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venerdì 6 marzo 2020

Rischio Vesuvio al tempo del Coronavirus Covid 19... di MalKo



Le tipologie di rischi che comportano l’interessamento diretto del Dipartimento della Protezione Civile, comprendono quelli maggiormente noti come il rischio sismico, vulcanico, da maremoto, idrogeologico, da fenomeni meteorici intensi, da siccità dilagante o anche da incendi boschivi estesi. 

L'azione   del dipartimento della protezione civile può esplicarsi pure nell’ambito del rischio chimico, nucleare, radiologico, tecnologico, industriale, da trasporti ma anche ambientale, igienico-sanitario e ancora da rientro incontrollato di oggetti e detriti spaziali.
Il Dipartimento è preposto pure a interallacciarsi con la comunità europea qualora dovesse rendersi necessaria una risposta operativa comunitaria su larga scala e su richiesta degli stati membri in difficoltà. Come si vede una competenza veramente enorme e diversificata quella dipartimentale, che trovò la sua massima espansività funzionale a cavallo del governo Berlusconi che ampliò le competenze anche all'organizzazione dei grandi eventi.
Ovviamente il Dipartimento operativamente non ha risorse in termini di braccia, ma ha dalla sua la competenza di coordinamento delle istituzioni e dei servizi anche di volontariato che fanno parte del sistema operativo nazionale della protezione civile. Per esercitare al meglio questo compito, il dicastero dipartimentale usufruisce del consulto assicurato dalla commissione grandi rischi, nelle sue diramazioni per disciplina, anche se, le decisioni finali devono passare per il vaglio politico del presidente del consiglio che ha l’ultima parola sulle decisioni da prendere.
Le decisioni assunte in seno al comitato della protezione civile, organo collegiale presieduto dal capo dipartimento della Protezione Civile (art. 3 del dl 245/02 convertito nella legge 286/02), è formato dai rappresentanti delle componenti e delle strutture operative del Servizio Nazionale della Protezione Civile. Le determinazioni del comitato, si traducono poi in indicazioni operative per i servizi d’emergenza ma anche per quelli complementari e logistici.
Un altro elemento di non secondaria importanza che si verifica nelle calamità naturali e situazioni similari, è che alla dichiarazione dello stato di emergenza corrisponde spesso uno stanziamento immediato di risorse spendibili in modo molto più veloce rispetto all'ordinarietà degli appalti, grazie all'abbattimento delle zavorre burocratiche che ovviamente non sono compatibili con i tempi delle emergenze ovvero dello stato di necessità da affrontare.
Questa singolarità di spesa, se ricordiamo bene negli anni scorsi fu all'origine di polemiche nel momento in cui tale procedure venne applicata in alcuni casi a eventi non emergenziali.
Nel 2003 per cogliere gli obiettivi di tutela individuati dalla task force ministeriale per fronteggiare l'epidemia legata alla SARS, si sancì una stretta collaborazione con il Dipartimento emergenze della Protezione Civile, con la nomina di Guido Bertolaso a commissario governativo. Inoltre, l'Istituto Superiore della Sanità (ISS) venne identificato come centro di riferimento per la validazione dei test diagnostici.
Nell'epidemia attuale legata al Coronavirus, ovvero al Covid 19, il Capo Dipartimento della Protezione Civile, Angelo Borrelli, ha assunto su proposta del Ministro della Salute il ruolo di commissario responsabile del coordinamento degli interventi necessari per fronteggiare l'epidemia. Ed ancora l'Istituto Superiore della Sanità come centro di convalida dei test diagnostici e di screening effettuati sul territorio nazionale.
Da notare però, che il Capo Dipartimento presenzia alle conferenze stampa giornaliere insieme a un virologo di riferimento per soddisfare le domande di taglio epidemiologico formulate dai giornalisti. Probabilmente l'assunzione diretta del Ministero della Salute delle operazioni di coordinamento della Sanità attraverso comitati o centri elettivi che avrebbero visto la partecipazione dei rappresentanti delle Regioni e del capo dipartimento Borrelli, sarebbe stato meno impattante mediaticamente sull’opinione pubblica, e maggiormente attagliata alla disciplina sanitaria di emergenza visto che il settore virologico è basato sul micro e non sulle macerie.
Questa riflessione deve condurne a un’altra, cioè quella che deterministicamente non si può escludere che un’emergenza geologica possa sovrapporsi all’emergenza epidemiologica. Rimanendo ai fatti, con queste condizioni d'impegno attuale del Dipartimento della Protezione Civile, ci si chiede se si riuscirebbe a gestire una eventuale situazione generata da un terremoto o da un’eruzione vulcanica dettata dal Vesuvio e dai Campi Flegrei.
Tra l’altro, i comuni del vesuviano ma anche quelli del flegreo, in caso di prodromica emergenza vulcanica, contano sul "contratto" quinquennale stilato con le altre regioni per vedersi garantito il trasporto dei propri cittadini in fuga dalle aree d'incontro a quelle di prima assistenza secondo le regole dei gemellaggi stilati e firmati nei protocolli d'intesa.

Ad esempio, nel caso dei cittadini di Torre del Greco e di Somma Vesuviana o di quelli puteolani di Pozzuoli, la Regione Lombardia in seguito agli accordi siglati, dovrebbe poter garantire il trasporto dalle aree di incontro ubicate fuori zona rossa vulcanica, a quelle di prima accoglienza individuate sul territorio di competenza amministrativa: individuate dove? Nella fattispecie del discorso, parliamo di circa 60.000 cittadini dell'area metropolitana di Napoli.
Ci lascia perplessi nell'attualità un eventuale allontanamento assistito da zona rossa vulcanica a zona rossa epidemica. Eppure le procedure evacuative previste dai piani di evacuazione prevedono proprio questo e occorrerebbe quindi una parola sull'argomento, visto che l'emergenza da coronavirus durerà ancora per un bel po' di tempo. Ovviamente la possibilità statistica che la quiescenza vulcanica s’interrompa proprio in questo periodo o che la terra tremi violentemente è molto bassa ma non assente.
Sarebbe possibile perseguire questa strategia operativa evacuativa in tempi da coronavirus? Se si fossero sapute le destinazioni provinciali lombarde in anticipo e già nei protocolli d'intesa, le valutazioni potevano essere fatte in ragione della definizione delle zone epidemiche rosse e gialle. Abbiamo accennato alla Lombardia, ma lo stesso discorso vale per il Veneto e per l'Emilia Romagna... e forse a seguire per tutte le altre regioni, nessuna esclusa dalle regole del gemellaggio.

Trattandosi di un’emergenza, quella del coronavirus, che si dipana soprattutto nel settore sanitario, il Dipartimento della Protezione Civile deve mantenere strategicamente un alto profilo operativo di riserva semmai dovesse presentarsi la necessità di coordinare interventi classici, diciamo di taglio fisico - energetico, come le alluvioni e i terremoti e le eruzioni, perché sono manifestazioni meno subdole di un virus sconosciuto, ma di forte impatto distruttivo immediato.

Forse nominare commissario per l’emergenza coronavirus un virologo magari dell’Istituto Superiore della Sanità, che operando all’interno di una task force ministeriale e interregionale, avrebbe potuto alleggerire l’organizzazione dipartimentale da una somma d’impegni sarebbe stato l'ideale.

Il Dipartimento della Protezione Civile si muove sulla scorta delle indicazioni provenienti dai vari settori in cui si dirama la commissione grandi rischi di seguito elencati:
- rischio sismico;
- rischio vulcanico;
- rischi meteo-idrologico, idraulico e di frana;
- rischi chimico, nucleare, industriale e trasporti;
- rischio ambientale e degli incendi boschivi.

Come si vede non c’è un settore afferente al rischio epidemiologico, quindi saettare il Dipartimento della Protezione Civile in questa faccenda del coronavirus a nostro avviso è stata una forzatura dei primi momenti, atteso che non ci sono strutture deputate a fronteggiare l’emergenza da virus diverse da quelle sanitarie composte da centri di eccellenza e dall’Istituto Superiore della Sanità. Anche in termini di operatività gli ospedali e le loro organizzazioni fatte di medici e paramedici e ausiliari, sono per analogia i Vigili del Fuoco anti virus. Quindi, un più diretto coinvolgimento del Ministero della Sanità sarebbe stato adeguato anche in termini di commissario delegato all’emergenza, fermo restante il supporto logistico del Dipartimento che in ogni caso sarebbe stato assicurato. Il Dipartimento senz’altro tenta di fare del suo meglio in questa emergenza nazionale, ma francamente ci sembra che risulti un po’ impacciato per difetto di competenza e conoscenza di una disciplina virologica.

Alla luce dell'assenza di politiche di prevenzione del rischio vulcanico e di incompletezza dei piani di evacuazione per il vesuviano e il flegreo, un impegno a questo punto molto serio del Dipartimento sul sanitario, tra l'altro di non breve durata, potrebbe prestare il fianco a un certo vulnus operativo su altri tipi di calamità latenti che costellano ogni angolo della nostra giovane Penisola, a partire da quello sismico e come detto a quello vulcanico tra l'altro in assenza di una efficace pianificazione evacuativa. 



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