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sabato 20 giugno 2020

Rischio vulcanico ai Campi Flegrei: la geotermia d'assalto... di MalKo



Foto tratta dal Corriere del Mezzogiorno web- 2020 - Perforazione a Scarfoglio (Pozzuoli).


Le operazioni di trivellazione che stavano interessando qualche giorno fa la cittadina di Pozzuoli in località Scarfoglio, pur nel dichiarato impegno degli autori di limitarsi a perforare solo per alcune centinaia di metri, non hanno evitato un certo allarmismo tra la popolazione, atteso che la zona è vulcanica e come tutto il comprensorio è in una condizione di livello di allerta tarato sullo stato di attenzione.

Gli scopi di questa attività di scavo meccanico, pare siano legati a sperimentazioni sull’utilizzo della risorsa geotermica in una misura residenziale, che in quel determinato punto si avvale di temperature dei fluidi già produttivi a bassa profondità. La società che gestisce l’operazione usufruisce della consulenza dell’INGV e delle maggiori università campane, che sono interessate a nuove tecnologie e sistemi non convenzionali per sfruttare la risorsa geotermica onde produrre elettricità e calore. Presumibilmente, secondo le convinzioni dei progettisti, lo scavo poco profondo ancorché supportato scientificamente da molte rinomate strutture statali come l’Osservatorio Vesuviano, necessitava della sola autorizzazione della Regione Campania, ente erogante incentivi, senza bisogno di procedere a valutazioni più ampie circa l’impatto ambientale e le perturbazioni eventualmente che si sarebbero cagionate agli equilibri complessivi e puntiformi in quel sito. In una zona calderica ancorché soggetta a bradisismo e allerta gialla, non coinvolgere l’autorità comunale è stato un errore, e bene ha fatto il sindaco di Pozzuoli a bloccare i lavori, a prescindere dalla bontà del progetto che andava in ogni caso pubblicizzato e approvato.

Ben pochi sanno che un grande progetto di trivellazione prevedeva nel 2011 di carpire la risorsa geotermica ad alta entalpia, direttamente dai fianchi del vulcano sommerso Marsili. Se l’iniziativa supportata da un cast scientifico di tutto rispetto (INGV) fosse andata avanti, l’Italia avrebbe forse potuto vantare la più grande centrale geotermica offshore del mondo, in mare aperto ma a ciclo aperto, e lontana decine di miglia dai centri abitati. Un progetto francamente affascinante, ma che partiva col piede sbagliato, in quanto i proponenti ritenevano che i circa 80 chilometri che separavano il vulcano dal centro abitato più vicino, fosse una distanza garantista per l’incolumità delle genti, e quindi da non necessitare di una procedura di valutazione d’impatto ambientale (VIA) a cura della commissione del Ministero dell’Ambiente.

Il vulcano Marsili

La società proponente ebbe a scrivere che il rischio geologico vulcanologico connesso alla perforazione, dai dati acquisiti non sembra presentare livelli di rischio importanti. La commissione ritenne che la parola sembra non poteva essere accettata nella definizione di un rischio. Il problema serio infatti, era rappresentato dai materiali poco coesi in deposito sui versanti acclivati del Sea Mount tirrenico che potevano franare. Le operazioni di trivellazioni che avrebbero potuto cagionare sollecitazioni ma anche esplosioni di vapore, potevano causare disequilibri e vibrazioni forse sufficienti per innescare un massiccio movimento franoso dai pendii. In tal caso si sarebbe generato uno tsunami molto pericoloso per le isole Eolie e la terraferma peninsulare interessando più regioni. Il progetto Marsili in assenza di certezze fu dichiarato assoggettabile alla procedura ministeriale di valutazione d’impatto ambientale (VIA): da allora non è stato più ripresentato. L’elemento importante di questo iter, è racchiuso nella necessità di valutare a cura delle società votate all’energetico, ogni conseguenza diretta o indiretta che possa discendere dalla manomissione del territorio, anche in tempi diversi e a notevole distanza dal centro produttivo.

Il progetto “Campi Flegrei Deep Drilling Project”, prevedeva che lo scalpello rotante doveva raggiungere da Bagnoli e verso il porto di Pozzuoli, i 4 Km. di profondità, per fungere da “periscopio” nel sottosuolo calderico più ingobbito della zona. Il sindaco di Napoli Iervolino si oppose bloccando i lavori. Sarebbe il caso che lo Stato pretendesse e applicasse anche agli organismi scientifici (INGV) che intendono trivellare, la necessità di assoggettarsi a una completa valutazione d’impatto ambientale (VIA), in modo che la salute e la sicurezza pubblica dei cittadini siano in tutti i casi assicurati da soggetti terzi. Occorre aggiungere che non è la finalità del progetto o la natura pubblica o privata del richiedente a rendere immuni pericoli e processi di alterazione del territorio, bensì la rinuncia a procedere, quando sussistono elementi d’incertezza che dovrebbero suggerire ampi margini di precauzione.

Nella valutazione d’impatto ambientale del progetto geotermico di Serrara Fontana (Ischia), nonostante le assicurazioni basate sul supporto scientifico dell’INGV, rimaneva concretamente e di fatto la scarsa conoscenza del sottosuolo ischitano. Un vero azzardo allora presentare un piano di scavo capace di apportare modifiche o inquinamento alle collaudate acque idrotermali di superficie, che da secoli garantiscono una rinomata attività termale fondamentale per l’economia dell’isola. Pure la notevole moltitudine di massi che costellano il Monte Epomeo potevano trasformarsi in pericolo a seguito delle attività di trivellazione e reiniezione dei liquidi emunti dal profondo. Nel caso di Ischia quindi, l’impossibilità di classificare adeguatamente il rischio sismico indotto e le sollecitazioni al sistema vulcanico in un quadro di notevoli criticità idrogeologiche anche subacquee, alla stregua del Marsili, hanno convinto la commissione tecnica del Ministero dell’Ambiente ad esprimersi negativamente per l’industria del geotermico sull’isola.

Un business interessante fu individuato da una società operante nel geotermico, in località Scarfoglio a Pozzuoli, dove in loco le temperature dei fluidi idrotermali che schizzano anche dal sottosuolo sono industrialmente molto interessanti. Il problema è che tale centrale pilota si pensava di realizzarla a ridosso della Solfatara, in un settore dove le quantità di emanazioni gassose che si riversano in atmosfera sono veramente tante, in un contesto di allerta gialla e un bradisismo areale che sta mettendo a secco alcune zone del porto puteolano. Pure nel caso di Scarfoglio, le perplessità sul rischio sismico naturale e indotto e le possibili sollecitazioni al sottosuolo vulcanico saturo di gas, hanno fatto propendere la commissione tecnica ministeriale, a chiedere analisi e documentazione supplementari alquanto complesse, che non sono arrivate, comportando di conseguenza l’archiviazione del progetto.
    
Nella Tuscia e lungo i territori del lago di Bolsena e dei monti Vulsinii invece, un’autorizzazione a procedere col geotermico è già arrivata a Castel Giorgio. Un gruppo di sindaci sta cercando di far revocare tale autorizzazioni facendo ricorso al TAR: il pronunciamento potrà risultare deludente, perché non essendo una struttura tecnica, l’analisi dei giudici amministrativi verterà praticamente sui documenti esistenti. D’altro canto pare che alcuni primi cittadini si siano rivolti pure al Dipartimento della Protezione Civile, secondo logiche di prevenzione delle catastrofi, perché l’attività perforativa e di reiniezione dei fluidi idrotermali, proprio non li rassicura. D’altro canto neanche la scienza ha ancora elementi per dare certezze conclusive sulla possibilità di danno derivanti dalle attività invasive proprie del geotermico. La Protezione Civile in seguito a questa richiesta, dovrà presumibilmente assumere il parere della commissione grandi rischi congiunta per il rischio sismico e vulcanico, che probabilmente dovrà fare un grosso lavoro pure di distinguo sulle zone dov’è possibile lo sfruttamento geotermico.

La produzione di energia elettrica sfruttando i fluidi idrotermali profondi ovviamente, è il fine delle progettualità pilota in itinere, che intendono operare col metodo binario. Rispetto alle più vecchie centrali che rilasciano vapori nell’atmosfera ma non solo, i sistemi di nuova concezione risultano meno inquinanti per la parte atmosferica, ma più problematici per la parte sotterranea. Detti impianti emungono fluidi termali fino alla superficie, carpendone il calore che viene ceduto a un altro liquido organico (scambiatore di calore) che opera direttamente nel sistema di produzione dell’elettricità.  

I liquidi idrotermali raffreddatisi nei processi di scambio, vengono reiniettati nel sottosuolo a distanza dal punto di captazione, per consentire attraverso un percorso pseudo orizzontale negli interstizi del sottosuolo, il reriscaldamento del geo fluido che ripeterà daccapo il ciclo iniziale: il sistema rinnovabile andrebbe avanti finché sono assicurati acqua e calore. Il tutto avverrebbe secondo logiche da circuito chiuso, alla stregua di un impianto di raffreddamento utilizzato negli autoveicoli. Purtuttavia occorre precisare che il sottosuolo non è un radiatore, e quindi non è confinato dalla lamiera metallica in nessuna direzione.

Il problema di fondo del geotermico binario, pare sia dettato dal fatto che le operazioni di trivellazione e quindi di emungimento e poi di reiniezione dei fluidi, possono generare una sismicità indotta e anche subsidenza e sovrappressioni nei pozzi. Occorre poi dire che in ogni caso le perforazioni chilometriche trapasserebbero gli strati contenenti i giacimenti idrici potabili, che semmai e malauguratamente dovessero inquinarsi per effetto di quegli elementi tossici che la natura ha ritenuto necessario stipare nel profondo sottosuolo, causerebbero un grande danno per la salute pubblica e per le attività irrigue.

Ritornando alla questione iniziale della trivellazione a Scarfoglio, ricordiamo per offrire analogie, che nella località salernitana di Oliveto Citra, da una buca ubicata in mezzo alla campagna, fuoriusciva e fuoriesce a permanenza un flusso di gas freddo visibilmente deleterio per la vegetazione limitrofa, ma anche per gli animali di bassa taglia che stramazzano se si avvicinano troppo al pertugio, e certamente anche per gli esseri umani se si chinano sui bordi del fosso. La nostra investigazione campale con kit chimici, consolidò l’ipotesi iniziale che da quel buco fuoriusciva anidride carbonica (CO2) e idrogeno solforato (H2S) e tracce di altri elementi tossici. L’anidride carbonica è un gas asfissiante più pesante dell’aria, che diventa particolarmente pericoloso soprattutto in assenza di vento e con temperature fredde che ne aumentano la densità, dando al prodotto gassoso un comportamento simile alle sostanze liquide, stagnando così sul terreno avvallato o riversandosi in buche e anfratti. L’idrogeno solforato invece, è un elemento tossico più leggero dell'anidride carbonica ma un po' più pesante dell'aria, che produce effetti irritanti alla gola inducendo tosse, e agli occhi la lacrimazione, già a concentrazioni minime di 50/100 parti per milione. In quantità dieci volte superiore è letale.

Oliveto Citra - Emissioni mefitiche (Il drappo è spinto in alto dal flusso gassoso).


Nel caso di Oliveto Citra, ritenemmo necessario relazionare al sindaco il potenziale pericolo della sorgente mefitica, e questi provvide a recintarla con transenne e cartelli che avvisavano del rischio rappresentato dalle emissioni gassose. Alcuni coloni ci dissero pure che a più riprese tentarono il riempimento a terriccio dell'anfratto, ma senza nessun esito risolutivo. Alla stregua, anche nel caso di questa trivellazione estemporanea a Scarfoglio, il sindaco dovrebbe intervenire, cosa che sicuramente avrà già fatto, facendo analizzare i gas, valutandone poi le concentrazioni anche a quote prossime al piano di campagna per poi decidere in qualità di autorità locale di protezione civile il da farsi. Con risultati alla mano potrà assumere decisioni protettive, imponendo ai misurati trivellatori l’obbligo di eliminare il pericolo qualora lo si accertasse, anche perché i gas insiti nei vapori che fuoriescono dal foro, possono variare la loro concentrazione nel tempo o in seno a sommovimenti sismici e rimescolamento dei fluidi idrotermali, e non sono per loro natura contenibili dalla recinzione del cantiere…

Dal punto di vista della sicurezza, il geotermico, fino a quando non si accerterà l’assenza di correlazione con la sismicità, dovrebbe essere non demonizzato o bandito ma posto in stand by, in attesa che la scienza chiarisca i rischi e la tecnologia individui strumenti per procedere con sempre maggiore sicurezza e controllo in un ambiente che non ha un orizzonte visibile. Tra l’altro parliamo del geotermico quale risorsa rinnovabile, e quindi non c’è l’urgenza dettata dalla possibilità che il “business” scappi di mano, a meno che il business non lo si inquadri nell'incentivo statale: questo sì che può variare con un nuovo quadro politico. Ci sono   giacimenti di petrolio che vengono congelati in attesa di un mercato più redditizio o sistemi di captazione più economici: niente di strano quindi a ritardare certi sfruttamenti, soprattutto in assenza di condizioni da fame energetica che potrebbero condizionare fortemente le scelte politiche.   

D’altra parte il progetto TAP (Trans Adriatic Pipeline) consolida l’utilizzo del metano in Italia, magari rendendolo meno costoso e più usufruibile e sicuro, così da convertire a gas pure le centrali elettriche di Brindisi e Civitavecchia i cui impianti funzionano ancora a carbone, e almeno fino al 2025. Il fotovoltaico non sostituisce ancora la lattina di benzina, mentre l’eolico deturpa il paesaggio e annienta l’avifauna e soprattutto i rapaci notturni. L’idroelettrico è fenomenale ma limitato a poche stazioni sul territorio nazionale. L’energia dalle onde è ancora sperimentale e il nucleare è troppo pericoloso. I biocarburanti pare che tolgano troppo spazio all’agricoltura per fini alimentari… Esiste poi un'altra energia che è quella degli incentivi statali, capace di mettere insieme e movimentare progetti e promesse per trarre elettricità finanche dalle cozze…


Il sottosuolo è un ambiente sconosciuto, e in alcune località del mondo le perforazioni in qualche caso hanno causato danni catastrofici, come quelle che nel 2010 caratterizzarono l’inquinamento nel Golfo del Messico. Fuoriuscirono dal fondo marino 8000 barili al giorno, perché la valvola di sicurezza non riuscì a entrare in funzione: occorsero cinque mesi per tappare la falla in testa di pozzo e le richieste di risarcimento furono 390.000.
Anche in Italia si annoverano incidenti, come quello che si verificò nel 1994 nel novarese, a causa di un’eruzione di petrolio dal pozzo di Tricate con violenta fuoriuscita di gas e greggio per due giorni. L’inconveniente fu arginato da una fortuita frana che si verificò all’interno del pozzo. Il 13 ottobre del 1991 invece, durante la fase di perforazione del pozzo Agip nel tenimento di Policoro in Basilicata, si ebbe un’eruzione di fango dalle aste senza che si potesse intervenire in qualche modo, poi seguita da emissioni gassose che presero fuoco con un boato che asperse petrolio tutt’intorno: la cronaca racconta del ribollire di pozzi d’acqua nelle vicinanze evidentemente perché i gas in pressione avevano raggiunto attraverso fratturazioni e interstizi delle rocce, i siti d’accumulo del prezioso e vitale liquido. A Giava una banale trivellazione (2006) fu all’origine di inarrestabili eruzioni di fango che fanno temere oggi fenomeni di subsidenza particolarmente accentuati dell’ordine delle decine di metri. Problemi sismici indotti si sono avuti pure alle Canarie e in Svizzera e in California e in Emilia Romagna e in altri siti che contano gli effetti diretti e indiretti provocati dalle trivellazioni e dalla pratica di reiniezione dei liquidi in profondità.  

Per concludere, i Campi Flegrei sono un territorio calderico caratterizzato da un sottosuolo in perenne metamorfosi, con un calore che si diffonde in superficie insieme a una gran quantità di acqua che circola dissipando quei gas che sono propri dei distretti vulcanici. Il passato della zona tra l’altro lo conferma, tant’è che il Lago d’Averno ha questo nome che sottintende senza uccelli. I volatili evidentemente morivano quando passavano sulla superficie del lago per imbeccare insetti, in una condizione di forti emanazioni mefitiche che creavano strati assolutamente irrespirabili. D’altra parte anche il tragico incidente che capitò alla Solfatara nel 2017, causò, purtroppo, la morte accidentale di tre turisti, scivolati in un buco saturo di anidride carbonica: una vera trappola mortale.

Dal giornale online La Repubblica . Solfatara di Pozzuoli: la micidiale buca.


Nei Campi Flegrei c’è “irrequietezza” nel sottosuolo, e questo consiglia di muoversi con prudenza, evitando di interessare con trivellazioni una zona dove persiste la possibilità di eruzioni freatiche e quella di emissioni di anidride carbonica in un settore territoriale che già ne produce naturalmente una quantità industriale.
Per le attività geotermiche, i comuni che cercano di battersi per evitare insediamenti intesi a sfruttare le acque calde idrotermali, come quelli della Tuscia e dei territori dei Monti Vulsini che ricadono a ridosso del lago di Bolsena, sarebbe opportuno che le loro osservazioni vadano in una direzione diversa, e formulate anche al Ministero dell’Ambiente, per conoscere se il rischio sismico ed eruttivo freatico e inquinante che accompagna i progetti geotermici, devono essere inseriti nell'analisi dei rischi che incombono sui territori comunali. Chiedere ad esempio che vengano fornite  pure le istruzioni per intervenire in caso di inquinamento delle falde di acqua potabile, è un modo per evidenziare i rischi connessi a una insostituibile risorsa per la vita ordinaria e per le attività produttive agricole.

D’altra parte ed è intuitivo che la risorsa idrica potabile ha una indiscutibile priorità conservativa, e non può essere minacciata nella sua salubrità da una pratica perforativa ed estrattiva dei fluidi idrotermali per produrre elettricità e calore in presenza di alternative accettabili come il metano, fonte purtroppo o per fortuna non rinnovabile, ma certamente nell’attualità meno inquinante dei confratelli liquidi e solidi. 

Il Prof. Giuseppe Mastrolorenzo, primo ricercatore dell’INGV, Osservatorio Vesuviano, conosce benissimo sia le problematiche delle trivellazioni in area vulcanica che quelle che si prefigurano nei territori toscani e del Lazio per lo sfruttamento del geotermico.

Prof. Mastrolorenzo, questa recentissima trivellazione a Scarfoglio e più in generale quelle che si volevano realizzare nei Campi Flegrei, presentano delle criticità insuperabili?

Certamente lo zona della Solfatara nel suo bordo orientale è quella a massima fragilità e criticità, perché è ubicata al centro della zona rossa dove ci sono le più forti manifestazioni termiche e sismiche con epicentri sufficientemente localizzati e associati al fenomeno bradisismico. Un fenomeno quest’ultimo in atto e che ha avuto diverse fasi a partire dagli anni ‘70. Nella zona ad est della Solfatara, vengono rilasciate naturalmente dal sottosuolo, alcune migliaia di tonnellate di anidride carbonica al giorno, insieme a una enorme quantità di vapore acqueo. Negli ultimi anni si è assistito tra l’altro in questa zona, a un notevole aumento della temperatura delle fumarole, e l’insieme dei fenomeni ha portato ad elevare da diversi anni il livello di allerta vulcanica che è passato nel 2012 da base ad attenzione. Prospezioni geofisiche hanno rivelato che l’area è interessata da forti discontinuità superficiali e profonde che interessano le varie falde idrotermali a diverse profondità che nella zona si sovrappongono fino alla superficie. Questa è anche l’area che in diversi modelli sviluppati dai vari gruppi di ricerca risulta a maggiore probabilità di aperture di bocche eruttive in caso di ripresa dell’attività vulcanica. Una ulteriore criticità è data dalla morfologia del territorio: infatti, l‘estesa piana di Agnano si estende proprio al di sotto del bordo orientale della Solfatara prolungandosi fino all’area densamente popolata di Bagnoli e Fuorigrotta. Questo implica che in caso di fenomenologie esplosive o di drastiche modificazioni del campo fumarolico con dati quantitativi al rialzo, la conca di Agnano potrebbe essere interessata da concentrazioni anomale di anidride carbonica e altre sostanze nocive, soprattutto nelle condizioni di prevalente circolazione dei venti verso i quadranti orientali. Le modificazioni dei parametri geofisici e geochimici hanno fatto ritenere a molti ricercatori che sia in atto una possibile evoluzione verso uno stato critico e potenzialmente eruttivo. Per tutte queste motivazioni ebbi a denunciare in passato contrarietà alla realizzazione di una centrale geotermica a Scarfoglio. Qualsiasi attività di trivellazione anche superficiale nell’area indicata soprattutto se caratterizzata dalle pratiche di estrazione e reiniezione dei liquidi idrotermali, può innescare terremoti oltre che favorire la dispersione in atmosfera di gas e altre sostanze nocive, senza escludere il rischio di eruzioni freatiche che causerebbero danni a centinaia di metri di distanza dai siti di perforazioni. Le trivellazioni sono processi intrinsecamente irreversibili e dagli effetti imprevedibili che possono alterare l’equilibrio del sistema crostale zonale, con innesco di processi non lineari e di natura caotica tali da trasformare piccole perturbazioni in drastiche modificazioni del sistema in profondità. Essendo l’area sede di siti cruciali nel sistema di monitoraggio, le modificazioni artificiali potrebbero comportare significative alterazioni dei parametri monitorati, non discriminabili rispetto all’azione antropica dell’uomo.

Nella cosiddetta Tuscia e nel territorio dei Monti Vulsini che si affacciano sul lago Bolsena, vogliono realizzare alcune centrali geotermiche per la produzione di elettricità, attraverso sistemi binari che necessitano di pozzi profondi per l’emungimento e la reiniezione di fluidi idrotermali. Lei è contrario a questa pratica almeno in questi luoghi?

L’esteso territorio che comprende il distretto vulcanico Vulsino e il lago di Bolsena, e caratterizzato da un rischio sismico medio alto con magnitudo max attesa prossima al 6° grado della scala Richter. Geologicamente parlando, i vulcani non più attivi del distretto Vulsino e più a nord dell’Amiata, si sviluppano all’interno di una estesa struttura tettonica, in un bacino tettonico definito il graben di Siena-Radicofani. Questo come altri bacini tettonici che sono intercalati ai rilievi della catena appenninica, sono dovuti a processi distensivi attivi controllati da faglie dirette che bordano la catena appenninica. L’attivazione di queste faglie storicamente ha generato forti terremoti che, data la bassa profondità ipocentrale, in genere compresa entro i 10 chilometri,  hanno creato non pochi danni ai centri storici. Oltre a queste importanti strutture tettoniche, più in superficie, nei primi chilometri, sono presenti poi, strutture vulcano tettoniche associate all’evoluzione di apparati vulcanici tra i quali i più rilevanti sono la vasta caldera che ingloba il lago di Bolsena, e il complesso vulcanico del monte Amiata.

Il Lago di Bolsena - Foto Mastrolorenzo

Come ho rilevato nelle mie osservazioni alla Regione Toscana relativamente a un progetto geotermico da 10 MW in Val di Paglia, le centrali geotermiche in questo contesto geologico sono assolutamente da evitare, perché i processi di trivellazione estrazione e reiniezione di fluidi geotermici, a tassi dell’ordine di centinaia di tonnellate l’ora, possono indurre terremoti anche di magnitudo superiore al 4° grado Richter in prossimità dei pozzi, e addirittura innescare terremoti della max magnitudo attesa nelle faglie attive a maggiore profondità. Tali effetti dell’attività geotermica, sono stati ampiamente documentati a livello mondiale, e anche in Italia la commissione Ichese, costituita a seguito della sequenza sismica in Emilia nel 2012, non escluse la possibilità che i terremoti di elevata magnitudo fossero stati innescati da attività antropiche. L’elevata discontinuità difficilmente indagabile nei dettagli, del sottosuolo e in particolare delle estese falde idrotermali, può comportare induzione e innesco di terremoti, così come non si può escludere il mescolamento delle falde a diversa quota, con conseguente risalita in superficie di fluidi geotermici carichi di sostanze nocive come l’arsenico e l’anidride carbonica. Il rischio più temuto e che tali sostanze possano disperdersi all’interno delle falde idropotabili superficiali e nello stesso lago di Bolsena con gravi conseguenze per le popolazione e l’ambiente. A tali criticità va aggiunto il rischio esplosione sempre presente in perforazioni che attraversano orizzonti ad alta pressione e temperatura, quali eventi che già si sono manifestati in passato per effetto di trivellazioni nel settore nord del Bolsena. Altre problematiche denunciate riguardano i danni alla cultura artistica, storica e paesaggistica, in un’area che conta tremila anni di storia.

Ringraziamo il Prof. Giuseppe Mastrolorenzo, noto vulcanologo e ricercatore, per averci consentito di conoscere il suo parere personale ancorchè scientifico su aspetti attuali e molto rilevanti che interessano i territori del nostro impareggiabile Paese. Il suo istituto di appartenenza (INGV) ha ricevuto in ogni caso relazioni su questo argomento, essendo tra l'altro centro di competenza della Protezione Civile nazionale.












venerdì 22 aprile 2016

Rischio Vesuvio: impianti a rischio rilevante... di MalKo




Come sanno i nostri lettori, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), che non ci sembra stia vivendo un periodo di massimo fulgore istituzionale, ha fornito gli scenari eruttivi su cui basare le pianificazioni di emergenza per il Vesuvio e per i Campi Flegrei, con il placet della famosa commissione grandi rischi.  Per l’isola d’Ischia invece, questi scenari sono praticamente inesistenti…


Nonostante la lacuna conoscitiva del sottosuolo isolano che pure comprende energie sismiche e vulcaniche sopite, intanto è stato presentato un progetto di sfruttamento geotermico da realizzarsi attraverso un impianto pilota che prevede la trivellazione dei contrafforti del Monte Epomeo a Serrara Fontana. Questo sito è nelle vicinanze di una zona dove non di rado si odono boati imputabili in qualche caso a un repentino degassamento di vapore in superficie. Su questo versante del Montagnone poi, non pochi massi in bilico caratterizzano e costellano pericolosamente pendii particolarmente scoscesi…
Il Monte Epomeo visto da sud


Non meno rassicurante è l’altro progetto geotermico da realizzarsi sui suoli di Scarfoglio (Campi Flegrei), dove l’anidride carbonica già oggi balza in superficie a tonnellate da un sottosuolo nervoso e in enigmatica ascesa. Il Ministero dell’Ambiente ha ancora in esame i due progetti, e forse ha temporeggiato in attesa degli esiti del referendum del 17 aprile 2016. Infatti, al di là della domanda specifica sui termini di scadenza delle attività di estrazione degli idrocarburi nelle acque territoriali, tutto sommato il referendum poteva considerarsi come un sondaggio su quanto erano invise alle popolazioni queste attività invasive a mezzo trivelle. Una tecnica quella della perforazione, certamente pervasiva e per niente esente dal rischio inquinamento, soprattutto perché al seguito degli idrocarburi o dei liquidi geotermici si emungono anche sostanze imbarazzanti per la salute pubblica e che molto spesso vengono reiniettate nel sottosuolo con la speranza che non si sia nel frattempo innescata una inter comunicabilità tra gli strati crostali perforati e le superfici di falda. Un fattore che le società dedite agli scalpelli litosferici puntualmente escludono, come se la loro attività fosse eseguita col laser chirurgico...

Comunque, né ad Ischia e né nei comuni flegrei, la partecipazione al referendum ha lasciato registrare un afflusso massivo, anzi: la Campania è stata la regione che ha annoverato il minor numero di votanti. Dicono che gli scrutatori si siano annoiati a morte in quelle strutture scolastiche deputate a consentire al popolo sovrano di esprimere il proprio parere nei seggi; ma locali e cortili erano praticamente e malinconicamente vuoti con grave nocumento per la democrazia diretta... 
Il Ministero dell’Ambiente avrà capito da questa défaillance elettorale che le trivelle non sono poi viste come il male assoluto, soprattutto se la propaganda governativa pronostica il miracolo economico foriera di una massiccia occupazione lavorativa soprattutto nei comprensori perforati, tanto in mare quanto in terra.

A questo punto i due progetti geotermici, quello ischitano e flegreo, visto questa tollerabilità pubblica alle torri perforanti, saranno valutati in base alla valutazione di pericolosità dettata dal territorio vulcanico quale luogo di scavo, e non da altre logiche come la preservazione dei suoli, dell'aria e dell'acqua. Le valutazioni  verranno fatte allora secondo logiche da costi benefici: un concetto in auge nelle politiche e nel modus operandi della nostra società consumistica la cui bandiera è il biglietto verde.  In sintesi significa che potremmo anche correre un po' di rischio in più, purchè l’economia respiri a pieni polmoni anche se con mascherina protettiva ffP3...

Diversamente, invece, se il geotermico vulcanico sarà bocciato, il motivo dovrà ricercarsi probabilmente in fattori di insostenibilità del rischio dettato dalla particolarità delle zone dove s’intende trivellare. Il giudizio della commissione che dovrà pronunciarsi sulla valutazione d’impatto ambientale (VIA) quindi, sarà particolarmente interessante, perché lascia spazio a congetture e collegamenti di non poco conto.
Anche sul rischio Vesuvio le logiche che si portano avanti sono quelle sui costi benefici acclarati dall’adozione di uno scenario eruttivo a bassa-media intensità invece del massimo conosciuto come da prassi ordinaria nelle pianificazioni d’emergenza. Purtroppo l’orientamento politico dicevamo, verte su questa filosofia meno garantista (costi-benefici) che si è fatta legge non scritta.

Diversamente, lasciatecelo dire,  non si sarebbe mai collocata una mega discarica di rifiuti solidi urbani (cava Sari), con impianto di valorizzazione del biogas in quel di Terzigno in piena e totale zona rossa Vesuvio. Infatti, come molti sanno, le discariche producono oltre alla frazione liquida (percolato), anche gas metano a volte da purificare, che non può essere immesso in atmosfera, perché oltre ad essere un gas altamente infiammabile, è anche un potente inquinante annoverato tra i maggiori responsabili dell’effetto serra e del riscaldamento globale. In sintesi, deve essere bruciato o in un motore termico o attraverso una torcia in sommità di una condotta.
Una mega discarica sepolta da lava, colata piroclastica o lahar, avrà lo stesso effetto sull'ambiente di quello che oggi si riscontra nella terra dei fuochi coi rifiuti interrati...
Non molti sanno invece, che durante la fase di preallarme vulcanico, occorre mettere in sicurezza gli impianti a rischio che potrebbero essere abbandonati dalla popolazione. Ebbene, questa discarica (ex Sari) non ha una pianificazione di emergenza a fronte del rischio Vesuvio…  Gli uffici preposti della Città Metropolitana di Napoli che abbiamo interpellato nel merito, visto il mancato adempimento ha dato disposizione alla società di gestione dell’impianto di stoccaggio e valorizzazione dei rifiuti (Sapna), di provvedere a stilare tale documento in accordo con il comune di Terzigno. Abbiamo ricordato alla medesima che quell’impianto è stato dichiarato strategico, e quindi potrebbe rientrare nelle competenze dei militari a cui dovrebbe spettare questo compito di sorveglianza.

La stessa cosa vale per altri impianti come quelli di imbottigliamento del GPL (Gas Petrolio Liquefatto), ubicati in alcuni comuni anche della zona rossa, come Terzigno, Boscotrecase, Torre Annunziata, Pompei, Ottaviano, ecc.… compreso Napoli che lascia registrare la massima concentrazione industriale a rischio rilevante e anche alcune strutture non meno pericolose come la darsena petroli e l’oleodotto, tutte ubicate proprio nella parte orientale della città ai confini col Vesuvio.

Comuni su cui gravano impianti a rischio rilevante


Ebbene, queste industrie e aziende, devono indicare le procedure d’emergenza ovvero di messa in sicurezza degli impianti durante la fase di preallarme eruttivo. Indicazioni che dovrebbero far parte del piano di dettaglio del famoso piano d’emergenza nazionale Vesuvio, e prim’ancora delle attività di prevenzione che ogni singolo comune dovrebbe ordinariamente attendere in nome dell’imprescindibile diritto alla sicurezza...pardon! In nome della sicurezza sostenibile