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lunedì 2 dicembre 2024

Rischio Vesuvio: la prevenzione al ribasso.

Le zone pericolose al Vesuvio

Per poter meglio rappresentare i concetti ad oggetto la prevenzione della catastrofe vulcanica legata a una possibile eruzione del Vesuvio, una premessa che spieghi in che modo  è stato suddiviso il territorio della plaga vesuviana è necessaria per la comprensione della diversificazione del pericolo. Lo spaccato proposto in basso ci sembra adatto allo scopo.



La zona rossa 1 (R1) circoscrive il territorio invadibile da qualsiasi fenomenologia vulcanica, ma soprattutto dalle micidiali colate piroclastiche che andrebbero a formarsi prevalentemente  in seno ad eruzioni esplosive di tipo sub pliniane (VEI 4) e pliniane (VEI 5). Tale dirompente fenomeno in genere si presenta susseguentemente al collasso della colonna eruttiva, che può raggiungere altezze stratosferiche, per poi collassare sui pendii del vulcano scivolando e avanzando con violenza distruttiva sul terreno, ma anche sul mare, a una temperatura di diverse centinaia di gradi Celsius, sufficiente e in pochi secondi, a vaporizzare i liquidi corporei di chiunque venisse raggiunto dai flussi ardenti.

Per poter stabilire a che distanza dal Vesuvio ci si possa ritenere sufficientemente al sicuro da siffatta micidiale fenomenologia, occorre adottare un’eruzione di riferimento indagandone il passato rappresentato dai limiti di deposito del materiale veicolato dai flussi nella loro avanzata.

Nel merito del problema, gli strateghi hanno ritenuto di non pianificare sull’eruzione massima conosciuta al Vesuvio, bensì su quella che loro considerano l’evento massimo probabile. Con siffatta premessa, l’autorità scientifica ha indicato come eruzione di riferimento una sub pliniana, evento medio con indice di esplosività VEI 4. Con questo incipit è stata individuata la zona rossa 1 ad alta pericolosità vulcanica.



La zona rossa 2 (R2) invece, individuata a est del vulcano, è quella dove il sistema di protezione civile ritiene pericolose non già le colate piroclastiche, bensì la notevole pioggia di cenere e lapilli che renderebbe nel giro di qualche ora, la vivibilità anche in zona rossa 2 pericolosa o quantomeno problematica. Gli accumuli poi dei prodotti piroclastici sui tetti piani, causerebbero il crollo delle coperture meno resistenti, e a seguire dei solai sottostanti. Le ceneri sottili asperse in aria comporterebbero con il loro contenuto di silicio seri problemi alla respirazione e agli occhi. Il contesto sarebbe di oscurità, con disturbi alle telecomunicazioni e il blocco dei motori. Le zone rossa 1 e 2 hanno caratteristiche diverse, anche se il colore identifica e accomuna la stessa necessità dell’evacuazione preventiva in caso di allarme eruttivo. Stranamente, in zona rossa 1 sussiste l’inedificabilità ad uso abitativo (legge regionale 21/2003), mentre non ci sono limiti residenziali in zona rossa 2. 

La zona gialla è quella dove la ricaduta di cenere e lapilli dovrebbe essere di minore intensità. In ogni caso il fenomeno potrebbe cagionare molti disagi agli abitati che si trovano allineati  col cratere e col vento che generalmente spira verso est. Il piano di emergenza nazionale prevede di evacuare in corso d’eruzione quei settori gialli maggiormente colpiti.

C’è poi una zona blu a nord del vulcano, poco pubblicizzata dai media, che interessa la superficie depressa del nolano. I problemi in questo settore sarebbero quelli propri della zona gialla, a cui si aggiungerebbero quelli alluvionali dettati dalla gran quantità d’acqua espulsa dall’eruzione, in un contesto di terreni impermeabilizzati dalle ceneri fini. In passato il livello delle acque che si accumularono nella conca nolana, superarono largamente i due metri di altezza.



 Gli eventi estremi.

Sembrerà strano, ma grazie a stazioni di osservazioni astronomiche anche amatoriali, in genere si riesce a cogliere in anticipo il rischio di un impatto con un meteorite, pure mesi prima, stabilendo l’entità del pericolo dalle dimensioni dell’oggetto, dalla composizione chimica del corpo astrale, dalla sua velocità e dalle coordinate stimate di contatto con una precisione a mano a mano crescente.

Purtroppo, essendo il sottosuolo terrestre precluso alle indagini dirette, se non in un modo puntiforme e con profondità massime fin qui raggiunte di circa 12 chilometri, l’analisi dei dinamismi che agitano la litosfera, sono  affidate alle prospezioni indirette, e quindi inevitabilmente nella loro complessità sono generiche, e almeno per il momento senza una particolare utilità deterministica necessaria per la previsione delle catastrofi naturali ascrivibili ai terremoti e alle eruzioni vulcaniche.

In altre parole, non è possibile prevedere quando si manifesterà la prossima eruzione del Vesuvio, anche se molti esperti sono sicuri che l’eventuale progredire dei prodromi pre-eruttivi, fornirebbero elementi utili per definire in tempi corti e con buona approssimazione il momento dell’eruzione.

I piani di emergenza e di evacuazione sono tarati su settantadue ore, quale tempo che gli strateghi ritengono necessario per il rapido allontanamento dei settecentomila abitanti dalla plaga vesuviana. Quindi, una previsione per essere utile deve comprendere un allarme rosso diramato con sufficiente anticipo sull'evento, calcolando pure il tempo necessario per lanciare e rilanciare il segnale di rapido allertamento (it-alert) alla popolazione. I tempi dell'azione si abbreviano se ogni cittadino conosce bene il da farsi all'occorrenza, muovendosi secondo i dettami del piano di emergenza, e senza alcun tentennamento nell'assunzione delle decisioni che comprendono l’impossibilità di salvare i beni materiali.

L’espediente evacuativo consentirebbe di interporre entro 72 ore una distanza (d) tra il pericolo eruttivo (P) e il Valore esposto (VE). 


 

Le modalità evacuative sono state diversificate e sono state formalizzate secondo logiche aritmetiche come da palline sul pallottoliere, e quindi l’efficacia delle procedure di allontanamento rapido non sono matematicamente assicurate, così come non c'è certezza del disciplinato comportamento della popolazione, che è strettamente commisurato alla percezione fisica del pericolo. A tal proposito le autorità sperano in un massiccio allontanamento della popolazione già nella fase di preallarme, per avere numeri ridotti da mobilitare se si arriva al livello successivo di allarme. Tecnicamente però, anche qui non c’è certezza che si riesca a cogliere la soglia del preallarme, così come non c’è certezza sui tempi di durata di questa condizione geologica, se la si coglie, e che può dilungarsi oltre misura, o al contrario essere immediatamente surclassata o addirittura saltata dall’allarme generale rosso.

Il vulnus non è solo nella previsione d'eruzione assolutamente incerta, ma è anche sulla incognita della tipologia eruttiva. Infatti, non è dato sapere in anticipo quando e con quali caratteristiche le energie irromperanno in superficie, perché eventuali prodromi possono forse annunciare in tempo utile il momento eruttivo, ma non la tipologia dell’eruzione che rimane un dato qualificabile solo dopo l’eruzione. 

Questi due elementi di incertezza sono la spina nel fianco delle pianificazioni di emergenza, tanto nel vesuviano quanto nel flegreo. Quindi, nella formula semplificata del Rischio (R) R= P x VE che prima abbiamo schematizzato graficamente, occorre evidenziare che il rischio aumenta se aumentano uno o entrambi i fattori in formula. Il Pericolo (P), cioè la pericolosità vulcanica, è destinata ad aumentare col passare dei decenni, dei lustri e dei secoli. Purtroppo anche il valore esposto (VE), in assenza di regole urbanistiche che vietino gli insediamenti residenziali leciti o illeciti, è un dato destinato a crescere. L’aumento dei due fattori provoca l'aumento del rischio vulcanico, che già oggi ha raggiunto livelli di inaccettabilità, perché il territorio non è strutturato e la popolazione non è preparata al meglio per una possibile evacuazione massiva.

Nella plaga vesuviana gli scienziati e i tecnici del dipartimento della protezione civile e della Regione Campania, hanno deciso, come detto, di pianificare tenendo conto di uno scenario eruttivo medio di tipo sub pliniano (VEI4), che accorperebbe anche le esigenze protettive legate a un evento VEI3 al Vesuvio, che gli esperti dell'osservatorio vesuviano tra l’altro reputano il più probabile. Rimane il fatto che assumendo un’eruzione media (VEI4) come scenario di riferimento per i piani di emergenza, si esclude di fatto l’eruzione pliniana dal novero delle possibilità  di accadimento, assegnando alle decisioni così assunte forzate caratteristiche  deterministiche che deterministiche non sono. Lo dimostra il fatto che non è stato elaborato alcun piano d’emergenza capace di fronteggiare eruzioni a maggiore energia. Questo modus operandi legato all’assunzione del pericolo medio e non quello massimo conosciuto negli scenari eruttivi di riferimento, certamente agevola la stesura dei piani di emergenza perché riduce il territorio d’intervento, ma con esso si riducono pure le superfici che dovrebbero essere inedificabili o regolamentate per assicurare politiche strutturali di prevenzione della catastrofe vulcanica, soprattutto a favore dei posteri...

Lo schema sottostante riporta le tre tipologie eruttive che possono interessare il Vesuvio, partendo dal principio che esiste un valore probabilistico che diminuisce marcatamente in rapporto all'aumento dell'indice di esplosività vulcanica. Nel merito della pericolosità, occorre ricordare che qualsiasi di queste tre tipologie eruttive produce la pioggia di cenere e lapilli. Le eruzioni sub pliniane e pliniane invece, si caratterizzano per la formazione anche di colate piroclastiche oltre a tutti gli altri fenomeni che caratterizzano un'eruzione esplosiva.



Gli eventi come un’eruzione pliniana sono quelli da cigno nero, cioè sono quelli estremi che sfuggono in linea preventiva ai modelli teorici di pericolo ancorché esclusi e marginalizzati dalla chiave probabilistica, tant’è che poco o per niente se ne parla in pubblico, perché subentra un certo imbarazzo a sostenere quello che quasi tutti giudicano una vera iattura da esorcizzare… D’altro canto è difficile mettere in guardia da un evento calamitoso di grandissima portata, quando non c’è esperienza diretta o ravvicinata di questi scenari peggiori, sia da parte degli scienziati che della popolazione.

Il pericolo vulcanico al Vesuvio contiene in sé tre possibilità  che possono caratterizzare operativamente lo sviluppo del fenomeno eruttivo con grandissime differenze per la salvaguardia della vita umana. Infatti, le condizioni  operative che possono segnare il momento preeruttivo, possono essere diverse:

-        mancato allarme;

-        falso allarme;

-        successo previsionale con relativa evacuazione.

Una quarta possibilità che non viene mai citata o presa in considerazione, il famoso vulnus di fondo, è insita proprio nella tipologia eruttiva, perché qualora l’eruzione dovesse assurgere a dimensioni da pliniana o simil pliniana, cosa che nessuno può escludere, si verificherebbe nella migliore delle ipotesi un successo previsionale accompagnato da catastrofe vulcanica. Per quanto rara questa possibilità, il surplus energetico fuori piano andrebbe a interessare e invadere con i flussi piroclastici anche la zona contigua alla rossa 1 e 2, che noi chiamiamo zona rossa VEI5. In questa corona circolare schematizzata nel grafico sottostante, non c’è alcuna prevenzione strutturale e sussiste l’impreparazione totale della popolazione che non è destinataria di procedure evacuative e né tantomeno pone attenzione al problema del rischio vulcanico. In altre parole, i residenti della zona rossa VEI5, in caso di eruzione rimarrebbero fermi o si muoverebbero tardi e caoticamente per sfuggire alle ostilità vulcaniche lì mai previste.  



Nel territorio della provincia di Napoli e a ridosso delle plaghe vulcaniche, l’urbanizzazione è partita da lontano ancorché favorita dai vantaggi offerti dal territorio fertile e dalla contiguità col mare che è una importantissima risorsa economica e commerciale. L’urbanizzazione non è stata evitata in passato perché le eruzioni, almeno nel nostro caso,  non sono eventi annuali come i monsoni, e poi perché nessuno voleva rinunciare alle sue proprietà terriere: la terra non è traslocabile... Più di recente perché nessun politico o amministratore o istituzione ha inteso ricordare al popolo amministrato e che di fatto non vuole politiche di ansia e di rinunce, che in questi territori ameni e ricchi di storia, la pericolosità eruttiva è immanente e senza possibilità di disinnesco. La notizia che alleggerisce l’ansia di vivere in un territorio a rischio, è stata offerta dalla scienza che palesa la possibilità di prevedere per tempo un’eruzione, così come riportato nelle FAQ dell’osservatorio vesuviano che recita: Non è possibile prevedere a lungo termine quando ci sarà la prossima eruzione. Tuttavia, grazie alla sorveglianza del vulcano è possibile rilevare con ampio anticipo l'insorgenza di fenomeni precursori, che generalmente precedono un'eruzione, e procedere all'evacuazione prima che avvenga l'eruzione.

Con questa ottimistica premessa, i problemi di tutela vitale automaticamente risultano tutti risolti, al punto da non doversi prevedere necessariamente sostanziali e drastiche politiche di prevenzione.

Rimane il dato tutt’altro che incoraggiante però, che anche le moderne stazioni multi parametriche esibite dall'osservatorio vesuviano come la chiave di volta tecnologica della previsione d’eruzione e quindi della sicurezza areale, forniscono in realtà solo dati che dovranno essere analizzati “manualmente” dalla commissione grandi rischi,  perché la previsione è ancora oggi una procedura ricca di dati da interpretare, che dovranno scontrarsi inesorabilmente con  le incognite dettate da un sottosuolo inesplorato, le cui dinamiche sono parti di sistemi complessi che dovranno essere sottoposti nel nostro caso al vaglio di esperti e poi della commissione grandi rischi, ovvero tutti scienziati che non hanno mai vissuto l’esperienza eruttiva o pre eruttiva dei vulcani napoletani.

Bisognerebbe partire dal principio che la pianificazione urbanistica territoriale in area vulcanica vesuviana, dovrebbe includere anche la zona di massima estensione del pericolo (VEI5), magari attraverso regolamentazioni, secondo logiche preventive volte all'adeguamento strutturale del territorio alle necessità dei piani di emergenza… Allo stato dei fatti invece, si sta verificando esattamente  il contrario, cioè che i piani di emergenza e di evacuazione devono e dovranno correre dietro alle irrefrenabili modificazioni del territorio dettate dalla speculazione edilizia, dall'abusivismo, e prima ancora dalla miopia politica di cui abbiamo un fulgido esempio nel flegreo. Infatti, il recentissimo disposto regionale assevera rischio sismico e vulcanico nella zona d'intervento, lasciando il grosso della zona rossa senza regole di prevenzione della catastrofe vulcanica... 


Zona d'intervento (celeste e viola) dove vige
l'inedificabilità a uso residenziale

                                                               
Vincenzo Savarese  (MalKo)














venerdì 1 dicembre 2023

Rischio vulcanico ai Campi Flegrei: il bradisismo e l'assalto alla diligenza.

 





Pozzuoli. La darsena pescatori.



In data il 27 e il 28 ottobre 2023, la commissione grandi rischi per il rischio vulcanico (CGR-SRV), su invito del dipartimento della protezione civile, si è riunita per valutare gli elementi di pericolosità vulcanica presenti ai Campi Flegrei, visto che in questa particolare area provinciale di Napoli, sussistono fenomeni di non poco conto, riconducibili al magma stipato non si sa con quali volumi e a quali profondità nei primi 8 chilometri calderici.

Nelle ultime settimane sembra che le manifestazioni geo dinamiche come i sismi e il bradisismo, siano scemate significativamente, contribuendo a calmare gli animi furenti accesi dalle preoccupazioni espresse dal ministro Musumeci. Infatti, sulla scorta del documento redatto dalla CGR-SRV, il ministro della protezione civile e delle politiche del mare, riferì in sintesi  e con chiarezza e gravità, che poteva rendersi necessario dichiarare in zona rossa flegrea, un passaggio del livello di allerta vulcanica da attenzione a preallarme, senza escludere del tutto la possibilità che la situazione potesse ulteriormente evolvere e peggiorare.

Alle apprensioni del ministro la risposta del territorio è stata di stupore iniziale confluito in una risentita replica dello pseudo comitato partenoflegreo, composto dai primi cittadini della zona rossa dei Campi Flegrei, capitanati dal sindaco metropolitano di Napoli, nonché ingegnere, Gaetano Manfredi. Un sostanziale supporto al comitato è giunto pure indirettamente dall’osservatorio vesuviano, che ha voluto essere della partita prendendo le distanze dalle valutazioni di pericolosità espresse dalla commissione grandi rischi.

Il sindaco di Bacoli, Della Ragione, qualche giorno fa ha dichiarato che c’è una cattiva comunicazione che sta facendo molti più danni del bradisismo. Il primo cittadino bacolese non molla la presa sul sisma bonus edilizio, in favore di quella parte del suo territorio che ricade nella zona rossa bradisismica di nuovissima ed esclusiva determinazione. 


zona rossa bradisismica con refuso tintometrico bianco all'altezza della spianata di Bagnoli


I fondi già stanziati infatti, potrebbero non essere sufficienti per rinforzare quei  fabbricati che verranno eventualmente dichiarati staticamente inadeguati, a causa della microsismicità zonale dovuta al bradisismo. Una condizione tutta da verificare, e ad assumersi l’onere delle verifiche dovrebbe essere un’apposita commissione. La discriminazione tecnica che riguarderà lo stato dei fabbricati sarà ardua, innanzitutto perchè si dovrà accertare e discriminare che le deformazioni o i quadri micro fessurativi ove riscontrati, siano ascrivibili agli effetti sismici di lievissima, lieve e raramente di moderata energia, e non riconducibili a una genesi deteriorativa dovuta alle inclemenze meteorologiche o ai normali assestamenti gravitativi.

Un’analisi generale segnala a priori che la multi fratturazione del sottosuolo infra calderico, difficilmente  consentirà accumuli di energia e quindi il manifestarsi di eventi sismici ad elevata magnitudo. Ovviamente è fatta salva l’insorgenza di una fenomenologia grave a ridosso di un’eruzione, che in realtà sarebbe poco da temere, perché corrisponderebbe a un momento in cui il valore esposto rappresentato dalla vita umana, per effetto dell’evacuazione preventiva dovrebbe essere pari a zero.

Il verbale della commissione grandi rischi pubblicato il 25 novembre 2023, venne anticipato nelle conclusioni dal  ministro Musumeci, che, in nome del principio di precauzione, intese alzare la guardia scientifica e operativa sulla zona rossa dei Campi Flegrei, rimarcando pure il dato che sono 40 anni che non si fa niente di concreto per la sicurezza dei cittadini. C'è anche da dire che negli ultimi 40 non si registrano neanche effetti rovinosi da bradisismo e sisma. In tutti i casi la pericolosità vulcanica è immanente nel sottosuolo flegreo.

Il comitato partenoflegreo ha reputato allarmista l’intervento del ministro, criticando pure il parere degli esperti della grandi rischi, tutti rei di far scappare i turisti, di far crollare il commercio, di favorire la svalutazione delle case e di far avvizzire l’economia… D’altro canto difficile invocare  pragmatismo, quando l’osservatorio vesuviano, l’ente preposto al monitoraggio vulcanico, è il primo a mostrarsi scettico circa il pericolo sancito da altri scienziati, in nome di una capacità auto attribuitasi di  predire un’eruzione in tempi utili, grazie all’utilizzo di strumenti multi parametrici con cui, dicono, è possibile monitorare il magma, qualora dovesse ascendere verso la superficie. Un dato che emerge pure dalle pagine FAQ dell’osservatorio vesuviano, dove si legge:

È possibile prevedere la prossima eruzione del Vesuvio o dei Campi Flegrei?

Non è possibile prevedere a lungo termine quando ci sarà la prossima eruzione. Tuttavia, grazie alla sorveglianza del vulcano è possibile rilevare con ampio anticipo l'insorgenza di fenomeni precursori, che generalmente precedono un'eruzione, e procedere all'evacuazione prima che avvenga l'eruzione.

Una congettura questa dell'osservatorio, certamente auspicabile che invitiamo a rivedere anche sulla scorta delle dichiarazioni della commissione e di altre disquisizioni di seguito riportate estratte dai bollettini settimanali emessi per i Campi Flegrei dove si legge:

L'INGV fornisce informazioni scientifiche utilizzando le migliori conoscenze scientifiche disponibili; tuttavia, in conseguenza della complessità dei fenomeni naturali in oggetto, nulla può essere imputato all'INGV circa l'eventuale incompletezza ed incertezza dei dati riportati e circa accadimenti futuri che differiscano da eventuali affermazioni a carattere previsionale presenti in questo documento. Tali affermazioni, infatti, sono per loro natura affette da intrinseca incertezza.

L'INGV non è responsabile dell’utilizzo, anche parziale, dei contenuti di questo documento da parte di terzi, e/o delle decisioni assunte dal Dipartimento della Protezione Civile, dagli organi di consulenza dello stesso Dipartimento, da altri Centri di Competenza, dai membri del Sistema Nazionale di Protezione Civile o da altre autorità preposte alla tutela del territorio e della popolazione, sulla base delle informazioni contenute in questo documento. L'INGV non è altresì responsabile di eventuali danni arrecati a terzi derivanti dalle stesse decisioni.

Quest’ultimo paragrafo lo giudichiamo negativamente interessante, perché sembra un modo per prendere nettamente le distanze dalla scienza  “residuale”, così come dal sistema della protezione civile, e certe precisazioni ci sembrano una ridondanza inutile.

Di recente (27/novembre 2023),  il direttore dell’osservatorio vesuviano Di Vito ha riferito che :<< artatamente se noi parliamo di risalita del magma da 8 a 4 chilometri, noi vediamo questo serbatoio che si avvicina. Ma noi non abbiamo evidenze di questo; ma soprattutto io direi che quello che deve preoccuparci di più, eventualmente, e se il magma dai 4 chilometri incomincia a risalire verso la superficie: ma su questo non ci sono evidenze>>.

Il comitato partenoflegreo si è espresso pure col sindaco ingegnere  Gaetano Manfredi che, in audizione alla camera dei deputati (4/10/2023), ebbe ad affermare: <<… il sistema di monitoraggio da parte dell’INGV e dell’osservatorio vesuviano, è uno dei più sofisticati al mondo e ci dice oggi, almeno da quello che ci riferiscono gli esperti del settore, che movimenti magmatici in profondità non ci sono e quindi questa è un’attività di degassamento che è un’attività sicuramente significativa ma che non è un precursore di un’eventuale potenziale eruzione…>>.

Di parere diverso quello del presidente dell’INGV, Carlo Doglioni, che, in collegamento con la camera dei deputati (28 settembre 2023) disse:<<…sappiamo che il magma si trova a una profondità di oltre 5/6 chilometri, e quindi non è in vicinanza della superficie, anche se  è bene sapere che, nel caso riuscisse a trovare vie di fuga per la risalita, i tempi sarebbero estremamente rapidi, nell’ordine di qualche ora, massimo qualche giorno...>>. 

D'altra parte visto le varie ipotesi sulle tempistiche di un'eruzione, il principio di precauzione converge bene su quanto espresso dal Prof. Giuseppe Mastrolorenzo in numerose interviste, cioè la possibilità che si possa verificare la condizione di una evacuazione della popolazione flegrea con eruzione in corso.  Non è un paradosso, bensì una delle 3 condizioni possibili che sono: 

1. mancato allarme;

2. falso allarme;

3. allarme con successo evacuativo.

Ognuna di queste circostanze allo stato delle conoscenze ha un 33.33% di probabilità di accadimento. Si tenga presente che col mancato allarme non poche persone troverebbero la salvezza attraverso l'evacuazione a piedi, soprattutto se avranno ben chiaro il da farsi all'occorrenza. 

Il verbale della commissione grandi rischi è stato pubblicato qualche giorno fa (25/11/2023), scatenando ancora una volta l’ira del comitato partenoflegreo, che ritiene che una siffatta pubblicazione doveva prima passare al vaglio dei sindaci senza che fosse resa pubblica sui media. Vediamo cosa dicono in forma rapida le conclusioni di questo importante e criticato documento della CGR-RSV:

-        La commissione rileva che l’insieme dei dati scientifici rafforza l’evidenza di un coinvolgimento di magma nel processo di sollevamento;

-        L’analisi modellistica dei dati InSaR, limitati a una finestra temporale che si chiude al 2022, indica una sorgente di pressione ad una profondità di 4 chilometri, come la principale responsabile del sollevamento osservato; si segnala l’urgenza di estendere l’analisi al 2023…

-        Le osservazioni geochimiche confermano quanto emerso nella riunione del 3 ottobre riguardo a un significativo aumento dal 2018 ad oggi, delle concentrazioni di gas riducenti nelle fumarole;

-        La modellistica proposta indica che, a partire dal 2021/2022 il sistema idrotermale sta evolvendo verso condizioni più ossidanti e di alta temperatura (T>450°C.) ovvero più magmatiche.

-        La presentazione dei dati magnetotellurici…evidenzia la presenza a bassa profondità (100/200 mt.) di strutture a media resistività, interpretate come livelli argillosi impermeabili che potrebbero fungere da confinamento a fluidi in pressione. Tali strutture confermano la centralità del sistema Solfatara – Pisciarelli nel possibile accadimento di un’esplosione freatica il cui scenario d’impatto sarebbe da approfondire in dettaglio a breve termine dalla commissione grandi rischi per il rischio vulcanico. Al tempo stesso appare importante promuovere con urgenza una discussione critica sui possibili segnali premonitori di tale attività e sulla capacità dell’attuale sistema di monitoraggio di rilevarli, evidenziando la necessità di eventuali implementazioni.

-        La presentazione di Neri e di Kilburn, sono state dedicate alla illustrazione di modelli improntati all’analisi temporale dei parametri di sismicità e deformazione anche al fine di formulare previsioni sull’evoluzione del processo di fratturazione… Pur non essendo state chiarite quali potrebbero essere le implicazioni fenomenologiche di tale processo di frattura della crosta superficiale, non si può al momento escludere che lo stesso possa favorire o innescare processi quali sismicità significativa, manifestazioni freatiche e risalita di magma verso la superficie.

-        Alla luce della recente evoluzione del processo bradisismico, e del possibile/probabile coinvolgimento del magma nel sollevamento, la CGR-SRV rileva che non può essere esclusa una rapida progressione verso la risalita del magma in forma di dicco, che possa raggiungere la superficie.

-        Conclusioni. In base a quanto emerso, la CGR-SRV ritiene che il quadro complessivo non sia di univoca interpretazione, ed esprime comunque la preoccupazione che i processi in atto possano evolvere ulteriormente anche in tempi brevi se confrontati con quelli della pianificazione di emergenza vulcanica...

Gli unici tempi previsti dalla pianificazione emergenziale stilata a protezione degli oltre 500.000 abitanti della calderopoli flegrea, cioè quelli della zona rossa vulcanica per intenderci, sono le 72 ore necessarie per allontanare l’intera popolazione in caso di allarme eruttivo. Non ci sono altri tempi con cui confondersi o confrontarsi. Così come non ci sono tempi certi che possano cadenzare i diversi livelli di allerta vulcanica, tant’è che poche ore di anticipo che possono pure inquadrarsi come un successo previsionale, in termini di salvaguardia della popolazione sarebbero un catastrofico insuccesso. Resta inteso che semmai il magma dovesse inoltrarsi verso la superficie, il livello di preallarme sarebbe difficilmente dichiarabile. Non è un caso che nella pianificazione di emergenza si è preferito lavorare su una ipotesi di contemporaneo allontanamento di tutta la popolazione (allarme generalizzato).

Occorre ricordare a tutti,  che il verbale della commissione grandi rischi è un documento scientifico che non implica iniziative operative da parte dei sindaci. Quindi, premesso e tra l’altro che non è cambiato il livello di allerta vulcanica che è rimasto su attenzione anche come fase, non è chiaro per quale motivo le autorità locali dovevano avere l’esclusiva del verbale conclusivo stilato dalla commissione grandi rischi, se non in un’ottica di protervia amministrativa. La pubblicazione di contro del verbale, è stato un atto di civile e condivisa democrazia, col duplice effetto di risvegliare le coscienze.

Opportunamente l’INGV osservatorio vesuviano ha specificato che loro nulla hanno a che vedere con le decisioni assumibili dal dipartimento della protezione civile e dagli organi consultivi (CGR?) di ogni ordine e grado. Innanzitutto perché è bene ricordare che la normativa prevede che l’ente addetto al monitoraggio fornisca dati, relazioni e suggerimenti, esaurendo così il proprio ruolo all’interno del sistema nazionale di protezione civile.  Sul da farsi operativo ai livelli di preallarme e allarme è una prerogativa tutta politica. 

La commissione grandi rischi ha indicato in quale direzione bisogna indagare nel flegreo, soprattutto per verificare la presenza di magma nei primi chilometri. Una raccomandazione che potrebbe suonare come un richiamo su quello che si poteva fare in termini di indagini. Da quest'ultimo punto di vista, ci viene in mente un articolo che stilammo con la collaborazione del dott. Luca D'Auria dell'osservatorio vesuviano (INGV). Ricercatore che oggi pare operante all'estero.

Il dott. Luca D’Auria, su questi argomenti ci rilasciò una interessantissima intervista, riepilogativa di un lavoro scientifico pubblicato il 17 agosto 2015 sulla rivista Scientific Report, dove si ritiene che il magma soprattutto a cavallo degli anni 2012 e 2013 abbia raggiunto in forma di intrusione, quasi i tremila metri di profondità. L’abstract recita:<< Abbiamo trovato le prime prove, negli ultimi 30 anni, di una rinnovata attività magmatica nella caldera dei Campi Flegrei da gennaio 2012 a giugno 2013. La deformazione del suolo, osservata attraverso interferometria satellitare e misurazioni GPS, è stata interpretata come l'effetto dell'intrusione a profondità ridotta (3090 ± 138 m) di 0,0042 ± 0,0002 km 3 di magma all'interno di un davanzale. Ciò interrompe circa 28 anni di attività idrotermale dominante e avviene nel contesto di una fase di disordini iniziata nel 2005 e all’interno di un più generale sollevamento del suolo che va avanti dal 1950. Questa scoperta ha implicazioni nella valutazione del rischio vulcanico e nell’attività vulcanica>>. 

disegno indicativo non in scala


Nell’introduzione all'articolo poi si legge:<< Comprendere le dinamiche dei disordini nelle caldere è ancora una questione scientifica aperta. I segnali geofisici e geochimici mostrano spesso schemi sconcertanti che rendono la corretta interpretazione dei disordini vulcanici un compito difficile. Questo problema ha importanti implicazioni nella gestione del rischio vulcanico poiché le caldere sono generalmente densamente popolate a causa della loro topografia relativamente piatta e del terreno fertile. Un problema scientifico particolarmente rilevante è quello di discriminare se i disordini della caldera sono legati a perturbazioni di un sistema idrotermale poco profondo o guidati da autentiche intrusioni magmatiche>> . Considerazioni attualissime...


Una raffica di emendamenti ha interessato l'iter della legge 12 ottobre 2023, n. 140  recante “Misure urgenti di prevenzione del rischio sismico connesso al fenomeno bradisismico nell’area dei Campi Flegrei". Le principali richieste hanno riguardato l'inserimento di alcuni organi istituzionali nel disegno complessivo della legge, così come si è battuto cassa al rialzo per la copertura economica delle varie iniziative previste da ogni singolo articolo. La legge emendata alla camera è passata al senato.

Qualcuno si chiederà poi, se tra gli emendamenti e discussione sia stato accennato alla necessità per noi e per i posteri di introdurre alla stregua di quanto fatto per il Vesuvio, il divieto ad urbanizzare nel senso residenziale nella zona rossa flegrea, quale prima e fondamentale misura di prevenzione della catastrofe vulcanica. Tranquilli! Rubando il titolo a un libro di Orsini: l'argomento stop al cemento non è stato evocato perchè porta miseria: se il bradisismo è la diligenza da assalire, il rischio vulcanico è il carro del letame...

Non pensate neanche per un secondo che se dovesse gonfiarsi come un palloncino la zona rossa bradisismica evacuerebbero solo i residenti. Manifestazioni di rottura dei suoli e di sommovimenti e rigonfiamenti pur se localizzati nella zona rossa bradisismica, fenomeno quest'ultimo che vogliono non collegabile col rischio vulcanico, sarebbero intesi come crisi pre eruttiva dell'intero distretto flegreo.  Anche se la situazione geo vulcanologica dovesse migliorare, il rischio vulcanico sarà una costante fissa per il flegreo. Programmare il futuro altrove potrebbe essere da saggi, per non essere inseguiti dai dubbi amletici se restare o non restare. A tal proposito nell'attualità non ci sono risposte da dare. Nessuno le può dare se non in una forma di ipotesi. Ciò che succede nel sottosuolo flegreo è di difficile prospezione, rimane quindi solo il conforto che per il 66,66% dei casi all'occorrenza dovremmo cavarcela...

                                                                    di Vincenzo Savarese