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mercoledì 6 novembre 2019

Rischio Vesuvio e Campi Flegrei: si suona il trombone... di MalKo



Vesuvio - visto da San Giovanni a Teduccio


Sono molti anni che cerchiamo di capire quali dinamiche tanto istituzionali quanto politiche ci sono o dovrebbero esserci per mitigare il rischio vulcanico, sia nel vesuviano che nel flegreo, in modo da assicurare ai cittadini l’imprescindibile diritto alla sicurezza, attraverso una incisiva azione di prevenzione e preparazione al governo dell’emergenza, in modo da evitare che un evento assolutamente naturale come quello eruttivo, qualora dovesse presentarsi, possa trasformarsi in catastrofe.

Col tempo abbiamo constatato, generalizzando, che in tutte le istituzioni il settore protezione civile è affidato generalmente e con le dovute eccezioni, a miti esecutori avvezzi al compromesso surrettizio e all’accodamento acritico con le altre strutture preposte alla risoluzione delle emergenze. In ogni caso agli uffici di protezione civile comunale non è consentito di mettere becco nelle faccende di altri settori, e segnatamente nell’ufficio tecnico che rimane un tabù.

La protezione civile è un campo a volte mediatico dove spesso si pubblicizza il prodotto sicurezza che non c’è, alla stregua di quello che facevano per la redenzione delle anime gli eserciti della salvezza suonando la grancassa e il trombone. Ecco allora il proliferare di iniziative basate soprattutto sul pourparler e sullo spiegamento del variopinto quanto emerito volontariato… I volontari non lo sanno, ma a volte sono la cortina fumogena di un sistema che fa acqua da tutte le parti: un sistema che dovrebbe innanzitutto puntare sulla prevenzione delle catastrofi, ma che in realtà mira solo all’interventistica post evento dove le certezze sono assicurate dalle macerie.

Per lavorare di prevenzione infatti, occorrerebbe una multidisciplinarietà di conoscenze e d’intenti e d’interventi che molto spesso manca completamente al panorama comunale, regionale e nazionale, con un gravame che apparentemente a volte sembra cadere solo sulla parte scientifica del Paese. In realtà e per contratto di tutoraggio da parte del Dipartimento, la scienza balbetta risposte vaghe se si parla di previsione delle eruzioni… Sull’argomento l’onnipresente Osservatorio Vesuviano ripete che il Vesuvio e i Campi Flegrei sono monitorati dal più vecchio osservatorio vulcanologico del mondo, in una misura tale che appena ci si muove in quelle zone s’inciampa in qualche strumento. Il che non aggiunge un grammo alla previsione deterministica dell’evento eruttivo… La prevenzione invece, è una disciplina che per sua natura è invisibile e per questo poco amata dai politici, ma che diventa platealmente visibile quando fallisce.

Il corriere del mezzogiorno qualche giorno fa ha rilanciato notizie ad oggetto una relazione riservata sui Campi Flegrei, messa a punto da uno staff scientifico nel 2012. In realtà tale lavoro lo si conosce da anni, e ha nelle conclusioni aspetti che andavano sicuramente riportati in premessa, cioè che la materia vulcanologica è talmente complessa, che qualsiasi analisi può risultare fallace, e quindi i membri estensori del documento non si assumono responsabilità sull’utilizzo delle notizie riportate. Quindi lo staff scientifico offre solo pareri non vincolanti, rimandando all’autorità dipartimentale (DPC) qualsiasi decisione nel merito delle tutele…

La Protezione Civile allora, con queste premesse seguite dall’incapacità di incidere sulle amministrazioni comunali e regionali, è costretta a suonare il trombone delle esercitazioni per rassicurare. Queste manifestazioni, come exe flegreo 2019, sono state giudicate dalla parte proponente ampiamente riuscite perché si sono attivate sale operative nazionali, regionali, comunali e prefettizie e di comando e controllo, con gazebo, punti attesa e d’incontro e una moltitudine di volontari collocati su tutte le strade: è mancato solo il pubblico, che pur invitato ha preferito disertare e attingere come sempre qualche informazione rigorosamente dai social, postando like e preoccupazioni e commenti di ogni specie e acutezza…

Comitato Operativo DPC . Exe Flegreo 2019

Il Dipartimento della Protezione Civile dovrebbe veicolare direttive che abbiano una grande capacità propositiva verso le amministrazioni comunali e regionali, affinchè scelgano convintamente percorsi di prevenzione dei rischi per mitigare le conseguenze di fenomeni naturali molto energetici come le eruzioni vulcaniche. Un compito arduo che il Dipartimento in ogni caso dovrebbe provare a svolgere senza mai perdere la strada della competenza, magari evitando pure di mantenere sul sito web alla voce dossier Vesuvio informazioni inesatte.

Dalla pagina web del Dipartimento infatti, si legge che la nuova zona rossa comprende un’area esposta all’invasione di colate piroclastiche definita zona rossa 1. Vero. E poi un’area soggetta ad elevato rischio di crollo delle coperture per accumulo di prodotti piroclastici (zona rossa 2). Vero. La ridefinizione di quest’area, recita ancora il dossier dipartimentale, ha previsto anche il coinvolgimento di alcuni Comuni che hanno potuto indicare, d’intesa con la Regione Campania, quale parte del proprio territorio far ricadere nella zona da evacuare preventivamente. Inesatto. A titolo informativo questi comuni sono: San Gennaro Vesuviano, Palma Campania, Poggiomarino e Scafati.

Vesuvio  eruzione 1944 - (Terzigno - Poggiomarino). Il campo d'aviazione americano
 bombardato da cenere e lapilli  che resero in brevissimo tempo inutilizzabile pista e aerei.

Ebbene la notizia è imprecisa, perché i comuni appena indicati furono effettivamente chiamati in causa dall’ex assessore regionale Ing. Edoardo Cosenza, ma solo per verificare se c’era la volontà comunale di classificare parte dei loro territori come zona rossa 1, in modo che venissero adottati limiti preventivi all’edilizia residenziale.

La zona rossa 2 costituita dai Comuni citati in precedenza, in caso di allarme vulcanico deve essere evacuata totalmente a prescindere dall’ubicazione puntiforme nell’ambito comunale e dalle caratteristiche tipologiche dell’edificio in cui si risiede. In realtà gli strateghi del piano Vesuvio volevano inizialmente optare per una evacuazione della zona rossa 2 a settori da definire con eruzione in corso, in ragione dell’intensità della pioggia di cenere e lapilli da cui bisognava difendersi, e fortemente dipendente dalla direzione dei venti dominanti non individuabile in anticipo. Ipotesi che non ebbe un seguito pianificatorio.

Di questo argomento avemmo a discutere anche dalle nostre pagine segnalando che durante l’eruzione del 1944, obiettivamente modesta, dal campo d’aviazione degli americani ubicato tra il territorio di Terzigno e Poggiomarino, i bombardieri non ebbero il tempo di sollevarsi in volo, e furono letteralmente bombardati da una pioggia di cenere e lapilli che in pochissimo tempo rese la pista e gli aerei inutilizzabili.

Vesuvio eruzione  1944 - (Terzigno - Poggiomarino). Il campo d'aviazione americano bombardato da
cenere e lapilli  che resero in brevissimo tempo inutilizzabile pista e aerei
Quindi il nostro pensiero era quello di non ritenere operativamente percorribile la strada del mantenere la popolazione della zona 2 sul posto in attesa di disposizioni evacuative con la pioggia di piroclastiti in atto, quale fenomeno subitaneo all’eruzione. Un’attesa che poteva rendere la respirazione estremamente difficoltosa, soprattutto a vecchi e bambini, con grosse problematiche agli occhi e alla gola le cui mucose sono facilmente irritabili dai minuscoli prodotti acidi e vetrosi dispersi nell’aria. Questo fenomeno della cenere poi, porta seco il possibile blocco dei motori, e poi difficoltà d’orientamento dovuto alla omogenea coltre di cenere che si deposita in ogni loco e  alla sopraggiunta oscurità vulcanica.

I motivi del perché il Dipartimento della Protezione Civile, pur invitato a farlo, non abbia corretto questa nota sulla zona rossa 2 Vesuvio non è dato saperlo. Presumiamo che comprendere le politiche alla base delle classificazioni delle zone a rischio vulcanico con tutte le possibilità e i limiti e le intenzioni palesi e nascoste che le contraddistinguono, richiede un grosso sforzo documentale. Quindi, certi argomenti non sono chiari neanche a coloro che lavorano alla pianificazione delle emergenze, e che avrebbero fatto bene a mettere insieme una sorta di testo coordinato sulle caratteristiche zonali vulcaniche, fatte da differenze scientifiche e incongruenze amministrative che caratterizzano tanto il vesuviano quanto il flegreo.

La pioggia di cenere e lapilli in seno ad un’eruzione esplosiva soprattutto d’intensità notevole non è uno scherzo; infatti, ancora non si sa quale debba essere la cosiddetta zona rossa 2 flegrea che, alla stregua della 1, è parimenti necessario evacuare preventivamente per garantire la sicurezza delle popolazioni. Il video che segue rappresenta la modestissima pioggia di cenere e lapilli manifestatasi a Stromboli susseguentemente all'eruzione parossistica del 3 luglio 2019.


Purtroppo temiamo che il centro storico di Napoli contenente la macro cefalica direzione metropolitana, dovrà rientrare nelle logiche evacuative preventive riservate alle zone rosse 2, con tutto ciò che ne consegue in termini di emergenza ed evacuazione. Tra l’altro un tale contesto ambientale non dovrebbe comprendere strategicamente parlando, un trasferimento massivo di migliaia di puteolani da Pozzuoli a Napoli Piazza Garibaldi, cioè da zona rossa a zona rossa, in quella che è una importante stazione ferroviaria ubicata tra i quartieri Pendino, Mercato, San Lorenzo e Vicaria, perchè zone  probabilmente soccombenti in caso di eruzione, al rischio ceneri e per questo zone rosse da evacuare.










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