grande piano urbano metropolitano di riqualificazione e rimodellamento dell’esistente, prediligendo la realizzazione di nuove opere viarie piuttosto che di edifici residenziali, con un occhio di riguardo alla pratica di delocalizzazione e non di deportazione del maggior numero possibile di abitanti dalle zone rosse alle zone sicure.

Il vincolo vulcano urbanistico per i Campi Flegrei e per Ischia è di fondamentale importanza che venga instaurato al più presto, anche se sarà osteggiato ferocemente dai divoratori di territorio di ogni ordine, grado e appartenenza politica. Occorre prendere decisioni impopolari ce ne rendiamo conto, ma assolutamente necessarie, se vogliamo dare una chances di vivibilità minimamente accettabile, ai nostri ignari posteri.

Un particolare ringraziamento al Dott. Giovanni Chiodini, dirigente di ricerca dell'INGV, per l'intervista che ci ha concesso.



venerdì 5 gennaio 2018

Rischio vulcanico ai Campi Flegrei: 2018 la verità che mancava... di MalKo



Pozzuoli - L'area del Macellum

Un convegno geologico (27/28 novembre 2017) tenutosi a Napoli presso la sede dell’Osservatorio Vesuviano, ha consentito al ricercatore dell’INGV, Roberto Isaia, di dissertare sulla possibilità di un’eruzione freatica ai Campi Flegrei, improvvisa e senza precursori evidenti, magari favorita da una situazione di inquietezza del sottosuolo o da un’onda sismica capace di scuotere i terreni, producendo pericolosi e massivi rilasci di gas vulcanici che diromperebbero in superficie con boati fumarolici.

Il dato scientifico fa notizia perché il super vulcano dei Campi Flegrei è da alcuni anni già in uno stato di agitazione (attenzione), soprattutto nell’area della Solfatara - Pisciarelli.

La situazione è così riassumibile: si teme che in zona flegrea alcune intrusioni di magma si siano insinuate verso l’alto intrufolandosi tra le rocce... Il movimento avrebbe avvicinato il calore astenosferico alla superficie terrestre, dando vigore energetico alle acque che circolano copiose nel sottosuolo, generando vapori e surriscaldamenti critici, con un’azione chimica e fisica che indebolisce e deforma i sub strati di roccia e terra fin dove si cammina, rendendoli meno resistenti alle sovrappressioni. Le preoccupazioni allo stato dei fatti, onda o non onda sismica, ci sono quindi già tutte…

Zona rossa e gialla del super vulcano Campi Flegrei
Nel convegno napoletano è stato detto pure che gli stati di agitazione (unrest) che caratterizzano anche con il bradisismo il distretto vulcanico dei Campi Flegrei:<<non sempre regrediscono senza fenomeni eruttivi>>.   Una verità disarmante...

In questo contesto è stato pure sottolineato che il convegno scientifico sui Campi Flegrei sarebbe stato doveroso organizzarlo già da un po', perché le caratteristiche della caldera in esame non consentono di stare tranquilli e non è possibile azzardare accurate previsioni sui modi e sui tempi di una eventuale ripresa eruttiva. Il Dott. Giovanni Chiodini, geochimico dell’INGV e grande conoscitore dell’area flegrea, ha sottolineato che quello che succede nel sottosuolo calderico oggi e domani:<<…lo sa Dio>>, perché i progetti di ricerca inspiegabilmente segnano il passo.

Il Dott. Giuseppe De Natale ha sottolineato che gestire un’emergenza nel flegreo è problematico, perché i tempi di valutazione scientifica su aspetti geologici così indeterminati e complessi potrebbero essere superiori alle necessità operative di tutela, in quella che è un’area vulcanica particolarmente singolare.  

L’ex direttore dell’Osservatorio Vesuviano ha anche suggerito un modello di piano di emergenza simile a quello adottato in Giappone per proteggersi dal vulcano Sakurajima, cioè l’evacuazione progressiva della popolazione in ragione dell’incremento del livello di allerta vulcanica. Una tale metodologia dice, potrebbe essere applicata ad esempio nella zona Solfatara – Pisciarelli… ( quella del progetto geotermico Scarfoglio?)

Il Dott. Giuseppe Mastrolorenzo ha invece invitato a chiarire i limiti della previsione degli eventi vulcanici che si fonda moltissimo su una sofisticata strumentazione capace di dare dati fisici e chimici del sottosuolo molto accurati ma fino all’attualità, senza per questo fornire nessuna indicazione nel secondo successivo. Il messaggio di Mastrolorenzo è perciò un invito a basarsi sulla prevenzione dei rischi piuttosto che sulla previsione dell’evento vulcanico che rimane ancora una meta da raggiungere.  Ovviamente il noto vulcanologo ha anche sottolineato e da tempo, la necessità di mettere a punto seri piani di emergenza ovvero di evacuazione delle aree vulcaniche napoletane, così da rendere operative le uniche misure di concreta salvaguardia delle popolazioni in caso di allarme.

Il capo della protezione civile nazionale, Angelo Borrelli, a margine del convegno tenutosi il 15 novembre 2017 a Pozzuoli su invito del sindaco Figliolia, non ha particolarmente tranquillizzato i presenti, perché ha preso sì un minimo di distanza dagli allarmisti, ma più ancora da coloro che affermavano il contrario, cioè che nel flegreo non ci sono elementi di pericoli su cui riflettere…

Le affermazioni del capo dipartimento sono state chiarissime e riportate anche nel bollettino emesso dal dipartimento della protezione civile che recita testualmente :<< In merito all’incontro informativo sullo stato di attività dei Campi Flegrei, avvenuto martedì scorso, 15 novembre, a Pozzuoli presso la sede del Centro Operativo di protezione civile del Comune, è necessario sottolineare che i messaggi chiave emersi dalla riunione sono lontani dalla semplificazione “non ci sono rischi, rassicurata la popolazione”, così come riportato da alcuni organi di stampa>>.

<<… Nella discussione è stato più volte ribadito che allo stato attuale non ci sono particolari motivi aggiuntivi di preoccupazione, ovvero, come confermato dagli scienziati, le variazioni dei parametri monitorati non sono tali da consigliare né un innalzamento del livello di allerta, né un ritorno al livello inferiore, che corrisponderebbe ad un’attività ordinaria del vulcano>>.

<<… A questo proposito è utile sottolineare che, per ogni vulcano, il passaggio di livello di allerta può non avvenire necessariamente in modo sequenziale o graduale, essendo sempre possibili variazioni repentine o improvvise dell’attività, anche del tutto impreviste>>.

In un altro comunicato ancora è stato chiarito che anche quando il livello di allerta vulcanica è base, cioè verde, il rischio eruttivo non è mai assente.

Una politica quella della chiarezza, che oggi stupisce soprattutto perché la discorsiva proviene da pulpiti che qualche anno fa minacciavano denunce e provvedimenti disciplinari contro i non allineati al comandamento del non allarmare!
A dirla tutta un tale atteggiamento veritiero doveva essere il modus operandi dell’INGV e della protezione civile già alcuni decenni fa, ma non lo è stato. Se oggi ci troviamo con grandi ritardi nelle politiche di sicurezza delle aree vulcaniche, lo si deve proprio alla stampella scientifica che ha ampiamente e indirettamente supportato le amministrazioni comunali, che hanno fatto i pesci in barile, campicchiando sul dato della previsione degli eventi vulcanici preventivabili addirittura mesi prima. Una notizia quest’ultima che pur non avendo nessun fondamento deterministico, ha consentito ad esempio di mettere sulla carta bozze di piani di allontanamento piuttosto che piani di evacuazione. Nel primo caso lo spostamento massivo della popolazione avverrebbe in un contesto non caotico, di pericolo annunciato ma non manifesto. Nel secondo caso con pericolo incombente…

Nel momento in cui il dipartimento ha chiarito che la sequenzialità dei livelli di allerta vulcanica possono essere imprevedibili nella loro escalation al rialzo, in capo ai sindaci sono state automaticamente rimandate tutte le responsabilità della prevenzione e della redazione dei piani di evacuazione. In altre parole, vengono a mancare gli alibi che fin qui hanno retto il sistema delle inadempienze istituzionali.

Vogliamo poi ricordare che il piano di emergenza ovvero di evacuazione, avrà una sua ufficialità di nascita nel momento in cui ad ogni famiglia del flegreo e del vesuviano e magari di Ischia, verrà consegnato un vademecum con note e disegni che illustrino con chiarezza che cosa fare e dove andare in caso di allarme vulcanico. Fino a quel momento i piani di evacuazione non esistono!
Tutte le applicazioni per smartphone che reclamano la gestione innovativa e operativa dei piani di emergenza, devono considerarsi facilitazioni tecnologiche ma non una sostituzione del classico manualetto cartaceo, che invece deve essere nel possesso di tutti i cittadini. Lo smartphone, ricordiamolo, richiede una linea di accesso ed energia…

I 4 livelli di allerta vulcanica

Il convegno dell’INGV di cui trattavamo è stato registrato e pubblicato su Youtube. I video sono stati molto velocemente ritirati ma, come segnala il Dott. Giuseppe De Natale dell’INGV, nessuna stranezza nel merito perché la loro funzione pubblica era, se abbiamo capito bene, sostanzialmente legata alla durata del summit scientifico. Quelli che a pensar male… ritengono invece che in quell’ambito sono state sviscerate tante di quelle verità da richiedere una precipitosa riservatezza.


L’ex direttore dell’Osservatorio Vesuviano, consigliava di utilizzare nei piani di evacuazione le strategie utilizzate in Giappone. In realtà la procedura dell’allontanamento progressivo fu indirettamente vagliata nella prima stesura del piano di emergenza Vesuvio datato 1995. In quello scritto i territori comunali erano stati suddivisi in settori. In caso di allarme l’evacuazione era stata prevista con un ordine progressivo dettato dalla vulnerabilità sismica dei fabbricati che andavano sfollati per primi. Poi, attraverso la pianificazione fatta dal Comune di Portici, fu chiarito che non era realistico pensare di cadenzare le partenze, perché lo studio comportamentale della popolazione indica che i vesuviani all’occorrenza si muoveranno tutti insieme, con intervalli dettati esclusivamente dai tempi di organizzazione familiare e senza soluzione di continuità tra il giorno e la notte.


Il modo in cui avverrà l’evacuazione della popolazione, richiamerà molto e come concetto un diagramma utilizzato a proposito del fuoco per indicare il flashover, cioè l’incendio diffuso che è preceduto dalla fase di ignizione del combustibile.


Il lancio dell’allarme evacuativo rappresenta una sorta di ignizione per la popolazione che si comporterà come un combustibile solido se non percepirà direttamente i segnali pre eruttivi provenienti dal monte vulcanico.


Viceversa, se i vesuviani riceveranno l’innesco evacuativo direttamente e attraverso i sensi (tremori; sciami sismici; boati), si comporteranno come un combustibile gassoso, cioè si arriverà immediatamente a una notevole pressione ai varchi d’uscita: sarebbe il caos…
Diagramma Flashover

Quello che lascia veramente perplessi è l’inerzia con cui si muove il mondo amministrativo che tenta di tergiversare su molti aspetti che riguardano la sicurezza. Intanto sarebbe indispensabile che la zona rossa dei Campi Flegrei fosse oggetto di una legge simile a quella vigente per il Vesuviano, cioè che sancisca l’inedificabilità totale a scopo residenziale. Occorre poi procedere velocemente anche per l’isola d’Ischia con l’elaborazione degli scenari di rischio. Un documento scientifico quest’ultimo, che consentirebbe di determinare anche qui eventuali zone rosse e su queste probabilmente dovrà essere applicato parimenti il vincolo dell’inedificabilità a scopo residenziale.

Certamente si comprende che vietare la costruzione di case  nella zona rossa Vesuvio, e Campi Flegrei e Ischia, significa inibire una buona porzione del territorio metropolitano agli investimenti cementizi… D’altra parte però, non si possono neanche servire due padroni: la sicurezza e lo sviluppo edilizio. Quello che fino ad ora la classe politica ha raggranellato sull’argomento, è solo il rimando ai posteri del problema sicurezza vulcanica, accrescendolo con mancate verità.

A tal proposito sembrano molto indietro nel tempo quegli incontri a cui partecipavano importanti esponenti dell’Osservatorio Vesuviano, che palesavano e promuovevano l’opportunità energetica offertaci dalla geotermia proprio nella depressione calderica flegrea… Le trivellazioni nel cuore della Solfatara a Pisciarelli, ci avrebbero consentito di carpire conoscenza dicevano, ma anche acqua calda in un posto dove le turbolenze del sottosuolo sono foriere di un calore da commercializzare.

Fortunatamente la proposta industriale è stata archiviata tra l’altro non dalla Commissione Grandi Rischi tramite il Dipartimento della Protezione Civile, bensì dal Ministero dell’Ambiente che ha scartato il progetto in assenza di integrazioni ancorché gravata dal parere sfavorevole della Regione Campania.

Certo rimane ancora in piedi il progetto geotermico di Serrara Fontana ad Ischia: si spera che venga anch’esso abbandonato attraverso ragionamenti finanche politici e non solo scientifici. Le amministrazioni ischitane così come gli isolani non percepiscono appieno il rischio vulcanico che pure caratterizza l’isola, perché godono di una lunga pace geologica e per questo senza ricordi. Purtuttavia il rischio c'è ed è conglobato ad altri non meno pericolosi. Per la messa in sicurezza dell'isola è necessario dedicarsi anche a cose diverse dal turismo, come le politiche di previsione e prevenzione: i sindaci facciano squadra, perché la loro interdipendenza è più stretta di quanto immaginano. 

La Regione Campania e l’autorità di Bacino ma anche la soprintendenza archeologica dell’area metropolitana di Napoli, hanno in ogni caso espresso parere sfavorevole alla realizzazione del progetto geotermoelettrico ischitano.

Sarebbe anche interessante capire, generalizzando, il ruolo della stampa nelle faccende vulcaniche, perché se abbiamo gioco forza una mucca esplosiva nel corridoio metropolitano di Napoli, ancorché senza una soluzione evacuativa degna di tale nome, è anche colpa di qualche penna oltremodo ottimista e pronta a tacciare i cosiddetti allarmisti di produrre bufale...

Un consiglio ai promotori delle iniziative educative: il Vesuvio da rischio a risorsa… Si rifletta sul fatto che tale frase è disorientante. Il Vesuvio rischio ma anche risorsa… rappresenta invece il modo corretto di proporsi.

sabato 30 dicembre 2017

Ischia - Il progetto geotermico di Serrara Fontana: sì o no? ... di MalKo


Ischia vista da Procida

La società Ischia GeoTermia srl è titolare di una richiesta di valutazione di impatto ambientale (VIA) indirizzata al Ministero dell’Ambiente, relativamente a un impianto geotermico pilota da realizzarsi nei tenimenti di Serrara Fontana sull’isola d’Ischia.

La Regione Campania con decreto dirigenziale del 16 giugno 2017, ha espresso parere negativo per la realizzazione di quest’impianto, perché tutte le argomentazioni ad oggetto la sismicità indotta, l’interscambio delle acque termali superficiali e profonde, ed ancora la pericolosità vulcanica insita nell’isola così come il rischio frane e più in generale un impatto ambientale non proprio minimo, in larga parte non sono mitigabili e non ci sono elementi deterministici che escludono fattori di rischio legati alle problematiche appena menzionate. Bisogna aggiungere alle contrarietà dei tecnici regionali anche il parere negativo espresso dall’autorità di bacino.

La Geo Termia srl con una nota indirizzata alla Regione Campania, chiarisce in anticipo che le controdeduzioni tratteranno solo alcuni punti del documento ostativo, perché a giudizio della società alcune argomentazioni esulano dagli aspetti squisitamente tecnici e scientifici relativi alla richiesta di sfruttamento geotermico. La dirigenza societaria con queste premesse impegna una strada che sembra voglia ridimensionare di molto le perplessità espresse dagli uffici regionali e da una certa platea di esperti e semplici cittadini che ritengono il progetto geotermico dannoso per le qualità ambientali e territoriali della rinomata isola.

D’altra parte la legge riferisce che il Ministero dell’Ambiente acquisisca l’intesa con la Regione interessata, quindi se la geotermia fosse solo un problema tecnico scientifico non si utilizzerebbe il termine intesa, ma più appropriatamente quello di pareri o dati o suggerimenti…

Indubbiamente c’è una legge che promuove la ricerca e lo sviluppo di nuove centrali geotermoelettriche, considerando di interesse nazionale i fluidi geotermici a media ed alta entalpia, classificando poi l'energia geotermica tra le fonti energetiche strategiche di competenza statale. Nulla da eccepire se non la generalizzazione di cotale impianto legislativo, che non tiene in debito conto la diversità e la complessità dei territori presi di mira dagli industriali del geotermico, che hanno bisogno di trivellare i terreni, carpire fluidi caldi dal sottosuolo per poi reiniettarli nel profondo onde garantire il ripascimento degli acquiferi senza per questo disperdere in superficie liquidi non proprio innocui. Questa legge avrebbe avuto una migliore applicazione se fosse stata di competenza prettamente regionale, perché non può prefissarsi come necessità pubblica quella di una certa liberalizzazione da accordare alle imprese in nome del rilancio dell’economia, facendo così sorgere magari dal niente forse una risorsa (geoelettrica) affossandone altre già esistenti o potenzialmente sfruttabili e di diversa natura e  meno invasive come può essere il termalismo e il turismo: ovviamente senza contare la sicurezza come bene imprescindibile dell’uomo…

Tra l’altro non è neanche vero che questi luoghi d’interesse geotermico purtroppo o per fortuna sono inevitabilmente vulcanici e attivi nel senso pericoloso del termine, perché in Toscana sull’Amiata le condizioni di fondo non rappresentano un pericolo segnatamente eruttivo per le popolazioni, ma di minaccia ambientale quello sì, soprattutto dove il candido vapore magari fuoriesce in atmosfera…

Vorremmo poi ricordare, quale equivalenza di metodo e non di argomento, che la legge 123 del 14 luglio del 2008 consentì la realizzazione di una megadiscarica di rifiuti in quel di Terzigno, in pieno parco nazionale del Vesuvio. Le proteste della popolazione furono superate attraverso la definizione del sito quale area di interesse strategico nazionale, e per tale motivo ancora oggi presidiato dall’esercito. Si promisero alle popolazioni locali sgravi sulla TARI che non ci sono stati e il risultato lampante è un ecomostro localizzato all’interno del parco in un luogo caro a Bacco e ben dentro la zona rossa Vesuvio. Non c’è poi, un piano di emergenza che stabilisca che cosa fare all’impianto nella fase di allarme vulcanico, che prevede l’abbandono dei luoghi, con il metano che non è da escludere fuoriuscirà imbruciato dall’ammasso…

L’adozione della dicitura - interesse strategico nazionale - sembra quindi che incominci a prospettarsi come un modello speditivo voluto dalla politica dei manovratori per superare in alcuni casi i vari ostacoli a procedere, comprensivi anche della volontà popolare, che non sempre ha ragione, ma non sempre ha torto…

Vorremmo ricordare che il Ministero dell’Ambiente qualche anno fa fu chiamato a valutare la necessità o meno di una VIA a proposito di un progetto geotermico ancora più ardito e affascinante consistente nella trivellazione della parte pedemontana del vulcano Marsili, quello ubicato nelle profondità del Tirreno meridionale. Il progetto, unico nel suo genere e nel mondo, prevedeva di carpire gli abbondanti fluidi ultra caldi che circolano nel vulcano sommerso, tramutandoli in energia elettrica direttamente sulla verticale del monte, attraverso un impianto galleggiante di trasformazione.

Gli apparati subacquei e di superficie si sarebbero trovati a circa un centinaio di chilometri dalla costa più vicina, e quindi a detta della società non necessitava una valutazione d’impatto ambientale (VIA). Il parere del ministero fu invece di segno opposto, perché non era scientificamente escludibile che i pendii del seamount franassero a seguito delle trivellazioni, generando così onde di maremoto che avrebbero potuto raggiungere la pur lontana fascia costiera continentale.

Anche in quel caso e nonostante l’assenza di esempi pregressi di maremoto e la consulenza scientifica assicurata dall’INGV, ed ancora con la dichiarazione preventiva di compensare i fattori di rischio legati alla trivellazione monitorando a permanenza la perforazione per interromperla al primo accenno di pericolo, il Ministero dell’Ambiente ebbe a sancire che anche in assenza di popolazione il pericolo di un maremoto era un rischio sì remoto ma sufficientemente alto nelle conseguenze, per chiedere che il progetto pur nella solitudine marina fosse assoggettato a una Valutazione di Impatto Ambientale. Tra l’altro nel documento ministeriale si precisava che l’eventuale ripresentazione del progetto avrebbe dovuto contenere con ricchezza di dati l’analisi dei rischi geologici legati proprio al vulcano e alla stabilità dei pendii.

La ditta GeoTermia srl sottolinea di essersi avvalsa dell’insostituibile consulenza scientifica da parte dell’Osservatorio Vesuviano. Siffatta autorevole collaborazione contrattuale con la sede INGV napoletana, porta a considerare e a cura della società proponente, ampiamente soddisfatta la domanda di analisi dei rischi e della rappresentazione puntuale e da tutti i punti di vista dei profili geologici sotterranei dell’isola, tanto per la tettonica che per la vulcanologia. La consulenza ha riguardato anche valutazioni sulla circolazione delle acque termali superficiali e profonde e i rischi derivanti dalla sismicità indotta da attività antropiche.

Tra l’altro nei documenti si affronta pure tecnicamente il problema della stabilità dei pendii del Monte Epomeo, dove sussiste il pericolo delle frane che, conveniamo, sono associate innanzitutto a fenomeni esogeni capaci di modificare i vincoli statici delle rocce e dei terreni. Occorre tener presente che abbiamo a che fare col tufo quale prodotto litoide già naturalmente soggetto a fratturazioni. Ovviamente una eventuale sismicità per quanto piccola potrebbe indurre franamenti del pietrame appoggiato e senza presa. Tale problema però sussiste con o senza la centrale geotermica, e fu già segnalato nel 2008 al termine di una ricognizione aerea in zona. In quel caso accertammo anche che il fortissimo boato avvertito e proveniente dai contrafforti pedemontani e occidentali del Monte Epomeo, riconducevano a un largo foro di “fresca” evidenziazione, evidentemente quale frutto di una probabile e repentina degassazione favorita da un evento sismico di bassa intensità (2,3) che aveva liberato gas dal sottosuolo.
Il dato che politicamente lascia perplessi, è che l’Osservatorio Vesuviano ha prestato la propria consulenza scientifica e la propria strumentazione a un progetto industriale offrendo quei profili geologici che mancano invece alle autorità amministrative e tecniche del territorio, sotto forma di scenari di rischio quale ricetta propedeutica per la redazione dei piani d’emergenza a protezione degli isolani.

Isola d'Ischia . I Maronti

D’altra parte se è vero che i sindaci dell’isola non hanno colpevolmente prodotto alcun piano d’emergenza, è altresì vero che ai medesimi non sono mai stati offerti appunto gli scenari di rischio su cui elaborare una pianificazione emergenziale anche evacuativa. Una rappresentazione chiara di che cosa è Ischia geologicamente parlando, poteva stimolare pure una progettazione di tipo ingegneristico e infrastrutturale, come ad esempio un potenziamento degli scali marittimi ad attracco rapido e una diffusa rete di elisuperfici e di aree sicure strutturate per l’accoglienza.  La condizione di isola, tra l’altro e vogliamo ricordarlo, ha di base una notevole vulnerabilità dettata proprio dall’isolamento e dalle ridotte dimensioni di quella che è sostanzialmente una enclave marina…

L’isola d’Ischia per una certa qualità dei suoli rappresenta un’estensione geografica dei limitrofi Campi Flegrei. In un recente convegno il ricercatore Roberto Isaia dell’Osservatorio Vesuviano (INGV), ha segnalato per l’area flegrea il pericolo di eruzioni freatiche innescabili nel caso pure da un’onda sismica. Visto che lo studio è recentissimo, sarebbe opportuno che il Ministero dell’Ambiente analizzasse se anche per Ischia quale contiguità territoriale flegrea, questo pericolo è latente e se può essere innescato dalle trivellazioni o anche dalle reiniezioni che potrebbero favorire una sismicità di fondo. Non pensiamo che le sovrappressioni possano destarsi solo all’interno del tubo chilometrico…


Si chiede inoltre al Ministero dell’Ambiente, quale logica sottintendano le controdeduzione della GeoTermia srl quando riferisce che tutti gli studi possibili e immaginabili sono stati eseguiti e ciò nonostante l’ultima parola spetterà alla trivellazione e ai dati sismici e microsismici che emergeranno dal pozzo, grazie al monitoraggio continuo offerto da una linea di sensori che, accoppiati a quelli già presenti dell’Osservatorio Vesuviano, riusciranno a monitorare con una precisione senza precedenti i parametri fisici dei suoli profondi  squilibrati dalle trivellazioni e dalla pratica di reiniezione. Quest’ultima attività vorremmo ricordare che non è un procedimento invasivo temporaneo ma la normalità nella messa a regime in quel tipo di impianto binario. Vorremmo pure sottolineare che, il sistema chiuso opera in una condizione di isolamento di acqua e vapori verso l’esterno, ma il sottosuolo non è camiciato, ovvero non è un radiatore sigillato come quello presente sulle automobili.

Ad ogni buon conto, vi proponiamo integralmente un estratto sotto forma di relazione prodotto appena qualche anno fa dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento della Protezione Civile - a proposito del rischio vulcanico in Campania:
<<Ischia è un’isola ampia circa 46 km2 che raggiunge un’altezza massima sul livello del mare di 787 m e si erge per circa 900 m dal fondo del mare, nella parte nord-occidentale del Golfo di Napoli. L’isola è amministrativamente suddivisa in 5 comuni (Ischia, Lacco Ameno, Casamicciola Terme, Barano d’Ischia, Forio) e ha una popolazione residente di oltre 50.000 persone, che raggiungono numeri sensibilmente più elevati nei periodi di maggior afflusso turistico. L’economia, infatti, si basa essenzialmente sul turismo, legato anche alla presenza di numerose sorgenti idrotermali.

La maggior parte dell’isola è costituita da depositi di eruzioni sia effusive sia esplosive (lave e tufi), prodotti da bocche eruttive, alcune delle quali ancora ben visibili nel settore sud-orientale dell’isola. Molto diffusi sono anche i depositi di frane derivanti dall’accumulo di materiale vulcanico preesistente.

Viste le caratteristiche di pericolosità vulcanica, l’eventuale ripresa dell’attività eruttiva avrebbe delle conseguenze rilevanti sull’intero territorio e sulla popolazione.

L’evento che ha segnato la storia geologica dell’isola è l’eruzione del Tufo Verde dell’Epomeo. L’eruzione fortemente esplosiva, verificatasi circa 55.000 anni fa, è responsabile della formazione di una caldera sommersa che occupava la zona in cui oggi si trova la parte centrale dell’isola. Dopo l’eruzione del Tufo Verde, l’attività vulcanica è proseguita con una serie di eruzioni esplosive, fino a circa 33.000 anni fa. Circa 10.000 anni fa, dopo un periodo di stasi relativamente lungo, l’attività è proseguita anche in epoca storica con una serie di eruzioni, di cui l’ultima avvenuta nel 1302 d.C.. L’inizio dell’eruzione fu improvviso e violentemente esplosivo, seguito da emissione di grandi volumi di pomice e cenere che oscurarono il cielo e ricaddero su tutta la parte orientale dell’isola. Successivamente, l’emissione di una colata da un cratere, apertosi in zona Fiaiano, raggiunse la spiaggia tra il Porto d’Ischia e Ischia Ponte con un fronte largo circa 1 km e distrusse l’antico centro urbano della Geronda devastando l’intero versante nord-orientale dell’isola. L’eruzione seminò panico e costrinse molta gente a fuggire verso le isole vicine e la terraferma. Le cause di molte vittime furono apparentemente asfissia e forti emissioni di gas.

Il fenomeno più rilevante di Ischia consiste in un continuo sollevamento, 800 metri negli ultimi 30.000 anni, quasi certamente dovuto all’azione di spinta esercitata dalla risalita di magma e dalla presenza di un serbatoio magmatico situato sotto il Monte Epomeo a 4-6 chilometri di profondità. La maggior parte dell’attività vulcanica recente di Ischia è stata prodotta da bocche eruttive che si sono aperte ai margini del blocco sollevato del Monte Epomeo. Le ricerche effettuate inducono a ritenere che una ripresa dell’attività vulcanica potrebbe avvenire qualora una nuova fase di sollevamento del monte riattivasse le faglie attraverso le quali il magma può giungere in superficie.

L’intensa attività idrotermale (acque calde ed emissioni di gas) e la storia eruttiva indicano che l’isola di Ischia è un’area vulcanica ancora attiva. È opportuno ricordare, inoltre, che l’isola è caratterizzata anche dalla presenza di altri importanti rischi naturali (sismico e idrogeologico).

Negli ultimi 300 anni, infatti, si sono verificati ben 9 terremoti distruttivi con Magnitudo maggiore di 5. Fra questi, il più devastante è stato quello di Casamicciola del 28 luglio 1883, con Intensità MCS del X grado, che ha causato oltre 2.300 vittime e 750 feriti. Nella sola Casamicciola, su 672 case ne crollarono 537 e 135 furono danneggiate. La sismicità dell’isola di Ischia risulta altamente distruttiva, in quanto prodotta da eventi con ipocentri estremamente superficiali.

La natura dei terremoti di Ischia non è del tutto chiara anche se è plausibile che essa si ricolleghi a fenomeni in qualche modo legati ai processi vulcanici.
Oltre alle eruzioni e ai terremoti, l’isola è contrassegnata da una diffusa franosità che risulta spesso innescata non solo da eventi meteorici, ma anche dall’attività sismica. In conseguenza del terremoto del 1228 si staccò dal versante settentrionale del Monte Epomeo una frana di gradi proporzioni che investì le aree abitate della costa causando distruzione e circa 700 morti. La propensione alla frana dei versanti settentrionali del Monte si deve a fattori eminentemente vulcanici (forte acclività dovuta alla dinamica di sollevamento e forte degrado chimico-meccanico delle rocce dovuto alla risalita di grandi masse di fluidi idrotermali).

Studi recenti evidenziano, inoltre, una pericolosità connessa a frane che possono originarsi nella porzione sommersa dell’isola, anche indotte da attività sismica, e innescare onde di maremoto.
La diffusa franosità che caratterizza i versanti crea periodicamente problemi ai centri abitati per i quali, durante le recenti fasi emergenziali, sono state intraprese attività di pianificazione comunale speditiva per la salvaguardia della popolazione.

L’insieme delle conoscenze scientifiche in materia consente di affermare che Ischia mostra un livello di pericolosità vulcanica assolutamente non trascurabile, anche in confronto agli altri due vulcani campani (Vesuvio e Campi Flegrei) meglio conosciuti a livello mediatico. Nonostante questi ultimi rappresentino il problema maggiore da un punto di vista di protezione civile (anche a causa dell’elevata urbanizzazione del territorio circostante), l’isola d’Ischia ha tuttavia l’aggravante dell’ancor minore percezione che turisti e residenti hanno del rischio vulcanico, nonché l’ulteriore difficoltà nella gestione di una eventuale emergenza rappresentata dall’isola in quanto tale>>.

I contenuti di questa relazione dipartimentale forse non sono noti al grande pubblico, soprattutto per la parte dove si evidenziano studi recenti che hanno messo in luce la pericolosità di possibili frane derivanti dalla parte sommersa dell’isola e che potrebbero dare origine a onde di maremoto.

La relazione proviene dalla più autorevole delle fonti, la Presidenza del Consiglio dei Ministri che, per la parte scientifica, ha contato inevitabilmente sulla Commissione Grandi Rischi, sull’INGV e con molta probabilità anche sull’Osservatorio Vesuviano definito centro di competenza per la vulcanologia campana.
Se siano sostenibili o meno gli apporti di rischio pur minimi dettati dalla centrale geotermica in progetto a Serrara Fontana, sarà da accertare. Purtuttavia il principio di precauzione snobbato dalla società proponente dell’impianto, sostanzialmente si basa sulla filosofia di fondo che il danno alla persona non è rimediabile in alcun modo. Questa semplice constatazione induce e nel dubbio a ritenere la cautela il principio dominante da seguire, almeno per i nostri valori occidentali…
 
Isola d'Ischia
D’altra parte sarebbe altresì necessario che si vagliasse ai massimi livelli l’operato dell’Osservatorio Vesuviano, che dovrebbe concentrarsi come funzione istituzionale sugli eventi naturali onde evitare che si trasformino in catastrofi, e non tanto nel campo dell’industria geotermica, fornendo accalorati messaggi e consulenze magari per vie terze o anche dirette come in questo caso, esulando dalla necessità non di facciata di neutralità dell'ente. Vogliamo ricordare che non esistono ancora scenari di rischio sismico ed eruttivo per l’isola d’Ischia, e se questi sono già stati elaborati per il Vesuvio e i Campi Flegrei, il motivo è da ricercarsi unicamente nel numero degli abitanti esposti al pericolo e non nella pericolosità vulcanica di fondo del distretto in esame, che primeggia alla pari con le altre due zone vulcaniche napoletane superandole probabilmente per complessità e associazione dei fattori di rischio.

Purtroppo il business mondiale che domina le attività di molte nazioni, si muove spesso secondo le logiche dei costi benefici e non dei diritti imprescindibili. A chi giova l’impianto geotermico? Sicuramente alla società di business che investe in quel luogo e in quella risorsa qui più appetibile che altrove, ma gli eventuali rischi provenienti dal territorio manomesso, e difficilmente discernibili dagli eventi naturali, rimangono solo in capo alla popolazione che non parteciperà in ogni caso all’utile industriale.

Come abbiamo avuto modo di dire in altre note, il rischio non è un valore costante e cambia moltissimo in ragione delle alternative possibili. Il gas metano rappresenta oggi sicuramente un discreto compromesso energetico e ambientale fino a quando non si troveranno tecnologie non solo realmente rinnovabili, ma anche energeticamente convenienti fermo restante i requisiti fondamentali di rispetto della salubrità dell’aria, dell’acqua e dei suoli. La risorsa geotermica può essere "lasciata" potenzialmente in loco, in quanto e come rinnovabile (fermo restante l’inesauribilità degli acquiferi), possiamo tirarla fuori dal “cappello” nel momento in cui ce ne sarà bisogno. Molto probabilmente quando il quadro mondiale renderà il rischio sismico antropologicamente indotto sicuramente accettabile, rispetto a una condizione generalizzata di fame energetica. Per quanto ci riguarda, il progetto oggi ed ora è da rigettare.