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martedì 20 gennaio 2026

Rischio eruttivo ai Campi Flegrei: America First!


Nisida - Bagnoli: fino al 2013 sede Allied Maritime Command Naples.

Sui giornali napoletani qualche tempo fa è apparsa la notizia che al personale della base della marina militare americana di stanza a Napoli, sono state fornite istruzioni operative per proteggersi dai terremoti o mettersi al riparo da una possibile eruzione vulcanica. La importante struttura logistica US Navy è ubicata a Napoli Capodichino (aeroporto), e presenta una certa contiguità con i distretti vulcanici del Vesuvio e dei Campi Flegrei. Questi due ardenti settori geografici, si trovano rispettivamente a est e ad ovest della città partenopea, e si caratterizzano per un’indole eruttiva spesso esplosiva.

Il vademecum consegnato al personale civile e ai familiari dei militari, contiene disposizioni della National Security Agency (NSA), che prevede, pare, che in caso di allarme eruttivo, le istruzioni e gli ordini e le modalità di evacuazione emanati dalla NSA Napoli, debbano essere considerate prioritarie rispetto ad altre pianificazioni esistenti… America first!



Il memorandum chiama in causa il Vesuvio ma soprattutto i Campi Flegrei, perché non si può escludere che nella caldera si possa manifestare una recrudescenza sismica  prodroma di un’eruzione, o comunque che continui questa imprevedibile e perdurante irrequietezza geo bradisismica capace di generare terremoti. Sapere come fronteggiare un sisma è importante. L’Italia è una terra giovane e  ballerina che deve fare periodicamente i conti con una tettonica spesso appenninica, ma anche zonale come quella dei Campi Flegrei, il cui sottosuolo si caratterizza per la presenza di magma e fluidi in una condizione super critica per temperature e pressioni …

Da un punto di vista dell’emergenza sismica, difendersi dagli scuotimenti crostali significa in prima battuta agire sulla prevenzione dando spazio a tutte le iniziative capaci di rendere strutturalmente adeguati i fabbricati dove si vive e si lavora: basi militari comprese.

I piani d’intervento per l’area bradisismica  e bradisismica ristretta di Pozzuoli, prevedono dopo ogni terremoto non lieve, rapidi sopralluoghi e, ove necessario, i tecnici verificatori possono disporre l’allontanamento delle famiglie dai palazzi pericolanti con allocazione in alberghi o residenze reperite allo scopo fuori dalla zona rossa.

Campi Flegrei: zone bradisismiche.


L’area invadibile da possibili e pericolose dirompenze vulcaniche come le colate piroclastiche, presumibilmente dovrebbe essere circoscritta in un cerchio con raggio di circa 10 chilometri dal presunto centro eruttivo, per una superficie circolare totale di 314 kmq.

Queste indicazioni però, hanno fondamento se ci basiamo sull'assioma che un possibile evento eruttivo possa caratterizzarsi per un indice di esplosività vulcanica basso o medio, cioè non eccedente VEI 4, corrispondente a un evento simil sub pliniano. Quest’ultimo stile eruttivo ritenuto l’evento  massimo possibile e fino a diversa valutazione della commissione grandi rischi, è quello adottato nei piani di emergenza per entrambi i distretti vulcanici napoletani, per delimitare l’ampiezza delle due zone rosse da evacuare all’occorrenza.

Se invece l'eruzione dovesse presentarsi come pliniana o comunque con indice di esplosività  VEI5, ovvero dieci volte maggiore di quella VEI4, sarebbe un grosso problema, perché l’eruzione darebbe vita a una zona rossa più estesa di quella adottata negli attuali piani di emergenza, con fenomeni violenti che potrebbero investire frange di popolazione non destinatarie di misure di allontanamento preventivo.

È anche vero il contrario, cioè che gli scienziati stimano, in caso di eruzione, come maggiormente probabile il manifestarsi di un evento di modeste dimensioni, del tipo ultra stromboliano (VEI3), come quello che caratterizzò nel 1538  la nascita del Monte Nuovo a Pozzuoli. Purtroppo l’indice di esplosività vulcanica (VEI) è un dato ricavabile post evento, così come la previsione d’eruzione che rimane temporalmente un fattore di taglio  probabilistico.

Fuori dalla zona rossa, nell’ambito di un’emergenza vulcanica, la situazione per gli sfollati dovrebbe essere meno pericolosa se questi avranno cura di evitare il settore sottovento rispetto al centro eruttivo, dove la pioggia di cenere e lapilli sarebbe massiccia e creerebbe disagi e pericoli fin dai primi momenti dell’eruzione.  In altre parole, nei primi 10 Km. dal centro eruttivo, in linea di principio  bisogna precauzionalmente allontanarsi per sopravvivere. Nei chilometri successivi invece, e soprattutto verso est, bisognerebbe fronteggiare disagi molto pesanti che sarebbero tanto maggiori a seconda della posizione e della distanza occupata dalle persone rispetto al cratere.

Infatti, la statistica basata sull’osservazione della direzione dei venti dominanti nelle due zone vulcaniche, indica i settori orientali come quelli probabilmente più esposti alla caduta di ceneri e lapilli, e che quindi anticipatamente vengono già classificati nelle pianificazioni d'emergenza come zona gialla. I prodotti piroclastici durante l’eruzione verrebbero scagliati in alto dalle dirompenze, per poi offrirsi ai venti spiranti in quota fino a quando non precipiteranno per gravità formando depositi sui tetti e al suolo, a iniziare dai prodotti più pesanti. Se da un lato per il Vesuvio è ricavabile già adesso la zona che subirebbe d'appieno il fenomeno delle piogge di prodotti piroclastici, per i Campi Flegrei il dato è un incerto perché è ignoto quale possa essere il centro eruttivo che potrebbe anche non essere singolo.

Campi Flegrei: zona rossa e gialla.


Coloro che dovessero trovarsi loro malgrado nella coltre cinerea (zona gialla),  dovrebbero fare i conti con difficoltà respiratorie, irritazione agli occhi, spegnimento dei motori e disorientamento, senza per questo trovare un sicuro riparo negli edifici con il solaio di copertura piatto, perché l’accumulo dei prodotti piroclastici potrebbe innescare pericolose e rovinose cadute dei solai con un effetto domino a partire da quello sommitale. I prodotti più fini invece, possono veleggiare in atmosfera per centinaia se non migliaia di chilometri.

In caso di emergenza vulcanica occorrerà selezionare il materiale di prima necessità da portarsi dietro. Questo si differenzierà per tipo e quantità, secondo le esigenze personali e soprattutto sulle capacità di carico del veicolo che non dovrebbe essere un autocarro, perché i mezzi pesanti possono creare intralcio alla circolazione stradale, in un contesto di automobilisti impauriti e impazienti. In ultima analisi non si può scartare neanche una condizione di fuga a piedi: opzione tutt’altro che remota semmai dovesse configurarsi il blocco totale della circolazione. In tutti i casi percorrere una distanza di circa 10 chilometri richiederebbe una marcia di quasi 3 ore, che dovrebbe avvenire auspicabilmente in direzione opposta o trasversale alla direzione del vento dominante.

Il contingente della sesta flotta USA pare sia ubicato almeno in Campania tra Napoli Capodichino, Giugliano (lago Patria) e Gricignano d’Aversa. I militari  US Navy ma soprattutto il personale civile, in linea di principio dovrebbe adeguarsi ai disposti emanabili dal paese che li ospita, e rispettare il piano di emergenza ovvero di evacuazione volto a regolare la sicurezza del territorio. Probabilmente trattandosi di una comunità, quella statunitense, che in caso di sfollamento dovrebbe rientrare negli USA, potrebbero avere una organizzazione autonoma per raggiungere in caso di pericolo altre basi USA fuori dal perimetro a rischio vulcanico, e l'auspicio è quello che non si muovano in modo conflittuale alle direzioni di marcia previste dalla protezione civile.

I militari a stelle e strisce poi, se dovessero provvedere pure al trasferimento di documenti e attrezzature elettroniche per le comunicazioni, non è da escludere che forse opererebbero in maniera difforme dalle regole generali emergenziali. Allo stato delle cose però, la semplice adozione di tetti spioventi potrebbe aumentare  la capacità di resilienza dei soldati nelle strutture militari di Capodichino, con un ordine di evacuazione che andrebbe indirizzato all'occorrenza ai soli non combattenti (NEO) e al personale civile, perché quello militare forse seguirebbe altre indicazioni comportanti una maggiore resilienza. Ovviamente in corso d’eruzione, le attività dello scalo aereo di Capodichino sarebbero totalmente  compromesse e le trasmissioni radio disturbate.

Muoversi in automobile consentirebbe di portare via anche qualche oggetto un po’ più voluminoso, ma occorre  porre attenzione acché non si comprometta la comodità interna dell’abitacolo che rappresenta il primo modulo abitativo. La prima necessità in caso di eruzione è la salvaguardia della vita umana e non delle cose.

Se le condizioni impongono un percorso forzatamente pedonale, sarà saggio mettete nello zainetto solo acqua, soldi e preziosi e carte necessarie per i canali bancari e i documenti personali, oltre naturalmente medicinali salvavita e una torcia e telefoni magari con batteria di riserva per ricevere messaggi dalla protezione civile (IT-Alert) e dai parenti. I più previdenti probabilmente porteranno al seguito anche mascherine FFP2 e occhiali di protezione…

In linea generale le basi americane se vengono rispettate le previsioni sull’indice di esplosività vulcanica, non dovrebbero correre rischi eccezionali perché di fatto si trovano fuori dalle zone rosse ma in quelle gialle da cui ci si può difendere in modo strutturale.

In questo contesto di forze armate esposte al rischio vulcanico, sarebbe interessante conoscere il piano di emergenza predisposto dall’accademia aeronautica italiana di Pozzuoli, che sorge su un duomo di lava denominato Monte Olibano alto 155 metri. Contiguo al vulcano Solfatara, questo luogo contrariamente alla base americana è esposto a tutte le fenomenologie vulcaniche a prescindere dalla tipologia eruttiva. Presumibilmente l’evacuazione della scuola dovrebbe avvenire durante la fase di preallarme, perché non avrebbe senso esporre i cadetti ai rischi di una fase di allarme generale. Spostare l’accademia in luoghi contigui all’aeroporto di Grazzanise, forse  potrebbe essere una saggia decisione preventiva.

                                                                                                Vincenzo Savarese








lunedì 2 dicembre 2024

Rischio Vesuvio: la prevenzione al ribasso...di Malko

Le zone pericolose al Vesuvio

Per poter meglio rappresentare i concetti ad oggetto la prevenzione della catastrofe vulcanica legata a una possibile eruzione del Vesuvio, una premessa che spieghi in che modo  è stato suddiviso il territorio della plaga vesuviana è necessaria per la comprensione della diversificazione del pericolo. Lo spaccato proposto in basso ci sembra adatto allo scopo.



La zona rossa 1 (R1) circoscrive il territorio invadibile da qualsiasi fenomenologia vulcanica, ma soprattutto dalle micidiali colate piroclastiche che andrebbero a formarsi prevalentemente  in seno ad eruzioni esplosive di tipo sub pliniane (VEI 4) e pliniane (VEI 5). Tale dirompente fenomeno in genere si presenta susseguentemente al collasso della colonna eruttiva, che può raggiungere altezze stratosferiche, per poi collassare sui pendii del vulcano scivolando e avanzando con violenza distruttiva sul terreno, ma anche sul mare, a una temperatura di diverse centinaia di gradi Celsius, sufficiente e in pochi secondi, a vaporizzare i liquidi corporei di chiunque venisse raggiunto dai flussi ardenti.

Per poter stabilire a che distanza dal Vesuvio ci si possa ritenere sufficientemente al sicuro da siffatta micidiale fenomenologia, occorre adottare un’eruzione di riferimento indagandone il passato rappresentato dai limiti di deposito del materiale veicolato dai flussi nella loro avanzata.

Nel merito del problema, gli strateghi hanno ritenuto di non pianificare sull’eruzione massima conosciuta al Vesuvio, bensì su quella che loro considerano l’evento massimo probabile. Con siffatta premessa, l’autorità scientifica ha indicato come eruzione di riferimento una sub pliniana, evento medio con indice di esplosività VEI 4. Con questo incipit è stata individuata la zona rossa 1 ad alta pericolosità vulcanica.



La zona rossa 2 (R2) invece, individuata a est del vulcano, è quella dove il sistema di protezione civile ritiene pericolose non già le colate piroclastiche, bensì la notevole pioggia di cenere e lapilli che renderebbe nel giro di qualche ora, la vivibilità anche in zona rossa 2 pericolosa o quantomeno problematica. Gli accumuli poi dei prodotti piroclastici sui tetti piani, causerebbero il crollo delle coperture meno resistenti, e a seguire dei solai sottostanti. Le ceneri sottili asperse in aria comporterebbero con il loro contenuto di silicio seri problemi alla respirazione e agli occhi. Il contesto sarebbe di oscurità, con disturbi alle telecomunicazioni e il blocco dei motori. Le zone rossa 1 e 2 hanno caratteristiche diverse, anche se il colore identifica e accomuna la stessa necessità dell’evacuazione preventiva in caso di allarme eruttivo. Stranamente, in zona rossa 1 sussiste l’inedificabilità ad uso abitativo (legge regionale 21/2003), mentre non ci sono limiti residenziali in zona rossa 2. 

La zona gialla è quella dove la ricaduta di cenere e lapilli dovrebbe essere di minore intensità. In ogni caso il fenomeno potrebbe cagionare molti disagi agli abitati che si trovano allineati  col cratere e col vento che generalmente spira verso est. Il piano di emergenza nazionale prevede di evacuare in corso d’eruzione quei settori gialli maggiormente colpiti.

C’è poi una zona blu a nord del vulcano, poco pubblicizzata dai media, che interessa la superficie depressa del nolano. I problemi in questo settore sarebbero quelli propri della zona gialla, a cui si aggiungerebbero quelli alluvionali dettati dalla gran quantità d’acqua espulsa dall’eruzione, in un contesto di terreni impermeabilizzati dalle ceneri fini. In passato il livello delle acque che si accumularono nella conca nolana, superarono largamente i due metri di altezza.



 Gli eventi estremi.

Sembrerà strano, ma grazie a stazioni di osservazioni astronomiche anche amatoriali, in genere si riesce a cogliere in anticipo il rischio di un impatto con un meteorite, pure mesi prima, stabilendo l’entità del pericolo dalle dimensioni dell’oggetto, dalla composizione chimica del corpo astrale, dalla sua velocità e dalle coordinate stimate di contatto con una precisione a mano a mano crescente.

Purtroppo, essendo il sottosuolo terrestre precluso alle indagini dirette, se non in un modo puntiforme e con profondità massime fin qui raggiunte di circa 12 chilometri, l’analisi dei dinamismi che agitano la litosfera, sono  affidate alle prospezioni indirette, e quindi inevitabilmente nella loro complessità sono generiche, e almeno per il momento senza una particolare utilità deterministica necessaria per la previsione delle catastrofi naturali ascrivibili ai terremoti e alle eruzioni vulcaniche.

In altre parole, non è possibile prevedere quando si manifesterà la prossima eruzione del Vesuvio, anche se molti esperti sono sicuri che l’eventuale progredire dei prodromi pre-eruttivi, fornirebbero elementi utili per definire in tempi corti e con buona approssimazione il momento dell’eruzione.

I piani di emergenza e di evacuazione sono tarati su settantadue ore, quale tempo che gli strateghi ritengono necessario per il rapido allontanamento dei settecentomila abitanti dalla plaga vesuviana. Quindi, una previsione per essere utile deve comprendere un allarme rosso diramato con sufficiente anticipo sull'evento, calcolando pure il tempo necessario per lanciare e rilanciare il segnale di rapido allertamento (it-alert) alla popolazione. I tempi dell'azione si abbreviano se ogni cittadino conosce bene il da farsi all'occorrenza, muovendosi secondo i dettami del piano di emergenza, e senza alcun tentennamento nell'assunzione delle decisioni che comprendono l’impossibilità di salvare i beni materiali.

L’espediente evacuativo consentirebbe di interporre entro 72 ore una distanza (d) tra il pericolo eruttivo (P) e il Valore esposto (VE). 


 

Le modalità evacuative sono state diversificate e sono state formalizzate secondo logiche aritmetiche come da palline sul pallottoliere, e quindi l’efficacia delle procedure di allontanamento rapido non sono matematicamente assicurate, così come non c'è certezza del disciplinato comportamento della popolazione, che è strettamente commisurato alla percezione fisica del pericolo. A tal proposito le autorità sperano in un massiccio allontanamento della popolazione già nella fase di preallarme, per avere numeri ridotti da mobilitare se si arriva al livello successivo di allarme. Tecnicamente però, anche qui non c’è certezza che si riesca a cogliere la soglia del preallarme, così come non c’è certezza sui tempi di durata di questa condizione geologica, se la si coglie, e che può dilungarsi oltre misura, o al contrario essere immediatamente surclassata o addirittura saltata dall’allarme generale rosso.

Il vulnus non è solo nella previsione d'eruzione assolutamente incerta, ma è anche sulla incognita della tipologia eruttiva. Infatti, non è dato sapere in anticipo quando e con quali caratteristiche le energie irromperanno in superficie, perché eventuali prodromi possono forse annunciare in tempo utile il momento eruttivo, ma non la tipologia dell’eruzione che rimane un dato qualificabile solo dopo l’eruzione. 

Questi due elementi di incertezza sono la spina nel fianco delle pianificazioni di emergenza, tanto nel vesuviano quanto nel flegreo. Quindi, nella formula semplificata del Rischio (R) R= P x VE che prima abbiamo schematizzato graficamente, occorre evidenziare che il rischio aumenta se aumentano uno o entrambi i fattori in formula. Il Pericolo (P), cioè la pericolosità vulcanica, è destinata ad aumentare col passare dei decenni, dei lustri e dei secoli. Purtroppo anche il valore esposto (VE), in assenza di regole urbanistiche che vietino gli insediamenti residenziali leciti o illeciti, è un dato destinato a crescere. L’aumento dei due fattori provoca l'aumento del rischio vulcanico, che già oggi ha raggiunto livelli di inaccettabilità, perché il territorio non è strutturato e la popolazione non è preparata al meglio per una possibile evacuazione massiva.

Nella plaga vesuviana gli scienziati e i tecnici del dipartimento della protezione civile e della Regione Campania, hanno deciso, come detto, di pianificare tenendo conto di uno scenario eruttivo medio di tipo sub pliniano (VEI4), che accorperebbe anche le esigenze protettive legate a un evento VEI3 al Vesuvio, che gli esperti dell'osservatorio vesuviano tra l’altro reputano il più probabile. Rimane il fatto che assumendo un’eruzione media (VEI4) come scenario di riferimento per i piani di emergenza, si esclude di fatto l’eruzione pliniana dal novero delle possibilità  di accadimento, assegnando alle decisioni così assunte forzate caratteristiche  deterministiche che deterministiche non sono. Lo dimostra il fatto che non è stato elaborato alcun piano d’emergenza capace di fronteggiare eruzioni a maggiore energia. Questo modus operandi legato all’assunzione del pericolo medio e non quello massimo conosciuto negli scenari eruttivi di riferimento, certamente agevola la stesura dei piani di emergenza perché riduce il territorio d’intervento, ma con esso si riducono pure le superfici che dovrebbero essere inedificabili o regolamentate per assicurare politiche strutturali di prevenzione della catastrofe vulcanica, soprattutto a favore dei posteri...

Lo schema sottostante riporta le tre tipologie eruttive che possono interessare il Vesuvio, partendo dal principio che esiste un valore probabilistico che diminuisce marcatamente in rapporto all'aumento dell'indice di esplosività vulcanica. Nel merito della pericolosità, occorre ricordare che qualsiasi di queste tre tipologie eruttive produce la pioggia di cenere e lapilli. Le eruzioni sub pliniane e pliniane invece, si caratterizzano per la formazione anche di colate piroclastiche oltre a tutti gli altri fenomeni che caratterizzano un'eruzione esplosiva.



Gli eventi come un’eruzione pliniana sono quelli da cigno nero, cioè sono quelli estremi che sfuggono in linea preventiva ai modelli teorici di pericolo ancorché esclusi e marginalizzati dalla chiave probabilistica, tant’è che poco o per niente se ne parla in pubblico, perché subentra un certo imbarazzo a sostenere quello che quasi tutti giudicano una vera iattura da esorcizzare… D’altro canto è difficile mettere in guardia da un evento calamitoso di grandissima portata, quando non c’è esperienza diretta o ravvicinata di questi scenari peggiori, sia da parte degli scienziati che della popolazione.

Il pericolo vulcanico al Vesuvio contiene in sé tre possibilità  che possono caratterizzare operativamente lo sviluppo del fenomeno eruttivo con grandissime differenze per la salvaguardia della vita umana. Infatti, le condizioni  operative che possono segnare il momento preeruttivo, possono essere diverse:

-        mancato allarme;

-        falso allarme;

-        successo previsionale con relativa evacuazione.

Una quarta possibilità che non viene mai citata o presa in considerazione, il famoso vulnus di fondo, è insita proprio nella tipologia eruttiva, perché qualora l’eruzione dovesse assurgere a dimensioni da pliniana o simil pliniana, cosa che nessuno può escludere, si verificherebbe nella migliore delle ipotesi un successo previsionale accompagnato da catastrofe vulcanica. Per quanto rara questa possibilità, il surplus energetico fuori piano andrebbe a interessare e invadere con i flussi piroclastici anche la zona contigua alla rossa 1 e 2, che noi chiamiamo zona rossa VEI5. In questa corona circolare schematizzata nel grafico sottostante, non c’è alcuna prevenzione strutturale e sussiste l’impreparazione totale della popolazione che non è destinataria di procedure evacuative e né tantomeno pone attenzione al problema del rischio vulcanico. In altre parole, i residenti della zona rossa VEI5, in caso di eruzione rimarrebbero fermi o si muoverebbero tardi e caoticamente per sfuggire alle ostilità vulcaniche lì mai previste.  



Nel territorio della provincia di Napoli e a ridosso delle plaghe vulcaniche, l’urbanizzazione è partita da lontano ancorché favorita dai vantaggi offerti dal territorio fertile e dalla contiguità col mare che è una importantissima risorsa economica e commerciale. L’urbanizzazione non è stata evitata in passato perché le eruzioni, almeno nel nostro caso,  non sono eventi annuali come i monsoni, e poi perché nessuno voleva rinunciare alle sue proprietà terriere: la terra non è traslocabile... Più di recente perché nessun politico o amministratore o istituzione ha inteso ricordare al popolo amministrato e che di fatto non vuole politiche di ansia e di rinunce, che in questi territori ameni e ricchi di storia, la pericolosità eruttiva è immanente e senza possibilità di disinnesco. La notizia che alleggerisce l’ansia di vivere in un territorio a rischio, è stata offerta dalla scienza che palesa la possibilità di prevedere per tempo un’eruzione, così come riportato nelle FAQ dell’osservatorio vesuviano che recita: Non è possibile prevedere a lungo termine quando ci sarà la prossima eruzione. Tuttavia, grazie alla sorveglianza del vulcano è possibile rilevare con ampio anticipo l'insorgenza di fenomeni precursori, che generalmente precedono un'eruzione, e procedere all'evacuazione prima che avvenga l'eruzione.

Con questa ottimistica premessa, i problemi di tutela vitale automaticamente risultano tutti risolti, al punto da non doversi prevedere necessariamente sostanziali e drastiche politiche di prevenzione.

Rimane il dato tutt’altro che incoraggiante però, che anche le moderne stazioni multi parametriche esibite dall'osservatorio vesuviano come la chiave di volta tecnologica della previsione d’eruzione e quindi della sicurezza areale, forniscono in realtà solo dati che dovranno essere analizzati “manualmente” dalla commissione grandi rischi,  perché la previsione è ancora oggi una procedura ricca di dati da interpretare, che dovranno scontrarsi inesorabilmente con  le incognite dettate da un sottosuolo inesplorato, le cui dinamiche sono parti di sistemi complessi che dovranno essere sottoposti nel nostro caso al vaglio di esperti e poi della commissione grandi rischi, ovvero tutti scienziati che non hanno mai vissuto l’esperienza eruttiva o pre eruttiva dei vulcani napoletani.

Bisognerebbe partire dal principio che la pianificazione urbanistica territoriale in area vulcanica vesuviana, dovrebbe includere anche la zona di massima estensione del pericolo (VEI5), magari attraverso regolamentazioni, secondo logiche preventive volte all'adeguamento strutturale del territorio alle necessità dei piani di emergenza… Allo stato dei fatti invece, si sta verificando esattamente  il contrario, cioè che i piani di emergenza e di evacuazione devono e dovranno correre dietro alle irrefrenabili modificazioni del territorio dettate dalla speculazione edilizia, dall'abusivismo, e prima ancora dalla miopia politica di cui abbiamo un fulgido esempio nel flegreo. Infatti, il recentissimo disposto regionale assevera rischio sismico e vulcanico nella zona d'intervento, lasciando il grosso della zona rossa senza regole di prevenzione della catastrofe vulcanica... 


Zona d'intervento (celeste e viola) dove vige
l'inedificabilità a uso residenziale

                                                                         di Vincenzo Savarese